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Teorica della religione e dello stato

Terenzio Mamiani · 1868 · Free in the US

140,498 words · about 9 h 50 min to read

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About this book

Author
Terenzio Mamiani
Language
Italian
Published
1868
Length
140,498 words · about 9 h 50 min
Sections
21 reader sections
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Public domain in the United States

 

Contents (21)

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Indice

Dialogo proemiale fra un Lettore e l'Autore

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ct Sebbene io non uso comperar libri, pure mi sono lasciato pigliare al titolo grave del tuo, e lo vo leggendo adagio e con attenzione.

ct Io te ne rendo grazie particolarissime; chè per l’abbondanza e deterioramento continuo della mercanzia questa passione del comperar libri e leggerli da capo a fondo diventa una rara cosa; ed io so da un pezzo delle mie stampe che le vanno tutte a cascare nel pozzo.

ct Di’ tu davvero o da celia?

AUTORE.

Lo affermo validissimamente.

ct Ma se tu lo sai con tanta certezza, perchè seguiti ancora a scrivere?

ct Perchè ò sempre accusalo me, non i tempi nè gli uomini. ct Vuoi dire che sempre ti sei giudicato mediocre e da non potere vincere con la bontà del dettato la incuria comune. Ora questa è una ragione di più per ismettere.

ct Tu parli da savio. Ma un fine nobilissimo, anzi il fine proprio ed unico dell’operare umano mi rimise testè la penna tra le dita.

ct Non intendo di qual fine discorri. È forse la felicità o il desiderio di fama?

ct Nè l’uno nè l’altro. Chè per colui il quale fa professione di lettere il mancar di lettori qual che ne sia la cagione, è da chiamarsi infelicità. E simigliantemente il cercare fama da chi non ti legge è manifesta pazzia. Senza che l’uomo prevenito alla canizie, cessa di cercare le cose; chè nel generale il vecchio le perde e non le ritrova.

Il fine unico mio è stato lo sgravamento della coscienza. Laonde, se io, come per l’ordinario , non rinverrò lettori al mio nuovo libro ne chiamerò in colpa l’ingegno, non l’animo; e sentirò di aver soddisfatto al debito quanto si ricerca ad uomo che studia e medita il vero. Nè sempre, cometu sai, il vero è negato agl’ingegni mediocri, rampollando esso talvolta dal buon volere e dagli affelti generosi. Onde io non mi sono mai reputato presuntuoso scrivendo e pubblicando ciò che il cuore mi suggeriva. ct Spiegati meglio, e fammi capace dicodesto debito di coscienza a cui ti proponi di soddisfare.

ct Mi spiegherò meglio, quando non ti fallisca la pazienza di udirmi. Noi vecchi amiamo l’Italia con tanta maggior passione quanto l’abbiamo veduta in fondo a tutte mai le miserie e le umiliazioni. Non ti maravigliare perciò se disingannato io d’ogni cosa, come porta l’età e il lungo abito del meditare tuttavolta non perdo dramma de’ miei amori giovanili per la patria nostra carissima. E benché la filosofia e un poco anche l’uso del mondo m’avezzino a dover preferire la causa della civiltà e l’intero genere umano a questa lingua di terra bagnata dal mare e dagli appennini sparita, nullameno l’istinto o che altro sia mi riesce più gagliardo e penetrativo e con violenza soave ed irresistibile m’incatena a lei tenacissimamente per tutta la vita.

ct È naturale, e nessuno, fosse anche straniero, te ne può dar biasimo. Veniamo alle conseguenze.

ct Affermava il nostro buon Re (or sono due anni appena) che l’italia è fatta ma non compiuta. Vale a dire che il gran problema politico della suà libertà e indipendenza manca poco ad essere risoluto.

ct Mancavi assai poco; ma il veleno sta nella coda disse colui, e il compimento da conseguire è tanto più travaglioso in quanto vi s’inchiude un arduo problema morale. ct Tu dài proprio per la cruna del mio pensiero e del mio proposito. E il problema di cui accenni e subito succeduto al politico è avviluppato e vasto per modo che spazia e incombe su tutta l’Europa e convertesi in una delle più gravi cogitazioni e sollecitudini dell’andante secolo.

