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Mafarka il futurista

Filippo Tommaso Marinetti · 1910 · Free in the US

60,075 words · about 4 h 12 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Filippo Tommaso Marinetti
Language
Italian
Published
1910
Length
60,075 words · about 4 h 12 min
Sections
14 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (14)

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Front matter

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Indice

Dedica

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Grandi Poeti Incendiarii! Fratelli Miei Futuristi! Gian Pietro Lucini, Paolo Buzzi, Enrico Cavacchioli, Aldo Palazzeschi, Corrado Govoni, Libero Altomare, Giuseppe Carrieri, Mario Puccini, Enrico Cardile, Luciano Folgore, Mario Betuda.

Ecco il grande romanzo esplosivo che vi promisi. — È polifonico come le anime nostre, ed è, insieme, un canto lirico, un’epopea, un romanzo d’avventure e un dramma.

Io sono il solo che abbia osato scrivere un simile capolavoro, il quale morirà per mano mia, un giorno, quando il crescente splendore del mondo avrà agguagliato il suo e lo avrà reso superfluo.

A scorno degli abitatori di Podagra e di Paralisi, quest’opera mia garrisce al vento della gloria come uno stendardo d’immortalità, sulla vetta più alta del pensiero umano; e il mio orgoglio di creatore ne è soddisfatto.

Non la difendete: guardatela, piuttosto, rimbalzare scoppiando, come una granata ben carica, sulle teste spaccate dei nostri contemporanei, e poi ballate, ballate un ballo guerresco, guazzando nelle pozzanghere della loro imbecillità, senza ascoltarne lo sciacquìo monotono.

Quando io dissi loro: «Disprezzate la donna!» tutte mi lanciarono improperî triviali, come altrettanti tenitori di postriboli, inviperiti da retata poliziesca! Eppure, io non discuto già del valore animale della donna, ma dell’importanza sentimentale che le si attribuisce.

Io voglio combattere l’ingordigia del cuore, l’abbandono delle labbra semiaperte a bere la nostalgia dei crepuscoli, la febbre delle chiome oppresse da stelle troppo alte, color di naufragio... Io voglio vincere la tirannia dell’amore, l’ossessione della donna unica, il gran chiaro di luna romantico che bagna la facciata del Bordello!

Io gridai loro: «Glorifichiamo la guerra!» e, da quel giorno, lo spavento, folle mano di ghiaccio, malmena loro la milza, brancicando bene addentro fra lo stomaco angusto e le fragili costole.

Quale pittore saprà stendere sulla tela il verdegiallo splendente che anima le loro guance, mentre essi vanno biascicando le litanie della saggezza delle nazioni e del disarmo universale?

Di tanto in tanto, essi si gettano, l’un l’altro, le braccia al collo, per riprender fiato prima di avventarsi in massa contro noi che siamo il Nemico da schiacciare, da schiacciare ad ogni costo!

Genìa grottesca e bassamente illogica, quella di cotesti adoratori della Pace!... Essi non capiranno mai che la guerra è la sola igiene del mondo! E non sono io forse un barbaro, almeno, per quei falsi devoti del progresso, i quali, per non assomigliare agli antichi Romani, si sono accontentati di abolire l’usanza del bagno quotidiano?

Ma non perdiamo tempo a considerare il fatale insabbiarsi dei loro cervelli da cui il mare s’allontana. Divertiamoci piuttosto a vedere come la loro inerzia vile, per atterrirci, si accenda ancora di frenesie inaspettate. Alcuni si scagliano contro di noi, e la loro rigidezza inamidata si scamicia per parer selvaggia. Altri vestono da festa il loro stile provinciale, per disapprovarci solennemente. Ma la loro stupidità pomposa diverte appena la sfaccendataggine generale, e, bisogna pur dirlo, i meno sciocchi se ne stanno, accosciati e taciturni, col naso nel boccale della loro ignoranza.

O fratelli miei futuristi! guardatevi in faccia l’un l’altro!... Ch’io sappia, voi non assomigliate affatto a costoro!... E potete dunque rassegnarvi a rimanere, voi pure, figli e schiavi miserevoli della vulva? E volete dunque, anche voi, strozzare il Futuro muggente e l’incalcolabile Divenire dell’uomo?

In nome dell’Orgoglio umano che adoriamo, io vi annuncio prossima l’ora in cui uomini dalle tempie larghe e dal mento d’acciaio figlieranno prodigiosamente, solo con uno sforzo della loro volontà esorbitata, dei giganti dai gesti infallibili.... Io vi annuncio che lo spirito dell’uomo è una ovaia inesercitata.... E noi lo fecondiamo per la prima volta!

