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Le novelle del Cinematografo

Gianni Piccini · 1910 · Free in the US

21,057 words · about 1 h 28 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Gianni Piccini
Language
Italian
Published
1910
Length
21,057 words · about 1 h 28 min
Sections
6 reader sections
Text
Digital text
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Public domain in the United States

 

Contents (6)

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Le Novelle del Cinematografo

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Al Cinematografo: un delitto in un baule

fi ct Al grande Cinematografo Lux-Ars, da giorni, attirava migliaia di spettatori la riproduzione, in varî quadri, di un atroce delitto. Si diceva da alcuni, era, in parte, almeno in certi ragguagli, una cosa fantastica. Ma la gente ne parlava, uscita dalle rappresentazioni e si infervorava in raffronti, commentava quella serie di scene, che facevano rabbrividire, suscitavano a paragoni con quanto era stato propalato sul delitto recente. Ecco di che si trattava.

La cinematografia riproduceva l’interno di un sontuoso Albergo: tre facchini calavano per lo sfarzoso scalone un grosso baule giallo. Ogni tanto si fermavano, atteggiavano gesti significativi; come se volessero esprimere quanta fatica era lor cagionata da un peso soverchio.

Al secondo quadro si vedevano: una Stazione ferroviaria: il deposito de’ bagagli: una signora elegantissima si presentava a pagare la spedizione del grosso baule, che i facchini avevano preso all’Albergo; e ritirava lo scontrino.

Terzo quadro: un vagone di prima classe. La bella signora, proprietaria del baule, parlava con un gentiluomo, di aspetto molto ragguardevole, serio, composto nei modi. Ad un tratto alla signora era presentato un telegramma.

E sulla tela bianca (sullo schermo) del Cinematografo si leggeva:

Tornate addietro. Il vostro nemico si trova sulla stessa linea.

Quarto quadro: siamo di nuovo nel vagone. Il signore e la signora parlano assai concitati: la signora toglie dalla borsa lo scontrino della spedizione del baule e, ad un tratto, si leggeva sulla tela bianca: Abbiate la bontà di accettare la consegna del mio baule, che è indirizzato ad A.... dove voi pure siete diretto.... Lo farò poi ritirare.

Quinto quadro: un’altra Stazione ferroviaria: la signora scende dal vagone, aiutata dal gentiluomo: si scambiano saluti cordiali. Il treno riparte.

Sesto quadro: Stazione ferroviaria sul confine. Gli ufficiali della Dogana dovean visitar i bagagli; il gentiluomo, già visto negli altri quadri, protestava col gesto, come per opporsi a quella visita, inutile, quasi offensiva alla rispettabilità della persona, che avean dinanzi, ma i rigidi impiegati insistendo, si affrettava a consegnar loro la chiave del grosso baule giallo. Profonda, immensa commozione; segni di terrore, di orrore, esclamazioni. Molte persone gesticolavano, si raccoglievano intorno al baule. Vi era dentro il cadavere di un giovane, vestito con eleganza.

E si leggevano sulla tela queste parole:

Il signore riconosce nel giovane, morto, chiuso nel baule, il suo nipote Jack Peter, di cui egli è l’unico erede e che lascia un vistosissimo patrimonio.

Egli si scusa, dicendo che il baule non è suo: gli fu consegnato da una signora... È arrestato.

La sala del Cinematografo era gremita.

Un altro quadro si offriva agli spettatori sopraggiungevano alcuni ufficiali della polizia: sollevavano alquanto il cadavere dal baule. E tutti ne scorgevano la faccia.

Allora, nella oscurità della sala, si udì un grido acutissimo, un grido di dolore, di spavento, di strazio.

Subito ricomparve la luce. La gente era atterrita.

Un uomo di piccola statura, snello, rapido ne’ movimenti, passò in fretta da una parte all’altra della sala. Nello spettacolo, alla riproduzione della tragedia, doveva succedere una scena comica.

Il grido udito aveva lasciato nel pubblico un po’ di sorpresa e si era alzato da un angolo della sala ove erano raccolte varie donne. Tutti aveano riconosciuto una voce fenminile. Ma le stesse donne le quali erano accanto a colei, che avea gridato, sarebbero state perplesse nell’indicarla, perchè tutte erano agitatissime, in preda a commozione: la verità de’ quadri cinematografici da esse veduti, la riproduzione efficace, le aveano sconvolte.