ct Credo tu voglia significare che nella moralità è contenuta la religione siccome in questa si raccoglie la gran controversia cattolica, materie tutte più larghe assai dell’Italia e che interessano per via diretta o per indiretta ogni nazione civile.

ct Così sta; perocchè il senso morale ed il religioso, o le buone pratiche almeno che debbono accompagnar l’uno e l’altro, declinano per ogni dove, sebbene a diverso grado e forse anche per diverse cagioni. Laonde, io riderei di gran cuore, se di tali subbietti fosse lecito ridere, scorgendo gli nomini affaccendati e preoccupati in ogni altra cosa eccetto che in questa; e mi rendono aria di gente che alzi trabacche e frascati vicino al lido e vi compri, venda e baratti allegramente senza badare che la marea gonfia e cresce ed è prossima a invadere tutta la fiera.

ct A me sembrano, invece, più somiglianti ai malati che non sentendo la infermità o temendola troppo la negano a dirittura e stravizzando e ballando ingannano se medesimi e guardano a traverso i medici. ct Il paragone non calza male. Ora, presupposta la sussistenza del prefato problema e le necessità paurose e imminenti che porta seco, ognuno s’avvede che a noi italiani preme più molto che alle altre nazioni di vederlo bene e prestamente risoluto; o se non questo, di rinvenire almeno le guise sicure, tuttochè lunghe e difficili, di sgroppare ad uno ad uno i tremendi suoi nodi. Il perchè, avendovi io pensato sopra gran tempo mi sono recato a debito di sincero scrittore e buon cittadino il mettere in carta quel che ne giudico, e trattando la materia in modo si fatto da soddisfare alla teorica insieme e alle applicazioni e con riguardamento continuo agl’interessi particolari della Penisola e agli universali del mondo cristiano. Dopo ciò tu sei chiaro ch’io mi disobbligo a sufficienza avanti a me stesso; e quando il mio libro segua la sorte de’ suoi fratelli maggiori e caschi giù in quel benedetto pozzo dove io misero padre o veduto ruinare l’un dopo l’altro i figliuoli della mia mente, me ne darò pace senza fatica e ripeteró con quel valentuomo cursum consumavi, fidem servavi.

ct Belle parole, ottimi sentimenti ma non fanno al caso; e qui, Autore mio, ci separiamo di lungo tratto, e me ne rincresce. Comperai il tuo libro appunto per essere quanto te persuaso del sovrastare a tutti noi quel poderoso problema di cui ragioni. Ma da’ primi fogli che ò già letti e considerati ricavo che tu speri e prenunzii riforme e rinnovazioni incertissime e quel che è peggio non sufficienti; le sono cose vecchie rabberciate forse con garbo, ma da scontentare pressochè tutti. Laonde ti sarà, credo, buona fortuna che al tuo trattato esposto nelle vetrine de’ nostri librai si anteponga da chi ci capita o un manuale di spiritismo o un compendio di cucina economica o qualche romanzo tradotto da qual che sia lingua. Perocchè quando tu fossi letto da molti tu senza meno guadagneresti nome di eretico e d’empio appresso i clericali, e di bigotto e mezzo scemo appresso i liberali. E qualora fosse pur vero che la riforma cattolica da te meditata, proposta e raccomandata, come dire, in visceribus, stesse bene a martello, tu dei sapere che le idee moderate e mezzane quantunque più ragionevoli o in ordine al pensiere o in ordine alla pratica, tornano sempre le méno accelte, e chi le caldeggia rimane solo e trasourato. Dovechè niuna opinione estrema o dei conservatori fanatici o degl’innovatori sbardellati manca di fare strepito; e i suoi gazzettieri e divulgatori, anche minimi, sono provveduti d’ogni mezzo opportuno ad accattarsi celebrità. Nè debbi ignorare che nel corso ormai di otto lustri sono comparse parecchie compilazioni periodiche con questo medesimo proposito di riformare la Chiesa entro ai contini del dogma e confacentemente alla civiltà. Vuoi tu sapere quel che ne accadde?

ct Dillo pure sebbene io lo indovino mezzo.

