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OSSERVAZIONI,
PROGETTI, E CONSIGLI
risguardanti
Prefazione
Io che, dopo i Nauni , e , le opere dei quali raccomandava che si leggessero, accennai, forse primo, a non pochi difetti ed ai rimedii in riguardo alle nostre agrarie operazioni, e ch’esternai il desiderio di veder sorgere tra noi un’agraria Accademia, ora che questa si è di colti periti individui composta col nome di Società, pago di vedere il voto mio esaudito, dovrei starmi in aspettazione, e sperare.
Ma, sia amor proprio, o sia brama di essere giovevole ancor io, di che lascio giudice chiunque sa e vuole essere giusto, non posso non secondare la voglia che sento di pubblicar intorno alle cose spettanti alla nostra coltura delle terre alcune brevi scritture che ho in varii tempi abbozzate a fine di persuadere a me stesso che d’agricoltura parlando non direi tutto a sproposito.
Non scrivo, e non saprei, per gli uomini scienziati, mancami dottrina, erudizione, eloquenza degne della loro attenzione. Parlo a’ miei Concittadini non affatto idioti; i quali spero che, appunto perchè il mio dire è semplice e piano, potranno intendermi facilmente, e forse anche un qualche poco approfittare.
Perchè credo che la voce: Terrecoltura spieghi meglio e sia più facilmente intesa dai nostri Villici che l’usitata: Agricoltura, io, senza guardare s’ella sia registrata nel dizionario la userà senza scrupolo.
Dello stato nel quale fu ed è la terrecoltura nel Trentino principato
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DELLO STATO
NEL QUALE
FU ED È LA TERRECOLTURA
NEL TRENTINO PRINCIPATO.
Sin verso la fine del passato secolo decimottavo fu la Terrecoltura in questo paese, che la natura con invidiata parzialità favorisce, per un certo abitual languore degli abitanti, da più cause prodotto, con grave nostro danno trascurata anzi che no.
La gente di campagna lavorava, ma i lavori eseguivansi dietro metodi imperfetti, con dichiarata avversione ad ogni novità, senz’altre cognizioni che quelle dell’inveterata, pratica, e senza viste di utili maggiori. Quello che i giovani avevan veduto farsi dai vecchi era tutto ciò che potevasi; non si pensava neppure che fosse possibile fare meglio o di più. Sarebbe stato pensar male de’ buoni vecchi; i quali, essendo buoni, dovevano anche sapere e fare tutto in eccellenza.
I ricchi possidenti di terreni erano intenti a tutt’altro che al lavoro delle campagne. Alcuni di essi ignoravano dove i proprii fondi un poco lontani fossero situati. I loro affittuali e coloni ricevevano documenti nelle scritture, dette di Locazione, che i padroni non leggevano, ed essi non sapevano leggere. Se qualche Signore faceva eseguire un’opera agraria, la spesa era grande, e l’opera si faceva male, perchè gli operai erano inabili; e male o ben fatta, si trascurava direi quasi dai più. Per ciò era divenuta massima generale che al ricco non torna a conto lavorare a sue spese la campagna. Si potea dire, e dicevasi, qual che ne fosse poi la cagione, che i terreni più male coltivati erano in generale quelli de’ ricchi.
Molti fra gli Ecclesiastici lasciavano anch’essi in abbandono i fondi spettanti ai loro benefizii o per indolenza, o per timore di spendere, o per ignoranza, di un’arte la quale, a fine di porgere esempi di operosità, di promuovere il benessere nel popolo, e con ciò scemare i disordini causati dalla povertà, esser dovrebbe la più ricercata e cara ricreazione del Sacerdote.
I Comuni, allora liberissimi di fare del proprio tutto ciò che volevano, lasciavano scemarsi per frane, o volevano ad uso di pascolo, credendo ciò necessario, i pubblici terreni; e abbandonavano a marcire nelle selve travi e legname, oppur facevano de’ boschi inutili guasti, o li vendevano per sostenere lunghe liti, ovvero per comperare grani, di cui potevano avere abbondanza coltivando in maggiore quantità e meglio le proprie terre. Ad aver buone, brevi, e comode vie sul piano e ne’ monti si pensava in pochi luoghi; e così poca era la cura che se n’avea, che al presente il voler renderle praticabili costa ai paesi incredibili somme.
