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Volume Primo Principj di Ontologia
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Volume Primo Prefazione
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Dei presenti Libri col titolo stesso che portano fu pubblicato un saggio (or va per li nove anni) nella Rivista contemporanea. Sebbene quel saggio toccava solo le materie ontologiche e prometteva le cosmologiche. Tal promissione è adempiuta oggi bastevolmente. E se alle materie ontologiche manca tuttavia una esposizione particolareggiata, non credo manchi nessun principio fondamentale e d’ogni punto si discorre quanto bisogna per cogliere con chiarezza l’idea di tutto il sistema.
In esso volli ritrarre il più nettamente che io seppi la effigie del platonicismo italiano. E così lo domando, non perchè la filosofia possa giammai sortire una patria particolare sendo delle cose più universali e co- municative del mondo, e questo medesimo platonicismo del quale accenno derivando da fonti in gran parte straniere all’Italia. Il nome pertanto da me appostogli vuol solo significare quella dottrina risorta nella Penisola da un buon terzo di secolo, passata per la filiera di due o tre ingegni potenti e alla quale ò procacciato di dar compitezza colmandone qua e là i difetti levando il soverchio, ponendo coerenza e legame per ogni dove, e studiandomi di provare come comincia dove finisce e questi a vicenda supplisce e compie in molte materie Platone. Sopra ogni cosa ò studiato il nesso e il rigore dimostrativo e dato alla scienza intera un cominciamento a priori inconcusso e fecondo. Che se taluno ciò domandasse un filosofare all’ecclettica; sia pure, risponderò prontamente. Perocchè io non so troppo bene se la verità è platonica od ecclettica od altro; questo so certo, che conviene cercarla con sincerità di cuore, altezza di mente e ostinatissima meditazione. Ciò fatto, quel che risulta s’abbia pure il battesimo che altri vuole.
Del rimanente, sono belli e sonati diciannove anni dacchè nei Dialoghi di scienza prima io ardiva promettere che quelle materie medesime colà trattate giusta i dommi ed i metodi naturali, o di senso comune che si voglian chiamare, avrei ricercate e discusse con prove apodittiche e prestandomi a quali che sieno le condizioni e le esigenze d’una teorica rigorosa ed esattamente dimostrativa. Delle cagioni dell’indugio è fatta parola per entro ai volumi. Salvochè io debbo qui confessare, che quanto maggiore intervallo è stato frapposto fra il promettere e l’attenere, altrettanta è con ragione cresciuta l’aspettazione di questi Libri, il cui poco merito nessuno conosce e misura meglio di me; e forse avrei operato da savio a non tentare l’impresa o tentata e compita a non la mettere in pubblico, ristringendomi a quella modesta maniera di filosofare esposta nei Dialoghi, e alla quale si fa sempre incontro con aria giovialona e contenta il più della gente che sfugge la gravosa fatica del meditare sottile e profondo. Ma io dirò le ragioni dell’essere rimasto saldo al proposito.
Quando io in Parigi mandai fuori il volume dei Dialoghi, la filosofia del senso comune che altri à pur domandata scozzese perdeva fautori e riputazione, sopraffatta qual era dai sistemi grandiosi e spettacolosi di metafisica trascendente venuti a luce in Germania. E lo stesso , ultimo allievo della scuola di Edimburgo, piuttosto che coltivare e allargare il campo già dissodato e fecondato dal , compiacevasi di negare ogni cosa e negar sopratutto la possibilità d’una scienza dimostrativa. Opportunissima, pertanto, giungeva la pubblicazione dei Dialoghi, qualora il mio ingegno non fosse rimasto tanto inferiore allo intendimento di far risorgere nel concetto e favore degli uomini quella forma di popolare metafisica.
Ma da indi innanzi la cosa à mutato aspetto. Chè in Francia i libri di così dotti come eloquenti e così veri quanto persuasivi alzarono quella filosofia ad uno splendore che mai forse non acquistò per avanti; e certo mai prima del Simon (ch’io sappia) non venne applicata ai gelosi problemi di scienza sociale.
