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Della riforma penale

Carlo Cattaneo · 1847 · Free in the US

26,903 words · about 1 h 53 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Carlo Cattaneo
Language
Italian
Published
1847
Length
26,903 words · about 1 h 53 min
Sections
4 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (4)
  1. Front matter about 2 min
  2. I. Delle càrceri about 54 min
  3. II. Della deportazione about 32 min
  4. III. Delle galere about 25 min

Continue:

Front matter

Ebbi verso la fine del 1840 incàrico di stèndere su la riforma carceraria uno scritto, a servigio di quei magistrati che per loro officio avendo quotidiana ingerenza in queste materie, rimanèvano esitanti fra il principio segregativo e il silenziario. Perocchè avèvano allora molto corso in Italia li scritti di Lucas e de' suoi seguaci Mittermaier e Petitti di Roreto; i quali poscia, fatti accorti dall'esperienza e dal consenso dei più, si raccòlsero a poco a poco con savie concessioni e spiegazioni al principio segregante.

Dopo aver consegnato alla Presidenza del Governo lo scritto commèssomi, ch'era inteso principalmente alla parte costruttiva e amministrativa, mi parve opportuno stènderne un altro, che svolgesse piuttosto la parte morale, e rimovesse i dubii sparsi dalle mentovate controversie. Lo inserìi nel III volume del Politècnico al principio del 1841.

I libri su la cui diligente lettura questi scritti si fóndano, fùrono i Rapporti parlamentari dei Commissarii britànnici, e sopratutto il terzo, e i libri di Tocqueville e Beaumont, Duc- pétiaux, Moreau-Christophe, Cunningham, Buxton, Chavannes, Aylies, De Metz e Blouet, Grellet-Wammy, Mollet, Brétignères de Courteille, Léon Faucher, Rémacle, Cerfberr, Lucas, Petitti di Roreto, Harou-Romain; e se ne dièdero i tìtoli e le date in calce alla memoria medèsima (nel detto volume, pag. 581-582).

I. Delle càrceri

Poichè il propòsito nostro nell'intraprèndere questo Repertorio (il Politècnico) fu quello «d'appianare ai nostri concittadini la cognizione di quella parte di vero, che dalle ardue ragioni della scienza può condursi a fecondare il campo della pràtica;» ci profittiamo della congiuntura ch'èbbimo di passare ad esame parecchie delle più recenti òpere su la riforma carceraria, per tracciare in sommi capi lo stato d'una questione che tocca le più intime ragioni dell'arte sociale, e intorno a cui s'affatìcano tanti illustri giureconsulti ed uòmini di Stato in Europa e in Amèrica.

L'argomento è sì grave e austero, che non sappiamo pòrvi mano senza una molesta commozione; e quand'anche da questo studio cominci fra noi l'insegnamento delle scienze legali, pure, nel ritornarvi dopo molt'anni, proviamo quel ribrezzo che sentirebbe, rientrando fra li orrori della sala anatòmica, chi avesse da lungo tempo abbandonato li studii della medicina. Si tratta di ragionare con impassibilità scientìfica sul destino dun millione e più di sciagurati, ch'èntrano ogni anno nelle càrceri d'Europa e d'Amèrica; molte milliaia dei quali vi scèndono come in sepolcro di viventi, o n'èscono solo per salire al patìbolo. Si tratta di calcolar con arte la quantità della miseria e dell'angoscia che l'uomo deve deliberatamente ingiùngere a tanti suoi sìmili, per obedire a quelle tremende necessità, le quali se dall'un lato inflìggono le pene, racchiùdono dall'altro le remote càuse che prepàrano i delitti e allèvano i malfattori. Nessuna imaginazione reggerebbe a scòrrere l'infinita catena di patimenti che, cominciando dal principio dei sècoli, senza la pàusa d'un'ora sola, si soffrìrono fino a questo giorno nelle càrceri e nei supplicii da quella sgraziata parte del gènere umano, la quale sempre mietuta dal carnèfice sempre si rigènera; nè si moltìplica mai tanto altrove, quanto nel fondo di quelle prigioni che fùrono edificate per annientarla.

