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L'uomo di mondo

Carlo Goldoni · 1907 · Free in the US

21,132 words · about 1 h 29 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1907 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=L'uomo_di_mondo&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Carlo Goldoni
Language
Italian
Published
1907
Length
21,132 words · about 1 h 29 min
Sections
8 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (8)
  1. Front matter under 1 min
  2. Lettera di dedica about 4 min
  3. L’autore a chi legge about 2 min
  4. Personaggi under 1 min
  5. Atto I about 30 min
  6. Atto II about 26 min
  7. Atto III about 23 min
  8. Nota storica about 4 min

Continue:

Front matter

ct ct

Questa Commedia fu rappresentata per la prima volta in Venezia nel Teatro di S. Samuele nell’anno 1738, non come presentemente si legge, ma per la maggior parte all’improvviso.

Indice

Lettera di dedica

ct ct ct ct

ON so, se l’EE. VV. più si ricordino di una grazia accordatami, tre anni or sono. La cosa non merita di avere occupato per tanto tempo la loro memoria, ma io sì l’ho sempre avuta presente, e ho sospirato il momento di profittarmene. Nel loro Palazzo (antichissima abitazione de’ Memi sino ai primi tempi della Repubblica) venni per essere favorito da uno, e partii onorato da due. Mi fu concesso in quel giorno, che io potessi decorare le opere della mia edizione col nome grande di una sì illustre Famiglia, e per colmo di grazia, che potessi imprimere fra i nomi de’ miei Protettori, quelli di due Fratelli, di tanta virtù e di tanta gentilezza forniti. Viveva in allora l’Eccellentissimo Signor Cavaliere Andrea di gloriosissima ricordanza, stella luminosissima di questo Cielo, che nei Governi, e nel Senato, e nel Collegio Serenissimo, e dappertutto, e sempre, fe’ salire sino all’ultimo grado la sua virtù, il suo zelo e l’amore per la Patria, per la verità e per la giustizia, nemico dell’interesse, nemico della vanità e della pompa, e amico solo del pubblico bene, al quale ha consacrato tutti i giorni della sua vita, non meno fertile di pensieri e robusto, ottuagenario ancora, quale brillar si vide nell’età più vegeta nei più malagevoli impieghi estemi delle Imbasciate, memorabile fra le altre quella in Costantinopoli, ove in carcere ancora nelle sette Torri esigeva stima e rispetto sino dai Ministri Ottomani. Ebbi parecchie volte l’onore di sedergli dappresso alla sua tavola, mercè di loro, degnissimi signori suoi Nipoti; e quantunque avesse occupato sempre lo spirito dai gravissimi pesi della Repubblica, non isdegnava discendere meco a ragionamento sulle Comiche mie fatiche. Ei che pensava sempre alla felicità del Paese, credeva coll'egregio, celebratissimo , e coll’eruditissimo Marchese , e con tanti altri antichi e moderni saggi, accreditati scrittori, che le morate Commedie utile cosa fossero, e da desiderarsi da un ben regolato Governo. Non so, se Voi, Eccellentissimo Signor Andrea, mosso prima dalle fondate massime di uno Zio sì celebre e sì accreditato, ovvero dai proprj pensieri, innamorati della Verità niente meno di lui, sino da’ primi anni, nei quali la giovinezza poteva giungere a conoscere il bene e a preferire il meglio, pensaste a rinvenire i buoni principj e le sicure tracce, per procacciare al Paese vostro questa parte di pubblico bene, coll’idea di togliere dai Teatri le oscene, mal tessute Commedie, e altre castigate, piacevoli sostituirne. Frattanto che da Voi lavoravansi i bei disegni, fec'io ritorno in Patria, dopo l’assenza di quattro anni, e siccome qualche saggio aveva io dato al pubblico di una simile mia inclinazione, avendola coll’esempio degli stranieri animata assai più, mi diedi di proposito a coltivarla, per quanto mi permisero gli scarsi talenti miei. L’opera mia ottenne dal pubblico un clementissimo aggradimento; l’ottenne ancora dall’Eccellenza Vostra, e quantunque fosse in allora, e sia di presente non meno, distante troppo dalla lucida vostra mente la mia, aveste però la degnazione di dirmi avere io prevenuto il progetto da Voi formato, e lasciare a me il carico di proseguirlo. Mi onoraste comunicarmi i vostri savj divisamenti, e li trovai sì bene fondati, che mi consolai meco stesso e coll’Italia nostra, che volea dar principio a risvegliare gl’ingegni per trarsi di dosso le spoglie servili della Commedia sì mal corrotta. Questa, che a Voi ed al degnissimo Fratello Vostro umilmente raccomando e consacro, è una di quelle da me date al pubblico all’impazzata, in tempo che non erami ancora formato in mente il novello disegno. Pareva in allora, che non valessero i Comici per una Commedia interamente studiata, e che il pubblico non avesse d’accostumarsi a soffrirla, onde la scrissi in parte, e in parte lasciai in balìa de’ Comici il dialogarla. Vidi in progresso guanto era pericoloso affidar i Caratteri e le parole di una Commedia ai recitanti, per lo più senza studio e soggetti a non avere ogni giorno la stessa lena, onde pensai a tessere interamente dopo le mie Commedie, e alcune delle mie, ch’erano in parte scritte, proposi di volere stendere intieramente. Questa è una di quelle; se la ricorderà forse V. E. col titolo nostro Veneziano Momolo Cortesan, e vedrà ora la differenza che passa fra la Commedia scritta e la non scritta, e tanto più si confermerà nel saggio pensiere, e verso di me si accrescerà nell’animo suo la favorevole propensione.

