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Le Istorie Trentine in compendio ristrette ad uso della principiante studiosa gioventù e del popolo

Giuseppe Pinamonti · 1847 · Free in the US

17,424 words · about 1 h 13 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Author
Giuseppe Pinamonti
Language
Italian
Published
1847
Length
17,424 words · about 1 h 13 min
Sections
5 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (5)
  1. Front matter under 1 min
  2. Prefazione about 7 min
  3. Epoca prima about 34 min
  4. Ai cortesi lettori about 3 min
  5. Epoca seconda about 29 min

Continue:

Front matter

LE

ISTORIE TRENTINE

IN COMPENDIO RISTRETTE

Prefazione

Pochi sono tra gli uomini quelli che la Istoria non amino. Vecchi, adulti, giovani di tutte le condizioni e d’ambi i sessi ne sono più che d’altro curiosi, e grandemente se ne dilettano. Coloro i quali narrar sanno avvenimenti del passato con chiarezza e con grazia si conciliano l’attenzione, la stima, e l’amore degli ascoltanti, e sono accarezzati; e con istanza pregati di fare qualche altro racconto. E se questi racconti versano intorno a fatti avveratisi nel proprio paese, il piacere che ognuno vi trova è ancora maggiore, perchè l’Istoria patria diletta e giova assai più che la straniera.

In onta però a queste naturali disposizioni a tutti comuni si apprende l’Istoria, e specialmente quella del paese natìo, pochi si trovano che ne sappiano tanto da poter istruirne altrui con mutua compiacenza. Ed è anzi l’ignoranza delle Istorie, e delle patrie in particolare, in molti luoghi così universale, che fin persone che si dovrebbero credere colte, allorchè il discorso cade su le vicende alle quali il proprio paese andò soggetto, o su gli uomini di merito che lo illustravano, quest’ignoranza fanno manifesta in modo, che pel poco che altri ne sappia dee arrossire di vergogna per essi.

Una delle cause, e forse la principale, di ciò è la mancanza di compiute patrie Istorie, mancanza di cui pochi sono i paesi che non abbiano a lagnarsi. Un’altra è che coloro i quali ne scrissero si diedero cura di stendere le scritture loro in maniera che piacer potessero ai dotti, e fossero da questi applaudite, e di piacere e giovare al popolo e alla gioventù non si diedero pensiero. Sceltezza ne’ termini di lingua nobile, frasi ricercate, elocuzione forbita, artificiosi periodi, erudite citazioni, indagini critiche non sempre bisognevoli, calde confutazioni, queste sono per essi, e per li pochi che possono intendere e trovarvi piacere, le vere delizie dell’Istoria, e gli ornamenti senza de’ quali a parere di molti non meriterebbe neppure d’Istoria il nome. Il frutto poi conviene studiarsi di cavarlo dai frizzi e dai sali, dalle sentenze profondamente politiche, e dalle osservazioni filosofiche ancora più profonde. Ora questa sorta di libri non sono intesi nè dalla gioventù nè dal popolo, cui per intendere mancano le necessarie precognizioni. E poichè quello che non s’intende non si legge, la gente si trova suo malgrado condannata a vivere nell’ignoranza di ciò che più le piacerebbe e gioverebbe sapere; e col dir gente intento significare tutta la popolazione di un paese.

In questa spiacevole affliggente condizione ci troviamo anche noi abitatori del Trentino. Pochi, fin tra quelli che in altro si acquistarono molte cognizioni, danno prove di essere nella patria Istoria fondatamente istruiti; la nostra gioventù, anche la studiosa, la ignora del tutto: il popolo o niente ne sa, o tiene per vere ed esatte le tradizioni manche, e confuse e guaste dalle favole. E noi non difettiamo già di libri Istorici, chè molte sono le opere da valenti uomini intorno le trentine Istorie pubblicate. Ma i più scrissero in particolare, cioè o solo de’ tempi antichi, o di quelli dell’età di mezzo, o delle cose puramente civili, o soltanto delle ecclesiastiche, o di alcune famiglie illustri, o di una sola valle, o d’una sola città: e quelli che professarono di scrivere di tutto il Trentino, e dar ce ne vollero le più importanti memorie, o ce le offrirono povere di notizie utili, ed imperfette, o tali che pochi, per le sopra addotte ragioni le possono leggere con piacere e profitto. Ed è poi grande e deplorabile sventura nostra che alcuni scritti, sì di nostri che di stranieri, servirono più presto a mettere nella nostra Istoria confusione e incertezza, che a dilucidare i fatti, e a fare manifesta la indubitata verità.

