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Poesie varie

Autori vari · 1913 · Free in the US

13,285 words · about 56 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

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About this book

Author
Autori vari
Language
Italian
Published
1913
Length
13,285 words · about 56 min
Sections
47 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (47)
  1. Front matter under 1 min
  2. All'abate Carlo Innocenzo Frugoni about 4 min
  3. Poemetti under 1 min
  4. I. All'armonia about 9 min
  5. II. La grotta platonica about 7 min
  6. II. - INNI E ODI under 1 min
  7. I. L'aura armonica about 2 min
  8. II. Bellezza armonica ideale about 2 min
  9. III. Musica direttrice del costume about 2 min
  10. IV. Musica ministra della religione about 3 min
  11. V. La melodia about 4 min
  12. VII. Impero universale della musica about 3 min
  13. VIII. La notte about 2 min
  14. IX. Il talamo about 2 min
  15. X. A Teresa Bandettini about 2 min
  16. XI. L'uguaglianza civile about 3 min
  17. A Melchior Cesarotti about 11 min
  18. IV. - SONETTI under 1 min
  19. I. Per santa Cecilia under 1 min
  20. II. Il retto uso della musica under 1 min
  21. III. L'entusiasmo under 1 min
  22. IV. A Benedetto Marcello under 1 min
  23. VI. Nicolò Iumella under 1 min
  24. V. Giuseppe Tartini under 1 min
  25. VII. Il ballo pantomimico antico under 1 min
  26. VIII. Il ballo pantomimico moderno under 1 min
  27. IX. Teatro musicale under 1 min
  28. XI. L'armonia musicale under 1 min
  29. X. L'idea armonica under 1 min
  30. XII. A santa Cecilia under 1 min
  31. XIII. Eloquenza sacra under 1 min
  32. XIV. Per monaca under 1 min
  33. XV. Per monaca, il cui padre passava a seconde nozze under 1 min
  34. XVI. Uso dei sensi: per monacazione under 1 min
  35. XVII. Estasi religiosa: per la stessa occasione under 1 min
  36. XVIII. Il padre moribondo under 1 min
  37. XIX. Frutti dello Spirito Santo: per monacazione under 1 min
  38. XX. L'abbandono del senso: per la stessa occasione under 1 min
  39. XXI. Vigilanza. Per la stessa occasione under 1 min
  40. XXII. Sole e inferno under 1 min
  41. XXIII. Apparimento del giudizio finale under 1 min
  42. XXIV. Giudizio finale under 1 min
  43. XXV. Nell'anno 1796 under 1 min
  44. XXVI. Per un barbero che riportò il primo premio in Parma under 1 min
  45. XXVII. Per le nozze dell'autore under 1 min
  46. XXVIII. All'anno sessantesimo under 1 min
  47. XXIX. L'anno settantesimo under 1 min

Continue:

Front matter

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Indice

All'abate Carlo Innocenzo Frugoni

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Son io forse poeta? oppur m’inganna un error che mi piace? Aprimi il vero, celeste Euterpe. O dea, ben sai tu quanti, nati a l’ombre e a garrir, corvi importuni, 5nome usurpan di «cigno»; e, l’ale empiendo di nebbioso vapor, credon sul dorso d’amica aura febèa l’azzurre immense strade varcar de lo stellato Olimpo, mentre con riso de le aonie dèe 10radon, forzati dal pesante volo, l’umile arena e la natal palude. Ah! ch’io non erro. Del corporeo velo in me sento minor l’ingombro e ’l peso farsi, e in mia mente balenare un nembo 15aureo di luce, che distempra i sensi, e, rotta la mortal caligin folta, l’ingegno irraggia, e la ragione affina, e nuova in me divinitate infonde. Certo io non erro. Io la ravviso; è dessa 20l’animatrice de’ fantasmi alati, libera madre de le pinte idee, al cui cenno la terra, il mar, l’abisso prendon novi color, novelli aspetti: la spaziosa Fantasia, perenne 25fonte di maraviglia, eco del vero. Ella mi fa poeta: ella, che trasse l’anglico vate su le proprie penne