1. Lo stupro delle negre

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— Cane! Scorpione! Vipera cornuta!... Lascia quella negra!... Ti proibisco di torcerle un capello!... Ma dove s’è cacciato il mio primo capitano?... Abdalla! Abdalla! Abdalla!...

Si udì un gemito di donna ferita, e, con qualche intervallo, il rumore di una lotta violenta, in un boschetto di fichi, a venti cubiti sotto i merli della fortezza, dall’alto della quale Mafarka-el-Bar, re di Tell-el-Kibir, sorvegliava la enumerazione dei prigionieri negri, gridando dei comandi ai suoi ufficiali.

— Abdalla! soggiunse il re; è laggiù, sul margine del terrapieno!... Presto! Afferra pel collo quel cannoniere, e gettalo nel fossato!

Echeggiò un grido straziante, e, poco dopo, si udì il colpo sordo e lontano d’un corpo caduto da una grande altezza su delle pietre.

— Padrone, t’ho obbedito!

Il gemito femminile si trascinò, affievolito, pel boschetto di fichi, e andò estinguendosi a poco a poco, mentre crescevano il tintinnìo delle catene e lo scalpiccìo dei piedi ignudi nella polvere.

— Quanti sono i nostri prigionieri?

— Seimila negri e quattromila negre. Ma eccone altri.... Ecco la seconda colonna che s’avanza.

— E il bottino?

— Tre mitragliatrici, duecento fucili, cinquanta barili di rhum e cinquecentomila scatole di conserve... Abbiamo catturato trecento tori, duemila cammelli e mille dromedarî.... Ci sono, inoltre, più di quarantamila gabbie di galline.

E frattanto, le vôlte delle caserme, sotto le mura, echeggiavano d’un gridìo incessante di pollame, di donne e di marmaglia, rotto a tratti dalle bestemmie e dagli sputacchi sonori degli ufficiali adirati, che contavano senza fine maschi e femmine, mentre passavano a tre a tre, cacciandoli avanti a frustate.

I nitriti dei cavalli, i muggiti delle vacche, il rumore delle catene, l’urlar dei negri sotto gli scudisci irti di chiodi, scandevano lo scorrere torrenziale e monotono di quel grande armento invisibile, di cui si poteva seguire il cammino osservando i nembi di polvere che si levavano dal fondo delle vie, come fra muri in demolizione.

L’atmosfera ne era gonfia; un’atmosfera incandescente e color d’ocra, nella quale la voce delle sentinelle sembrava fare dei buchi neri.

A quando a quando la brezza ovattata del deserto si levava a stento, come per lo sforzo d’un braccio estenuato, e raffiche di fetore pas- savano allora sulla città. Era un fetore acido e melato, che inzuccherava e graffiava a un tempo le narici....

Mafarka-el-Bar dilatava le sue, ancora otturate dalla sabbia sollevata dalla battaglia, sforzandosi di respirare quell’alito fosforoso che rievocava, per lui, innumerevoli cadaveri neri sparsi per le pianure e arrostiti dal sole, tutt’intorno alla città.

Veniva da tutti i punti dell’orizzonte, quel sinistro odore di carnaiò; ma la sua virulenza acre e muschiata si esagerava terribilmente verso l’ovest, laggiù, sul tragico ponte di Balambala, dove venivano trascinate in quel momento le famose Giraffe da guerra, mostri bizzarri di legname e di ferro, il cui collo multicolore s’allungava smisuratamente, e che s’avanzavano con un’andatura trepidante e restìa.

Il capo supremo stette a lungo ad ascoltare il loro ballonzolìo fragoroso e intermittente, che risuonava fin nelle viscere della città, come una risacca di lava nelle profondità delle caverne vulcaniche. Poi, egli si affacciò di nuovo fra due merli per interrogare ancora il suo primo capitano.

— Dov’è Muktar?...

— È là, anche lui, sul ponte di Balambala.... Non vedi la sua galabieh vermiglia?... Egli fa racconciare dai suoi funai la pancia schiattata della più grande Giraffa da guerra.

— Con che cosa la racconciano?

— Con della corteccia di palmizio, molto più solida del cuoio fornito da quel furfante di Sabattan!... La sua avidità di mercante ladro ci ha ritardata la vittoria, questa mattina!...

— Che ne hai fatto, di quel traditore?

