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Indice
I. Fantasie
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Gli spiriti del verso
Donde venite, spiriti del verso? Che strana forza da l’abisso informe 3a l’armonia visibile v’attira?
Foste il polline in grembo a’ venti sperso? o foste il seme che sotterra dorme? 6o il vampo che nel sangue mi s’aggira?
Non è sì pieno ne la sua corrente quando nel mare il fiume si discarca; nè sì lontana trae la sua sorgente 10la luce che gli spazi immensi varca.
Fantasmi, forse, da le case avite del sogno erranti in lunghi esilii? o forse 13spiriti de la vostra carne privi?
Che turba accolgo di penanti vite? Perchè a’ selvaggi impeti, a l’aspre morse 16io so per prova che voi siete vivi.
Freme il pensiero in quest’ansie affannose come selva al ventar de la procella quando la muta anima de le cose 20m’assale in cerca de la sua favella.
Grandi fatiche di gente piccina
Gli gnomi cui dà noia il sol nascente deliberaron di sbarrargli ’l passo 3per la spiccia, con novo espedïente.
Venner spiando raggricchiati al basso: e lesti, al rotear del primo raggio, 6su tutti, in armi, con in mano un sasso,
a cento, a mille. Uno stridìo selvaggio di: - Ferma - dàgli - chiappalo - accorruomo, - 9un impeto di ciurme all’arrembaggio
dagli asili de’ topi a quei de l’uomo tutt’empie, tutto scrolla, tutto quanto 12mette a soqquadro il cheto mondo gnomo.
— L’esercito crociato, che fu tanto prode, ma un po’ stordito, a’ suoi castelli 15tornarsene dovè sbattuto, affranto.
Noi no! — dicono i cauti spiritelli; e prevedendo l’occorrenza e ’l caso 18oltre l’armi han con sè chiovi e martelli,
funi e scalèi. L’oste su ’l monte invaso formicola. Ma che sorge in distanza? 21un bernoccolo in un cocuzzo raso?
No, l’è una barricata, e sopravanza quasi d’un dito l’oriente. Or ecco 24a fronteggiar la luce che s’avanza,
springando le zanchette sue di becco uno gnomin s’arrampica. D’in sulla 27gran mole e’ strizza un occhio ed apre il becco:
— Olà, quel solicello! o che gli frulla? nascer da sè? sul nostro ben costrutto 30muraglion scavalcarci come nulla?
O che sì che lo chiappo e giù lo butto! E sbruffi pur quella sua luce sciocca: 33ciottoli abbìam da ciottolarlo tutto. —
Il fiero allarme a gli altri gnomi schiocca con un fischio; e per più poter fischiando 36con le due dita stirasi la bocca.
Odono; e in mille le bocche stirando, tutti a fischiare verso l’oriente 39che comincia a raggiar. Le blatte, quando
co’ stracci aspersi di petrolio ardente s’appicca ’l fuoco a le lor buie sedi, 42sbucano a frotte, disperatamente
fuggendo qua e là. Correr le vedi come neri rigagnoli: a la caccia 45ride ’l fanciullo e le insegue e co’ piedi
le pesta ed una quantità ne schiaccia: s’imbratta la parete, al pavimento 48di chiazze e di fetor resta la traccia:
tal co’ lor fischi a mezzo, in quel momento che sorgea dardeggiando il novo lume, 51schiacciati stetter lì da lo spavento
palpandosi ’l nasin pieno d’acume critico. Poi giù giù fra rovi e sassi 54a precipizio pullulò un nerume
di nanerelli dai piccini passi; fin che i raggi fermando alto lanciati, 57una cestaia di tassobarbassi
gli accolse, e brulicò come a’ mercati fan le corbe de’ gamberi. Ma in questa 60ecco parlamentar tre potentati:
il re de’ gnomi con la buia vesta, il re de’ silfi con quattr’occhi, il grave 63re de’ pigmei con tre corone in testa.
Dice il primo: — Pian piano io serro a chiave la porta de le nuvole. Gaietto 66vi picchia ’l sol. Nessuno apre. Addio fave! —
Dice il secondo: — Io stuzzico ’l folletto che le nubi sbatacchia e il nembo aduna. 69Al novo astro ’l cammin si taglia netto. —
Dice il terzo: — Piccina è ben la luna, pur s’ingegna. Lavora di straforo. 72Passa davanti al sole e lo rabbruna. —
Dissero; e tosto dan mano al lavoro. Ma l’aria ormai di rose e di viole 75tutta quanta era un saettame d’oro.
