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Saggi poetici

Elisabeth Kulmann · 1847 · Free in the US

67,766 words · about 4 h 45 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

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Licence: PD-US · Published in 1847 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Saggi_poetici_(Kulmann)&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Elisabeth Kulmann
Language
Italian
Published
1847
Length
67,766 words · about 4 h 45 min
Sections
51 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (51)
  1. Front matter under 1 min
  2. Dedica under 1 min
  3. Cenni biografici intorno la vita e le opere di Elisabetta Kulmann about 54 min
  4. Parte prima - La ghirlanda di fiori under 1 min
  5. Parte prima - Italia, Italia mia about 1 min
  6. Parte prima - L'alloro about 1 min
  7. Parte prima - La rosa about 1 min
  8. Parte prima - La viola about 5 min
  9. Parte prima - L'iride about 2 min
  10. Parte prima - L'amaranto about 7 min
  11. Parte prima - Il narciso about 5 min
  12. Parte prima - L'anemone about 7 min
  13. Parte prima - Il papavero about 8 min
  14. Parte prima - La querciola about 5 min
  15. Parte prima - Il garofano about 9 min
  16. Parte seconda - Poesie di Corinna o Monumento a Elisa under 1 min
  17. Parte seconda - A Mirtoo about 1 min
  18. Parte seconda - Natura ed arte about 2 min
  19. Parte seconda - Elice about 1 min
  20. Parte seconda - Origine del flauto about 1 min
  21. Parte seconda - Delfinio about 2 min
  22. Parte seconda - Il pastore del'Euripo about 1 min
  23. Parte seconda - Isola del battello about 2 min
  24. Parte seconda - Corinna about 6 min
  25. Parte seconda - Canzonetta del barcajuolo about 1 min
  26. Parte seconda - Ultima canzone d'Omero about 6 min
  27. Parte seconda - Il vascelletto about 1 min
  28. Parte seconda - La festa di Esiodo about 6 min
  29. Parte seconda - La madre nella valle di Tempe about 1 min
  30. Parte seconda - Saffo about 4 min
  31. Il rusignolo del Permesso about 1 min
  32. Parte seconda - La festa di Pindaro about 6 min
  33. Parte seconda - Il fanciullo e la gru about 3 min
  34. Parte seconda - Il monumento eroico about 11 min
  35. Parte seconda - L'apparizione about 1 min
  36. Parte seconda - La festa della buona regina about 1 min
  37. Parte seconda - La storia della valle about 22 min
  38. Parte seconda - La festa about 10 min
  39. Parte terza - Monumento a Berenice under 1 min
  40. Parte terza - Il custode del tempio about 1 min
  41. Parte terza - Licofrone da Calcide about 20 min
  42. Parte terza - Filemone about 3 min
  43. Parte terza - Bione about 5 min
  44. Parte terza - Moscio about 3 min
  45. Parte terza - Apollonio da Rodi about 3 min
  46. Parte terza - Omero il giovane about 12 min
  47. Parte terza - Arato da Tarso about 5 min
  48. Parte terza - Filota about 4 min
  49. Parte terza - Callimaco about 6 min
  50. Parte terza - Teocrito about 24 min
  51. Indice under 1 min

Continue:

Front matter

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Dedica

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Cenni biografici intorno la vita e le opere di Elisabetta Kulmann

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rovi nel mondo morale le estremità del bene e del male, colle quali sembra che la Natura voglia dimostrarci quanta sia e quant’oltre si estenda la possa di lei, e quasi che cerchi procurarci i mezzi di abbracciare con uno sguardo solo tutto quello che l’uomo può ed oprare e soffrire. Tra queste estremità così fra loro opposte, e alle quali piccolo numero di individui è riservato, vedi sorgere una serie di passioni e di virtù, di fatti e di miserie, che non hanno nè carattere, nè rilievo, nè gloria: una catena di oggetti che puoi numerare a migliaja, o tutti indicare con un sol nome collettivo. Questo è quell’ordine uniforme delle cose, e che potrebbesi chiamare privo di poesia: è il tessuto sovra del quale rivestirassi la vita che deve sbucciare. – Ma questo ordine comune delle cose è egli mai bastevole a nostri bisogni? Certo che no; la mente nostra chiede alla Natura creazioni complete, nelle quali la dignità dell’uomo rifulga d’ogni suo splendore; nelle quali si vegga una immagine ombreggiata e compita, e non già un debole abbozzo, o un frammento della persona. Poniam dunque ogni cura a non lasciare ignorate ed oscure le creazioni perfette, allorquando alcuna sul cammin nostro se ne appresenti. Scorrete, se vi aggrada, gli occhi mezzo-chiusi, una pianura deserta ed uniforme; ma fermatevi al piede d’una roccia selvaggia, le cui masse pittoresche, simili a membra disseccate, formino sbucando qua e là quella veste di musco e di abeti che la ricuoprono. O se mai nel bel mezzo delle vostre occupazioni le più semplici, e fra le passioni le più piccole della vita, l’animo vostro sia all’improvviso colto da un sacrosanto orrore, prodotto dal malcontento di voi stessi, se all’improvviso fra quelle sorgesse l’idea importuna, ma chiara, della perfettibilità, non la abbandonate leggermente: fate che non si perda nei vapori narcotici del mondo, non la esponete alla derisione ed agli insulti del volgo: trangugiate piuttosto quel calice di una salubre amarezza insino all’ultima goccia, o ciò che ancor più giova, cangiate quell’idea in una risoluzione efficace, e coraggiosa attività: forse che salverete con quella ciò che la sorte vi ha compartito di più prezioso quaggiù, il carattere sacro della vostra dignità d’uomo.

