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Prefazione alle mie Memorie
Vita tempestosa composta di bene e di male, come credo della maggior parte delle genti. Coscienza d’aver cercato il bene sempre, per me e per i miei simili. E se ho fatto il male qualche volta, certo lo feci involontariamente. Odiatore della tirannide e della menzogna, col profondo convincimento esser con esse l’origine principale dei mali e della corruzione del genere umano. Repubblicano quindi, essendo questo il sistema della gente onesta, sistema normale, voluto dai più, e per conseguenza non imposto colla violenza e coll’impostura. Tollerante e non esclusivista, non capace d’imporre per forza il mio repubblicanismo; per esempio agli Inglesi, se essi sono contenti col governo della regina Vittoria. E contenti che siano, repubblicano deve considerarsi il loro governo. Repubblicano, ma sempre più convinto della necessità d’una dittatura onesta e temporaria a capo di quelle nazioni, che, come la Francia, la Spagna e l’Italia, sono vittime del bizantismo il più pernicioso.
Tutto quanto ho narrato nelle mie memorie può servir alla storia. Della maggior parte dei fatti io fui testimonio oculare.
Fui largo di lodi ai morti, caduti sui campi di battaglia della libertà. Lodai meno i vivi, massime i miei congiunti. E quando mi sentii spinto da giusto rancore contro chi m’offese, io ho cercato di placare il mio risentimento, pria di parlare dell’offesa e dell’offensore.
In ogni mio scritto, io ho sempre attaccato il pretismo più particolarmente, perché in esso ho sempre creduto trovare il puntello d’ogni despotismo, d’ogni vizio, d’ogni corruzione.
Il prete è la personificazione della menzogna, il mentitore è ladro, il ladro è assassino, e potrei trovare al prete una serie d’infami corollari.
Molta gente, ed io con questa, ci figuriamo di poter sanare il mondo dalla lebbra pretina coll’istruzione. Ma non sono istruiti gli uomini del privilegio governanti il mondo, che lo mantengono lupanare?
«Libertà per tutti,» si vocifera nel mondo, e si osserva tale massima anche tra i popoli meglio governati. Quindi libertà per i ladri, per gli assassini, le zanzare, le vipere, i preti! E cotesta ultima nera genia, gramigna contagiosa dell’umanità, cariatide dei troni, puzzolente ancora di carne umana bruciata ove signoreggia la tirannide, si siede fra i servi e conta nella loro affamata turba. Ma nei paesi liberi, essa presume a libertà, e non vuol altro; non protezione fuori della legge, non sussidii, la libertà basta al rettile; dei cretini e delle beghine non difetta il mondo; dei birbanti interessati al cretinismo ed alle superstizioni delle masse v’è sempre abbondanza!
Sarò accusato di pessimismo; ma mi perdoni chi ha la pazienza di leggermi: oggi entro ne’ miei sessantacinque anni, ed avendo creduto per la maggior parte della mia vita ad un miglioramento umano, sono amareggiato nel veder tanti malanni e tanta corruzione in questo sedicente secolo civile.
Non essendo un fior di memoria, ho forse dimenticato di nominare alcuni uomini cari e meritevoli.
Fra i chirurghi che da Montevideo a Dijon divisero meco le fatiche delle campagne militari, io ricorderò i seguenti: Bartolomeo Odicini, chirurgo della legione di Montevideo, valse molto ai militi nostri concittadini per l’abilità non comune nella professione sua.
, amico mio carissimo, fu mio compagno a Roma (1849), ove curommi d’una ferita. Chirurgo in capo nella spedizione dei Mille adempì col patriottismo e l’abilità che lo distinguono al difficile e nobile incarico.
Ad Aspromonte io dovetti la conservazione del mio piede destro, e forse della vita, alle cure gentili dei chirurghi Ripari, ed Albanese.
fu chirurgo in capo delle forze da me comandate nel 59 e 66, e credo incontestabile la somma sua abilità come capo e come chirurgo. Anche nel 67 egli si distinse nella sventurata pugna di Mentana.
I distintissimi professori , e , col loro generoso interesse alla pericolosa mia situazione, provarono che il vero merito, la scienza vera, non distingue confini nella famiglia umana. Ai cari dottori Prandina, Cipriani, Riboli io devo pure una parola di gratitudine, siccome al dottore Pastore.