Un frullo, un trillo s’alza: — Non si vuole, grida una lodoletta, udite, amici, 78costaggiù non si vuol che nasca il sole! —
E mentre rispondean: — Che è? che dici? — con lungo cinguettìo via per le fratte, 81mattinando i lor nidi a le pendici
le cingallegre ridean come matte.
Più che le stelle
Dal cuore i versi, dal cielo le stelle: voci di sogno e cenni di speranza di là dal tempo: fratelli e sorelle, 4come si pare a la lor somiglianza.
Vengon le stelle di lontan lontano, non si sa come, non si sa di dove, co ’l loro passo piccioletto; e a mano 8a mano una dolcezza giù ne piove,
dono de’ sguardi che a lenir tormenti han la materna placida virtù. L’occhio stanco sollevano i viventi 12pur sospirando: la pace è lassù!
Vengon le stelle da gli alti reami a’ lor fidi convegni prediletti. O protesi nel ciel giovini rami 16d’acacie ombrose e d’ailanti schietti,
a voi de i mondi l’armonia si svela come nel Sogno di Scipione antico? numero eterno, che ’l sonoro inciela 20turbine astrale in un amplesso amico.
Vengon le stelle. Ma la notte è scura; ma fredda è l’aria. Non importa. Ben sì di te, di te sola hanno paura, 24nube, astiosa del puro seren.
Forme che ’l sogno innova a gli universi dove s’addorme tutto quel che visse, vengono anch’essi i piccioletti versi 28per le vie del mistero ignote e fisse.
Scaturiscon da l’ombre e van. D’avanti foscheggia de le vane ansie il destino; e dietro a le corrusche orme sonanti 32l’illusion riprende il suo cammino.
Ma se il lor fuoco a le stelle s’agguaglia, più che le stelle han lampi di bontà da folgorar la bieca nuvolaglia 36che al dolce lume insidiando va.
Anime lontane
La forza tenebrosa che sconvolge la terra ov’è sepolta, turbinando ogni cosa come ’l vento le nubi indietro avanti, fa che ignoti s’incontrino talvolta da immense lontananze i veri amanti.
Da lontananze immense vengono, con le mani già protese tremando. Intanto dense
nebbie avvolgono l’anime d’affanno. La lingua manca; e ’l cor si fa palese al modo strano di parlare ch’hanno.
Parlano, ma diverso l’uno intende da quel che l’altro dice. Sempre ’l fiore va perso di lor parole. E più l’uno si sforza disasconderlo, e più della radice l’altro assaggia l’amara unica forza.
Ma gli sguardi! le offese essi no che non sanno e i disincanti de l’anime incomprese: gli sguardi che di luce hanno idioma onde le più lontane disianti cose insieme amoreggiano. E la chioma
di un’umile alberella io vidi sparsa ne la faccia pura d’una sua cara stella. E vidi ’l sole ch’alto trionfava lasciarsi far per gioco un po’ paura dal cipressetto mio che lo toccava.
Sembrano pur vicine le amanti cose belle! e sono tanto lontane! e senza fine da un incubo premute di misteri, che le farà soffrire chi sa quanto, come noi fanno i nostri desideri.
Ch’altro ell’è mai la luce se non d’amplessi una visibil brama, la quale arde e riluce
come la stella in tra la chioma suole de l'umile alberella sua che l’ama, o quando indulge al cipressetto il sole?
E ch’altro la bellezza di forme e di colori, e così pieno il cielo di dolcezza, se non la gioia d’impeti viventi ch’espandono qual onda senza freno de la luce gli eterni abbracciamenti?
Così se di faville l’aria avvampano i cenni e le dimande ch’ardono le pupille de’ veri amanti, un lume di speranza quest’è, fervido più quanto più grande fra quelli ’l vuoto de la lontananza.
Chè del pari vicini sembrano i veri amanti; e il cupo cielo sta fra i loro destini non mutabili mai. Non forza audace d’amor trapasserà quel chiuso velo, non silente agonìa, non umil pace.