Elisabetta Kulmann è una di quelle creature il cui nome si imprime nella memoria, come la ricordanza di un vago paesaggio apparsovi improvviso sul confine di un arido deserto, come il sorgere di un giorno sereno nelle nostre austere e nebulose contrade del Norte. Ella è, senza alcun dubbio, un fenomeno straordinario nel mondo morale, una di quelle anime, nelle quali la Natura a piene mani profonde i germi del coraggio il più sorprendente, ed abbella colle più lusinghiere speranze: una di quelle anime, alle quali tutto concede: una mente creatrice vivissima; immagini leggiadre; suoni e colori adatti ad avvivarle, onde adattarli all’intelligenza del resto de’ viventi; e finalmente la volontà di vivere solo per lo scopo che si sono prefisso. Ma nel tempo istesso, dovete rappresentarvela, combattendo contro la più assoluta indigenza, disputando all’arte e alla gloria quell’anima riservata ai più alti destini; dovete vederla frangere gli impacci dei bisogni più urgenti, e spiegare quelle sue ali d’aquila dinanzi agli occhi nostri, che attoniti e beati rimanevano per l’altezza e rapidità del suo volo: dovete poi scorgerla, contro ogni umana previdenza, scendere nel sepolcro, e sorprenderci tuttavia colla caducità delle umane speranze, che l’uomo chiama grandi, a dispetto degli ammaestramenti del destino. Immaginate il quadro di una sola esistenza che vi mostri con colori vivissimi la sublimità, le attrattive, l’indigenza, le miserie d’una vita travagliata, e forse in voi nascerà il desiderio di apprendere alcune delle circostanze che a questo rarissimo fenomeno appartengono. Oggi nel publicare questi cenni biografici intorno Elisabetta Kulmann adempiamo alla promessa da noi fatta allorchè annunziammo che si sarebbero date alla stampa le Opere di lei, persuasi di soddisfare a un tempo istesso la curiosità e l’interessamento che ha saputo destare questa giovine autrice.

Elisabetta Kulmann nacque in Pietroburgo ai 5 luglio del 1808. Suo padre Boris Kulmann seguì da prima la carriera delle armi sotto gli ordini di Rumanzof, e fu tra que’ prodi che pugnarono nella celebre battaglia di Kagul. Coperto di cicatrici lasciò la carriera delle armi, e prese servizio nell’amministrazione civile, col grado di Consigliere di Collegio. Una catena di circostanze infelici, e una numerosa famiglia diedero il crollo ai suoi domestici interessi. Poco tempo dopo la nascita di Elisabetta, egli morì, lasciando ai suoi un nome senza macchia, e una indigenza estrema. La madre di quella povera famiglia si trovò così privata d’ogni mezzo di educare convenevolmente i suoi figli. Pure il cielo volle ch’ella non fosse una donna volgare; avendo, ogni giorno del viver suo, combattuta l’avversa fortuna, aveva acquistata quella forza di animo che trova in sé stesso il rimedio alle avversità inevitabili di questa vita, o che per lo meno, ne salva da una codarda disperazione. In mezzo a così fatta miseria, la quale è quasi sempre il nemico più invincibile e che osta al rapido e libero sviluppo del genio, questa donna animata da un nobile orgoglio, cercò di secondare quelle disposizioni favorevoli che erano nell’anima della sua giovine figliuola, con tutti i mezzi immaginabili. Nel Vassili−ostrof, in una capanna sdrucita, presa in affitto con modicissima somma, viveva questa fanciulla, cui, appena il lavoro il più assiduo della povera madre procurava il tozzo quotidiano: e quivi, nel suo isolamento dalla società, si preparavano nonostante i più rari talenti cogli sforzi i più straordinari. La natura gode di compire l’opera sua misteriosamente e nel silenzio: direbbesi quasi che gelosa della sua gloria essa non voglia che gli uomini la bruttino col parteciparvi. Ma a dì nostri così fertili di idee grandi, e di anime meschine, si crede comunemente che la felicità debba essa stessa venirne in traccia di noi, e che la gloria debba senza nostra fatica alcuna incoronarci col lauro degli eroi. «Credete voi forse,» mi diceva un uomo d’ingegno, il quale avea sete non men d’oro che di gloria, e che lanciato nello studio delle lettere avea scritti due libri, uno in prosa l’altro in verso, e fattili di publico diritto, benchè privi di buon senso, erano stati facilmente venduti, «credete voi ch’io faccia tutto ciò di che sarei capace? Credetemi, la metà di quanto v’ha in me di grande, di bello e di sublime, è perito nel punto istesso che stava per mostrarsi.» Quindi aggrottando le ciglia a guisa di Byron, ed incrocicchiando le braccia sul petto, «Il destino,» disse, «ha coperta di spine la via ch’io percorrea, e gli uomini non mi hanno capito.» In questo modo parla gravemente la turba intiera de’ geni de’ giorni nostri. Ma è colpa loro, se si compiacciono di sognare vegliando le grandezze? Se non godono a fare cose belle, e a comporre opere esimie che allorquando vi si trovano ben disposti, collo stomaco satollo e la testa libera da impacci e cure? Altre volte non accadea così. Cervantes scrisse quell’opera sua così gaia e piena di spirito, rinchiuso in prigione. Ma altri tempi, altri costumi.

