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Le donne gelose

Carlo Goldoni · 1910 · Free in the US

19,903 words · about 1 h 24 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1910 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Le_donne_gelose&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Carlo Goldoni
Language
Italian
Published
1910
Length
19,903 words · about 1 h 24 min
Sections
8 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (8)
  1. Front matter under 1 min
  2. Lettera di dedica about 4 min
  3. L’autore a chi legge about 2 min
  4. Personaggi under 1 min
  5. Atto I about 26 min
  6. Atto II about 23 min
  7. Atto III about 23 min
  8. Nota storica about 5 min

Continue:

Front matter

ct ct ct ct

Indice

Lettera di dedica

ct ct ct ct

LCUNI vi sono, Eccellentissima Signora, i quali, per poca considerazione di se medesimi, dubitano nel giudicar delle cose, e per formar di esse buono o tristo concetto, ascoltano il detto di quelle persone che stimano, e colla opinione loro s’accordano. Moltissimi di cotal genere trovami fra coloro che parlano francamente delle opere altrui, per averne sentito ragionare da altri, e allor che bene parlar ne intesero, favorevolmente le trattano, ed all’incontro ardiscono maltrattarle, se mal di loro siasi da altri parlato. Tali sono per lo più i giudici delle Commedie, lasciati da una parte i Dotti e dall’altra gli appassionati. Moltissimi sono quelli che trasportati dal genio, dalla curiosità, dal costume, corrono la prima sera d’una novella recita al Teatro, a costo d’essere affollati dalla calca del popolo nella platea, e soffrono pazientemente tre ore al bujo per occupare un buon sito. Questi, se non vanno prevenuti dallo spirito di partito, dovrebbono giudicare o secondo il modo loro d’intendere, o a misura della noja o del piacere che internamente risentono, ma trovandosi in mezzo di due vicini contrarj, con uno alla dritta che dice bene, con uno alla sinistra che dice male, non ardiscono decidere per se medesimi, dubitano d’ingannarsi, vanno ora da un lato, ora dall’altro piegando, e si determinano finalmente col parere di quelli per i quali hanno maggior concetto. Questo è l’utile grande che si ritrae dalla protezione delle Persone autorevoli e dotte; accreditano esse le opere altrui, e coll’esempio loro si acquistano le approvazioni degli altri. Io tutto questo ho voluto premettere, a solo fine di protestare all’E. V. l’obbligo mio, per quella benignità e grazia con cui si degna le opere della mia penna frequentemente ascoltare, dando loro colla di lei approvazione autorevole un fregio che consola gli amici miei, confonde i miei nemici, e persuade e determina gli indifferenti. Una Dama del di lei spirito, del di lei talento, che per genio innato alle lettere, e per il lodevole uso fatto delle medesime, può decidere francamente in materie assai più difficili, s’ascolta con venerazione e rispetto, ed io contrapponendo il giudizio favorevole di V. E. a quello di tanti altri, sono al sicuro di vincere e di trionfare. La nobiltà antichissima di quel sangue illustre che a lei diede la vita, e il bell’innesto fatto col di lei mezzo di due sì grandi rinomate Famiglie, la rendono venerabile al mondo tutto; ma le virtù singolari dell’animo, e i doni chiarissimi de’ quali abbonda il di lei felice intelletto, l’inalzano ancora più, e oggetto la rendono d’ammirazione, d’autorità, di rispetto, il che avendola io per mia protettrice ridonda in altissimo mio avvantaggio. Nè solo esaltate si veggono le opere mie dalla presenza autorevole di V. E., ma ella si compiace parlar di esse in maniera che fa arrossirmi, tremando di non meritar le sue lodi. Di più ancora, degnasi ella trasceglierle per divertimento de’ virtuosi figliuoli suoi, i quali senza perdere il miglior tempo, che ai seriosi studj occupati li tiene, fanno pompa anche nell’esercizio delle sceniche rappresentazioni del loro perspicace talento. Grand’opera è quella dell’educazione dei figliuoli! Lo spirito dell’uomo, anche nell’età più tenera, sente gli stimoli dell’amor della libertà, e soffre con impazienza il giogo della soggezione. Per questa ragione appunto esigesi maggior cautela, cercando di farlo cedere più alla dolcezza, che alla violenza. La scelta de’ buoni maestri giova infinitamente a perfezionare un giovane di buon talento, ma siccome l’applicazione soverchia agli studj stancherebbe la mente non ancora dall’età robusta fortificata, necessario è divertirla, ed è la scelta dei divertimenti un capo essenzialissimo dell’ottima educazione. L’esercizio delle sceniche rappresentazioni giova infinitamente alla gioventù, ed è un divertimento, cui solamente dall’inclinazione de’ giovanetti vien raddolcito l’austero nome di studio. Egli esercita la memoria, capitale principalissimo che forma l’uomo; erudisce l’intelletto, e impiega bene la volontà. Piacemi che fra tali divertimenti non lascino di rappresentare qualche Commedia di buon Autore Francese, servendo loro di esercizio per apprendere francamente un linguaggio verso a noi necessario, a causa delle bell’ opere che in tale idioma si leggono. Abbiamo, egli è vero, abbondantissime traduzioni; ma quanto poche son quelle che entrano nello spirito dell’Autore, e rendono altrui fedelmente gli originali suoi sentimenti! Le opere di hanno avuto la fatalità di essere tradotte da uno che male intende il francese, e poco mostra d’intendere l’italiano. I savi giovanetti figliuoli di V. E., uniti ad altri valorosi compagni, hanno del grande Autore Francese nel Carnovale passato Le Mariage Forcé mirabilmente nell’originale sua lingua rappresentato. Sonosi poi compiaciuti di recitare una piccola Farsa mia, dall’E. V. commessami, ed animata questa dalla bravura de’ recitanti, so essere stata fortunatissima.