Il dottor Riboli in Francia, chirurgo capo dell’esercito dei Vosgi, fu contrariato da indisposizione seria ed accanita. Nondimeno, egli non mancò di prestare opera utilissima.
Nell’apprezzamento del merito individuale d’ognuno che mi fu compagno, non pretendo certo all’infallibilità, e se commisi errore, ripeto, fu involontariamente.
Che la società odierna sia in uno stato normale lo lascio giudicare agli uomini di senno (4 luglio 1872).
Gli uragani non hanno spazzato ancora l'atmosfera appestata dal puzzo dei cadaveri, e già si pensa alla rivincita. Le genti sono afflitte da malanni d’ogni specie: carestie, inondazioni, colèra; che importa! tutti s’armano sino ai denti, tutti son soldati! Il prete! Ah! questo è il vero flagello di Dio! In Italia esso mantiene un governo codardo in una umiliazione la più degradante, e si ritempra nella corruzione e nelle miserie del popolo! In Francia, esso spinge alla guerra quella sventurata nazione. Ed in Spagna peggio ancora: spinge alla guerra civile, capitanando bande di fanatici e seminando Io sterminio dovunque!
Amanti della pace, del diritto, della giustizia, è forza nonostante concludere coll’assioma d’un generale americano:
Primo Periodo.
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Indice
Primo Periodo - I. I mìei genitori
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Io non devo dar principio a narrare della mia vita, senza far cenno de’ miei buoni genitori, il di cui carattere ed amorevolezza tanto influirono sull’educazione mia e sulle disposizioni del mio fisico.
Mio padre, figlio di marino e marino lui stesso dall’età più tenera, non avea certamente quelle cognizioni di cui sono fregiati gli uomini del suo ceto, nella generazione nostra.
Giovine avea servito sui bastimenti di mio avo; più avanti avea comandato bastimenti propri. Vari erano stati i periodi della di lui fortuna, e non di rado lo udii raccontare che più agiati avrebbe potuto lasciarci. Io però gli sono riconoscentissimo del come mi ha lasciato, ben persuaso ch’ei nulla trascurò per educarmi anche in tempi ove, scaduto di fortuna, l’educazione dei figli disagiava certo l’onestissima sua esistenza.
Se mio padre poi non mi fece dare più colta educazione, esercitare nella ginnastica, scherma, ed altri esercizi corporei, fu piuttosto colpa dei tempi, in cui, grazie agli istitutori chercuti, si propendeva piuttosto a far della gioventù tanti frati e legali anzichè buoni
cittadini capaci di professioni virili ed utili ed atti a servire il loro devastato paese.
D’altronde era sviscerato l’amor suo pei figli e quindi temente non si spingessero a bellici divisamenti. Tale trepidazione dell’amato mio padre, prodotta da soverchio affetto, è forse l’unico rimprovero da fargli, giacché per timore di espormi troppo giovane ai disagi ed ai pericoli del mare, egli mi trattenne, contrariamente all’indole mia, sino verso i quindici anni senza permettermi di navigare.
E non fu savia determinazione, essendo io oggi persuaso che un marino deve cominciare la carriera giovanissimo, se possibile prima degli otto anni. Essendo in tale pratica maestri i Genovesi e gl’Inglesi massime. Far studiare i giovani destinati al mare a Torino o a Parigi, ed inviarli a bordo oltre i vent’anni, è sistema pessimo. Io credo meglio far fare i loro studi a bordo e la pratica di navigazione nello stesso tempo.
E mia madre! Io asserisco con orgoglio, potere essa servir di modello alle madri. E credo con questo aver detto tutto.
Uno dei rammarichi della mia vita sarà quello di non poter far felici gli ultimi giorni della mia buona genitrice, la di cui vita ho seminata di tante amarezze colla mia avventurosa carriera.
Soverchia è forse stata la di lei tenerezza per me. Ma non devo io all’amor suo, all’angelico di lei carattere il poco di buono che si rinviene nel mio?
Alla pietà di mia madre verso il prossimo, all’indole sua benefica e caritatevole, alla compassione sua, gentile per il tapino, per il sofferente, non devo io forse la poca carità patria che mi valse la simpatia e l’affetto de’ miei infelici ma buoni concittadini?
