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Indice
Frontespizio
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Prefazione
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Dacché l’ nel suo notissimo studio sui poeti francescani in Italia tentò per il primo di lumeggiare compiutamente la figura poetica di e di analizzarne il sistema filosofico-morale, i molti che seguendo il suo esempio estesero gli studj e le ricerche a tutto il materiale della lirica religiosa primitiva, sentirono quanto fosse difficile dirigersi con sicurezza nella investigazione dei numerosi laudarj jacoponici e di imitazione jacoponica, sparsi per ogni regione d’Italia e varj di età, di lingua, di attribuzioni. Il voto espresso da per un’edizione critica nella quale i ritmi di Jacopone fossero ricondotti alla ‘verace lor forma idiomatica’, fu ripetuto fino alla sazietà da quanti ebbero occasione di occuparsi, anche incidentalmente, del poeta tudertino; ma il lavoro di preparazione dura tuttavia e i molti saggi che abbiamo intorno alla poesìa spirituale de’ primi secoli, sono ancora di carattere troppo particolare, essendosi i più limitati a descrizioni di codici, a raccolte di varianti, a compilazioni di tavole comparative dei diversi laudarj, a discussioni di date e di attribuzioni, a ristampe di singole laudi ricucite alla meglio e rabberciate secondo criterj affatto personali. Siamo ancora ben lontani da quella invocata edizione ‘la quale riconduca alla nativa forma umbra le rime autentiche e rigetti inesorabilmente le apocrife’.
La ragione di tutto ciò procede, a mio avviso, da due gravi difficoltà: il numero dei codici e la loro età relativamente tarda. A rimuover la prima provvide di recente il prof. Annibale Tenneroni con una bella pubblicazione di carattere bibliografico che ne porge il più sicuro sussidio per uno studio sistematico della nostra poesia religiosa. Quanto all’età dei codici, nessuno di essi, com’è noto, si può seriamente far risalire più in là del xiv secolo, ed anche nei più antichi si rilevano tracce evidenti di profonde alterazioni, dovute in gran parte alla fortuna ed alla pronta diffusione di cui godevano, già sugli inizj del Trecento, i canti del Tudertino. Fino a che adunque più diligenti o fortunate ricerche nelle biblioteche e negli archivj non porteranno al ritrovamento di più autorevoli manoscritti, riescirebbe pressoché inutile ogni tentativo diretto a darci un’edizione accettabile che contenga le poesìe di sicura attribuzione e che rechi per via di rimaneggiamenti e restituzioni più o meno arbitrarie, le impronte idiomatiche particolari della regione ove il poeta visse e dettò le sue laudi spirituali; esso non varrebbe se non a darci la misura dell’ingegno e dell’erudizione di chi avesse avuto la voglia di spenderveli attorno.
La presente edizione è una semplice ristampa della prima raccolta di poesie jacoponiche edita da Francesco Bonaccorsi in Firenze nel 1490. A me parve degno di considerazione il fatto che G. B. Modio, volendo nel 1558 preparare un’edizione dei cantici del beato Jacopone con un comento teologico a edificazione delle anime timorate, ai manoscritti ed alle raccolte a stampa quali, ad esempio, la bresciana del 1495 e le due veneziane del 1514 e del 1556, preferisse questa editio princeps: segno che le riconosceva maggiore autorità e reputava la lingua di quel testo più vicina alla forma originale. È ben vero che noi non possiamo affidarci leggermente alle opinioni linguistiche del Modio, che nella poesìa jacoponica insieme con le forme particolari del dialetto todino rilevava strani inquinamenti calabresi, siciliani e napoletani; ma è anche vero che la sua scrupolosa fedeltà nell'attenersi al testo bonaccorsiano, fedeltà spinta al punto di riprodurne gli errori di stampa, trovava la sua ragione in un pregiudizio comune a’ suoi tempi e abbastanza diffuso anche ai nostri: che cioè Jacopone, per un profondo sentimento di cristiana umiltà, non volesse discostarsi dal nativo dialetto e cercasse di esprimersi coi vocaboli più volgari non disdegnando di ricorrere talvolta alle immagini più basse e più repugnanti; benedetto pregiudizio se valse, almeno in quelle due stampe, a preservare la poesìa jacoponica dallo strazio che copisti, editori e chiosatori hanno per ignoranza, o per un malinteso rispetto della lingua, tante volte esercitato sulla poesìa e sulla prosa italiana delle origini.