Finchè non sorgeranno di questi animosi che abbiano tanto di coraggio da anteporre l’altrui profitto, il profitto generale, alla propria gloria, o diciam meglio vanità, chè gloria vera uom si procaccia solo coll’esser utile ai molti, non si vedrà in nessun luogo la gente istruita della sua Istoria. Allora solo si leggerà, e si verrà in cognizione di quella d’una città capitale e della sua provincia quando uno, o più, amanti della loro patria e del vero, dopo avere con diligenza raccolte le più accertate ed importanti notizie intorno a ciò che può tornar utile sapere, si daranno la pena di restringer quelle notizie in un compendio scritto con proporzione e misura, nè troppo breve in alcune cose, nè troppo diffuso in altre, usando vocaboli bensì proprii ma comuni, astenendosi dalle figure come dalle frasi che per essere intese richieggono in chi legge coltura, e spiegando certe voci ed espressioni delle quali non potrassi fare a meno di non valersi talvolta.

Il popolo per la sua condizione che non offre mezzi per coltivarsi è ignorante, ignoranti sono i giovanetti negli anni primi di studio, sono tutti quali erano in età giovanile coloro che per lungo studiare si fecero dotti e scienziati. Chi vuol essere bene compreso dalla gioventù, e da quelli che diciam popolo, cioè da tutti i non letterati, dee pensare agli anni dell’ignoranza sua propria, ed adattarsi alla condizione di quelli che vuole istruire, al grado di sviluppo del loro intendimento, alla cognizione che aver possono della lingua, senza però avvilirsi usando voci e maniere di dire triviali. Un libro dettato con queste avvertenze, specialmente se istorico, troverà certamente lettori fra ogni classe di persone, tra villici ed artigiani, fra la studente curiosa gioventù, e tra gli stessi dotti amanti della semplicità, e della naturalezza che non affaticano la mente.

Io mi sono studiato con tutto lo sforzo del mio

qualunque siasi potere di ristringere le trentine Istorie in un Compendio quale sono persuaso che solo possa valere ad istruirne il nostro popolo, cioè tutta la gente di alta e bassa condizione, e la studente nostra gioventù. Scrivo per il popolo, perché so ch’esso ama di conoscere la patria Istoria, e vi trova diletto; scrivo per lo popolo perché la cognizione dell’Istoria patria promuove in esso quella coltura ch’è onorifica ed utile al generale, ed accende o ravviva l’amore del natio paese, senza il quale un popolo è nulla. Scrivo per la studiosa gioventù principiante, e valgomi di stile facile e piano, perché mio intendimento e desiderio è solo che i nostri giovani tutti possano intender bene ogni cosa, e intendendo prender amore all’Istoria della patria loro, e questa patria amare per la cognizione degli avvenimenti che le furono di scapito, ovvero di utilità e di gloria.

I nostri giovani ingegnosi e valenti dopo aver letto e riletto il compendio che loro presento, saranno certo vogliosi di legger anco le nostre opere istoriche (delle quali con questo intendimento, e per tributare la debita lode agli Scrittori, farò per entro alla mia scrittura menzione) e tal lettura gl’istruirà a sufficienza di tutto quello che il paese nostro quanto a Storia riguarda. Qual piacere per essi il potere, fatti adulti, parlare con cognizione piena ai loro figli o nipoti, al popolo nostro, agli stranieri, di ciò che ne’ tempi andati avvenne di notabile fra questi monti, di ciò che di lodevole operarono i nostri Maggiori? E qual onore per quelli

tra loro, e ve ne sarà, che si accingeranno a far raccolta de’ necessarii materiali, e dopo averli giudiziosamente ordinati, e chiaramente esposti, faran dono all’amata Patria di una sua Istoria vera, e compiuta!

