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Confortato da amici a mettere mano alla pubblicazione dei processi contro le streghe nel Trentino, stetti per qualche giorno in dubbio se dovessi stampare senz’altro le carte che si riferiscono a questo lacrimabile soggetto, o se dovessi premettere alla stampa qualche cenno storico sull’argomento. Mi decisi per il secondo partito, e perché forse fra i lettori di questa memoria, se ne troverà, alcuno potrebbe desiderare di avere delle preliminari notizie, e perché quasi a colpo d’occhio si possa vedere quale è la parte cui rappresenta il Trentino nel lugubre dramma psicologico-giuridico che funestò per secoli tutta l’Europa civile, e finalmente perché, discutendosi fra gli scrittori dove abbia a trovarsi la radice prima della “stregheria„ forse non sarà inutile che raccolga qualche osservazione e qualche piccolo studio fatto su cotesto argomento. Il quale a me sembra più grave ed importante che forse non paja a prima vista, non tanto per la ragione che è giustizia restituire a ciascuno quello che gli spetta, quanto perchè solo conoscendo un fenomeno storico dalle sue prime origini se ne può meglio e stimare la indole e spiegare il procedimento.
In fatti, senza la notizia di tali origini non deve rimanere quasi enigma ribelle ad ogni interpretazione il fatto, che la stregheria ed i processi contro le streghe giunsero al massimo di loro intensità in un tempo quando l’Europa era rinata ai buoni studi e procedeva già su quella via di avanzamento morale, intellettuale e scientifico, che la condusse alla presente civiltà, promessa ed arra di migliori destini?
Fra coloro i quali scrissero di proposito, o per incidenza, sulla storia della stregheria v’ha divergenza d’opinioni sul punto dove sieno a trovarsi i primi germi di cotesta superstizione. Le principali teoriche più recenti — ché delle remote non accade parlare — sono due, mentre taluno vuole, che la mala pianta sia quasi un pollone delle superstiziose credenze dell’antichità classica, greco-romana, fattosi poi indipendente e cresciuto gigante nell’età di mezzo tra le genti barbariche né ben idolatre né ben cristiane, dove altri crede, essere dessa nata quasi spontanea tra’ popoli di razza germanica, i quali, non ancora intimamente convertiti al cristianesimo, portarono seco parecchie delle superstizioni de- gli antichi loro avi. Se mi venga permesso dire la mia opinione, pure avvicinandomi più a quest’ultima teorica che non alla prima, sono dell’avviso, che anche tra i Germani sia stata gettata la triste semenza da altre genti, e che essi nelle loro trasmigrazioni e coi loro imperi la abbiano poi sparsa di seconda mano sulla faccia dell’Europa, dopo averla nel corso del tempo, per così dire, rinvigorita e ravvivata con qualche parziale ritaglio di classiche rimembranze superstiziose.
Libro VI. Dell’ufficio del confessore e dei rimedî leciti ed illeciti
Per coloro che vogliono studiare a fondo la storia della stregheria, quest’opera è tutta degna di attento esame, specie poi il libro V merita di essere maturatamente considerato. Io però non farò neppure dello stesso una analisi quand’anche sommaria, perche al mio bisogno è sufficiente che dica, calcare esso, in generale, le pedate del Malleus, e togliersi dal medesimo soltanto nelle parti che più urtano col buon senso e colla legge morale. Per il resto non si creda, che, ad onta il Delrio fosse uomo molto erudito, egli rigetti tutte le stolide credenze accettate come buone dagli altri scrittori di stregheria: tutt’altro, egli è solo di poco superiore al resto dei trattatisti, e non dubita un istante di credere ai soliti incubi e succubi, alla corporea traslazione delle streghe al luogo di loro convegno, ai varî e mostruosi portenti che dovrebbero saper produrre, al patto col “ diavolo „ e ad una quantità di