Oh! abbenchè non superstizioso certamente, non di rado, nel pili arduo della strepitosa mia esistenza, sorto illeso dai frangenti dell’Oceano, dalle grandini del campo di battaglia, mi si presentava genuflessa, curva al cospetto dell’Infinito l’amorevole mia genitrice, implorandolo per la vita del nato dalle sue viscere. Ed io, benché poco credente all’efficacia della preghiera, n’ero commosso, felice, o meno sventurato.
Primo Periodo - II. I miei primi anni
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Nacqui il 4 luglio 1807 in Nizza Marittima, verso il fondo del porto Olimpio, in una casa sulla sponda del mare.
Io ho passato il periodo dell’infanzia come tanti fanciulli, tra i trastulli, le allegrezze ed il pianto, più amico del divertimento che dello studio.
Non approfittai come avrei dovuto delle cure e delle spese in cui si impegnarono i miei genitori per educarmi. Nulla di strano nella mia giovinezza. Io ebbi buon cuore, ed i fatti seguenti, benché di poca entità, lo provano.
Raccolto un giorno al di fuori un grillo e portatolo in casa, ruppi al poverello una gamba nel maneggiarlo; me ne addolorai talmente che, rinchiusomi nella mia stanza, io piansi amaramente per più ore.
Un’altra volta, accompagnando un mio cugino a caccia nel Varo, io m’era fermato sull’orlo d’un fosso profondo ove costumasi d’immerger la canapa ed ove trovavasi una povera donna lavando panni. Non so perchè quella donna cadde nell’acqua a testa prima e pericolava della vita. Io, benché piccolino ed imbarazzato con un carniere, mi precipitai e valsi a trarla in salvo.
Ogni qualvolta poi trattossi della vita d’un mio simile, io non fui restio giammai, anche a rischio della mia.
I miei primi maestri furon due preti, e credo l’inferiorità fisica e morale della razza italiana provenga massime da tale nociva costumanza.
Del signor Arena, terzo mio maestro d’italiano, calligrafia e matematica, conservo cara rimembranza.
Se avessi avuto più discernimento ed avessi potuto indovinare le future mie relazioni cogli Inglesi, io avrei potuto studiare più accuratamente la loro lingua, ciò che potevo fare col mio secondo maestro, il padre Giaume, prete spregiudicato e versatissimo nella bella lingua di Byron.
Io ebbi sempre un rimorso di non aver studiato dovutamente l’inglese, quando lo potevo, rimorso rinato in ogni circostanza della mia vita in cui mi son trovato cogli Inglesi. Al terzo laico istitutore, il signor Arena, io devo il poco che so, e sempre conserverò di lui cara rimembranza soprattutto per avermi iniziato nella lingua patria e nella storia romana.
Il difetto di non esser istruiti seriamente nelle cose e nella storia patria, è generale in Italia, ma in particolare a Nizza, città limitrofa e sventuratamente tante volte sotto la dominazione francese.
In cotesta mia città natia sino al tempo in cui scrivo (1849) non molti sapevano di essere Italiani. La grande affluenza di Francesi, il dialetto che tanto si somiglia al provenzale, e la noncuranza de’ governanti nostri verso il popolo, occupandosi solo di due cose: depredarlo e togliergli i figli per farne dei soldati, erano tutti motivi da spingere i Nizzardi all’indifferentismo patriottico assoluto e finalmente a facilitare ai preti ed a Bonaparte lo svellere quel bel ramo dalla madre pianta nel 1860.
Io devo dunque in parte a quella prima lettura della nostra storia, ed all’incitamento di mio fratello maggiore Angelo Garibaldi, che dall’America mi raccomandava lo studio della mia, la più bella tra le lingue, quel poco che sono pervenuto ad acquistarne.
Io terminerò questo primo periodo della mia vita colla laconica narrazione d’un fatto, primo saggio delle avventure avvenire.
Stanco della scuola ed insofferente d’un’esistenza stanziaria, io propongo un giorno a certi coetanei compagni miei di fuggire a Genova, senza progetto determinato, ma in sostanza per tentare fortuna. Detto fatto, prendiamo un battello, imbarchiamo alcuni viveri, attrezzi da pesca, e voga verso Levante. Già eravamo all’altura di Monaco, quando un corsaro mandato dal mio buon padre ci raggiunse e ci ricondusse a casa mortificatissimi. Un abate avea svelato la nostra fuga. Vedete che combinazioni: un abate, l’embrione d’un prete, contribuiva forse a salvarmi, ed io son tanto ingrato da perseguire quei poveri preti. Comunque, un prete è un impostore, ed io mi devo al santo culto del vero.