— L’ho fatto incatenare, durante la mischia.

— Non era necessario.... Quella mala bestia non mi fa certo paura. Lo rimetterai in libertà, quando le porte della città saranno chiuse.... Quella di Balambala deve rimanere aperta ai fellah. Tu sorveglierai, in persona, quel passaggio, ed anche la prigione di Gogorrù. A proposito: come va l’appetito del nostro caro prigioniero?

— Vostro zio Bubassa ha mangiato stamane due grandi scodelle di hallahua e un rotolo di karamendin.

— Bene!... Abdalla, va a dire a mio fratello Magamal che lanci subito le sue spie verso tutti i punti dell’orizzonte, e che ritorni, fra un’ora, con notizie precise!

Quando la meridiana della torre di Gogorrù segnò il mezzogiorno, Mafarka-el-Bar salì sulla terrazza della cittadella, la cui mole torrida e abbagliante di calce sembrava vogare nel cielo come una nuvola, sulle cime ondeggianti dei palmizî, fra un soave tubare di tortore felici.

Con un gesto agile egli liberò dalla tunica di scorza le sue spalle color di rame, e, nudo fino alla cintola, alzò al cielo le braccia tatuate d’uccelli, cantando con la sua gran voce azzurra:

— Allah! Allah! Allah!

Egli aveva la disinvoltura e la robustezza di un giovane atleta invincibile, armato per mordere, per strangolare e per atterrare. Il suo corpo troppo compatto, troppo vivo e quasi frenetico sotto una peluria fulva e una pelle chiazzata, come di serpente, sembrava dipinto coi colori della fortuna e della vittoria, al pari dello scafo di una bella nave. E la luce lo adorava certo appassionatamente, poichè non cessava d’accarezzargli i pettorali ampii, tutti a groppi d’impazienti radici, e i bicipiti che parevan di quercia, e la muscolatura inquietante delle gambe, alla quale il sudore dava luccicori esplosivi.

Il suo volto franco, dalle mascelle quadrate, aveva il colore delle terrecotte più belle; la sua bocca era grande e sensuale; il suo naso, fine e piuttosto corto; il suo sguardo, tenace. Gli occhi, d’un bel nero dorato di liquirizia, fiammeggiavano violentemente al sole, troppo vicini fra loro, come quelli degli animali da preda; ma spesso sembravano liquefarsi sotto la frangia delle ciglia, esagerando il pallore opaco di una fronte mite, coronata d’irremovibile volontà dai capelli foltissimi, corti e piantati vicini alle sopracciglia.

— Allah! Allah! cantò egli ancora, con la sua bella voce dalle sonorità glauche e trasparenti, che sembrava avesse attraversato il mare.

E quella voce volava infatti, a volo spiegato, da un continente all’altro, sorpassando l’ondeggiare onnicolore delle cupole e dei pinnacoli, le piazze ribollenti di folla e le maestose ondate di verdura chiuse fra le candide dighe dei bastioni, che torri gialle interrompevano qua e là, ripercuotendo fino ai limiti del deserto il grido ieratico:

— Allah! Allah! Allah!

Era quello il segnale del riposo concesso dal capo supremo al grande esercito arabo, estenuato per la battaglia del mattino e gorgogliante ora nelle viuzze anguste della immensa città, come un’acqua sotterranea e minacciosa.

Quasi non si vedeva, quell’esercito, ma il suo sudore fumante e il suo tragico alito salivano globulosamente — come dalle finestre di un calidario — su, verso il cielo, dove la battaglia continuava ancora.

Nel cielo, un’imperversare di freccie verdi, un aggrovigliarsi di lancie nere, un crollar di massi incandescenti sul petto in fusione del Sole, che, ritto e tutto ignudo sullo zenit, si difendeva ancora vittoriosamente, facendosi turbinare intorno al capo una terribile scimitarra bianca. Fantastica ruota, di cui la sua faccia era il mozzo furibondo che girava velocissimo, in mezzo alla danza guerresca dei raggi alcoolizzati, alla rissa dei cembali e al garrire delle bandiere entusiastiche che la follia aveva piantate sulle cime lontane e sui morbidi divani delle colline.... e laggiù, più lontano ancora, sugl’isolotti ostinati che spezzano flutti di zaffiro.... e dappertutto, e dappertutto, sem- pre più lontano, vedete?... nel ventaglio dell’orizzonte, che riabbatte sulla terra l'alito immenso, avventuroso, assurdo dell’Eterno!...