altri assurdi, che oggi farebbero ridere i pilastri. Ma la sua coltura è molto vasta e varia, la sua logica sco- lastica è stringente, e dove non può altrimenti, annienta gli avversari non coll’armi della ragione, ma dell’autorità, della paura e del ridicolo, le solite di coloro che non hanno migliori argomenti da far valere. — Che se taluno desiderasse avere qualche saggio delle massime del Delrio gli offro qui pochi esempi. Dedico questi due ai difensori penali: — “ Quando quis patrocinatur sponte maleficas et conatur criminis enormitatem elevare et contendit non esse credendum iis quæ de illis narrantur et ea omnia vana esse et delira „ (L. V. sez. 3. 2), ha contro di se l’indizio di essere fautore di streghe. Difendere le streghe ed asserire, che la stregheria è una illusione “ quid aliud est quam tribunalia omnia catholica inscitiæ, injustitiæ, crudelitatis damnare? quam maleficis et eorum sceleri habenas permittere ad nocendum? quam reipublicae et humano generi toti, et Deo Omnipotenti Maximo tali convenientia patrocinioque teterrimæ apostasiæ atrocissimam injuriam inferre? „ (Ibidem). Nel dubbio se esistessero indizî sufficienti per sottomettere una persona accusata ai tormenti, comunemente si giudicava a favore di lei, ma il Delrio porta una serie d’argomentazioni per provare la contraria sentenza, e fra le altre questa: “ Utilius est ipsi personæ denuntiatæ, spes enim fore, ut torta delictum confiteatur et sic anima eius salvetur. „ (Lib. V. App. II. Q. I). Intorno alla punizione delle streghe porta questo assioma in caratteri corsivi: Lamiae occidendæ etiamsi hominem nullum veneno necassent, etiamsi segetibus et animantibus non nocuissent, etiamsi negromanticæ non forent, quod dæmoni fœderatcœ.... (L. V. sez. 16). Però da qualche segno di umanità dove dice: “ Impaenitentes vivi comburendi, pænitentes prius strangulandi „ (Ibid.) e dove suggerisce qualche limitazione e qualche cautela agli in-
quisitori nell’uso della tortura. Mentre disapprova alcuna fra le immoralità che si leggono nel Malleus, non dubita di permettere ai confessori una restrizione mentale, perchè possano farsi delatori. Mette come assioma, che il sacerdote non può rivelare ad alcuno quanto udì nel tribunale di penitenza, ma soggiunge: “ Imo si mente subintelligat — scilicet ut possim revelare — „ posset dicere se hoc in confessione non audivisse. „ (Lib VI. c. I. sez. 2). — E credo di avere detto abbastanza intorno al Delrio.
Se dopo ciò soggiungo, che è pressoché impossibile figurarsi esattamente quali, per queste ragioni, durante due secoli, fossero le condizioni e l’aspetto dell’Allemagna circa la stregheria, mi sarà facilmente creduto. Le più autentiche autorità attestano, che nessuno era cola sicuro dalla persecuzione degli inquisitori cattolici o protestanti, ecclesiastici o laici. Non la vita intemerata e pia, non il carattere sacerdotale od i veli del chiostro, non le virtù o le santità delle madri, non l’integrità o l’onesta solerzia dei padri, non le ricchezze o l’onorata povertà, non l’età cadente, le grazie verginali, i sorrisi degli innocenti bambini erano scudo contro la rabbia de’ furiosi persecutori: per tutto, ma specie nei principati ecclesiastici, ardevano roghi, le carceri rigurgitavano di inquisiti, gli inquisitori avevano un lavoro superiore alle loro forze, i carnefici non bastavano ai loro orribili uffizî! Interi distretti caddero in rovina e v’ebbe pericolo si spopolassero. Ma basti; cerchiamo più spirabil aere.
Come procedettero nei secoli XVI e XVII le cose della stregheria in Italia?
In questa provincia, ad onta che non mancassero poderosi eccitamenti a chi procedeva contro le streghe, la persecuzione (al pari che in Inghilterra, in Ispagna ed in Francia) fu, e per assoluto e proporzionatamente, molto meno intensa che non in Germania e nella Svizzera.
