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Garibaldi e Medici

Antonio Picozzi · 1888 · Free in the US

10,413 words · about 44 min to read

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Author
Antonio Picozzi
Language
Italian
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1888
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Contents (11)

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ANTONIO PICOZZI

GARIBALDI E MEDICI

EPISODIO STORICO

A Tullo Massarani

A

SENATORE DEL REGNO

A Lei che nella sua maturità di senno patriottico e cittadino, colla rettitudine d’una coscienza illibata, colla perenne soavità della faconda parola, temprò in varie fasi della mia carriera le tempestose suscettività dell’anima addolorata, sempre memore e grato — dedico queste povere pagine — ricche di storica verità.

Proemio

Sul declinare di giugno del 1848 il popolo Lombardo, disingannato dagli effimeri trionfi delle armi regie intorno al quadrilatero: venuto a cognizione del continuo ingrossare dell’Austriaco all’agognata riscossa; accortosi, un po’ tardi, della penuria d’uomini atti a guidare lo sbattuto naviglio della testè conquistata indipendenza: misurò con giustificata trepidanza il pericolo d’un generale rovescio e quindi del ritorno dell’abborrito oppressore.

E ne aveva ben d’onde. Poichè l’esercito regio, travagliato dalle moltiformi peripezie di parecchi mesi d’assedio intorno alle inespugnabili fortezze, frustrato nelle prime sorridenti speranze di facile vittoria, demoralizzato dalla sempre più rivelantesi incapacità de’ Condottieri, sentiva menomata, sfiduciata l’anima al segno che, da baldo aggressore qual s’era in sulle prime spiccato dal Regno Subalpino, dopo varie scaramuccie e battaglie non sempre felici, assunse a poco a poco le sembianze e l’attitudine di aggresso che si para a difesa.

E fu somma sventura per Italia nostra il non aver saputo trar profitto dell’abnegazione, del buon volere, dell’eroismo: virtù delle quali diede in quella sciagurata campagna luminose prove il soldato Piemontese.

I pochi Corpi volontari, decimati nelle prime entusiastiche scorrerie alle calcagna del fugato nemico, dispersi alla spicciolata, parte in Tirolo, parte ai fianchi dell’Esercito regolare, guidati da capitani, strenui, se vuolsi, per valore personale, ma inetti a reggersi colle lor fresche reclute in aperta campagna, contro riavutosi agguerrito nemico — erano stati a quell’epoca, da governativa disposizione, richiamati alle rispettive città, coll’intento di migliorarne l’organizzazione.

In mezzo a tanto tramestìo d’uomini e di cose, di quasi sfumate speranze e di fondati timori, di accalorarsi dei partiti, di scalmanate aspirazioni alla famosa fusione, di mal frenati aneliti di pochi, e quasi perseguitati, alla Repubblica... corse voce, subito con immenso giubilo accolta e propalata dai veri liberali, dell’imminente restituirsi in patria di '.

Arrivo di Garibaldi a Milano e formazione d’un Corpo di Volontari

CAPITOLO PRIMO.

Arrivo di Garibaldi a Milano e formazione d’un Corpo di Volontari.

Bella fama, quasi foriera d’uno splendido futuro, precorreva in patria il quarantenne Nizzardo, che fino dall’adolescenza collo svegliato ingegno, colla esemplare rigidezza del costume, colla indomita fermezza del carattere, con ripetuti saggi di non comune arditezza, s’era rivelato nei Collegi a niuno secondo in lusinghiere promesse per l’avvenire.

E ad apparecchiarselo degno della sua grande anima, insofferente di giogo e stomacato dal dispotismo che su larga scala attecchiva a que’ tempi nel Regno Subalpino, fresco d’anni e di precoce virilità, baldo d’arcana non ancora sperimentata audacia, esulò volontario in America a respirarvi le vivide aure repubblicane di libertà, a cementarvi apostolato d’amor patrio, ad addestrarvisi nei perigli della marina e delle armi, illustrando così in terra straniera il nome Italiano. E nell’una e nell’altra di quelle due arti di guerra si palesò così ardimentoso e sagace, da sorvolare in breve i primi e secondi gradi della gerarchia militare, fino a raggiungere il ben meritato di Capo-Legione.

E con sì illustre attributo approdava sugli scorci di Giugno al lido natio, a bordo della Speranza, con parte della già sperimentata coorte, seguito dalla sua diletta ed arditissima compagna, la Lagunese Anita: approdava Nazzareno alle sembianze, sfolgoreggiante amor patrio, maturità di senno, prodezza.