— Allah! Allah!... gli rispose il formicolìo grigiastro dei soldati sui bastioni, le cui muraglie alte cento cubiti acciecavano come tanti specchi giganteschi sotto i loro merli puntuti in forma di burnù.

E frattanto, le pianure sabbiose dello zenit fremevano sotto il galoppo del Sole, che cavalcava a bardosso la sua indomabile giumenta nera, convulsa di velocità.... Eccone la schiuma abbagliante ed eccone la sferzante criniera!... Arrovesciate il capo e vedrete i suoi zoccoli d’oro massiccio, che scalpitano nella bragia. Ma guardatevi dai suoi escrementi di caldo soffocante, che piombano dall’alto, accoppando uomini e bestie!...

— Allah! Allah! rispose infine la folla delle galabieh turchine che formicolava in fondo al mercato e sulle terrazze sovraccariche di metalli rilucenti, di tappeti animati e di gabbie d’uccelli loquaci.

La città di Tell-el-Kibir aveva preso, da due giorni, un aspetto insolito. Impossibile circolare nelle sue vie rigurgitanti di gente, dove passavano di tanto in tanto dei carri pieni d’uomini ritti, aggrappati gli uni agli altri e sobbalzanti come fasci mal legati. Ma i tumulti della folla impantanavano ad ogni istante i cavalli, e i veicoli, immobili sotto i loro cocchieri furibondi, parevano allora isolotti sradicati e galleggianti sull’irrompere di un torrente devastatore.

Risse e parapiglia vi formavano continuamente dei gorghi di braccia e di bastoni alzati, di cui si divertivano rumorosamente le donne e i fanciulli che traboccavano dai balconi traforati delle moschee.

Anche queste erano state invase, come tutti gli altri edifici, dalle tribù del deserto che fuggivano davanti agli eserciti inondanti di Brafane-el-Kibir.

Popolazioni intere si erano ingolfate per le porte della città, recando le loro ricchezze ammucchiate su carri tratti da bufali, ed affluendo interminabilmente, da ogni parte, come altrettanti rivi che colassero in un’unica cisterna.

Ma, ad un tratto, una notizia trionfale era corsa per tutte le case, facendo sbattere di gioia tutti i cuori, così come un vento impetuoso fa sbattere le porte.

Si diceva dappertutto che Mafarka-el-Bar aveva detronizzato suo zio Bubassa, con un audace colpo di mano, assumendo subito la difesa della città e il comando supremo dell’esercito.

Quella sera, le lancie delle sentinelle, sui bastioni, avevano subitamente brillato di una speranza di vittoria che non doveva rimaner delusa.

Infatti il petto di Mafarka, più forte di una diga, aveva ricacciato indietro l’oceano di bitume che orlava le colline fulve, sfiorate, al- l’orizzonte, da grandi nuvole striate e palmate di turchese.

Non gli venivano forse incontro per rendergli gli omaggi supremi, quei radiosi cetacei aerei, dalle pinne splendenti, la cui disinvoltura elastica rapiva lo sguardo, e che navigavano voluttuosamente pel vasto cielo, verso la città di Tell-el-Kibir?

E il vento le traeva pianamente; un vento torrido e nudo, dal corpo melodioso tutto rorido di sale marino, come un palombaro; un vento equilibrista, che spiccava un salto, passando al disopra della cittadella e gettava a palate, ai piedi di Mafarka, aromi violetti, acri fetori e rosse grida di marinai.

Poichè la flotta intera salutava in Mafarka il proprio ammiraglio, con tutte le sue bandiere luminose scivolanti su pei cordami e simili alle faville di un incendio agonizzante.

Ed egli si protendeva al di fuori, per contemplare, a trecento cubiti sotto ai suoi piedi, le sete abbrividenti e dorate del mare, che i fili della luce, pioventi giù dalla matassa delle nubi, tessevano all’infinito, sulle alberature intricate, con un andirivieni di gigantesco telaio.

Mafarka fece lentamente il giro della terrazza, affacciandosi a quando a quando al parapetto, verso il quale salivano a vicenda gli schiocchi delle vele, lo stridìo arrugginito dei maiali e il muggito violaceo dei buoi che si lamentano nelle profondità delle fattorie.

Ad un tratto egli si voltò, come se un uc- cellaccio nottivago lo avesse sfiorato. Kaim-Friza, il gran capo degli agricoltori, era dietro di lui e gli s’inchinava.

