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II. Dello stesso
ct ct ct Archita non è qui: gli affari della sua patria lo ritengono in Lucania. Ma noi riceviamo dalla sua famiglia tutta quell’ospitalitá, che avremmo potuto sperare dall’amico presente.
La moglie di Archita è una donna dell’etá di circa quarantanni: tutti la dicon savia, moltissimi amabile, non pochi anche bella. Ha molto amore per i suoi figli, e per suo marito molto amore e molta stima, senza la quale, dopo venti anni di unione, non vi sarebbe piú amore. I figli maschi sono ancora fanciulli: delle femmine una ha preso per marito un giovane tarantino di onesti costumi e di molto ingegno, che Archita ha preferito ad un altro pretensore, pieno di ricchezze e di vizi.
Altri invidieranno ad Archita il posto che tien tra i sapienti d’Italia; altri la sua fortunata popolaritá e le dignitá onde la sua patria lo ha tante volte rivestito; altri il suo valore e la sua fortuna militare. Sai tu ciò che io piú invidio a lui? La sua bella e buona famiglia. Un gran filosofo, un gran capitano, un gran magistrato, il quale, ritornando nella sua casa, non vi ritrova l’amicizia, l’ordine, la pace, rassomiglia un uomo, il quale sia in sogno possessor d’infiniti tesori, e poi si ritrovi poverissimo quando, destandosi, ritorna in se stesso.
Gli stessi servi amano Archita. Quello, che è stato destinato al mio uso, mi diceva ieri che né egli né i suoi compagni lo avean mai veduto in collera. Un giorno gli domandò come mai potesse fare a conservar sempre tanta eguaglianza di animo. Ed Archita gli rispose: — Volendo sempre il giusto e non sperando mai dagli uomini piú di quello che posson fare. — La collera indica che l’uomo o è pazzo o lo è stato. Archita arrossirebbe di pronunziare la minima di quelle parole indecenti, che, nei primi e spesso irresistibili moti dell’ira, ci corron tanto facilmente sulle labbra; ed, a sfuggirle con piú sicurezza, ne’ momenti di pericolo dá li suoi ordini in iscritto.
Ciò mi fa ritornare in mente il tratto di Platone, il quale, sdegnato contro un suo servo, disse a Speusippo: — Trattalo tu per me come ti piace: io son troppo sdegnato — Mentre i sofisti disputan tra loro, i veri filosofi si imitano.
Son tre giorni che siamo qui; e, sebbene non vi sia Archita, pure siam sempre assediati da un gran numero di persone die vengono a far visita all’amico ed all’ospite di Archita. Vengono i parenti, vengono gli amici, vengono i filosofi; e la folla maggiore è sempre di coloro i quali voglion parere amici del loro primo magistrato e seguaci del piú illustre tra i loro filosofi. Che vuoi fare? Negli uomini, anche la giustizia, che talora rendono al merito altrui, non è altro che vanitá.
Abbiam frequenti visite di donne. Imperocché tu devi sapere che qui la filosofia non è privativa degli uomini soli, come tra noi: le donne contano un numero di filosofanti non minore. Ve ne è, tra le altre, una il di cui nome è Mnesilla... Che vuoi tu che io ti dica? Se potesse avvenire, come desiderava Socrate, che la virtú si mostrasse sotto fonile mortali, essa sarebbe bella come Mnesilla.
Tra gli uomini, quello col quale I10 stretta maggiore amicizia è un giovinetto chiamato Nearoo. Appartiene ad una delle principali famiglie di Taranto, congiunta per affinitá con quella di Ardiita, ed è degno dell’amicizia di costui per la docilitá e canditezza de’ suoi costumi. Tu forse non lo diresti ancora filosofo, perché ama ancora troppo i piaceri; ma non credi tu che una parte principale della saviezza sia quella di saper godere?
III. Descrizione di Taranto
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[Forma della cittá — Il porto — Strade ed edifici — La vita di Falanto effigiata nel marmo nei portici del fòro.]