a vagheggiar de la natura i sacri giardin ridenti, e gl’istillò nel petto, 30eccitatrice d’ammirabil estro, de’ suoi piaceri la nettarea vena: oggi, ch’imprendo a rivestir del tosco libero idioma lo straniero carme, per ignota ai volgar mistica legge 35di somiglianza e d’armonia, de’ primi felici moti e de le prime forme, le ben disposte obbedienti fibre de l’agitato mio cerèbro acceso, e i ben armonizzati organi impronta. 40Cosí il vocale elastico metallo stampa ne l’aere d’ondeggianti cerchi armonica catena, a cui risponde nel flessuoso provocato orecchio de’ nervei stami il tremolar concorde. 45Ma chi de la sudata opra febea, ch’avida di mirar l’aperto giorno l’odiato desco e ’l limar tardo insulta, sará meta e splendor? Da chi potranno, se non vengono a te, sperare i carmi, 50in questa ai vati tanto etá nimica, immortale Frugon, vita e conforto? Ecco che a te de l’antenorea Atene d’arti e scienze alma nudrice, e madre d’anime egregie, a cui fervono in petto 55calde di glorie le faville antiche, move il mio canto. Al non ignobil dono vien duce il merto tuo, compagno un sacro grato dover. De le tebane corde t’armò Febo la cetra, e l’ali al tergo 60del venosin ti die’: se non che forse tu a maggior volo le sciogliesti ancora, quando nel sen d’eternitá cosperse tutte portasti d’apollinea luce

le glorie, i fatti del borbonio nome, 65d’un Augusto miglior Fiacco piú degno. Tu al tentar primo de’ miei passi il duro cammin di Pindo agevolasti; e vidi per te degnarmi di sorriso amico la poetica gloria, e al giovin crine 70non vulgar serto ordir. Ma, oh quanto mai vincer mi resta di quell’ardua rupe, ove tu, cinto delle prime frondi del pindarico allòr, risplendi e miri sudar pedestre innumerabil turba, 75che, nuda di vigor, vòta di genio, segna nel limo de la falda oscura magri sensi non suoi, sognati affetti d’un chimerico amor, etiche idee, platoniche follie, servili ingegni! 80Del plauso intanto universal sui vanni dal boreale al mauritan confine vola il tuo nome a trionfar del tempo. Frema l’invido biasmo, a cui serpeggia freddo velen per le maligne vene, 85e de le gonfie ferruginee labbra soffi l’infesto ai nomi alito tetro. Non ti caglia di lui. L’ingiusto oltraggio dá luce al merto; e, in sé sicura e forte, splende virtú, che sol di sé s’adorna: 90qual, se torbida eclissi assalga e veli del sol la bella luminosa faccia, sempre a se stesso ugual, folgora e ride il gran padre del lume, e sol del denso tergo lunar l’oscuritade accusa. 95Sí ch’io t’ammiro, inimitabil vate, e meco tutto al tuo valore applaude il non discorde giudicar dei saggi. Tu quello sei che da l’impura nebbia, che, mista a un lampo menzogner, l’augusto

100viril sembiante le premea, tergesti la bella Poesia. Per te la cetra, a cui scordâro in nove fogge i nervi lo stil ventoso e il pueril concento, suon piú terso imparò. Per te, rinato 105su le ruine de l’errore estinto, il buon gusto spuntò, che tra ’l sicuro, ma ognor temprato immaginar, cui forza acquistan le socratiche dottrine, tra il ben adatto colorir, tra ’l vario 110ondeggiar de l’armoniche parole, libero scorre imperioso e grave. Non qual vorace folgore, che i foschi aliti assorbe e il cupo ciel rintrona; non qual si rota assordator torrente, 115che i svèlti sassi e le sfiancate rupi dietro si tragge a tempestar sul piano: ma quale albeggia mattutina e pura la pittrice del mondo eterea luce; ma qual ritorna maestosamente 120placido l’oceàn, lasciando addietro lunga sterilitá d’ingrate arene. Però non son di bella invidia degni i versi miei, se l’immortal tuo nome, facil del suo favore, orma v’imprima? 125Per te, spuntando gl’impiombati strali, che vibra invan da la venal faretra, la non temuta dai sublimi ingegni spensierata censura, arditi in faccia mostransi al dubbio popolar tumulto; 130né piú san paventar che il manto negro stenda sovr’essi il tempo, o per la muta onda di Lete li sommerga oblio.