Proseguono lontani, poi ch’hanno sciolte da la stretta amica le lor tremanti mani; dove la notte e il turbine li porta ciascuno compirà la sua fatica fin che s’acqueti dentro a l’ombra morta.
Ma tu, luce, che ardi e valichi gli abissi e i mondi abbracci, di quei ridenti sguardi
lampeggiasti una volta, e l’infinita via del mistero da quel dì ne tracci con le brame ch’eternano la vita
de’ veri amanti. Il raggio in cui s’infuse l’anima co’l riso seguirà ’l suo viaggio senza fine, per quanto il sole accerchia de l’aer nostro, e correrà indiviso nel tempo che le umane età soverchia.
Le cose belle allora svegliate al senso di quei caldi baci benediran l’aurora e i doni suoi. Semplicette, non sanno la malìa de gli spiriti vivaci ch’han sembianza di luce e vanno e vanno.
Il monte
Dal monte luce e silenzii. Dal monte libertà e forza. Ne l’acre lavoro consunte vite, sovvengavi ’l fonte 4del vostro ristoro.
Date a l’ascesa le insonni ansie; date al roborante aromatico strame gli esaurimenti; a le ferree ventate 8le fisime grame.
Oblìo pe’l cruccio che rode, pe’i morbi salute il monte vi dona. Gli piace l’orma de l’uomo se i suoi non intorbi 12dominii di pace.
Però che molto ei sofferse. Già corse età di lotte oltre i secoli. I ghiacci dente a le rupi implacabile e morse 16fur d’orridi abbracci.
Invan l’atleta gloriò in sua saldezza. Per l’ime vene arse un palpito ignito; tremò: e lo schianto del cor che si spezza 20conobbe il granito.
Le mostruose ire prime l’indomo visse del mondo che null’occhio esplora: quelle che occulte nel senso de l’uomo 24assonnano ancora.
Or posa. Ossigeni l’aria gli fura, calcari ’l mar, polle ’l fiume nascente, metalli e selve l’industre pianura: 28ei tutto consente.
E posa, e vigila. Son l’orme altere de l’uomo assai; ma più i ceppi serrati. E i suoi raddoppia su l’irte scogliere 32pinnacoli astati.
Libero è il monte. Se il picciol rivale, che opprime e serve, gli getta sue sfide, ei sperde il vanto de l’ombra che sale: 36lo attira, e lo uccide.
I lavini di Marco
Dante qui l’occhio posò. Ne l’interna passione tal forza ebbe la vista 3de la ruina, che divenne eterna.
E la rivide ne la valle trista dove le cose son verace specchio 6del male che più l’anima contrista.
Dove ne’ strazii sempre nuovi ’l vecchio odio si sconta: e i disperati stridi 9percuotono tuttora il nostro orecchio.
Quanto si spazia lungo gli aspri lidi, fosso parea lo sterminato crollo 12da martorar tiranni ed omicidi.
Non altro. Era il fiero animo satollo. Non han salvezza i rei se Dio li fiacca. 15Quando giustizia dà il fatal tracollo,
non sorge l’uomo La natura stracca da lo sfacelo non ottien sollievo. 18Dante guardava. E la deserta lacca
empivagli di sangue il medioevo.
Nel suolo che di scogli irto e ferrigno 21sente ancora l’orribile conquasso sotto il piccone crepita il macigno.
D’ogni parte fuggendo, al ferro il masso 24cede; co’l tuon de la fenduta scheggia se’n va la gran ruina a passo a passo,
come da i paschi la nomade greggia; 27e a lunghe strisce ne la scarca valle il seminato qua e là verdeggia.
Spunta il magliuolo dal calcare, dalle 30bonificate sabbie esce la spica dove i geli bruciarono le spalle
de i tagliapietre, e tese a la fatica 33spaccò le schiene su la roccia il sole, che l’assiduità de la formica
aveano al traino de le carriuole 36d’ingente soma, e il nerbo del Ciclopo al carico de la sassosa mole.
L’informe avanti ’l cosmo; il verbo dopo 39gli abissi de la tenebra; e sovrano radiante ne’ secoli ’l tuo scopo,
o creazione del lavoro umano, 42cui preparava campi ed officine l’alluvione, il tremuoto, il vulcano.
