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Poemetti e poesie varie

Autori vari · 1913 · Free in the US

12,153 words · about 51 min to read

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Author
Autori vari
Language
Italian
Published
1913
Length
12,153 words · about 51 min
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Contents (12)

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Indice

Poemetti

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Indice

I. Il sistema de' cieli

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O candido censor di quante vergo, di vigile lucerna al cheto lume o sul roseo mattin, delfiche carte, caro alle muse ed al cetrato Apollo, 5del mio libero canto oggi tu sei l’auspice degno; e nel sermon de’ numi m’udrai narrarti qual tessendo inganno io vada agli ozi del pomoso autunno in questa solitudine tranquilla, 10dove inculta Natura offremi intorno sparse sul monte antiche selve e case, rustica vista. Ma ben altre ascendo, su’ forti vanni onde m’impenna il tergo la severa d’Urania amica destra, 15a vagheggiar non conosciute piagge dal volgo indòtto, e lá mi spazio e godo volgere per l’immenso etereo vano imperioso a mille mondi il guardo.

La cetra, allor che di sì lunga via 20pende, dolce conforto, a me dal collo, oh come va d’armonico tremore ondoleggiando irrequieta, e come sento che, tese a maggior suon, le corde sdegnano omai l’usato tocco, e quello 25chiedon di Caro e di Manilio invano! Non però sempre del pensier m’innalzo sul volo audace, e per le mute vie dell’oscure contrade archimedèe non sempre io mi raggiro. Ah! tu ben sai 30quante s’usurpi delle nostre cure la creta vil, che la divina parte chiude dell’aura che spirò sull’uomo il Motor primo delle cose; e sai che di seguir le non intese leggi 35dell’arcano commercio invan ricusa, fervido il sen d’omeriche faville, vate sul Xanto, o con Eulero a scranna lettere e cifre a variar non lento calcolator filosofo profondo. 40Alfin cedere è forza. I lievi spirti per la nervosa region dispersi un lungo meditar consuma e pasce, e le troppo percosse imbelli fibre fan che l’alma risenta il loro affanno 45Or odi come fra la doppia cura di dar ristoro al giovin corpo, e l’alma nudrir di filosofico pensiero l’ore divida. Non sì tosto il sole del pacifico mar notte lasciando 50sull’acque immense, ed in silenzio il vasto Messico padre di molt’oro, e Cuba, l’opposta parte del volubil globo orna e riveste di purpurea luce, ch’io balzo fuor dell’agitate coltri,

55e con umil preghiera al del rivolgo i pensier primi, che nel mondo errante «non si comincia ben se non dal cielo». Abil coppier frattanto agita e mesce col dentato versatile strumento 60la mattutina d’oltramar bevanda, e in lucida la versa eletta tazza, del camuso Cinese aureo lavoro. Fervida s’alza la disciolta droga, e di fragranza liquida e di spume 65ricca sovra il capace orlo colmeggia. Ve' come intorno a lei cadendo il raggio vi spiega i bei colori, onde fra’ nembi d' Iride il variato arco si tinge! Ma di tante ricchezze alfin la spoglia 70il mio labbro digiun, che a sorso a sorso va quel salubre farmaco libando, e per dolcezza non invidia allora il nettare, che largo in ciel mescea alla mensa de’ numi il buon Vulcano. 75Pieno cosí di nobil foco all’aure apro grand’ala, che varcar non pave gl’immensi tratti del profondo cielo; e non della bivertice montagna volo sull’erta, ma lá dove Atlante 80vastissimo sul curvo omero torce l’asse ardente di stelle, e geme al pondo dell’armoniche sfere. Ivi di schietto a’ raggi permeabile cristallo ruotan due cieli e il mobil primo, e sparso 85d’astri minuti il firmamento. In mezzo a’ lumi erranti, all’instancabii sole sul non movibil asse alto librata pende la terra neghittosa, e sta. Ma, mentre pingo arabe cifre e segno 90per l’artifizio di volubil punta