I miei compagni d’impresa, di cui mi sovvengo, erano: , Raffaele Deandreis, e non ricordo gli altri.
Qui mi giova ricordare la gioventù nizzarda: svelta, forte, coraggiosa, elemento magnifico per disposizioni di genio sociale e militare, ma condotta disgraziatamente su perverso sentiero, prima dai preti, poi dalla depravazione importata dallo straniero, che ha fatto della bellissima Cimele dei Romani la sede cosmopolita d’ogni corruzione.
Primo Periodo - III. I miei primi viaggi
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Oh! come tutto è abbellito dalla giovinezza, ardente di lanciarsi nelle avventure dell’incognito! Com’eri bella, o Costanza! su cui dovevo solcare il Mediterraneo, quindi il Mar Nero, per la prima volta!
Gli ampi tuoi fianchi, la snella tua alberatura, la spaziosa tua tolda e sino al tuo pettoruto busto di donna rimarranno impressi sempre nella mia immaginazione.
Come dondolavansi graziosamente quei tuoi marini sanremesi, vero tipo de’ nostri intrepidi Liguri.
Con che diletto io mi avventava al balcone per udire i loro popolari canti, gli armonici loro cori! Essi cantavano d’amore, e m’intenerivano, mi inebriavano, per un affetto allora insignificante. Oh! se mi avessero cantato di patria, d’Italia, d’insofferenza, di servaggio! E chi aveva insegnato loro ad esser patrioti italiani, militi della dignità umana? Chi ci diceva a noi giovani che v’era un’Italia, una patria da vendicare, da redimere? Chi? I preti, unici nostri istitutori! Noi fummo cresciuti come gli Ebrei! E non ci additarono per premio, per meta della vita che l’oro!
Intanto l’addolorata madre mia, preparavami il necessario per il viaggio a Odessa, col brigantino Costanza, capitano Angelo Pesante di Sanremo, il miglior capitano di mare ch’io m’abbia conosciuto.
Se la nostra marina da guerra prendesse l’incremento dovuto, il capitano Angelo Pesante dovrebbe comandare uno dei primi legni da guerra, e certamente non ve ne sarebbero meglio comandati. Pesante non ha comandato bastimenti da guerra, ma egli creerebbe, inventerebbe ciò che abbisogna in un barco qualunque, dal palischermo al vascello, per portarli allo stato di onorare l’Italia.
E qui devo ricordare, in caso d’una guerra marittima, dover il nostro paese far capitale della sua brava marina mercantile, semenzaio di valorosi marinari non solo, ma di prodi ufficiali capaci del loro dovere anche nelle battaglie.
Feci il mio primo viaggio a Odessa. Cotesti viaggi son diventati così comuni, che inopportuno sarebbe lo scriverne.
Il mio secondo viaggio lo feci a Roma con mio padre a bordo della propria tartana Santa Reparata.
Roma! E Roma... non dovea sembrarmi se non la capitale d’un mondo: oggi la capitale della più odiosa delle sètte. La capitale d’un mondo, dalle sue ruine sublimi, immense, ove si ritrovano affastellate le reliquie di ciò ch’ebbe di più grande il passato, capitale d’una setta, un dì seguace del Giusto liberatore di servi, istitutore dell’uguaglianza umana da lui nobilitata, benedetto da infinite generazioni con sacerdoti apostoli del diritto de’ popoli, oggi degenerati tanto, vero flagello dell’Italia che vendettero allo straniero settanta e sette volte?
No! La Roma ch’io scorgeva nel mio giovanile intendimento, era la Roma dell’avvenire, Roma di cui giammai ho disperato: naufrago, moribondo, relegato nel fondo delle foreste americane! La Roma dell’idea rigeneratrice d’un gran popolo! idea dominatrice di quanto potevano ispirarmi il presente ed il passato, siccome dell’intiera mia vita.
Oh! Roma mi diventava allora cara sopra tutte le esistenze mondane. Ed io l’adoravo con tutto il fervore dell’anima mia. Non solo ne’ superbi propugnacoli della sua grandezza di tanti secoli, ma nelle minime sue macerie, e racchiudevo nel mio cuore, preziosissimo deposito, il mio amore per Roma, e non lo svelavo senonchè allor quando io potevo esaltare ardentemente l’oggetto del mio culto.