ct Ne accadde che a poca distanza l’una dall’altra quelle stampe cessarono; perocchè nessuna rifaceva le spese e non gradivano quasi a persona, come lucerne d’incomodo lume e di mal odore. Per lo contrario d’ogni giornale ultra cattolico dura prosperosa la vita da lunghi anni, e se qualcuno fra essi casca per via, subito altri ne occupa il luogo e ripiglia il corso interrotto.

ct Può darsi che tu ti apponga da ogni verso, ed io cammini per flanco e fuori di strada. Ma ragionandosi al tuo modo, sincerissimo lettore mio, l’uomo finirebbe certo con l’abbandonarsi dell’animo e starsene con le mani in mano; dapoichè tu non mi sembri avere più fede nelle vie estreme che nelle mezzane, e misuri poi il successo delle idee dal rumore che altri provoca artificialmente intorno di esse. La ragione invece e la verità per ordinario parlano basso; ma col tempo la voce loro fiochetta si ma penetrativa empie le orecchie dell’anima. In pari modo il lor moto è lento, uniforme e pressochè invisibile, ma supera a minimi arti ogni resistenza e dopo mille rivolgimenti e fermate e ripiegature giunge al termine suo con quella forza fatale che mena de acque al mare e i sassi alla china.

ct Rispondo come te per appunto: può stare che tu ti appоnga; ma non mi convinci. Speravo udire dalla tua bocca cose migliori delle già rincontrate nel libro, o per lo manco speravo mi aiutassi a credere alla tua utopia con qualche ingegnosa argomentazione delle quali i metafisici pari tuoi non sono mai al verde.

ct Sicchè, tu ài comperato il ricolto in erba, come suol dirsí, e l’erba ti si converte in gramigna, n’è vero?

ct Tu interpreti duramente le mie parole; ma certo, l’aspettazione favorevole è alquanto scemata. Nullameno, sii certo che andrò sino al fondo del tuo volume; chè io non voglio aver buttato affatto affatto i danari non essendo più a tempo a gittarlo, come tu dici, nel pozzo.

ct E bene gittalo, per vendicarti, nel dimenticatoio.

Capitolo I. Del supremo principio che regge le società civili

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Ad ogni comunanza di uomini è senza dubbio assegnato perpetuamente il fine del perfezionarvisi; nè ciò può esser mutato. Ma possono variare o grandemente modificarsi i mezzi materiali e morali a quel fine conducenti; e il mezzo morale che primeggia fra gli altri e coordina tutta la vita comune possiamo con giustizia chiamar principio supremo di lei e legge moderatrice de’ suoi istituti.

Ora, per mio giudicio, cotesto principio nelle comunanze civili moderne si è: guarentire e aiutare la massima spontaneità umana, si negli individui e sì nel corpo sociale. Chè se tu dici la massima spontaneità umana valere il massimo perfezionamento, ed anzi essere questo medesimo considerato nella sua virtù motrice interiore, io non ne farò controversia. Solo non concederei che tu facessi al tutto sinonimi la spontaneità e la libertà, come si pratica oggi da troppi autori. La libertà è il lato ne- gativo del moto spontaneo e perfettivo dell’individuo e del corpo sociale, e significa solo la rimozione degl’impedimenti, e fa riscontro all’ordine delle guarentigie testè nominato. La spontaneità, certo, non esiste piena e vigorosa se non è libera, ma è nondimeno altra cosa dalla libertà.

É dunque nel caso presente la spontaneità umana lo spiegamento naturale e coordinato delle facoltà nostre in seno della società, e mediante la cooperazione perenne di questa col risultamento finale del perfezionarsi via via si l’individuo e sì il corpo sociale medesimo. Il che prova doversi intendere per naturale davvero nell’uomo e per bene coordinato lo spiegamento altresl della sua riflessione e ragione e il retto impero di questa sulla rozza animalità. Come, pertanto, nella medicina la scienza accorgesi ogni giorno più che bisogna non mai sostituir l’arte alla natura, ma questa aiutare quanto si può e secondarla e sopratutto non impedirla, per simile ed anzi assai maggiormente la scienza e l’arte sociale consistono a’ nostri giorni nel serbare intatta e non violentare e viziare in alcuna guisa la spontaneità dei singoli uomini e dell’intero consorzio non presumendo di supplire con l’abilità e l’efficacia legislativa, ma restringendola invece di mano in mano e dilatando la libertà infino a dove non fu mai tradotta per innanzi. Per contra, noi troveremo negli antichi ampliata ed esagerata sempre la potenza legislativa e correre e dominar l’opinione che l’indole nostra debba essere profondamente modificata, fazionata e corretta; e che il sapiente possa a poco per volta e mediante l’educazione pubblica pigliar tra mani, a così parlare, la pasta dell’uomo e foggiarla a suo senno ed operare con le istituzioni ed i codici, come farebbe lo stampo in una cedevole materia. ct