Il poter subito accorrere con cento de’ suoi compagni d’arme, quasi tutti stigmatizzati dalle cruenti vestigia del valore, ad offrire il proprio braccio alla madre perigliante, appena seppe dell’italica riscossa, fu per si tenero figlio il realizzarsi degli ardenti sogni, il premio alle durate vicissitudini guerresche, il coronamento dei più fervidi voti ripetutamente pronunciati nel corso del lungo e così fortunoso esiglio.

Ecco infatti con quai nobili parole il Corriere Mercantile di Genova ne annunciava il 29 Giugno l’arrivo: «in questo momento, ore 11 del mattino, il generale Giuseppe Garibaldi sta entrando nel porto, accompagnato da una parte della sua legione, a bordo del naviglio Bifronte armato in guerra con sei pezzi d’artiglieria, proveniente da Nizza, sua città natale, ove approdò, sono ora pochi giorni. La città si prepara ad accogliere questo suo prode concittadino con dimostrazioni di vera simpatia. Il popolo è impaziente di seguirlo: toccherà ora al Governo emulare e il popolo, assegnando al valoroso un posto degno di lui.»

Non appena però il Generale ebbe riabbracciati la già vedovata genitrice, i consanguinei e gli amici ch’egli rinvenne ancor viventi nelle due città marittime a lui fin dall’infanzia care a somiglianza di dilette sorelle, impaziente di indugi, anelante di misurarsi sugli italici campi già tanto insanguinati e spronato dall’uragano che vedeva addensarsi sul capo dell’amato paese, volò a Torino, a quell’epoca sede delle due Camere, ad offrire al Governo i propri servigi. Ma sospetto qual’era di repubblicanismo, per avere già gloriosamente pugnato a pro’ di repubblica in terra straniera (a Montevideo), il Governo piemontese, peccante un po’ di timidezza e di servilismo, con belle frasi respinse il predestinato a tanta apoteosi.

Benchè fremente di sdegno per simili tergiversazioni, avvezzo qual’era, non già a cedere, ma ad irritarsi degli ostacoli, sotto l’usbergo della sua indomita fermezza e del suo culto alla patria, coll’aspirazione febbrile a propugnarne l’indipendenza, volò il 2 luglio al quartiere generale posto allora a Roverbella e, presentatosi a Carlo Alberto, gli espose coll’accento della lealtà i suoi nobili propositi, i suoi patriottici intendimenti. Il magnanimo Re, più liberale de’ suoi cortigiani, fece lieta accoglienza all’Eroe del Nuovo Mondo e, dimentico del passato, lo consigliò a restituirsi tosto alla Capitale Subalpina, onde prendervi in suo nome gli opportuni concerti sul modo più utile di impiegare una Legione di Volontari, che lo autorizzava a sollecitamente organizzare.

Giubilante per l’ottenuto incarico, rifece la via a Torino; ma riescitegli ancor vane le ripetute istanze, benchè convalidate dalla parola del Re, si rivolse al Governo Provvisorio di Lombardia, che, quantunque costituito esso pure in parte d’uomini peccanti di timidezza, spaventato forse dall’imminenza del pericolo, gli segnò il reale mandato.

Tutto questo pencolare causò all’impaziente Condottiero lo spreco di giorni preziosi, che avrebbero potuto tornare molto utili alla causa santa, per la quale egli aveva attraversato l’Atlantico ed abbandonato il suo Montevideo.

Scelta quindi la Capitale Lombarda a sua brevissima sede, la sera del 15 luglio dal balcone della Bella Venezia, importante albergo posto, come anche ai dì d’oggi, in Piazza San Fedele, al popolo stipato a festeggiarlo, vibrò col suo linguaggio incisivo e guerresco le seguenti parole:

«Cari Milanesi! Vi son grato delle vostre ovazioni: ma questo non è tempo da gridi e da ciarle; è tempo da fatti. Pur troppo lo sgherro nemico ha ripreso lena e coraggio. Noi dobbiamo sbarrargli la via al ritorno in queste belle contrade, da lui per mezzo secolo in ogni guisa contaminate. Teniamoci saldamente uniti, per poter fare da noi, senza intervento straniero. Mi raccomando alle lombarde donne perchè inanimino i loro cari figli, fratelli, mariti a e dar mano alle armi.

Noi ricacceremo il ladrone nelle sue selve, purchè vi dimostriate degni fratelli dei prodi caduti nelle vostre cinque gloriose giornate. Il valore dimostrato dai Milanesi in quella recente eroica lotta, mi è caparra delle sorti fortunate ch’io auguro alla patria nostra. Viva dunque Milano! Viva l’Indipendenza Italiana! e buona notte!»

Così dicendo si ritirò a riposo; quantunque replicatamente acclamato dalla folla entusiasta, sovreccitata da quelle frasi improntate di virile fermezza e di superstite latina virtù.