Taranto è piú vasta e piú popolata di Atene. Tra le cittá d’Italia e di Sicilia e la seconda dopo Siracusa: tra le cittá della Grecia sarebbe la prima.
Il perimetro della cittá rappresenta un triangolo che ha il suo vertice tra oriente e mezzogiorno: la base opposta è il solo lato che attacchi colla terra; gli altri due sono bagnati dal mare. Chi vien dall’Attica vede questo insinuarsi in uno stretto che divide Taranto dall’opposta Eobalia, e poscia, dilatandosi, formar uno de’ porti piú ampi e piú sicuri che si conoscano. In questo seno, dirimpetto a Taranto, si scarica il picciol fiume Galeso, che molti chiamano Eurota.
Un’isola chiude l’entrata del porto, ed in essa vi è mia ròcca, la quale comunica colla cittá per mezzo di mi ponte. Altro ponte vi è pure in fondo del seno, ed unisce la cittá ad un promontorio della terra opposta: alla testa del ponte vi è una porta, per cui entrano tutti coloro che giungono a Taranto per la via di mare.
Quando tu sei sul ponte che unisce la ròcca alla cittá, ti si presentano avanti tre ampie strade, lungo le quali tu vedi, nel tempo istesso, i piú grandi edifici pubblici: da una parte il tempio di Ercole, il teatro, il tempio di Nettuno, il gran circo, il tempio di Mercurio; in mezzo è il fòro; dall’altra le terme ed il museo.
I capi d’opera delle belle arti abbondano in Taranto, come in Atene ed in Corinto: da per tutto pitture parlanti, statue animate, edifici ne’ quali vedi riunite la semplicitá, l’eleganza, la pompa.
Nearco mi condusse ad osservare i portici che sono nel fòro. Sono ripieni di scolture, che rappresentano la storia di Falanto. Diresti che ad esse non manca che la parola. Tu vedi in un angolo questo intrepido capo de’ parteni, che svela ai suoi compagni di sventura la risposta della Pitia, e li invita a togliersi una volta dall’ignominia e dalla miseria, conquistando le nuove sedi che Apollo avea loro promesse. In un altro angolo vedi Falanto ed i suoi compagni che sono sbattuti dalla tempesta sul lido de'messapi. L’oracolo avea lor detto che avrebbero ottenute le nuove sedi, ove fosse stato Falanto bagnato dall’acqua caduta dall’Etra a ciel sereno. La promessa era ambigua, e tali promesse non bastano agl’infelici scampati da un naufragio. Falanto si vede, oppresso dalla disperazione, seder a terra e posar il suo capo sulle ginocchia della moglie, che chiamavasi Etra. Etra piangeva e le sue lagrime bagnavano il capo di Falanto. Ecco l’oracolo adempito! Falanto ed i suoi prendon coraggio. Invian oratori agli antichi abitanti della regione, chiedendo loro asilo tranquillo e sicuro e poter coltivare quella terra che ad essi era soverchia. Gli antichi abitanti disprezzano un branco di miserabili, avanzo della tempesta. Vedi la battaglia, in cui il valor di Falanto vendica le offese fatte agli iddii ospitali. I messapi son vinti: di quei che salvaron la vita, una parte fu ridotta in servitú; un’altra fuggi e si riuni in Brindisi, ove fondò una nuova cittá. Qui Falanto è acclamatore, e compone i nuovi ordini della cittá nostra. Qui lo vedi fuggir nudo, perseguitato dall’invidia e dall’ingratitudine de’ suoi compagni. Egli si ricovra in Brindisi, presso quegli stessi messapi, a’ quali tanti danni avea cagionati. Ma il valore e la virtú son venerabili e sacri anche ai nemici. I brindisini vincon molte battaglie sotto la condotta di Falanto. Ma costui non poteva obbliare la sua patria, anche ingrata. Vedilo disteso sul letto della morte, che parla ai brindisini le ultime parole. Un oracolo segreto gli avea rivelato che i tarantini sarebbero invincibili finché ritenessero nel loro territorio le sue ceneri. Egli temeva che non rimanessero in una terra straniera, e non si rinnovasse tra li tarantini ed i brindisini ciocché era avvenuto tra gli spartani ed i messcni per le ceneri di Oreste. — O brindisini — disse egli, — se volete vincere eternamente i tarantini, udite ciò che a me han rivelato gli dèi. Quando io sarò morto, bruciate il mio cadavere e spargetene le ceneri sulla terra che coltivano i tarantini. Esse saranno in faccia agli dèi immortali eterno testimonio dell’ingratitudine de’ miei concittadini; e gli dèi non vedranno mai propizi una terra abitata da ingrati. — Cosí Falanto fu utile alla sua patria, anche morendo.