Ma questo concetto vero e fecondo del doversi tutelare per ogni guisa la spontaneità umana racchiude in sé non pure virtualmente, ma esplicitamente altre due massime o vogliam dire principj solenni che partecipano direttamente al governo delle società civili attuali, e sono: l'uomo non nascere perverso e corrotto in modo che abbandonato appunto alla spontaneità della propria natura debba a forza ruinare nella pravità generale e nell’anarchia, e quindi in una specie di seconda barbarie. L’altro principio è la fede comune in certa preordinazione di cose che apparecchiò il nostro consorzio e lo dispose mirabilmente a progredire e perfezionarsi seguitando gl’impulsi suoi razionali e obbedendo alle forze, alle inclinazioni e agl’intendimenti sostanziali e normali della propria indole.

Di quindi provengono eziandio nel mondo moderno tre credenze universali e di fede inconcussa, e ciò sono che il mondo civile guardato nell’amplitudine dello spazio e del tempo, e sommati i risultamenti finali del moto suo, avanzasi maggiormente nella perfezione, o come suolsi dire oggi popolarmente, è in via di progresso. Secondo; che la libertà di tutti e in qualunque cosa non può nuocere mai al progresso medesimo, ed anzi è necessario di dilatarla e munirla ancor più se è possibile, e assegnarle quei soli confini di là dai quali sarebbe turbato l’equilibrio appunto della libertà di ciascun individuo. Terzo; che la verità e la scienza mai non saranno trovati nell’ultimo in contradizione con le speranze più nobili e più salutari del genere umano. Quindi fra tutte le libertà doversi tener cara principalmente e inviolabile quella del pensiero e della discussione scientifica, e doversi alla ricerca del vero non solo rimovere qualunque impaccio e qualunque limitazione, ma porgere ogni sussidio, ogni incoraggiamento, ogni onore.

Questo libro non è dettato per dar prova o teorica, o sperimentale del buon fondamento che anno cotali credenze, ma basterà dire che la parte educata di nostra stirpe se ne dichiara persuasissima tanto che vi edifica sopra tutto il sistema sociale odierno; ed appunto perchè sono verità che giungono per intuizione nella mente di tutti, sembra superfluo l'istituirne dimostrazione e sembra invece che gli uomini mai non ne sieno stati sforniti; e forse indagando minutamente le storie se ne rinverranno i segni in qualunque sia tempo. Ma del sicuro non sono divenute scorte della generale legislazione e convertite in assiomi di senso comune che da un secolo in qua e forse meno. Non pure gli antichi ma i contemporanei di , ed esso quel gran pensatore stimarono che i negozj umani si rivolgessero in circolo; e se non tornavano i medesimi per la forma, tornavano tali per la sostanza. Ogni perfezione doversi disfare col tempo e ogni civiltà salire una certa curva e discenderla necessariamente; gli stessi incrementi delle arti, dei commerci, delle ricchezze, della grandezza e potenza pubblica condurre insieme col bene loro la semenza della corruttela e della scomposizione propria, come vedesi nella natura fisica succedere ad ogni corpo organizzato. Da ciò nacque che ogni severo e assennato cittadino sforzavasi di ritornare alla semplicità e forse anche rozzezza dei vecchi costumi. Così fa in Roma, cosi Agide e Focione fra i Greci. Tacito invidia il duro e incolto ma libero e onesto vivere dei Germani, e insieme con tutti i poeti latini aspettano generazioni peggiori delle passate e dicono il mondo essere trascorso dall’età dell’oro a quella del ferro. Nè dopo l’èra cristiana gli scrittori politici mostrano fiducia maggiore nella permanenza d’un ottimo stato sociale, ma tutti s’adombrano delle mutazioni e rimpiangono la rettitudine e parsimonia dei loro antenati e pensano a infrenare la moltitudine con mezzi gagliardi ed inesorabili. Lo stesso confessa doversi cercare ogni giorno partiti nuovi e ingegnosi afine o di mantenere incorrotto lo Stato o alle prime alterazioni metter rimedio. E ciascuno rammenta il metodo più generale da lui suggerito di richiamar le cose a’ principj loro, parendogli universalmente vera quella sentenza che pose in bocca di : Quod omnia mala exempla, bonis initiis orta sunt, tutte le pessime cose avere sortito un buon incominciamento. Nè assai più tardi il confidossi di riconoscere un progresso accertato e visibile nel corso delle nazioni e nel voltarsi dei casi. Occorre anzi di avere a memoria quanti ingegni mezzo convinti plaudirono al panegirico della vita selvaggia, scritto con focosa eloquenza da in sul chiudersi del secolo andato.