di bifido compasso orbite e globi, ecco tocca del monte arduo le cime, su geometre penne remigando, filosofo borusso, armato il braccio 95d’aspra per molti nocchi erculea clava, e fermo su due piè contempla i giri di tante sfere, e non fa motto. A lui sta fra le rughe della fronte sculto ponderamento astronomo, e novello 100del peripato sprezzator pensiero. Non serba il volto un color solo, e torvo sembra guatar del mobil primo il corso, che dall’orto all’occaso, immensa via, seco in un giorno i ripugnanti cieli 105turbinando rapisce e volve in giro: or gli epicicli de’ pianeti e il vasto eccentrico rotar laberintèo fremendo osserva, or dal littoreo Cancro al Capro, dell’Esperia onda tiranno, 110il sol vagante e la mutabil luna. Indi, la vista gravemente tarda a Saturno volgendo, a Giove, a Marte, si meraviglia di vederne i corpi nell’opposta del ciel parte sublime 115piú grandeggiare a noi movendo intorno. Sdegnosamente alfin dietro le spalle gittando alto la clava ponderosa, sfende il cristal girevole, e de’ cieli sfascia i solidi cerchi. Ululi e fioche 120voci confuse al vasto rovinio mettono l’ombre, a passeggiar le Stoe e ’l frondoso Academo un tempo avvezze; e gli ombratici sofi, e ’l servo gregge, che del tiranno stagirita al nome 125trema, e ne’ detti del maestro giura. Ma sotto, intanto, a’ replicati colpi

cigolando dicrollasi e rovina il sognato del ciel macchinamento, e Tolomeo da lunga invan sospira. 130Giá leva Atlante dal penoso incarco libero il collo e le marmoree spalle meravigliando; nella fulva arena splendono i pezzi dell’infrante sfere. Alle rovine il vincitor borusso 135esulta in mezzo; e, da sue voci scosso, d’altri sofí antichissimo drappello i tacit’antri e le pensose selve lascia d’Eliso, e con maestra mano il confuso de’ cieli ordin corregge. 140Ferve l’opra immortal. Facili i numi al gran lavoro aspirano, che giacque colpa di cieca opinione, avvolto di smemorati secoli fra l’ombre. Giá de’ corsier foco-spiranti Apollo 145a Pitagora cede il fren gemmato; e, rimembrando pur l’acerbo caso dell’inesperto agitator d’Eoo, le gote irrora di paterno pianto. Ma il samio auriga all’universo in mezzo 150ferma le rote del volubil carro, e dal timon gli alipedi discioglie. Quegli, esultando, per gli eterei campi qua e lá sen vanno senza legge, e molta dagli agitati crin fiamma si spande, 155finché vogliosi del notturno albergo nel profondo s’attuffano del mare, e non ascoltan piú l’ingrata voce del mattin che dall’onde in ciel li chiama. Ecco Nettuno dall’azzurre chiome 160a Filolao sdegnoso offre il tridente scotitor della terra. Egli a due mani nel sen lo vibra dell’inerte globo,

e dal centro del mondo alfin lo svelle. Con molta forza l’urta indi, e lo spinge 165sull’ampio calle, che traendo il lume stampò d’orma immortale Eto e Piròo. Segue la terra, e variando l’anno va da se stessa dal monton frisèo di segno in segno obliquamente a’ muti 170dell’acque un tempo, or cittadin del cielo. Ma della terra a’ neghittosi perni Eraclide ed Ecfante, anime audaci, giá dan di piglio, e rotear sull’asse la sforzan dall’occaso al lucid’orto, 175e le alternan col moto il giorno e l’ombra. Di nuovo, allor, con piú sicura mano godo impugnar l’agevole compasso, e, di proporzion la varia legge fido serbando, in picciol foglio stringo 180il novello degli astri ordine e corso. Occupa il sol dell’universo il centro, e a lui vicino in breve cerchio volge del celebre Mercurio il picciol globo. Segue, ma quasi in duplice distanza, 185dí tremolo splendor lampi vibrando, l’astro del dí, l’astro forier dell’ombre. Indi la terra non piú pigra, e seco volve il pianeta; che, sdegnando in pria d’ogni numero il fren, vagava in cielo 190dell’altre stelle regnator bicorne. Sola poi vien la rubiconda stella del fero Marte, e dopo lui l’immenso Giove, che tanto gli è lontan quant’esso dal sol due volte. In cosí vasto campo 195forse alcun’altra dell’erranti stelle ruota da noi non conosciuta, e forse suo picciol disco, e per gran macchie oscuro, fe’ si che invan della ritrosa in cerca