Tu vedi in queste storie la ragione per cui gli spartani chiamano i tarantini e figli di bagasce». Ma tutte le citta hanno le medesime origini: i loro fondatori sono o figli di numi o figli di bagasce. Tara, primo fondator di Taranto, si diceva figlio di Nettuno; Falanto, suo ristoratore, è chiamato figlio dell’amore: a creder mio, queste due tradizioni diverse indican la stessa cosa
IV. Di Cleobolo
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[Tarantini e ateniesi — Tarantini e spartani — Dialetto dorico — Greci d’oltremare e greci d’Italia — Destino degli italiani diverso, secondo che saranno divisi o uniti.]
A me piace paragonare tra loro i vari costumi di popoli. Noi greci troppo facilmente disprezziamo quei costumi che non son nostri. Che ne vien mai da questo stolto disprezzo? Noi chiamiamo tutti gli altri popoli «barbari», e gli egizi chiamati noi «fanciulli».
Tra i tarantini e gli ateniesi non vi è certamente tanta differenza quanta se ne osserva tra gli ateniesi e gli egizi. Hanno essi e linguaggio e iddii comuni, e piú frequenza di commercio, che rende comuni anche molti dei loro usi: sono egualmente volubili, sono egualmente ciarlieri, e leggieri egualmente.
Raccontasi che una volta i tarantini rassomigliassero agli spartani, dai quali traevan origine. Se ciò è vero, è forza dire che i loro costumi sono di molto degenerati. Oggi di spartano non ritengono che il costume di aver i sepolcri entro la cittá ed il linguaggio, il quale è dorico, del pari che in tutti gli altri paesi dell'Italia e della Sicilia. A noi attici, e molto piú ai ioni, non può piacere un parlar troppo corpulento, che in ogni sillaba mette un «a» o un «o», e sostituisce ad ogni lettera aspirata una lettera tenue. Ma gli abitanti lo credono il piú antico; quello stesso che parlava il padre Doro prima di generar Elleno ed Eolo e tutti noi altri, quello con cui cantava i suoi carmi Orfeo: e lo credon perciò da preferirsi ad ogni altro dei dialetti greci. Non altro usano i loro scrittori; niun altro credono piú atto all’armonia. Almeno lo diceva.
I tarantini amano i piaceri piú degli ateniesi: si può dire, anzi, che questi ultimi piú dei piaceri amino l’allegria.
Le sensazioni degl’italiani sono piú profonde. Se i tarantini non fossero frivoli, sarebbero i piú energici uomini della terra. Vuoi tu conoscere i due popoli? I nostri maggiori hanno proibito innalzar, per vittorie riportate sopra i greci, trofei di pietra, onde la durata de’ medesimi non perpetuasse l’odio vicendevole: hanno essi, per tal modo, sagritícata la gloria all’amicizia. Gl’italiani rendono i monumenti delle loro vittorie durevoli quanto l’odio loro. Io amo la legge de’ nostri maggiori, perché atta a temperare le funeste passioni de’ posteri; ma ammiro il costume degl’italiani, perché indica e fomenta un’energia di animo maggiore.
I locresi hanno un carattere piú duro e piú fermo dei tarantini; i crotoniati piú dei locresi. Pare che l’indole degli abitanti segua la sinuositá del mare e le altezze de’ monti. I sanniti, i lucani ed i bruzi sono i piú feroci di tutti.