E qui per dare una novella prova, se mai occorresse, che nè tutta nè la maggior colpa degli eccessi dei quali fu vittima l’Allemagna va data alla Bolla “ Summis desiderantes, „ come altri pertinacemente sostiene, dirò che avendo or ora fatto cenno di eccitamenti venuti agli inquisitori d’Italia, intendeva alludere a parecchie Bolle papali, che ne animavano lo zelo; e precisamente a quelle di Alessandro VI ad Angelo inquisitore per la Lombardia, di Giulio II a Giorgio da Casale inquisitore a Cremona, del medesimo all’inquisitore di Bergamo, di Leone X agli inquisitori e vescovi della Repubblica di Venezia, di Adriano VI a Modesto da Vicenza inquisitore a Como, e di Clemente VII al governatore di Bologna. Ora io argomento: come poteva la Bolla del 1484 produrre l’incendio che si vuole cagionato da lei, se molte altre e potenti cause non avessero contribuito ad alimentarlo, quando le sei Bolle ora allegate non valsero a gran pezza a produrre gli stessi effetti?
Ma quanto a’ processi italiani, ricorderò quelli de’ quali il ho preso memoria. Se ne ebbero a Piacenza verso il 1503, a Edolo e Pisogne nel 1510, a Como nel 1514, in Valcamonica
nel 1517-’18, a Como nel 1519 e nel ’22, a Sondrio nel 1523, alla Mirandola nello stesso anno, a Venezia e nel territorio di quella repubblica nel 1541, poi tra il 1548 e il ’50, a Bologna nel 1553,a Roma nel 1558, a Mesolcina (Grigioni) verso il 1580, a Firenze nel 1612, a Macerata nel 1631, a Bormio dal 1672 a1 ‘76, a Furva (diocesi di Como) negli stessi anni, a Marradi (Forlì) nel 1722, a Bologna nel 1741.
Che nell’Italia mancassero parte di quelle potentissime cause che diedero ad altro paese il lacrimevole primato nelle procedure per istregheria è cosa che viene chiara per sè stessa; pure fra il resto, ne anche qui gli inquisitori lavorarono per lucrare soltanto dei meriti spirituali. — Nella diocesi di Como si potrebbe sospettare, che venissero pagati dai comuni dove prestavano la loro opera. Nel milanese per testimonianza di Cornelio Agrippa gli inquisitori cavavano danaro di mano a nobili matrone, le quali venivano costrette a liberarsi a quattrini dal pericolo e dalla minaccia di cadere sotto i loro rigori. — Circa alla confisca dei beni una sentenza del 12 settembre 1523 ci attesta, che nella diocesi di Como era un accessorio della pena principale, e di Valcamonica sappiamo, che i beni delle giustiziate vennero confiscati a pro’ di certe Chiese.
Che anche tra noi l’ inquisizione commettesse delle gravi irregolarità e delle barbarie non è a dubitarsi, fu però anche in Italia dove essa urtò contro una virile, conseguentee provvidenziale opposizione. Ma per stare attaccato al mio soggetto dirò soltanto di quella che incontrò in uno Stato la procedura inquisitoria contro le streghe.