al notturno favor di doppia lente 200vagò pel ciel l’astronoma pupilla. Quattro pianeti, all’etá prisca ignoti, seguon di Giove imperioso i passi, a lui rotando intorno. Alfin la pigra del gelato Saturno oscura mole 205vien con cinque seguaci al largo anello, che la circonda, alteramente in mezzo. Qui d’un tenace meditar mi lascio in preda tutto, e, dell’aperta palma letto facendo alla pensosa fronte, 210l’ellittico girar de’ sette globi ammirando contemplo. A tutti in mezzo, d’un maestoso riposar contento il sol risiede qual monarca, e spande con potente vibrar di sue minute 215parti agitate da gagliardo moto, onde immobile altrui volge se stesso, su’ vassalli pianeti a’ rivi, a’ fiumi la rosea luce ed il calor. Ma quale di non sognate qualitá tesoro 220schiudemi il padre di color che sanno? Io certo, io vidi balenar di rai questa al dotto silenzio amica valle, e scender d’alto maestosamente lungo la riga d’or l’alma britanna. 225Mille sovra l’occhiute ali d’intorno erravano al gran padre aerei silfi, di trattar vaghi la volubil sesta e l’angoloso prisma e, de’ segreti spiatrice del ciel, l’ottica canna. 230Fida compagna da’ prim’anni al fianco Geometria gli stava, e l’accigliato calcolo instrutto di possenti cifre, superbo domator dell’infinito. Sotto al suo piede il gemin’arco avea

235Steso alternando la viola e l’ostro l’ali-dorata figlia di Taumante, che, troppo in ciel della sdegnosa Giuno odiando l’impero, alfin si feo del tranquillo filosofo compagna 240e messaggiera, da che vide il raggio, nell’angolar tersissimo cristallo per lui rifratto, lumeggiar le sette tinte del suo bell’arco, e i vivi escirne misti colori onde s’abbella il mondo. 245Ma la consorte del Tonante e suora bieca mirò la fuggitiva, e indarno a lei davanti per temprarne il duolo spiega il pavon le gemmi-sparse penne. Cosí pel ciel la grave ombra movea 250del mio Neutòno. Al suo venir la valle tacque e la selva, e per udirne i detti, immemori del suon, corsero a gara dal colle i fauni, e sulla patria riva drizzarono l’ondosa urna le ninfe. 255Io piú volte l’udii l’ascose leggi di gravitá spiegarmi, e dolce ancora la dotta voce nel pensier mi suona: — Vedi — dicea — que’ sette globi? Il centro di que’ moti è nel sol. La vasta massa 260dell’infocato suo terreno attragge ogni minor pianeta, e con tal forza stende su lor di gravitá l’impero, che dovrebbero tutti a lui nel grembo piombar miseramente, ésca aggiungendo 265di quel liquido foco all’ampio mare. Ma provvido a’ pianeti un retto impresse corso il gran Fabbro, e bilanciollo in guisa col tiranno poter che al centro inchina, che d’ambo uniti ne compose un curvo 270inalterabil raggirante moto,

onde al lucido sol fanno corona. Ma l’attraente forza ognor decresce, se lungi move dal suo centro il corpo, e se degli astri l’inegual distanza 275tu replichi in se stessa: anco saprai dal numero, che quadro indi n’emerge, quanto il vigor di gravitá si scemi. Nota non meno ti sará qual tempri armonica ragion le corse vie 280del pianeta rotatile col tempo, se di ascolterai la voce, ch’alto rimbomba per l’etra profondo, e gli astri infrena e n’equilibra i moti, tal che in se stesso riferito il tempo 285alla distanza cubica risponde, c’hanno fra lor l’erranti stelle in cielo. Ma la severa numerosa legge, ch’agli spazi ed al tempo incider seppe sulle celesti tavole il germano, 290legge è non men di gravitá, che tutte con forza pari alla lor mole attrae in ciel le stelle, e sulla terra i corpi. Per lei volge sí ratto al sole intorno il picciolo Mercurio, e cosí lento 295il remoto Saturno oltre sen va. E l’oceán, che vicendevolmente le terre allaga e nell’antico letto librandosi in se stesso alto ritorna, per forza sol d’attrazion si spande, 300e si raccoglie in liquide montagne, docil seguendo il corso della luna, tal che piú s’erge minaccioso e freme il versatile fiotto, allorché piega Cintia di nuovo sulla fronte il corno, 305o del fratello la raggiante imago tutta ripete in mar dal pieno volto.