Preveggo il temporale che scateneranno sopra di me i leggitori per questa lunghissima digressione, e mi affretto di riprendere l’argomento abbandonato. Ne’ primi anni della sua infanzia Elisabetta godè di pochissima salute, così che la madre temè per la vita di lei. Compiti i cinque anni cominciò a svilupparsi acquistando forza, e da quel punto apparvero i germi delle sue disposizioni straordinarie. In quella età, la sua infantile immaginazione godeva di secondare i suoi sogni poetici. Essa si sforzava di rappresentare a suo modo con colori pieni di vita e di espressione quanto vedeva di reale, e quanto di astratto immaginava. E ciò che più è, tutti i rapporti degli oggetti, sovra de’ quali basava le sue piccole metamorfosi, traevano in essa stessa l’origine loro. Non di rado sorprese tutti coloro che la circondavano colla singolarità e novità delle associazioni di idee che i più semplici oggetti aveano saputo suscitare nello spirito di lei. Un piccolo giardino era contiguo alla sua povera capanna. Tutta la state quivi passava la maggior parte del suo tempo coltivando i fiori, che amò poi sempre passionatamente. Fra quelli v’era un gelsomino che il proprietario della casa le avea regalato, e che era l’oggetto delle sue cure più tenere. Per lei quel gelsomino era un essere vivente e magico: essa conversava con lui, come fosse compagno della sua infanzia, e al quale confidava le sue fanciullesche pene, le gioie e gli affanni. Era per lei un trastullo, ornato dalle mani della natura, che glielo avea donato. Se le fronde dell’arboscello, scosse dal vento, muoveansi, tosto immaginava che volesse parlarle, e dalle labbra di lei spontaneo scaturiva tutto il discorso del diletto arboscello. Spesso le cornacchie venivano tranquillamente a rifuggirsi al ridosso della siepe del suo giardino ed a nutrirsi con preda fatta nella publica via. Il gracchiare di quegli augelli attrasse la sua attenzione, ed interpretandola a suo modo credè che rendessero grazie a Dio pel nutrimento che avea loro inviato. Ecco alcune frasi di quella preghiera che essa avea composta in nome del corvi: «Quantunque io sia negro come il carbone, e che ognuno mi cacci lontano da sè, pure Iddio, padre degli uomini e degli augelli, non mi abbandona; e la sua bontà infinita fa sì ch’io ritrovi nel giorno di che nutrirmi, e nella notte un albero ove posare.» Ella sopra ogni cosa amava oltremodo la luna. Bene spesso ritta in piedi presso alla finestra, seguía cogli occhi il corso maestoso e placido di quell’astro: la mirava attraversare le nubi ammassate al di sotto della sua sfera: la vedeva internarsi fra quelle, ed aspettava con un’ansietà infantile che, sprigionata, sorgesse di bel nuovo luminosa dal grembo loro, per mostrarsi nel cielo azzurro: rallegrata dal suo ricomparire, inventava le narrazioni le più singolari intorno alla luna. Essa pure era per lei un essere animato, sensibile, che rimirava con benevolenza la terra e gli uomini. Eccovi un frammento di ciò che raccontava intorno quell’astro: «Un contadino avea un cane che difendeva la sua casa dai ladri, e che esso amava assaissimo. Ad un tratto il cane scomparve. Il pover’uomo pianse amaramente la perdita del suo amico e custode. La luna vedendo le sue lacrime e il suo cordoglio, sorrise, e gli disse: – Cessa di piangere, o buon uomo: il tuo cane è meco: vieni tu pure: io ti darò e del pane e una capanna: ti accerto che vi starai bene. – Il contadino accettò, ed ora non ha più argomento di affliggersi, tanto è felice là nella luna.» Essa è cosa al certo sorprendente, che simile strano racconto sia nato nella mente d’una bambina. Ma i sogni di una fervida giovanile immaginazione non sono forse i precursori delle sue future finzioni? Giugne poi il tempo, in che l’anima creatrice raccoglie quel frantumi sparsi, li sottopone alla squadra e al compasso, e formandone un tutto crea poi il giardino di Armida, l’Inferno o il Paradiso. Da quelle rapsodie, da quelle tradizioni infantili, vedrete poi sorgere la sublime epopea, siccome un mondo armonioso, e quel mondo voi lo studierete con la stessa cura e la stessa ammirazione, con che Neuton studiava le leggi che reggono i pianeti.