Sparsi nell'intervallo dei tempi, alcuni pensatori alzàrono la voce per richiamare la giustizia entro più misericordioso confine; ma ciò non valse contro le fiere preoccupazioni che stàvano radicate nei costumi e nelle leggi. La pena, presso la maggior parte dei pòpoli, si confuse sempre colla vendetta; e quando prese il nome d'espiazione, era ancora una vendetta esercitata in nome delli Dei. Ma in nessun tempo le pene divènnero più generalmente atroci che sul declinare del medio evo, quando l'anarchìa feudale ebbe disciolto in Europa ogni òrdine di leggi e di giudicii communi, ed il principio della vendetta potè regnar senza freno. Allora ogni casa signorile ebbe un fondo di torre e un carnèfice, e l'ingegno umano si stancò ad inventare dolori e strazii. Si abbacinàvano li occhi con lastre roventi; si dirompèvano con rote le ossa; i condannati si ardèvano a lento foco per diporto di pòpolo; si mutilàvano, si laceràvano con uncini e con pèttini di ferro; infine lo studio feroce di molte generazioni si compendiava nelle nefande quarèsime di Galeazzo. Si aggiunga la lenta agonìa d'uòmini dimenticati in sotterranei aquidosi, o precipitati nei trabocchetti, o murati vivi, e di famiglie intere chiuse a morir di fame o a divorarsi. Fra quelle pompe di crudeltà, quanto umana non doveva sembrare la cicuta ateniese o il capestro musulmano!

Nello scorso sècolo queste tradizioni si vènnero dissipando in faccia ad un principio, che, oppresso e ammutolito nel medio evo, ebbe finalmente trovati i suoi uòmini e il suo tempo. La voce di Beccarìa e di Howard risonò potente ed efficace, perchè uscita dalle vìscere stesse della società; nè ben si potrebbe dire se il sècolo più prendesse da loro o essi dal sècolo. Cessò la tortura, si abolì la rota e la tanaglia, si spalancàrono i fètidi sotterranei; e si frappose un tale abisso fra le antiche atrocità e la moderna mansuetùdine, che l'Europa, immèmore del beneficio e della profonda miseria da cui fu tratta, già osa giudicare ingratamente le sublimi dottrine e il sublime sècolo a cui deve questa umanità e questa pace.

Quando l'apparato dell'antico patìbolo fu disperso e la pena di morte trovossi circoscritta a pochi casi e sfrondata d'ogni inasprimento, anzi in Toscana e in Pensilvania e in altri paesi abolita del tutto, quella sùbita povertà dell'armamentario penale creò, come al sòlito, l'industria e l'arte. I giureconsulti si dièdero a ritèssere da capo la dottrina criminale, perchè l'antica non valeva più; ed alcuna era pur mestieri averne. E studiàrono accuratamente il miglior uso delle poche e miti pene che rimanèvano, colle quali dovèvasi tener fronte a tutto lo sforzo delli scellerati, che facilmente scàmbiano la moderazione della legge coll'impotenza.

Allora si svolse la nuova scienza criminale. Prima di tutto ella ebbe a cercare nella natura umana e nelle necessità sociali il tìtolo che giustificava l'irrogazione delle pene. Ella ricordò l'antico detto della filosofìa greca, che la pena non è vendetta del passato, ma difesa del futuro. E ne dedusse che, siccome il suo propòsito è di sviare per quanto si può li ànimi dal delitto, così dev'èssere una forza capace di bilanciare la spinta delle malvage passioni; e la chiamò controspinta penale. E siccome le spinte al delitto non sono tutte d'eguale malvagità e violenza, così deve a proporzione commisurarsi la pena, eziandìo perchè chi pon mano al delitto, abbia pure in quello un qualche ritegno; e chi è già reo d'una colpa, trovi nuovo ostàcolo a commètterne una maggiore. E siccome la pena è una minaccia a tutti quelli che vorrèbbero delinquere, così debb'èssere solenne, pùblica, esemplare, non retroattiva, non insidiosa.