Avverto i Lettori che questa che offro loro compendiata è tolta per intero o da libri stampati, o da manoscritti e documenti non ancora pubblicati. Tuttavia, sebbene chi scrive un compendio sia disobbligato dal fare citazioni, io mi terrò in obbligo di riferirmi alle autorità di accreditati Scrittori, e di metterle in chiaro con ragionamenti quando si tratterà di fatti non ancora bene avverati e pur molto importanti, come lecito mi farò di mostrare la falsità di alcune adottate opinioni, e la fallacia di arbitrarie interpretazioni, opponendo a queste e a quelle i dettati del comune buon senso, e leggi di sana critica, od inconcusse prove di fatto.

Per tenere nella narrazione buon ordine, ed essere di ajuto alla memoria de’ Leggitori, divido questa Istoria in Epoche e Periodi. Epoca è il tempo nel quale si compì un avvenimento di grande importanza che produsse in un paese notabili cangiamenti. Periodo è il seguito de’ fatti che occorsero tra un’Epoca passata, ed un'altra che viene dopo quella.

Le memorie de’ primitivi tempi sono per noi, come per ogni altro popolo, tranne l’ebraico, assai scarse e confuse. Eppur è di molta soddisfazione, e di grande utilità poter con certezza conoscere del proprio la vera origine. Di questa i nostri Scrit-

torio non parlarono punto, o parlarono in maniera da lasciar tutto in una confusione che si fa increscevole come causa di strani e contrarii pareri. Io mi credo in debito di procurar di mettere i Lettori intorno a ciò in chiara cognizione, perché piacer dee ad ognuno uscir di dubbiezze, e perché, conosciuta l’origine vera di una gente, facil riesce il formar questi giudizii intorno a quello che d’essa narra l’Istoria. A conseguire un tal fine dovrò far uso di quanto mi insegnano le antiche memorie spettanti all’Europa, e sopra i dati certi che queste ci offrono ragionare. Prego per ciò i saggi Lettori che amano vedere chiaro per non restare più oltre dubbiosi, di sospendere il loro giudizio fino che avranno letto attentamente e per intero l’epoca prima, e il primo periodo. Superata, non però senza qualche piacere, la prima inevitabile difficoltà, il seguito della narrazione scorrerà facile e piano, e ardisco dir anche tale da poter venire gradito ad ogni discreto Trentino.

Epoca prima

Secondo quello che ne dicono le antiche memorie l’Europa era in gran parte abitata al tempo della famosa guerra fra Greci e Trojani, fattasi dodici secoli prima della comparsa di Gesù Cristo, e cinquecento anni innanzi la fondazione (la prima fabbrica) di Roma. In quel tempo abitavano a’ pie’ de’ nostri monti di quà del mare Adriatico le popolose genti Euganee; di là del Po fin alla sua destra ripa erano i numerosi e potenti Etrusci; la Germania meridionale era, come a chi ne dubitasse proveremo, occupata dalle genti innumerabili de’ Celti; i Galli, di celtica origine pur essi, coltivavano il paese che or dicesi Francia, ed erano già nei primi anni di Roma cresciuti a tanta moltitudine che devettero per varie parti emigrare a migliaja facendosi strada con le armi.

Da questi fatti certissimi è forza conchiudere e tenere per indubitato che anche nelle nostre Valli, e specialmente in quella dell’Adige, bastantemente ampia, fertile, e meno che altre soggetta ad essere devastata dal fiume, che allora ancor più che al presente era in tutto il suo corso costeggiato da pendici e colline, erano in que’ tempi abitatori venutici dall’uno o dall’altro dei circostanti popolati paesi. Im- maginarsi le nostre Valli deserte, od abitate solo da pochi selvaggi, mentre le vicine provincie si trovavano piene di popolo, è al tutto impossibile.