A praticare acquedotti non s’induceva la gente perchè si dipingeva la impresa impossibile, o per le enormi somme che sarebbonsi dovute esporre, al tutto ruinosa. I torrenti e i fiumi avevano pochi e malfermi ripari, ovvero tali che apportavano danni invece di giovamento; sicchè vedevansi tratti assai vasti di buon terreno o rapiti dalle correnti, o coperti di ghiaje, o ridotti a paludi.
Da siffatta indolenza e trascuranza, da tal languore quasi universale dell’inesperta popolazione, avevano origine mali gravissimi; tra i quali il non minore era deficienza di numerario, perchè il commercio, ch’esser poteva in molti rami attivo, e quindi sorgente di nuova industria, e d’utile sempre crescente, era per necessità passivo, e le genti invece di vantaggiarsi contraevano debiti, e dovevano ancora talvolta, soffrire penuria, e starsi affamate.
Questo misero stato, che non impediva ciò che suole avvenire quasi dappertutto, il crescere della popolazione, (perché, la salubrità del clima nelle valli alte, e lo starsi nella solitudine contenti al poco, e non assuefatti ad alcuna sorte di lusso, e segnatamente la religiosità madre del buon costume, favorivano e facean prosperare i matrimonii) costrinse una parte del popolo ad emigrare per più mesi dell’anno; e questa emigrazione, oltre all’utile del minore consumo che ne risultava, portò in paese denaro, esperienza, operosità, emulazione. I contadini, fatti coraggiosi dalla speranza di migliorar condizione, diedero mano a lavorar meglio i loro campi, e da essi, specialmente nelle valli, dove quasi ognuno possede poco o molto in terreni, cominciò (verità notabile) il movimento, e ’l progresso. Qualche Signore, non atterrito dall’insensato e funesto: non torna a conto: diede col suo esempio eccitamento all’operare più, e meglio; alcuni benemeriti Ecclesiastici fecero altrettanto sprezzando le calunnie de’ poltroni, e invidiosi; ma il progresso non sarebbesi veduto se i Villani non avessero dato principio, e poi chiesto con suppliche e con mi- nacce divisione di terreni comunali, ed arginazioni ai fiumi, e offerto ai ricchi migliori condizioni per poter coltivar meglio le loro terre. Noi vedemmo ridotti a coltura jugeri di terra a migliaja per le istanze ed importunità de’ poveri contadini, e dopo di ciò accresciuti i prezzi a favore di chi affittò i suoi fondi, nel nostro paese quasi dappertutto.
Succedettero poi le guerre, e i rivolgimenti politici; e quello che temevasi, dover apportare esterminio e miseria (ciò che avverossi per alcune famiglie) produsse invece bisogno di operare, sparse cognizioni ed esperienze nuove, difuse denaro, eccitò emulazione, aprì nuovi rami all’industria, procurò mezzi a chi nulla o poco possedeva in terreni di farne acquisto, e di ridurli a vantaggiosa coltura. I ricchi che non alienarono a mercanti od a contadini i loro fondi, venderono più cari i frutti delle campagne, e furono con ciò ammaestrati che in difetto di altri mezzi venuti loro a mancare, per non andar in totale decadimento bisognava rivolgersi alla coltivazione più diligente delle proprie terre. I poveri trovarono chi domandò e premiò l’opera loro, e per la operosità di questi, succeduta all’ozio cui erano condannati dapprima, crebbe notabilmente il benessere del paese. Chi vuol fare spassionato confronto tra lo stato in cui trovavasi il Trentino cinquant’anni addietro, e quello nel quale si trova al presente, è obbligato a confessare, che noi migliorammo d’assai, e che questo miglioramento è dovuto alla più diligente, e più ben regolata coltura delle campagne.
Sì, noi abbiam fatto nell’Agricoltura notabili progressi. Prove ne sono le molte paludi, e gli ampii terreni, che giacevano prima infruttuosi, ridotti a prati ed a campi; i fondi, che stavano da gran tempo negletti, al presente rinovati: gli acquedotti qua e là praticati; le spese enormi fatte per assicurarsi dai guasti che portavano fiumi e torrenti; l’uso della patata generalizzato; le numerose, e più regolari, e più diligentemente curate piantagioni di viti e di gelsi; le strade in molti luoghi migliorate; il numero de’ mendicanti ridotto a pochi più sventurati che inoperosi; i prezzi delle campagne aumentati d’un terzo e fin di due.