L’uomo di piccola statura che avea attraversato la sala nel momento in cui si era udito il grido, appena fu tornata la luce, si dette a scrutare nel gruppo delle donne. Tutte parlavano fra loro con eccitazione, appassionate del fatto.

Egli, però, ne squadrava le fisionomie, ad una ad una, ne riteneva, ne classificava i tratti nella sua mente, un archivio in cui aveano posto i lineamenti di centinaia di persone e non ne sgarrava una, quando gli occorrea di ricordarsene. Era costui il famoso Ispettore della polizia Adamo Berne, conosciuto popolarmente col nomignolo di «Saettuzza». Come abbiamo rilevato, il delitto, secondo si svolgeva ne’ quadri cinematografici, era stato commesso: i ragguagli erano veri nella sostanza, ed importanti ragguagli: uno de’ cinematografisti, il cui velo, la cui operosità, la cui intelligenza e prontezza non conosceano posa, era riuscito, in breve, a ricomporre tutti que’ quadri e, servendosi di fotografie, avea fatto truccare a meraviglia da un abile artista, colui, che dovea raffigurar il morto nel baule.

Il delitto avea levato gran rumore per tale condizione, le qualità del giovane ucciso, perchè il cadavere non presentava traccia di ferite, o di violenze. Da certe contrazioni del cadavere i medici aveano arguito che il giovane dovesse essere stato posto nel baule, in un momento nel quale, non essendo a dirittura padrone della sua ragione, o delle sue forze, rimanevano ancora in lui spiriti di vita.

Il giovane sì barbaramente e misteriosamente ucciso era il conte Peter: prodigo sino alla follia, sperperatore del suo denaro in modo che era riuscito ad irritare il suo parente e tutore Frantz Peter; e rimaneva ucciso proprio mentre stava per toccare l’età maggiore. E i non pochi milioni rimasti intatti andavano ad arricchire il suo zio e tutore. Era pur’egli molto ricco, in una condizione delle più onorevoli, reputatissimo, ed era stato arrestato come presunto assassino.

Nessuno lo credeva colpevole, ma tutte le apparenze erano contro di lui.

E il magistrato, che pur stava molto dubbioso rispetto a certe accuse e avea tanto messo in opera per salvarlo, dovea riconoscere che una terribile circostanza gravava su di lui: oltre l’essere stato trovato in possesso del baule, contenente il cadavere, si buccinava ch’egli fosse innamorato veementemente di una donna, che era pure amata da suo nipote. Questo risultava da certe minute, segrete indagini. Frantz Peter veniva, in conseguenza dell’assassinio, a goder maggiori ricchezze, ad esser liberato da un rivale, più giovane, quindi pericoloso e forse più accetto di lui. Non aveva saputo dare su la donna, che lo aveva pregato di accettar in consegna il baule, spiegazioni concludenti, nè dirne l’indirizzo, affinchè ella si potesse interrogare, stabilirne la identità, secondo il termine riconosciuto.

Il grande Cinematografo avea la privativa di questi quadri; avea per essi interrotto una importantissima serie di riproduzioni, molto istruttive, di lontani, pittoreschi paesi, di fatti storici luminosi, di classici lavori drammatici. Il Cinematografo è un inesauribile divulgatore di cognizioni: è un mezzo di far apprendere, a buon mercato, in modo gradevole, alle classi più umili, la storia, la geografia: di render vivi agl’intelletti anche più incolti certi capolavori della letteratura: di far passare dinanzi agli occhi di chi non ha il modo d’imprendere lunghi viaggi ciò che i più sommi artisti han dato nella pittura e nella scultura. E il Cinematografo, co’ suoi drammi di fantasia, educativi, di soggetto popolare può essere scuola di morale, su- scitatore di buoni sentimenti. È, insomma, una gran forza nella vita moderna, che può essere indirizzata al bene; è una efficace propagazione di coltura; può servire a distrarre, con loro utile, migliaia di uomini. È il volgarizzatore immediato, fulmineo di molte meraviglie della natura, della industria, dell’arte, della scienza. ct La polizia di quella città avea avuto un’idea, che forse apre al Cinematografo una via nuova: servirsene ad un alto scopo sociale, alla scoperta della verità, ad un trionfo della giustizia, a punire un complice, o, forse, il solo colpevole, che volea tenersi nell’ombra, combatteva una lotta accanita contro i sostenitori della legge. Un uomo facoltoso, fin allora onoratissimo, era stato arrestato per un delitto, di cui mancavano le prove sicure: l’Ispettore Adamo Berne avea consigliato un espediente per arrivare al segno, cui miravano le ricerche delle autorità; valersi della riproduzione del delitto; senza che si potesse subodorare, stabilire una rigida, attenta sorveglianza: qualcuno poteva tradirsi con un grido, con un atto, durante lo spettacolo. Dar la viva riproduzione di un delitto; eccitar con essa lo spavento, il rimorso nella coscienza del colpevole, o dei colpevoli, è l’espediente cui ricorre Amleto nella celebre tragedia shakespeariana.