Essendo vero tutto ciò, si dimostra da sè che i primitivi abitatori della vallea dell’Adige qui stabilitisi non potevano, posti in mezzo a tanti popoli, starsi quieti, e sicuri, e provvedere a’ loro bisogni senza un capoluogo che servisse loro di ricovero, e che fosse residenza de’ capi del popolo, ritrovo e convegno delle generali adunanze, e centro della comune difesa. Nè giova l’opporre che in que’ remotissimi tempi non sapevan gli uomini edificare abitazioni, o non se ne curavano. Cura di fabbricare non si prendean, nè si prendono, i popoli sempre pastori, erranti per necessità, chè ad essi bastano tende o capanne. Ma tostochè un popolo, od una tribù, giungeva in luogo ove poter prendere sicura stanza, e procacciarsi di che sussistere, ed alimentare il suo gregge, ivi subito edificava stabili abitazioni, e come sapeva meglio munivale. Nè è poi necessario supporre che la città fosse da prima tale quali erano in que’ tempi altrove alcune, e quali sono moltissime al presente; bastava che fosse in origine, se volete, uno di que’ recinti difesi da grossi massi di roccia posti in circolo che usavano di avere certi popoli, e che vedevansi in Germania e nelle Gallie; poi un corpo unito di fabbricati in cui potessero soggiornare sicuri dagl’insulti delle fiere e delle stagioni molte famiglie, una grossa terra (villa) una borgata, che poi si ampliò, si fortificò, si abbellì come avvenne di tutte le altre, e da essi medesimi que’ primi fondatori, a da altri popoli sopravvenuti.

Questa borgata diventa col tempo città, poichè altre non ne possono contare tra’ monti lungo il corso dell’Adige che nome abbiano di più o d’egualmente antiche, fu l’antichissima Trento. La quale con savio accorgimento si locò nel mezzo delle valli e dell’alpi col suo nome chiamate dagli antichi trentine, che ha di sopra e di sotto vaste e fertili pianure, e ai lati spaziose colline e vicini monti, e cui fanno capo quattro vie, ovvero aditi (entrate) formati dalla natura che si partono da ampii paesi, e di quivi a quelli conducono.

Mostrerò chiaro altrove che falso scrisse chi favoleggiando affermò, Trento essere stata fondata dai Galli. Ed avendo provato che in tempi da noi remotissimi eran nelle nostre valli e segnatamente in quella dell'Adige, venuti abitatori, e che questi, fermata avendo qui loro dimora, avean bisogno di un capoluogo, d’una città, e constando che Trento è certamente antichissima, avuto anche riguardo alla sua posizione, che è tale da dovervi essere o castello o città tostochè il paese fu abitato, conchiudo senza timore di essere con ragioni o con fatti contraddetto, che Trento è città la quale dee i suoi principii ai primi abitanti fermatisi stabilmente nelle valli e nelle alpi che da essa ebbero nome di trentine. Quello che dir ne dovremo nel seguente periodo non lascerà, spero, a nessuno intorno a ciò il minimo dubbio.

A fine di essere in tutto il seguito della narrazione bene inteso da ognuno debbo qui far osservare ai Lettori, che nel senso datole da tutti gli scrittori autorevoli la voce Alpi significa montagne, paese

montano, non già solo e sempre nude o nevose cime di monti in lunga serie disposte e formanti tra loro catena. Volendo al vocabolo Alpi dare sol questa ultima significanza, gli alpigiani, i popoli alpini, de' quali come di numerose genti parlano tanto i Geografi e gli Istorici, dovrebbesi creder essere stati non uomini ma lupi, orsi, e camosci, perciocchè nessuno potria persuadersi che intere popolazioni abbian potuto soggiornare e vivere nel sommo di una catena di monti. Plinio, il gran conoscitore delle cose naturali, parlando dei popoli alpini li trova nelle grandi e piccole valli, e su le pendici e su le montagne che sono tra il piano d’Italia, e le somme cime de’ monti i più alti disposte in cerchio ad estremo confine del bello Paese. Dante Alighieri, e Francesco Petrarca, volendo chiaramente indicare quella serie di alti gioghi che l’Italia divide e separa dalle altre regioni (provincie, paesi) che sono rispetto ad essa poste ad occidente e settentrione, usarono da saggi per essere bene compresi, la parola Alpe in numero singolare. E il Cardinale Brembo a loro imitazione nominò quello ch'Ei dissero Alpe l'orrido Sasso. Questi, tutti furono uomini sommi; ed è dai sommi che si dee imparar a pensare, e a parlare com'è giusto, e si conviene.