La repubblica di Venezia, che nella sua oculata politica diede tanto numero di esempi degni di profondo studio da non essere seconda ad alcuno Stato nè antico ne moderno, sin sulle prime si oppose in modo categorico all’introduzione della Inquisizione delegata nel suo territorio. Nel 1249 era stato deliberato, che gli eretici dovessero giudicarsi da una apposita commissione di cittadini alla cui testa era messo il patriarca di Grado, il quale assieme agli altri vescovi dello stato aveva ad esaminare le credenze religiose degli imputati, mentre la sentenza penale era riservata all’autorità. laica. Nel progresso del tempo però intervenne ai processi anche l’inquisitore, senonchè la sua autorità rimase sempre moderata (la quella de’ giudici laici. — Ma avvenne, che in un processo contro streghe di Valcamonica (forse quello citato più avanti all’anno 1510, dove pare sieno state arse 60 infelici) a cagione di “ innumerabili estorsioni „ occorse da parte degli inquisitori, cui i Rettori di Brescia lasciarono mano
libera, il Consiglio dei X e la Giunta ordinarono “ che — non ostante le sentenze pronunziate dall’offitio della Inquisitione — dal vescovo di Limino con due dottori deputati dalli Rettori, fossero rifatti li processi e portati a Brescia e giudicati coll’intervento delli Rettori medesimi. „ — Qualche cosa di simile avvenne anche nei processi pure di Valcamonica del 1518 (cominciati veramente nel ’17) dove “ scoprissi grande numero di incantatori, e per poca diligenza delli Rettori di Brescia il giudizio fu lasciato all’arbitrio degli ecclesiastici. Da ciò nacquero cosi esorbitanti estorsioni e querele degli oppressi, che l’eccellentissimo Consiglio dei X fu costretto ad annullare tutte le cose fatte, e far venire a Venezia li Vicari dei vescovi ed inquisitori, ed oprar, che da altri giudici con l’ assistenza delli Rettori le cause fossero rivedute. E con tutto ciò con difficoltà fu quietato quel popolo che non si movesse a sedizione. „ questo processo dovettero però lasciare vita e sostanze da '70 vittime, e certamente il cenno lasciatoci da fra Paolo non pecca di esagerazioni circa le “ esorbitanti estorsioni, „ se il Consiglio dei X fu costretto a prendere la deliberazione del 21 marzo 1521 che nelle parti priucipali suona: chiamato il Legato gli sarà dichiarato quanto importi, che questa faccenda dei processi contro le streghe sia trattata e terminata “ con maturità et giustizia rita et recte et per ministri, che manchino d’ogni sospitione, per il che devono essere deputati alla inquisizione uno o due vescovi assieme ad un inquisitore “ i quali tutti siano di dottrina, bontà et integrità prestanti, ac omni exceptionis maioris (sic), acciò non s’incorri nelli errori, vien detto essere seguiti fin questo giorno, et unitamente con doi eccell. dottori di Bressa habbiano a formar legittime i processi contra detti strigoni et heretici. Formati veramente i processi citra tamen torturam siano portati a Bressa, dove per i predetti colla presentia et intervento di ambi li Rettori nostri et colla corte del podestà et quattro altri dottori de’ Bressa, della qualità sopra deta, siano letti essi processi fatti, con aldir [udire] etiam i rei et intender se iratificheranno i loro ditti o se i vorranno dir altro, nec non fare altre esaminationi et ripetitioni et etiam torturar, se cosi giudicheranno espediente, le quali cosa fatte con ogni diligentia et circonspettione, si procedi poi alla sententia per quelli a chi l’appartien.... alla esecution della qual servatis omnibus præmissis et non aliter sia dato il braccio seculare, e questo anche si ha a servar nelli processi formati per avanti non ostante che le sententie fossero sta fatte sopra di quelli. Prœterea sia efficacemente parlato con ditto Rino legato e datogli cargo [carico], che circa le spese fatte per l’inquisitione el facci tale limitatione che sia conveniente, et senza estortion o manzarie [mangerie] come si dice esser sta fatte fino al presente, sed imprimis si trovi alcun espediente, che l’appetito del denaro non sia causa di far condannar o vergognar alcuno senza over con minima colpa, sicome vien dimostrato fin hora in molti esser seguito. Et diè [deve] cader in consideratione, che quelli poveri di Valcamonica sono gente semplice et di pochissimo ingegno et che ariano non minor bisogno di predicatori con prudenti istruttioni della fede catholica, che di persecutori con severe animadversioni.... Et ex nunc captum sit, che dappoi fatta la presente essecutione con il Rev.mo legato si venga a questo consiglio per deliberar quanto si haverà a scrivere alli Rettori nostri de Bressa et altrove.... et sia etiam preso, che tutte le pignoration ordinate et fatte da poi la suspension presa a 12 dicembre pross. præt. in questo consiglio siano irrite et nulle nè haver debbano alcuna essecutione. „
A principî cosi elevati, e che furono confermati anche nel tempo seguente, si deve se di 63 processi fatti nella Venezia dal 1547 al 1550 in materie d’ inquisizione — non so però se tutti trattino di stregheria — 19 vennero sospesi, pochi finirono colla condanna di carcere a tempo, 1 di galera, 1 di morte, mentre per la maggior parte terminarono con la pena di multa o bando.