Poemetti

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Indice

I. All'armonia

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Io questo a te consacro inno festoso, o sovrana Armonia, figlia del cielo, anzi donna del ciel; ché nome ancora non avea il ciel, e tu, con l’altre prime 5veraci, eterne, architettrici idee, entro notavi a l’ineffabil luce della somma Cagion; eri tu raggio di quell’immenso, incomprensibil cerchio, in cui s’estende l’increata Mente. 10Se mai desio di vagheggiar mi punse il tuo mirabil magistero, ond’hanno ordin le cose che produce amore; se, a innamorar di tua bellezza il mondo, che pur di te si bea, ma in te non vale 15il corto occhio affissar, unqua ti cinsi lucido velo di colori ascrei; deh! propizia m’ascolta, ed il mio canto, soave a te, qual fumo arabo s’alzi. Tutto a te serve, o dea: saggia natura 20l’opre sue belle al tuo governo affida, la rotatile terra e l’ignee sfere,

che, rette da la tua mistica cetra, movono in sacra inviolabil danza; te i muti regni de la notte antica, 25te i vòti spazi del silenzio eterno, te videro, te udîr, quando a la voce onnifica, che gía sui misti abissi, gli elementi risposero. Dal tuo lume percossa, dileguò l’informe 30confusion, e si perdéo con l’atro caos nel grembo a l’Erebo infinito. Quindi il sereno, disiabil, vago, il ridente, tranquillo ordine apparve, idolo espresso del divin tuo volto, 35e alla grand’opra ti si feo compagno; e, chiamati da sé, sursero il retto moto circolator e il labil tempo, d’immota eternitá mobile imago. E l’uno spinse in via l’inerte mole, 40e lanciò il sol ne l’improvviso azzurro, che, il buio original mettendo in volta, la fulgida spiegò veste del giorno e colori de la natura il seno: l’altro dinanzi al sol ratto si pose, 45giovane auriga del fiammante carro, che le stagion ricircolanti e i mesi e i giorni mena irrequieto e l’ore, e de le succedevoli apparenze, ch’ornan la terra variate, e il cielo 50in giro infaticabile misura. L’ordine intanto, appareggiando i corsi spazi co’ tempi, e a le distanze, e a’ moti inegualmente accomodando il peso a’ diversi nel vòto orbi notanti, 55librò quel vicendevole contrasto, in cui s’appunta l’universo e regge. Ma fu tua man, che, da le Grazie scòrta,

da le Grazie che stan sempre con teco, di questo immobil lume ornò l’erranti, 60e d’un piú vivo e tremulo le fisse stelle, ed avvolse di mutabil chioma l’eccentrica cometa. Essa distese, qual tenue panno, che rifascia il mondo, invisibil per sé, ma pur soggetto 65di quante colassú miriam vaghezze, il fluidissim’etra, onde, fra mille dolci offici di vita, anche piú gaio a noi scendesse a rallegrare il guardo il tremol raggio de la varia luce. 70Essa al dubbioso mar termine impose, segnò le vie del folgore e del tuono, e sopra il fluttuante arco dipinto la pacifica stese Iri, che al sole rende in sette diviso il primo albore. 75Essa die’ l’ale a’ sibilosi venti, perché, spedito dai vapor terrestri l’elastico vigor del mobil aere, degli animali, de le piante all’uso vario pur giovi, e a l’incremento e a l’orto. 80Essa disseminò per ogni dove lo spirto sottilissimo inquieto, generator de le meteore ardenti, e le vicende armonizzò de l’anno; finché del vario, per cui l’uno è bello, 85tutto temprando con soavi modi mirabilmente, o dea, festi natura teatro agli occhi, musica agli orecchi, incanti di ragion, prova di Dio. Fu allor, che, surto di natura il genio, 90candidissimo spirto, ale disciolse possenti sí, che pareggiò col volo l’estension delle create cose. Del supremo poter quivi le tracce

scorgendo impresse, del saper supremo 95e del supremo amor, di quanto in terra, di quanto in aria e in mar spirto ha di vita raccolse i sensi, uní le voci e, a Dio dando laude ed a te ministra a lui, intonò l’inno, che dal centro cupo 100scosse la terra. Ed echeggiollo intorno l’azzurra vòlta dei rotanti cieli: indi a loro s’aggiunse; e, ripercosso da un orbe a l’altro, ondeggerá mai sempre lingua perenne del creato mondo. 105Ma, se il voler de la Ragione eterna di tutte cose a te commise il freno, ond’è che l’uom, cui di sí docil limo temprò natura e di sí dolci affetti gl’impresse il cor, che duolsi al duolo altrui, 110mentre versagli in copia essa, e disserra mille dolcezze e frutti ed erbe, quante son le stille di pioggia e i rai del sole, mentre, pur vaga di piacergli, alterna il versatile aspetto e il vario seno, 115fa poi contrasto al tuo soave impero? l’uomo, sì bella de la Causa prima opra ed immago, che, spiegando il riso, erge la fronte e il ciel vagheggia? l’uomo, al qual tu stessa, o dea, del proprio marchio 120l’invisibil de l’alma indole impronti; de l’alma, effluvio de la somma Essenza, che ad essa, come al sole i minor astri centreggiano da forza intima spinti, tende e con essa per simile impulso 125a riunirsi eternamente aspira; sará discorde a la natura, al cielo? Discorderá da se medesmo ancora? Deh! guardalo, gran dea. Ve’ come inforsa tra la folle speranza e il van timore.