ual gente fu, e qual nome portava, e donde venne quella che prima, nelle valli nostre entrata, vi abitò stabilmente? Quali furono, fondata Trento, le politiche sue vicende, le regole di governo, i suoi usi e costumi, la sua religione? Dirò intorno a tutto questo ciò che ammettere dobbiamo come probabile, e quello che sappiamo di certo, conducendo il discorso fino ai tempi ne' quali il Trentino venne sotto la dominazione del primo tra i romani imperatori. Chiamo questo un periodo d'incerta durata perchè, non potendo precisare l'epoca della fondazione di Trento, non si può dire quanti secoli da quel tempo in poi sieno trascorsi.

Le montagne e le valli che, imaginando una linea tirata dal lago brigantino, ora di Bregenz o di Costanza, al lago benaco, ora di Garda, restano bene in qua a manca, e molto in là a destra di tal linea, ebbero dagli antichi il comun nome di Rezia, che appellarono regione amplissima, e gli abitatori, ch’ei dissero numerosissimi, nomarono Rezii. Quelli che vollero la Rezia ristretta a’ paesi circostanti alle origini del Reno, dell’Adige, e dell’Enno, ed estesa nella Vindelicia, o non seppero o fecero mostra di non sapere che più altre genti verso il mezzodì appartenevano alla Rezia, e che la Vindelicia fu col nome di seconda Rezia aggiunta all’antica da’ Romani, i quali dopo la conquista fatta di ambe sapean bene distin-

guerel’una dall’altra, come seppero chiamare i popoli di questa Rezii, e di quella Vindelicii.

Il Trentino che al settentrione avea confinanti gl’Isarci, e i Venosti, quegli abitatori della vallea dell’Eisack, che è lo Isarco, e questi della Venosta, sull’Adige verso le sue sorgenti, e all’occidente i Camuni e i Triumpilini, abitanti delle valli Camonica e Trompia, tutti, come leggesi in Plinio ove parla delle genti alpine, popoli della Rezia, il Trentino che aveva a mezzodì confinante il Veronese, e ad oriente il Feltrino, il Bellunese, e ’l Beruese, le cui città, Verona, Belluno, Berua, Feltre, e per qualche tempo anche dalla parte di sera Como, erano al dire dello stesso Plinio e di Strabone città de’ Rezii, formava anch’esso in que’ tempi antichi parte non piccola, anzi principale dell’ampia Rezia. Di questa verità sono conferma i detti di varii antichi Istorici e Geografi che ne assicurano, essersi i Rezii, e quindi tra primi i prossimi, innoltrati ed estesi in giù fino ai piè delle alpi.

Rezii dunque furono senza dubbio i primitivi abitatori di questo nostro paese; i quali per distinguersi dalle altre molte retiche tribù (popolazioni) dal nome della città da essi edificata si nomarono Trentini. Nomi più antichi non si legge ch’essi abbiano avuto fuor quello che subito dirò.

Ma quale fu de’ Rezii trentini, e degli altri tutti l’origine primitiva? In qual tempo si son eglino innoltrati a prendere possesso delle vallate e de’ monti che il piano d’Italia da quello della meridionale Germania dividono? Dire di questo, e ciò che si dice provare con irrecusabili autorità è difficile molto, sì

per la grande lontananza de’ tempi, e sì ancora per la confusa varietà delle opinioni di que’ che ne scrissero. Ma questa varietà medesima ci debb'essere di stimolo a procurar di trovare un filo che ne sia di guida ad uscire da quest'oscuro laberinto.