Il giorno susseguente fu per ordine del generale Garibaldi aperto, presso l’albergo Marino, registro d’arruolamento di Volontari, destinati a comporre la progettata Legione. , uno dei più fidi e più devoti ammiratori e seguaci del glorioso reduce da Montevideo, ebbe l’onore del mandato di ricevere le iscrizioni e di capitanarne l’avanguardia, appellata Anzani dal nome d’un prode Colonnello che ritornò già malato con Garibaldi in Italia e soccombette dopo pochi dì dall’aver messovi piede. Al saggiamente prescelto arruolatore fu dal Generale impartita severissima istruzione: che a comporre l’avanguardia non dovessero far parte se non uomini che con validi documenti, o attendibili testimonianze, provassero di essere già stati battezzati al fuoco.

Pel fiore della gioventù Lombarda, o avanzo delle gloriose barricate, o reduce dalle infelici scorrerie consumate coi disciolti Corpi Volontari nella prima fuga dell’Austriaco, o gloriosi superstiti di qualche già debellata Veneta Città, fu seducente il forte invito; sì che numerosa rispose subito all’appello. L’elemento più nobile e più vigoroso della giovine generazione che si sentiva atta alle armi, buttato in un angolo chi la penna, chi il pennello, chi lo scalpello, corse ad iscriversi sotto la bandiera del già prestantissimo Duce, che, colla sua nota intuizione degli uomini, aveva eletto a primo intermediario fra sè e le novelle reclute la geniale figura del milanese , suo compagno d’America e già guerrigliero in Ispagna. E assai opportunamente: dacchè esso pure, coll’affabilità del linguaggio, colla squisita cortesia de’ modi, coll’ineffabile bontà di cui dava saggio ad ogni incontro, inspirava tale fiducia da trascinare gli animi a ciecamente seguirlo.

In pochi giorni la compagnia scelta d’avanguardia superò la cifra richiesta a comporre il Battaglione, ed il Governo Provvisorio, viste le proporzioni che prendeva l’arruolamento, allo scopo di allontanarlo da politiche combustioni e pericolose influenze, ordinò al Generale di trasferirsi immediatamente a Bergamo, onestando e velando la presa risoluzione coll’accampato bisogno di meglio serragliarvi le file e di trovarsi strategicamente parato ad ogni evento.

Marcia su Bergamo — Ritirata su Como

CAPITOLO SECONDO.

Marcia su Bergamo. — Ritirata su Como.

In obbedienza al già accennato ordine del Governo Provvisorio, nel pomeriggio del 25 luglio, nella caserma di San Francesco, collocata in Piazza Sant’Ambrogio (luogo di riunione dei militi per le giornaliere esercitazioni al maneggio del fucile) si raccolse la giovine Legione Garibaldina per disporsi alla partenza, al seguito del suo intrepido Condottiero.

Festeggiata entusiasticamente dal popolo milanese nella sua traversata per la città, recossi per Porta Vittoria alla stazione ferroviaria Milano-Venezia, dove trovò ad attenderla, per congiungersi ad essa, un Battaglione Pavese, forte di 600 altri Volontari, completamente armati ed equipaggiati dalla loro città. Là, confortata dal sorriso e dalle lagrime degli amici o dei consanguinei, accorsi a dare ai loro cari il bacio dell’addio, l’animosa coorte salì sull’imbrunire nei carrozzoni approntati per trasportarla a Treviglio.

Delle poche ore notturne trascorse in quella industriosa e pacifica borgata, in attesa dell’alba prefissa alla marcia per Bergamo, l’autore di queste Memorie ricorda un aneddoto abbastanza umoristico. Uno di quei buoni terrazzani che armati dei loro lunghi archibugi, da quattro mesi disseppelliti, munivano di pattuglie il paese come guardia nazionale, scontratosi in alcuni dei nostri serenanti per le strade del Comune domandò loro in pretto bergamasco: Lor je soldacc del general Ribaldo?

Certo così non istorpierebbero in giornata neppure que’ contadini (oggi cittadini) il bel nome da molti anni meritamente venerato.

Sui primissimi albori, invitata dallo squillo delle trombe ad abbandonare l’ospitale borgata, sempre a mo’ di valanga ingrossando per via, salutata e festeggiata a metà cammino dalle generose oblazioni d’ogni genere del venerando e patriarcale ingegnere Albini, ricco possidente di Imbersago e dei dintorni, si diresse alla simpatica Bergamo, che arricchendola di altri suoi figli, utilizzò, per bene accasermarla, persino il disertato Seminario dei Chierici.