In Italia , scrittore acuto perspicuo ed elegantissimo, coltiva da parecchi anni con largo frutto quella maniera piana e socratica di filosofare; e sebbene, per mio giudicio, egli la tragga sovente là dove con le sole forze della ragione andar non potrebbe, conviene ringraziarlo assai che contro l’esempio de’ troppo dommatizzanti mai non gli è fuggita parola contro la libertà illimitata del pensare e dello scrivere in metafisica.
Se non che la filosofia del senso comune cesserebbe di recar giovamento e conforto agli uomini, quando negasse, come fecero gli Scozzesi, la possibilità d’una più alta filosofia e fossero levati di mezzo i tentamenti nobilissimi del fondare la scienza a priori. Perlochè essendomi io nei Dialoghi fatto censore del e della sua scuola propriamente a rispetto di tal negazione, a me sconveniva di rimanermene sempre fra gli uditori di o seguir sempre nella sua villa del Tuscolo e sedermi con esso lui all’ombra della quercia di Mario.
Io riconosco di aver combattuto aspramente e con ogni arme non disonesta e gli Hegeliani per due ragioni efficacissime sull’animo mio: l’una che io giudico la sua dottrina falsa, paradossa e bizzarra; l’altra che io la temo funesta all’Italia quando vi ponesse gran piede. Perocchè, a dire aperto ogni cosa, in niuna maniera ò potuto capacitarmi ch’ella non iscalzi dai fondamenti il principio morale assoluto che differisce toto cœlo dalla utilità o dalla volontà del maggior numero degli uomini. Nè gli Italiani sono Tedeschi, appo i quali la mente scapestra e il cuore sta saldo e all’anarchia delle idee mette compenso e riparo il sentimento profondo del retto e del santo.
Pel resto, se combatto e percuoto con fieri colpi Hegel, la scuola sua ed il suo panteismo, non entro per nulla ad appuntare le intenzioni di lui e di chi lo innalza sui nove celi; ottime anzi le credo e purissime, allo stesso modo che voglio sieno giudicate le mie. Ringrazio Dio similmente che abbia alla perfine fatto rilucere su questa nostra Italia il sole di libertà, e desidero che possa ogni opinione speculativa esservi controversa con più franchezza ancora e interezza, se ciò è possibile, che in Inghilterra e in America. Niuno à fede più viva di me nel finale trionfo dei principj eterni del senso comune e dell’assoluta moralità.
Non mi reputo tale da esser degnato di seria confutazione dalla parte de’ miei avversarj in filosofia. Ma dove il facessero, vorrei pregarli di andare diritti al fondo dei miei pensieri, e non cogliermi in fallo sul qualche frase di dubbia significazione e ponendo a contrasto tale espressione con tale altra. Del pari li avviso che non gioverà loro rimproverarmi di grossa ignoranza nelle lingue e nelle fisiche discipline. Chi andrà insino al termine di questi volumi, vedrà con gli occhi suoi proprj ch’o non volli in ciò essere prevenuto e aspettare i rinfacciamenti altrui. Ma s’io sono ignorante delle lingue e d’innumerevoli altre cose, sono però disennato? e non potrò ragionar dei principj solo perchè le applicazioni in parte mi sono nascoste; nè potrò far giudicio della sostanza di molti fatti perchè molti loro accidenti mi sono mal noti? E del pari, quando io sconfiggo da ogni lato un sistema basterà di rispondere sprezzatamente che io nol capisco ed ò franteso i testi e bevo ai rivi fangosi e non mai alle limpide fonti?