Dove tale fu la opposizione che fece uno stato in Italia contro la procedura per il crimine di stregheria, conviene fare menzione an- che di quell’altra più generale, che se ha da dirsi meno solenne, tuttavia perseverando, ed aiutata da felici circostanze , condusse alla abolizione della procedura stessa. Sotto certo aspetto questa fu la continuazione delle opposizioni che si mauifestarono nei se- coli anteriori contro la Inquisizione e la sua competenza, ma ebbe in qualche modo un carattere diverso da quelle, giacchè, come sorse per forza di reazione provocata dagli eccessi medesimi di rigore e di irregolarità, cosi si appuntò prima contro qnesti per battere poi in breccia la terribile superstizione nella sua essenza. Fu per vero una guerra di due secoli circa, durante i quali co- loro che combatterono per la causa della ginstiziae dell’umanità ebbero per alleata la nuova civiltà, che coi risorti studi, colla filo- sofia sperimentale spastojata dalla scolastica autorità e colla dif- fusione della scienza prodotta dall’arte della stampa, mentre mi- nava le fondamenta della cittadella del feudalismo, dell’autocra- zia e della schiavitù, ogni giorno più andava diradando le tene- bre della crassa ignoranza e della cieca credulità.
Però non è a stimare, che quand’anche perle ragioni sual- legate la superstizione fosse generale cosi che persino gli uomini colti non ne andavano immuni, abbia in qualsiasi tempo mancato il seme di coloro alla cui mente brillassero i raggi del vero, ed
il cui cuore sentisse pietà per le infelici vittime della ingiustizia. Il nostro Tartarotti porta un catalogo di 33 scrittori dalla metà del secolo XIII alla metà del XVIII i quali negarono la verità del congresso notturno delle streghe, ma quell’elenco si potrebbe agevolmente aumentare, perchè egli, volendo singolarmente combattere nel citato suo libro cotesta credenza contro le teoriche del p. Delrio in modo peculiare, non prese memoria che degli scrittori cattolici che aiutavano le sue argomentazioni. Se non che è ben debito notare, che la gran parte di costoro non può aspirare al vanto di avere prodotto il lavoro più utile alla opposizione di che ci occupiamo: come non possono aspirarvi neppure quelli che da bel principio tentarono l’assalto di fronte, come fecero il can. Loseo, Cornelio Agrippa, Giovanni Weier ed altri, perchè i tempi in che vissero non permettevano una ragionevole discussione sopra un argomento che, a torto, doveva avere stretta relazione colla fede. — Quelli cui è dovuta la lode di avere aperta la breccia esponendo al maggiore pericolo la loro vita e la loro libertà — e dico questo non parlando figuratamente — sono due gesuiti, cioè il p. Adamo Tanner ed il p. Federico Spee, de’ quali mi corre stretto dovere di trattenere i lettori.