Ma nulla si scuopriva durante le numerose, frequentate rappresentazioni del Cinematografo. I colpevoli eran molto avveduti: sapevano schermirsi: si mostravano ben agguerriti nel loro aspro conflitto di astuzia contro l’autorità.

La signora che aveva sospeso il suo viaggio, e avea pregato Frantz Peter di accettare per breve tempo la consegna del baule, era conosciuta con un titolo principesco: secondo alcuni doveva essere stata canzonettista, per un dissidio con la sua nobil famiglia, poi cantante in grandi Teatri, sposata, civilmente, negli Stati-Uniti, ad un milionario americano, con cui avea avuto terribili screzî.

Il suo passaggio sulle scene de’ Teatri era stato rapidissimo: poi s’era ridotta a vita misteriosa e si eran perdute le sue traccie. Avvenimenti de’ più impreveduti si compievano ad inasprire la curiosità del pubblico, a sfrenare le fantasie, a confondere l’autorità. Come succede sovente, il vero sfidava l’inverosimile. In una città, un duecento chilometri da quella ove accaddero i fatti sin ora narrati erano accorse migliaia e migliaia di persone per assistere ad un esperimento d’aviazione: il primo esperimento di tal genere. Tutti i Cinematografi se ne disputavano le riproduzioni. Molti ricordano il grave infortunio che avvenne: il primo che si ebbe a lamentare e cui ne seguirono tanti: è lunga la lista degli ardimentosi, vittime del lor desiderio d’inalzarsi. Un giovane, com’è noto, cadeva da un aereoplano, a non grande distanza dalla terra, ed era raccolto cadavere; ferito in una tempia. Sarebbe stato colto da vertigini, mentre l’aereoplano faceva i suoi primi movimenti.

Il clamore fu immenso per tale vittima. Era il primo volo che si eseguiva. Già, innanzi che l’aereoplano si elevasse da terra, erano stati cinematografati l’aereonauta e il suo compagno, fin allora a tutti sconosciuto: e arrivato in quella città da poche ore.

Ma la meraviglia fa immensa, quando, cercando di appurare la identità del giovane, fu affermato che egli era Jack Peter, quello stesso, il cui cadavere era stato trovato nel baule ed era stato da tanti riconosciuto! Il giovane, caduto dall’aereoplano, aveva indosso biglietti di visita, col nome di Jack Peter, lettere indirizzate a tal nome, un portasigarette con tali cifre, ripetute anche nel medaglione appeso alla catena dell’orologio, sormontate dalla corona di conte. Il volto, la statura eran quelli di Jack Peter. Gli furon trovati pure indosso un libretto in cui aveva scritto vari appunti; la copia di un telegramma che da quella città avena indirizzato al suo parente Frantz Peter e che la polizia, all’ufficio di recapito, avea creduto una simulazione.

Come spiegar ormai un tale enigma?

Fu liberato dalla prigione Frantz Peter: e fu chiamato ad osservar il cadavere. Egli strabiliava. Ma dovè riconoscere che quello era il cadavere di suo nipote: riconobbe la catena dell’orologio, gli altri oggetti. Il giovane, all’Albergo, in cui avea preso stanza poco prima, non avea dato ancora il suo nome: però in una va- ligia fu trovata una piccola cassetta, contenente gioielli di gran valore. Vi mancava soltanto una collana per la quale eran nel velluto della cassetta gl’incavi che avrebbe dovuto occupare. Nella seta sotto il coperchio era scritto in oro il casato del gioielliere. Anch’egli fu invitato dalla autorità a recarsi a riconoscere il cadavere: partiva immediatamente: arrivato, e interrogato, disse esser quello il cadavere del conte Jack Peter e aver dinanzi a sè la persona con la quale aveva parlato più volte e cui aveva venduto i gioielli!