Adunque noi siamo chiari che a nessuno forse dei pubblicisti dei tempi anteriori sarebbe parso doveroso e immensamente giovevole il promulgare la libertà intera delle opinioni, dell’insegnamento e della stampa. Certo è che nel Segretario fiorentino e ne’ suoi coetanei, io non incontro nessun biasimo per la istituzione romana della Censura, e invece io vi leggo che anzi i Censori diventati arbitri de’ costumi di Roma furono cagione potissima che i Romani differissero più a corrompersi. E peggio mi riesce l’altro giudicio del medesimo autore, che il popolo debb’essere mantenuto nella religione anche macchiata di goffe superstizioni. Laonde accusa severamente il console Appio Claudio Pulcro che gittò in mare i polli sacri ostinati a non voler beccare nè bere. Nė si perita di sentenziare che i capi dello Stato debbono favorire ed accrescere tutte le cose che nascono giovevoli alla religione, come che le giudicassero false.

Cotali discrepanze tra la civiltà odierna e la trapassata sono oggimai notissime, e ne furono già istituiti diligenti e minuti ragguagli; onde a me bastano questi cenni fugaci e queste citazioni che lascio scorrere giù dalla penna come le prime che a sorte risorgono nella memoria. ct

Così volgendosi intorno al proposito il giro delle opinioni insino all’ultimo scorcio del secolo decimo settimo e al principiare del successivo, pubblicò un libro intitolato , in cui prese a dimostrare che sebbene il corso intero degli avvenimenti umani è sola solissima opera dell’uomo e delle sue facoltà usate ad un certo modo piuttosto che a un certo altro, nondimeno essa natura umana è fatta e preordinata in maniera che nella fuga dei tempi e dopo mutazioni e trasformazioni incessabili, da ultimo quello che è diventa quel che debb'essere; e con altri termini che l’uomo e la società civile si ammendano e si perfezionano via via per la necessità interiore di certe leggi informatrici del senso, della fantasia, dell’intelletto e dell’animo. Laonde, non solamente egli ravvisava nella nostra progenie un’astratta potenza di perfettibilità, cosa riconosciuta da pressochè tutti i filosofi ed i politici, ma credè fermamente essere insito alla nostra natura il dover correggersi di mano in mano e ingentilirsi e fiorire di gran civiltà; e volle darne le ragioni essenziali e le prove di fatto mostrando le necessarie tramutazioni del- l’uomo dalle caverne de’ trogloditi alla sapiente legislazione di .

Nè io qui nomino il libro singolare del per attribuirgli il merito d’aver divisato diffinitamente ed effettualmente il concetto dei nuovi principj testè menzionati, e sotto il cui impero vivono oggi e prosperano le società. Nel vero, niuno o pochissimi badarono ai concepimenti del giurista napolitano, il quale poi li mescolò a gran numero di paradossi, e fini nell’ultime stampe col negare le conseguenze stesse dei suoi pronunziati. Ma cito il Vico per questo che dopo i progressi maravigliosi e rapidissimi delle scienze positive e sperimentali e l’aspettazione straordinaria eccitata da intorno de’ nuovi metodi; e dopo la grande scuola dei pubblicisti promossa dal , e più ancora dopo la cognizione consumatissima di tutte le storie antiche e moderne si del mondo europeo e si dell’altre nazioni, non potevano certi pensamenti arditi e fecondi rimanersi più altro tempo ignorati, e dovevano farsi via fra gli uomini meditativi.