La storia ormai è sgombra di rovine, 45nè più teme natura il cieco scempio. Specchio di mondi che non hanno fine
de l’operosa età sorge l’esempio; 48ed escono pinnacoli e colonne dal masso antico per il nuovo tempio.
E la bellezza, ove raggio lascionne 51più vivido il pensier, che pare albeggi da cieli eterni su la terra insonne,
l’aspra forza sentì de le tue leggi.
ct I Lavini di Marco: vasta landa sulla riva sinistra dell’Adige presso Rovereto, coperta di massi franati, la cui rovina, secondo gli Annali di Fulda, sarebbe da attribuirsi ad un terremoto che sconvolse tutta quella regione nell’867 e ad un monte smosso, caduto nell’Adige nell’883. Ottone di Frisinga (sec. xii) ricorda un altro terremoto, non meno spaventoso, che circa il 1111 aveva rovesciato città, ville e monti.
Lo spettacolo di questa enorme frana è descritto nella visione dantesca, là dove il col suo, scendendo dal sesto al settimo cerchio infernale,
giù per lo scarco Di quelle pietre che spesso moviensi
vede sott’esso
La riviera del sangue, in la qual bolle Qual che per violenza in altrui noccia. Inf., xii.
Oggi l’industria, che s’impossessò dei Lavini di Marco, ne trae ottimi materiali da fabbrica; e quel suolo, già in più parti liberato dalle pietre, è bonificato e ridotto a cultura.
Brivido antico
Non sempre a l’erme città funeree la sua dimora solenne e forte visibilmente tra’ marmi rigidi ferma la morte;4
o dentro il breve quadrato accogliesi del pio campestre cimiterietto, dov'è il riposo vero de gli umili e benedetto.8
Ma in mezzo a l’opre sonanti, tenue nel vel de l’ombre, talor s’aggira; beve la luce, la nostra vivida aria respira.12
Fuori nel sole nereggian gli alberi, le dolci cure l’animo oblia, ne’ visi noti qualcosa straniasi, non so che sia.16
Quando la sera le piazze affollansi, sentir sepolte d’antica gente l’ossa scricchianti là sotto il lastrico mi viene in mente;20
e il focolare de’ cavernicoli, che, un tetto e un seggio di pietra aggiunto, teneanvi assiso, seco a convivere, il lor defunto;24
e l’ardua tomba de le Piramidi, possenti come l’eterno Incerto a dominare, fiaccando i secoli, cielo e deserto.28
Paga del sonno, tra le necropoli si spaziava, regal signora; familiare sedea con gli uomini la morte allora.32
Oggi l’esilio fuggendo e il lugubre regno bugiardo de’ suoi recinti, con la carezza del sol, de l’aure ci tiene avvinti.36
Le rusalche
A’ bei dì che in veste florida tutto al sol pur mo’ rinacque, le Rusalche, strane vergini ch’han dimora in fondo a l’acque4
de l’arcana Russia, a l’ospiti verdi spiagge assise, come è costume lor, si lisciano le fluenti verdi chiome.8
Or taluna va cullandosi sopra un ramo d’arboscello, che si flette al fianco tenue men che a l’ala d’un uccello.12
Ora insieme gaie scherzano via de’ laghi su le sponde: sguardo alcuno ivi non penetri curioso, chè ne l’onde16
tutte allora giù spariscono in un lampo. Guai se qualche giovinetto mira improvvido le bellissime Rusalche!20
Sempre a lui la maraviglia desta in cor brama novella: donna in terra più non trovasi che gli possa parer bella.24
Ma fuor balzano spontanee quando le malìe nascoste mette in fuga co ’l suo limpido raggio il sole a Pentecoste.28
Ecco allor fra danze e cantici per le fresche amene lande coglie fiori e intreccia il popolo a le ninfe le ghirlande;32
e ne l’acqua sparpagliandole tutti fanno ad esse onore: quella scotesi e d’un palpito trema e ride insiem co ’l fiore.36
O se allora il rito amabile su da i fluidi nascondigli faccia mai che alcuna arrendasi ai floriferi vincigli;40
se a l’omaggio favorevole d’un eletto si mostri ella, e d’amore il dono arridagli sospirato, non sia quella44
che scrutar de ’l tetro vortice i misteri ama; non sia quella che d’inganni specchio fa sua vana leggiadria;48
ma sia quella che instancabile, come vuole il buon destino, gira intorno con la candida man la ruota del mulino.52
Ben dal monte a precipizio scenderà la dea Morena, che su i carri de le nuvole vento e gelo e morte mena.56