Addossato alla balaustrata, Mafarka ebbe un movimento di ripugnanza al guardare quel sordido nano che ansava in una galabieh rossastra e infangata, e che a tratti spingeva fuor dalle spalle una piccola testa grinzosa di tartaruga.

Il re non aveva mai potuto vincere il sentimento di repulsione che gl’ispirava quell’essere meschino e scaltro, quantunque fossero grandissimi i servigi che egli aveva reso alla città con una saggia legislazione agraria.

— Sta lontano da me, amico mio, perchè puzzi di letame.... E, davvero, io ho singolarmente delicate le narici, questa mattina, dopo tutti i profumi di cadaveri di cui Dio mi ha gratificato.... Ah! Ah! i miei scherzi ti dànno fastidio, lo so.... Ebbene: che cosa vieni a comunicarmi?... Capisco.... capisco.... Tu mi supplicherai di metter fine alla guerra per non affamare il popolo!... La miseria delle campagne... So, so tutto! E me ne infischio!

Poi, prendendo Kaim per un braccio:

— Vieni qua! soggiunse. Ah! ah! vedesti mai un paese più fertile di questo? Guarda che bella campagna, tutta vibrante sotto gli occhi calcolatori e precisi del Sole!... Oh! il Sole è veramente il nostro migliore agricoltore.... il maggiore e il più abile agricoltore dell’Africa! Egli è smontato poc’anzi dalla sua cavalla di guerra, e vedrai, com’egli sappia sbrigare da solo il lavoro di tutto un popolo di fellah!

Infatti, sotto il suo enorme turbante d’oro massiccio, l’Astro avido era nudo da capo a piedi, e la sua immensa statura grondava tutta d’un sudore solfureo, e il suo vasto petto di calore bianco ansimava sulla terra, mentre egli lavorava senza posa, onnipresente.

— Eh! Eh! la Maestà vostra ha diritto di scherzare, lo so!...

— Certamente, Kaim.... certamente!... Io voglio scherzare, e ne ho diritto!... Credi forse che codesto ammasso di morti possa offuscare la mia ebbrezza?... I tuoi discorsi m’annoiano.... Ah! ah! tremi!?... Tu hai paura! Via! Via! non ho ombra di odio contro di te!... È perchè sono molto soddisfatto del bottino!... Un bottino magnifico, sai?... Duecento fucili, seimila negri, quattromila negre, trecento tori!... Come! Ti par poco, forse?... Infatti non ne capisci niente!

«D’altronde, di che ti lamenti?... La battaglia di stamane ha accumulato sui campi dei concimi imprevisti! Tutti quei mucchi di cadaveri neri, lucidi, fumanti e quasi liquefatti sul verde polveroso delle praterie non stanno forse per trasformarsi in tanti letamai dai sontuosi riflessi d’ebano, per rallegrare gli occhi avari del Sole proprietario.... ed i tuoi, mio primo ministro?

— Mafarka! Mafarka! Mio sovrano!... Pensa quanto sarebbe vantaggiosa la pace, per la costruzione dei canali d’irrigazione che io cominciai l’anno scorso!

— Oh! via!... Me ne infischio, dei tuoi canali!... Amo la guerra, io!... Capisci? E il mio popolo l’ama altrettanto!... Gli uomini delle campagne possono nutrirsi di sterco! Ne sono degni!.. E il Sole, del resto, basta da sè a lavorar la terra!... Ma guarda, dunque, imbecille! Le sue dita di raggi interminabili affondano nel solco fecondato, per cuocervi con una sollecita carezza i germi impazienti.... Lascia, lascia che quelle dita meticolose coltivino le nostre insalate future nelle viscere putrefatte dei negri! Ed abbi fiducia in questo buon Sole contadino, che abbraccia tutti i suoi poderi in uno sguardo cocente e paterno!

— Io non vedo, davanti a me, che l’immensa tavola pitagorica della morte, con le sue linee d’alberi pazzi di vento, d’uccelli e di nuvole, ma tutti incatenati o podagrosi....

— No! Tu solo, sei incatenato e podagroso.... Io vedo, da ogni parte, delle belle praterie di forza scarlatta....

— Bada, Mafarka, a questi triangoli di aspra ambizione verde! disse il nano.

E poi soggiunse, come in sogno, perso lo sguardo nella lontananza:

— Periremo tutti in questi cespugli d’invidia spinosa e su questi pendii di disperazione scoscesa!... Io sento che la mia mente si smarrisce tra profumi sconcertanti che si adergono come problemi terrifici.... Una volta i ruscelli si torcevano amorosamente, come braccia di freschezza, per stringere al cuore della città tutta la verzura dei prati, lustrata dalle spazzole di una luce precisa.... Ahimè! le nostre campagne sono spopolate, oggi, e abbandonate al nero galoppo delle innumerevoli cifre sconosciute che si addensano nelle monotone algebre del deserto!