E per fermo, di là ad un mezzo secolo o poco più avanti, cento penne scrivevano che il consorzio civile è in via continua di emendazione e perfezionamento; ciò esser provato dalla storia, ciò emergere dalla natura dell’uomo studiata e interpretata a dovere. Le quali cose non prima furono annunziate che subito diventarono una profonda fede comune; nel modo che sempre accade per certe verità le quali giacciono in germe entro la mente di tutți, ma non sono riconosciute e assentite salvo che sotto una espressione e definizione concisa e patente. Se impertanto il genere umano è in via di progresso e ciò risulta dallo spiegamento successivo e coordinato delle sue facoltà, primo debito del sistema sociale si è di non contrariare e torcere fuor di sua traccia l’umana natura, la quale seguendo la propria razionale spontaneità giunge di mano in mano per certa armonia prestabilita verso un più alto conseguimento del fine. Di tal maniera il discorso è tornato precisamente colà da onde s’era spiccato, e conclude da capo essere principio supremo delle società moderne civili guarentire da ogni lato e aiutare la massima spontaneità umana tanto nei singoli cittadini quanto nel consorzio comune.

Capitolo II. Quello che ad ognuno insegna la coscienza e la storia intorno a ciò

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Possono molti obbiettare che salvo il caso d’un po polo oppresso violentemente da un altro o mantenuto in barbarie dallo stemperamento del clima, ovvero quando per forza straordinaria di circostanze viva spartito in più caste o curvato talmente sotto il giogo teocratico da spegnere qualunque libertà di pensieri e d’azione, in qualunque altra condizione di cose le società umane sorsero, stettero, si trasmutarono con moto proprio e spontaneo; e tuttavolta commisero errori funesti e da se medesime si depravarono. E veramente, la spontaneità umana non è simile a quella dell’api ed altri animali che si accostano ed associano al comune lavoro sotto lo influsso prepotente e inerrante del proprio istinto. La spontaneità nostra invece è riflessiva e meditativa; e secondo che rampollano in lei i pensieri ed i sentimenti, muta la forma sociale che ora è buona ed ora è fallace; e d’altra parte mille circostanze di tempo e luogo e mille accidenti non prevedibili operano con grande efficacia sull’essere di que’ pensieri e di que’ sentimenti. Chi potrà dire, per via d’esempio, che la civiltà greca non sia cresciuta spontaneamente e secondo gl’impulsi del proprio genio? Nondimeno, commise il popolo greco di molti errori, nè seppe salvarsi da corruttela, infiacchimento, dissolutezza e rovina. Perchè, dunque, dobbiamo noi avere più fede quest’oggi nelle forze della spontaneità nostra a credere che guarentita da una libertà sconfinata ella non uscirà, siccome suol dirsi, di carreggio e non cadrà în errori capaci di pervertire il consorzio civile e giù trascinarlo in ruina? ct

A tale istanza risponderò brevemente, perchè non debbesi questo libro mutare in trattato di filosofia sociale o storica. La mia intenzione invece è di procedere coi pensamenti comuni del nostro tempo, il quale non pone in disputa la efficacia immancabile della libertà e spontaneità delle odierne cittadinanze.