Furon chiamati varî uomini d’affari, con cui il giovane Peter avea contratto gli enormi suoi debiti: sola occupazione seria della sua vita e a moltiplicare i quali, con ogni mezzo possibile, volgeva il suo animo ogni giorno, appena svegliato: tutti lo riconobbero: tutti sostennero esser quello il giovane che ognuno s’aspettava avrebbe dato, in pochi anni, fondo al suo immenso patrimonio e ad altri, se avesse potuto procurarseli. Quella morte improvvisa lo rapiva all’affetto, al desiderio insaziabile degli usurai. Furon riconosciuti gli abiti fornitigli da un sarto, che l’avea avuto per cliente da anni e che da anni lo avea sempre per suo costantissimo debitore.

I Cinematografi non ebber mai in quel vasto paese periodo più glorioso. Non vi si vide accorrere mai tanta folla, la curiosità si accendeva sino al parossismo. In tutti i Cinematografi, ormai vinta col denaro la gara di concorrenza, si eseguiva la riproduzione dei quadri, che spiegavano sino ad un certo punto il delitto dell’uomo ucciso e chiuso nel baule e la riproduzione de’ quadri, in cui erano ritratti i preparativi per la partenza dell’aeroplano: i due uomini che vi salivano: la caduta, la morte del giovane.

E i due cadaveri erano in tutto così somiglianti! Lo stesso Frantz Peter non sapeva ormai dire a sè, con certezza, qual fosse il suo parente, da quale dei due giovani egli avesse ereditato: a quale de’ cadaveri dovea render gli onori di un mausoleo. Il cadavere, trovato nel baule, era stato già posto nella cap- pella di famiglia: ma, sin allora, senza alcun segno esteriore di ricordanza.

Chi spiegherebbe — si ripeteva da tutti — l’enigma?

Come uscire da tale viluppo?

Il pubblico de’ Cinematografi si disputava, con la massima vivacità, sulla rassomiglianza de’ due giovani, sulla concordia con cui uno e l’altro erano stati riconosciuti per la medesima persona. E turbava, più di tutto, dava appicco alle supposizioni più strane, il doppio riconoscimento fatto, in buona fede, dal parente del morto: Frantz Peter.

Nella sala del gran Cinematografo Lux-Ars, la sera stessa in cui si era udito il grido, durante lo spettacolo, mentre si sollevava la testa del cadavere dal baule, era stato trovato un cartoncino, che conteneva l’indirizzo di un orefice, famoso, dimorante in una città vicina. L’agente di polizia Adamo Berne, quella sera, mentre il Cinematografo stava per chiudersi, poco dopo le undici e mezzo, ricomparve e domandò del proprietario. Si chiamava Pietro Torrini: era uomo fino, destro, intelligentissimo: aveva pubblicato il primo giornale cinematografico e se ne teneva. Adamo Berne aveva voluto, all’uscita, riguardar bene, ad una ad una, alla spicciolata, le donne dal cui gruppo era uscito il grido: e ne aveva dinanzi le fisonomie. Aveva studiato per quali strade si erano indirizzate. Ora tornava per chiedere di visitar di nuovo la sala. Era già tutto spento. Il proprietario fece riaccendere la luce elettrica. Il Berne andò nel punto ov’era stato il gruppo delle donne: volle sapere se, durante la serata, era stato trovato qualche oggetto. Ad un tratto si chinò: raccolse da terra il cartoncino. Vi erano il nome, il cognome, l’indirizzo del gioielliere. Era lo stesso gioielliere, il cui nome si dovea legger più tardi nella scatola trovata fra gli oggetti appartenuti al giovane caduto dall’aereplano, durante il concorso di aviazione.

Adamo aveva sempre conservato quel cartoncino. Frantz Peter, che nutriva molta stima di lui, poichè egli si era sempre dichiarato contrario al suo arresto, non ostante tutti gl’indizî, cospiranti a provare la sua colpevolezza, lo aveva richiesto di recarsi ad esercitare l’acume professionale, per cui era noto, nella città ove, fatte le debite verificazioni sul cadavere del secondo Peter, la innocenza di lui era stata riconosciuta.