Vi fu, e vi è chi, per avere letto od udito dire che gli Etrusci diedero origine alla nazione de' Rezii venendo in su dall’Italia a stabilirsi tra questi monti, ciò tenne e tiene fermamente quale indubitata verità. Ma per accettare questo come vero, dovrebbesi avere certezza che prima della venuta degli Etrusci tutta la Rezia era deserta; e noi vedremo ben chiaro, ch'essa era abitata per secoli innanzi che ci venissero Etrusci. Altri tutto al rovescio vogliono far credere che i Rezii sieno stati in origine i primi e veri Etrusci, e che calati giù da queste alpi abbiano abitato e posseduto l’Etruria, dove si fecero col tempo colti e potenti, e sforzansi di sostenere tal opinione col far dire a Tito Livio ciò che non disse. Se chiedete a questi d'onde que' gloriosi genitori degli Etrusci venuti sien nella Rezia, sfuggono di rispondere, o vi mettono innanzi alcuni detti staccati di antichi autori che mal sapevano essi medesimi darne ragione, e conchiudono da questi ciò che già si erano prefisso di conchiudere.

Per discoprire con certezza, o almeno con plausibile ed accettabile probabilità l'origine di un popolo convien seguire la regola sopra proposta in fine della prefazione, consultare l'Istoria generale, e cavare la particolare derivazione de’ popoli dai dati certi di quella. Con questa regola noi verremo a conoscere di qual gente fossero i Rezii, e da qual regione sieno venuti

a stabilirsi nelle alpi. Fatta questa scoperta, senza la quale rimarrebbe, come rimase finora, l'antica nostra Istoria confusa ed incerta, tutto quello che gl'Istorici scrissero dello stato antico del nostro paese rendesi ad ognuno intelligibile e chiaro.

Noi sappiamo per ciò che ne insegnano indubitate Istorie di mille anni, da un secolo prima della venuta del Redentore fin al nono e decimo cristiano, che il Settentrione dell'Europa fu quella parte d'onde vennero popoli numerosi in varii tempi a cercare stanza e stabilirsi nel più felice Mezzodì. Vennero Cimbri e Teutoni, calarono più volte Alemanni, discesero Unni, Eruli, e Goti, e poi seguirono Longobardi, Vandali, Franchi, Slavi, Normanni; alcuni di questi popoli furono annichilati, o respinti; gran parte d'essi però si stabilirono nelle Gallie, nelle Spagne, in Italia, e ne' paesi che ora si appellano Turchia europea. Ciò che avvenne in quel corso di secoli si avverò pure, e forse con più frequenza di genti, ne' tempi anteriori e più remoti, ne' quali tutti erano pastori, obbligati per ciò alla vita errante, e costretti a fuggir il freddo e le nevi, e a trasportarsi in climi caldi ove poter nutrire i loro armenti, il che riusciva loro assai facile perchè pochi essendo ancora di numero gli uomini, vi era largo spazio per tutti, e non facea bisogno combattere. E in fatti le tradizioni e le istorie le più antiche ci assicurano che i Celti, venuti dalla Scizia vastissima regione dell’Asia, occuparono l’Europa nel settentrione, e di là estesisi verso l’occidente e il mezzodì, essendo molti di numero e divisi in varie tribù, possederono e popolarono la Germania, e la Gallia, e di quivi pas-

saronofin nella Spagna. Dotti e sensati scrittori affermano sull’autorità degli antichi che: Li Germani ed altri popoli di settentrione, come i Britanni, erano Celti. I Germani somigliavano tanto ai Celti nella lingua, ne' costumi, e nella religione, che non si può dubitare esser eglino stati della medesima nazione, eccettuato, come nota Strabone, che quelli avean conservata, a cagion della loro prossimità con gli Sciti, e coi Sarmati, tutta l’antica ferocia. Gli Elvezii, i Rezii, i Norici, i Pannoni, erano chiamati Celti; e ancora ai tempi dell’imperatore Aureliano le truppe loro portavano il nome di legione celtica. I Galli, i Celtiberi in Spagna, gli Umbri antichi in Italia erano Celti. Ed è a notarsi che quelle calate ed invasioni de' Celti si effettuarono, come abbiam detto, pacificamente, non lungo tempo dopo la dispersione de’ popoli formatisi dalla famiglia di Noè, quindi prima che alcun d'essi popoli osasse mettersi in mare per fare a traverso dell'acque lungo viaggio. I Celti erano discendenti di Gomer nipote di Noè, e furono per ciò detti anche Gomeriti.