Non farà la sferza e l’ululo de le smunte carovane tremar più vecchi nè giovani perchè ognuno avrà ’l suo pane.60
ct Le Rusalche: ninfe che appartengono alla mitologia slava. Sono descritte come vergini d’incomparabile bellezza, le quali abitano nei laghi e nei fiumi, talvolta anche nei boschi; e, secondo una fantasia popolare, sulle spiagge erbose stanno a lisciarsi i lunghi capelli verdi. Era costume di celebrarne l’apparizione durante la settimana di Pentecoste, gettando loro nell’acqua corone di fiori, fra danze e canti. Ma infelice chi arrivava a vederle! perchè solo assai raramente concedevano il loro amore ad un eletto. E quando egli ne aveva vista una, non poteva poi trovar bella nessun’altra donna terrena. (Vedi , Vollständiges Wörterbuch der Mythologie aller Völker. Stuttgart, 1851, p. 965.)
Così pure si legge in Deutsche Mythologie di , Berlin, 1875, Vierte Ausgabe, I Band, p. 407: «Die Russen nennen ihre weiblichen flussgeister rusalki: schöne jungfrauen mit grünem oder bekränztem haar, auf der wiese am wasser sich kämmend und im see oder fluss badend. sie erscheinen zumal am pfingstage, in der pfingstwoche, und das volk pflegt dann unter tanz und gesang ihnen zu ehre kränze zu flechten und ins wasser zu werfen».
Vi accenna pure il nel suo Manuel de l’histoire des religions, etc., nouvelle édition, Paris, Leroux, chap. iii, 112, notando che «Toutes les propriétés de l’eau.... sa beauté trompeuse et sa mystérieuse profondeur, son pouvoir magique, qui met en mouvement la roue du moulin, sont personnifiés dans les belles Rusalkas....».
II. Elegie
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Nell'anniversario d'una sciagura
Oggi un anno. Ritorna, ecco, ne l’ora tragica come un sogno di demente la visione atroce. Ancora ancora3
odo il grido salir subitamente per ogni terra ripercosso, e farsi muta ascoltando e pallida la gente.6
Turbinar del disastro i segni sparsi vedo ne l’ombre. Il vapor romba: un cozzo fulmineo d’inferno: uno schiantarsi9
di carriaggi e ferramenti. Mozzo in due sfasciasi ’l treno. Ardon rottami e corpi. Co ’l fragore alto un singhiozzo12
d’agonie va. Che orribili richiami, taciturna Piacenza e voi nebbiose rive del Po, percossero i velami15
muti del cielo! Erano speranzose famigliuole, mariti erano e padri e fidanzati, eran fiorenti spose18
e figli tenerelli e incinte madri. E tu ’l viso cui l’ala il nero dramma sbattea, Mario, raggiavi e de’ leggiadri21
occhi pensosi a l’avvenir la fiamma, bellissimo fanciullo; e scudo t’era il ben che ti voleva la tua mamma.24
Invano. Potè mai siepe o barriera dal fiore distornar, quando dirotta crepita al campo, l’orrida bufera?27
Indifeso perivi e senza lotta. La franca legge del volere umano per te, fanciullo, a mezza via fu rotta.30
Perivi. Il caso con la cieca mano era a le spalle. Un attimo: ed infranto le membra t’ebbe nel suo gorgo insano33
la distruzione. Spigavano intanto a la tua fronte le speranze, i sogni del padre, che vedea con dolce vanto36
se stesso in te risorridere ad ogni libera vetta o ardimentoso scoglio cui forte ingegno e fervid’estro agogni.39
Vivi tu sempre con l’antico orgoglio, Niobe eterna, e provochi la sorte a fulminar la pianta nel germoglio?42
Stringersi al petto il figlio, e su le porte d’un cimitero abbandonarlo! O forse ha la sua primavera anche la morte?45
e chiede albe e sorrisi, e il fior che sorse per nostra gioia era il fior del suo maggio che di qua solo un poco la precorse?48
Speranza, che sostieni ’l buon viaggio, quando s’abbatte l’ultima stanchezza e con lento languir tremola il raggio,51
il morbo rode e la fibra si spezza, pietosa amica, di pace favelli. Ma quando in roseo vel la giovinezza54
d’incanti ancora intatto e sogni belli, co ’l sospiro immortal de la natura s’addorme in seno de’ precoci avelli,57
ispiratrice sei. Spande una pura chiarità di rinascita infinita di là da l’ombre de la sepoltura60
la soave primizia de la vita.