130simulacro d’orgoglio e di viltate, misto d’ombra e di luce, arbitro e servo de le cose, e del ver giudice solo, e sol prono a l’error. Torbide larve, impeti ciechi di stemprati affetti, 135perturbatori de l’equabil metro, che fa concorde con la mente il core, e del cor l’un con l’altra ogni desio, l’ingombran sí, l’aggiran sí col fiotto di moltiplici error, ch’ei mai non posa, 140sempre incerto di sé, da sé difforme sempre, e ognor lunge dal beato lido, ove, promessa a lui, conforto e premio al dritto oprar, felicitá l’invita. E tu, letizia, de l’interna calma 145figlia, che di tuo fiato animi e avvivi le vaghe d’onestá placide voglie; tu, da cui rado, anzi non mai diparte l’umano, liberal, mite, benigno, il sociale di giovar talento, 150cedi al duro rimorso ed a la fredda tristezza, innanzi a cui, miseramente moltiplicata, d’ogni mal l’imago difformasi cosí, come al maligno chiaror di luna il passeggier, che guarda 155l’ombre distese da frapposti oggetti, strane giganteggiar forme, e sembianze terribili venir, mirasi a fronte. Quindi aspro fiele il cor pasce: e lo spirto, da nuvolose visioni oppresso, 160qual per lo zolfo il distendibil aere, s’impiglia; e, spento il buon vigor natio, livor sol cova, e malvoler nutrica. Cosí la losca opinione audace, la sdegnosa di freno fantasia: 165questa ognor pronta a secondar dei sensi

l’ardor soverchio e l’intemperie acerba; quella, che tratta come cosa salda vane ombre e pone de le cose al pregio infallibil misura il proprio affetto; 170qual si costringe il rigido metallo a figurarsi d’ideato impronto, torcon dal segno, ove risiede il vero, il dritto giudicar. Invan ragione, sacra favilla de la prima fiamma, 175che a l’uom l’anima accende e la fa bella, s’adopra invano a diradar la nebbia, che dal torbido cor s’alza a la mente e impenetrabil le si addensa intorno; ch’anzi, talora affascinata, il puro 180occhio anch’essa vi appanna, e corre in braccio baldanzosa a l’error, che fa l’uom fera. Stolto! che crede di cangiarsi in nume. Trista condizion! E forse a tale dura fatal necessitá ci preme, 185come naturalmente occhio a la luce, e ad armonico suon volgesi orecchio? Tu, che possanza col volere agguagli e sempre del voler bontá fai norma, perché di due sí mal concordi essenze 190festi del ciel l’erede, e il festi a un tempo fiacco ente, ente immortal, un verme, un Dio? Ma invan, che da se stesso altronde, cerca il mal seme d’Adam del proprio scorno la misera cagion. Tu lo governi, 195equabile Armonia: che in lui, per questa discorde essenzial tempra, fai prova di tuo poter, di tua mirabil arte, ov’ei docile a te segua e secondi d’innata volontá, che al bene aspira, 200i bei principi, ond’ha salute e vita. E, se ben cure edaci, erti fastidi,

scabrosi morbi e morte, ultimo danno, per cui natura col Fattor si lagna, a l’ordine miglior turbino il corso; 205pur, come salda tra procelle e nembi serba sua legge il vicendevol mare, tu quel correggi, sotto varie forme trasfigurando te medesma; e, sempre teco concorde nei diversi uffizi, 210e solo il tutto a conservare intesa, tempri a massimo ben minimo male; né lo temperi sol, ma ne consoli la salubre amarezza, aprendo ai sensi sorgenti di piacer. Prima fra tutte, 215e figlia a te, vien Melodia, stillante limpida vena di vocal diletto, esca dei cuori, per cui spira a l’alma aura sottil d’armonico concento, che nel sen del dolor desta la gioia 220e giustifica a l’uom l’opra di Dio. Tal dopo le raggianti ore del giorno succedon l’atre de la notte, amica del silenzio e de l’ombre; a lei si veste il moltiplice aspetto de le cose 225d’uniforme visibile tenèbra. Mancano ai sensi i cari oggetti, ed alta regna quiete, immagine di morte; sospeso il moto par, natura incerta. S’aggravano i vapor, striscian sovr’essi 230neri fantasmi, e li accompagna un tristo gemito sconcio di ferali augelli, che metton, non veduti ancor, paura. Ma da l’oriental balzo, vibrando suoi raggi a cerchio, li saetta il sole, 235alma del mondo, e il maligno aer fosco inondando di luce e di colori, sparge salute, e l’universo avviva.