Tutta l’Italia riunisce tanta varietá di siti e di cielo e di caratteri, e nel tempo istesso sono questi caratteri tanto marcati e forti, che per essi mi par che non siavi via di mezzo. Daranno gl’italiani nella storia, come han dato finora, gli esempi di tutti gli estremi, di vizi e di virtú, di forza e di debolezza. Se saranno divisi, si faranno la guerra fino alla distruzione: tu conti piú cittá distrutte in Italia in pochi anni che in Grecia in molti secoli. Se saranno uniti, daranno leggi all’universo.
VI. Discorso di Platone
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[L’amore — Mogli ed etère in Atene — Culto per le mogli in Isparta — La giustizia eterna vuol l’eguaglianza giuridica dei due sessi — Condizione fatta alla donna dal pitagorismo — Anche quando si ami, non bisogna dimenticar la filosofia.]
Ho narrate tutte queste mie agitazioni a Platone. Egli mi ha risposto:
— Tu incominci a credere alla virtú. La modestia è la prima sua figlia, e l’amore ne è il piú dotto maestro. Quando la virtú di una donna non le fosse utile per altro, l’è utilissima per avvezzar gli uomini a non desiderare, a non sperare, a non pretendere nulla da loro senza averlo prima meritato.
Tu finora non hai conosciuto l’amore. F.sso non è desiderio di cose mortale, ma bensí di un bello eterno, di cui le menti umane travedono appena un raggio ed a cui si avvicinano praticando la virtú e ricercando il vero. Tutte le nostre virtú tendono ad alimentare l’amore, e l’amore alimenta e rinforza a vicenda tutte le virtú.
Ma un tale amore non lo possiam conoscere noi greci. Le nostre leggi, che troppo male trattano le donne, non permettono che esse sviluppino né le facoltá, della mente né quelle del cuore. Educate da schiave, ne contraggono tutta la bassezza de’ sentimenti; né mai un nobile pensiero sorge nella mente loro, né mai un nobile affetto move il loro cuore. Quindi è che i nostri giovani le traggono dal gineceo paterno per rinchiuderle in un altro, ove le tengono sol come istrumenti necessari per dar alla patria de’figli che la legge riconosca: ed appena appare in Atene o Titnandria o Teodora o Lastenia o Laide o altra tale, tutti corrono dietro le medesime, e queste esercitano quell’impero, che la natura parea che avesse destinato alle mogli. E come potrebbe avvenire diversamente, se le etère hanno quelle virtú e quella intelligenza, che le mogli, per colpa di educazione trascurata, non hanno? L’impeto de’ sensi o cessa o cangia ben presto di oggetto: i soli desidèri della ragione sono eterni.
Quindi avvien ancora che presso di noi qualche savio ha detto che il vero amore trovar non si potea colle donne. Chiunque non trova nell’oggetto amato altro che la bellezza del corpo, ama le cose dell’amico e non l’amico istesso.
Io non so qual sia stata la mente dei nostri legislatori nell’ordinar tali cose. È credibile che sieno avvenute senza che essi vi abbian pensato. Ma. se mai han creduto, con tali ordini, render gli animi de’ cittadini liberi dagli affetti domestici, e perciò piú coraggiosi e piti forti, hanno per certo errato: perché quell’impero, che presso di noi non hanno le mogli, ottengono le etère; e tu ben sai quante volte il capriccio di una di queste ha dettate le leggi in Atene. Si dice che in Corinto si educhino molte etère in memoria delle loro preghiere a Venere, colle quali una volta salvaron la patria. Altri dicono che ciò sia per fine di commercio. Io direi che ciò sia stato immaginato per dar le leggi alla Grecia.
Se tu vai in Sparta, al contrario, trovi che ivi le mogli esercitano un potentissimo impero sui loro mariti. Uno spartano, dopo il suo brodo nero e dopo il suo giavellotto, non ha cosa al mondo piú cara della moglie; né perciò uno spartano è da meno di un ateniese. Io mi ricordo il tratto di una donna di Sparta. Una sua conoscente ateniese, quasi invidiandola, le domandava: — Perché i vostri mariti vi aman tanto? — Perché — essa rispose — le sole spartane sanno dare de’ cittadini alla patria. — Detto profondo e vero, perché non può dare al figlio l’educazione di un cittadino colei che ha la condizione e la mente di una serva.