Né le comete, benché tanta in cielo volgano elisse oltre Saturno, e tanto abbian lenti ritorni, a quella legge 310sottrar si ponno, che le chiama al sole, da cui riarse, il vaporoso crine a’ purpurei tiranni, al cieco volgo stendono di terror lungo argomento. Invan ti fende di il dotto 315immaginoso architettor pensiero degli elementi suoi le parti in quadro, e te le finge invan da doppio moto fervidamente in vortici aggirate, tal che l’urto fra lor gli angoli franga, 320e la sottil materia indi nascente vuoto non lasci. Impenetrabil sono e solide le parti ond’è composta dell’universo la materia; e nulla scorrer potrebbe, e mutar forma e sede, 325se vuoto alcun non distinguesse i corpi. Vuoti dunque del ciel sono gl’immensi ceruli campi, ove sciogliendo il corso volvon pianeti per riflessa luce chiari nell’ombre, e di splendor natio 330mille vibrano rai lontani soli, e del peso e del moto insiem composte seguon le leggi onde s’annoda il mondo. Or l’infinita provvidenza, e l’arte di lui che primo d’un sol verbo impresse 335alla materia inoperosa i moti, tacito ammira, ed i ravvolti in fosca geometrica nube ardui segreti osa meco tentar. Denso e compatto piú d’ogn’altro è Mercurio, a cui si presso 340il sol lampeggia dalle vampe etnèe; Venere è densa meno e piú lontana, ed in ragion delle distanze varie

la densitá si scema, e scema il moto. Tu ben t’apponi, che, se men veloce 345fosse Mercurio a rivoltar sull’asse, o se men densa di sue parti avesse la marmorea testura, in breve fora arso e disciolto dal propinquo ardore. Ma quale incrudelir d’alpine nevi 350stagion dovrebbe, e d’iperboreo ghiaccio nell’orride contrade di Saturno, se di maggior crassizie il Fabbro eterno l’avesse cinto, e se col lungo giorno, che gli fanno goder sue tarde ruote, 355non ristorasse il mal che lo flagella nel cerchio estremo sí lontan dal sole? Pur cosí dotto magistero a nulla giovar potrebbe se d’alpestri massi, e di non abitate ispide terre, 360fossero que’ pianeti un’aspra mole. Dimmi: che fan le quattro lune intorno al vastissimo Giove, e le altre cinque rischiaratrici del lento Saturno col sottil giro del capace anello, 365ond’egli va superbo? Invan Natura nulla creò, né della cheta notte ad ingemmar soltanto il fosco velo d’immensa mole fe’ pianeti, e mille nel liquido seren lampade accese, 370e il corso volle armonizzarne e l’ore. Luce maggior di veritá foriera meco sul grave ragionar ti spanda che a’ non tentati cieli coll’ottica sua canna assalto diede, 375e nella notte ne spiò gli arcani. A gara dopo lui cento salîro d’Urania figli all’ardue torri in vetta, e d’argolico scudo o di febèa

lampada in guisa sollevar fûr visti 380sferiche moli di cristallo e tubi, che avidamente si stendean nell’ombre ad indagar colla rifratta luce degli attoniti cieli ogni segreto. Io poi, del vario-refrangibil lume 385l’indocile a frenar indole intento, in concavo metal l’accolsi in pria, e d’altro specchio il rimandai sul cavo minor circolo opposto, onde riflessa n’andò de’ rai la colorata riga 390all’occhio armato di globosa lente, e men confusa e piú vivace apparve la fida imago dell’esterno obbietto. Tu, di questo o del primo ottico tubo avvalorando il curioso sguardo, 395allorché mezza della propria notte tace nell’ombre la volubil terra, veglia fra’ merli di solinga torre, e le stellanti chiostre al guardo appressa. Ma pria, novello Endimione, il volto 400fiso contempla della bianca Luna, che quale a lui nell’amorose grotte della latmia pendice, a te di furto par che s’accosti per l’aria serena, e al cupid’occhio la lucente ampiezza 405fa grandeggiar del maculato disco. Oh! quai di cavernose orride valli e di pianure e d’isole prospetti t’offre il pianeta regnator dell’ombre! Le decrescenti sparse macchie e l’aspre 410ad ora ad ora lumeggiate parti son valli e monti, son lagune e mari, d’isole sparsi e di minuti scogli, che d’apollineo raggio in varie guise riflettono allo sguardo; e tal darebbe