Il primo, nato ad Innsbruck (1572) fu teologo di gran vaglia, professore alle università di Ingolstadt, Vienna e Praga, scienziato e naturalista noto fra’ contemporanei. Nella maggiore sua opera “ Universa Theologia scholastica speculativa, practica „ non nega già recisameute la realtà della stregheria — e al suo tempo lo avrebbe potuto? — , nega però la tregenda ed il congresso notturno delle streghe, e sostiene, che le confessioni che si hanno in argomento nei processi o furono estorte dai tormenti o dipendono da sogni e fantasie inferme. Dove più si estende è sui processi, dei quali parla con singolare franchezza e moderazione, mettendo in vista le irregolarità, le irragionevolezze e le crudeltà che vi si commettevano, in modo tale da meritarsi l’ammirazione di chi sappia, che la sola zelante difesa delle streghe era tale indizio contro il difensore da giustificare l’aprimento del processo a suo carico. Il p. Tanner corse anche il rischio di venire processato, per quello che racconta lo Spee, cui fu riferito, due inquisitori avere detto, che se avessero potuto mettere le mani addosso al pio teologo lo avrebbero certo posto alla tortura. — L’autore, che attribuiva massimamente alla femminile debolezza gli immaginari portenti della stregheria, sostiene, non essere già colla violenza, coi processi e coi supplizi che essa potrà. venire estirpata, ma bensì co’ buoni insegnamenti religiosi, colla educazione, colla persuasione; e quanto ragionasse giusto (non sarebbe necessario di provarlo oggi) si vide subito dopo la sua morte. Per isfuggire all’esercito svedese che condotto da Gustavo Adolfo correva la Germania, il Tanner pensò ritirarsi nel natio Tirolo, ma giunto dopo un lungo giro vizioso a’ confiui del territorio di Salisburgo, sorpreso da febbre maligna morì in un villaggio (25 maggio 1632). I suoi ospiti, che non lo conoscevano, trovarono fra le poche robe che aveva seco un certo arnese, guardando traverso a1 quale si vedeva una mostruosa bestia, maggiore del ricettacolo, coperta da grossi peli, e armata di paurosi artigli alle sue estremità. Per certo doveva essere un “ diavolo „ colà rinchiuso, e di conseguenza il defunto uno stregone. Si corse al curato del luogo, perchè venisse negata al morto la cristiana sepoltura. Ma per fortuna il curato aveva qualche notizia di ottica, e quindi aperta la prigione del “ diavolo „ ne levò un insetto, poi fattone prendere un altro lo mise al posto del primo, e lo fece osservare ai Villani, e così li rese persuasi, che il terribile magico vetro non era altro che un microscopio. Si potè dopo ciò seppellire in pace il buon avvocato delle streghe!
Ma più utile alla causa di queste che non la teologia del p. Tanner fu un' operetta di altro gesuita il p. Federico Spee di Kaiserswerth (Colonia) (1591†1635). Entrato in un collegio d. c. d. G. e compitavi la sua educazione, ancora giovane fu fatto professore di filosofia e di morale, poi per la sua eloquenza missionario nei paesi cui minacciava il protestantismo. Fra il resto, in tale qualità, ricondusse al cattolicismo gli abitanti di Peine, la qual cosa irritò tanto la nobiltà di Hildesheim, che assoldò un sicario il quale, appostato, lo ferì. — Passò poi nei vescovadi di Bamberga e di Erbipoli dove infieriva la rabbia de’ processi contro le streghe, e colà ottenne di poter assistere per qualche anno come confessore le condannate. All’uomo religioso, dotto, filantropo, intelligente e senza troppi pregiudizi si aprirono gli occhi sugli enormi delitti che commetteva la società sotto colore di religione e di necessaria legittima difesa, e tanto dolore lo assali, che in breve i suoi capelli incanutirono. Forse di consenso col suo potente amico Giovanni Filippo di Schönborn, prima vescovo di Erbipoli, poi elettore di Magonza, scrisse la celebre “ Cautio Criminalis, seu de processibus contra sagas „ dedicando il libro, piccolo di mole ma ricco di scienza e di cuore, ai principi ed ai magistrati della Germania. — In questo svela abusi, angherie e barbarie di principi, di inquisitori, di giurisperiti, mette a nudo le miserie, le malizie e le stupidità di volghi, stritola le argomentazioni goffe, ipocrite e maligne di trattatisti, e mena la sferza a tondo così da fare spruzzare il sangue dappertutto dove coglie. — La logica dello Spee non soffre contraddizione come quella che non è nè scolastica nè autoritaria, ma viene diritta dalla ragione e dalla esperienza, i fatti che adduce non si possono impugnare nè per se nè per le loro conseguenze. Vi sono delle pagine d’una eloquenza naturale che strappa le lagrime, e di quelle così argute, che si potrebbero credere scritte da Erasmo di Rotterdam o da Cornelio Agrippa. — Anche il p. Spee ammette l’esistenza delle streghe, ma sostiene, che fra le condannate moltissime sono , e per questo suggerisce e raccomanda, che i processi sieno trattati colla maggiore circospezione e diligenza, colle maggiori cautele, coll’osservanza di tutte le formalità, col rigetto della tortura, di ogni superstizione ed immoralità, dei testimoni non sicuri, degli abusi di ogni maniera, concedendo ampia difesa: accorda. insomma bensì, che le streghe vengano processate, ma vuole che il processo si faccia loro secondoil diritto, la ragione e la carità, — ciò che torna a dire, che venga abolito. Gli effetti di questo libro si fecero in una parte sentire subito: nel vescovado di Magonza, che fu uno dei territori più disertati dalla persecuzione contro le streghe, l’elettore Giovanni Filippo fece tesoro degli insegnamenti e delle preghiere del ruo amico cosi, che durante il suo reggimento (1647-73) non arsero quasi più roghi.