E chi de l’uom piú ne gioisce, e a l’uomo chi può far mostra, al paragon, di tanto 240e sí diverso d’armonia tesoro? In lui finezza di sincero udito, giudice d’ogni suono, a cui non fugge esilitá di tenui note, e a cui di molte associate il fragor pieno 245colpeggia a un tempo ed il piacere addoppia: di ben simmetrizzati organi a lui dedaleo magistero, e petto e labbro artefice di voci, e delle voci abile i modi a variar col canto: 250docil d’affetti qualitá, che d’aura modulatrice al vezzeggiar s’accorda, e a tenore di lei vibrasi e posa, in su le vie del giocondato orecchio chiamando l’alma, che da lei sol pende, 255tal che questa incomincia ove pur quello finisce di gioir; gioia celeste, che sgorga a lei da la ragion sovrana immutabil dei numeri, che vita han da se stessi. Fa diletto a l’alma 260ber nei distinti armonici intervalli l’ordin, che a voci dissimili il varco fra le cognate consonanze adegua; e quel diletto le ricolma e compie, forma del bello, l’unitade, a cui, 265poiché, da imitatrice arte condotte, vagar nel seno di natura e al raggio di veritá si colorâr, le voci con regolato error fanno ritorno. Tal nei congiunti rai dal sole emerge 270il primigenio lucido candore; e, poi che nel mondan chiostro ognun feo leggiadra pompa del color natio, tornan confusi a biancheggiar nel sole.

Ma tu puoi sola rivelarci, o dea, 275qual sia l’incanto grazioso e quale il poter dei suoi numeri: tu puoi sola agli eterei spirti e di te degni pinger la gioia, che Iuballe assalse, allorché melodia dinanzi ignota, 280e molle al par di carezzevol aura, gli ondoleggiava su le tese corde, e, dai ben traforati intesti legni sprigionandosi tremola e canora, facea d’intorno a lui, curvati e presi 285di giocondo stupore, immobilmente pendere i suoi fratelli, ebbri di fede che in quelle voci ragionasse un Dio. Tu puoi sola svelar l’estasi sacra d’Enosse, che primier, l’alto ineffabile 290nome invocato in mental foco, accesi figli del core inni scioglieva a Lui, che non esteso l’infinito abbraccia e di se stesso immensitá riempie, del tutto largitor. Correva il vate 295su le penne de l’anima rapita gl’ignoti abissi del poter sovrano, e del sovrano amor; e dolce allora tu gli versavi su le labbra il canto, che, ripassando per le vie del core, 300scorreva in guisa di nettarea fonte. Se non che forse rammentar ti giova quale piacesti a te, quando dal grave organo inusitate aure traea vergin melodiosa, e l’onor crebbe 305del musico concento. Ella col suono facea agli angeli invito; ed essi intanto veniano in terra e si credeano in cielo. E ben cred’io che negli eletti stami, di che tesse natura umane spoglie.

310al tuo voler, fra quanti fûr, dei primi ordissela costei, ch’esser dovea conforme albergo de la music’alma; e questa poscia ad informarla scese, che in te specchiossi, e del tuo puro esempio 315bevve la luce, e dei periodi tuoi l’immortal tempra apprese, e tal suggello si feo di te, che inimitabil seppe de l’armonica Idea far fede al mondo. Deh! torna, o musical vergine, torna; 320e il falso genio, che, ammaliando i sensi, l’alme sol pasce di ragion digiune nel frequente teatro, ambigua scola di vizio e di virtú, genio protervo, che, ad amor ligio e a sé simil, poi move 325licenzioso a folleggiar nel tempio, deh! volgi in fuga omai, e il primo e vero, qual piacque al regal vate e al duce ebreo, qual piacque a te, deh! riconduci in terra. Ritorna, o musical vergin, ritorna; 330e, qual giá rattemprasti entro il profondo organo il suon di variate voci, gli affetti in noi concorda e i sensi a l’alma, e questa a Lui, che di tutt’alma è centro.