E, appena Adamo ebbe visto nella scatola il casato del gioielliere dette in uno scatto di allegrezza. Ricordò il gruppo delle spettatrici al Cinematografo: ricordò il cartoncino da lui ritrovato in quel punto ed esclamò:

— Ci siamo! Anche qui bisogna ricercare la donna! —

Se ne andò nella città ove dimorava l’orefice che aveva venduto al giovane Peter i gioielli.

Sapeva che la collana mancante nella scatola doveva esser certo oggetto preziosissimo, a giudicar anche dagli orecchini, dal diadema, dalle spille, che rimanevano nel grosso astuccio; ragionava che, forse, tale collana poteva essere stata rubata e, forse, si offrirebbe all’orefice stesso, che l’aveva venduta. Ammet- teva pure che l’orefice fosse in grado di sapere a chi quella collana e gli altri gioielli fosser destinati. E da ciò poteva aversi il bandolo per distrigare la avviluppata matassa.

Sentiva, col suo infallibile istinto, che ogni ricerca addirizzata a tal fine, avrebbe dovuto arrecare il suo frutto.

Fu nella bottega dell’orefice: costui gli disse che i gioielli trovati nella valigia del Peter sormontavano in valore di centomila lire: la sola collana di perle ne valeva settantamila. Si meravigliava che il giovane milionario avesse ancora con sè quei gioielli, poichè gli aveva detto doveano esser consegnati ad una donna, per la quale nutriva una focosa passione. Egli avea ricevuto quietanza della somma che gli spettava.

— Giorni sono, una monaca è venuta ad offrirmi la collana di perle....

— Una monaca?...

— Sì: era una curiosa monaca.... Era molto imbarazzata e aveva due occhi.... Non mandavan certo sguardi da angiolo.... Non ci tro- vammo d’accordo sul prezzo.... Mi promise però di tornare. Da ieri ho riflettuto su questo fatto, che mi sembra inesplicabile.... La monaca mi offrì la collana due giorni prima che il giovane Peter trovasse la morte al Concorso di Aviazione... —

Dopo aver dato all’orefice alcune istruzioni, e dopo esser entrato con lui in accordo su vari punti, il Berne si allontanò.

La sua fede nel Cinematografo era sempre viva. Con tal mezzo si dovea arrivar a scoprir il vero, a ottener luce su un così profondo mistero. Già era stato per toccar la meta: il grido udito in quella sera, nella sala del Cinematografo, era un grido strappato ad una coscienza inquieta, mal sicura, dall’irresistibile aspetto della verità. Egli avrebbe dovuto esser più pronto nello scoprire chi avea proferito tal grido: n’era crucciato.

Mentre pensava ad un nuovo strattagemma e mulinava sul modo di attirar la folla ad uno spettacolo cinematografico con un quadro suggestivo che dovesse influire sull’animo di due o tre persone, le quali sarebbero state involontariamente attratte dall’argomento e, loro malgrado, si sarebbero, in un modo o nell’altro rivelate, ricevette una lettera dall’orefice, che aveva venduto gli splendidi gioielli al giovane Peter.

L’orefice gli diceva che, andato una sera al Cinematografo Apollo nella sua città vi aveva veduto la riproduzione di una rivista militare. Fra le persone, nella folla che assisteva alla rivista, aveva notato due donne: una alta, di forme rigogliose, vestita con raffinata eleganza, l’altra di minore statura, in tutto più modesta; sembravano padrona e cameriera; e nella cameriera gli sembrava aver riconosciuto, indubitamente, la monaca che era venuta, giorni prima, ad offrirle la collana.

Adamo Berne partì per quella città: andò ad assistere alla rappresentazione cinematografica. E questa volta egli dette un grido. Aveva riconosciuto nella cameriera una delle donne, che formavano il gruppo da cui era uscito il grido penoso, mentre si sollevava la testa del giovane ucciso, al Cinematografo Lux-Ars.

— È lei — diceva fra sè — che ha gridato: è lei, che ha perduto il biglietto con l’indirizzo del gioielliere!

E, con quella facoltà, unica più che rara, da lui posseduta, di ricordarsi, eziandio dopo lungo tratto di tempo, le fisonomie scorte anche fuggevolmente, si richiamava dinanzi i volti delle donne che aveva mandate a memoria nella sera, ormai da noi sovente designata.