Nei pochi giorni di permanenza su quello stupendo colle, che è la città alta di Bergamo, l’infaticabile e sempre vigile Generale si recava ogni dì a visitare ed ispezionare le sparse brigate, a constatarne e a plaudirne le esercitazioni al maneggio dell’arme, scendendo e salendo, con quella tutta sua abituale sprezzatura d’ogni pericolo, le tortuose scalinate, a cavalcioni d’un destriero fantasticamente bardato alla foggia americana, ad imitazione dell’ammirato cavaliere.

Ma dal sembiante del supremo Duce trasparivano di giorno in giorno caratteristici segni di mente impensierita e di profonda preoccupazione.

In quel volto maschiamente leggiadro, quantunque abbronzito dalle battaglie, si sarebbe letto, insieme col rammarico del trovarsi lungi ed estraneo all’azione, in un momento in cui tanto incalzava il bisogno d’agire, l’indescrivibile angoscia di sapere l’amato suolo minacciato da nuova invasione dell’odiato straniero. Giacchè le notizie che mano mano pervenivano dal campo, dipingevano a nerissimi colori il rovescio sempre crescente delle armi regie, di fronte all’imbaldanzito nemico, il quale, debellata Treviso, soggiogata Padova, espugnata Vicenza e quasi totalmente sbarazzato d’assedianti il quadrilatero, ogni dì guadagnava terreno al ritorno sulle orme già peste nella svergognata fuga del marzo.

Infatti, dopo avere scompigliato e sconfitto l’esercito regio a Rivoli e a Sommacampagna, e rottagli così ogni base d’operazione: dopo averlo poscia buttato al di qua del Mincio, lo investiva sull’Oglio, minacciando già la linea dell’Adda.

Trascorsi in tal modo alcuni giorni di trepida ed angosciosa aspettativa, dal Comitato di Pubblica Difesa in Milano pervenne improvviso ordine a Garibaldi di retrocedere immediatamente, per accorrere in ajuto della già minacciata Capitale Lombarda. E, quasi a conferma dell’annunciato pericolo, nella notte d’apprestamento alla precipitosa retromarcia, dalle alture dell’ospitale città sorella si vedevano verso Cassano d’Adda luccicare i fuochi, che venivano interpretati opera dell’esercito invasore.

Ma l’imprevidenza, il tentennare dei novelli reggitori della pubblica cosa, e il destino svoltosi ormai sciaguratamente avverso alla causa italiana, concorsero a far sì che questa suprema chiamata del prontissimo Duce riuscisse tardiva: ciò che mi propongo provare col seguito del mio racconto.

La notte adunque dal 3 al 4 agosto fu spesa in febbrili apparecchi di marcia retrograda alla volta della sventurata Milano. Coi primi albori la giovine Legione, fatta già gagliarda di oltre 5 mila uomini, abbandonò i rispettivi quartieri nei quali era stata accasermata, per concentrarsi nella più ampia piazza della città. Colà Mazzini, che in que’ supremi momenti, accorso da Milano, aveva ripreso il suo posto di portabandiera nella Legione, le fece sprecare, a dir vero, un po’ di quel tempo così prezioso e richiesto dalla iniziata marcia, per declamarle, da un balcone di casa Camozzi, generose parole tendenti ad incitarla. ... al già da essa agognato cimento. Tal che soltanto verso le 8 mattutine l’alacre e giubilante colonna si rimise in cammino e, tenendo strategicamente la linea bergamasca al di qua dell’Adda (che passò a Brivio), divorato il terreno separatore, in mezzo alle festevoli acclamazioni dei terrazzani accorsi a plaudirla, verso l’una pomeridiana si ricoverò dai cocenti raggi del sole, stanca ed affievolita, nel Comune di Merate.

Quantunque incalzasse il bisogno d’altra rapida marcia per portarsi a Monza, e di là, col mezzo della ferrovia, alle minacciate mura della già scompigliata e costernata Milano, pure il Generale stimò necessario di concedere ai militi qualche ora di riposo; impartendo però severissime disposizioni perchè nessuno si sbandasse, ond’essere tutti parati al primo appello.

Dopo le 3 pomeridiane squillò nuovamente il segnale della partenza; e la rifocillata Legione s’avviò ancor più lieta e più festante del mattino al seguito dell’infaticabile e sempre più meditabondo suo Duce, che di pochi passi le cavalcava davanti. Ma trascorsi appena pochi chilometri di via, un temporale che s’era quetamente agglomerato sul capo dell’allegra colonna, si scatenò con tale turbinosa violenza d’acquazzone misto a grandine, orribilmente intersecato da tuoni e lampi, che il Generale fu costretto a farla retrocedere, allo scopo di riaverla e riassettarla col pernottare nel testé abbandonato Merate.