Scrissero fisici e naturalisti in Italia con penna d’oro per tutto il secolo decimo settimo, e vale a dire insino a che nella fisica per appunto e nelle altre scienze naturali tennero il campo. Nè credo in effetto che sia possibile ad alcuna lingua del mondo descriver fenomeni e raccontare esperimenti con la proprietà la evidenza la precisione e l’eleganza invidiabile e inarrivabile de’ Saggi di naturali esperienze; libro imperituro, che oltre all’avere iniziata gran parte degli studj moderni e insegnato i metodi schietti e severi del cimentar la natura, toglie ai nostri dotti qualunque scusa e pretesto del loro frequente barbareggiare. E la cosa è trascorsa oggi al termine, che niuno senza impaccio continuo di nomi e di frasi straniere ed improprie si pone a scrivere in quelle scienze. Io, benchè indotto e sprovvisto di autorità pure ò pigliato arbitrio di ridar vita ad alcune voci e maniere de’ nostri fisici antichi e piegare a desinenze più dolci e italiane alquanti latinismi e grecismi di fresco introdotti. Nè sempre m’è parso bene di seguitare le innovazioni; onde, per via d esempio, ò ser- bato il nome di polipo a quegli animali cui l’antichità l’estendeva molto appropriatamente, significando con esso la qualità loro comune d’esser forniti di molti piedi o tentacoli sopra il capo, mentre le specie di zoofiti alle quali vuolsi oggi ristringere quell’appellazione possiedono il peculiare attributo di attaccarsi ad altro corpo e costruire coi simili loro una specie singolarissima di vegetazione. Ma di tutto ciò mi rapporto.
Il discorrere poi con chiarezza e con precisione di materie metafisiche diventa oggi difficilissimo in qualchesia lingua d’Europa, avendo i filosofi alterato bel bello e scambiato le vecchie e ordinarie significazioni delle voci. Al che negli ultimi tempi s’è aggiunto l’uso intempestivo e pregiudicioso delle metafore e la mania del foggiare nuovi ellenismi non necessarj e mal definiti. Oltre ciò, come l’inventare è malagevole assai e conceduto solo a que’ pochi e radi quos equus amavit Jupiter, così interviene ch’ogni scrittorello mediocre con la novità dei nomi procaccia di darsi aria d’ingegno inventivo ed originale. Sento predicar da ognuno che la lingua tedesca riesce maravigliosa di rigore insieme e fecondità trattando di metafisica; e quella facoltà che possiede in compagnia con là greca di creare voci composte di parecchie altre dàlle arbitrio di esprimere con solo in vocabolo più sfumature d’idee e tener vive in mente le più leggiere distinzioni di cose, ovvero mostrarle in moltiplicità di rapporti e quello che tengono di universale insieme e particolare. Beati dunque gli scrittori alemanni cui la lingua nativa fornisce una si ricca e finissima tavolozza per colorire al vivo le ampie tele de’ lor sistemi. Ma perchè Dio non vuole che le nazioni sieno scimie e ponle distintamente sul mondo affine che ciascheduna tragga dal proprio seno le sue doti e i suoi beni originali e qualitativi, egli è intervenuto che il dizionario metafisico di Germania traslatandosi fra noi Italiani, e massimamente nelle provincie del mezzodi, à ingenerato tale incertezza ed oscurità di parlari, che parecchie stampe venute in luce in questi ultimi anni sembrano cabale e indovinelli, e quando fossero in versi potrebber passare come dettate dal o dagli autori del Pataffio, Sebbene io mi aspetto che dicano provenir ciò dalla cortezza del mio intendere; il che potrebbe anco essere, e non vi si troverebbe rimedio alcuno non giungendo l’arte umana a racconciare i cervelli, e m’interdicendo la mia canizie di supplire al difetto con la fatica di nuovi studj e più consumati; nè d’altra parte io mancava della debita diligenza avendo letto e riletto quelle pagine di cui discorro e cercatone il senso per ogni verso e interrogatone anche qualche mio intrinseco; ma sempre alla fine ne abbiamo cavator del buio pesto.
Comunque ciò sia, piacque a me di tenere la via opposta; e se il mio dettato riesce oscuro, non proviene certo da poco amore di semplicità e di chiarezza. Ma voglio ricordare il detto di sopra che le voci metafisiche furono stranamente abusate, ed una sola non ve ne à che in più tempi e scuole non abbia assunti e dismessi parecchi significati e talora anche opposti.