Tu vedrai qui in Italia mille monumenti elevati all’amor filiale, alla pietá maritale, alla caritá patria delle donne; mille volte esse han salvata la patria col loro coraggio, coi loro doni, coi consigli loro. Oimè! la Grecia si è trovata mille volte in simili perigli, e le femmine nostre non han saputo far altro che riempierla maggiormente di lutto, di gemiti e di confusione. Ed il piú illustre monumento, che noi abbiamo, è quello che il passaggiero incontra sul Ceramico: alle etère che pregavano Venere per la salute della patria. Vedrai mille monumenti elevati alla bellezza delle donne, nessuno alla loro virtú.
Se mai io fossi fondator di cittá, prima di tutto vorrei eguagliare la condizione de’ due sessi. Taluni han riso di questo mio detto, ed han domandato se io credeva seriamente che una donna potesse brandir l’asta e correr tra le prime file in faccia all’inimico. Ma qual necessitá che vi corrano? Io parlava di giustizia eterna, ed essi parlavan di quella convenienza che cangia a seconda de" tempi e de’ luoghi. È giusto che una metá del genere umano possa fare, al pari dell’altra, tutto ciò che vuole? Ebbene: ordinate le vostre leggi secondo la giustizia: gli uomini vedranno tra loro ciò che è utile. Ma senza il giusto l’utile non vi può esser mai, perdio, non essendovi l’eguaglianza, non vi può esser la scelta.
La scuola pitagorica è stata la sola che finora abbia compresa questa veritá, ed ha prodotto ne’costumi d’Italia quel-. l’utile cangiamento, che tanto oggi distingue le donne italiane da quelle che abitano di lá dal Ionio. Prima, in queste cittá si tenevan le donne come tra noi. Pittagora vide quanto importasse alla riforma del pubblico costume il nobilitar la condizione di moglie e di madre; quanto importasse allo stabilimento della sua setta il guadagnar le donno. Guadagnò queste, offrendo loro quella condizione civile che non aveano; e riformò i costumi, rendendole, con bene istituita educazione, degne del nuovo loro grado. Una di queste due cose, che Pittagora non avesse saputo fare, avrebbe prodotto piú male che bene. Né mai riformator di cittá e di religioni giunse al suo intento, se non seppe guadagnar gli animi delle donne, le quali, come dotate di spiriti piú mobili e piú pieghevoli e di piú calda fantasia, e risentono e comunicano piú facilmente l’entusiasmo necessario nelle grandi riforme. Né lei donne innalzate a nuova condizione, senza una conveniente educazione, avrebbero potuto usarne lungo tempo e con vantaggio della cittá. Nulla vi è di peggio di uno, cui la natura e l’educazione han dato un animo di schiavo, e la cieca fortuna spinge a comandare.
— E che m’importa — dirai tu — saper ciò che Pittagora fece, ciò che si fa in Sparta, ciò che tu vorresti, ciò che si dovrebbe fare? Parlami di Mnesilla. — Tu hai ragione: questo ragionamento, se non è troppo lungo per un filosofo, è lunghissimo per un innamorato. Ma, se ti ricordi ciò che Socrate diceva, cioè che la filosofia non ci deve abbandonare in nessuna delle piú leggiere occasioni della vita, perché nessuna ve ne è in cui non ci possa esser utile, tu trarrai da questo mio lungo discorso cagioni di divenir migliore e mezzi per guadagnare il cuore di Mnesilla.