Ma la pena, comunque giusta, è un male, che bisogna irrogare sol quando non vi sia altro scampo da sì crudel dovere; e sarebbe inùtile e iniqua, ogniqualvolta con altri modi men dolorosi si potesse reprìmere la spinta criminale. Ora, egli è certo che li allettamenti e li stìmoli al malfare sono maggiori ove la plebe è disperata per miseria, o cresce ineducata e brutale, o il magistrato non vìgila a scoprire i delitti, o il brac- cio d'una dèbole giustizia si abbassa inanzi ai protetti del potente. E se li uòmini sono onesti solo entro il limite della paura, e nella società non cìrcola uno spìrito di larga e vigorosa probità, il fràgile edificio delle pene non regge al peso morto della corruzione universale. Perlochè vuolsi coltivare nelli uòmini quell'impulso d'onore che non solo rattiene dal delitto, ma ne rende insopportàbile il sospetto; vuolsi inflìggere quanto più raramente si può l'ignominia, e far quasi risparmio dell'erubescenza del pòpolo; vuolsi promòvere fra li uòmini ogni vìncolo dell'azienda civile, perchè sèntano il bisogno dell'altrùi mano e della buona opinione; e questi umani e dolci sentimenti dèvono riscaldarsi al foco d'una pura benevolenza e al pensiero della fratellanza commune e d'un destino superiore ai lìmiti del tempo e alle miserie della vita. Così la giustizia e la vigilanza dei magistrati, il benèssere e la buona educazione della moltitùdine, e un caldo senso d'onore, di socievolezza e cordialità dèvono cospirare colla sanzione religiosa a vòlgere verso il commun bene la corrente delle umane passioni. Solo quando sìasi providamente compiuto questo salutare ordinamento, solo allora potrà dirsi legìtima la pena; poichè la minaccia penale non percoterà il traviamento, ma l'indòmita perversità. E quindi alle presuntive forze di questa si vògliono contraporre i gradi della pena; e quando sia veramente necessario, si può anco spìngere l'òpera del terrore sino alla distruzione dell'èssere malvagio, che agogna alla distruzione altrùi. Questa è la dottrina penale, come viene con severo ragionamento dedutta nelle òpere del più forte dei nostri pensatori.

Ma un'aggiunta rimane a farsi a questa dottrina, e tale che trasforma tutta la pràtica applicazione delle pene.

Chi potrebbe dir mai che fosse legìtimo e pròvido quel modo di punire, il quale per natura sua, invece di reprìmere nei malvagi la spinta penale, la fomentasse e la inalzasse di grado in grado fino all'àpice della scelleratezza? Egli è certo che un tal magisterio penale, non rispondendo al suo fine, oltre all'èssere una gratùita oppressione delle sue vìttime, diverrebbe un reato contro l'òrdine sociale. Or questa è la condizione del règime punitivo presso le moderne nazioni, a misura appunto che sono più civili e mansuete. Infatti codesta civiltà e mansuetùdine, ristringendo a pochi casi la minaccia di morte, e prendendo ogni occasione di risparmiarne ai pòpoli l'òrrido spettàcolo, ridusse le pene corporee pressochè a quella ùnica della prigionìa; alla quale il mite spìrito dei tempi appena permette d'aggiùngere alcun materiale inasprimento. Ma per tal modo i grandi malfattori rigòrgano in quei luoghi ch'èrano una volta riserbati ai minori falli; in quella trista promiscuità fra giudicati e giudicandi, fra colpèvoli e innocenti, fra traviati e perversi, fra i trasgressori di qualche frìvola disciplina civile e li èsseri più abominèvoli, un'institu­zione, legitimata solo dalla presunta sua efficacia a reprìmere il delitto, divenne suprema scóla di malvagità.

Per mostrare quanto immenso sia questo male, basti il dire che fra i prigionieri entrati l'anno 1837 nelle sole càrceri d'Inghilterra e Galles, circa tredicimila uscìrono al cospetto della legge innocenti. E i condannati per lievi colpe, e con sentenza sommaria e non formale, fùrono quell'anno circa sessantamila (59,364); nella quale immensa colluvie si comprèsero quattordicimila donne, e diciottomila che non appàrvero rei d'altro che d'èssere vagabondi, e un grosso stuolo d'ebriosi, disertori e contrabandieri di caccia e finanza. Lo stesso corso di cose si ripete con poco divàrio in tutta l'Europa. Dei ventiduemila e più (22,346) ch'entràrono l'anno 1831 nelle càrceri della Polizìa di Parigi, più di novemila (9122) uscìrono senza processo, e altri quattromila incirca vènnero assolti.