Or veda l’E. V. quanto crescono le obbligazioni mie, se dalla di lei amorosissima protezione tanta gloria ricevo! Ma pure in mezzo a tante grazie, prendo animo a domandargliene un’altra. Chiedo all’E. V. umilmente la protezione speciale ad una delle Commedie di questa mia edizion Fiorentina, ed è quella che or le presento, Le Donne Gelose intitolata. So che una tal Commedia ebbe la sorte un dì di piacerle sulle scene rappresentata, e spero sarà dall’animo suo generoso, anche stampata, benignamente accolta e protetta. Ciò recherà a questa non solo, ma a tutte le opere mie un altissimo fregio, poichè quelli che non sapessero goder io la fortuna invidiabile di una sì gran Protettrice, lo vedranno ora in questi fogli impresso, e saprà il mondo, a gloria mia, che io sono, quale con profondissimo ossequio ho l’onore di sottoscrivermi

Di V. E.

L’autore a chi legge

ct ct

UESTA, Lettor carissimo, che or ti presento, è una Commedia veneziana, venezianissima, che forse felicemente non sarà intesa da chi del costume nostro e della nostra lingua non sia informato. Molti termini, molte frasi troverai a piè delle pagine toscanamente tradotte, e questo merito lo ha quasi per intiero chi ha assistito alla stampa di tal Commedia, nell’edizione del Bettinelli al Tomo sesto, Commedia vigesimaterza, pochissime cose avendo io in tal proposito cambiate; cosicchè persuaso io sono, che chi ha diretto la stampa di tal Commedia, non sia il medesimo che ha mal corretto le altre. Ho io qualche cosa cambiato ora nel ristamparla, ma ciò altri non poteva fare, minor male essendo di quei che stampano, lasciar correre gli originali difetti dell’opere, anzichè correggerli malamente.

Questa dunque è una Commedia, che per piacere a quei tali che la lingua ed il costume nostro non hanno in pratica, meriterebbe di essere in toscana intieramente tradotta; e se le frasi basse del popolo fossero in Fiorentino ridotte, potrebbono recar diletto a chi quelle più di quest’altre ha in capo. Ma io ho volsuto per ora stamparla come fu da me fatta, per non dispiacere a quei tali che così la bramano, e dilettare alcuni altri che il linguaggio veneziano mediocremente intendendo, se ne compiacciono non ostante, ed oltremodo lo gustano; a questo proposito ho avuto qualche lettera orba, senza sottoscrizione, che mi rimproverava d’aver io in varie Commedie tradotto il Pantalone in toscano, desiderandosi da chi mi dava l’avviso, leggerlo nel naturale suo idioma. L’occulto scrittore avrà in questa mia la risposta, e spero sarà ora contento, che della veneta lingua avrà in questa Commedia non solo, ma nelle altre che seguono, un’abbondante raccolta. Il mondo è diviso in due: chi vuole e chi non vuole. Alcuni altri dunque saranno forse per tal ragione scontenti. Io per soddisfare gli uni e gli altri, pensato aveva di ridurre a frase e costume toscano questa ed altre Commedie, che dir si possono veneziane, stampandole in altro Tomo, che destinava far dopo il decimo, ma non sapendo se ciò possa essere dagli associati aggradito, aspetterò che i medesimi, o con lettere cieche, o con nomi palesi, mi dicano il parer loro, ed io li renderò soddisfatti. In Venezia questa Commedia fu applauditissima. Dove non sia ben intesa, non può avere la stessa sorte. Il tempo farà conoscere la verità.