Dall'antico al nuovo ospizio
Se ’n vanno. Chi da l’ospite dimora congeda i vecchi cui negò la vita l’ultimo pane? Qual fortuna ancora3
dal bel palazzo che l’insegna avita donò a l’erede povertà, chiamando, un altro albergo a’ stanchi padri addita?6
Guardan pensosi indietro a quando a quando. Su, vecchi padri! Su, voi cittadini! In alto i cuori! Non è questo un bando.9
Altre sedi, altre imprese, altri destini la città industre spazïando innova dietro il pensiero che non ha confini.12
E, date l’ali a la conquista nova, Milano, madre de le forze intense, tutte l’emule sue vince a la prova.15
Ai folti artieri le officine immense, a l’atleta civil liberi campi, a i fiacchi del cammino asili e mense.18
E tutto innerva, e par che tutto avvampi d’una corrente d’anima futura la sua energia che non conosce inciampi.21
Uscite, o padri, da le antiche mura senza rimpianto. Abbia ’l suo dì giocondo l’idea che affranca l’uom da la sventura.24
Muoiono gli echi, e il brivido profondo de’ luoghi abbandonati ampio e funesto scorre il palazzo gentilizio. Al mondo27
mai non si vide uno squallor più mesto.
Come quando de l’uomo si scolora la vita senz’affetti, anche del Pio Albergo il nome, che si spegne, accuora.3
Torna ’l mattino limpido e ’l brusio del Verziere. Pur, tra la folla manca qualcosa di domestico e natio.6
In bruna assisa la famiglia bianca, ad uno ad uno, in mezzo a l’altra gente, più non isciama e ’l suo passo rinfranca.9
Muta è la casa. E nulla è sì possente fra ’l suon de l’opre e l’incessabil moto come il silenzio de le cose spente.12
Un sogno dunque, altro non fu, che a vuoto raggiò ’l tuo ardor francescano verace, Principe Tolomeo Trivulzio, il voto15
col quale tu chiudesti gli occhi in pace? Oro e deserto avevi intorno e il lutto, simile a grido che mai non si tace,18
de la sventura che travolse tutto. Allor, sognando il tuo gran sogno umano, — Qui, tu dicesti, dove a me distrutto21
fu ’l nodo nuzïale, e l’amor vano fu di marito e padre, un focolare trovi chi stende per pietà la mano — .24
Quanti infelici udironsi chiamare giù presso a morte, e qui venner contenti di poter prima un poco riposare!27
Quanti reietti da i loro parenti supplici atteser, rigidi la faccia per l’angoscia di tutti i patimenti!30
Pure, al lavoro avean rotte le braccia pe’ i molti figli a procacciare il pane: ma ’l vecchio inerte ne la casa impaccia....33
non ne la casa, ne le orrende tane. Che valse tra’ mestieri e tra’ servizi incanutir? spola ed ago da mane36
a sera trarre ne i densi opifizi? e sotto ’l cenno altrui prendere in cura de la famiglia i pazienti uffizi?39
Che valse lume di civil cultura e solerzia di traffici e ’l vitale sforzo che il popol ne le asprezze indura?42
Fu la lor sorte a la miseria eguale. O giustizia ideal, quanto sei vana, se un’immensa pietà qui non prevale!45
Così sognava; e la pia gloria umana già vedea del suo sogno il Fondatore cogliere e benedir l’età lontana.48
Vinse l’oblio. Raggian novelle aurore; ma prima in grembo a la tenebra folta sempre una luce di tramonto muore.51
E ne la notte, che le voci ascolta del mistero, qualcuno par sospiri come di dolce cosa che gli è tolta.54
Par che qualcuno trepido s’aggiri e chiami: — Chi turbò le soglie pie? Dov’è la pace che a’ tardi respiri57
concedean l’ampie sale e le corsie? Del mio nome che fu? Qual mano il santo voto cancella e le memorie mie? — 60
Sott’esso i belli archi sonò di pianto un lungo eco a quell’inutil chiama: sonò ne i vasti dormitorii. Intanto63
co ’l sospir vano e la delusa brama di qua da l’ombre che la morte crea, come la foglia da la morta rama,66
l’ultima vanità de l’uom cadea.