Anziché scemarsi il mio amore per Roma, s’ingagliardì colla lontananza e coli’ esigilo. Sovente, e ben sovente, io mi beava nel!’ idea di rivederla una volta ancora. Infine Roma per me è l’Italia, e non vedo Italia possibile, senonchè nell’unione compatta, o federata, delle sparse sue membra. Roma è il simbolo dell’Italia una, sotto qualunque forma voi la vogliate. E l’opera più infernale del papato era quella di tenerla divisa moralmente e materialmente.
Primo Periodo - IV. Altri viaggi
ct ct Alcuni viaggi ancora io feci con mio padre, quindi un viaggio a Cagliari col capitano Giuseppe Gervino, brigantino Enea.
In quel viaggio fui spettatore d’un tremendo naufragio, la cui memoria mi rimane incancellabile. Al ritorno da Cagliari eravamo giunti sul capo di Noli, e con noi vari bastimenti, fra i quali un felucio catalano. Da vari giorni minacciava il libeccio, e grossissimo era il mare; quindi si scagliò il vento con tanta furia da farci appoggiare in Vado, essendo pericoloso di entrare nel porto di Genova con tale uragano.
Il felucio da principio galleggiava mirabilmente e sostenevasi da far dire ai nostri marinari più provetti, esser preferibile trovarsi a bordo di quello. Ma dolorosissimo spettacolo dovea presentarci ben presto quella sventurata gente!... Un orrendo maroso rovesciò il loro legno, e non vedemmo più che alcuni individui sul suo fianco superiore stenderci le braccia e sparire travolti nel frangente d’un secondo maroso più terribile ancora. Avea luogo la catastrofe verso il nostro giardino di destra, quindi impossibile aiutare i miseri naufraghi. I barchi che dietro di noi venivano, furono pure nell’impossibilità di soccorrerli, essendo troppa la violenza della bufera e l’agitazione del mare, e miseramente perivano nove individui della stessa famiglia (ciò che si seppe poi).
Alcune lacrime sgorgarono dagli occhi dei più sensibili al miserando spettacolo, esauste presto dall’idea del proprio pericolo.
Da Vado in Genova, quindi in Nizza, ove principiai una serie di viaggi in Levante ed altrove con bastimenti della casa Gioan. Viaggiai a Gibilterra ed alle Canarie col Coromandel del signor Giacomo Galleano, comandato da suo nipote capitan Giuseppe dello stesso nome, di cui conservo grata memoria.
Tornai poi ai viaggi di Levante; ed in uno di quelli col brigantino Cortese, capitano Carlo Semeria, rimasi ammalato a Costantinopoli. Il bastimento partì, e prolungandosi la malattia più del creduto, io mi trovai alle strette. In qualunque circostanza di strettezze o di pericolo non mi sono mai sgomentato. Io ho avuto molta fortuna nell’incontro d’individui benevoli da interessarsi alla mia sorte. Tra codesti non dimenticherò mai la signora Luigia Sauvaigo di Nizza, una di quelle donne che mi hanno fatto dire tante volte esser la donna la più perfetta delle creature, checchè ne presumano gli uomini. Madre, modello delle madri, essa faceva la felicità del suo eccellente sposo e dell’amabile sua prole, che educava con una squisitezza impareggiabile.
La guerra accesa tra la Russia e la Porta contribuì a prolungare il mio soggiorno in Costantinopoli. In tale periodo mi successe per la prima volta impiegarmi a precettore di ragazzi, per offerta del signor Diego, dottore in medicina, che mi presentò alla vedova Timoni che ne abbisognava.
Entrai in quella casa maestro di tre ragazzi, e profittai di tale periodo di quiete per studiare un po’ di greco, dimenticato poi siccome il latino che avevo imparato nei primi anni.
Ripresi quindi a navigare, imbarcandomi col capitano Antonio Casabona, brigantino Nostra Signora delle Grazie. Quel bastimento fu il primo ch’io comandai da capitano in un viaggio a Maone e Gibilterra di ritorno a Costantinopoli.
Io salterò la narrazione del resto dei miei viaggi in Levante, non essendomi accaduto in quelli cosa importante.