Personaggi

ct Siora LUGREZIA, vedova.

Siora GIULIA.

Sior BOLDO, orefice, suo marito.

Sior TODERO, merciaio.

Siora TONINA, sua moglie.

Siora ORSETTA, nipote di siora Giulia.

Siora CHIARETTA, figlioccia di siora Giulia.

Sior BASEGGIO, giovinotto.

ARLECCHIN, facchino.

Uomo servitore del Ridotto.

Un Ragazzo ciambellaro, che non parla.

Siora Fabia, madre d’Orsetta, che non parla.

Maschere.

ct

Atto I

fi ct ct ct Siora Giulia che laora de merli. Siora Tonina in zendà. Siora Orsetta che fila della bavella, e siora Chiaretta che fa bottoni.

Tonina. Cara siora Giulia, la compatissa se son vegnua a darghe incomodo.

Giulia. Oh siora Tonina, cossa disela! La m’ha fatto una finezza a vegnirme a trovar. Gh’aveva tanta voggia de véderla.

Tonina. De diana! No la se degna mai de vegnirme a trovar.

Giulia. Oh cara siora! se la savesse. No gh’ho el fià che sia mio. Sempre fazzo, sempre tambasco, o intorno de mi, o in- torno de mio mario; sempre ghe xe da far, no me fermo mai. No è vero, putte? Adesso ho tiolto suso el ballon per divermento. Oh cara siora Tonina! Cento volte ho dito de vegnir da ela, e no ho mai podesto. No è vero, putte?

Tonina. La vegna da mi a veder a passar le mascare.

Orsetta. Oh sì, cara sior’àmia, andemo.

Chiaretta. Cara siora santola , ghe vegnirò anca mi.

Giulia. Lassè pur, che ghel dirò a mio mario.

Tonina. Siora Giulia, quando la fala novizza so siora nezza?

Giulia. Oh, ghe xe tempo.

Orsetta. (Oh, sì ben, ghe xe tempo).

Giulia. E po mi no son so mare; la vien a trovarme qualche volta; ghe voggio ben; ma in ste cosse no me n’impazzo.

Chiaretta. E a mi, siora santola, me vorla ben?

Giulia. No vustu, fia, che te voggia ben?

Tonina. Xela so fiozza quella bella putta?

Chiaretta. A servirla.

Giulia. La xe fia de una mia comare maridada fuora de Venezia. La me vien a trovar squasi ogni anno de cameval, e la sta con mi quindese, vinti zorni.

Chiaretta. St’anno gnancora no semo andae in mascara.

Orsetta. No avemo visto gnanca una commedia.

Giulia. No ave visto che tempi che xe stai sto carneval?

Tonina. Mi son stada una volta all’opera in compagnia de una, che no ho podesto far de manco; ma no ghe vago più.

Giulia. Con chi xela stada, cara ela?

Tonina. Cognossela siora Lugrezia? Quella vedoa che sta squasi in fazza dove che stago mi.

Giulia. Quella che xe stada muggier de quel spizier de confetti?

Tonina. Siora sì, quella spuzzetta.

Giulia. Via, la cognosso.

Tonina. Che va in t’un boccon de aria...

Giulia. Sì, sì, la cognosso...

Tonina. Co giera vivo so mario, no ghe giera sti sguazzi.

Giulia. La me lo diga a mi, che la cognosso dall’A fina al bus.

Tonina. Ela la va a tutti i teatri. Tutte le prime recite le xe soe. Abiti, no se parla. Tabarazzi con tanto de bordo. Bautta de merlo. Cossazze, via, cossazze.

Giulia. E po i dise: tasè; no disè mal; no mormorè. Mo bisogna parlar per forza. Come diavolo porla far sti sguazzi! Intrae, ca de diana! no la ghe n’ha.

Tonina. La dise che la vadagna al lotto.

Giulia. Oh, che te vegna cento carri de ben! Ghe vol altro che lotto! Eh siora Tonina, se podesse parlar!