Via con l’insonne battito de l’ora notturna l’ansia e lo sgomento. Via i pallidi fantasmi. Ecco l’aurora.3
Come creata da la fantasia la nuova sede a le brezze odorate le sue verande spalanca giulìa.6
A cento a cento lungo le vetrate gli ospiti affaccian la lor bianca testa. O il bel sole! O la vita a piene ondate!9
Popolo, ride un ideale in questa gioia pensosa del tuo buon destino come vigilia d’aspettata festa.12
Quando ciascun tuo figlio, cui ’l meschino frutto mancò de i lunghi sforzi, un raggio veda splendere in fondo al suo cammino.15
Fra i tardi stenti pur veda un messaggio scender di pace, e non abbia paura de l’abbandono, e dica a sè: coraggio!18
O civiltà, che libera e sicura guardi a la mèta, se al sognato lido approdi ’l genio de l’età ventura,21
da le fatiche esausto e gli anni, un fido rifugio almeno trovi l’uom canuto per la sua fine. Sorge questo grido24
dal cor de i buoni. Sia come un saluto benedicente! Annunzi in ogni dove co’ squilli e i canti del fraterno aiuto27
la primavera de le genti nove.
In morte di un filosofo
Torna il pensiero ove cantando osanna Dante vedea dopo la nuvoletta gli angeli che parean pioggia di manna.3
E mi ricrea la luce benedetta onde ogni cosa che da lei rampolli piacer diventa d’armonia perfetta:6
le rive d’Arno e i fiorentini colli d’eterno maggio glorianti in giro ne l’amplesso del ciel vividi e molli;9
e curvi anch’essi sotto il bel zaffiro Santa Maria del Fiore e il Battistero che danno pace al mistico sospiro.12
Come lontano in paese straniero mesto figliuol desidera la madre, così voi, dolci luoghi, ’l mio pensiero.15
Ma quasi in sogno quell’aure leggiadre chiamare a nome e sospirare ascolto: — Augusto Conti, dolcissimo padre! — 18
Nè più rivedo il bel vecchio raccolto qual soleva mostrarsi ogni mattina là tra i fedeli, luminoso il volto21
e la persona immoto, a la Regina de’ Cieli orante, da cui fiamma attinse d’opere belle. O quanto la Divina24
che l’Angelo annunziò e qui dipinse diegli d’ardore, se per onorarla orgoglio insieme e debolezza ei vinse!27
Un che celeste nel suo esempio parla veracemente. Erano schiavi i tempi tra falsi dubbi, e d’arrogante ciarla30
cattedratica ottusi i volghi scempi; quand’ei levossi e liberò la penna da’ cavillosi lacci ambigui ed empi33
tra’ quali ’l senso e la ragion tentenna. Mentre accennar gli altissimi intelletti vedea, come ad amico amico accenna,36
lui precedendo: i filosofi schietti di Grecia e Italia, quelli a la cui scuola Dante filosofò gli eterni detti.39
O amabil luce de la sua parola forte a snebbiar da’ scettici ludibri l’unica verità che l’uom consola!42
O d’armonia ideal candidi libri, d’onde nel suo pacato ordine il bene par che più raggi di bellezza vibri!45
Con la sincerità che fede ottiene tralucea l’innocenza de la vita a lui dal volto. E quando più serene48
speranza e morte han l’anima ingioita? Quando così solenne e così in pace la bontà di Firenze s’è partita?51
Ben è questa de l’uom gloria verace che del suo fine allegrasi, per cui più de la vita a noi la morte piace.54
Ma la fatale ora di gloria a lui, che un’altra volta l’aspettò da forte, non nuova arrise. Arrisegli già sui57
campi, ne l’armi, quando per la sorte del leonino battaglion toscano con la bandiera andò incontro a la morte.60
O entusiasmi, o fede, o sovrumano fremito de la patria! ed o speranze oltre il vero felici! Il veterano63
ardea tuttora in quelle ricordanze giovanilmente. E gli parea sentire di quell’eroico maggio le fragranze.66