Non vogliamo passare sotto silenzio alcune altre circostanze di quell’epoca della sua vita, cioè allorquando avea ancora cinque anni. Tutto interessa coloro i quali godono di osservare il progresso della natura, e ne saranno piuttosto grati, se nulla ommettendo entriamo in questi dettagli, anzi che trovarli noiosi e superflui. Non lungi dal l’unica finestra della sua capanna, stava un bel pioppo. Un giorno che il vento era impetuoso, le sembrò che i rami del pioppo s’inclinassero inverso lei. Corre ad un tratto alla madre e la prega a permetterle d’andare in giardino. «E perchè, figliuola mia? v’è troppo vento, e ti raffredderai.» – «Non abbiate verun timore. Egli è indispensabile ch’io vada a vedere il mio pioppo: mi fa cenno col capo e mi parla: io di qui non l’intendo: per certo che vuol dirmi qualche cosa. Forse che il mio gelsomino, che non ho più veduto da due giorni, lo ha pregato di parlarmi, perchè il pioppo è grande e può scorgermi. Madre, permettimi di andarvi: tornerò tosto.» – Articolò questa richiesta con tanta emozione e calore, che sforzò la madre a permetterglielo. Andarono ambo inverso l’albero che non parlò a quella fanciulla. «Vedi come sei storditella, le disse la madre, il pioppo non pensa a te nè punto nè poco.» – «Ebbene, se si è burlato di me, il male non è grande.» – Un altro giorno passeggiando nella corte, vide alcune mosche appese alla tela di un ragno che le aveva uccise. «Vedi, madre, - disse ella tosto, «quel ragno le ha addormentate.» – «Che dici mai?» – «Ma sì, ho veduto che da prima le ha coricate e cullate sulla tela finchè si sono addormentate: e quindi si è presso loro trattenuto molto tempo perchè nulla di sinistro accadesse loro.» Essa amava infinitamente il suo padron di casa, col quale pur tuttavia avea frequenti dispute, poichè non volea convenire con lui che i fiori che le regalava, nascessero naturalmente dalle semenze che avea affidate alla terra. Ella si era creata una botanica tutta poetica, e d’appresso quella sosteneva che Iddio, la notte, veniva ad unire allo stelo que’ fiori, de’ quali spiegava così la bellezza, attribuendola in sì fatta guisa ad una immediata e miracolosa creazione.

Quella fanciulla, così modesta, così docile per tutto quello che risguardava la condotta, mostrava una certa fermezza nelle sue idee e nelle sue opinioni. Non era facil cosa il farle rinunciare ad alcuna sua prediletta credenza. Allora si scorgeva quanto ella amasse ad abbandonarsi a suoi sogni, vera e sola sorgente de’ suoi piaceri. Quel suo vago e giovine volto risplendeva di gioia, allorquando raccontava le meravigliose storie che le inspiravano, o il suo gelsomino, o la luna, o qualunque altro oggetto. Conveniva rispettare que’ dolci e magici sogni dell’anima sua, ne’ quali la natura la intratteneva coi suoni leggiadri della sua armonia. Nulla la affliggeva più che sentirsi dire, che ne suoi racconti non v’era nulla di reale, e che dovea vergognarsi d’occuparsi di cose così frivole. Allora ritirata in un angolo della camera, la vedevi meditabonda piangere in silenzio quelle sue belle fantastiche creazioni, distrutte o rovesciate così crudelmente.