Voi pure, Eccellentissimo Signor Bernardo, che di più alti studj vi compiacete, so che non isgradite le comiche mie fatiche, siccome quelle che dal Fratello Vostro vengono favorite, e dalla nobilissima Genitrice Vostra benignamente protette. So che a due Fratelli sì illustri e dotti, quali Voi siete, altro maggior tributo si converrebbe; ma permettetemi, che ora non pensi al Sangue eccelso da cui traeste i natali, all’aureo Corno, che ben tre volte ha coronato i vostri maggiori, alle Imbasciate, ai Governi, alle dignità primarie, che li ha in ogni secolo decorati, ne alle parentele insigni, nè agl’infiniti meriti della vostra benemerita, antica, rinomata Famiglia, che, a ciò pensando, mi avvilirei giustamente dentro di me medesimo, e mi ritirerei dal pensiere di presentare un’opera mia al pubblico, onorata del nome Vostro. Ma Voi mi avete, come dissi a principio, la grazia accordata di poterlo fare, e per farlo coll’animo tranquillo e quieto, altro che al vostro cuore pensar non deggio: questo in Voi due è sì docile per natura, è sì amoroso e benefico, che mirando soltanto l’animo di chi offerisce, non sa formalizzarsi della picciolezza del dono. Son certo, che non solo Vi degnerete gradire una Commedia, ma senza curarvi di confrontarla colle altre mie, Vi parerà la migliore, perchè con sincero animo ed ossequioso ve la offerisco, ed alla vostra protezione la raccomando.

Delle EE. VV.

L’autore a chi legge

ct ct

ALLA precedente lettera dedicatoria avrai rilevato, Lettor benevolo, essere questa Commedia, che or ti presento, la stessa che diedi al pubblico molto prima, parte scritta, parte non scritta, intitolata: Momolo Cortesan. Questo titolo Veneziano, che pronunciamo noi Cortesan, e in Toscano direbbesi Cortigiano, non suona lo stesso che altrove intenderebbesi, nè in forza di addiettivo, nè in forza di sostantivo. Intendesi da noi per cortesan un uomo di mondo, franco in ogni occasione, che non si lascia gabbare sì facilmente, che sa conoscere i suoi vantaggi, onorato e civile, ma soggetto però alle passioni e amante anzi che no del divertimento. Tale è il Protagonista della mia Commedia, Cortesan in Venezia: Uomo di Mondo altrove considerato. Lo disegnai da principio Veneto di nazione; e quantunque abbia moltissimo cambiato della Commedia, non ho voluto cambiare nè la patria, nè il linguaggio di Momolo, che altrove si direbbe Girolamo, perchè alcune grazie della nostra lingua e alcune pratiche del Paese parmi che più convengano all’azione della Commedia.