Tonina. Cara siora, se la sa qualcossa, la me diga, la me fa servizio. Bisogna che la sappia che ghe pratica per casa anca mio mario.

Giulia. Disela da senno? La pratica sior Todero?

Tonina. Siora sì, el ghe va. L’ho visto mi co sti occhi.

Giulia. E ela la lo lassa andar, e no la dise gnente?

Tonina. Mi no credo che ghe sia mal de gnente.

Giulia. Siora Tonina, me xela amiga?

Tonina. Oh, no vorla?

Giulia. L’accetta el mio conseggio, no la lo lassa andar da culìa.

Tonina. No? Mo per cossa?

Giulia. Malignazzo!... No posso parlar... Putte, andè in pergolo; vardè che tempo che xe.

Orsetta. Eh siora sì, andemo. (Oe! la ghe vol contar de siora Lugrezia).

CHIARETTA. (Oe! la ne manda via, e a mi la m’ha contà tutto).

Orsetta. (Anca a mi la m’ha dito che ghe va sior barba).

Giulia. Sieu malignazze! Tante ghe n’ha volesto!

Tonina. Cara ela, la diga.

ct ct Giulia. La sappia, siora Tonina, che mi son una donna che no dise mal de nissun, che non intendo de pregiudicar quella cretura nè poco, nè assae. Ghe conterò solamente quel che me xe successo a mi. La sappia, siora, ma no la diga gnente, sala?

Tonina. Oh, no la se indubita.

Giulia. Cognossela mio mario? Sala che omo che el xe?

Tonina. Caspita , se lo cognosso! Co se dise sior Boldo orese, no se va più avanti.

Giulia. La indovina mo: mo sì anca, per diana, che la cara siora Lugrezia la me l’aveva fatto zoso.

Tonina. Eh via!

Giulia. Sì, da quella che son, che el gh’andava tre o quattro volte alla settimana, e fina do volte al zorno.

Tonina. A cossa far?

Giulia. Indovinela ti grillo. Per causa de sta sporca, sala, siora Tonina, mio mario el xe arrivà... a darme una sleppa.

Tonina. Oh, cossa che la me conta!

Giulia. Sì, se ghe voggio ben, che la xe cussì. Oe, no ghe digo altro, che voleva far devorzio.

Tonina. Come l’ala giustada?

Giulia. Ghe xe sta un mio compare, che s’ha tiolto l’insulto de giustarla, e l’avemo giustada; ma se so che el ghe torna, poveretta ela!

Tonina. Ma sior Boldo no par omo da ste cosse.

Giulia. Eh cara siora! Le gh’ha un’arte custie, che... no so gnente, le i fa cascar.

Tonina. Sala, siora Giulia, che la me mette in sospetto anca de mio mario?

Giulia. Oh, la xe pur bona, siora, a lassarlo andar.

Tonina. In verità, che voggio averzer i occhi.

Giulia. La farà ben, la farà da donna; perchè la senta, siora Tonina, so mario xe zovene più del mio, ma certe fegure no le se contenta miga de le conversazion, le vol che i spenda i omeni, le vol che i spenda.

Tonina. E mio mario xe de quelli che li butta via co la pala.

Giulia. Siora Tonina, quel che ho dito, l’ho dito perchè ghe son amiga; del resto mi tendo ai fatti mii, no ghe penso de nissun, e da la mia bocca no la sentirà a dir mal de nissun. ct ct Orsetta. Oe, sior’amia, xe vegnù fora el sol.

Chiaretta. Oh, che bel tempo d’andar in mascara!

Giulia. Via, ancuo andaremo. Za che siora Tonina ne vol favorir, andaremo a darghe un pochetto de incomodo.

Tonina. Oh, cossa disela, siora Giulia? La me farà una finezza.

Giulia. Vegniremo a favorirla tutte tre insieme.

Tonina. Siora Giulia, xe ora che ghe leva l’incomodo.

Giulia. La vol andar via cussì presto?

Tonina. Siora sì, bisogna che vaga a trovar mia zermana, che la xe in letto da parto.

Giulia. Chi? Sior’Andriana?

Tonina. Siora sì. La cognossela?

Giulia. No vorla? Cossa ala fatto?

Tonina. Un puttelo.

Giulia. Sì? Brava. Gh’ho a caro, sì da senno. La la reverissa tanto da parte mia.

Tonina. Porterò le so grazie. Patrona, siora Giulia.

Giulia. Patrona, siora Tonina. La diga: chi ala abuo per compare?