Si dette alle più assidue indagini: batteva di continuo le vie della città, cercava e rifrustava ogni angolo; la donna che possedeva la collana, o si era contraffatta o, secondo rivelava la figura riprodotta dal Cinematografo, andata nella città vicina, dopo breve dimora, avea tentato fortuna altrove.

Pensava:

— Se la donna si trovava fra coloro che assistevano alla rivista militare — come palesava la riproduzione cinematografica — dove avrà abitato in quel giorno? — Un certo numero di persone: proprietari, camerieri d’Albergo, di Pensioni, affittacamere, proprietarî e camerieri di Caffè, di Trattorie ricevettero biglietti gratuiti per assistere ad una straordinaria rappresentazione cinematografica. Il Direttore del vasto locale annunziava che avrebbe dato un premio a chi riconoscesse una delle quattro persone che erano innanzi alla folla, la quale assisteva, in un certo punto, alla rivista militare, riprodotta nella splendida Cinematografia. Queste persone non erano del paese: nessuno degli addetti al Cinematografo, che pur conoscevano tanta gente, aveva potuto darne notizia. L’annunzio fu preso come una nuova fantasia del proprietario del Cinematografo. Piacque l’idea e la gente si accalcò alla rappresentazione nella vasta sala.

Ma, ohimè, quando si arrivò al quadro della rivista militare, le fisonomie delle due donne apparvero cancellate: la pellicola era stata sciupata, ad arte, in quel tratto.

Il pubblico credette ad una burla per in- grossare il richiamo, per esilarare gl’intervenuti. Si trattava, per i più, di una dolce burla. In città chi sa quanto se ne sarebbe parlato! E il Direttore del Cinematografo ne avrebbe profittato per far un altro gran colpo. Mentre tanta attenzione era rivolta al suo Stabilimento, ecco sarebbe stato posto fuori l’annunzio di un programma meraviglioso! L’ingegno industriale, le astuzie per illudere, deludere, attirar il pubblico non hanno oggi confini.

Adamo Berne era molto irritato. Fece un cenno al proprietario del Cinematografo, che sorrideva. Egli, di carattere amenissimo, propenso alla deferenza, seguì subito l’ufficiale della polizia. Entrarono nella stanza di direzione, tutta tappezzata di manifesti di cinematografie, a colori smaglianti.

— Volete voi — gli disse burbero, arcigno il Berne — che il vostro locale sia presto chiuso per provvedimento d’ordine pubblico? —

L’altro impallidì.

— Come si spiega il caso avvenuto? Come voi frapponete ostacoli all’opera della polizia giudiziaria invece di servirla?

— Io? Ma, tutt’altro: appassionato del Cinematografo, in cui vedo tante feconde applicazioni, ero desideroso si facesse l’esperimento di un tentativo anche in questo ramo.... È mia colpa se è fallito? Si deve certo ad una combinazione impreveduta, prettamente materiale. L’operatore non avrà avuto abbastanza cura della pellicola; forse qualcuno l’ha toccata, malmenata, a sua insaputa.

— E chi è questo operatore?...

— Un giovane, entrato ieri al nostro servizio per improvvisa malattia di un altro operatore.... Egli venne da sè a profferir l’opera sua, dicendosi esperto meccanico.

— Ah! — E l’ufficiale della polizia, mentre picchiettava sul tavolo con un astuccio da matite, sembrò concentrarsi ne’ suol pensieri.

— Questo nuovo operatore — domandò ad un tratto — rimarrà qui stasera sino alla fine delle rappresentazioni?

— Di certo. — Si alzò, si avvicinò al telefono: scambiò poche parole: dieci minuti dopo arrivava al Cinematografo e chiedeva del suo superiore uno tra i più meticolosi agenti della Pubblica Sicurezza. Ebbero un rapido colloquio. E Adam Berne uscì, salutando molto accigliato.

Verso le due del mattino Adamo Berne riceveva la visita del suo sottoposto. Il Berne non si era ancora coricato e, da alcune ore, studiava varie carte: tornava su delitti, di cui l’autorità aveva abbandonato le traccie, non credendo poter pervenire a scuoprirli. Egli vi si ostinava, spingeva sempre più oltre le sue analisi, rivisitava luoghi, interrogava di nuovo persone, ristabiliva e confrontava certi insieme; avea ottenute fragorose insperate vittorie.