Ma l’esempio del Modio e il giudizio di autorevoli bibliografi non mi avrebbero distolto dal proposito di tentare anch’io, e non saprei con quale fortuna, una di quelle edizioni alle quali più sopra ho accennato, se un passo del Proemio del Bonaccorsi non mi avesse fatto accorto che l’edizione fiorentina ci offre un testo più antico e realmente più accettabile di quanti sono a nostra conoscenza. Scrive infatti quell’editore: ‘Qualunque persona deuota... sapia per uero come circa la impressione presente, a fine che fusse emendata quanto più si potesse: & reducta alla purità anticha, che si troua molto alterata in più libri: è stata usata questa diligentia, cioè che si sono hauute due copie de tale laude cauate studiosamente da doi exemplari Todini assai antichi: & più copiosi & migliori che si trouino in quella città: & doi altri uilumi pur antichi in buona carta, facti con diligentia: de quali uno appare scripto nella città de Perugia: dell’anno .m.cccxxxvi. trovato in Firenze: de laude .xc. & non più & molti altri uolumi de diuersi religiosi: & de altre particulari persone, trouati pur in Firenze’.
Il Bonaccorsi adunque poté disporre di molti codici; ma egli volle metterne a profitto specialmente due, todini e assai antichi, i quali si trova- vano allora a Todi e rappresentavano le raccolte più ampie e più diligenti che si conoscessero. È evidente che quei doi exemplari non possono identificarsi coi due codici jacoponici che si conservano tuttora nella Comunale di Todi; poiché il Tudertino 194, giudicato erroneamente del xiii secolo dal Gregorovius, non può ascriversi se non al xv; e l’altro, il 195, è la raccolta compilata da Luca Alberto Petti, protonotario apostolico. Si noti ancora che i tudertini adoperati per l’edizione principe son detti assai antichi, quasi in confronto degli altri pure antichi, fra i quali è un codice perugino datato dal 1336; e sarà lecito supporre ch’essi fossero anteriori a tutti e forse della fine del xiii secolo. Ma la copia studiosamente cavata da quegli esemplari servì di fondamento all’edizione principe; nella quale dunque dovremo riconoscere una raccolta resultante direttamente da manoscritti anteriori a tutti quelli che noi oggi possediamo e della stessa città o regione ove sbocciarono i sacri ritmi del Poeta francescano.
Quanto al numero delle laudi, i codici tudertini ne contenevano meno di cento, il perugino novanta; l’editore ne pubblicò cento e due, accogliendone da altri manoscritti; ma l’imitazione jacoponica doveva esser già così ricca alla fine del xv secolo, che il Bonaccorsi sentì il dovere di mettere in guardia il lettore a riguardo del loro numero e della loro autenticità: ‘Non si dice però per questo che lui non facesse maggior numero de laude, né anco si afferma che tutte queste siano facte da lui, per non se hauere di ciò altro di certo’; altro di certo se non la tradizione e la testimonianza dei codici utilizzati. Ma secondo la prima intenzione dell’editore, la raccolta avrebbe dovuto constare di sole novantatré poesie e chiudersi con ‘Donna del paradiso’, la quale fu messa a quel posto appunto ‘per clausura de le precedente... & per uno separamento da le seguente laude trouate in diuersi libri’. Di queste ultime la lxxxxiiij, la lxxxxv e la lxxxxvj furon tolte dal codice perugino del 1336 e aggiunte alle altre quantunque nella lxxxxv e lxxxxvj il Bonaccorsi rilevasse alcuni difetti; le cinque seguenti si trovavano ‘nel libro todino (?) in fine’ e forse l’editore stesso dubitava della loro autenticità; quanto all’ultima, la cii, fu accolta per riparare a un’inavvertenza commessa nella numerazione delle laudi: ‘Questa laude extrauagante è posta per finire el numero perfecto de cento; benché ne sian due de più sotto dui numeri cioè .xlvij. et .lxxvij. per inaduertentia: et cusì sono .cii. laude in tutto’.