Durante la notte, che continuò brontolona e tempestosa, come il vespro che l’aveva preceduta, molti di que’ giovani militi, più agguerriti dall’entusiasmo del buon volere, che dall’abitudine alla travagliata vita militare, affranti dalle rapide corse e da quel complesso di persecuzioni atmosferiche, trovaronsi così seriamente indisposti, da far temere potessero pel susseguente mattino presentarsi ristabiliti e pronti alla nuova marcia, ai forse supremi cimenti.

Ma una alba, salutata dagli squilli delle trombe che pareva invitassero, non solo a riprendere l’interrotto cammino, ma ad ingaggiar battaglia, risollevò nei malfermi, colle riposate membra, gli abbattuti spiriti, sì che in poco più di mezz’ora l’intera colonna sbarazzata, per ordine del previdente Generale, dei rispettivi zaini e fardelli, destinati a raggiungerla a seconda degli eventi, si slanciava più agile e spedita a percorrere la via.

In Cernusco Lombardone, piccola borgata che dista da Merate 3 o 4 chilometri, fu permesso alla colonna breve sosta, onde fornirsi di pane (generosamente elargito dal Comune) per poter reggere alla lunga marcia prefissa.

Il generoso proposito, l’ardente desiderio d’arrivare in buon punto sotto le dilette mura della già investita Milano, percorrendo come elettrica scintilla le file della giovine coorte, la facevano più rassegnata alla noja, al disagio del cammino, ancor fangoso pel recente acquazzone, all’inevitabile incubo della canicola estiva; ond’è che coll’accrescersi del numero dei divorati chilometri, pareva si raddoppiasse in essa la lena a raggiungere la desiata meta.

Toccati quindi, con brevissime soste, i brillanti comuni di Osnago, di Usmate, di Arcore, trovossi, per le due dopo mezzodì, giubilante a Monza: dove fu concesso dai Capi riposo, sotto il selvoso sentiero che conduce al giardino reale e per esso al famoso parco.

Ivi la vivace, ma pur faticata milizia, incrociati a fascio i fucili in mezzo ai fronzuti alberi dei quali va superba quell’ampia striscia di terreno, si distese sui verdi tappeti in attesa del rancio, che la Municipalità del comune fu sollecita di apprestare ai novelli ospiti, fornendo tutto l’occorrente sul posto. Poichè il Generale aveva emanato severissimo ordine ai rispettivi Capi e sotto-Capi: che nessun milite si sbandasse in cerca di cibo negli alberghi o nelle trattorie cittadine; tanto più che in quello sventurato pomeriggio correvano già voci allarmanti sull’equivoca posizione nella quale si dibatteva scompaginata la povera Capitale Lombarda.

Infatti non era ancora trascorsa un’ora dall’arrivo dell’agile colonna, sitibonda d’azione, che una voce corsa dell’approssimarsi di cavalleria e di granatieri croati, creata più dal timor panico degli incettatori di notizie ad ogni costo, che dalla reale sussistenza del fatto, fece balzare in piedi e momentaneamente scompigliò il giovine esercito; in guisa però che la maggior parte dei militi, riprese le armi, si schierava nei ranghi, mentre alcuni della retroguardia, fortunatamente pochi, fecero atto di prendere la corsa verso la città, a manifesto scopo di ivi ricoverarsi in salvo.

Il Battaglione Anzani, sempre capitanato dal , colla pur gradita missione di servir d’avanguardia, si dispose a tale intento, in un batter d’occhio, in ordine di battaglia: imitato successivamente dal resto della colonna, che occupava in lungo ed in largo l’ampio viale. In quel mentre fu visto giungere a galoppo, proveniente dall’interno della città, montato sul solito destriero, il Generale, che, pure sedotto dalle notizie che correvano sempre più allarmanti, credendo maturato l’istante di rivelarsi in patria degno della nomèa che l’aveva precorso, si buttò a percorrere in su ed in giù la schierata coorte, in tempo pur anco a sbarrare col cavallo la via ai pochi pusillanimi, che sulle prime aveano inconsultamente tentata la fuga. Per la prima volta fu visto allora l’irato Nizzardo dardeggiar dagli occhi lampi guerrieri; tu in quell’istante per la prima volta udita in minaccioso suono quella vibrata e metallica voce gridare ai mal capitati «Con me non si fugge, carogne! con me non si fugge! È giunto il momento di misurarci col nemico!... è giunto il momento di batterci.... rientrate nei ranghi.... serrate le file!....»