Queste ultime parole furono accompagnate dal rumore di una sakieh, che gemeva nell’estrarre singhiozzi e lagrime dal petto della terra.

E Kaim concluse:

— Ricordati, Mafarka, che ad onta delle tue conquiste, girerai sempre intorno all’implacabile Io che irrora il tuo corpo di un po’ di volontà sanguigna e nervosa...

Mafarka non lo ascoltava, tutto intento a guardare sotto di sè, a picco, attraverso il magro fogliame di un fico, l’asino dagli occhi bendati che muoveva la ruota, e lo scintillare dei secchi, che riflettevano per un momento la faccia del sole meridiano e si vuotavano ridiscendendo nei pozzi del suolo.

— Ah! no! no!... È stupida, questa fantasticheria!... Taci, e fiuta piuttosto questo buon odore di pane caldo e di terra arata... Vi s’indovinano anche la lavanda e il timo, e sopratutto il sangue rappreso... Una voluttà nostalgica punzecchia il mio corpo indurito dai viaggi e dalle guerre, e le mie labbra riarse, che hanno disimparata l’ebbrezza dei baci, cercano nel vento il tenero profumo di una vergine!... Sì! voglio una vergine ardente, elastica e vaporosa come quelle vele che laggiù, fra le sete del mare, sembrano camminare in ginocchio, tanto sono spossate dal caldo e tanto hanno goduto sui cuscini dell’alcova marina!...

A queste parole, Kaim si avvicinò a Mafarka, e mormorò cautamente:

— Vuoi, mio re, che io ti conduca qui Biblah, la bella schiava di Bubassa?

Ma Mafarka lo respinse con un gesto duro.

— Ah! ah! sogghignò, — avevo dimenticato uno dei tuoi innumerevoli mestieri!.... No! Vattene!

E il re non si degnò di salutare, nemmeno con un cenno lieve, il nano, che si allontanò pel sentiero degli spalti.

Una voce scintillante echeggiò allora sotto la balaustrata:

— Mafarka! Mafarka!

E il re si affacciò di nuovo, rosato il viso di una intensa gioia.

Era Magamal, il suo fratello adorato, che correva a lui. Era il guerriero adolescente il cui corpo di caucciù balzava impetuoso, vivace e carezzevole a un tempo, nella fiamma volante della polvere sollevata.

Egli era quasi nudo, poichè aveva gettata indietro la pelle d’onagro che una cintura di rame stringeva sulla snellezza dei suoi fianchi. Una volontà febbrile faceva vibrare tutte le sue membra sottili che avevano, a volta a volta, grazie femminee e sussulti di belva in agguato.

— Ebbene, Magamal?... Sono tornate le spie?... E le hai interrogate? gli domandò Mafarka abbracciandolo.

— Vuoi interrogarli tu stesso? replicò il giovanetto abbassando lentamente le lunghe ciglia sui suoi grandi occhi di lama, cerchiati d’un’ombra azzurrognola. — Ci aspettano alla porta di Gogorrù... Efrit e Asfur sono qui. E indicava due cavalli ammirabili, che uno schiavo negro conduceva per la briglia.

Efrit, il più grande, era di una bianchezza abbagliante, e aveva una sella di seta verde dalle grandi staffe d’oro, largo e possente il petto, muscoloso il collo ben curvo, in forma di rampone, piccola ed aggraziata la testa, illuminata da due grandi occhi di gomma nera e trasparente sotto il ciuffo capriccioso, larghe le nari, che fiutavano il fuoco del deserto. Esso portava la coda in fuori, signorilmente, arcuata come l’ansa d’un bel vaso prezioso, e i suoi fianchi, incessantemente scolpiti dalla palpitazione delle vene, facevan pensare a balzi stravaganti di palla e a galoppi suicidi su un campo di battaglia senza confini. Era quello il cavallo di guerra di Mafarka-el-Bar.

Asfur somigliava ad Efrit come un fratello, ma era di pelo chiazzato, aveva una sella turchina, e mille grazie improvvise nei movimenti delle zampe, e un languore timido negli occhi.

Mafarka gli accarezzava amorosamente il petto, mentre rispondeva a Magamal:

— No, tu devi saperne abbastanza. Che cosa hanno visto?... Hanno potuto calcolare le forze dei negri?