Tonina. Un lustrissimo da de fora.

Giulia. Caspita! la gh’averà buttà ben.

Tonina. Patrona, siora Orsetta.

Orsetta. Patrona, siora Tonina.

Giulia. Oe, la diga, cossa gh’alo donà el compare?

Tonina. Un bel da gnente niovo. Eh, no se usa più.

Giulia. Sì ben, a la granda, a la granda; gnente.

Tonina. Patrona, siora Chiaretta.

Chiaretta. Patrona, siora Tonina.

Tonina. Patrone, patrone.

A Tre. Patrona, patrona.

Tonina. Patrone. ct ct Giulia. De diana, co la se petta, no la la fenisse mai.

Orsetta. Se andemo ancuo, la ne parecchierà da marenda.

Chiaretta. Mi a pettarme su un balcon, no gh’ho gnente de gusto; co no andemo sul Liston, mi no vegno gnanca fora de casa.

Giulia. Cossa voleu che andemo a far sul Liston? Ghe xe un mondo de baronaggia, che no se pol camminar. Truffaldini, purichinelli, gnaghe, tutti i baroni ghe corre drio, e co se gh’ha intorno qualcossa de bon, se va a rischio de imbrattarse. No, no, fie mie; la roba la costa bezzi. Anderemo da siora Tonina, vederemo a passar le mascare. Se no altro, la ne darà del vin dolce, e po chi sa? No ve dubitè gnente. Anca da ela ghe va dei scartozzetti, i se farà onor. Anca nu beccoleremo qualcossa.

ct ct Chiaretta. Ghe ne passa assae mascare dove che sta siora Tonina?

Orsetta. No voleu! Ghe ne passa un mondo. La sta in Frezzaria.

. Cossa soggio mi de Frezzaria? No son miga pratica mi de Venezia.

Orsetta. Oh, mi almanco so andar per tuto.

Chiaretta. Andeu a spasso?

Orsetta. Varè! Seguro che vago.

Chiaretta. Con chi andeu?

Orsetta. Co mia siora mare. Oe, la me mena per tutto. Anca l’altro zorno semo stae a bever el caffè.

Chiaretta. Chi ve l’ha pagà?

Orsetta. Cognosseu sior Baseggio?

Chiaretta. Quello dall’altro zorno?

Orsetta. Sì ben, quello che n’ha dà i confetti.

Chiaretta. Quello v’ha paga el caffè?

Orsetta. Siora sì. Varè che maraveggie!

Chiaretta. Via, via, gh’ho a caro.

Orsetta. Oe, no ti sa?

Chiaretta. Cossa?

Orsetta. Sior Baseggio... Ma vardè ben no dir gnente a sior’àmia.

Chiaretta. No, no, no ve dubitè.

Orsetta. El me vol ben.

Chiaretta. Sì, gh’ho a caro.

Orsetta. Cossa gh’aveu che me pare sbattuetta?

Chiaretta. Gnente. Cossa voleu che gh’abbia?

Orsetta. Sentì, Chiaretta. Mi son una putta schietta e sincera. Se gh’avè qualche pretension su sto putto, disemelo liberamente.

Chiaretta. Co volè che ve la diga, ve la dirò. Sior Baseggio xe un pezzo che el cognosso. Fora l’ho praticà; s’avemo fatto un pochetto l’amor, e me par assae che adesso el me voggia lassar.

Orsetta. Cara Chiaretta, mi no so cossa dir, me despiase che de amighe abbiemo da deventar nemighe.

Chiaretta. Feu conto de tenderghe a sto putto?

Orsetta. Mi no so gnente. Mi son una putta che fazzo a modo de mia siora mare. Se la me dirà che lo lassa, lo lasserò, se la me dirà che ghe tenda, ghe tenderò.

Chiaretta. Ma pussibile che Baseggio me lassa? Tocco de desgrazià! Se lo trovo, ghe ne vôi dir tante, quante se ghe ne dise a un porco. ct ct ct Lugrezia. Caro sior Boldo, mi no so cossa dir; vostra muggier ha buo da dir che vegnì in casa mia, che spendè, che spandè, che perdè el tempo, e altre bagattelle che taso per reputazion. Mi son una donna onorata. Co giera vivo sior Biasio mio mario, nissun ha mai podesto intaccarme gnanca una fregola; e adesso che son vedoa, no voggio esser menada per lengua, no voggio che se me leva capei; in materia de ste cosse son suttila co fa l’oggio; e ca de Diana! son donna capace de farghe tornar le parole in gola a chi dise gnente dei fatti mii.