Riassumendo, i codici più antichi dovevano contenere una novantina di laudi, corrispondenti alle prime novantatré dell’edizione fiorentina; le quali son le stesse che vengono comunemente attribuite a Jacopone dai codici degni di maggior fiducia. Le altre che chiudono la raccolta, o si leggevano in manoscritti meno autorevoli o erano adespote o presentavan già tali alterazioni da indurre a sospettare della loro autenticità.
La poesìa jacoponica è quasi sempre poesìa d’occasione e la norma migliore per la distribuzione di quei ritmi sarebbe l’ordinarli secondo la data di loro composizione. Ma per la maggior parte di essi la determinazione cronologica è pressoché impossibile, e oltremodo difficile riesce anche per quei canti di carattere politico nei quali non sempre gli accenni a fatti contemporanei appajono evidenti. Forse l’editore fiorentino, essendo in grado di vagliare, meglio di quanto possiamo far noi, la tradizione jacoponica, avrebbe potuto disporre di elementi più solidi e procedere con maggior sicurezza nel fissare la cronologìa delle singole laudi; ma o non volle o non vi pensò; attenersi all’ordine dato dai codici non istimò opportuno perché, tranne che nei todini, gli parve troppo vario e incerto; e preferì la distribuzione per materie: ‘Quanto all’ordine de esse laude, egli scrive, uedendosi quello essere uario & incerto in molti libri: benché li Todini siano quasi ad uno modo, non è parso inconueniente cominciare da quelle due della Madonna: quale è porta & inuentrice de ogni gratia, & da poi mettere le più facile, & successive le altre. Et anco distinguere le materie, & metterle insieme al meglio che si ha inteso, sì come si uederà facto’.
Fu questa la prima delle molte classificazioni tentate in seguito da editori e da critici ed è, secondo me, l’unica che, fatte le debite eccezioni, possa esser proposta anche oggi. L’Ozanam che mirò specialmente a porre in evidenza il significato ascetico e moraleggiante dei canti del beato Jacopone e a coordinarli sistematicamente fra loro, non si allontanò gran che da quella classificazione nel distinguere, com’egli fece, tre tipi diversi di poesìa jacoponica: i poemi teologici, le satire e le piccole composizioni scritte per divulgare un santo pensiero, per celebrare una festa. Le piccole composi- zioni corrispondono infatti a quelle che il Bonaccorsi chiama le più facili e che aprono il volume; le satire si trovano sparse qua e là, ma quelle di argomento politico formano un gruppo solo ed occupano il posto di mezzo; i componimenti infine di maggior mole che l’Ozanam chiama teologici, ma che sarebbe più giusto denominare ascetici, chiudono la raccolta.
Per ciò che riguarda il valore linguistico della edizione, si noti che il Bonaccorsi dichiara esplicitamente di non aver voluto mutar nulla e nulla aggiungere di nuovo affine di conservare ‘la simplicità & purità anticha secondo quel paese di Todi del modo di scriuere et de uocaboli’. Mantenne egli la promessa? Secondo il D’Ancona, la lingua originale dei ritmi jacoponici doveva esser l’umbra o, meglio, il volgare di Todi. Se si volesse dare un valore assoluto all’opinione dell’illustre critico, bisognerebbe convenire che il testo dell’edizione fiorentina qua e là si discosta notevolmente da quello che doveva essere il linguaggio tudertino del Duecento. Ma quando si pensi che l’editio princeps, sebbene risulti dalla concordanza di più raccolte diverse tra loro per l’età e per l’origine, si fonda soprattutto sui due codici todini assai antichi, e che le maggiori divergenze dell’uso umbro si riscontrano specialmente in quelle ultime poesìe della cui autenticità si può a buon diritto dubitare anche per una certa ineguaglianza di stile, per la banalità di alcune espressioni e spesso per la mancanza di quello che potrebbe chiamarsi sapore jacoponico, vien da pensare che il fondo idiomatico primitivo non abbia poi subìto nel testo bonaccorsiano troppo profonde modificazioni.