Non sono molt'anni che il sesso, l'età, l'accusa e la condanna, il fallo e l'assassinio, la scelleratezza e l'innocenza, la modestia e la prostituzione e perfino la demenza, si stipàvano confusamente nelle stesse immonde spelonche, fra le tènebre e i contagi e i cenci e la nudità. E non è d'uopo salire all'età dei nostri padri, quando il fermento impuro generava le febri carcerarie e i tifi maligni, che poi desolàvano le popolazioni circostanti. Ai nostri giorni nelle città più splèndide, dopo che le rimostranze delli scrittori avèvano già introdutto nelle prigioni la separazione almeno dei sessi, lo spettàcolo era ancora incredibilmente turpe. Nell'anno 1813, che non è ben lontano, la illustre benefattrice dei carcerati, M. Fry, trovò nella prigione di Newgate a Londra trecento donne, alcune giudicande, alcune condannate per colpe d'ogni sorta, messe alla rinfusa in due càmere e due camerini, ove quelle miseràbili, alcune ubriache, alcune coi bambini alla mammella, molte inferme su la paglia puzzolente o sul nudo spazzo, facèvano cucina e lavanderìa, mangiàvano, dormìvano, bestemmiàvano, si battèvano furiosamente. Lo stesso direttore della prigione non osava inoltrarsi in quelle bolge. La consolatrice scriveva poco dipoi ad altro benefattore, colla familiare semplicità che i quàcheri ùsano fra loro: — «Ciò ch'io ti dico è una dèbole imàgine del vero; il lezzo e l'angustia del luogo, la ferocia dei modi e dei volti, e la profonda depravazione in cui parèvano immerse, non si pòssono descrìvere.» — E due donne stàvano spogliando un bambino morto, per invòlgere de' suoi cenci un altro che gli giaceva nudo a lato. Quell'abominèvole soggiorno era lo strumento che la società destinava a reprìmere nelle traviate la prima presunzione di malcostume. Una giovinetta, forse innocente, incolpata forse d'aver sottratto alla padrona uno spillone o un paio di guanti, poteva venir precipitata in quell'abisso insieme alla più stomachèvole cantoniera.

Era questo il modello ideale della prigione, quale ce l'aveva trasmessa l'odiosa eredità dei nostri padri: era questo l'edificio che il generoso sècolo XVIII intraprese ad abbàttere, e le cui reliquie ingòmbrano ancora tanta parte d'Europa. Ancora ai nostri giorni si ha certa notizia d'orrìbili assassinii meditati e diretti da un fondo di prigione, ove il lento corso della giustizia aveva adunato da più luoghi un concilio di malvagità, fra i traviati e li innocenti. Perciocchè se il progresso dei tempi e il predominio della ragione introdùssero nel càrcere la disciplina, la salubrità, la nettezza, la luce, il lavoro, non giùnsero a tògliere la convivenza depravatrice. Il càrcere riceve il novizio del delitto, reo forse di lieve infedeltà, ansante di vergó- gna, di spavento, di rimorso; e lo dimette in pochi mesi abbronzato nell'impudenza, dotto nei misterii dell'iniquità, consumato e disperato al pari de' suoi insegnatori. Il pronto castigo d'un giòvine inesperto al malfare, l'avrebbe rattenuto da nuovi falli; ma s'egli vien posto a scóla dei più malvagi, il ritorno alla vita libera sarà ritorno al delitto, anzi trapasso a più gravi misfatti; e l'assoluta impunità sarebbe meno impròvida e meno iniqua. Li infelici che èntrano nelle prigioni per caso o errore o calunnia, e ne èscono con giudizio d'innocenza, non solo han sofferto danno e dolore, la separazione della famiglia e l'ansietà del processo e dell'aspettativa; ma contaminati nel nome, destituti dell'onesta sussistenza, inviluppati da conoscenze infami, degradati dalla compagnìa di furfanti che derìdono l'inùtile loro innocenza o le meschine loro colpe, èscono a spàndere l'infezione di cui là dentro si sono ammorbati.

Se la convivenza dei prigionieri diffonde e promove li àbiti criminosi, la loro segregazione è provedimento doveroso e necessario, senza cui cadrebbe l'òrdine penale, e verrebbe meno il tìtolo su cui si fonda. E ad alcuno sembrerà impossìbile che l'evidenza di questo vero non si affacciasse a tutte le menti. Ma il progresso delle cose umane è tardo e faticoso.