Ricordati di non essere piú in Atene, ove un contratto tra tuo padre ed il padre di lei ti porterebbe in casa una giovane che tu non conosci e che non ti ama. Mnesilla, se la vuoi, devi conquistarla tu stesso, devi meritarla. Essa giudica per se stessa di chi è degno dell’amor suo. Riguardala come riguardaresti quell’Aspasia, innanzi a cui Socrate spesso taceva e da cui Pericle non isdegnava ricever consigli. Ma, a differenza di Aspasia, i suoi giudizi saranno piú liberali, piú costanti, perché non è costretta a fingerli onde ottener nella cittá, dal favore di un uomo, una condizione che non le accorderebbe la legge. Le etere nulla hanno e tutto debbono ottenere. Qualunque sia la loro condotta, qualunque sieno le arti onde rivestono i loro pensieri, esse sempre si vendono. Una giovane ingenua si dona. —
VII. Di Cleobolo
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[Archita — Sua saggezza e sue cariche — Preponderanza di Taranto nella Magna Grecia a lui dovuta — Porto di Taranto il piú importante del Ionio — Porpora, privativa dei tarantini — Traggono la — lana da un’ostrica — Posizione geografica privilegiata di Taranto Discorso di Archita — Interpetrazione dei miti sulla fondazione di Taranto e di Atene — Distruzione di Carbina e sue conseguenze — Comunanza di religione, prima fonte di amicizia tra i popoli — Guerra c concorrenza commerciale — Agricoltura, industria della lana e allevamento delle razze equine, introdotte a Taranto da Archita — I.ibro di lui sull’agricoltura.]
Archita è ritornato. La sua presenza non ha diminuita in me l’opinione che di lui mi avea data la fama. Se Taranto occupa tra tutte le altre cittá d’Italia il primo luogo, lo deve ad Archita
Egli è stato tre volte capitano di tutta la federazione de” greci, e sette della sua patria. Ha sostenute molte guerre, ed è stato sempre vincitore. Una volta i suoi nemici pervennero colle loro briglie a farlo deporre, ed i tarantini furono battuti. Si diceva che Archita, perpetuandosi nel comando, infrangeva le leggi. Quasi il principal fine di ogni legge non fosse quello di far che governino gli ottimi! Oggi Sibari non è pili, e Turio, che è surta sulle sue ruine, non l’ha mai eguagliata; Locri e Crotone non conservano altro che il nome e la memoria dell’antica grandezza; e Reggio non occupa che il secondo luogo dopo Taranto. Mantiene la repubblica tarantina quarantamila fanti e seimila cavalli, un’armata di mare piú potente di quella di terra il piú opportuno al commercio. Nessun porto vi è sul Tonio, dalla punta di Leucopetra fino ad Adria, che possa preferirsi a quello di Taranto. Il porto di Brindisi, che forse potrebbe per ampiezza superare il porto di Taranto, manca finora degli uomini necessari a mantenervi un commercio molto esteso. Tutti gli altri porti, che sono sul Ionio, sono piccoli ed incomodi. L’Italia al mezzogiorno di Taranto si va restringendo, ed il commercio è ivi diviso tra i popoli che sono sull’uno e sull’altro mare. Ipponio e Velia dividono il commercio di Locri e Crotone, e Reggio suddivide ancora il commercio di tutte e quattro queste cittá. Taranto si trova nella fronte dell’Italia che incomincia dalla Messapia a divenir spaziosa, ed è cosí il centro comune del commercio di molti popoli.
I tarantini hanno ciò che nel commercio è utilissimo, una derrata privativa, che non teme concorrenza, la porpora. Essi la traggono da due specie di conchiglie, una delle quali dá un liquore di turchino carico, e l’altra di un rosso chiaro. Dalla diversa preparazione e dalla varia mistura di questi due liquori nasce quella quasi infinita varietá di colori, che si vendono sotto il nome di «porpora». Il piú pregiato è quello che si rassomiglia alla violetta. La quantitá della porpora, che in Taranto si prepara, è tanta, che dai cocci che avvanzano si è formato un monticello fuori della porta Marittima.