Ma c’è di più. I biografi di Jacopone che hanno seguìto cecamente la tradizione senza curarsi di separare i fatti positivi da tutti i particolari fantastici formatisi per false interpretazioni dei passi autobiografici e per analogìa di altre leggende francescane, affermano concordi che l’amor Dei usque ad contemptum sui fu così ardentemente sentito dal poeta tudertino, da indurlo a commettere insieme con molte altre pazzìe anche quella di affettare il più profondo disprezzo per la propria coltura e dottrina; donde la eccessiva volgarità del suo eloquio, il solo da lui reputato degno di esprimere sensi di cristiana umiltà. Ora non è chi non veda il ridicolo di tale affermazione. Jacopone da Todi aveva fatto i suoi studj di diritto, forse a Bologna; aveva esercitato per lunghi anni la professione d’avvocato nella città natìa; aveva fors’anco dettato componimenti in rima prima di darsi a vita spirituale ed è lecito supporre che non gli fosse ignota la bella fioritura della poesìa lirica del suo tempo, i cui spunti e le cui immagini sin troppo profane ricorrono con molta insistenza nelle sue laudi-ballate. Per quanto profondo fosse l’orrore e il disprezzo degli anni trascorsi nelle vanità del mondo, come avrebbe egli potuto far getto della propria coltura, di quel patrimonio intellettuale, caro sopra ogni altro perché frutto in ciascuno di inenarrabili fatiche, senza sentirsi miseramente inaridire quella ricca vena poetica onde, come altrettanti ruscelli, scaturivano i suoi sacri ritmi, schiumeggianti e torbidi talvolta per l’impeto della discesa, ma sempre meravigliosi di vita e di freschezza? Jacopone parlava e componeva nel suo nativo dialetto così come solevano le persone della sua coltura. E non sarebbe giusto rifiutare inesorabilmente come alterazioni illegittime di amanuensi e di editori tutto ciò (e non è gran cosa) che nel testo dell’edizione fiorentina del 1490 sembra discostarsi dalle particolari caratteristiche del dialetto tudertino.
Ed ora brevi cenni intorno al metodo seguìto nella presente ristampa. Potrei anzi limitarmi a dire che l’unica novità essenziale da me introdotta in confronto dell’edizione principe sia l’interpunzione; la quale, là dove ricorrono passi controversi ed irti di difficoltà, potrebbe ritenersi come una prima proposta d’interpretazione. Gli studiosi non me ne vorranno per questo; togliendo via quei pochi segni che rappresentano un’opinione personalissima e fin troppo discutibile, essi si troveranno in grado di procedere nell’esame critico di questo testo, come farebbero direttamente sull’edizione bonaccorsiana. Per seguire l’uso ormai invalso nelle edizioni di testi analoghi, e per rendere più evidente la struttura metrica delle singole strofe, furono abbinati i versi brevi e introdotte le maiuscole agli inizj di ogni stanza; conservata invece fedelmente la grafìa e aggiunta la numerazione dei versi. Il Bonaccorsi aveva già provveduto a raccogliere in una tavola gli errori di stampa e alcune di quelle varianti che gli parvero avere qualche importanza per l’intelligenza dei passi più difficili; gli errori, naturalmente, io corressi e le varianti con le relative osservazioni di quell’editore raccolsi in un elenco a parte. Anche la Tavola delle laude secondo l’ordine del libro e il loro Repertorio per ordine alfabetico, così utili pei confronti con altri laudarj, compilai sulla scorta dell’edizione fiorentina. In un Prospetto grammaticale raccolsi tutte le parole che nell’ordine dei fenomeni fonetici e morfologici mi parvero offrire qualche interesse, avendo cura di distinguere quelle in rima dalle altre nelle quali poterono più agevolmente introdursi le alterazioni. Compilai infine un Lessico per il quale tenni presente il melius abundare; ed ivi si troveranno no- vamante registrate tutte le parole già notate ai paragrafi del Prospetto; né mi parve dovessero trascurarsi le dichiarazioni dei vocaboli più difficili proposte dal Bonaccorsi, dal Modio e dal Tresatti, per essere quei valentuomini se non i più dotti, certo i più rispettosi commentatori del Poeta e i più vicini a lui in ordine di tempo.
Marzo 1910.