415spettacolo giocondo il suol che calchi, se tu dall’orbe dell’argentea luna mirar potessi quanto apre e circonda da Calpe profanata all’Adria estremo il doppio mar, campo de’ venti, e in mille 420contrade l’Appennino arduo comparte. — Ma mentre ei si favella, inver’l’occaso, oltrepassata la metá del giro, volge sul polo aquilonar l’Europa, e l’Appennin di piú lunga ombra il piano 425stampa d’Emilia colle negre spalle. Giá del bianco mantil vestito, il desco grato fumeggia di vivande. Invito piú che non l’epa dal digiuno asciutta fa del valletto vigile la cura, 430e me dal lungo meditar richiama. Ma, qual fumo alle lievi aure commisto, rapida al suon della profana voce del filosofo l’ombra si dilegua, e i mirti consapevoli e gli allori 435a bear torna dell’aurito Eliso.

II. L'origine delle idee

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E qual nuovo mi s’apre arduo sentiero che teme Euterpe di calcar? Da lunge miro le balze d’altissima rupe, cui molto intorno le profonde selve 5spargono orror di sacra nebbia, e tutto aspreggiano i dumeti ispidi il fianco. Pur di timida luce un fioco raggio vacilla intra le fronde, e il cammin segna; qual se fra nubi al viator si mostri 10la bicorne de’ vaghi astri regina, allor che nel suo corso umido vince fredda notte autunnale i dí giá manchi. Cingono il monte orrende valli e lungo fragor di vorticose onde e lamento 15d’Eco in vote caverne. Ah non è questa la vestita di fiori erta di Pindo! Questa non è la garrula Aganippe, che tra’ lauri febei mormora e fugge! Dunque l’impresa lascerò, né baldo 20mi renderan le vigilate notti, e dell’acuto Gallo e del pensoso Anglo le carte con man tarda vòlte, su cui l’irrequieto avido spirto, in un tenace meditar, pascendo 25va l’onorato di saper desio?

Ah! non fia ver, che dove rara o nulla orma stampò fra gl’intricati dumi la poetica rota, ivi si frange da dotto auriga il faticoso calle, 30s’avvien che in petto il revolubil sangue d’altre scintille ricercar si senta che dell’estro volgare, ond’hanno vita sogni e versi d’amor vòti di cose. Sul fantastico carro ecco giá sale 35tacita, il guardo in sé raccolta e chiusa, color di sapienza, in negri veli, e con severa man Filosofía modera il corso delle lievi rote. Gl’indocili destrier, fumo e faville 40dalle anele spirando ampie narici, fan bianco il freno di sdegnose spume, e invan con lui contrastano; ma l’asse d’annoso alloro al non usato pondo di tante deitá curvasi e stride. 45Tu m’odi, illustre pensator, che lume si largo in grave ragionar diffondi sull’arcane dell’alma opre, e del senso tutte le varie facoltá ne trai, ond’ella intende, si ricorda e vuole; 50odi com’io tuoi detti orni e gli altrui, indagator delle composte idee, col verso audace, e lo sospinga ed alzi de’ dipinti fantasmi oltre la sfera nella deserta region del nudo 55pensier, che in se medesmo entra e si pasce. Così, per l’arte di Ieron, si mira mezzo ripien di limpidissim’onda sferico vase, e per l’angusta gola tenue canna di rame immersa, e chiusa 60l’elastica addensar mole dell’aure, che, il liquido premendo umor soggetto.