Preparano anche i tarantini una lana colla lanuggitie di un’ostrica. Questa lana è molto piú morbida della lana ordinaria; il suo color naturale rassomiglia un tessuto di squame di ferro levigato e di oro, e ne ha in parte anche il lucido. I popoli vicini a Taranto sono utili al suo commercio ed alla sua forza. Al suo commercio, perché, non avendo essi arti, ed abbondando, dall’altra parte, de’ prodotti che loro somministra un terreno fertile e coltivato con diligenza, vendono questi ai tarantini a piú mercato e comprano le manifatture piú care. Alla forza, perché, essendo piccoli, divisi, non possono, nemici, dare alcun timore, ed amici, possono accrescergli molto di forza. I crotoniati, i locresi, i reggini, i turii confinano coi lucani, nazione potente e numerosa, che ha i suoi interessi propri e la sua particolar ragione e di pace e di guerra. I tarantini confinano coi turii, coi messapi, coi salentini, cogli appuli, popoli piccioli, i quali non possono far altro di meglio che servire ad una nazione piú grande. I tarantini li contengono colle forze proprie e coll’amicizia de’ lucani e de’ sanniti, nazioni potenti, non gelose, perché lontane, ed amiche dei tarantini, perché due potenti, i quali non sono gelosi tra loro, si riuniscono sempre, quando vi sieno le spoglie di un altro da dividere.
Tali sono i principi coi quali Archita ha elevato Taranto al primo grado di grandezza tra tutte le altre cittá di questa parte dell’Italia. Ma egli non si è rimasto a questo, ed ha creduto che nulla si sarebbe fatto, se alla superioritá dell’impero non si fosse aggiunta anche la superioritá della mente e della sussistenza.
Ti narrerò ciò che egli su questo proposito mi ha detto. — Taranto si crede fondata da Tara, che era un guerriero tíglio di Nettuno. Voi ateniesi avete della vostra origine una tradizione, secondo la quale Nettuno e Minerva contrastarono lungamente per sapere chi dovesse dare il nome alla vostra cittá. Queste favole sono immaginate dagli stessi popoli, e, se non svelano la loro vera origine, indicano però il loro modo di pensare. I vostri maggiori indicarono, colla contesa dei due numi, l’unione dell’agricoltura e del commercio; i nostri, col guerriero figlio di Nettuno, l’unione del commercio e della guerra. Gli spartani, i quali vennero posteri or mente ad abitar questi lidi, fecero prevalere la guerra. S’incominciò dal distruggere gli abitanti del paese e ridurli in schiavitú; indi si passò a distruggere i vicini. Far la guerra non era altro che distruggere o esser distrutto: non si sapeva altro mezzo di divenir grande che quello di rimaner solo. Insensati! Il solo non è né grande né piccolo: è miserabile. Quando voi avrete ridotta l’Italia ad esser un deserto, non avrete fatto altro che distruggere Taranto. Il primo effetto della sapienza è stato quello di avvezzar gli uomini a considerar la conquista non come un mezzo «li distruggersi, ma di difendersi; e, convien dirlo, questo primo effetto si deve alla religione piú che alla filosofia.
Tu hai potuto veder in vari siti della nostra cittá delle pietre, sulle quali si leggono scolpiti i nomi di molti che piú non esistono. Essi sono nomi di quei tarantini che presero Carbina, terra de’ Iapigi, e nel furore della vittoria rinchiusero tutti gli abitanti in un tempio, ed ivi, al cospetto degli dèi, dopo aver sfogata tutta la militare libidine, non perdonando né ad etá né a sesso, tutti li scannarono. Tali erano i nostri antichi padri. Narrasi che gli dèi, sdegnati contro tanta scelleraggine, fulminarono tutti coloro che vi ebbero parte. Nessuno si salvò dalla giustizia celeste. Gli stessi loro discendenti sono condannati a perpetua miseria; e, se in Taranto si vuol indicare un uomo estremamente misero, si dice: — Egli è della discendenza di coloro che distrussero Carbina — Questa memoria di tremenda vendetta divina si è creduto utile conservarla sempre viva nelle menti de’ nostri cittadini. Sembrerá strano, ma pure è vero: gli uomini non si riconoscon simili alla forma del corpo e della mente, che la natuta ha data comune a tutti, e, per credersi fratelli, debbono incominciare dall’aver degl’iddii comuni. A misura che i costumi e la lingua e le leggi diventan simili, i vari popoli diventano piu umani. L’ateniese incomincia a veder nello spartano un greco; il tarantino nel crotonese un italiano: allora la saviezza compisce l’opera e dice a tutti: — Voi siete figli della stessa terra. —
Il primo passo, che la sapienza umana fa per giugnere a questo fine, è quello di persuadere ai popoli che colla sola guerra non si vive. I popoli, per tal modo, diventan piú umani, perché hanno minor interesse ad esser crudeli. Sorge tra loro un’altra guerra di commercio, nella quale, per vincere, è necessarie che gli uomini si conservino e si moltiplichino. Ma quello di cui io piú mi glorio, se mai gloria alcuna l’uomo da bene può trarre da ciò che ha tentato per l’utile della sua patria, è di aver persuasi i tarantini che commercio non vi è senza arti, e che tra le arti la prima è l’agricoltura.