Ma sarebbe in inganno chi si desse a credere che poco più altro si possa fare, e che ciò che si fa sia tutto ben fatto. Ci rimangono ancora molti lavori, e maniere di coltivazione, cui pochi pongono mente, e in generale parlando la nostra Terrecoltura ha tali mancanze che impediscono dell’arte il progresso ed i vantaggi. Veggiamo ancora e rivi e torrenti cagionare grandi ruine, e portarsi via a poco a poco larghi tratti di terreno, e fin di colte campagne. Abbiamo vaste lande incolte, e terreni trascurati, che messi a coltura produrrebbero grano ed altri frutti in abbondanza. Si coltivano in poca quantità alberi da frutto, e piante ortensi (erbaggi) e invece di fare di varie sorti di eccellenti frutta utile smercio, ne facciam compera dai vicini.
Il gelso o la vite sono da alcuni coltivati, o piuttosto trascurati in guisa, che se ne ritrae il minimo utile possibile, o si coltivano in luoghi dove non è a sperare che paghino la spesa, ovvero dove si potrebbe ricavare da altri generi frutto più necessario e più abbondante. Le vie consortali, e fin le comunali, sono in più luoghi così male dirette e mal tenute, che ne viene ritardo notabile ai lavori nelle campagne, e perdita di grande quantità di terreno per li mostruosi loro giri e rigiri, e per li danni che debbonsi cagionare da chi vi passa o pedestre o con carri. Benchè siamo tra monti scarseggiamo di legname necessario ai moltiplici usi, perchè o non si approfitta de’ boschi dei privati e delle selve de’ Comuni, o profittandone si distrugge e non si ha cura di rinovare, e perché i tagli si fanno da interessati speculatori i quali, con danno del pubblico, vendono i legni agli estranei. Voi viaggiate per giorni interi senza vedere un Alveare; e noi potremmo e dovremmo averne a migliaja. Si conosce ancora poco la maniera di aumentare, perfezionare, ed usar con vantaggio i concimi, e là dove se n’ha scarsezza ignorasi da molti il modo onde poter supplirne il difetto. E chi vi è che, persuaso della necessità, e utilità grandissima de’ prati, procuri di averne in sufficiente quantità? La massima delle mancanze è questa. Finché non avremo buone praterie, e molto bestiame, e abbondanza di concime, non si potrà mai dire che tra noi prosperi l’Agricoltura. Fate pure piantagioni di viti, ingombrate pure le campagne con selve di gelsi; ma ove il terreno manchi di concime che lo fecondi, il frutto di questi e di quelle sarà sempre scarso, e vi mancherà il grano, e dovrete, invece di fare commercio attivo di bestiame, comperar care le carni.
De’ mezzi onde istruire ed animare la gente a darsi di proposito alla coltura delle terre
DE’ MEZZI
ONDE
ISTRUIRE, ED ANIMARE LA GENTE
A DARSI DI PROPOSITO
ALLA COLTURA DELLE TERRE.
Se vero è, com’è verissimo, che molto ancora ci rimane a fare acciocchè possa dirsi che il nostro paese prospera per la Terrecoltura, gli amatori del pubblico bene debbono farsi la domanda: Come si può animare la gente a coltivare con nuovo e maggior utile i terreni e come porgere ammaestramenti intorno alla maniera di far bene e con vantaggio quello che per ciò far si dee?
Io sono sempre stato e resto nella persuasione, che le opere scritte dai Dotti usando il linguaggio della Istoria naturale, della Chimica, e della Fisica, possano apportare poco giovamento. Se ne stamparono molte erudite, nelle quali si leggono utili esperienze. Ma quanti sono quelli che ne sieno proveduti? quanti che le intendano? quanti che facciano parte delle acquistate cognizioni ai Villici che non possono i grossi e scienziati volumi leggere ed intendere? Se la lettura di tali opere ha ad esser utile, e nessuno sarà ardito di negarlo, ciò si può dire solo delle persone colte; ma al popolo riuscirà di giovamento sol tardi, cioè quando le colte persone avranno esposti in modo persuasivo i letti insegnamenti ai contadini. E chi è che voglia esercitare questo uffizio colla necessaria insistenza? Converrebbe levar prima quel cotal muro di separazione che è tra ’l povero e ’l ricco, tra lo scienziato e l’idiota.