— Fratello! disse Magamal con angoscia, tendendo le mani. — Fratello! siamo perduti, perchè i nostri nemici sono innumerevoli!

A queste parole, Mafarka ebbe un violento sussulto, aprì le braccia, ed ergendosi quanto era alto, come si brandisce una torcia per rischiarare tenebre piene d’insidie, gridò:

— Ebbene: meglio così! Io non li temo!... Magamal! Magamal! soggiunse, stringendosi al petto il fratello; guai a te, se mai ti accada tremare davanti al pericolo!

— Io non tremo, fratello!

— Oh! lo so, che sei coraggioso! Ma ho in orrore questa tua ridicola sensibilità femminea che ti lancia talvolta in folli esaltazioni e ti schiaccia, poco dopo, sotto debolezze infantili... Ascoltami bene! codeste gaiezze subitanee e codeste inesplicabili tristezze, bisogna abolirle, oggi!... Fratello mio.... lo sento, che tu non hai i miei muscoli di catapulta, per soffocare un nemico fingendo di abbracciarlo! Ad onta di tutti gli sforzi della tua volontà, il tuo corpo è rimasto tenero e fragile come un corpo succoso di fanciulla. I tuoi occhi, fatti pei baci, non sono, come i miei, spauracchi per gli uccellacci di malaugurio; ma bisogna indurirli, questi occhi, e armarli di artigli come i miei!

Egli camminava a lunghi passi sulla terrazza della cittadella, forando violentemente, con un gesto avido, la profondità gialla dell’orizzonte, gonfio di minacce e d’impossibile; e a quando a quando egli si voltava verso il fratello, e stringendone dolcemente il capo fra le larghe mani, lo guardava in fondo agli occhi, con la tenerezza soave di una madre.

Subitamente, gridò:

— Gli eserciti di Brafane-el-Kibir c’imprigionano da ogni parte. Lo so!... Ho indovinato tutto: anche quello che tu non hai osato dirmi.... I cortei senza fine dei loro carriaggi, che vengono da tutti i canti dell’Africa, come torrenti a migliaia verso i fiumi.... E questi fiumi s’ingrossano e si moltiplicano per gonfiare il mare... Che dico, il mare?... È un oceano tenebroso, che noi dobbiamo respingere!... Ma che importa?... Io sputo su di loro tutto il mio disdegno, e li sfido tutti, con tutte le loro cavallerie formidabili e con Gogorrù stessa, la nera dea delle battaglie, che li guida contro di noi!... Essi non potranno resistere alle folgori puntuali della mia volontà. Che ne pensi, Magamal?

— Io ho fede nella tua potenza, fratello!

— Abbi fede, piuttosto, nella tua, e obbedisci soltanto alla tua anima che arde dal desiderio di domare il tuo destino!... Sii il figlio devoto della tua ambizione! È lì, nei tuoi occhi, l’idea unica che sempre fiammeggia quando tutto dorme nella tua anima!... Io la vedo! Si chiama Dominazione!

Allora Mafarka afferrò pei fianchi il fratello, con un gesto facile, e lo alzò, ritto, fra due merli, dicendo:

— Guarda, Magamal.... guarda laggiù, ai confini delle sabbie!... Non vedi delle torri rossigne e fumose?... Sono quelle del regno di Faras-Magalla! E quel regno è tuo!...Io te lo darò, non appena la muraglia degli eserciti nemici sarà sfondata!

Subito, Magamal si svincolò dalle braccia del fratello, con la flessibilità di una serpe, e si mise a correre per la terrazza, ballando e saltando. La sua voce era rotta da un’angoscia inebbriante, e i suoi gesti sbandati sembravano sparpagliarla a tutti i venti del cielo:

— Mafarka! tu vincerai! Ne sono sicuro!... Lo romperemo, lo romperemo, questo cerchio d’ebano e di fuliggine!... Grazie, fratello! Hai promesso!... Ricordati che hai promesso di darmi una corona!

E batteva le mani, e tutto il suo corpo era agitato dalla gioia, come uno scolaro in libertà nell’aperta campagna.

— Ah! respiro! — gridava ancora; — io respiro con una voluttà intensa il vostro alito d’olio puzzolente, o voi, negri miei amatissimi, miei futuri sudditi!... Vi sento già tutti nella mia bocca, e vi mastico con delizia, come tanti bei fichi maturi... Presto v’inghiottirò, e senza sputare la buccia!... Ah! ah!...