II. La grotta platonica

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Eccomi a , ampia sorgente, ond’io concetti attingo che son penne a l’estro, son colori a l’imago, al dir son nerbo. Eccomi a lui, che sovra gli altri come 5aquila vola e, le dissimil tempre conciliando in sé d’alto intelletto, la dignitade de la mente umana, giudice , amplificar poteo. Né tale invan lo figurerò in culla 10l’ali dorate artefici del mele, e la presaga vision, che ’l Cigno commise al petto del maggior de’ sofi. Or, mentre io traggo de la scorza lieve l’allegorico seme, e ’l fior ne colgo, 15e ne delibo il frutto, aura di lode no ch’io da te, schiera volgar, non merco. Di peregrin sapor sorda è a l’invito sfioccata lingua; né scommessa orecchia bee con diletto armonizzar di suoni. 20Però m’ascolti, e a me seconda, il maschio subbietto apprezzi de’ gentili spirti la poca schiera, che l’amor del bello dal volgo innnumerevole diparte; e cotanta d’ingegno ebbero, e d’ale 25natural possa, che, se stessi alzando a l’ardue cime dove siede il vero, bevono i raggi della prima luce, onde son essi pur sacra favilla.

Immagina, lettor, cupa spelonca 30dal silenzio abitata e da la notte, né mai percossa da raggiar di stella, né mai distinta dal succeder l’ore sensibilmente per le vie del moto; benché da l’erta di diritto calle 35riesca in loco che dal sol s’allegra, e ’l vero scopre delle cose aspetto. Ivi nato e cresciuto uomo, impedito da lacci, il dosso immobilmente ha vòlto a spiracolo angusto, onde per vetri 40passa, rifratto e attenuante il buio de l’aere nativo, ottico raggio; e, in un col raggio colorato, passa mirabile a vedersi ordin di cose, che fuori van de la caverna errando. 45Passa il grand’astro, che misura i tempi, rallegratore, animator de l’orbe, che senza posa, saettando intorno i segni ardenti de l’obliquo cerchio, vertiginoso turbina e colora 50i quattro aspetti del volubil anno; passa la queta del notturno cielo imperadrice, che d’un lume gelido sua faccia variabile inargenta; ed or di sé piú presso ed or piú lungi 55fa in vario azzurro scintillar le stelle; e passan cento d’animai, che d’orma stampano il suolo e l’aere apron col volo, sembianze innumerabili, infinite, tutte di forma, di color diverse, o di moto, d’attitudine, di vita. L’uom, che nulla di ciò scorge, menzogna lo crede, e ’l guardo in contemplando pasce nel dirimpetto de lo speco erranti l’immagin vane de’ veraci obbietti.

65Dal velame socratico traspare qual è l’uomo quaggiú. Serra le menti, finché son forme d’animato limo, condensata d’error nube, cui santa ragion, dono di Dio, raggio di lui, 70vincer fa prova, ma non vince; e solo per lei l’oscuritá fassi piú cónta, e solo col desio scorgesi il vero. Intanto gl’intelletti a terra inchini, eppur chiamati da l’eterea vista, 75la moltifronte Opinion travolve dietro a l’affetto che dei cor s’indonna. Proteo intellettual! dinanzi a lui rimutevole, vario, a sé difforme, cosa non avvi che dal ver derivi, 80che s’impronti del ver, del ver risplenda e non s’infoschi, trasfiguri e sperga, simile a raggio, che da l’aspre punte qua e lá rimbalzi d’inegual metallo. Disventuratamente ei nacque e crebbe, 85quando l’orgoglio de l’umano spirto sdegnò i confini al suo conoscer fissi dal Saper primo, da Colui che a tutto in cielo, in terra, in mar novero impose, pondo e misura; e che con certa legge, 90equilibrante l’ordine universo, da parvenza di mal traendo il bene, rattempra opposti, ravvicina estremi, e lega in armonia l’atomo e ’l sole. Ei gli sdegnò, ed ahi, con qual suo scorno 95travalicolli! Ne la sacra notte, che invola e copre da profano sguardo le inaccesse a’ mortali arcane cose, avviluppato, immerso, ad ombre vane, come quei cui le larve il sogno avvera, 100s’apprese, ahi lasso! e s’abbracciò con l’ombre,