Per ciò io dico, e me lo insegnò esperienza, che il mezzo più pronto e più efficace d’istruire e insieme animare ogni sorta di gente è, come in tutte le cose, anche in questa: Dare esempi. Alle teorie pochi porgono orecchio e pochi credono: gli esempi convincono e persuadono. Si è veduto che tutte le agrarie operazioni bene riuscite furono tosto imitate da molti. Quando l’utile è certo, l’interesse eccita a fare: e se l’interesse è ancora indeciso, stimola l’invidia, o la vergogna. E giova più il dire: Il tale nel tal luogo ha fatta la tale operazione, e se ne chiama contento perchè ne ritrae molto utile; che l’esortare a leggere un libro od un giornale, ovvero trattenersi ed esporre quello che nel libro o nel giornale si è letto.
Persuadansi gli amministratori de’ Comuni, e i proprietarii de’ fondi che, dovendo uscire del loro paese, l’obbligo assunto da quelli e l’interesse proprio di questi, comandano di aprire gli occhi, di osservare là dove passano come sono coltivate le campagne, e di notare i lavori nuovi, e d’interrogare, e poi riferire ai concittadini quello che venne loro veduto ed udito; e in breve tempo o s’immiterà il bene ed utilmente fatto, o si faranno progetti intorno alla possibilità e maniera d’immitare. Dal progettare all’eseguire è sovente un breve passo. Quest’uffizio dell’esporre quello, che si è osservato di utile, e di rendere generale il notarsi, l’interrogare, il riferire esortanti o all’immitazione, può, e come cittadino e cristiano dee, adempierlo ognuno. Parlino delle avvenenti e belle donne vedute, dei divertimenti goduti, della maniera di vivere in altri paesi lontani e vicini, se così loro piace, quelli che per molto o per poco si allontanano dalla patria; ma per onor proprio, e per utile di questa patria (che si ama solo coll’esserle giovevole) sia anche un dovere il mettere in cognizione i proprii paesani di quello che si è veduto farsi altrove con vantaggio in ciò che riguarda nel più ampio senso la Terrecoltura.
Se tutti volessero adempiere quest’uffizio, che io reputo doveroso, noi vedremmo in breve inco- minciarsi tra noi qui e lì opere utilissime. Ed ove quelli che sanno esporre con chiaro e piano stile i loro pensamenti volessero per amore del pubblico bene mettersi a dettare le loro osservazioni, e farle in piccoli volumetti stampare, questi, costando poco, si divulgherebbero prestamente, se pur quelli che vi han obbligo volessero all’util opera dar mano. Quasi in ogni piccola terra vi è scuola per li fanciulli, e ai più vili enti si danno in premio de’ libriciuoli. Chi sceglie codesti libri? Non persone che sanno, e pel bene pubblico nutrono amore, ma i librai quasi sempre, ai quali si dice: Datemi per tanti fiorini libri ben legati che servano da distribuire per premii ai bravi scolari. Oh, chieggano i Curatori d’anime che sien donati buoni libri di solida e pura morale; ma i Direttori de’ Comuni, di accordo con essi, offrano anche in premio libercoli che trattano di cose agrarie ed economiche! Con questo mezzo se ne potrebbe difondere in poco tempo buon numero per tutto il paese; nelle famiglie de’ premiati, essendo i libri scritti come conviene, si leggerebbero con piacere, e il fine che gli scriventi si proponevano, si otterrebbe indubitatamente.
In queste operette dovrebbonsi nominare i luoghi e le persone che in quelli eseguirono agrarie operazioni immitabili. Da ciò verrebbe doppio vantaggio: i volonterosi di approfittare degli esempi si porterebbero a vedere ed imparare; e quelli che fatta avessero cosa utile, vedendosi nominati con lode, ne avrebbero il meritato premio d’onore. L’onore che si tributa spontaneo al buono ed operoso cittadino è più pregevole assai, e produce maggior bene che ogni altro premio; perchè quest’altra sorte di premi lascia sovente sospettare che siensi ottenuti per intrighi rubandoli ai meritevoli.