Laonde, è necessità pel lettore di procedere con gran discrezione e scegliere fra le diverse accezioni, interpretando l’autore con imparzialità e deferenza, e non mai col proposito di coglierlo in fallo e porlo in conflitto con sè medesimo. Non v’à filosofo per avventura, al quale non venga fatto di adoperare in diverso senso a diverse occasioni (poniamo ad esempio) la voce essenza; perocchè questa in fatto significa taluna volta l’ignoto principio delle proprietà naturali di un essere; onde asseriva che conoscere l’essenza delle cose l’aveva per impossibile. Altra volta chiamiamo essenza il concetto distinto individuo e inconfondibile di qual sia ente pensato, e dicesi con ragione ch’ella è universale eterna ed incommutabile tuttochè sia una esi- stenza meramente ideale. Infine tal altra volta si vuole con quella voce esprimere per lo contrario l’essere realissimo o di Dio o delle creature, intendendosi per queste ultime la possibilità loro che è sempiterna e divina e convertesi da ultimo con la infinita efficienza guardata sotto questa o cotesta determinazione. Poco manca che un somigliante discorso non debba ripetersi per ciascheduno dei termini occorrenti alla scienza.
Avverto eziandio il lettore che invece di metter fuori dizioni nuove ed insolite, quando necessità nol vuole, piacquemi di adoperare le già note e approvate, ancora ch’io le piegassi ad esprimere non la stessa cosa affatto; e per via d’esempio, così ò praticato scrivendo visione ideale con accezione un poco dissimile da quella del nel cui sistema, per mio giudicio, sono mal distinte e mal separate le intellezioni e le percezioni. Adunque, visione ideale suonerà per me unicamente apprendere l’Assoluto sotto forma mentale o ideale che voglia dirsi.
Rincontransi in questi volumi parecchie citazioni di opere, ma niuna nota giammai nè lunga nè breve. Il che scostandosi troppo dall’uso comune moderno dirò al lettore aver fatto io sempre il medesimo in qualunque mio libro, sembrandomi, s’io non piglio errore, che le note quando discorrono di cose attinenti sostanzialmente al subbietto debbono in modo acconcio e ordinato far parte del testo; in altro caso, è miglior partito il sopprimerle. Ma pure di ciò volentieri mi rapporto. ct
Volume Primo Libro Primo Dell'assoluto
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Volume Primo Libro Primo Capo Primo Intendimenti dell'Autore
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1. — Io imparerei volentieri il perchè nelle moderne letterature noi ci scontriamo in parecchi autori che ànno con gusto e felicità imitato il libro delle Confessioni di sant’Agostino, e nessuno, per quanto io ne so, quell’altro delle Ritrattazioni. E dove toccasse a me proprio il cercare di cotesto perchè, io direi risolutamente che i letterati sentono meno rincrescimento a scoprire le magagne dell’animo che la povertà dell’ingegno. Però, io medesimo ò posto nome di Confessioni e non di Ritrattazioni al presente scritto, volendo con ciò indicare che negli sbagli grandi da me commessi, erudendomi nella filosofia, ebbe la minor parte l’ingegno e la maggiore e più rilevante le circostanze esteriori, l’indole dei tempi e simiglianti cagioni non superabili dalla sola forza dell’intelletto.
2. — Sebbene, in quale scienza se non nella filosofia razionale dovrebbero essere men vergognosi gli abbagli e quindi poi le ritrattazioni, imbattendoci quivi in una materia la più difficile e astrusa di tutte e, per un certo rispetto, la men sicura; e nella quale ogni storia c’insegna che ancora le menti tragrandi e (a parlare fiorentinamente) sbalorditoje incespicarono e caddero?
3. — Eppure (guardate quanto il mondo è ghiribizzoso e strano) la cosa procede al rovescio; e il metafisico che lasciasi conoscere riguardoso e timido e confessa frequenti volte di non sapere o di saper solo quel poco e tenta e cerca la verità con sospeso giudicio e fa, come suol dirsi, tre passi innanzi e uno indietro, o rimane trascurato generalmente e dimenticato, o se alza la voce e s’aiuta di far rumore, sentesi poco meno che suonar le tabelle dietro.
