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Lettera di dedica
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I sia permesso, Eccellentissimo Signore, di presentarmi per chiederci quel favore che benignamente mi fu conceduto dagli altri miei Padroni. Soffrite ch’io dia fregio col vostro nome ad una delle povere mie Commedie. Questa permissione io vi supplico d’accordarmi, ond’io possa significare a voi ed agli altri quell’interno senso d’ossequiosa riconoscenza ch’io vi processo, e che mi ricorda sempre quelle tante gentilezze, che con proprio onore riportai dalla vostra bontà, e per cui questa ancora all’altre vorrete aggiungere graziosamente.
Io protesto di conoscere quanto siate per iscostarvi dal vostro rigoroso genio di pensare, se chiedendovi umilmente di poter farlo, vorrete usar meco la distinzione di compiacermi, ma non temete, Eccellentissimo Signore, ch’io sia per abusarmene e farvi con ciò dispiacere. So quanto ad un certo genere di officiosità, sebben sincere e dovute, si opponga la vostra modestia; so quanto seriamente vi siete spiegato alle occasioni di non voler significazioni espresse di lode, e quanto nell’ordine delle qualità umane amiate più di possederle che di farle apparire. Prometto però, Eccellentissimo Signore, d’obbedirvi, non seguirò il comun uso, non uscirò dal dover mio; se fornito siete di rari talenti, se i vostri studi, se la poesia, la storia, l’erudizione, se i più vasti e più gravi argomenti sopra de’ quali e così facilmente e tanto ordinatamente avete impreso di scrivere, non sono che un vostro sollievo, una disposizione dell’ore d’ozio e di riposo, che vi si permettono dalle pubbliche vostre incombenze, se all’uso della civile prudenza e della privata consuetudine unite felicemente i più veri caratteri del Cavaliere e del Cittadino: io lascerò tutte queste immagini impresse, come elle sono perfettamente nell’animo di chiunque ha l’onore di conoscervi, e degli amici vostri singolarmente, che ne sono gli ottimi conoscitori, ne mi farò lecito d’appressare la mano a quel velo, con cui così gelosamente volete voi ricoprirle.
Io però che mi confesso non abituato così fino e squisito modo di pensare, non senza interno rincrescimento mi adatto a nascondere altrui in questo incontro quanto sia pregevole per le sue tante e così distinte condizioni quell’umanissimo Padrone, che si degna di riguardarmi con benignità e con amore. Accerto l’E. V. che solo in qualche parte mi consola l’ubbidienza che le presto in tal congiuntura. Accordatemi però. Eccellentissimo Signore, il favore che umilmente vi chiedo, e permettetemi ch’io possa, lo dirò semplicemente, porre in fronte ad una delle mie Opere il vostro veneratissimo nome, concedendomi ch’io vi baci devotamente le mani.
Di V. E.
Torino, li 8 di Maggio 1751.
Lettera dell’autore al Bettinelli
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NTORNO alla presente Commedia intitolata la Bona muggier, o sia Buona moglie, non ho a dirvi forse di più di quello che già vi dicessi intorno alla Putta onorata, da cui questa ha un’intera e naturale dipendenza. Nasceranno le difficoltà medesime per li vocaboli Veneziani, e con le stesse poche dichiarazioni potranno in parte essere spianate. Usata una tale diligenza, forse accaderà che leggendola questa sia più gradita dell’altra, perciocchè gli affetti che in essa vengono maneggiati, hanno minor forza quanto al ridicolo; ma quanto alla passione sono più veementi. Il ridicolo, aiutato da gesti, dall’intelligenza del dirlo a tempo, e dalla voce stessa degli Attori, spicca più e prende maggior lume; ma nelle scritture in gran parte si perde; poichè ciascheduno che legge, non può penetrare in quella picciola occasioncella preveduta dall’Autore, o fatta nascere con industria da’ periti Recitanti per commovere il riso. Ciò della gagliarda passione certamente non avviene, poichè quantunque una gran parte nel leggere se ne svanisca, pure tanta ne rimane ancora, che fa impressione nell’animo del leggitore, ed eccita in lui quelle agitazioni, che negl’introdotti Personaggi si leggono. E certamente, che se verun’altra mia rappresentazione ha avuto forza di commovere, è stata la presente Commedia; perchè quasi esempio di cose vere, ha prodotto sull’animo di qualche uditore mirabile effetto. Onde io son certo che nella scrittura non possa totalmente mancare il vigore delle passioni in essa maneggiate. Sembrerà forse ad alcuni che i caratteri sieno un poco troppo gagliardi, e spinti alquanto oltre alla naturalezza; ma tra per l’esser questa una cosa non ancora sentenziata, se si debba o non si debba ingrandirli, e tra gli esemplari di buoni autori, che ci rimangono, e quel ch’è più per la sperienza, che fa vedere il buon esito di tale scelta, io non fo difficoltà veruna di valermi talvolta fra gli altri di questo artifizio.
Dal pensare sempre in un modo nascono quasi sempre opere uguali, e si perde il frutto della varietà tanto necessaria sul teatro. Oltredichè, chi volesse esaminare i caratteri da me nella mia Commedia imitati, troverebbe per avventura che non solamente non gli ho sospinti più là di quello che natura porti; ma forse gli ho di qua trattenuti. Perciochè là dove vizio o virtù si voglia imitare, trovansi originali virtuosi e viziosi alle volte, che vanno più avanti di quello che si soglia fare comunemente, co’ quali ultimi chi volesse confrontare i due personaggi, supponiamo Ottavio e Lelio, troverebbe che i finti sono inferiori a molti de’ veri, come ancora chi volesse paragonare la bontà, l’amore e la sofferenza d’alcune mogli alla buona moglie della mia Rappresentazione, vedrebbe quanto quelle in sì fatte virtù la sopravanzino.
Ma di ciò sia detto a bastanza; e sol tanto quanto basti per rendervi qualche conto in ogni mio lavoro della mia forma di pensare, non già per illustrare le mie Commedie; alle quali non desidero il merito che può nascere dalle prefazioni, ma quello di farsi con benignità sofferire dagli ascoltanti.
Personaggi
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BETTINA, moglie di
PASQUALINO, scoperto figlio di
PANTALONE de’ BISOGNOSI, mercante.
OTTAVIO. Marchese di Ripa Verde.
La Marchesa BEATRICE, sua moglie.
LELIO, scoperto figlio di messer Menego Cainello.
CATTE, sorella di Bettina.
ARLECCHINO, suo marito.
BRIGHELLA, servitore del Marchese.
MOMOLA, serva di Bettina.
Messer MENEGO Cainello, gondoliere.
NANE, gondoliere.
TITA, gondoliere.
Un CAMERIERE d’osteria, che parla.
SBRODEGONA | donne, che parlano
MALACARNE
Sbirri, che non parlano.
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The end
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