Amante passionato del mio paese, sin dai prim’anni, ed insofferente del suo servaggio, io bramavo ardente- mente iniziarmi nei misteri del suo risorgimento. Perciò cercavo ovunque libri, scritti che della libertà italiana trattassero ed individui consacrati ad essa. In un viaggio a Taganrog mi incontrai con un giovine ligure, che primo mi diede alcune notizie dell’andamento delle cose nostre.
Certo non provò Colombo tanta soddisfazione alla scoperta dell’America, come ne provai io al ritrovare chi s’occupasse della redenzione patria.
Mi tuffai corpo e anima in quell’elemento che sentivo esser il mio da tanto tempo, ed in Genova il 5 febbraio 1834 io sortivo la Porta della Lanterna alle 7 pomeridiane, travestito da contadino e proscritto. Qui comincia la mia vita pubblica: pochi giorni dopo leggevo per la prima volta il mio nome su d’un giornale. Era una condanna di morte al mio indirizzo, rapportata dal Popolo sovrano di Marsiglia.
Stetti inoperoso in Marsiglia alcuni mesi. Un giorno, imbarcato da secondo a bordo dell’Unione (brigantino mercantile francese), capitano Francesco Gazan, mi trovavo verso sera nella camera, vestito in gala per scendere a terra. Udimmo un romore nell’acqua del porto, e ci affacciammo, il capitano ed io, ad ambi i balconi. Un individuo si annegava sotto la poppa del brigantino, tra questa ed il molo. Io mi lanciai, e con molta fortuna salvai la vita al Francese, spettatrice un’immensa popolazione plaudente.
Era il salvato Giuseppe Rambaud, quattordicenne. Io ebbi la guancia bagnata dalle lacrime di gratitudine d’una madre e la benedizione di una famiglia intiera.
Anni prima, sulla rada di Smirne, avevo avuto la stessa fortuna col mio amico e compagno d’infanzia Claudio Terese.
Un viaggio ancora coll’Unione nel Mar Nero. Uno in Tunisi con una fregata da guerra costrutta in Mar- siglia per il Bey, quindi da Marsiglia a Rio Janeiro col Nautonier, brigantino di Nantes, capitano Beauregard.
Nel mio ultimo soggiorno in Marsiglia ov’ero ritornato da Tunisi con un barco da guerra tunisino, ferveva in quella città il colèra, facendo strage grandissima. Eransi istituite delle ambulanze in cui si presentavano volonterosi ad offrire servigi. Io diedi il mio nome ad una di quelle, e nei pochi giorni che rimasi in Marsiglia passai parte delle notti custodendo colerici.
Primo Periodo - V. Rossetti
ct ct Giunto a Rio Janeiro non ebbi molto tempo ad impiegare per trovare amici. , che non avevo mai veduto, ma che avrei distinto in qualunque moltitudine per quell’attrazione reciproca e benevola della simpatia, m’incontrò al Largo do Passo.
Gli occhi nostri s’incontrarono, e non sembrò per la prima volta, com’era realmente. Ci sorridemmo reciprocamente, e fummo fratelli per la vita, per la vita inseparabili.
Non sarà questa una delle tante emanazioni di quell’intelligenza infinita, che può probabilmente animare lo spazio, i mondi e gl’insetti che brulicano sulle loro superficie? Perchè devo io privarmi della voluttà gentile che mi bea, pensando alla corrispondenza degli affetti materni rientrati nell’infinita sorgente da dove scaturirono, ed a quelli del mio carissimo Rossetti?
Io ho descritto altrove l’amorevolezza di quella bell’anima. E morrò forse privo del contento di posare un sasso sulla terra americana, nel sito ove giacciono l’ossa del generosissimo fra i caldi amatori della nostra bella e povera patria. Nel camposanto di Viamâo de- vono trovarsi gli avanzi del prode ligure, caduto in una sorpresa di notte fatta dagl’Imperiali su quel villaggio, ove casualmente trovavasi Rossetti.
Passati alcuni mesi in una vita oziosa, eccoci, Rossetti ed io, ingolfati nel commercio. Ma al commercio io e Rossetti non eravamo atti.