La giovine Elisabetta era dotata di una memoria meravigliosa, facoltà che si scorgeva ne’ suoi straordinari progressi nello studio delle lingue. Non solamente si ricordava poi sempre di ciò che avea imparato ne libri o nel conversare con quelli che l’avvicinavano; ma poteva ben anche descrivere con esattezza le più deboli differenze e i più minuti dettagli degli oggetti che avea una sola volta rimarcati. Un giorno il padrone della casa che ella abitava, parlò dinanzi a lei, con sua madre, intorno a un foglio che tenea fra le mani, e sortì per chiuderlo. Tre anni dopo, lo stesso padron di casa, avendo bisogno di quel documento, lo ricercò lungo tempo senza trovarlo. Giudicandolo smarrito, venne dalla signora Kulmann onde parteciparle quel disgraziato contrattempo. Elisabetta che per caso era ivi presente, gli si avvicina dicendo: «Voi parlate senza dubbio, o signore, di quel foglio che avete portato nel vostro gabinetto, e che avete rinchiuso in un piccolo cassettino del vostro armadio, alla man destra della porta. È scorso già gran tempo, mi deste un fiore, e vi prevenni che perdevate un bottone, e parlaste ad un legnajuolo dandogli degli ordini che non capiva.» V’aggiunse altri dettagli, ed il foglio si ritrovò appunto dove essa lo avea indicato.

La madre di Elisabetta avea lo spirito coltivato, parlava benissimo il tedesco e il russo, avea letto assaissimo, ed avea colla giornaliera esperienza acquistate moltissime cognizioni: ma però erano insufficienti per educare una fanciulla quale Elisabetta, che voleva o saper tutto, o spiegar tutto a suo modo. Per compire questo importante peso, la fortuna sorrise alla signora Kulmann. Il suo marito era stato amicissimo di uno straniero bavarese di nascita, educato in una delle Università della Germania e profondo filologo, scienza della quale si è costantemente occupato con una perseveranza tanto più ammirabile che i suoi lunghi ed aridi studi non erano per lui che il riposo delle sue onorevoli ma penose incombenze di precettore; carriera che prosegue ancor oggi con talento ed onore in una delle più cospicue famiglie di Pietroburgo. Le fastidiose ricerche ne’ suoi studi prediletti non lo hanno reso nè duro nè misantropo scolastico; tutti coloro che hanno la sorte di conoscerlo, assicurano che in mezzo alle sue sapienti meditazioni e fra le sue morte carte egli conserva il vigore, la forza, la benevolenza e l’amenità della giovinezza. E quantunque egli non abbia scritta alcuna dissertazione nè sul classicismo, nè sul romanticismo, quest’uomo seppe e scoprire ed ammaestrare Elisabetta Kulmann. Amico di quella famiglia, che spesso frequentava, non fu testimonio indifferente ed ozioso di quei talenti che quantunque rinchiusi e non isviluppati, pure apparivano per tante prove, prove che indicavano le frequenti risposte, e i frequenti lampi di luce. Acceso da quell’entusiasmo che facilmente avvampa in un animo generoso, egli volle esser la guida di quella fanciulla, che tutto indicava essere predestinata alle arti, alle scienze ed alla gloria: e risolse di aprirle l’adito ed accompagnarla in quella carriera che vedea schiudersi dinanzi a lei. E certo ella andò debitrice in gran parte per lo straordinario sviluppamento delle sue facoltà intellettuali, alle cure del signor Grossheinrich che con molta perspicacia seppe, profittando di quella rara attitudine, condurla all’alto volo, al quale la vedremo per venire. Egli abbandonò la metà del lavoro all’indole felice e fecondissima della sua discepola, che null’altro richiedeva onde perfezionarsi, fuorchè una placida sorveglianza, ed una guida che dirigesse saviamente i suoi sforzi, e quelle poche notizie preliminari che non possono acquistarsi senza l’altrui soccorso. All’età di sei anni ella parlava correttamente il russo e il tedesco: in breve tempo fece rapidissimi progressi nel francese, e giunta al suo decim’anno, incominciò l’italiano, idioma che dal primo momento amò e preferì ad ogni altro. Un Italiano stabilito a Pietroburgo, che conosceva a fondo la sua lingua, non si saziava di ammirare la pura e bella pronunzia di quella fanciulla. In generale ella sapea con prodigiosa facilità non solamente internarsi nell’indole delle lingue che apprendeva, ma ben anche facea tesoro del più piccoli idiotismi. Quell’Italiano le insegnò a cantare la poesia italiana a guisa degli improvvisatori. Era difficil cosa ascoltare, senza commuoversi, quella fanciulla di undici anni, assisa in mezzo del giardino cantare, con quella sua voce argentina, le stanze della Gerusalemme, mentre scorgevasi chiaramente che una natural simpatia le avea fatto indovinare il genio di quel sublime cantore. Parea quasi che tutta l’anima sua si trasfondesse in quei suoni, e si immedesimasse in una poesia accessibile a quella sua straordinaria sensibilità, e ciò quantunque in grado per anco ella non fosse, di spiegare quelle sensazioni che risentiva. Quell’anima, colla rapidità del suo sviluppo, oltrepassava l’età: di già viveva quando gli altri si preparano alla vita, e indovinava le cose prima di meditarle e studiarle.