Mentre l'Europa tollerava la promiscuità delli innocenti colli scellerati, aveva introdutto il principio della separazione nelle case ove si ritenèvano i mendicanti, i licenziosi, i dìscoli, opponendo così alle lievi infermità un rimedio che non si curava d'opporre alle malattìe più mortali. In Milano, fin dal 1670, sotto il presidente Arese, si era proposta la fondazione d'una casa di lavoro, ove trovàssero asilo i pòveri e correzione li oziosi e dissoluti, dei quali era in quel sècolo ipòcrita intollerabilmente infesta la nostra città. Dalle vecchie memorie appare che si volesse prender norma da qualche sìmile institu­zione fondata a quei tempi in Parigi. Fu il primo pensamento da cui dopo novant'anni di disparèri surse poi la nostra Casa di Correzione. Notiamo i novant'anni, perchè si veda quanto i nostri avi fòssero sìmili a noi nell'esser presti a vedere il bene e tardi ad operarlo. Nel seguente anno 1671, l'imperatore Leopoldo I, dietro proposta del magistrato di Vienna, stabiliva colà «una casa di correzione, per collocare in essa con ben guardata separazione le donne profane, i figli disobedienti, li accattoni inquieti e le altre persone inùtili e ineducate, onde poterle trattenere a continuo lavoro.» Qui si vede la separazione e il lavoro, e il propòsito di supplire al difetto d'educazione. E la mira, non tanto della pena, quanto della correzione e della riabilitazione è manifesta; poichè si soggiunge: «tutte quelle persone che verranno prese per punizione in questa casa, e si mostràssero migliorate, verranno rilasciate senza macchia dell'onore, e niuno le potrà tenere inàbili e decadute in veruna maniera dalla loro maestranza od arte.» E pare che quest'istituzione fosse a quei tempi già diffusa in Europa, poichè nel diploma stesso si legge: «stimiamo cosa molto buona e salutìfera questo divisamento, ammettendo senza nessun dubio che la stessa cosa, come presso le altre ben dirette repùbliche e città principali, sarebbe pure assai favorèvole anche qui al ben èssere pùblico.» E infatti in quel sècolo l'Olanda aveva le sue case di lavoro; e il lavoro nelle prigioni veniva prescritto nelle nascenti colonie d'Amèrica dal patriarca della Pensilvania, Guglielmo Penn, verso il 1682.

Trentadùe anni dopo il citato diploma (1703), l'istituto delle Case di Ricòvero e Correzione vèdesi adottato anche in Roma, essèndosi decretata la costruzione dell'ospizio di S. Michele, che non sappiamo in qual anno venisse aperto. E nelle òpere pòstume del Mabillon si trovò tracciato ad uso dei conventi un règime di reclusione separata a penitenza dei frati dìscoli. E di queste reclusioni correttive si tròvano vestigia nei collegi d'educazione, e perfino nelle famiglie. Giunse finalmente il momento opportuno anche per la nostra città; ove nel 1758 vènnero delegati a quest'uopo Pompèo Litta, Diego Rubini, Antonio Besozzi e Giampietro Andreani. I quali, comperato un vasto spazio presso la Porta Nuova, incominciàrono nel 1762, coll'òpera dell'architetto Croce, un edificio che doveva contenere la Casa di Correzione e un Albergo per cinquemila pòveri. La seconda e più grandiosa parte dell'òpera non ebbe ef- fetto; ma la Casa di Correzione venne aperta nel 1766, con 140 celle separate, 25 delle quali per le donne e 20 pei ragazzi. Fin allora non èrasi sospettato l'immenso poter penale della solitùdine, e la capacità che aveva di supplire all'apparato dei più dolorosi supplicii. Ma, essèndosi dal senato di Milano abolito l'antico uso di vèndere schiavi di galera alla repùblica di Venezia e altri Stati marìtimi i condannati criminali, nacque il pensiero di racchiùderli a uno a uno nelle celle della nuova Casa di Correzione, ch'essi colle mani loro avèvano edificata; e si adeguò il nùmero delle 120 celle, conducèndovi da altre càrceri 53 condannati. Forse era parso duro destinare a quella trista vita chi aveva più lievi colpe; e sembra che l'efficacia penale della solitùdine si fosse già compresa, poichè il Senato aveva stabilito che un giorno in quella casa scontasse due giorni di condanna. Era una luminosa scoperta morale e anche amministrativa, poichè, abbreviando la durata della prigionìa, riduceva per ciò solo a metà il nùmero dei prigionieri. Sembra però che la solitùdine diurna fosse riservata a pochi, e per la commune dei carcerati si avesse la cella notturna e il lavoro silenzioso in commune.