per lo cavo del tubo, ignote vie lo sforzano tentar, finché, volgendo accorta man la bucherata chiave, 65l’onda repente fuor ne schizza in alto argenteo sottilissimo zampillo, che di minuti sprazzi al mobil vento largo irrorando va le penne, e quasi di ricadere al proprio centro oblia, 70Da che spiegò l’eterno Fabbro in enti le nude forme, che in bell’ordin poste rideano in cima al creator pensiero, Ei delle cose le materie prime alla Natura vigile commise 75segretamente, e per compagno il Tempo, re dell’ore volanti, a lei fu dato a far palese la bell’arte e il mondo del pensoso silenzio in sen cresciuto. L’antica delle cose arbitra e madre 80al gran lavor de’ multiformi obbietti tacita intende, e di sí fine trame empiendo va la variata tela, che invan lincea pupilla immobilmente sul finissimo ordito esplora, e segue 85il lieve striscio della spola artefice. Ma con man pronte l’instancabil veglio a poco a poco la tela operosa va dal subbio versatile svolgendo, e di Natura il magistero accusa. 90Vano è però ch’io rintracciar presuma fra la densa caligine que’ primi tratti del senso e del pensier, che nella alma bambina il vital moto ormeggia, quando dell’uom le raggruppate forme 95l’antico germe a sviluppar comincia, e il triplice inegual fibroso lobo del celabro crescente allo spirto apre

l’armonizzato albergo. Eppur le leggi onde si tien la spirital sostanza, 100misteriosamente, al corpo unita nelle mobili fibre han certa base e lor mercé le varie idee son cónte, prole dell’alma, ora motrice, or mossa. Dunque, sí tosto che serpeggia il moto 105per la fibrosa region de’ nervi, uopo è che l’alma senta. Or quanto fia quel senso ottuso che risponde al primo lieve sgropparsi e germinar del corpo? D’intelligenza il minor grado è questo; 110come nell’alvo prigioniero esiste nel suo grado minor d’organo il feto, rude principio di lavor non mai appien lodato, ed in ragion del lento crescer del sensitivo ordin di fibre 115stendesi ancor d’intelligenza il regno. O del maggior britanno alma pensosa, che, fissando i mortali occhi nell’etra, l’etá del mondo vi leggesti, e il peso, qual eri allor che l’embrione, appena 120di vital aura palpitante e caldo, dal ciel scendesti ad informar? Piú fosca ti rifasciava tenebria di senso e stupidezza, che non ha la selva del vegetante popolo animato 125sotto equivoche forme ascosto in mare, capriccio di Natura. Il picciol corpo, foggiato omai collo scader de’ mesi, la lunga notte e il carcere materno esce abborrendo nel purpureo giorno. 130Varcano allor co’ multiformi obbietti per le cinque de’ sensi aperte vie mille di suono, di sapor, di luce e d’odori, e di quanto il corpo tocca.

(misto il vero col falso) all’alma idee, 135che in sé ritien la ricordevol fibra; ma il vago umor, che la nutrica e stende, appena impressi i lievi solchi adegua, come, aspreggiata dal batter di remo, si ricompone in un istante al riso 140la glauca faccia del tranquillo mare. Quinci a noi di que’ primi anni sol resta una confusa rimembranza; e l’uomo, che poi superbamente erra col vasto pensier del mondo sul dedaleo aspetto, 145ed osa, armato di seste e di cifre, assalir nel geloso antro Natura, dirti non sa quando ragion, da bruto lui distinguendo, gli facesse in fronte albeggiar de’ suoi raggi il primo lume, 150la stupida d’error nebbia vincendo, che piú che a’ bruti stagion lunga intorno a noi s’appasta. In insensibil guisa per armonici gradi il vital sugo, disviticchiando del sensorio i fili, 155il pian viscoso ne distende, e l’alma, che per mezzo di quel sente e ragiona, vien lentamente di seguirne astretta il tacito sviluppo, ond’ella arriva, né il come sa, di sue potenze all’uso. 160Come se densa l’orizzonte occúpi nugola, allor che la volubii terra dall’ombre emerge della propria notte, non ponno in fondo alla tessuta in rete membrana delle facili pupille 165pinger del sol la gialleggiante rota i rai, che assorbe il cupo aere e disvia, sicché in languide tinte il volto appena segnano di Natura. Alfin si scioglie repente il nembo sul meriggio, e tutti