Avea compiti i dodici anni allorchè il signor Abramof, vecchio venerando e cappellano del Corpo delle Miniere, offrì alla madre di Elisabetta, cui lunga amicizia lo stringea, un ricovero in sua casa. Questa circostanza è rimarchevole nella vita di Elisabetta, poichè per questa le fu aperta la casa del signor Meder, comandante del Corpo delle Miniere, uomo che riuniva una rara istruzione ad un desiderio vivissimo di giovare altrui. Quivi ritrovò delle amiche nel cui seno potè versare tutti que’ sentimenti che nel suo cuore tanto abbondavano. Quivi si vide attorniata da persone illustri per ogni maniera di scienza. E finalmente quivi trovò tutti i mezzi di perfezionarsi nello studio delle scienze naturali, della musica, del disegno e nella danza, delle quali cose tutte fu debitrice al signor Meder. Nondimeno proseguì sempre costantemente ad occuparsi, ammaestrata dal signor Grossheinrich, di ciò che più le stava a cuore, vale a dire, delle diverse lingue e delle loro letterature, e lo studio che preferì sempre si fu l’istoria: e qui ne giova osservare, che a fronte di questa sua predilezione, nulla di quanto si comprende nello scibile umano le fu estraneo. Da quel momento in poi, o per dir meglio, dacchè scoprì nella propria attività una sorgente di forza e di diletto, fu impossibil cosa seguire passo a passo lo sviluppo e il progresso del suo spirito, senza restar muto e sorpreso. Non vi era nella natura, o nel consorzio degli uomini, un solo oggetto rimarchevole che non attraesse l’attenzione di lei e non le si mostrasse in un modo chiaro e intelligibile: ogni nuova idea direi quasi, per essa, una nuova forza che suscitava una scintilla di luce, e un nuovo calore. Allorquando si dava allo studio delle scienze naturali, visitava spesso il ricco Gabinetto Mineralogico del Corpo delle Miniere. Chi avrebbe creduto in veggendo quella giovine e vaga donzella osservare con tanta attenzione ogni pietruzza, che nol facesse per giuoco? Ma bene spesso, a lungo intervallo di tempo, ritrovavansi ne’ suoi ragionamenti allusioni frequenti a quegli oggetti istessi, o alcuna similitudine che vi avea relazione. Allorquando poi il suo talento poetico si sviluppò, spesse volte dicea non comprendere come si potessero fare descrizioni leggiadre, senza aver prima studiato con tutta la diligenza possibile gli oggetti de’ quali si vuol tracciare il quadro, e che stimava che lo studio profondo delle cose e lo spirito creatore, fossero egualmente necessari per costituire il vero poeta. Il suo desiderio d’apprendere non può trovar paragone che con la sua facilità nell’imparare. Ciò che più sorprendeva, si era l’arte che possedeva di combinar fra loro le cose. Appena che una verità qualunque gli era dimostrata, ella scorgevala a un tratto sotto tutti i suoi rapporti, ne induceva le conseguenze, e ne indicava le similitudini, senza tralasciare qualsisia menoma differenza che degna fosse di meditazione: quel suo genio ardente tutto abbracciava in un istante, ed ogni oggetto poneva al luogo che gli conveniva. Niuna cosa astratta, niuna idea per quanto meschina si fosse non si fermava lungo tempo nella sua mente senza rivestirsi di forme vivissime, senza animarsi al calore del cuor suo, e colorarsi delle vaghe tinte di quella fervida immaginazione.

Per forze morali di quella tempra, e capaci di così fatti sforzi, presto insufficienti si resero le nozioni che poteva attingere in quei suoi libri scientifici e nell’insegnamento dei suoi precettori. Ogni nuovo oggetto era per lei nuovo argomento di meditazione e di studio. Parea quasi che prevedesse quanto breve fosse il tempo accordatole per istudiare il creato, e che sapesse che non poteva aspettare le nozioni che una ad una ci si presentano nel volger di molti anni, poichè essa le indagava senza posa in ogni parte dello scibile umano. Bene spesso accadeva che nel corso delle sue lezioni interrompesse il maestro con una domanda che, estranea a ciò che trattavasi, apparteneva a materia di gravissimo interesse. Di fatti un giorno, inopinatamente richiese al suo precettore se conoscesse il Paradiso. Quegli rimase alquanto imbarazzato a così strana richiesta: ma avvezzo da lungo tempo a simili digressioni, e sapendo che non si potea con lei uscir d’impaccio con una semplice risposta evasiva, risolvé soddisfare alla sua curiosità per quanto il potea, e richiamate alla memoria le descrizioni fattene da Virgilio, Dante e Klopstok, le mostrò il quadro brillante del Paradiso che dovean produrre i colori soavissimi di que’ grandi poeti. Elisabetta ne ascoltò ogni frase, stette lunga pezza meditando, e quindi con impeto proruppe: «E bene, se Iddio mi dà vita, io pure descriverò il Paradiso.» All’età di quattordici anni incominciò il suo Poema, e sfortunatamente quell’abbozzo non si rinvenne fra le sue carte.