Metodo usato nell’istruire i giovani contadini da un maestro di scuola
METODO
USATO NELL’ISTRUIRE
I GIOVANI CONTADINI
DA UN MAESTRO DI SCUOLA
Un Maestro di scuola in un villaggio aveva osservato ei medesimo e letto, che la gente di questo mondo segue nell’operar suo i dettami che sono il risultato de’ suoi pensamenti, cioè che opera quello di che la sua mente è più occupata: e notato aveva ancora che le menti delle persone si occupano in tutta la vita unicamente, o principalmente, di quello che videro ed udirono per lungo spazio di tempo nella loro gioventù.
Sapendosi egli obbligato d’insinuare a’ suoi scolari sentimenti religiosi, ma pur anco d’istradarli al bene e volonterosamente operare nella loro condizione di contadini, che è pur cristiano precetto, il quale osservato apporta utile per questa e per l’altra vita, fondando le sue speranze sul principio esposto, immaginò maniera di rendere la istruzione piacevole e fruttuosa, maniera che un esito felice coronò.
Doveva insegnare aritmetica, e date le regole delle principali operazioni, incominciò, così per passatempo, il numerar coll’ajuto de’ fanciulli quanti uomini, e quante donne, giovani e vecchi, vivevano in quella terra, e ne risultò il numero della popolazione. Poi fecero insieme il calcolo di quelli che sono atti al travaglio in campagna, di quelli che non possono lavorarvi, di quelli che stanno ivi lavorando tutto l’anno, e di quelli ch’emigrarono per lavorare o servire altrove, dal quale calcolo risultò quanti sieno i lavoranti, e per quanto tempo un uomo, una donna, possa in tutta la sua vita lavorare in pro suo e di altri. Passò indi a computare il frutto annuo che si ricava dalla terra lavorata dai proprii paesani in carri di fieno, staja di grano, misure di vino, libbre di seta, passi di legname ec. e ridotta la somma a denaro, vi si aggiunse il guadagno di quelli che vanno a lavorare fuor di paese.
Il numero delle bestie nutrite nella villa, fin delle galline, si rilevò dai ragazzi in un momento; poi si fece computo di quanto esse costino in opera di chi ne ha cura, in fieno, in grano, in patate ec. Fatto questo si esaminò quanto sia il frutto che se ne ricava in concime, in latte, in uova, in carni, in pelli, e in denaro effettivo colla vendita degli al- lievi: e dalla somma totale si fece detrazione di quello, che si rilevò uscire per comperare animali.
Altre volte numeravansi le case della villa, e, considerata la condizione d’ognuna, avendo riguardo ai comodi e alle mancanze, se ne faceva la stima; indi si rilevava il valore de’ carri, de’ rustici attrezzi, delle mobilie di una casa, indagando quali e quanti oggetti si preparavano in paese, e quali e quanti si debbono comperare, e a qual prezzo, e con che si pagano. Non tralasciò poscia di fare il novero degli artigiani che lavorano in paese e di quelli che mancano, e delle somme che debbonsi esporre per pagare l’opera degli estranei. Calcolò il guadagno annuo d’un calzolajo, d’un sarto, di un tessitore, d’un fabbro, d’un falegname, d’un muratore, e fece sopra ciò sue riflessioni.
Venne a parlare del necessario e del superfluo in cibi, in bevande, in vestimenti, in viaggi, in ricreazioni, e tutto sottopose a calcolo quanto potevasi esatto, e tirò conseguenze, e fece, e indusse i giovani a fare osservazioni, e proponimenti. Questi calcoli davangli poi l’opportunità di chiedere quanti e quali fossero i campi, i prati, le vigne, i boschi, in cui scorgevasi diligente coltura; e numerando, ed approssimativamente misurando que’ tratti di terreno che vedevansi trascurati, e potevansi coltivare meglio, alla maniera di quelli, mostrava a conti fatti quanta maggiore prosperità goderebbe quel paese quando tutti coltivassero bene le loro terre.