Tiram ora la conseguenza. Se vero è, come per le addotte autorità dobbiam credere, che l'Europa meridionale fu assai per tempo, e in gran parte invasa e popolata da genti discese dal settentrione, dalle popolazioni celtiche, egli è ben molto probabile che da una di quelle tribù de' Celti, dalla tribù detta de' Rezii, sieno state per la prima volta occupate e popolate le valli e montagne formanti la vasta regione che si appellò Rezia. Ciò comparirà non solo probabile ma certo a que' che sanno che gli Antichi trovarono al

Mezzodì del Danubio fin per entro ai monti parecchi popoli d'origine Celti, quali erano i Giapidi, gli Scordisci, i Bastarni, i Taurisci, e li Boi. Rileggete il passo qui sopra citato in cui parlasi delle diramazioni de' Celti e delle provincie da loro occupate. E poi notatevi che la parola Alpe, come insegnano i conoscitori della lingua, viene dal Celtico, significando in quello idioma: molto alto: e potersi per ciò credere che quelli i quali alle alpi diedero il nome furono anche i primi che le abitarono.

Quando i Rezii giunsero entro ai monti il paese era tutto ingombro da boscaglie, e da selve, ed essendo eglino pastori che del latte e delle carni de' loro armenti dovevan vivere, e delle pelli d'essi vestirsi, chè la pesca e la caccia al loro nutrimento non bastavano, dovettero errare cercando pascolo, e all'avvicinarsi dell'inverno trasferirsi in luoghi più caldi verso il mezzodì. Nè quivi ancora poterono fermarsi tutti; ma spinti dal bisogno e allettati dalla vastità e fertilità delle colline e pianure d'Italia, là giù ancora discesero, e vi si andarono dilatando, facendo forse ritorno tra le alpi nella calda stagione per indi ricalare in autunno su i piani già occupati. Io non intendo con questo affermare che primi a popolare l'Italia furono i Rezii. Fa corona al bel paese un vastissimo cerchio di alpi, ed è ben certo che da più parti, e in varii tempi discesero ivi abitatori, ma certo è pure che non ultimi a calarsi laggiù furono i Rezii, e primi tra questi come più prossimi i Trentini. Che ciò sia vero l'affermano, come sopra notammo, antichi scrittori, e tra gli altri apertamente lo insegna

assicurandoci avere i Rezii tenuta l'Italia. In questo senso, nel senso cioè che anche i Rezii furon tra quelli che primi diedero abitatori all'Italia, io consento pienamente, e consentir dee ognuno che senza prevenzione abbia lette le erudite sue dissertazioni pubblicate negli anni 1844 e 1845, col nostro ora defunto Conte .

Leggerete, o vi si dirà, che l'Italia fu abitata ed occupate furono anche le Alpi molto prima che vi scendessero genti dal Settentrione. A provare ciò fu asserito che i due stretti di mare, quello di Costantinopoli che divide l'Europa dall'Asia, e quello di Gibilterra che separa la Spagna dall'Affrica, una volta non v'erano, e che dall'Asia pel paese che ora diciamo Turchia europea, e dall'Affrica per la Spagna potean facilmente venire e vennero a stabilirsi in Italia, ancor prima che si facesse viaggio per mare, vari popoli di varii nomi, Raseni, Iberi, Liguri, Siculi, Tusci, Ausoni, Campani ec. E a render credibile che prima ad essere occupata da que' popoli fu la parte alpina, ossia montana, si disse che la gran valle del Po in que' remotissimi tempi era per la più parte un ampio lago, o piuttosto un largo seno di mare! Se a voi piace di prestare credenza a queste asserzioni io non sarò quegli che, sebben ne dubiti fortemente, voglia vietarvelo. Quello che debbo dir è, voler ragione che abbiamo per certissimo che, se nei primi tempi vennero dall'Asia nella Grecia, e dall'Affrica nella Spagna poche o molte famiglie o tribù (e negar non si può che venute ne sieno, spezialmente dall'Asia, in qualunque modo) quelle genti non ebbero, finchè