Quando sul Mincio il cavallo nitrire s’udì di Carlo Alberto, e l’Appennino fu tutto un grido: «O vincere o morire!»69
E col fuoco saggiarono il destino d’Italia Curtatone e Montanara, abbreviando l’operar divino.72
Così un popolo elesse, e fu sì cara la libertà, fior de l’idea civile e del martirio, che gli eventi schiara.75
Così a lo sprezzo d’ogni via servile crebbe armato da lei quel santo petto, ch’era sì altero e fuor parea sì umile!78
Or lo spirito, che divien perfetto di luce in luce, glorioso e franco giunge al riposo, ch’è quaggiù interdetto.81
O non mai sfiduciato e non mai stanco, pur quando a gli altri largheggiar vedevi le ricompense che a te venner manco;84
tu, che pago eri in cor, tu che sapevi per quali lotte da’ peggior tiranni a vera libertà l’uomo si elevi;87
se ti ricordi de’ passati affanni, di quest’ombre ove soffresi e delira dietro un vanir perpetuo d’inganni;90
a noi qualche benigno alito spira di quella pace cui s’appunta in vano fuor del regno di Dio la nostra mira.93
Noi, fin che a vespro su le alture e ’l piano tutta fiammando la serena chiostra s’immergerà ne’ cieli ’l sol lontano,96
di te pensando, mentre il cor si prostra, e di quel fine che immortale adempi, riscossa sentirem l’anima nostra99
sorgere al cenno de’ tuoi vivi esempi.
III. Paginette
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III. Paginette - In un albo
Se un dì per la tua gioia chiederai la dolcezza ideale che dono fa parer celestiale la poesia quando più addentro parla; pensa, fanciulla, che in te stessa l’hai5 per te, per gli altri; e che ti basta a darla, se vien dal cuore, anche una voce sola, un pio sorriso, una buona parola.
III. Paginette - Le note della mamma
Varii fogli di carta, e su ciascuno qualcosa scritto, qualche noticina, date, conteggi, elenchi ond’è provvista la buona madre di famiglia. In uno 5ricette di cucina, spese in un altro, in un terzo la lista, capo per capo, de la biancheria. Ed anche in mezzo a questo, tutta scritta di mano eguale al resto, 10una piccola bella poesia.
L’arti leggiadre e gli umili profitti che i destini scompagnano, fratelli, varii fogli di carta anch’essi sono, eguali, e sol diversamente scritti, 15ciascun de’ quali ad una cosa è buono. Utili sieno o belli, nobili o vili, d’una mano stessa, senza far differenza, tutti gli scrisse a un fin la provvidenza, 20ch’è buona madre di famiglia anch’essa.
III. Paginette - Carriera poetica
Ne la pubblica via c’era un poeta. Stava aspettando che passasse gente. Stava in orecchi semmai venga alcuno co ’l tema per il canto e la moneta. Ascolta e ascolta. Non viene nessuno. Guarda e riguarda. Non vede niente.6
Quel che lo inquietava era il pensiero d’aprir bocca nè aver nulla da dire. Conosceva le regole del Bello,
e che un poeta, per piacer davvero, deve sempre badare a dir sol quello che più la gente ha piacere d’udire.12
Finalmente! ecco le folle! son esse, quelle che plaudono e pagano! a cui egli si fa con bel gesto d’avanti. Ma chè! Tutti poeti e poetesse che aspettano anche loro. Tutti quanti che null’hanno da dire; come lui.18
III. Paginette - Augurii
I nostri contadini hanno per uso, quando gli augurii l’uno a l’altro fa, dire semplicemente: «Vi desidero». 4Che cosa? Non importa andar più in là.
O schietta cortesia contadinesca, quanto meglio t’accosti a verità del costume che un mondo di beni augura.... 8perchè rincresca poi se alcuno gli ha.
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The end
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