Boldo. Via, cara siora Lugrezia, no ve scaldò. Se cognossua, se sa chi se, e mi no son quell’omo che ve possa pregiudicar. Mia muggier gh’ha poco giudizio; su sto proposito ho dito tanto che basta, e se la farà la matta, ghe darò de le altre sleppe.

Lugrezia. Oh! no, no, sior, no voggio che per causa mia ghe dè a vostra muggier. Figureve! No ghe mancherave altro. Allora sì la me canteria la solfa pulito con quella pettazza de so nezza, con quella frasconazza de so fiozza. Sior Boldo, feme sto servizio, in casa mia no ghe stè a vegnir.

Boldo. No saveu, siora, cossa dise el proverbio? Mal no far, e paura no aver. Mi no vegno da vu ne per licar, nè per puttelarie, nè per frascarie; vegno per interessi, vegno per cosse de sustanzia. Savè pur che domattina se cava el lotto. Mi gh’ho do numeri seguri. So che vu ghe n’ave uno, che no falla mai; bisogna unirli, se volemo chiappar sto terno.

Lugrezia. Oh! mi, fradel caro, ghe n’ho tre de seguri sta volta.

Boldo. Oe, tre e do cinque. Chiappemo la cinquina.

Lugrezia. Diseme i vostri do, e mi ve dirò i mi tre.

Boldo. Sì ben, son vegnù qua per questo.

Lugrezia. Me despiase... No vorria che vostra muggier lo savesse.

Boldo. Figureve, se voggio che mia muggier me leva la mia fortuna.

Lugrezia. Oe, dopo che son vedoa, ho chiappà do terni e cinque ambi. Vedeu sti manini? Li gh’ho per causa del lotto. M’ho fatto della bella robetta. El mondo mo dise che fazzo, che brigo, ma mi lasso che i diga, e i fatti mii no li conto a nissun.

Boldo. Mo via, cara siora Lugrezia, feme vadagnar sto terno anca a mi. A vu ve confido quel che no sa nissun a sto mondo. In bottega no gh’ho debotto più gnente. No gh’ho altri arzenti, che quei pochi che vede in mostra, e sta mattina per metter una firma ho rotto el collo a una scatola de Franza, e gh’ho perso drento vintiquattro lire.

Lugrezia. Consoleve, che no se solo. Se savessi quanti che ghe ne xe, che no gh’ha altro che la mostra! E quanti che tiol de la roba impréstio, per coverzer le so magagne! Orsù, lassemo andar ste malinconie. Che numeri gh’aveu?

Boldo. El 29 e el 58.

Lugrezia. El 29 me piase, ma el 58 no, vedè.

Boldo. E sì mo l’ho cavà da una cabala che no falla mai.

Lugrezia. Mi a le cabale no ghe credo. I mi insoni i xe altro che cabale!

Boldo. I ho fatti provar da mia nezza, e i gh’ha resposo pulito.

Lugrezia. Cossa s’ala insunià?

Boldo. Fogo; un mondo de fogo.

Lugrezia. Sì ben, fogo xe bon segno; ma el 58 nol vien seguro.

Boldo. Mo perchè?

Lugrezia. Oh, nol vien certo! Vede ben, caro vu, i agnelli i dà el 58 e mi xe tre notte che me insonio dei orsi; el xe l’88.

Boldo. E pur sti do numeri i me piase.

Lugrezia. 29 sì, ma 58 no.

Boldo. Diseme mo i vostri.

Lugrezia. Sentì, se de tre no ghe ne vien do, muème el nome: 8, 37, 88.

Boldo. 8, 37, 88? No, l’8 no.

Lugrezia. Oh, cossa diseu? L’8? El xe seguro, ghe ziogherave la testa. Sentì se el pol esser più chiaro de cussì. Me par che fusse vivo el poveretto de mio mario. Savè che el giera cussì ridottolo, alliegro. (Oh, siestu benedetto dove che ti xe!) E cussì el fa, el dise: Lugrezia, vustu mandolato? Sì ben, digo. Tiò, el dise; e el me ne dà tanto de pezzo. Savè che el mandolato dà l’8. Ma gnente, sentì se el pol esser più chiaro. Ho tiolto sto mandolato, e me l’ho magnà tutto. Co l’ho magnà, me par che mio mario me vegna arente, e che el me diga: Oe, Lugrezia, t’ho dà el mandolato, me dastu gnente? E mi che sa ve che son sempre stada co mio mario, poveretto, un poco rusteghetta, vòlteghe la schena, e via. Vedeu? Capìu, sior Boldo? Saveu cossa che xe l’8? Ah! ve par che siemo a segno?