Proemio
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AL Nome & honore della sanctissima trinità: & della gloriosa uergine Maria: & de tutta la corte del cielo. Qualunque persona deuota si de hauere et leggere le infrascripte laude del beato frate Iacopone da Todi de l’ordine de frati minori, le quali lui compose a diuersi tempi per utilità & consolatione di coloro che desiderasseno per uia de croce & delle uirtù sequitare el Signore: sapia per uero come circa la impressione presente, a fine che fusse emendata quanto più si potesse: & reducta alla purità anticha, che si troua molto alterata in più libri: è stata usata questa diligentia, cioè che si sono hauute due copie de tale laude cauate studiosamente da doi exemplari Todini assai antichi: & più copiosi & migliori che si trouino in quella città: & doi altri uilumi pur antichi in buona carta, facti con diligentia: de quali uno appare scripto nella città de Perugia: dell’anno .M.CCCXXXVI. trouato in Firenze: de laude .XC. & non più & molti altri uolumi de diuersi religiosi: & de altre particulare persone, trouati pur in Firenze. Da i quali tutti uolumi, & spetialmente da li dicti più antichi concordati molto insieme, si ha cauata noua copia per dare a l’impressori, seruata la simplicità & purità anticha secondo quel paese di Todi, del modo di scriuere & de uocaboli, sì come è parso a più persone deuote & spirituale che si douesse fare, senza mutare o agiongere alcuna cosa di nouo. Et in tal modo fo cominciata tale impressione a dì .xij. de agosto passato, & continuata come si uede fino al numero centenario de laude, & due più, non essendo maggior numero, ma più presto minore in li predicti & molti altri uolumi antichi, maxime della dicta cità di Todi, che fu la terrena patria del auctore: & doue se ne troua libri assai: doue etiam lui morì: & sono le sue ossa in ueneratione. Non si dice però per questo che lui non facesse maggior numero de laude, né anco si afferma, che tutte queste siano facte da lui, per non se hauere di ciò altro di certo. Quanto all’ordine de esse laude, uedendosi quello essere uario & incerto in molti libri: benché li Todini siano quasi ad uno modo, non è parso inconueniente cominciare da quelle due della Madonna: quale è porta & inuentrice de ogni gratia, & da poi mettere le più facile, & successiue le altre. Et anco distinguere le materie, & metterle insieme al meglio che si ha inteso, sì come si uederà facto. Della uita del prefato beato Iacopone in particulare non pare che si troui certa narratione: ma della sua perfectione & trasformatione in l’amore diuino, assai si uede per suoi scripti: et anco se intende el tempo nel quale lui fu, & scrisse.
Siano adunque confortati li lectori a legere con attentione esse laude simplici quanto al stilo & parole: ma piene di sancta doctrina, & de alti sentimenti in più de quelle: li quali non potendo così intendere essi lectori, uogliano honorarli: & pregare la diuina bontà, che li illumini la mente all’intelligentia di quanto bisogna alla salute de l’anime loro.
I. De la beata uergene Maria: & del peccatore
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O Regina cortese, io so a uoi uenuto ch’al mio cor feruto deiate medecare. Io so a uoi uenuto com homo desperato da omn’altro aiuto; lo uostro m’è lassato;4 se ne fusse priuato, farìeme consumare. Lo mio cor è feruto, Madonna, nol so dire; et a tal è uenuto, che comenza putire; non deiate soffrire de uolerm’aiutare.8 Donna, la sofferenza sì m’è pericolosa; lo mal pres’à potenza, la natura è dogliosa; siate cordogliosa de uolerme sanare. Non aio pagamento, tanto so anichilato;12 faite de me stromento, seruo recomperato; donna, el prez’è dato, quel ch’auest’a lactare. Donna, per quel amore che m’ha hauut’el tuo figlio, deuer’hauer en core de darm’el tuo consiglio;16 succurrime, aulente giglio, ueni & non tardare. Figlio, poi ch’èi uenuto, molto sì m’è ’n piacere; adomandimi aiuto, dollote uoluntere; ètte oporto soffrire co per arte uoglio fare.20 Medecaro per arte emprima fa la diita; guarda li sensi da parte che non dien più ferita a la natura perita che se possa aggrauare. Et piglia l’oximello, lo temor del morire;24 ancora si fancello, cetto ce dé uenire; uanetà lassa gire, non pò teco regnare. Et piglia decoctione, lo temor de lo nferno; pens’en quella prescione non escon en sempiterno;28 la piaga girà rompenno, farallate reuontare.