Quasi contemporaneamente a quelle intimazioni, s’udirono partire dalla coda della distesa colonna alcuni spari di fucile, che tenuti sul subito casualità inerenti a quel primo scompiglio, si seppe dappoi esser stato l’effetto di precipitata e forsennata fucilazione di due innocenti allarmisti, rei d’aver buttata e sparsa intempestivamente fra le schierate file la notizia della pur troppo già sottoscritta Capitolazione.

Novella prova codesta che all’umana natura ripugna prestar fede ad annuncio, fatalmente destinato a tornarle dannoso o sgradito.

Cessate le detonazioni, ricomposti i ranghi, ne seguiva ansioso silenzio, commisto a indescrivibile trepidazione.

Trascorsa così un’ora circa d’inutile aspettativa, il Generale che, animato da speranza e da brama di prossima pugna, era corso in su in giù nel frattempo verso gli sbocchi della bella borgata, quasi a sfidare l’atteso nemico, conscio forse della verità delle diffuse notizie, e desideroso di mettere al sicuro da qualsiasi notturna sorpresa da parte delle scorrazzanti orde Austriache i suoi volontari, diè ordine di subita ritirata su Como. Cambiata quindi testa di colonna, l’avanguardia trovossi a funzionare da retroguardia; perchè in essa e nel suo Capo fidava tranquillo il Generale, nella temuta eventualità di inseguimento e di sorpresa alle spalle.

Quella marcia fu delle più disastrose fin’allora toccate alla fida coorte; vuoi perchè pochi avevan potuto fornirsi di commestibili e riaversi così dalla già lunga corsa del mattino, vuoi per l’invadente oscurità della notte, vuoi pel rammarico e lo scoramento che tutti aveva invasi fino alle lagrime, il pensiero delle famiglie, dei parenti, della disgraziata città; che ognuno si pingeva già a quell’ora investita, espugnata, saccheggiata dalle truppe vittrici, coll’immensurabile strascico di tutte le inerenti sciagure.

Forieri intanto e campioni del già completato disastro, del consumato sacrificio della misera terra, sorgiungevano militi dispersi e sbandati dal ripiegato esercito piemontese; laceri, stanchi, affamati; e dallo squallore del loro volto, dagli interrotti e mal distinti accenti, dai lacrimevoli racconti de’ patiti disagi e peripezie d’ogni genere, trapelava l’ansia febbrile di rifugiarsi, di ridursi frettolosamente al sicuro da ogni persecuzione nemica, chè:

Nel soldato che vincer dispera

Della vita rinasce l’amor.

Il Generale, dotato qual’era di nobile e pietoso sentire, commosso alle lagrime da tale spettacolo, fece salire sulla groppa del proprio destriero uno di quegli sventurati, che più degli altri appariva impotente a proseguire il cammino; e per lungo tratto di via se lo tenne amorevolmente accoccolato alle terga.

Per colmo di sventura la notte calò delle più buje: sì che le tenebre favorirono i pusillanimi, gli sfiduciati, che, pratici dei luoghi e non rattenuti da pudore, alla chetichella disertarono chi per di qua, chi per di là, le scompigliate e omai disordinate file.

Pochi, a dir vero, della giovine colonna, sorretti da gagliarda costituzione e da ben temprata fibra, ressero sempre svegli e presenti a sè stessi nella lunga e faticosa marcia. Ond’è che dopo avere attraversati i Comuni di Seregno, di Paina, di Mariano, la piazza principale di Cantù s’ebbe il maggior contingente di dormigliosi, che non sarebbero stati riscossi dal profondo letargo che li dominava appena sdrajati, neppure dal calpestio di sorvegliante cavalleria. Camerlata pure s’ebbe ricco deposito di sonnolenti: e Como, per metà già disertata da’ suoi costernati abitanti, rifugiatisi sulle circostanti montagne, subì a porte semichiuse coi primissimi albori, l’invasione di quell’accozzaglia. Che tale appariva in quell’istante il più che decimato e stremato manipolo, avanzo di quattro già floridi e ben compatti battaglioni.

Sparpagliati negli alberghi, nelle trattorie, nelle bettole, e più tardi accasermati nei quartieri della città, gli affranti militi non rividero più, fino a tarda ora della trascorrente domenica, la loro bandiera; onde soltanto nel pomeriggio fu dato a Garibaldi di riconoscere i guasti notturni di cui presentava ampie vestigia il giovine esercito, ritornato ai ranghi sulla spaziosa piazza della vicina Camerlata, dove gli era stata data la posta.

In aggiunta agli scomparsi la notte col favor delle tenebre, alcuni scoraggiati e disillusi s’erano nel mattino ricoverati nella vicina Svizzera.

Solo il Battaglione Anzani ed il Pavese offrivano ancora lusinghiero contingente nelle poco diradate file.