Boldo. Sì ben, l’8 xe seguro.

Lugrezia. Oh! co mi ve digo una cossa, podè star coi vostri occhi serai. Su l’8 ghe zogheria la camisa.

Boldo. Via, femo sta cinquina. 8, 37, 58, 29 e 88.

Lugrezia. El 58 no lo voggio.

Boldo. Mo per cossa?

Lugrezia. Nol xe bon. L’ho provà za quindese zorni, e me son insunià del sangue.

Boldo. Sangue de cossa?

Lugrezia. Sangue. No gh’è bisogno che ve diga de cossa.

Boldo. Mo ghe xe del sangue bon e del sangue cattivo.

Lugrezia. Mo via, co ve digo che nol xe bon, nol xe bon.

Boldo. Cavemo donca el 58: che numero ghe metteremio?

Lugrezia. Mettemoghe... el 90.

Boldo. Oh, sempre sto 90!

Lugrezia. Sta volta mo el me piase.

Boldo. Per cossa ve piaselo?

Lugrezia. Perchè ogni volta che me insonio campanieli, vien fora el 90.

Boldo. V’aveu insunià campanieli alti?

Lugrezia. Oe, xe tre notte che me par de veder el svolo del zioba grasso. Ve par che el campaniel sia alto?

Boldo. Sì ben, el 90. Mettemoli per regola. 8, 29, 37, 88 e 90.

Lugrezia. Se no vadagnemo el terno sta volta, spuème in tel muso.

Boldo. De quanto voleu che zioghemo sta cinquina?

Lugrezia. Mi no voi zogar altro che tre lire.

Boldo. Tre lire sole! Numeri de sta sorte, xe peccà a no zogarli de assae.

Lugrezia. De quanto i vorressi ziogar?

Boldo. Almanco de mille.

Lugrezia. Temo secco?

Boldo. Oh giusto! Ambo diese.

Lugrezia. Oh, ghe vol troppo!

Boldo. Ghe vorrà vintiquattro lire e sedese soldi.

Lugrezia. Fè una cossa, sior Boldo, zogheli vu a mità, e mette fora i bezzi, che ve li darò. Me credeu?

Boldo. No ghe xe sti bisogni; sè parona.

Lugrezia. Ma zioghei de do mille, savè?

Boldo. Siora sì.

Lugrezia. E ambo vinti.

Boldo. Volentiera.

Lugrezia. Via, sior Boldo, andeli a zogar subito.

Boldo. Subito.

Lugrezia. E la firma portemela a mi.

Boldo. Vu volè la firma?

Lugrezia. Sì ben, perchè, vedeu? la notte me la metto sotto el cavazzal, e la mattina ve so dir de seguro, se avemo venzo o se avemo perso.

Boldo. Eh, che avemo da vadagnar seguro. No ve indubitè.

Lugrezia. N’importa, n’importa, portemela che gh’ho bon augurio. Ogni volta che ho abuo le firme fora de man, ho sempre perso.

Boldo. Via, ve la porterò.

Lugrezia. I batte.

Boldo. No vorave esser visto.

Lugrezia. Andè in cusina, diseghe alla serva che la varda chi è. Se xe qualchedun che ve daga ombra, lassè che el vegna, e po andè via.

Boldo. Brava, siora Lugrezia, sè una donna de garbo. (I)

Lugrezia. Ma vardè ben che vostra muggier...

Boldo. Eh, se vadagno un terno grosso, gh’ho in tel cesto mia muggier e tutti i mi parenti.

Lugrezia. A bon conto sta volta ho sparagnà i bezzi, e vago a rischio de vadagnar. O de riffe, o de rafie, la voggio sticcar seguro. Chi no se agiuta, se niega. Son vedoa, nissun me ne dà. ct ct Todero. Patrona, siora Lugrezia.

Lugrezia. Oh patron, sior Todero! Che bon vento?

Todero. Vento cattivo, siora Lugrezia.

Lugrezia. Cossa voi dir?

Todero. I ho persi tutti.

Lugrezia. Poverazzo! me despiase da senno. Mo no zioghè, caro fio; aveu perso assae?

Todero. Ho perso vinti ducati che gh’aveva in scarsella; ma quel che stimo, ghe n’ho perso trenta sulla parola.