Denante al preite mio questo uenen reuonta; ché l’officio è sio; Dio lo peccato sconta; cha se l nemico s’aponta, non aia que mostrare.32
II. De la beata uergene Maria
O Vergen più che femina, sancta Maria beata, Più che femina, dico; on’hom nasce nemico; per la scriptura splico, nant’èi sancta che nata. Stando en uentre chiusa, puoi l’alma ce fo enfusa,4 potenza uirtuusa sì t’ha sanctificata. La diuina ontione sì te sanctificone, d’omne contagione remaneste illibata. L’original peccato ch’Adam ha semenato,8 omn’om con quel è nato: tu sè da quel mondata. Nullo peccato mortale en tuo uoler non sale, & da lo ueniale tu sola emmaculata. Secondo questa rima, tu sè la uergen prima,12 sopre l’altre soblima; tu l’ài emprima uotata La tua uergenetate, sopr’omne humanetate ch’en tanta puritate mai fosse conseruata. L’humilità profonda che nel tuo cor abonda,16 lo cielo se sprofonda d’esserne salutata. Virgineo proposito, en sacramento ascondito, marito piglia incognito che non fosse enfamata. L’alto messo honorato da ciel te fo mandato;20 lo cor fu pauentato de la sua annuntiata: Conceperai tu figlio, serà senza simiglio, se tu assenti al consiglio de questa mia ambasciata. O uergen, non tardare al suo detto assentare;24 la gente sta chiamare che per te sia aiutata. Aiutane, Madonna, cha l mondo se sperfonna, se tarde la responna che non sia auiuacciata. Puoi che consentisti, lo figliol concepisti,28 Christo amoroso desti a la gente damnata. Lo mondo n’è stupito conceper per audito, lo corpo star polito a non essere toccata. Sopr’omne uso et ragione hauer conceptione,32 senza corruptione femena grauedata. Sopre ragione et arte senza sementa lacte, tu sola n’ài le carte et senne fecundata. O pregna senza semina, non fu mai fact’en femina,36 tu sola sine crimina, null’altra n’è trouata.
Lo uerbo creans omnia uestito è ’n te uirginia, non lassando sua solia, diuinità encarnata. Maria porta Dio homo, ciascun serua l suo como;40 portando sì gran somo & non essere grauata. O parto enaudito, lo figliol partorito entro del uentre uscito de matre segellata. A non romper sogello nato lo figliol bello,44 lassando lo suo castello con la porta serrata. Non sirìa conuegnenza la diuina potenza facesse uiolenza en sua cas’albergata. O Maria, co faciui quando tu lo uidiui?48 or co non te moriui de l’amore afocata? Co non te consumaui, quando tu lo guardaui che Dio ce contemplaui en quella carne uelata? Quand’esso te sugea, l’amor co te facea,52 la smesuranza sea esser da te lactata? Quand’esso te chiamaua et mate te uocaua, co non te consumaua mate di Dio uocata? O Madonna, quigl’acti che tu haueu’en quigl facti,56 quigl’enfocati tracti la lengua m’àn mozzata. Quando l pensier me struge, co fai quando te suge? lo lacremar non fuge d’amor che t’à legata. O cor salamandrato de uiuer sì enfocato,60 co non t’à consumato la piena enamorata? Lo don della fortezza t’à data stabilezza portar tanta dolcezza ne l’anema enfocata! L’umilitate sua embastardìo la tua,64 c’ogn’altra me par frua se non la sua sguardata. Ché tu salist’en gloria, esso sces’en miseria; or quigna conueneria ha enseme sta uergata? La sua humilitate prender humanitate,68 par superbietate on’altra ch’è pensata. Accurrite, accurrite, gente; co non uenite? uita eterna uedite con la fascia legata. Venitel’a pigliare, ché non ne può mucciare,72 che deggi arcomperare la gente desperata.