Ritirata a San Fermo — Marcia a Varese — Ritirata a Castelletto — Da Castelletto ad Arena — Sbarco a Luino e presa di Luino — Rioccupazione di Varese — Fatti d’armi di Rodero e Morazzone

Ritirata a San Fermo — Marcia a Varese — Ritirata a Castelletto — Da Castelletto ad Arona — Sbarco a Luino e presa di Luino — Rioccupazione di Varese — Fatti d’armi di Rodero e Morazzone.

Intanto che Garibaldi assisteva dalle finestre del vicino albergo al lento raggranellarsi degli sbandati militi intorno all’ancor fiduciosa bandiera Italiana, dalla rioccupata Milano sorgiungevano a frotte, sospinti dall’indivisibile spettro, la paura, i Milanesi fuggiaschi, dipingenti a negri colori le delizie della effettuata occupazione della diletta città per parte del vecchio Maresciallo Radetzcki; annuncianti lo scorrazzare nei dintorni, l’incalzare alle spalle delle brigate, degli squadroni sulle peste dell’unica superstite colonna, atteggiata ancora a resistenza, a riscossa.

Non per questo il Generale volle deporre il pensiero di ulteriori tentativi a supremo conato.

Fatti distribuire ai volonterosi, che s’erano nuovamente presentati a riempire i ranghi, gli zaini ed i cappotti che da Merate erano stati trasportati a raggiungere la colonna, ordinò fossero collocati in batteria i suoi due cannoni, disponendo i soldati a tener testa a qualsiasi eventuale attacco.

Dalla vicina Svizzera poi spedì e diramò corrieri incontro agli altri Duci dei Corpi Volontari, del cui ritirarsi in Piemonte colle rispettive milizie eragli pervenuta contezza: invitandoli a riunirsi a lui, fidente ancora di riprendere l’offensiva, deliberato a non deporre ignominiosamente le armi.

Ma dei varî Condottieri, nè Durando, nè Tamberg, nè D’Apice, nè Manara, nè Griffini, chi già vinto dall’invaso scoraggiamento, chi cedendo a gelosia di supremo comando, chi per deposte speranze di possibile resistenza, nessuno ri- spose al generoso patriottico invito. Alla abnegazione necessaria in quel difficile momento, e richiesta dal magnanimo scopo di tentare uno sforzo supremo, ognuno d’essi preferì ricondurre negli Stati Sardi il proprio branco di soldati, qualcuno certo colla mira di far salve le pericolanti spalline.

Ecco infatti con quali severissime parole l’eminente e coscienzioso abate nella sua descrive questo calamitoso istante attraversato dalla disgraziata nostra patria.

«In condizioni sì infelici di virtù che ora il terrore, ora l’interesse erano consiglieri ciascuno di codardia, non tutto però andò contaminato d’infamia, e le Legioni di Giuseppe Garibaldi e di Giacomo Medici, tutte fuoco di generoso ardire, levata la bandiera: Dio e Popolo obbedivano unicamente alle ultime necessità. Animate da altre speranze, quali sull’ingrandir del pericolo suole immaginare la brava gioventù, come intesero a qual prezzo il re si salvava dai mali della guerra, dissero: la natura averci dato il ferro per fuggire il servaggio; comperar pace a peso d’ignominia non essere da soldato italiano, e la capitale d’un regno stare dove i forti si stringono in falangi, pronte a morire prima di abbandonare la patria alle miserie di servitù».

E appunto in questi nobili sensi si espresse poscia il generale Garibaldi, favellando agli strenui avanzi della decimata Legione, dopo averla guidata e schierata in ordine di battaglia sulla raggiunta piazza del vicino San Fermo. «Apparecchiatevi, disse loro, a tutti i disagi di una lotta disastrosa ed ostinata; è d’uopo siate parati all’insonnia, al digiuno, alla fame. Abbiate però fiducia nel vostro Capo, che, in mezzo a tanto cumulo di sventure, vuol salvo almeno da bassezza, da viltà, da infamia il nome Italiano».

Sopraggiunta la notte, sciaguratamente favorevole a nuove diserzioni, avviò l’assottigliata colonna a marcia forzata verso Varese. Arrivato sul far del giorno (8 agosto) alle porte della patriottica città, prima d’entrarvi fece eseguire un breve alt, allo scopo di attendere e riunire le tardeggianti squadre.

Ma l’impressione che n’ebbe fu così dolorosa che non potè più oltre padroneggiarsi e rattenere una lagrima, che per ineffabile corruccio gli tremulo nella pupilla.