Lugrezia. Oh putto, putto, ve volè ruvinar. E vostra muggier, poverazza, cossa dirala?

Todero. Eh, mia muggier no me fa nè freddo, nè caldo; me despiase che se no pago sti trenta ducati, i me vien a svergognar sulla bottega.

Lugrezia. Mo paghèli, caspita; no perde el concetto per cussì poco.

Todero. Per questo, siora Lugrezia, son vegnù da vu a pregarve de sto servizio, che me imprestessi sti trenta ducati, fina che vendo certa tela muneghina, che no passerà quindese zorni che gh’averè i vostri bezzi.

Lugrezia. Oh, caro fio, adesso no ghe n’ho! Ho pagà el fitto giusto gieri. Ho fatto delle altre spese. Credeme, sior Todero, che no ghe n’ho.

Todero. M’avè fatto sto servizio delle altre volte, e son sta pontual.

Lugrezia. Xe vero, de vu no me posso lamentar.

Todero. Vardè, ve lasso in pegno sta camisiola...

Lugrezia. Per quanto?

Todero. Aspettè; anca sto codegugno.

Lugrezia. Oh sior Todero! sta roba no val sti bezzi.

Todero. Tolè, ve darò anca sta scatola.

Lugrezia. Quanto varla?

Todero. L’ho comprada sta mattina da sior Boldo orese. Gh’ho dà tre zecchini e la ghe ne val più de quattro.

Lugrezia. Me despiase che no credo d’aver tutti i bezzi.

Todero. Cara siora Lugrezia, ve prego, fèmelo per carità. Se tratta della mia reputazion. Sentì, deme trenta ducati d’arzento e ve farò la ricevuta de quaranta.

Lugrezia. Per darmeli quando?

Todero. Da qua a quindese zorni.

Lugrezia. Vardè, che se no me li de, bisognerà che venda. Sti bezzi no xe mii, bisognerà che li trova.

Todero. Se no ve li dago, farè tutto quel che volè.

Lugrezia. Diseme, caro vu, se vegnisse qualche mio amigo a domandarme per servizio, che ghe imprestasse per andar in maschera sta camisiola, o sto codegugno, ve contenteu che per servizio ghe lo impresta?

Todero. No vorria mo...

Lugrezia. Cossa gh’aveu paura? No ve fide de mi?

Todero. No vorria che i me lo dezzipasse.

Lugrezia. Oh, no ve dubitè! E pò, quando mai, son qua mi.

Todero. Mo a chi lo vorressi dar?

Lugrezia. Gh’ho un mio nevodo, che qualche volta, poverazzo! el vien da mi e l’immaschero. Oh, no ve indubitè! el xe netto co fa un zensamin.

Todero. Basta, no so cossa dir. Sè parona de tutto. Via, deme sti bezzi, che me cava sto spin dal cuor.

Lugrezia. Poverazzo, me fe peccà. Ve agiuto volentiera. Sentì, un’amiga della mia sorte stenterè a trovarla. No gh’è caso: son de buon cuor.

Todero. La xe de bon cuor, ma la me magna ottanta lire. Ah pazienza! Maledetto ziogo. ct ct Arlecchino. Sior sì, questa xe la casa de siora Lugrezia.

Baseggio. Mo dove xela?

Arlecchino. L’ho mandada a chiamar dalla serva. Fermemose un pochettin, che la vegnirà.

Baseggio. Xela ricca sta vedoa?

Arlecchino. De dota credo che la possa star al par d’un’altra.

Baseggio. Quanti anni gh’averala?

Arlecchino. Oh, circa ai anni, le donne le dise la verità come i impresari dei teatri, co se ghe domanda se i ha perso o guadagnà.

Baseggio. Ve domando cussì per curiosità, no za che ghe pensa, compare, perchè gh’ho altri reziri. Ma per altro, el so far no me despiase.

Arlecchino. Se v’ho da dir la verità, no la me despiase gnanca a mi.

Baseggio. Ma vu se un facchin. Cossa v’ala da piaser o da despiaser?

Arlecchino. Oh bella! Perchè fazzo el facchin, no m’ha da piaser una bella donna? Mo coss’elo el facchin? Elo fatto de carne de aseno?

Baseggio. No digo che no la ve possa piaser, ma ela la xe quel che la xe, e vu sè quel che sè.

Arlecchino. Son quel che son, e la servo da quel che son, e ela la me tratta da quel che l’è.

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