III. Contentione infra l’anima et corpo
AVdite una ntenzone ch’è nfra l’anima e l corpo; battaglia dura troppo fin a lo consumare. L’anima dice al corpo: facciamo penitenza, ché possiamo fugire quella graue sentenza4
& guadagnar la gloria ch’è de tanta piacenza; portimo onne grauenza con delectoso amare. Lo corpo dice: turbome d’esto che t’odo dire; nutrito so ’n delicii, nollo porrìa patire;8 lo celebr’aio debele, porrìa tost’empazire: fugi cotal pensìere, mai non me ne parlare. Sozo, maluascio corpo, luxurioso, engordo; ad omne mia salute sempre te trouo sordo;12 sostieni lo flagello d’esto nodoso cordo, emprende sto discordo ché t’è ci opo danzare! Succurrite, uicini, ché l’anima m’à morto! alliso, ensanguenato, disciplinato a torto!16 o impia, crudele, & ad que m’ài redocto? starò sempr’en corrocto, non me porrò allegrare. Questa morte sì breue non mi sirìa ’n talento. Somme deliberata de farte far spermento;20 dagl cinque sensi tollere omne delectamento et nullo piacemento t’agio uoglia de dare. Si da li sensi tollime li mei delectamenti, siragio enfiato & tristo, pieno d’encrescementi;24 torrotte la letitia nelli tuoi pensamenti; megli’è che mo te penti che de farlo prouare. La camiscia spogliate et uesti sto cilizo; la penetenza uetate che non abbi delizo;28 per guidardone donote questo nobel pannizo, ché de coio scrofizo te pensai d’amantare. Da lo nferno recastela questa uesta penosa; tesseala l diauolo de pili de spinosa;32 omne pelo pareme una uespa orgogliosa; nulla ce trouo posa, tanto dura me pare. Ecco lo lecto; posate, iace en esto gratizo! lo capezal aguardace ch’è un poco de paglizo;36 lo mantellino cuoprite, adusate col miccio; questo te sia deliccio a quel che te uoglo fare! Guardate a lecto morbedo d’esta penna splumato! pietre rotonde uegioce che uenner dal fossato;40 da qual parte uolgome, rompome el costato; tutto son conquassato, non ce posso posare. Corpo, surge, leuate! ché suona matutino; leua su, sonocchiate en officio diuino;44 legge nuoue emponote perfine a lo maitino; emprende esto camino che sempre t’è opo fare. Como surgo, leuomi, che non aggio dormito? degestione guastase, non aggio ancor padito;48
scorsa m’è la regoma per lo freddo ch’ò sentito; el tempo non è fugito, lassame ancor posare! Et ó staisti a mprendere tu questa medicina? per la tua negligenza dotte una disciplina;52 si più fauelli, tollote a pranzo la cocina; ché questa tua malina penso de medecare. Or ecco pranzo ornato de delectoso pane, nero, azemo & duro che nol rosecara l cane!56 non lo posso enghiuttire, sì reo sapor me sane! altro cibo me dane, se me uoli sostentare. Per lo parlar ch’ài facto, tu lassarai el uino; né a pranzo né a cena non mangerai cocino;60 se più fauelli, aspectate un graue disciplino; questo prometto almino non te porrà mucciare. Recordo d’una femena ch’era bianca, uermiglia, uestita, ornata, morbeda, ch’era una marauiglia;64 le sue belle fateze lo pensier m’asutiglia; molto sì me simiglia de potergli parlare. Or attende l premio de questo ch’ài pensato; lo mantello artollote per tutto sto uernato;68 le calzamenta lassale per lo folle cuitato; et un disciplinato fin a lo scorticare. L’acqua che beuo noceme, caggio netropesìa; lo uino, prego, rendeme per la tua cortesìa!72 se tu sano conserueme, girò ritto per uia; se caggio nenfermarìa, opo me t’è guardare. Poi che l’acqua nocete a la tua enfermetade et lo uino noceme a la mia castitade,76 lassa lo uino & l’acqua per la nostra sanetade; sostien necessitate per nostra uita seruare. Prego che non m’occide! nulla cosa demanno; en uerità promettote de non gir mormoranno;80 lo entenzare ueiome che me retorna en danno; che non caggia nel banno uogliomene guardare. Se te uorrai guardare da omne offendemento, sirocte tracta a dare lo tuo sostentamento;84 & uorrome guardare dal tuo encrescemento; sirà delectamento nostra uita saluare. Or uedete l prelio ch’à l’omo nel suo stato! tante son l’altre prelia, nulla cosa ho toccato;88 che non faccian fastidio, aggiol’abbreuiato; finisco sto tractato en questo loco lassare.