Però l’intrepidezza, il sangue freddo, la serena calma del fido Medici, uno de’ pochi luogotenenti che aveva saputo affezionarsi e mantenersi ai fianchi gran parte del battaglione Anzani, aggiunti alla valentìa del colonnello Marocchetti, altro suo aiutante d’America, che aveva da pochi dì raggiunto, per seco lui dividere la dubbia sorte di que’ supremi momenti, lo affidarono a continuare per proprio conto la disperata lotta.

Passò quindi l’intiera giornata e la notte susseguente in Varese, sempre per ogni guisa festeggiato da quella italianissima fra le italiane città. Ma strategìa di più lunga conservazione di sè e de’ proprî compagni ad una perigliosa guerra venturiera, lo consigliò ad abbandonare quella posizione, dolente ed irato di dover passare la frontiera, prima di essersi misurato con quella canaglia di Austriaci.

Varcato il confine, si recò a Castelletto, d’onde inviò il suo Medici a Lugano coll’incarico di raccogliere i giovani italiani colà emigrati.

Il solerte e beneviso ajutante fece il dì dopo ritorno al campo con circa 300 uomini; misero risultato in confronto del numero de’ vagabondi ed oziosi momentaneamente costretti ad esilio; ma abbondantissima messe in un campo nel quale la bufera della sfiducia aveva sfrondata e calpesta ogni lusinga di rivincita, ogni speranza di possibile riscossa.

In quel di appunto (11 agosto) perveniva a Garibaldi ordine dal Governo Subalpino, omai intimidito dalla pre- potenza Austriaca, e di sciogliere la sua banda, e di sgombrare il territorio Piemontese».

Siffatta intimazione destò alta l’ira nell’anima gagliarda del provocato Duce, spingendolo a completamente ribellarsi alla tentennante Monarchia, e a più deliberatamente disporsi a novelli cimenti contro le orde straniere. Quasi a suggello della presa risoluzione, issata la Mazziniana Bandiera Dio e Popolo dettò, improvvisandolo, il seguente Proclama:

Italiani!

«Eletto in Milano dal Popolo e da’ suoi rappresentanti a Duce d’uomini la cui meta non è altro che l’indipendenza italiana, io non posso uniformarmi alle umilianti convenzioni ratificate dal Re di Sardegna collo straniero, abborrito dominatore del nostro Paese.

Se il Re di Sardegna ha una corona che conservò a forza di colpe e di viltà, io ed i miei compagni non vogliamo conservare con infamia la nostra vita; non vogliamo, senza compiere il nostro sacrificio, abbandonare la sorte della sacra terra al ludibrio di chi la saccheggia e la manomette.

Un impeto solo di combattimento gagliardo, un pensiero unanime ci valse la santa virile indipendenza che gustammo; sebbene pochi fra i migliori l’avessero guadagnata, ed uniti poscia coi più, per inganno, la vedessero scomparsa.

Ma ora che il pensiero, sciolto l’iniquo freno alla sua manifestazione, già diffuse per tutte le menti quella suprema verità che suona a sterminio dei tiranni; ora che l’opera da infiniti elementi rafforzata si può ordinare e la prestano già numerosi corpi emancipati dagli interessi legali: ora che sono smascherati que’ traditori che pigliarono le redini della rivoluzione per annichilirla; ora che sono note le ragioni dell’eccidio a Goito, della mitraglia e delle febbri di Man- tova, dello sterminio de’ prodi Romani e Toscani, delle codarde capitolazioni, il popolo non vuol più inganni.

Egli ha concepito la sovrana sua potenza, la provò e vuole conservala a prezzo della vita; ed io ed i miei compagni che ne avemmo fiducioso mandato, che l’accogliemmo qual dono il più prezioso che potesse a noi largire il Supremo, noi vogliamo corrispondergli come ne spetta. Noi vagheremo sulla terra che è nostra, non ad osservare indifferenti la tracotanza de’ traditori, nè le straniere depredazioni; ma per dare all’infelice e delusa nostra patria l’ultimo nostro respiro, combattendo senza tregua e da leoni la guerra santa, la guerra dell’indipendenza italiana.

Castelletto 13 agosto 1848.

Fatto affiggere e diramato il suesposto appello a generosa rivolta, il 14 di notte, fè levare il campo e si portò co’ suoi prodi ad Arona. Colà, impadronitosi de’ due battelli a vapore destinati al servizio del lago, non che di altre tre piccole barche, vi fece montare uomini, cannoni e cavalli, e così in ordine di battaglia, si cacciò sulle acque — dominatore del Verbano. Intenzionato qual’era di riporre il piede sul suolo Lombardo, e di cimentarsi a novelli conati, prima di vilmente deporre le armi, solcò fino a mezzo il lago approdando a Luino.

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