e con l’ombre trovossi onde partio. Così ’l folle Ission, ch’or su la ruota, laggiú nel regno de la morta gente, va senza fine e senza speme in vòlta, 105stringer credeo con l’ansiose braccia Giuno, sorella del Tonante e sposa, e la nebbia sfuggevole compresse; cosí dal sasso, che inver’l’ardua vetta spinge, respinto Sisifo trabocca; 110cosí quanta versando acqua ne l’urne van le Bélidi, al suol tanta ne piove. In tal di mente tenebria smarriti, altri ondeggia dubbiezza, a cui vien manco ove posi, inquieta; altri assecura 115persuasion delusa; altri nel novo furor traporta ove Follia tien scettro, e signoreggia i traviati ingegni; e da cuor guasto, che agl’ingegni è sempre d’empiezza fonte, altri sommossi, oh quanti 120sconciarono Ragion, foggiando intesti d’orror fantasmi, ch’ebber grido e culto di veritate, e ne mentir l’aspetto. Tanta sciagura d’intelletti e tanti di dotta insania monumenti il verso, 125favella degli dèi, cantar disdegna. Tre valgon tutti, e pur membrarli è bello, conforto a’ savi, disinganno a’ molti di cieca Opinion miseri alunni. Piú bello è trarli da l’antico: insulta 130al patrio amor vizio nostral; ma il saggio vede gli uomin maisempre a sé simili e i secol tutti effigiarsi in uno. Al guardo di Mnemosine, ministra de la pittrice fantasia, s’affacci 135primier fra’ primi l’Ateneo, che al Caso, da cui l’ordine fugge ed il consiglio,

sottomise Natura: e sciolto il nodo, che cogli eventi le cagioni allaccia (le cagion che svolgentisi da l’Una 140rivolgendosi a lei fanno ritorno), de le vicende, ond’è sí bello il mondo, abbandona il governo a la fortuna. Stanno per lui ne’ vóti spazi i numi d’un ’oziosa voluttá beati, 145e de la oblivione de’ viventi. Sopravvien l’Eleate. Ei l’indistinto essere eterno, intelligibil Uno, a sé simile, dissimile e tutto, che movendosi sta, stando si move, 150maggior di sé, di sé minore e uguale, tramescola, distempera, modifica a l’innata materia in lui costretta a variar apparimento e forma. Orribil mostro, ed esemplar di quello, 155che in fasto geometrico nel cielo batavo apparve, e a sé volse gli sguardi di molta Europa: salutollo un fremito lung-plaudente appo color, cui giova l’universo esser Dio, Dio l’universo. 160Con volto e cor di bronzo ai due s’interza oltracotato un sognator, che giostra di libertá con Giove e di comando; al fulmine sorride e al rovinoso scoscenditor de l’etera rimbombo; 165che, francheggiato dal sentirsi puro, le cose tutte sotto sé lasciando, del proprio suo valor su le franche ali levasi; e a l’infrangibile catena, che di Necessitá svolgono a fronte 170le coronate figlie de la Notte, indissolubilmente appende e annoda la terra, il ciel, le piante, i bruti e l’uomo. Ragion lo guarda, il guardo torce, e geme.

Tale è ’l magico incanto, onde figura 175opinion del gemino Universo l’immagine mentita; e de’ mortali creduli or troppo e a sconfidar men desti usurpa i voti, or lusinghiera invesca le di sé troppo inebriate menti. 180In guisa par, voluttuosa e rotta a sollazzo venal, femmina il volto lisciasi, e infiora la lucida chioma i molli odor di Citerea stillante, o che divisa su le late spalle 185scherzi e sul collo, o del nudato petto il manifesto ondoleggiar secondi. Gira oblique le luci, a cui concorda il labbro usato a simulare il riso, e i cenni e i gesti favellati al guardo; 190poi tutte di piacer mescendo l’arti donnescamente move, e ’l servo gregge guidasi dietro de’ perduti amanti. Intanto Veritá, di sé beata e solo accesa di beare altrui, 195volve sua spera in compagnia de l’altre d’in seno a Dio disfavillanti essenze, che, di lui nate e coeterne a lui, empion la serie dei divin concetti. Non è però ch’ella quaggiú non mostri 200talor sua diva forma, e non la tocchi compassion de’ miseri, e desio di vendicar de la nimica i torti. Talor discende somigliante a vergine, che pudica, incorrotta, arti ricusa, 205non conosce prestigi, e di se stessa s’adorna a sé. Essa a Ragion che siede de’ giudici signora e de le menti ricorda il ciel, patria comune e stanza degli animi natale, e novo in lei