— E bene? — disse il Berne, quando gli fu innanzi l’umile agente.

— L’operatore è certo Aroldo Discarri: personaggio piuttosto sinistro. Egli è giunto qui da pochi giorni insieme con una donna che si crede sua sorella. Abitano, a non piccola distanza dalla città, nella casa di un prete. La donna, di cui il prete è lontano parente, non è quasi mai uscita di casa. Spendono, però, si sa, molto denaro. E non si capisce come il giovane Discarri abbia cercato di esser operatore al Cinematografo.... —

Adamo Berne, dopo rapida riflessione, aveva tutto compreso. Costui, tratto da non si sa quale sua idea, era andato a farsi mostrare, sotto colore di essere uno specialista, la riproduzione cinematografica sulla quale si richiamava l’attenzione: aveva pensato, certo con serio motivo, prima che fosse vista dal pubblico di quella città, a distruggere le fisonomie delle due donne e intanto preparare la fuga. Tutto il suo disegno, ardito, ma male architettato, rivelava un esordiente nella delinquenza, più temerario che destro. La donna, che era con lui, doveva esser quella che aveva in suo potere la preziosissima collana: ella dovea possedere tutto il segreto relativo alla decisione del giovane Peter.

— E avete lasciato, come vi avevo prescritto, un altro agente a sorvegliare la casa? — Vi è rimasto l’Aldobrandi....

— Ah.... —

Il Berne non voleva operar in modo precipitoso: il suo disegno era che la vigilanza su i due non fosse più interrotta: cogliendoli all’improvviso, potea perdersi la collana, chi sa dove da essi riposta. Occorreva lasciarli liberi, seguirli in ogni loro movimento, era l’unico modo che essi rivelassero, non volendo, tutto quello che intendevan fare: se avessero complici.

Circa le tre del mattino, Adamo Berne si era coricato e, sicuro ormai della piena riuscita del suo disegno, s’addormentava placidamente.

Forse sognava un’altra grande vittoria: si vedeva già arrivato a spiegar l’equivoco che tuttora dava perplessità a migliaia di menti: come mai due cadaveri, quello trovato rinchiuso nel baule e quello del giovane caduto dall’aereoplano, fossero stati identificati per la stessa persona. L’autorità, in tanti giorni, non aveva fatto un passo innanzi.... Ma Adamo fu svegliato ad un tratto dalle squassate di campanello, che mettevano a rumore la sua casetta. Si alzò. Era l’agente Aldobrandi.

— Signore — gli disse, con voce tremante — siamo stati giuocati! I due sono usciti di casa, circa un’ora fa... Li ho seguiti a distanza; ad un tratto, dopo circa mezz’ora di cammino, sono saliti in una automobile, che li aspettava, senza lumi, allo svolto di un’alberata e si sono allontanati con la massima velocità. —

Una terribile parole uscì dalle labbra del Berne.

Si accasciò sulla poltrona dinanzi al tavolino, ove erano ancora sparpagliate le carte, poco prima oggetto delle sue ricerche; ma, di un subito, balzò in piedi; aveva trovato; una idea gli era guizzata alla mente:

— Non mi do per vinto.... Abbiam che fare con gente molto abile.... Prima che noi siamo in ordine di partire ci avranno preceduto di oltre cento chilometri. Ma ho una speranza.... Andate e noleggiate la automobile di maggior forza.... Fra poco spunterà il giorno e chi sa.... non troviamo subito le loro traccie. — ct

Circa un’ora dopo, arrivavano sul punto, da cui i due eran partiti nella automobile: all’imbocco di una strada angusta, che corre tra due ciglioni, a cui sembrano aggrappati i tronchi distorti, nocchieruti, sformati, d’alberi giganteschi. La strada era molto polverosa. E sulla polvere Adamo Berne scerneva facilmente le traccie della automobile fra le orme lasciate dalle ruote di altri veicoli. Una delle ruote della automobile aveva un segno particolare, per una deteriorazione, e si ripeteva di tanto in tanto nelle traccie lasciate. In tal guisa, seguendo attentamente tali traccie, arrivarono alla strada maestra e così capirono per qual direzione la automobile, che li aveva preceduti, si era indirizzata. Li favoriva anche l’ora mattutina; sorgeva appena l’alba e il carreggio di altri veicoli non aveva cancellato le orme lasciate dal primo. Ormai era appurato che i due doveano esser arrivati nella grande città, ove era sul punto di entrare anche la automobile recante Adamo Berne e il suo compagno.