4. — Quindi anche dall’esperienza mia propria intendo ora assai bene perchè un gran valentuomo di Francia, facendomi intravedere ne’ colloquj avuti con lui, che intorno a molte opinioni e dottrine già messe in giro e divulgate sotto suo nome, egli era per mutar mente e per ricredersene affatto, conchiudeva sempre il discorso dicendo che ciò non avrebbe scritto ne manifestato in pubblico mai; perocchè disdirsi, aggiungeva, in filosofia vale peggio che mutar bandiera in politica e la titubanza e la modestia arrecano più disonore che al milite l’appiattarsi nell’ora della battaglia.
5. — Similmente in filosofia, contro l’uso di tutte l’altre scienze, chi trovasse alcun vero particolare o si restringesse a mettere in maggior lume ed anche ampliare notabilmente un solo e speciale subbietto di psicologia o di logica non ricoglierebbe dal popolo nè credito nè parte alcuna di celebrità. Invece anno credito e celebrità immensa coloro i quali ti sciorinano davanti agli occhi con volto sereno ed imper- turbato una ragione e una spiegazione compiuta di tutto l’universo; e loro nuoce assai poco che sorga non molto dopo altro impavido metafisico con altra non pur diversa ma opposta ragione ed esplicazione del finito e dell’infinito. ct
6. — Ma checchessia di ciò, intendasi bene da’ miei lettori che non per questo io cesso e ricuso di ammirare quegl’intelletti tenacissimi e robustissimi i quali, a simiglianza di Antonio Rosmini, concepirono in età giovanile e con istudj ancor non maturi un ampio e bene architettato edifizio di scienza speculativa; sicchè pel rimanente della lor vita nol mutarono quasi d’un mattone e d’una pietruzza, e solo spesero la fatica a ingrandirlo ed ornarlo di comode e belle adiacenze. Per ciò che risguarda le virtù della mente, io ripeterò sempre che di nessun privilegio umano sento maggior maraviglia e ne rimango siccome attonito.
7. — Laonde io concludo una di queste due cose: o che le forme e disposizioni dell’intelletto sono differentissime fra gli uomini e però capaci di altrettanta diversità di prerogative, o ch’io mi riconosco l’infimo e il più disacconcio di tutti i cultori della metafisica; essendo che nel corso non breve di trenta e più anni, adoperati quasi in intero a investigare quell’ardua scienza, egli m’è succeduto delle volte parecchie di cogliermi in grave errore e di gir confessando tra me e me che la tal mia dottrina o la tale altra era falsa di pianta; e necessità voleva che la fosse ricostruita. Dalla memoria dei quali inganni è poi nato, io nol nascondo, che alle mie fanfaluche mandate in publico io dava spesso un parlare assai ritenuto, e venivami fatto più radamente di affermare che di negare. Così taluno m’à giudicato non pure uno scettico ma della più trista sorta che se ne conosca e cioè di quelli peritosi e pressochè vergognosi di loro nome ed ufficio; onde non sono nemmanco atti a legare e ordinare in forte sistema le lor negazioni. ct
8. — Tempo mi par dunque che io mostri un poco più saldamente di non appartenere ad alcuna generazione di scettici; l’arte dei quali ò pensato sempre che di tutte le dottrinali e civili sia la più facile; e che se alcuna volta è utile, alcuna eziandio necessaria, spessissimo è inopportuna e dannosa.
Secondamente, desidero di annunziare agli amici miei che se la carta mi scuopre il vero e mi segna il diritto cammino, sono prossimo anch’io d’entrare nel porto della filosofia teoretica,
9. — E perchè io sono avanti negli anni e gracile molto della salute; e ancora, perchè l’ingegno fiacco e già logoro e il desiderio sempre vano dell’eccellenza mi fa lentissimo a scrivere, risolvo di significare almeno qual sia il fondamento e quali i principj del mio sistema. Con tale rispetto, quando le linee che segnerò vengano trovate esatte e alla verità rispondenti, non mancheranno intelletti vogliosi di stendervi sopra ogni conveniente colore. In altro caso, avrò provveduto con la brevità a non trattenere infruttuosamente i lettori in conoscere ad una ad una le specialità e i minuti particolari d’una vasta chiniera. Però, io mi confido con questo divisamento di trovar perdono appresso i discreti e amorevoli s’io mi fo per un poco d’ora a parlar loro di me e de’ miei scartabelli; e s’io gl’introduco in quella storia secreta de’ miei pensieri, la quale per ordinario non si domanda e non si racconta.