Non voglio essere nojoso ai Lettori col dire tutto quello che il bravo e zelante Maestro venne col suo metodo insegnando ai ragazzi. Ognuno può dal detto immaginarselo facilmente. Ma ben debbo far osservare che gli Scolari si prestavano con piacere a tutte le operazioni, e che andavano a gara nell’osservare, e riferire tutto con esattezza. E quello che più importa che sappiasi è, che quel rivolgere l’attenzione sopra ogni cosa spettante all’agricoltura e all’economia, quel porre tutto a calcolo, valse ad istruire eccellentemente, nelle cose necessarie ed utili a sapersi e a farsi, quella generazione, dalla quale sortirono bravi agricoltori e saggi economi, che notabilmente migliorarono la propria condizione, e quella di tutto il villaggio.
Danni che apporta il regolarsi nelle opere agrarie dietro le mutazioni della luna
Quelli i quali credono che la Luna colla sua debol luce, o con altro che non sanno spiegare, influisca su molte cose, e specialmente su le piante, favorendo o danneggiando col nascondersi, o col farci vedere le corna, o col mostrarsi tutta bella e ridente, ovvero turbata e maninconiosa, affermano che le sue influenze sono provate dall’esperienza.
Io non voglio dire che i favori o disfavori attribuiti alla Luna sono certamente effetti di altre cause molto influenti, quali sono peresempio l’umido o il secco, la frigidezza o il calore, la magrezza o la pinguedine della terra, i venti o caldi o freddi, il cielo nuvoloso o sereno, la qualità delle sementi, la maniera usata nella coltura delle piante, l’ora stessa in cui si è fatta l’operazione, ed altre ancora facili a indovinarsi, tutte efficaci e d’innegabile influenza.
Non voglio nemmeno far osservare che quelli i quali non hanno agl’influssi della Luna credenza, delle sue buone o cattive influenze non s’avvedono mai; e che operando secondo le buone regole e a tempo debito, senza punto badare alla Luna, ritraggono dai loro fondi quel tanto che ne ricevono gli osservatori di quella, e sovente di più, e di migliore qualità. Questo è pure confermato dall’esperienza. Ed io potrei nominare famiglie non poche le quali hanno campagne ben lavorate, e fruttanti assai, e non curansi mai di sapere i quarti della benedetta Luna.
So che coloro i quali credono di aver a regolare le operazioni campestri secondo i detti quarti, dicono che il prodotto sarebbe ancora più abbondante e migliore, se quelli volessero persuadersi che la Luna influisce, e prendessero norma nel lavorare da essa. Ma io so un’altra cosa, ed è a questa cosa che vorrei che si mettesse attenzione. So, e può saperlo chiunque non va per li campi cogli occhi chiusi, che l’operare secondo le fasi, o, come diciamo, secondo i quarti della Luna, cioè in Luna detta buona, apporta spesso danni gravissimi.
Avviene assai volte che la stagione, per molte ragioni tutte naturali e facili a conoscersi, non permette che si facciano certi lavori. Ma la Luna è buona, dunque si fanno: s’innestano alberi, si vangan orti, si arano campi, e vi si spargono i semi. Il freddo, e l’intemperie continuano in onta della buona Luna, e gl’innesti vanno a male, e le sementi marciscono, o crescono bensì ma lentamente e deboli le piante, e il frutto o si perde o si ha molto scarso. Queste opere eseguite otto o dieci dì più tardi sarebbono riuscite felicemente, perchè la stagione diveniva intanto più favorevole. A chi fosse ardito di negare queste verità converrebbe dire: Apri gli occhi, e bada meglio a’ fatti tuoi.
L’anticipare per cagion della Luna le agrarie operazioni è danno grave; ma a diferirle perchè la Luna non è buona, lo rende ancora maggiore. La stagione è propizia, il tempo è bello; chi non osserva la Luna lavora e compie le opere sue perfettamente. Quelli che aspettano la buona Luna stannosi intanto oziosi predicendo ai lavoranti disgrazie; e quando il calendario dice: ora la Luna è al vero punto, ora è tempo di lavorare: sopragiunge il vento, il freddo, la pioggia, o il terreno si è indurito per calore, secondo le stagioni, e lavorare o non si può, o si può con disagio, e con pena, e male, o troppo tardi. Quante volte non abbiamo noi veduto accadere questi inconvenienti? E chi potrebbe calcolarne li danni?