Nella guerra sostenuta dalla Repubblica del Rio Grande contro l’impero del Brasile, fu fatto prigioniero Bento Gonçales ed il suo stato maggiore, e come segretario dello stesso presidente della Repubblica e generale in capo dell’esercito, giunse pure prigioniero Zambeccari, figlio del famoso areonauta bolognese.
Rossetti ottenne lettere di corso dalla Repubblica, ed armammo il Mazzini, piccolissimo legno, nel porto stesso di Rio Janeiro.
Primo Periodo - VI. Corsaro
ct ct Corsaro! lanciato sull’Oceano con dodici compagni a bordo d’una garopera, si sfidava un impero, e si facea sventolare per i primi, in quelle meridionali coste, una bandiera d’emancipazione, la bandiera repubblicana del Rio Grande! Una sumaca carica di caffè fu incontrata all’altura dell’Isola Grande, e predata. Il Mazzini fu messo a picco, per non esservi altro pilota da condurlo per l’alto mare. Rossetti era con me; ma non tutti i compagni miei eran dei Rossetti; voglio dire uomini di costumi puri. Ed alcuni, oltre a fisonomie non troppo rassicuranti, si facean oltremodo truci per intimorire gl’innocenti nostri nemici. Io mi adoperava naturalmente a reprimerli, ed a scemare quanto era possibile lo spavento de’ prigionieri nostri. Un passeggiero brasiliano della sumaca, all’imbarcarmi io sulla stessa, mi si presentò supplichevole e mi offrì in una scatola tre preziosi brillanti. Io glieli rifiutai, siccome ordinai non si toccasse agli effetti individuali dell’equipaggio e passeggieri.
Tale contegno io serbai in ogni simile circostanza, ed i miei ordini non furono mai trasgrediti; sicuri, senza dubbio, i miei subordinati, ch’io ero disposto a non transigere su tale materia.
Furono sbarcati passeggieri ed equipaggio, a tramontana della punta d’Itapekoroïa, dando loro la lancia della Luisa (nome della sumaca), e permettendo loro d’imbarcare, oltre le proprie suppellettili, ogni vivere di loro piacimento.
Navigammo a mezzogiorno, e giungemmo dopo alcuni giorni nel porto di Maldonado, ove le buone accoglienze delle autorità e della popolazione ci furono di buon augurio.
Maldonado, all’entrata settentrionale del Rio de la Plata, è importante per la sua posizione e per il porto mediocremente buono. Vi trovammo una nave francese destinata alla pesca della balena, e vi passammo, da corsari, festosamente alcuni giorni.
Rossetti partì per Montevideo onde regolare le cose nostre. Io rimasi colla sumaca circa otto giorni, dopo di che l’orizzonte nostro cominciò ad offuscarsi, e tragicamente potea terminare l’affare nostro, se men buono fosse stato il capo politico di Maldonado, ed io men fortunato.
Fui avvertito dallo stesso che non solo (a rovescio delle mie istruzioni) la bandiera riograndense non era riconosciuta, ma che giunto era per me e per il bastimento un solenne ordine d’arresto. Eccomi obbligato di mettere alla vela con un temporale da , e dirigermi per l’interno del fiume della Plata quasi senza destino, poichè appena avevo avuto tempo di manifestare ad un conoscente, che mi dirigerei verso la punta di Jesus Maria nelle barrancas di San Gregorio, al settentrione di Montevideo, ove aspettare le deliberazioni di Rossetti coi nostri amici della capitale.
Giungemmo a Jesus Maria dopo stentata navigazione, col rischio di naufragare sulla punta di Piedras Negras, per una di quelle circostanze impreviste da cui dipende spesso l’esistenza di molti individui.
In Maldonado colla minaccia dell’arresto, e diffidente anche della benevolenza del capo politico, io, rimasto in terra per ultimare alcuni affari, avevo mandato ordini a bordo di preparare le armi. Ciò fu eseguito subito; ma successe che le armi, tolte dalla stiva ove si trovavano, furono collocate, per esser più pronte, in un camerino confinante alla bittacola.
Messi alla vela con un po’ di precipitazione, a nessuno venne in mente esser le armi in situazione da poter influire sulle bussole. Per fortuna, avendo io poca voglia di dormire, ed essendo il vento cresciuto a bufera, mi tenevo sottovento del timoniere, cioè alla destra del bastimento, osservando con occhio abituato la costa che corre tra Maldonado e Montevideo assai pericolosa per le scogliere delle sue punte.