210spira vigor di conformarsi al prisco ordin sovrano correttor del mondo. Oh tre fiate avventuroso e quattro chi può raffigurarti e ’l pensier nudo, occhio de l’alma, in te fissare, o diva, 215senza che nulla di terren l’ingombri! Diffícil dono, a pochi dato, è in terra vincer l’inganno, che ne accerchia i sensi e la parte miglior che i sensi informa, quasi germe gentile in suol selvaggio, 220serbar non tinta de l’umor men puro, ond’essi traggon nodrimento e vita. S*’io meritai di te, se a le mie note da’ sogni intatte e da le fole achee qualche favilla di tuo lume accesi; 225se disioso di piacerti, orecchio negando al suon di popolare applauso, di pochi leggitor vissi contento; degnami, o diva, del tuo divo aspetto; a te m’innalza, il cielo m’apri, ond’io, 230l’etra spirando che tu stessa spiri, e beandomi al lume onde ti bei, vaglia ritrar de la Bellezza prima la bellissima forma: essa in te splende qual tu in essa, e dal vostro alterno raggio 235spira il diletto, che fa paghi i numi. Fia tua mercé s’io la vagheggi quale stavasi quando l’infinita Idea, invisibil del meglio architettrice, ch’empie di sé lo spazio, e non l’occúpa, 240da l’immensa piramide de’ mondi, ciascun di cominciar chiedenti a gara la carriera de’ secoli e del moto, raggiò su questo il creator sorriso, che in essere spiegollo; e questo intanto 245da quella immota immensitá, cui manca

circonferenza ed ogni punto è centro, ne’ mobili confin venía del Tempo; e di Poter, di Sapienza e Amore oltramaraviglioso apria teatro. 250Apriva; e la Beltá tenendo ancella, le vie segnate dal Pensiero eterno corse, mentre apparian, l’eteree rote, e i dissimili moti e i moti opposti in vago armonizzante ordin compose, 255e le dipinse d’ammirabil luce. In terra scese, e di fiorito a verde vestinne il disegual dorso, e di mille squamose torme variò l’ampiezza interminata de’ cerulei mari; 260poi di mille color, d’aspetti mille sparsi di grazia, venustá spiranti, e di moto e di vita impressi e d’anima arricchí l’Universo, e l’Universo ricco ne fulse, e ne fu specchio a lei.

II. - INNI E ODI

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INDICE

I. L'aura armonica

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O graziosa e placida aura che qui t’aggiri e di fragranze eteree soavemente spiri;

5o del piú vago zefiro alidorata figlia, o nata solo a movere l’amatuntea conchiglia;

dimmi: onde vieni, e garrula 10perché d’intorno aleggi, e di mia cetra eburnea il tremolar vezzeggi?

Forse dal colle idalio o da Pafo movesti? 15d’Ibla, d’Imetto i liquidi soavi odor beesti,

per istillar ne l’animo di giovine cantore molli sensi che imparino 20a sospirar d’amore?

Ovver tu sei del novero di quelle, aura giuliva, che sotto il cocchio ondeggiano de l’acidalia diva,

25quando le giova scendere ne’ verdi antri capaci e col figliuol di Cinira mescer sospiri e baci?

Quale tu sii, sorridati 30il ciel sempre sereno, lungi da me, cui premono gelide cure il seno.

Oblio tenace l’anima d’ogni letizia bee, 35poi che rapilla il vortice di perturbate idee.

Torna al bel colle idalio, torna di Pafo ai liti: pietosa al canto mormora 40di Filomena e d’Iti.

Ami per te disciogliere, flebilemente varia, i moribondi gemiti colomba solitaria:

45per te l’augel dolcissimo, che sovra ogni altro albeggia, l’estremo fiato moduli, a cui Meandro echeggia.

E, se gioiosa cetera 50pure animar ti piace, va’ dove solo albergano amor, letizia e pace.

Grecia te inviti, e calamo greco per te si tenti, 55amabil aura, artefice di lusinghieri accenti.

Deh! ché non torni a nascere, onor d’agreste musa, o bocca de le grazie, 60pastor di Siracusa?

E tu, di mirto pafio cinto la crespa fronte molle testor di veneri festivo Anacreonte?

65— Eh, taci — odo rispondere — giovin cantor; t’accheta: odio i profani numeri di menzogner poeta.

Pensa qual d’alma vergine 70nome quaggiú s’onora, che in ciel da l’arpe angeliche è salutato ancora.

L’aura son io, che fingere voce potei gradita 75sotto il candor versatile de le virginee dita.

L’aura son io, che suggere godea le note sante, che, di Dio piene, uscivano 80da quel bel labbro amante.

E del Signor de’ secoli io le recava al trono: m’aprîro il varco e tacquero e le tempeste e il tuono.

85Esso il buon Dio raggiavami d’un ineffabil riso; rotto per me strisciavasi a la donzella in viso:

e, tutta amor, sfaceasi 90quella bell’alma intanto, e le parole tenere interrompea col pianto.

Eterna a quel nettareo suono giurai la fede: 95de’ zefiretti invidia, bella n’ebb’io mercede.

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