Il saggio, ponendo mente alle dette esperienze, risolverà di fare più conto degl’influssi del Sole, e di regolare le operazioni sue agrarie piuttosto dietro lo stato e la condizione delle stagioni e del tempo, che dietro le fasi della Luna, i cui influssi o son nulli, o sono tali da non curarsene. Io per me crederò agl’influssi della Luna quando mi si avrà provato chiaro con buone ragioni, che gli effetti attribuiti a questi influssi non possono essere prodotti da nessuna altra causa; e intanto mi terrò fermo nel credere che le vere cause della buona o mala riuscita nella coltivazione sono indubitatamente quelle che ho esposte di sopra. Alle quali vorrei che la gente mettesse per il suo bene molta attenzione.
Del torna o non torna a conto in riguardo alla coltura delle viti
Vi fu tempo nel quale, sebbene convenzioni tra i Vescovi Principi di Trento e Bressanone, indi ordinanze de’ Conti del Tirolo avvocati delle due Chiese, mettessero impedimento al libero smercio de’ vini trentini in terra tedesca, pure, poichè il vino era quasi il solo genere con cui facevasi dagli abitanti della valle d’Adige qualche commercio attivo, tornava loro a conto il coltivare le Viti con ogni possibile industria, anche perché allora tale coltura, pel basso prezzo de’ legnami, esigeva piccola spesa.
Al presente è in libertà d’ognuno vendere a chi gli piace il suo vino. Ma questa libertà conceduta a chi vende, è pur accordata a chi vuole o dee comperare; e li possessori di vigne fanno per
ciò lamenti dicendo, che per questa licenza, e per altre molte gravezze, il commercio del vino è, secondo la loro espressione, interamente ruinato.
Queste lamentazioni de’ venditori di vino prodotto ne’ proprii fondi, hanno fatto sorgere il dubbio: Se torni loro a conto continuare come si fece in passato ad aver cura speziale delle Viti, o s’ei debbano scemare il numero de’ vigneti; e in questo caso domandasi ancora: per quale altro modo possan eglino indennizzarsi del danno che apporterebbe l’appigliarsi a questo partito.
Non vo’ ripetere quello che vanno dicendo i compratori, cioè che tai lamenti non sono giusti; imperocché, sebbene siensi aumentate e perfezionate di molto le piantagioni, e quindi cresciuto sia il prodotto del vino, e sebben se ne possa ritirare dal regno lombardoveneto, pure il prezzo n’è caro tuttavia, dovendosi in questi anni sborsare per una misura di vino un terzo o un quarto più di quello che pagavasi ne’ tempi andati. Dirò invece che a questo rispondono i possessori di vigne, essere cresciuti i tributi, e il prezzo della mano d’opera, e quello de’ legnami, e trovarsi alterato di un sedici per cento il corso delle monete in loro danno. Le quali cose, essendo vere, mi fanno strada a dire il parer mio intorno alla domanda: Se torni o non torni a conto coltivare Viti come in passato.
Non torna a conto, per mio avviso, coltivarne su li piani dove il prodotto è, per più cause, molte volte scarso, e sempre cattivo, e di vile prezzo, perché sul piano si può avere di meglio. Non torna a conto coltivar Viti a pergola, perché il prodotto in pochi luoghi vi matura bene, ed è soggetto a marcire, e perché le pergole costano assai, e rendono infruttuosi grandi tratti di terreno. Torna a conto coltivare Viti su le colline, e a filari, o, come tra noi si dice, a stregle, a scarozzi, perché dalle colline si può ricavare poco prodotto d’altro genere, perché tale coltura costa assai meno che a pergola, perché la minore quantità rende sicuro lo smercio, e perché la qualità migliore sostiene il prezzo, ed esclude la concorrenza.