IIII. De la penitentia
O Alta penetenza, pena en amor tenuta! grand’è la tua ualuta, per te ciel n’è donato. Se la pena teneme, èmme despiacemento; lo spiacere recame la pena en gran tormento;4 ma si aggio la pena reduct’en mio talento, èmme delectamento l’amoroso penato. Sol la colpa è nodio a l’anema ordenata; & la pena gli è gaudio en uertut’exercetata;8 lo contrario sentese l’anema ch’è damnata; la pena è nodiata, la colpa en delectato. O mirabil odio, d’omne pena signore! nulla receu’ingiuria, non sè perdonatore;12 nullo nemico trouite, omn’hom si è namore; tu sol el malfactore degno del tuo odiato. O falso amor proprio, ch’ai tutto lo contraro! molta recepe engiuria de perdonanza auaro;16 molti nemici trouiti, null’hom te troui caro; lo tuo uiuere amaro lo nferno ha comenzato. O alta penetenza, en mio odio fondata, acto de la gratia che fo per gratis data,20 fuga l’amor proprio con tutta sua masnata, che l’anema ha sozata en bruttura de peccato. En tre modi pareme diuisa penetenza: contrition è prima ch’empetra la ’ndulgenza;24 l’altr’è confessione che l’anema ragenza; l’altr’è satisfacenza de deueto pagato. Tre modi fa nell’anima peccato percussure: la prima offende Dio ched’è suo creatore;28 la simiglianza tolleglie ch’auea de lo Signore, & dàse en possessore del demone damnato. Contrition adornase de tre medicamente: contra l’offeso Dio dàgli dolor pognente,32 contra la deformanza un uergognar cocente, & un temor feruente che l demone ha fugato. Per lo temore cacciase quella maluagia schiera, la simiglianza rendeglse per la uergogna uera,36 per dolor perdonase l’offesa de Dio fera & en questa manera corre questo mercato. Confessione pareme acto de ueretade, occultata malitia reducta a chiaritade;40
per la bocca reiectase tutta la nfermetade; riman l’huom en sanetade, dal uitio purgato. Lo satisfare pareme iustitia en suo acto; fructificata morte fece l’arbor desfacto,44 fructificata gratia sì fa l’arbor refacto, ciascun senso fa pacto de uiuere regolato. L’audito entra en scola a mprendere sapienza, lo uiso getta lacreme per la grauosa offenza,48 lo gusto entra en regola en ordinata astinenza, l’odor fa penetenza, nenfermarìa s’è dato. Et lo tacto puniscese degli suoi delectamente, li panni molli spogliasi, uestese panni pognente,52 de castetate adornase guardata en argomente et far de sé presente a Dio molto è grato.
V. De cinque sentimenti
CInque sensi mess’on pegno ciascun d’esser el più breue; la lor delectanza leue ciascun briga breuiare. Emprima parla l’audito: i’ ò l pegno guadagnato; lo sonar ch’aio audito dal mi organo è fugato;4 en un ponto fo l toccato & nulla cosa n’à tenere; però ue douerìa piacere la sententia a me dare. Lo uiso dice: non currite, ch’i’ ho uenta la sentenza; le forme & color che uide, chiusi li occhi & fui en perdenza;8 or uedete l’armagnenza co fo breue abreuiata! la sentenza a me sia data non me par da dubitare. Lo gusto sì dà l libello demostrando sua ragione: la mia breuetà passa, questo non è questione;12 a l’entrar de la magione doi deta fo l passaio et lo delectar que n’aio che passò co somniare. L’odorato sì demostra lo breue delectamento: d’oltra mar uenner le cose per hauer mio piacemento,16 spese grande con tormento ce uedete che fuor facte; qual me ne remaser parte uoi lo potete iudicare! Lo tacto luxurioso ce uergogna d’apparire, lo delecto puteglioso lo uergogna proferire,20 or uedete l uil piacere quegno prezo ci à lassato! un fetor exterminato ch’è uergogna mentouare. Non fia breue lo penare ch’à sì breue delectanza; longo sirìa a proferire lo penar esmesuranza;24 homo, uedi questa usanza ch’è un ioco di guirmenella; posta ci ài l’anima bella per un tracto che uoi fare.
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The end
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