Era la prima guardia, cioè dalle otto a mezzanotte; la notte era oscura e tempestosa. Ad un occhio abituato però a cercar la terra nelle tenebre, non era difficile di scorgere la costa, tanto più ch’essa mi appariva sempre più vicina, ad onta d’aver ordinato al timoniere un rombo che doveva allontanarci da essa.
«Orza una quarta, orza un’altra quarta,» e credo avevo già fatto orzare più d’un intiero vento (cioè da quattro a cinque quarte) ed a mio dispetto la costa era sempre più vicina. Verso mezzanotte la guardia di prua grida «terra!» Altro che terra! In pochi minuti noi ci trovammo avvolti in orribili frangenti, ed ecco punte spaventose di scogli mostrare le orride e nere loro teste fuori dell’acqua, senza possibilità di scansarle. Il peri- colo era immenso ed inevitabile. Altro rimedio non v’era che precipitarsi nei vuoti degli scogli e cercarvi un passaggio. Io ebbi la fortuna di non confondermi; montai sul pennone di trinchetto, e raccogliendo quanto avevo di forza nella mia voce di ventott’anni, diressi la corsa del bastimento verso i punti che mi sembravan meno pericolosi, comandando nello stesso tempo le manovre ch’eran necessarie.
La povera Luisa era sommersa dai colpi di mare che frangevano sulla sua tolda con tanto furore quanto negli scogli. Uno spettacolo per me nuovo fu la vista di molti lupi marini, che senza curarsi della tempesta attorniavano il bastimento da tutte le parti e si trastullavano come tanti bambini in un campo fiorito. Le loro nere cervici però, dello stesso colore delle roccie che ci circondavano, e un certo contegno minaccioso anche nei loro trastulli, era roba ben poco rassicurante. Chi sa non alloggiasse in quelle tetre zucche africane il pensiero d’un pasto saporito delle nostre carni! Comunque, la riflessione del pericolo padroneggiava ogni altra, e fu un vero caso straordinario poter uscire da quel laberinto senza toccarli. La minima scossa a quelle spaventose punte avrebbe mandato in frantumi il tempestato legno.
Come già dissi, giungemmo alla punta di Jesus Maria nelle barrancas di San Gregorio, a circa quaranta miglia da Montevideo verso l’interno del Plata. Solo in quel giorno giunsi a sapere esser state le armi tolte dalla stiva e collocate in un camerino accanto alle bussole.
Alla punta suddetta niente di nuovo, ed era naturale. Rossetti, minacciato dal governo di Montevideo, fu obbligato di nascondersi per non esser arrestato e non potè quindi occuparsi di noi. I viveri mancavano; non avevamo lancia da poter sbarcare; eppure bisognava soddisfare alla fame di dodici individui. Avendo io scoperto alla distanza di circa quattro miglia dalla costa una casa, mi decisi di sbarcare su d’una tavola, e portare viveri a bordo ad ogni costo. I venti soffia- vano dal pampero ed essendo loro traversia alla costa ne facevano l’approdo molto difficile anche con palischermi.
Demmo fondo alle due ancore, tanto vicino della costa che possibile, ad una distanza che sarebbe stata imprudente in altri tempi, ma indispensabile per potere riguadagnare il bordo con un tavolino sorretto da una botte ad ogni estremità.
Eccomi con un marinaro, Maurizio Garibaldi, imbarcati sopra un tavolino da camera sorretto da due barili e coi vestiti nostri appesi come un trofeo ad un’asta eretta su quella nave di nuovo modello, non navigando, ma rotando nei frangenti di quella costa inospitale.
Il Rio de la Plata circonda lo stato di Montevideo, detto anche Banda oriental, alla sua sinistra, e siccome cotesto bellissimo stato è formato da colline più o meno alte, il fiume ne ha roso la costa e vi ha formato delle rupi quasi uniformi, in certi luoghi altissime, e per un lungo spazio. Lo stesso importantissimo fiume alla sua destra lambe lo stato di Buenos-Ayres, e vi depone le sue alluvioni che formarono coll’andar dei secoli le immense pianure de las Pampas.
Giungemmo felicemente alla costa, mettemmo in terra la sconquassata nostra nave, ed io, lasciando Maurizio a rattopparla, mi avviai solo verso la casa scoperta.
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The end
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