Non riferiamo questi particolari per vanità municipale, ma perchè il trapasso del lavoro silenzioso e delle celle solitarie da lieve strumento di correzione pei dìscoli a formidàbile strumento di pena pei malfattori, è punto di somma importanza istòrica; e indubiamente ebbe luogo fra noi; e sarebbe prezzo dell'òpera il porre in chiaro tutto ciò che su questo propòsito può trovarsi nelle memorie di quel tempo. Nessuno delli scrittori di cose carcerarie ne fa menzione, nè mostra avvedersi di questa ìntima differenza fra le Case di Correzione e i Penitenziarii criminali. E quindi Cerfberr e il conte Petitti proclamàrono primo fra i Penitenziarii criminali uno delli ùltimi istituti correttivi e ricoveranti, l'ospizio di San Michele a Roma.

La destinazione delle celle solitarie ai malfattori fu esperimento morale, ben degno del luogo e del tempo, ove Beccarìa scriveva dei delitti e delle pene, ove magistrati pensatori, come Neri, Carli, Peci, Verri e Beccarìa stesso, con vasta riforma che abbracciava i giudicii, le prigioni, le scóle, le monete, le imposte, i conti pùblici, le communi rurali, le manimorte, le strade, fondàvano la prosperità presente del nostro paese: ottenèvano con plàcida perseveranza le riforme che Turgot sterilmente tracciava e invocava in Francia; e costruìvano nel piccolo Stato di Milano un modello di sapienza amministrativa, di cui nessuna parte d'Italia o d'Europa ha finora raccolto tutti i principii. Onore e gratitùdine alla loro memoria!

Alcuni anni dipoi (1772), il conte Vilain XIV proponeva nelle Fiandre le celle notturne e i regolamenti della Casa di Correzione di Milano; ma le aggiungeva il più convenevol nome di Casa di Forza, col quale l'antica disciplina dei dìscoli annunciossi mutata in supplicio di malfattori. Quivi si vide il primo rudimento di costruzione a pianta stellare, svolta poi nel Panòttico di Bentham, e ora generalmente preferita.

Verso quel tempo (1773) Howard diveniva sceriffo della contea di Bedford; e rammentando la dolorosa prigionìa che, preso in mare da un corsaro francese, aveva sofferta nel castello di Brest, faceva sua principal cura il mìsero stato delle prigioni. Il suo zelo attrasse l'attenzione del parlamento, che volle interrogarlo publicamente nel 1774, e gli rese solenni grazie. I viaggi e li scritti di Howard su le càrceri e li ospitali (1777, 1784), spàrsero profonda commiserazione per sì vasta e profonda e pur quasi ignota misèria. E noi proviamo giusto orgoglio al vedere ne' suoi scritti la Casa di Correzione e li Ospitali di Milano posti in onorevol paragone coi lùridi antri che in altre parti d'Europa portàvano nome di càrceri e d'ospitali. A quel tempo, guidati da sommi pensatori, camminavamo col sècolo e inanzi al sècolo.

Nel 1775 il duca di Richmond proponeva il disegno cellare della prigione di Horsham, ove l'effetto delle celle solitarie fu tale che nei primi dòdici anni nessun prigioniero ebbe cuore d'esporsi ad entrarvi una seconda volta; e l'edificio, ch'èrasi inteso a contenere il sòlito nùmero di prigionieri della contèa di Sussex, rimase in gran parte avventurosamente disabitato. Laonde il principio cellare, che alcuni anni prima aveva prodotto in Milano l'abbreviamento della prigionìa, manifestava in Inghilterra un'altra prova d'efficacia, la diminuzione delle recidive.

La rivolta delle colonie americane, ove solèvasi relegare la maggior parte dei condannati, destava allora gravi sollecitùdini in quei magistrati; e ripeteva le difficoltà che aveva cagionato in Milano l'abolizione delle galere. Howard, Eden e Blackstone nel 1778 venìvano chiamati a preparare un Atto parlamentare, nel quale si fermàrono i sommi principii della segregazione, dell'ammaestramento elementare e morale, e dell'istradamento a durèvole industria per mezzo del lavoro. Fu quello un gran passo nella legislazione europèa; perchè le riforme invalse presso una nazione si propàgano inevitabilmente. Nel 1781 un nuovo atto parlamentare, lamentando che « nel càrcere i prigionieri divenìvano più dissoluti, » prescriveva le celle separate ai più malvagi. Con ciò si compieva la gran trasformazione; ai meno colpèvoli dovèvano succèdere nelle celle i colpèvoli per eccellenza.