Chi sa quali strattagemmi la donna e il giovane avrebber messo in opera per sottrarsi ad ogni ricerca. Ma Adamo Berne giurava a se stesso che questa volta non gli sarebbero sfuggiti.

Il famoso Ispettore della Polizia, dopo essersi messo d’accordo co’ suoi colleghi, in quella città, si recava di buon mattino nei magazzini di tutti gli orefici; dava ad essi notizia che, probabilmente, sarebbe loro presentata in vendita una collana di grandissimo valore. Trattenessero, con un pretesto, chi fosse venuto a propor la vendita; e lo avvertissero per telefono. Egli non si sarebbe mosso dall’Albergo. E lasciava il suo indirizzo.

Ebbe poco ad aspettare: verso le undici era avvertito, per telefono, di recarsi nel magazzino di un gioielliere, fornitore della Casa Reale. Vi era entrata una signora, venerabile di aspetto, con capelli bianchi, grandi sopracciglia bianche, un po’ in contrasto col vivo incarnato e la freschezza delle sue guancie, che pur trasparivano dal velo nero assai fitto. La signora era vestita in stretto lutto: parlava, o ostentava di parlare con spiccatissimo accento forestiero ed era venuta a offrir in vendita una collana di perle. Diceva voler vendere quel monile preziosissimo, da lei ricevuto in eredità per la morte di una sorella.

L’orefice la tratteneva; occorreva, avea detto, ben esaminare le perle, pesarle; l’oggetto era, senza dubbio, di gran valore: e consegnava la collana a due commessi. Intanto le veniva parlando di truffe colossali, che si eran consumate, anche di recente, a danno di ricchi negozianti di perle.

E in quel momento entravano nel magazzino l’Ispettore della polizia e il suo compagno.

L’Ispettore ed il gioielliere scambiarono occhiate d’intelligenza. — Si ricerca — disse l’Ispettore all’orefice con voce vibrante — una collana di perle, di grandissimo valore, che è stata rubata.... —

E, sbirciando la donna, vide che essa tremava. E, avvicinandosele, con piglio d’indifferenza, notò una certa rassomiglianza fra lei e una delle donne, che aveva veduto al gran Cinematografo Lux-Ars nella momorabile serata e le cui fattezze avea poi ravvisato nella riproduzione cinematografica, stata così maliziosamente distrutta. Ora gli sembrava soltanto avesse con l’altra una rassomiglianza; come fra madre e figlia.

Ma, ad un tratto, accostatosi a lei sempre più, mentre i commessi portavano sul tavolo la collana, con gesto brusco le alzava il velo del cappello e le cadeva la parruca di capelli bianchi, scuoprendo una capigliatura bruna arricciolata. Le ciglia bianche cuoprivano pure folte ciglia nerissime. La donna mosse le labbra come per parlare, alzò le braccia in aria, con un certo movimento, quasi cercasse un appoggio, e piombò in terra di sfascio, tramortita. Ad una delle vetrine del Magazzino un giovane, adusto, di capelli rossastri, vestito con eleganza, faceva mostra di esaminare, con minuta attenzione, i gioielli esposti.

L’Ispettore, che aveva pur gli occhi verso la vetrina, prima di darsi a soccorrer la donna, mormorava all’agente:

— Arrestate quel giovinotto.... È il falso operatore del Cinematografo: il suo complice! —

E, mentre l’agente si slanciava fuori del magazzino, l’Ispettore, aiutato dal gioielliere, da’ suoi commessi, rialzava la donna; davano tutti opera a far sì che si riavesse da quello stato convulso.

— Ora ti riconosco pienamente — bisbigliava tra sè l’Ispettore. — Mi sei sfuggita con molta abilità.... Ma, alla fine, ti ho nelle mie mani! Ecco la esatta figura vista al Cinematografo! — pensava. —

E la guardava con certa espressione su cui non avreste saputo se prevalessero un sentimento d’odio, o di nascente amore, o di trionfo professionale. La donna già si ristorava in forze, stralunava gli occhi; di repente, sollevandosi dalla poltrona ove era stata adagiata, si gettava in ginocchio dinanzi all’Ispettore, e diceva con voce affannosa, singhiozzando:

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