Noi abbiamo la porpora, e tempo fa non avevamo lana. Eravamo costretti a vender quella a vilissimo prezzo, e comprar ad altissimo i panni tinti da altri. Ora s’incominciano a moltiplicar le pecore e si ha molta cura della lana, che è divenuta la prima tra tutte le altre. Tu hai potuto ben osservare le terre intorno al Galeso ricoperte di pecore, le quali l’industria de’ nostri tien quasi vestite di una pelle, onde la loro lana né si guasti dal fango e dall’intemperie delle stagioni, né si perda fra gli sterpi e gli spini. L’uomo è divenuto piú industrioso, e la natura ricompensa piú generosamente il suo lavoro. Si è migliorata la razza de’ nostri cavalli. Il nostro suolo, piano, adusto, è opportunissimo al nutrimento di questo generoso compagno dei perigli e della gloria dell’uomo. Io ho creduto utile raccogliere i precetti della buona agricoltura e formarne un libro, che possa servire a render il popolo piú istruito su di ciò che, ignorato, nuoce egualmente al povero ed al ricco e, conosciuto, giova egualmente al ricco ed al povero. Non ho potuto mai né imitare né lodare ciò che raccontasi del vostro Talete, cioè che egli sapesse tutte le cose utili alla vita e mettesse la sua gloria in disprezzarle. Se ciò è vero, ben gli sta che, per osservar gli astri, sia caduto in un pozzo. Io non mi stancherò mai di ripetere ai miei tarantini per essi non esservi nulla piú utile della buona agricoltura. Se mi dimandano come Taranto sia diventata grande, rispondo: — Colla buona agricoltura. — Come possa conservarsi grande? — Colla migliore agricoltura. — Come possa accrescere la sua grandezza? — Coll’ottima agricoltura. — Essi talvolta voglion favole, ed io rammento loro che Apollo non altro contesse a Falanto che Satureio ed i fertili campi di Taranto. —
VIII. Di Cleobolo
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[Ritrovi della societá elegante tarantina — Saggio di discorsi — Tema preferito: dispregiar uomini e cose propri, per lodare ciò che è straniero — Filosofia dei parassiti.]
I tarantini amano moltissimo di radunarsi in taluni luoghi, ove passano ciarlando le migliori ore del giorno. Essi dicono che vi si trattengono per non aver altro che fare. Felici coloro i quali non hanno che fare! Non ti parlo de’ mercatanti, che si radunano sul molo o sulla contrada degli «argentari»; non degli uomini di affari, i quali soglionsi riunir nel fòro e nella curia; non dei savi, i quali si riuniscon tra loro in luoghi anche piú segreti. Chi sono dunque coloro de’ quali ti parlo? Non sono uomini pubblici, non mercatanti, non agricoltori, non filosofi; ma son un poco di tutto. Se io dovessi descriverteli, userei le parole colle quali Alesside descrive Amore: «Egli non è né maschio né femmina, né dio né uomo, né stolto né savio: è un misto di tutto ed in un solo individuo presenta mille nature diverse».
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The end
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