Per il resto va detto, che i miserabili lamenti strappati da’ bestiali processi avevano già prima del tempo del quale parlo resa attenta Roma, che si camminava sopra. una viainiqua e che avrebbe condotto al precipizio, ond’ è che Giulio III (1550-’55) con una Bolla citata da Delrio, dallo Spee e da altri, che io però non seppi trovare, ordinò, per iscenare l’abuso della tortura, che questa non si protraesse oltre un’ ora di tempo, e meglio ancora Gregorio XV colla Bolla “ Omnipotentis Dei „ del 20 marzo 1623, ingiunse, che i rei di stregheria non si mandassero al supplizio, se non fosse provato, che avessero cagionato la morte di taluno; gli altri si dovevano punire di prigionia. Vero è però, che troppo facilmente si potevano eludere e si elusero cotali disposizioni!
Vero è altresì, che se i difensori della giustizia e della verità osavano finalmente alzare con coraggio la voce, non mancavano però i difensori delle inique pratiche e delle superstizioni. Ma di questi non ci occuperemo, perchè la loro condanna seguì nel modo più autentico, già nel 1657. La Congregazione del S. Uffizio, a Roma, in cotesto anno, pubblicò la “ Instructio pro ormandis processibus in caussis strigum, sortilegorum et maleficorum, „ che è un documento in vero non molto considerato, ma, per mio avviso, di altissima importanza.
La Congregazione del S. Uffizio, messa probabilmente sull’avviso dai libri del Tanner e dello Spee, non poteva essere più severa di quello che fu cogli inquisitori, ai quali rimprovera, che quasi verun processo da lungo tempo sia formato rettamente e giuridicamente. Per la qual cosa fu molte volte necessario riprendere “ quamplures judices... ob indebitas vexationes, inquisitiones, carcerationes nec non diversos malos et impertinentes modos habitos in formandis processibus, reis interrogandis, excessivis torturis inferendis, ita ut quandocumque contigerit injustas et iniqnas proferri sententias etiam ultimi suplicii sive traditionis brachio sæculari, et reipsa compertum est, multos judices ita faciles et proclives fuisse ob leve aut minimum indicium credere aliquam mulierem esse strigem.... ut ab huiusmodi muliere etiam modis illicitis talem confessionem extorquerent, quum tot tamen tantisque inverisimilitudinibus, varietatibus et contrarietatibus, ut super tali confessione nulla aut modica vis fieri posset. „ Viene quindi alla particolare enumerazione delle irregolarità e degli abusi, dei torti e delle pratiche vane e superstiziose che cadevano a colpa dei giudici, ed ordina delle prudenti cautele e regole, e delle umane misure, che sarebbe lungo enumerare. Ma non va taciuto un consiglio che si dà agli inquisitori, e cioè che quando esaminano le accusate “ melins esset ut tunc obliviscerentur eorum quæ dicunt doctores in ista materia, quia sæpe visum est, quod judices in ordine ad ea quæ perlegerunt multa præjudicia faciunt his mulieribus. „ — Finisce poi col mettere un freno all’ingordigia de’ giudici a’ quali, fra il resto, è detto “ quando mulieres sunt pauperes caveant.... ab earum bonorum expillationem. „
Oramai non Solo era passato per sempre il classico periodo dei processi contro le streghe, ma la ragione e l’umanità avevano ripreso il posto che loro spetta, e se l’edifizio della stregheria non si sfasciò come un magico castello, rotto che fu l’incanto, ben si può dire che andò squagliandosi come la neve al sole.