All’età di dodici anni incominciò lo studio della lingua latina, ed ecco il motivo che ve la indusse. Il sacerdote che tanto beneficava la madre sua, fu per lei l’oggetto costante di una vivissima riconoscenza. In generale il cuor suo era ricco di affetto per tutti coloro che tentavano alleviare la dolorosa esistenza della madre, e che aiutavanla negli studi di lei. Conoscendo quanto il signor Abramof amasse, direi quasi esclusivamente, l’antica letteratura, pensò che gli riuscirebbe oltremodo grato, se il dì del suo nome ella potesse felicitarlo in latino: e ciò bastò ad indurla ad imparare quella lingua. Questo proponimento di una giovine fanciulla di dodici anni, e la sua perseveranza nell’eseguirlo ne dà la misura della sua forza morale. Nel breve corso di qualche mese, secondata dal metodo del signor Grossheinrich, potè leggere e le lettere di . Il suo scopo fu conseguito, e poté indirizzare al suo benefattore, il dì del suo nome, un breve discorso in quella lingua che egli preferiva. Quel buon ecclesiastico, commosso per una felicitazione così straordinaria, stabilì ricompensarla coll’insegnarle la lingua slava, e l’infaticabile Elisabetta vi acconsentì con gioia. Tradusse in seguito alcune odi di Orazio, ma in generale preferì sempre la letteratura greca.

Da quel momento, lo zelo ardentissimo che avea di istruirsi unito ad una nobile emulazione le inspirò il desiderio di internarsi in quell’augusto Santuario dell’Antichità. Un giorno che il maestro ebbe occasione di fare, innanzi a lei, l’apologia sempre combattuta e sempre vincitrice delle bellezze della poesia greca, e in ispecial modo di quella di Omero, Elisabetta abbracciò l’opinione del suo precettore ed amico che si era dato a sostenere e a dimostrare agli avversari, che in niun’altra letteratura si ritrovavano a un tempo riunite, e nello stesso grado, la ricchezza, la leggiadria de colori, la varietà e la perfezione delle forme; e che sarebbe, se non per altro, utilissimo lo studiare quella poesia primitiva, unicamente per vedere fin dove può giungere l’armonia che si stabilisce fra lo spirito creatore e la materia con che modifica e riveste le proprie idee. Rimasta sola a meditare sopra questo argomento, il signor Grossheinrich potè facilmente, ritrovandola il giorno appresso tutta agitata, indovinare la cagione di quell’interna commozione. Non potendo ella gustare quelle bellezze tanto vantate, e che tali le sembravano, piangea di non poterle leggere nel loro idioma. Egli mostrolle una bella edizione di Omero che seco a bella posta avea recata, la richiese se le riuscirebbe grato il leggere quell’autore. «E come tentare simile impresa?» – «Perchè no? Altre donne hanno di già perfettamente imparato il greco. Madama Dacier non solamente lesse Omero, ma il tradusse.» – Chiaro appariva ch’ella il desiderava, ma come importunare un uomo che tante cure le avea di già prodigate. Ma egli stabili i giorni ne’ quali le avrebbe insegnato il greco, e le fe’ dono dell’edizione di Omero. La gioia di Elisabetta non ebbe freno, e prese le mani del suo benefattore le baciava, bagnandole di lagrime, che meglio d’ogni parola esprimevangli quanta tenera riconoscenza ella risentisse per lui.

In sì fatto modo nuova via si dischiuse ai talenti di Elisabetta. Parea che quello studio più facile le riuscisse di quello d’ogni altra lingua. Dopo quattro mesi, già leggeva l’Evangelo. Avea appunto tredici anni. Poco tempo dopo fu in istato di tradurre Anacreonte in russo, in tedesco ed in italiano.