Volume Primo Libro Primo Capo Secondo Il Libro del Rinnovamento della Filosofia antica italiana
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10. — Sappiasi adunque che appena io mi deliberai, per certo nobile istinto, di darmi a tutt’uomo agli studj speculativi; il che accadde nel 32 in Parigi il secondo anno del mio esilio, ei m’entrò nell’animo una dolce e carezzevole presunzione: e fu di calcar una via larga e sicura fra gli empirici e i troppo dommatici; e mi persuadevo che ciò dovesse agl’Italiani riuscire meglio e più nettamente che agli altri, considerata l’indole peculiare del loro intelletto; il quale in tutti gli uomini sommi di nostra patria mi pareva mostrarsi eminentemente positivo ed altrettanto razionale e sintetico: nè mi sorgeva un dubbio al mondo (tanto può la vanezza dell’amor proprio) che avendomi la natura fatto nascere nel bel mezzo della Penisola e di vecchio sangue italiano non mi facesse partecipare altresì abbondantemente a quei tre caratteri intellettivi.
11. — E sì dell’essere loro, come del bene applicarli alla metafisica, io presi a ragionare in alcuni articoli publicati in certo periodico, allora di molto grido e che aveva per titolo: l’Europe littéraire. Sul che intervenne lo strano caso che, più anni dopo, voltato quel mio scritterello in inglese e inserito con qualche parola mutata e sotto altro nome nella Review di Edimburgo e poi dall’inglese messo di nuovo in francese nella Rerue Britannique, per quell’odore che spandeva di forestiero e d’insolito, fu giudicato in Italia bello molto e autorevole e vollero tostamente tradurlo e se ne allegavano parecchie sentenze ora nel Progresso di Napoli ed ora ripublicandosi le dotte lettere di sulle vicende della filosofia.
12. — Del rimanente, il concetto di fondare la speculativa in sulla esperienza; e niente di meno, alzarla con gran rigore di raziocinio alla somma larghezza e certezza scientifica e al maggior grado accessibile di unità, era effettualmente quel medesimo di , a cui dispiacevano così le dottrine mezzo empiriche e mezzo ipotetiche degli Ionj, come quelle del suo maestro da lui riputate troppo dommatiche e sfornite di prova e prossime a ruinare nel paradosso. Ed io pretendeva di più (nè so bene ora con quanta saldezza di ragione) che nella forma più generale ed abituale della filosofia italiana da ai di nostri, predominasse lo spirito di Aristotile anzi che quello di .
13. — Ma come ciò stia, io veniva pensando in fra me con ardore immoderato e con giovanile baldanza, come poter dedurre per via di principj ricavati dall’esperienza una dimostrazione generale ed assai rigorosa di tutto lo scibile umano a rispetto della sua verità e certezza fondamentale. Al che se male avea bastato il meditare indefesso e l’intelligenza acutissima di Pa- , assai meno era sperabile che vi tornasse sufficiente il mio poco studio e la mia mente preoccupata.