Ma certo è primamente che quando pure potesse tornar pernicioso tanto libero arbitrio lasciato al viver comune, i rimedj non sarebbero ritrovati nel contrario principio. Perchè, guardandosi nel generale e comprendendo il tutto insieme delle nazioni e dei tempi, governare il genere umano con certi freni, certa suggezione e certo sindacamento salutevole, vuol dire che in lui una parte fa da tutore e un’altra da pupillo; e ciò vuol dire eziandio che una parte vi nasce o vi diventa per necessità molto più savia e virtuosa, ed anzi è l’uno e l’altro infallibilmente. Ma perchè questo è falso, e la sapienza civile inerrante e impeccabile non è patrimonio né privilegio d’alcuno, così rimane o di sperare ch’essa rampolli robusta e feconda mediante la libertà, ovvero tutti gli altri partiti e spedienti racchiudono in modo apertissimo una petizion di principio. Nel vero, anche dal moto spontaneo delle società civili emerge una certa classe di cittadini più illuminata e saggia dell’altre ; ma ciò proviene per le naturali disuguaglianze non per le fattizie e perpetue; e tale ordine di ottimati, a cosi chiamarli, ogni di s’innova ne’ suoi membri, e ciascuno vi può pervenire; il che è differentissimo da certo collegio di Tesmofori nelle cui mani stia l’arte miracolosa di educare e incivilire le rozze e impotenti moltitudini. Salvo che noi pronunziammo qua sopra che la spontaneità del consorzio umano è razionale e non automatica, e ciò significa un moto civile scorto e illustrato dalla ragion comune, e questa arricchita dalla esperienza di tutti i secoli per quanto almeno la notizia di tutti i secoli è a noi pervenuta. E perocchè quello che è sostanziale ed essenziale in un essere si manifesta continuamente e durevolmente pure in mezzo a innumerevoli mutazioni e trasformazioni, perciò non è credenza presuntuosa di noi moderni il reputarci forniti di notizia sufficiente di ciò che costituisce la natura essenziale permanente e normale dell’uomo e della vita socievole; onde non è neppure presuntuosa la fiducia che si à che gli errori i quali si possono commettere oggi sotto il governo della libertà e della scienza non sieno tali mai da divertire di lungo tratto il corso perfettivo dei popoli dalle sue norme essenziali; e che ciò avvenga dappertutto e in un medesimo tempo, tanto che niuna cittadinanza si rimanga sana ed incolume, e quindi atta a sovvenire ed ammendare a poco a poco le altre.

Potrebbesi qui notare altresi come la vita sociale dei popoli moderni risulta dalla unità organica del mondo delle nazioni compostasi e perfezionatasi a grado per grado, tanto che ogni gente culta ed autonoma possiede quest’oggi tutti gli elementi essenziali dell’ottimo viver comune. Ma ciò menerebbe il presente trattato a speculazioni poco opportune al suo fine; ei più curiosi di tali ricerche possono contentarsene forse leggendo nelle mie tutto il quinto libro del secondo volume.

Capitolo III. Delle norme fondamentali della spontaneità umana

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Il fatto è che l’esperienza per appunto dei secoli intorno alla nostra indole consorzievole à fornito oggi gli Stati della cognizione d’un certo numero di principj già trapassati nella coscienza comune e i quali sembrano sufficienti a serbare essi Stati in un moto regolare di spontaneità inverso di cui sia bene non pur di lasciare ogni pienezza di libertà, ma recare ogni aiuto e favore.

Principio sovrano e fondamentale è quello della ugualità degli uomini, onde niuno è naturalmente servo e niuno naturalmente signore, e v’à per tutti una legge ed una giustizia, ed egualmente sono ripartiti i doveri e i diritti. Però in ogni governo civile notasi la tendenza di vie più abolire gli avanzi dei privilegi ei tribunali eccettuativi. Senonchè, i diritti venir non possono in atto laddove mancano le facoltà rispettive come l’ingegno, la ricchezza, la istruzione. E perchè necessita che del corpo sociale il maggior numero s’addica alle occupazioni meccaniche e solo pochissimi alla scienza, agli studi geniali e a maneggiare la cosa pubblica, ciò istituisce nell’uguaglianza naturale comune molta disuguaglianza di sapere, di educazione e di ufficio. Il che pure è indotto dalla impossibilità di spartire le possidenze (e segnatamente i terreni) in tante minute frazioni quanti sono i cittadini; o per lo contrario, coltivarli in comune e spartirne il frutto; cosa che a breve andare spegne l’attività, la libertà e la ricchezza.

Si reputa dunque un fatto fabbricato dalla natura stessa sociale certa disparità economica e certa disuguaglianza di ordini, con questo peraltro che gli ordini superiori non sieno chiusi e ripulsivi come le aristocrazie feudali; e oltre di ciò, tutelino efficacemente le classi inferiori; e d’altra parte il lavoro non solamente sia franco e padrone di sè, ma rivestito di un tal quale decoro; e sorga, si propaghi e fruttifichi in mezzo al fervore e alla concorrenza legittima delle industrie e dei traffichi.