Crediamo far cosa grata ai nostri leggitori d’indicar loro i mezzi che adoperava per imparare le lingue. Cominciava dal porre ogni attenzione ai suoni che le sembravano appartenere esclusivamente alla nuova lingua che studiava, e cercava di contrarre l’abitudine di pronunciarli esattamente, lo che giudicava essere della più grande importanza. Nello stesso tempo leggeva col maestro. Poco tempo dopo incominciava da sè sola a leggere un autore, e col soccorso di un dizionario lo traduceva parola per parola, indovinando le forme grammaticali per analogia colle lingue che di già conoscea, e si rammentava ammirabilmente delle modificazioni delle forme generali, prendendole direi quasi a volo. Tutto ciò ella eseguiva con una rapidità straordinaria: nel breve corso di tre mesi potea quasi sempre leggere la nuova lingua alla quale si applicava, e la traduceva correntemente sia in russo, in tedesco, in francese, ovvero in italiano. Il dono più singolare che possedesse, si era quel genio innato che le facea conoscere lo spirito delle lingue diverse, le loro diverse costruzioni; dedurre dalle forme conosciute, quali potessero essere le sconosciute; distinguere in una lingua ciò che apparteneva allo spirito della medesima e rilevare ciò che era la conseguenza del tempo, delle circostanze e della riunione di differenti idiomi, era per lei il prodotto di un istinto secreto: niuna difficoltà la tratteneva. Analizzando un autore qualunque, non ricorreva al maestro che in un caso estremo, e questi allora con un leggero indizio

soccorrendola, ella tosto s’internava nell’idea dell’autore e ne faceva cosa sua propria. Quasi mai l’era d’intoppo il fondo dell’idea: avresti creduto ch’ella conoscesse a fondo e il cuore e la mente dell’autore che studiava. Poche frasi bastavano a farle indovinare la tendenza dell’opera e il carattere dominante dello stile. Era solamente indispensabile di spiegarle tutto ciò che avea rapporto alle circostanze istoriche e locali, poiché la perspicacia, quantunque illimitata, deve sempre venir meno ogniqualvolta si tratti di un avvenimento accaduto. Dopo quanto abbiam narrato di una mente così prodigiosa, si intenderà facilmente, come un uomo della tempra del signor Grossheinrich soventi volte stasse vicino a Elisabetta senza proferir una sillaba, sconcertato, balzato fuori dalla sua strada scientifica, dimenticando la lezione; e fatto semplice osservatore, invece di insegnare, apprendesse, per mezzo di quei misteri che la natura si compiaceva scoprirgli nello sviluppo delle facoltà intellettuali di quella creatura ch’esso tanto favoriva.

All’età di quattordici anni studiò indefessamente Omero. Questa circostanza parimente è da notarsi nel corso della sua brevissima vita. In primo luogo ella diffidava delle sue proprie forze. Le sembrava un sacrilegio il voler internarsi, senza un lungo studio, nel santuario della greca poesia, sanzionato da venticinque secoli di gloria, e dinanzi a cui tante generazioni civilizzate e tanti uomini grandi aveano rispettosamente inchinata la fronte. Ma il genio del l’antica Grecia sfolgorante si fece incontro a questo moderno genio nascente, e avresti detto quasi che al tempo della sua gloria, e ai giorni di Saffo e di Corinna, ella avesse potuto suggere dalle sue labbra istesse la più sublime inspirazione che sia mai comparsa sovra la terra. In poco tempo familiarizzata con Omero, quasi Vestale, mantenne sempre vivo nel fondo del cuor suo quel fuoco sacro che inspirò la Grecia primitiva. E qui ne sia concesso ripetere quanto dicemmo nel breve annunzio che publicammo intorno le poesie di Elisabetta Kulmann. «Quell’anima così pura e così bella cercò per la sua esistenza poetica un mondo degno di lei. Quel mondo le fu mostrato da Omero sotto il bel cielo della Grecia: egli fu la sua guida principale in quella patria delle arti. Là in mezzo ai monumenti sfolgoreggianti di uno spirito creatore e libero, in quel tempio universale della bellezza purissima, il suo genio si preparò al culto sacro delle Muse. Quivi, in pegno della sua piena riuscita, offri il primo sacrifizio colle primizie delle sue ispirazioni e del suo genio poetico.» Per intenderlo completamente ella, leggendo l’Iliade e l’Odissea, studiò in pari tempo lo spirito, i costumi, la istoria e la geografia della Grecia. Pausania fu la sua guida. Vi apprese tante cognizioni, e così ben rammentossene che niuno avrebbe potuto immaginare di ritrovarle in una fanciulla che nulla avea di pedantesco e di ricercata ostentazione. Ma nutrì per tutto il tempo del viver suo una santa venerazione per Omero: ella ammirava la grandezza veramente gigantesca del suo lavoro: quella inesauribile varietà, quella dignità severa, a cui punto nuoceva quella leggiadra facilità. Ciò che più la sorprendeva nell’Iliade, si era quella grazia soavissima mista a quello spirito guerriero, indurito fra le pugne degli déi e dei mortali. A parer suo l’autore di tanto prodigio era stato senza dubbio il più grande artefice, e nell’entusiasmo dell’ammirazione sua essa si studiava di cogliere e far proprio lo slancio di quel genio.

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