non si furono grandemente moltiplicate, bisogno o stimolo alcuno di abbandonare que’ paesi per venire in Italia, spezialmente, se, come suppongono, conoscevano già il vivere civile ed avevano coltura. La Grecia, la Spagna sono due bellissime penisole fornite da natura di tutti i vantaggi che offre la pur bellissima Italia. Per lasciare i comodi goduti in quelle, e venire a cercarne con istento d'incerti in questa, non si può immaginare alcuna ragione, se non l'eccesso di popolazione, che non è facile a provarsi avvenuto in breve tempo; quando non si voglia tenere per vero quello che le favole greche raccontano, cioè che in Grecia si facean gli uomini con le pietre gettate dietro le spalle, come fecero que' due bravi conjugi Deucalione e Pirra! Tutt'altro si dee dire di quelle genti che, essendosi sparse verso il Settentrione dell'Asia, si videro necessitate dall'orridezza del clima parte a far ritorno, e parte a piegarsi verso l'Europa. Queste poterono, e come sopra dicevamo, essendo dedite alla pastorizia, dovettero avanzarsi sempre più verso il Mezzodì. Nè la lunghezza o la difficoltà del viaggio li tratteneva, chè rivi, fiumi, e montagne sono quello che cerano i pastori. Nel breve corso di pochi anni, nessuno essendovi che a que' primi lo impedisse, poterono molte famiglie, o bande, salendo su per le valli, e poi scendendo per l'opposta ripa, lungo i grandi fiumi, e valicando erbose montagne, giungere da varie parti al gran cerchio delle somme Alpi che in sé racchiude l'Italia, e per le molte valli formate da' fiumi sul suo versante scendere chi qua chi là sulle feconde sue pendici e pianure. Se a sostegno di

questo, che ragion ne dice esser potuto e dovuto farsi, noi interroghiamo l'Istoria, essa ne dice come sopra notai, che veramente già in lontanissimi tempi l’intera valle del Danubio, e la Svizzera, e le Gallie erano abitate da venuti dall'Asia per terra popoli Celti, una parte de' quali erano passati fin in quella porzione della Spagna che è bagnata dall’Ebro, anticamente Ibero, e per distinguersi dagli altri si chiamarono Celti iberi. Che poi anche bande o tribù di Celti venuti nelle Alpi siensi innoltrate bene innanzi nel bello Paese, e , ce ne danno assicurazione insegnandoci che gli Umbri possessori d’una parte dell'Italia di mezzo e prossimi ai Tusci, erano Celti stabilitisi colà prima, si noti bene, prima che vi giungessero i navigatori Pelasgi partitisi dalla Grecia. Se ricordando tutto questo, e insieme il detto più sopra, voi, senza negare che anche altri popoli scesero dalle Alpi in Italia, sosterrete che i primi Rezii furono di origine Celti, e che pur d'essi alcuni calarono a popolare l'Italia, nessuno potrà con buone ragioni dimostrarvi che siete in inganno.

Ma se i Rezii, e tra questi primi i Trentini, scesero giù a popolare parte d'Italia, che avvenne poi della Rezia! Rimase ella di nuovo deserta? Che per alcuni secoli restasse poco popolata, almeno d’inverno, si può credere tanto più perché molta parte del paese era ancora selvaggia. Deesi però osservare che tra' monti gli uomini si moltiplicano più che ne' piani, di che si hanno dalle Istorie le prove di fatto. Le pianure ebbero quasi dappertutto e sempre i loro abitatori dalle montagne.

Finalmente venne quel tempo in cui l'Italia bastantemente popolata, anche da genti venutevi per mare, non dava più spazio comodo ai sopravegnenti, e i suoi abitanti ricusavan loro l'ospizio, e a respingerli usavano la forza. Fu principalmente allora che i Rezii trentini, obbligati a provvedere nel paese proprio al sostentamento delle crescenti famiglie, si diedero a distruggere su i piani, le selve per ivi averne pascoli, praterie, e campi, e a poco a poco vennero costruendosi qua e là varie abitazioni. Fu allora che Trento incominciò come centro di quelle ad avere pel commercio e per gli affari pubblici importanza di città. Il naturale e comune andamento, ed ordine delle cose umane, in difetto d'Istorie, che poche città possono per le prime loro origini produrre, è prova tale cui nessuno potrebbe altro opporre che avveratissimi fatti dimostranti, le cose essere avvenute altramente; ma chi può addur questi fatti?

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