170dell’aria i campi balenando indora la pittrice settemplice del mondo; e il rozzo pastorel le ciglia inarca, alto veggendo sull’umil capanna quell’astro che dal monte escir non vide. 175Cosí l’uom, che nascendo accoglie e serra pingue ignoranza in raddoppiate bende, al lungo impero della cieca dea di sottrar non s’avvede il proprio spirto, finché pieni di forza a lui non vibra, 180sul cammin tenebroso della vita, raggi la lampa di ragion, che in pugno gli accese un nume, e l’aleggiar nudrio della fugace etá. Crede ciascuno innato de’ suoi sensi il facil uso, 185benché di lunga esperienza ei sia il tardo frutto; e tal error giá festi, con lucido discorso, altrui palese tu che, di nostra umanitá men carco, al vol ti mostri del sublime ingegno, 190o meditante , maestro de’ pochi arditi che l’aereo albergo tentan del metafisico sapere; e di vederti non isdegno a fianco l’itala musa, che vestir tuo magno 195argomento di grazia ama, e di suono severamente armonioso, e forse col bel volto virgineo al tuo pensiero, dolce ad un tempo e flebil ricordanza, l’amabile Ferrando ella richiama. 200Certo non mai di gravi sofi il nome fu, nell’antica e nella nostra etade, a Febo ingrato, e culto anzi ed altare nelle pensose selve han da’ poeti, e proprio seggio dalle muse in Pindo. 205Io che fin da’ prim’anni osai con franco

piede spiarne ogni recesso, io vidi un antro colassú di lievi tufi e di pomici scabro aprir le fauci immani sotto l’ederosa rupe, 210e di giocondo orror pascer la mente. Ivi medita il saggio; ivi non foglia in ramo la stridente aura percote, non si lamenta augello, onda non suona. Mirabil simulacro ivi s’estolle 215privo di sensi, ma non d’alma. In carne trattabile addolcito, il pario marmo finge tenera ninfa, e il verde opaco de’ molti lauri, e i rugginosi massi, che le stan dietro, biancheggiar da lunge 220la fan, qual luna cui la notte intorno spiega, in mammola tinto, il largo velo. Te, Prometeo novello, entro la muta grotta covante oscuritá vid’io pender sull’opra che scolpí tua mente 225indagatrice, e d’un braccio colonna farti alla fronte, cui di grave empiea rughe il lungo analitico pensiero, finché, quasi da sonno alto riscosso, punicea rosa dal materno stelo 230rimovi, e destro alle femminee nari la tenera fragranza offri di maggio. Al tocco soavissimo repente svegliasi l’alma, che d’ogn’altra idea priva il gelido informe immobil sasso, 235e tutta, all’urto incognito cedendo, corre alle nari provocate, e trae in sen coll’odorose aure la vita. Cosí, qualor co’ primi raggi il sole feria l’egizia pietra, ond’era tratto 240del giovin figlio dell’Aurora il volto, parca che redivivo in piè tentasse

colle due man sul soglio avito alzarsi il rettor negro delle squadre eroe, mentre le labbra per mirabil arte 145metteano voce di lungo lamento, quasi accusando di sua morte acerba la bionda madre che l’ascolta e plora. Ma gli altri sensi nel rigor si stanno del freddo marmo, e l’olezzar soltanto 150di schietto gelsomin, d’aurea giunchiglia, o d’atro stagno il grave alito cria piacer nell’inesperta alma o dolore, le nervee fila dolce vellicando cogli effluvi, rotondi, o coll’urto aspro 155pungendo d’inclementi atomi acuti. Tu allor nel duolo e nel piacer le fonti d’ogni nostra m’additi opra e pensiero, fonti che il grande stagirita in vista quasi per nebbia al Peripato pose, 160ma poscia in piú profonda ombra ravvolte sparvero, e surse dell’innate idee l’alto edificio, e colá dentro in folla le vuote astrazion presero corpi, e di diva beltá, d’eterni rai, 165sublime sognator, le cinse, finché del ver l’acuto anglo seguace, con un tranquillo ragionar, le mura atterrò del fantastico delubro, e le nude ombre e i lievi simulacri 170galleggianti pel vano aere e le forme in nebbiosa di Lete aura fûr sciolte. Io, dietro all’orme tue, l’anglo medesmo, non che l’oscuro stagirita e quanti a lento passo misurâr le Stoe 175col cittico Zenon, mi lascio a tergo; né solo veggo che dal senso all’alma, qual per ottica cella i pinti rai.