Se i possessori di fondi volessero far bene i loro conti, e mettere in calcolo, oltre al già detto, anche le altre spese in locali, in botti, in manodopera, e le perdite in quantità, e qualità dei Vini, e gli scapiti provenienti dal dover vendere talvolta a credenza e a qualunque prezzo, si farebbero persuasi che seguendo le dette regole non se ne avrebbe alcun danno. Certo almeno mi sembra che facile sia procurarsi di tal danno, posto che fosse reale, compenso con usura. Lascio stare, che adoperando sulle colline sol pali brevi, e fatti con pezzetti di legno maturo, si verrebbe ad avere grande risparmio in legname, chè al presente valendosi di pali interi e giovani si distruggono ogni anno grandi tratti di selve; e fo queste domande. Non danno i nostri fondi posti sul piano (eccettuo i sabbionosi, ne’ quali stà bene che si coltivino Viti) non danno essi abbondante raccolto di fieno, e di grano? E il grano e il fieno sono forse tra noi generi di poco valore? Debbono gli abitatori del piano comperare dai montanari e fieno e paglia, di cui avrebbero bisogno questi medesimi per allevar più bestiame e ingrassar meglio le loro terre. Tutti dobbiamo comperare dagli estranei il grano a migliaja di some. Chi n’avesse di superfluo trarrebbe denaro (con brighe e pericoli minori) almen quanto ne ritrae dal vino, e impedirebbe in parte la passività del commercio che ci porta via annualmente enormi somme.
Si vuole ostinarsi ad avere poco bestiame, e a comperar caro il grano? Ebbene facciansi nelle pianure piantagioni di Mori, la cui coltura costa pochissimo, e il cui prodotto è maggiore d’assai di quello delle Viti; e tanto più da apprezzarsi in quanto che introduce denaro estero, laddove il commercio del Vino, se ben si considera ogni cosa, è per noi poco più che un puro cambio.
Vuolsi proprio avere di tutto? Si coltivi dunque di tutto; ma di tutto si aspetti poco; e si ringrazii di questo Iddio; e cessino le lamentazioni.
De’ tratti di terreno conservati ad uso di pascolo pel bestiame
Era nella Naunia, pertenente ai Comuni di Cles, Tassullo, e Tueno, un assai vasto tratto di terreno che da molti secoli serviva a mandarvi a pascolare le bestie.
Una parte delle popolazioni propose di dividere tra i Comuni, ed indi tra i Vicini, ossia capi di famiglia di ciascun Comune, il detto pascolo, e di ridurlo a campi e prati coltivandolo. Un’altra minore parte, alla testa della quale stavano i possessori di molti fondi, si oppose ostinatamente alla divisione dicendo, che per la mancanza del pascolo scemerebbe grandemente il numero delle bestie, ed oltre a questo danno per se grave ne risulterebbe un altro maggiore, quello cioè di non poter ingrassare e lavorare nè i nuovi campi, nè quelli che già da lungo tempo si coltivavano.
Si disputò lungamente; si scrissero pasquinate, e si passò dall’una parte alle minacce, e dall’altra ai tumulti. Finalmente la vinse il partito che domandava divisione, e il vasto spazio (sul principiare di questo secolo) si è suddiviso in molti pezzi toccati in sorte ai Vicini, con obbligo ad ognuno di pagare una tangente per l’estinzione del debito comunale.
Che ne avvenne? Primi fra tutti i poveri dissodarono con ardore le loro Sorti (così nominiamo le porzioni che la sorte ad ognuno assegnò) e il frutto che ne ritrassero abbondante in Segale, Orzo, Legumi, Patate, Cappucci ec. invogliò gli altri a dissodare. Al presente vedete quel grande tratto di terreno convertito in alcuni prati, e in molti campi lavorati con diligenza. Il fieno, le paglie, le canne del mais, e gli altri strami, danno abbondante foraggio al bestiame bovino, il cui numero si accrebbe d’un terzo e più. Delle patate migliori che que’ campi danno, si ciba per più mesi la gente; e quelle d’inferiore qualità sono consumate da un grande numero di porci. Il grano che se ne ricava, misurato a staja trentine, ascende a più migliaja. Le terre già prima coltivate, invece di esser lasciate, come temevasi, in abbandono, si coltivano con maggiore diligenza. I contadini pagano ai proprietari, che affittano loro i fondi, un quinto, un quarto più che in passato; e il prezzo delle campagne si aumentò del terzo e della metà.
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