Nel 1788 si apriva il càrcere di Petworth; e la segregazione dei prigionieri s'introdusse anche nell'oratorio, ove da stalli chiusi e separati potèvano vedere il divino servigio senza vedersi fra loro; e per render più salubri le celle, vi s'introdùssero le latrine idràuliche pur allora inventate. Quando però si aperse la prigione di Gloster (1791) si volle sostituire alla separazione individuale il fallace principio del riparto per classi; ma dopo quattro o cinque anni, il cappellano si lagnò che il lavoro fatto in commune sventava ogni inizio d'emenda, e dimandò l'assoluta separazione. Allora l'esperienza, maestra delle scienze morali come delle corporee, svelò una nuova verità. Il parlamento voleva che il lavoro costituisse pena, e fosse perciò quanto più si potesse rùvido e faticoso; il che corrisponde al vulgare principio del lavoro forzato. Ma nelle solitarie celle di Gloster si scoperse che il lavoro era mitigazione all'insopportabil tedio della solitùdine, e che i prigionieri lo imploràvano come sollievo e beneficio. Per tal modo era còlto il secreto di rèndere accetto e prezioso il lavoro a quelli sciagurati, che l'ozio aveva istradati al malfare.

La riforma annunciossi anche presso li Inglesi d'Amèrica. Fin dal 1776 èrasi fondata a Filadelfia una società, la quale promosse la riforma delle prigioni, la mitigazione delle leggi e l'abolizione della pena di morte. Nel 1790 un atto legislativo sostituì al lavoro nelle òpere pùbliche il lavoro interno. Si costrùssero trenta celle nella prigione di Walnut-Street; ma oscure, mal ventilate, pavimentate con graticcio di ferro, riescìrono càmere di tormento non di lavoro; e forse non s'ebbe altro propòsito: i carcerati rimàsero a lavorare in commune, e la contaminazione si fece generale.

Il sècolo aveva scoperto; era d'uopo propagare. Ma sopragiùnsero in quel mezzo li eventi della rivoluzione francese: l'effetto della quale si fu d'affrettare alcune parti del sociale sviluppo, a cagion d'esempio la compilazione dei còdici civili, ma d'arrestarne affatto alcune altre, a cagion d'esempio la riforma del diritto criminale, e di sconcertare quel sicuro progresso che andava già prevalendo in Europa. La riforma delle prigioni, in mezzo alle battaglie e ai supplicii, venne obliata. E quandanche i reggimenti coloniali, i corpi franchi, le supplenze militari, le leve marìtime, ingoiàssero grossi stuoli di malviventi, l'agitazione delli ànimi, il turbamento del commercio e delle industrie, la guerra, la carestìa, le vendette civili, le misure di sicurezza, crescèvano abitatori alle prigioni, di modo che ogni òrdine separativo divenne impossìbile. Una feroce guerra civile e religiosa desolava l'Irlanda e minacciava l'Inghilterra; l'affollamento dei carcerati soffocava a Gloster e nelle altre prigioni riformate il règime segregativo; e faceva prevalere la triviale idèa del lavoro lucroso all'alta ragione penale. A Milano intanto il nùmero delle celle si era cresciuto d'altre 60 nel 1777, e d'altre 120 nel 1787; e omai sommàvano a 300; ma verso il 1791, anche per la demolizione del càrcere a Porta Romana, i condannati si collocàrono a due e anche a tre per cella; il principio della segregazione andò nàufrago, e le difficoltà dei tempi che seguìrono, fècero ordinar la disciplina all'intento del maggior lucro. Il càrcere di Porta Nuova rimase però sempre uno dei migliori nel règime aggregante.

Appare adunque che l'applicazione dell'antico principio correzionale del sècolo XVII ai più gravi delitti, ebbe luogo nella seconda metà del sècolo XVIII; prima a Milano nel 1766, poi a Gand nel 1772; e prese esclusiva forma segregante nelle tre prigioni di Horsham, Petworth e Gloster nel 1775, 1788 e 1791, verso il qual tempo se ne fece un falso tentativo nella prigione di Walnut-street a Filadelfia. Resta a vedersi ciò che si operò nel sècolo XIX.