l’idee s’aprono il varco, e delle cose sol cosí ponno colorar l’imago; 280ma giungo a penetrar che dal senso hanno le facoltá dell’alma istessa origo, e che memoria, paragon, giudizio, meraviglia, bisogno, odio ed amore tutto è sentir. Attenzion, desio 285dell’intelletto e del voler nell’opre varie ravviso dominar; ma cinge le qualitá dell’alma ognora il senso, che tutte in lei col fiuto unico in pria destolle, e indarno ei si trasforma e fugge, 290quasi invisibil fatto entro i composti pensieri, e l’istantaneo abito, e il fosco delle tiranne passion velame, ch’io pur l’inseguo, ed afferrando teco la strettamente intesta aurea catena 295dell’analisi lenta, oltre men vo, non dubbio sulle sacre orme, ed alfine della difficil veritá m’indonno. Cosí da’ forti lacci, onde fu stretto dal biondo Atrida, l’indovin del mare 300Proteo pastor delle natanti foche, invan con sua fallace arte tentava disciogliersi e fuggir. Quinci da prima si fe’ lion folti-barbato, e drago indi, e cinghiale immane irto, e pantera, 305e sciolse poi le vecchie membra in fonte liquidissimo, e surse in ramoruto albero, ed acre crepitò qual fiamma; finché, nulla giovando, al primo volto sdegnosamente fe’ ritorno il glauco 310profeta, e ruppe alle venture etadi co’ fatidici detti il fosco velo. Tu godi intanto alla marmorea ninfa or dell’orecchie, or del palato ed ora

dell’indotte pupille aprir le vie 315e chiudere a talento, e per tal guisa or disgiungendo, or accoppiando i sensi, il principio esplorar d’ogni pensiero nell’alma, che profumo in pria se stessa e suono crede e sapor vario e tinta; 320né sé distingue dagli esterni obbietti, finché non anco i membri agita e scalda, liberamente col purpureo sangue circolando la vita. Alfin giá tutto sull’epiderme elastico diffuso 325spiegasi il tatto, e l’acerbette poma della candida ninfa alza il respiro. Scossa dal duolo e dal piacer l’inerte fibra s’accorcia, ed una man solleva, che, ricadendo sull’eburnee membra, 330si striscia irrequieta, e di se stessa interroga ogni parte, e le risponde la propria ognor soliditá: — Son io. — Non cosí fanno l’altre forme, a cui le pieghevoli dita errano intorno, 335ond’è pur forza che da sé disgiunte le riconosca l’alma, e del suo corpo entro i confin l’immensitá racchiuda, che gli altri sensi limitar non sanno. Ma cieca e sorda, senza fiuto e gusto 340l’alabastrina vergine, giá carne, brancola incerta, e il luogo muta e i passi, e dello spazio ad acquistar l’idea giunge a fatica, e curiosa intende a novelle scoperte il vigil tatto. 345Ad ogni passo, che nel molle grembo snoda della freschissima verdura, spunta un piacer. Le lisce pietre, i fiori svèlti dal prato e le tornite frutta si foggian entro la man cava, e sotto

350le flessibili dita esploratrici, che delle varie qualitá fan certa l’alma, e sulle trattabili figure, geometrizzando lentamente, i semi svolgon dell’alto meditar; ma serpe 355fra cosí belle nozion l’errore, e ne’ palpati corpi il caldo, il gelo, e il fluido trasporta e l’aspro e il molle, che modi son dell’irritabil fibra, e fuori di se stessa esce anco l’alma 360ad amar negli obbietti il piacer suo. Mentre di questo avidamente in traccia qua e lá move la ninfa, il dolor viene l’incauta ad erudir. Ruvido tronco, che in larghi giri le ferrigne barbe 365divincola sul suolo al piè s’oppone; v’urta ella, e cade. Di sanguigne stille la mano, il fianco e le nevose gambe rosseggiano alcun poco, e le diresti indico avorio cui sottil pennello 370con grandin rara di purpurei punti il bel candore a violar cominci. Cosí la téma, ignoto affetto in pria, in sen le nasce, e del piacer combatte le soavi lusinghe; e, se pur cede, 375di provvido consiglio a sé non manca, e il pronto ingegno la soccorre o il caso, e d’incurvo bastone arma la destra, onde tentar la trepidata via, che industria è figlia del timor. La bella 380tu stesso or guidi del castalio fonte alla piú lieta sponda, ove dall’arte fu vinta la salvatica natura, e in facile meandro i culti bossi guidò l’ortense architettor. La molle 385anima d’occidente erra sui fiori,

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