Ma il fratello l’interruppe con un gesto grave.

— Questa sera — disse — la battaglia ricomincerà, ancor più terribile che non sia stata stamane. Non dimenticare, se mai la fortuna si volgesse contro di noi, non dimenticare d’irrigidirti contro i brividi della disperazione!... Morditi la lingua e anche le labbra, furiosamente, tre volte.... e bevi il tuo sangue come un liquore squisito.... Poichè abbiamo anche noi una gobba, come i dromedarî, per dissetarci.... Tu l’hai nel petto, e puoi bervi finchè tu voglia!... È questo il segreto del mio buon umore inalterabile, quando la morte mi dà dei gambetti!

Poi Mafarka si oscurò in viso e abbassò la testa. Magamal si accorse che egli masticava parole incomprensibili, gesticolando nervosamente. A tratti, egli si stropicciava i capelli, la fronte e le guancie, con ira, come per l’impazienza di trovare la soluzione difficile di un problema.

Infine, Mafarka si gettò bocconi nella polvere, e risollevandosi subito, d’un balzo, tese le mani e alzò gli occhi verso il Sole, cantando:

— Sole! Cratere di vulcano!... Eccomi davanti a te! Avvicinati... che io mi senta sul petto il tuo largo e torrido bacio!... Versami sul cuore la tua lava!... Inesauribile fonte di coraggio, inondami! Suggello di Dio, chiudi per sempre la pergamena raggrinzita del mio miserabile passato, perchè io squarci il velo del mio futuro!... Da te, da te aspetto l’abbagliante inspirazione. Bisogna, ad ogni costo, che io respinga l’immensa marea nera dei miei nemici, con gli speroni taglienti di queste mura granitiche, perchè la mia città, gonfiando le sue cupole come vele, galleggi ancora nell’azzurro infinito, sotto i suoi superbi minareti rosati e cullati dall’ebbrezza delle vittorie, nel gran grido oltremarino dei muezzin... Che mi domandi in cambio del mio trionfo?... Il mio sangue, il mio nome, e il sangue del mio popolo, e quello di mio fratello?... Che cosa esigi?... Io devo vincere!... Come potrò? Che mi consigli?

A queste parole, il Sole fece impennare la sua cavalla nera dalla criniera incandescente; poi, con un violento strappo alle redini, si avventò, a galoppo, contro un ammasso di nuvole grasse...

Mafarka, colla faccia rivolta al cielo, prese a gridar di gioia, chiamando il fratello:

— Magamal! Magamal!... Alza gli occhi!... Hai visto anche tu il simbolo dei voleri solari?... Hai visto anche tu la cavalla nera impennarsi e balzare sotto il Sole che la sprona?

— Sì, fratello mio... Vedo il Sole che galoppa... Il suo turbante d’oro massiccio si nasconde dietro una cortina di nubi!... Non è per darci un consiglio d’astuzia?

Allora Mafarka proruppe in altissimi urli di gioia, spavaldi e rossi come le ultime frecce che un esercito vittorioso scaglia contro le mura di una città affamata, prima di forzarne le porte.

— Ho capito, ho capito, o Sole!... Tu mi riveli così le intenzioni del nemico, e mi annunci che domani i negri spingeranno tutte le loro cavallerie contro le colline di Gogorrù e sui fianchi disarmati della mia città! Ma io vi sarò prima di loro! La tua faccia luminosa che ora si vela, mi consiglia d’ingannarli con uno stratagemma, affinchè si massacrino fra loro, con le loro proprie armi!... Ti ringrazio, o Dio!

Poi, rivolgendosi al fratello:

— A cavallo!... a cavallo!... gridò. — Vieni con me, Magamal!

E Mafarka balzò in groppa ad Efrit, e ritto sulle staffe, facendosi schermo agli occhi con la mano tesa, esplorò lungamente le sabbie lontane. Infine, spronò crudelmente la bella cavalcatura.

Asfur seguì Efrit, e tutti e due corsero via velocissimi, con balzi di capra, agilità d’anguilla e scaltrezze scimmiesche sugli scoscendimenti del sentiero di ronda, che precipitava in ripida china verso i bastioni.

Dei zig-zag e dei gomiti bruschi li spingevano ad ogni momento su mucchi di calcinacci, su pezzi di muro crollati e su mostruosi grovigli di cadaveri scorticati e fangosi, che friggevano al sole la loro carne violetta, nell’olio ronzante delle mosche accanite.

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