A noi converrà in altra occasione discorrere del diritto di proprietà e distinguere espressamente ciò che vi opera la natura, e ciò che la legge vi statuisce. Qui giova soltanto di notare che sebbene a quel diritto sieno state assegnate origini differentissime, tuttavolta stimiamo non se ne possano distinguere e annoverare più delle infrascritte e ciò è la occupazione, il lavoro, la religione, lo Stato, la conquista, il patto, la legge. Le due prime sorte d’origine riferisconsi alla facoltà d’ogni singolo cittadino, l’altre a un’autorità generale e suprema. Nel vero, o il possesso delle cose à lasciato all’occupazione e industria di ciascun uomo; o viene conceduto da Dio a’ suoi ministri e rappresentanti; o va congiunto col regio diritto patriarcale, siccome in Cina dove l’imperatore à nei sudditi quella potestà medesima che il padre in ciascuna famiglia; ovvero la proprietà si connette immediatamente col potere politico; onde lo Stato è possessore continuo di tutto il suolo, e però è tale eziandio il conquistatore; o finalmente, la proprietà è assegnata e distribuita per patto comune, e il patto è poi rinnovato di mano in mano e variato dal mero arbitrio della legge.

Non torna troppo malagevole col metodo consueto di eliminazione scartare da cotal serie i supposti che non si fondano nella essenza del diritto e nella natura umana verace e perenne, e quindi non si accordano con la spontaneità razionale della vita comune e della privata. Certo, se Dio non dà le corone immediatamente ai principi, nemmanco dà loro la proprietà delle cose; e d’altra parte, egli a’ suoi sacerdoti dà il regnare sulle coscienze, non sulla materia. Il diritto patriarcale travasato dalla famiglia nel regno, è finzione non realtà e il nome di padre piglia senso traslato non proprio. Lo Stato possessore primo del suolo significa o la comunanza dei beni, o certo privilegio odioso ed irrazionale del principe, od un’astrazione di diritto che poco giova allo Stato e nuoce sovente alla libertà intera e quindi all’intensa operosità dei singoli cittadini. Laonde l’esperienza non mai interrotta nè mai smentita degli ultimi secoli dimostrava troppo bene che principio e cardine appunto dello spiegamento spontaneo della civiltà si è la emancipazione compiuta del suolo. Se ciò si appone, e la sovranità non conduce seco dominio nessuno sopra le cose, molto meno lo può condurre il diritto di conquista che prolungandosi diventa diritto abusato dell’armi e della vittoria.

Nessuno nega poi al di d’oggi che derivare l’origine delle proprietà spartite e particolari dal patto inchiude visibilmente una petizione di principio; attesochè quel convenire di tutti in negozio tanto complesso e geloso non fu mai fattibile e ricercava per innanzi una civiltà molto progredita; e questa non nasce dove il possesso delle cose non è accertato, e gli uomini si contendono come fiere il pasto e il giaciglio. Simile ragionamento dee farsi intorno la legge scritta. Poichè questa appari- sce e piglia valore dopo costituita la proprietà e non prima; e nel generale, la legge scritta è inefficace a creare aleun diritto fondamentale, bensi li modifica ed applica saviamente laddove li trova. Rimane che il diritto di proprietà siesi attuato per impulso razionale insieme e istintivo sotto tre forme ordinarie e legittime che sono l’occupazione, il lavoro e la trasmissione o patteggiata o gratuita od ereditaria. E perchè nel lavoro è visibile e meritoria l’appropriazione che fa l’uomo a se stesso delle cose, il moto razionale e spontaneo della civiltà conduce di mano in mano lo stato economico di ciascuno e di tutti a questo risultamento che nel generale dove abbondano congiunti l’ingegno e il lavoro quivi abhondi la ricchezza; e manchi, invece, dove mancano quelli non ostante ogni gran censo avito e ogni prosperità di casi e accidenti. Perciò le leggi e le istituzioni che serbano artificialmente od accrescono le ricchezze private non ostante l’ozio e l’inettezza dei possessori compariscono illiberali ogni giorno di vantaggio. Nullameno, all’intervento della legge nel ripartire e mantener la ricchezza non sono ancora segnati esattamente i criteri ed i limiti, e se ne toccherà un poco in altra parte del libro. ct

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