Si è visto in quale abiezione fòssero nel 1813 le prigioni di Londra. Era abominio che ripugnava ai tempi, e non poteva durare, dal momento ch'èrasi propalato colla stampa. Infatti in quell'anno s'intraprese il Penitenziario di Milbank per 1200 prigionieri, compiuto solo nel 1821. Dapprima vi si ordinò una disciplina mista di separazione e communela; ma nel 1832 si abolì ogni relazione fra i carcerati, e ogni loro parte al lucro dei lavori: per rimòvere la simulazione e l'intrigo, si rese inalteràbile la durata delle pene; si soppresse ogni ricompensa; si vietò d'adoperare i carcerati come vigilanti, istruttori e servi; e la disciplina vestì un aspetto di rigorosa unità penale. Il règime segregante veniva accolto anche nella Scozia, e otteneva 160 celle nella prigione di Bridewell a Glasgovia. Ma si sottoponeva a imprudente e dannoso sforzo nelli Stati Uniti. Nel 1821 ad Auburn, presso Nova-York, si fece una cerna dei più atroci malfattori, e si chiùsero in celle basse, lunghe circa tre passi e larghe due. L'aria, la luce, il calore entràvano per angusta finestrella inferriata, praticata nel sommo della porta; un tubo ventilatore dava sopra il tetto. L'aria ristagnava; il prigioniero non escìva mai all'aperto, nè riceveva conforto alcuno. L'inumano abuso durò dieci mesi; molti vi perdèttero la salute e alcuni la ragione. Il qual fatto ebbe su le opinioni una funesta influenza, che non si dissipò mai del tutto; ma sparse tal terrore, che il càrcere parve più formidàbile della morte. In altri luoghi d'Amèrica si ripeteva lo stesso errore. A Pittsburg le celle solitarie èrano internate fra grosse mura nel basamento dell'edificio, lungo un àndito che anche di giorno si praticava a lume di torce. Alcune celle prendèvano scarsa luce da una feritoia posta in alto; altre avèvano aria da una finestrella su l'àndito oscuro; l'àlito si deponeva in gocce su le squàllide pareti; e nel verno un prigioniero ebbe agghiacciati i piedi. Si fece di peggio nel Maine. Le celle èrano pozzi nei quali s'entrava per una scala a mano, da un'apertura non più larga di due piedi, che si richiudeva con grata di ferro.

Il tristo abuso, svelato a tutto il paese dalla stampa, eccitò risentimento universale. Perlochè lo Stato di Nova-York ordinò nella prigione di Auburn le celle notturne, e il lavoro in commune con continuo silenzio, come già nelle Case di Milano e Gand. Ma i quàcheri di Filadelfia, perseverando nel principio dell'assoluta segregazione, meditàrono un giudizioso esperimento che sventasse l'effetto dei narrati abusi; e inalzàrono su l'aprica collina di Cherry-Hill, a levante della città, quel Penitenziario che si chiamò anche lOrientale (Eastern).

Il règime segregante di Cherry-Hill, detto anche di Filadelfia e Pensilvania, si pose in lizza col règime silenziario di Auburn o Nova-York; e la società carceraria di Filadelfia colla società di Boston. Ambedùe le parti, poste in faccia alla pùblica opinione, si studiàrono di fare il meglio che si poteva, e spìnsero a singolar perfezione l'industria morale nel governo dei carcerati, per conquistarsi l'approvazione dei pòpoli. Le prigioni delli Stati-Uniti divènnero una gloria di quel paese; e i governi europèi non vòllero metter mano a riforme, senza aver inviato uòmini esperti a visitare le càrceri americane. Per il governo britànnico viaggiàrono Crawford, Witworth-Russell, Pringle, Mondelet e Neilson; per il francese Tocqueville, Beaumont, Metz e Blouet; per il norvego Holst; per il prussiano Julius, che poi scrisse un Corso di Lezioni. Cunningham, Rémacle, Cerfberr, Moreau-Christophe ed altri perlustràrono le più appartate provincie d'Europa, descrivendo in confronto ai nuovi modelli le règole antiquate o le vacillanti riforme. Le notizie che si raccòlsero dai visitatori o saggiamente si publicàrono dalle stesse amministrazioni, sòmmano ad una numerosa librerìa; e dall'incòndito cùmulo dei fatti, fra le lodi e le censure e le appassionate interpretazioni, si vede eròmpere la luce del vero. E fra le tènebre d'una dubiezza scrutatrìce e feconda si svòlgono le forme d'una nuova scienza, che, trasandando le odiose idealità dell'espiazione, e mirando solo a estìnguere il fermento criminoso, assoggetta a vasto processo esperimentale tutti i fatti dell'immoralità. Lo studio del diritto penale non può fare un passo, se non movendo dalle nuove generalità nelle quali la scienza carceraria va ordinando la moltitùdine delle osservazioni.

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