Cristina di Svezia nel 1649 ordina, che non si proceda più contro le streghe di Osnabrück, e toglie di diritto e di fatto le procedure nei suoi possessi tedeschi; a Ginevra si aboliscono nel 1652; Luigi XV nel 1672 chiudeiprocessi di Normandia; in Inghilterra cessano nel 1682. Per altra parte Baldessare Barman, olandese (1634†1698) pubblica il suo “ Mondo ammaliato „, e per il primo prende il toro per le corna, combattendo non solo le barbarie e le irregolarità del processo, ma la stessa stregheria nella sua essenza, ciò che sollevò contro di lni e delle sue teoriche nn tale subisso da ogni parte, che gli stessi suoi correligionari protestanti perseguitarono e l’uno e le altre con un ardore, che oggi sembra poco meno che inesplicabile. — Meno radicale fu Cristiano Thomasio (Thomasen) (1655†1728) di Lipsia, che combatte la stregheria dal punto storico-giuridico in parecchie opere. A lui deve moltissimo la Germania protestante se fu mano mano in essa lavata la macchia della persecuzione contro le streghe, ma a lui si fa il rimprovero di non essere scevro da passione, quando getta quasi ogni colpa della medesima sul cattolicismo. Forse le lodi ed i biasimi che furono a lui fatti eccedono qninci e quindi la misura; certo è però, che egli contribuì non poco a che — come disse Federico secondo — le donne tedesche potessero diventare vecchie senza paura. Di fatti in Prussia gli ultimi processi contro streghe seguirono nel 1727-’28, avendone Federico Guglielmo decretata la abolizione. Questo esempio fu seguito dagli altri principi tedeschi a maggiore o minore distanza di tempo. In Italia, per quanto io ne sappia, non si procedette per crimine di stregheria che in rarissimi casi sino verso la meta del sec. XVIII. Negli stati ereditari della casa imperiale d’Absburgo la gloria di avere di fatto cancellato il processo contro le streghe spetta a Maria Teresa, che fino dal principio del suo reggimento — come essa dice nella introduzione alla Patente dei 5 novembre 1766 — aveva rivolto la sua attenzione a questo lagrimevole argomento, ed aveva ordinato, che le sentenze relative venissero sottoposte a lei medesima. — Forse alle risoluzioni di quella Donna di alta mente non fu estraneo neppure il libro del nostro Tartarotti, che se in ordine di tempo venne quasi ultimo a pugnare per la causa della ragione, della giustizia e dell’umanità, non va secondo a nessuno per vastità di erudizione, per serenità di critica e per dirittura di ragionamento, e costituisce una delle opere delle quali il Trentino può andare superbo a tutto diritto. —
Ma avanti discorrere di questo libro e del suo Autore è necessario, che venga detto qualche cosa, in genere, sulla istoria della stregheria nel Trentino, della quale sino adesso non ho fatto cenno. — Essa vi fece la sua comparsa verso la fine del secolo XV, sapendosi dai più antichi processi di Fiemme — come si vedrà da questi, — che qualche anno avanti il 1500 e là intorno erano state bruciate alcune streghe a Salorno, e ad Egna, che allora erano bensì territorî feudali e quindi non facevano parte integrante del principato di Trento, ma erano però legati assai da vicino con esso. Vengono poi, in ordine di tempo, i detti processi di Fiemme del 1501-1505, il primo ciclo dei processi di Val di Non del 1612-’15 , i processi di Val di Fassa (1617-18, 1627-’28, 1643-'44), quelli di Nogaredo del 1646-’47, quelli di Primiero del 1647 e del 1650, il secondo ciclo de’ processi di Val di Non del 1679, il processo di Brentonico del 1716, e finalmente quello di Nogaredo del 1717 e ’18. La serie è pur troppo lunga, eppure io temo non sia completa, quand’anche abbia usata ogni diligenza per iscoprire atti, memorie ed anche tradizioni. —
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