14. — Ed arroge che le difficoltà del problema s’erano nelle mie mani moltiplicate sopramisura; mercechè io aveva fitto il chiodo di fabbricare la scienza dei sommi principj con la sola materia ed il solo regolo accettati eziandio nel libro della , e vale a dire i nudi fenomeni e il principio d’identità e di contradizione. E con tuttociò, io davami a credere di menare al nulla le negazioni kantiane e di convertire in pronunziati apodittici quelle forme tutte di verità e di certezza che il distingueva in ispecie essenzialmente diverse e voleva che germogliassero dal solo istinto e dalle comuni credenze. ct
15. — Così venne a luce l’arrischiato libro del Rinnovamento della filosofia antica italiana. Il quale capitato tra gente ancor troppo digiuna dell’alto e forte speculare nelle materie razionali e guardato solo in quel poco di liscio che aveva e in quella faccia gioviale che dimostrava, ottenne accoglienza e suffragio assai favorevole. Ma la fiacchezza dei giudicj sovr’esso pronunziati e la scarsa competenza di chi li esprimeva, lasciavasi discuoprire eziandio nel tenore delle lodi. Si disse dai più che quel libro era un utile esempio dello scrivere pulitamente e del discorrere con qualche proprietà ed eleganza gli argomenti gravi e astratti, quando si opinava dal generale che ciò fosse malagevole e quasi impossibile al nostro volgare. Alcuni il lodavano per la memoria che rinverdiva de’ nostri antichi filosofi e il desiderio e l’amore che intendeva di suscitare in- verso le opere loro. Ad alcuni invece gradivano più che altro i documenti metodici copiosamente sparsi per lo volume. Tutte le quali cose, presupposto ancora che fossero vere e degnamente lodate, valevano quanto il pregiare in un dipinto di storia il bel colorito d’uno sciamito o il rilievo e gli sbattimenti d’un campanello.
16. — Ma se, a que’ giorni, il comune degli studiosi era pochissimo disposto in Italia a sentir bene e a giudicar finamente dell’opere metafisiche, ei ci viveva un austero e sublime intelletto il quale, toltosi in mano il mio libro e messa da banda l’esamina degli accessorj, guardò nel bel mezzo della composizione ed ebbene quel concetto che meritava. Ne ragionò ordinatamente in un grosso volume e fe ognuno capace di rilevarne le sconciature e gli abbagli. I quali, peraltro, avevano pressochè tutti per comune radice il disconoscere io allora non men del e del la dottrina magnifica e fondatissima delle idee; e similmente, lo sgomentarmi fuor di modo dei pensamenti platonici, per paura soverchia di deviare dallo sperimentale e dal positivo.
17. — Il non parlò al sordo; e ancora che io mi storcessi, come vuole natura, e mi divincolassi un poco dolorosamente sotto le sue battiture, nondimeno io glie ne rimasi poi obbligato e riconoscente; e pigliai esempio dal buono e paziente abachista il quale venuto all’ultima stretta dei conti e scopertovi dentro l’errore, piglia in pace il suo danno e la fatica buttata via e torna da capo ad esaminare con più diligenza e ad una per una tutte le partite.
18. — Delle Sei Lettere mie al Rosmini che mi occorre di dire? elle guarirono assai scalfiture e forse qualche ferita; ma le mortali e profonde, non già; atteso, principalmente, che io proseguiva di tener bron- cio a ; e quando anche in fin d’allora mi si fosse incuorata la riverenza, l’affetto e il quasi cultor che io professo al presente pel gran figliuolo di Aristone (padre di Platone), ciò affrettava la purgazione delle mie opinioni avvenire, non raddrizzava le passate. Pure, in quelle lettere (s’io non m’inganno) fu saviamente difeso qualche diritto dell’esperienza e qualche placito d’; e v’intervenne ancora altra cosa, e ciò è che costretto io a far prova di me in un duello assai disuguale, e sentendomi sopraffatto e vinto, tirai un colpo disperato nell’avversario, e per avventura non andò al tutto a vuoto; e credo che il sistema dell’idea innata dell’ente ne riportasse qualche noiosa ammaccatura. ct
19. — Trovasi scritto che Democrito per desiderio di filosofare più alla libera e con maggiore forza meditativa non dubitò di privarsi degli occhi. Io piglio questo racconto per una parabola od allegoria molto ingegnosa, come sono sempre quelle de’ Greci, e colla quale si volle significare che nel filosofo debb’essere vivacissima la pupilla interiore e inefficaci a poterlo distrarre le cose che sono fuori dell’animo. Secondamente, si volle esprimere che l’intelletto del filosofo debba essere chiuso e come cieco alle passioni mondane e ad ogni sorta di preoccupazioni. Ora, dico per la verità, che gran parte dell’allegoria greca si attuava in quel tempo nell’umile mia persona e con troppa più realità e compitezza che io non avrei voluto. Per tre lunghi anni vissi non che infermo degli occhi, ma come cieco, e dell’altre membra non molto sano. I negozj esteriori non mi allacciavano da nessun lato, perchè mi era impossibile di praticarli e di farci sopra assegnamento. Così io traeva i miei giorni solitario affatto e di corpo e di spirito; salvo che a quando a quando quel silenzio del mondo e delle sue passioni m’era interrotto dalle lamentevoli voci della mia patria serva e infelice alle quali nè volevo nè potevo in guisa alcuna serrare le porte dell’animo. E pure, a quella piaga medesima e così profonda e immedicabile del mio cuore, recava qualche refrigerio la speculazione metafisica; essendo che per lei lo spirito umano dilatando i pensieri nell’infinito dello spazio e del tempo, e addestrandoli a indovinare l’economia intera e la vita perpetua dell’universo guarda con meno parzialità e passione le miserie temporali che lo circondano e le sorti crudeli ed immeritate dei popoli. Fatto sta che appena io mi riebbi alquanto nella salute e mi fu lecito di profondare la mente in qualche forte cogitazione, io tornai subito con grande affetto a cercare la scienza dei sommi principj; meno legato, per altro, e meno aggirato che per addietro dall’amor di sistema: e per conseguente, meglio disposto a rilevare e pesare con equità e discrezione il vero e il falso d’ogni dottrina.
Volume Primo Libro Primo Capo Terzo Della scienza dell'Assoluto e delle sue condizioni
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20. — Anzi tutto, io mi persuasi non darsi scienza effettualmente prima e dimostrativa delle supreme verità, quando non si pervenga o per discorso necessario o con la evidenza immediata del fatto a scoprire la esistenza dell’ente assoluto. Ed io dubitava con gran ragione se mai per la via sperimentale, e mediante i metodi che in Francia ànno nome di psicologici possa fornirsi alla mente le ali per giungere così alto. Allora messa in non cale qualunque altra sorta d’indagazione, posimi tutto a pensare e scrutare codesto massimo e terribile tema della dimostrazione scientifica dell’Assoluto, nel quale oggetto si può ben dire che dopo piglia la mira perpetua qualunque mente speculativa alemanna e in esso si vuotano senza intermissione le sillogistiche loro faretre.
21. — La filosofia, come definiva , vuol costituire la scienza dell’ente. Quindi, perchè ogni scienza è un amplo sistema e ben collegato di cognizioni, la filosofia vuol trovare eziandio il principio di tutto il conoscere. Le quali due somme primalità vennero già sentite e distinte con esattezza dagli scolastici; e l’una chiamarono principium cognoscendi; e l’altra principium essendi. Ogni sapere umano si esercita in questi due obbietti supremi e non in altri giammai. Salvo che nel principio conoscitivo debbe da ultimo venir mostrata la sua dipendenza ed originazione dall’altro; dappoichè la cognizione non può non esistere per quel medesimo per cui esistono tutte le cose.
Nel progresso poi della speculazione un terzo principio debb’essere prodotto in mezzo, principio altresì assoluto e di certezza apodittica dal quale dee provenire tutta la cognizione dell’universo creato. Di cotal guisa l’Ontologia, la Logica e la Cosmologia o vogliam dire l’ente, la cognizione e il fatto che sono i tre spartimenti massimi di tutto lo scibile razionale verranno coordinate e connesse con un sol filo dialettico.
22. — Ciò posto, seguita il domandare se allo spirito infinitamente curioso e superbo dell’uomo è data facoltà d’iniziare la Scienza Prima dalla realità dell’Ente assoluto che è il principium essendi degli scolastici; ed iniziarla di guisa che la cognizione di quella realità riesca così immediata e semplice come evidente ed irrepugnabile; e non già irrepugnabile per suggestione di fede, ma per necessità logica, in tanto che sia manifestamente contradittorio il negarla. Imperocchè in cotesta sola maniera la scienza piglia la forma che a lei è propria. Del pari, debbesi in tal cognizione alla semplicità somma accompagnare una somma plenitudine di conseguenti; e la filosofia teoretica intera debbe giacervi dentro non pure come in radice, ma come in germe vitale e fecondo e capace di mano in mano d’interminabile spiegamento. ct
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