Allora quando l’esposi la prima volta, ebbe un esito assai fortunato. Si recitò di seguito parecchie sere, e molti anni dopo fu sempre fortunatissima. Ma il pubblico in tali giorni si contentava di molto meno. Avvezzo a sentir Commedie snodate, e sempre sentir ripetere le stesse cose: un poco di novità, un poco di buona condotta, un carattere originale bastava per guadagnarsi l’applauso. Oggi non va così la faccenda. Si cerca il pelo nell’uovo, e si giudica colla bilancia. Ho principiato io colla Donna di garbo a mettere in una Commedia sei o sette caratteri originali, oltre al Protagonista, e tutti interessarli con episodj, che costano della fatica. I Francesi non accostumano così. Lo soglion fare gli Inglesi, ma questi poi non hanno la soggezione delle unità. Ma oramai è vano il parlarne; fissato è il gusto Italiano, e per chi vuole aspirare a piacere al pubblico, gli convien battere questa strada. Nel riformare questa Commedia ho seguitato il sistema nostro più che ho potuto. Non ho risparmiato la critica, la moralità, l’intreccio, il costume. Bramo che il pubblico si assicuri del mio rispetto, e i miei Associati non siano malcontenti di me. Per essi ho faticato nel presente Decimo Tomo, che per altro, anzichè impiegar tanto tempo nel riformar queste tali Commedie, e nello scriverle intieramente di nuovo, le avrei gettate nel fuoco. Dirà taluno: Perchè non darci di quelle che hai scritte nel corso di ben tre anni, e che sappiamo non essere delle tue peggiori? Perchè non darci la Sposa persiana, il Filosofo inglese, il Terenzio, il Torquato Tasso, il Festino e tante altre, che sappiamo ascendere al numero di ventiquattro almeno? Signori miei, queste sono riserbate pel mio nuovo Teatro Comico, che uscirà a momenti dai torchi del Sig. Francesco Pitteri in Venezia; saranno due Tomi l’anno, e chi vorrà provvedersene, le avrà dappertutto da’ buoni corrispondenti del Librajo suddetto.

Personaggi

ct MOMOLO, mercante giovane veneziano.

NANE, gondoliere veneziano.

LUDRO, imbroglione veneziano.

Il Dottore LOMBARDI.

ELEONORA, figliuola del Dottore.

LUCINDO, figliuolo del Dottore.

SILVIO, forestiere.

BEATRICE, moglie di Silvio.

SMERALDINA, lavandaia.

TRUFFALDINO, fratello di Smeraldina, facchino.

OTTAVIO.

BRIGHELLA, locandiere.

BECCAFERRO | rowspan=2 valign=middle | |rowspan=2 valign=middle|Bravacci.

TAGLIACARNE

CAMERIERI di locanda.

SERVIDORI.

Un altro GONDOLIERE, che parla. ct

Atto I

fi

ct ct

Gondoliere. Per terra.

Truffaldino. Son qua mi. Voliu che porta la gondola?

Gondoliere. No vòi che porte la gondola, sior martuffo, ma sto baul.

Truffaldino. Dove l’hoi da portar?

Gondoliere. Qua, alla locanda del Fungo.

Ludro. (Voi veder de introdurme con sti forestieri, per veder de beccolar qualcossa, se posso).

Truffaldino. Quant me vulì dar a portar sto baul?

Gondoliere. Cossa serve? Avè da far con dei galantomeni.

Silvio. Accordatelo voi. Noi non siamo pratici del paese.

Beatrice. Questo star sulla strada non mi accomoda. In altri paesi vengono i camerieri delle osterie a ricevere i forestieri. Qui non si vede nessuno.

Ludro. Comandele che le serva? che chiama mi i omeni della locanda?

Silvio. Mi farete piacere. Ma ditemi, è buono l’albergo? trattano bene?

Ludro. Veramente nol xe dei meggio de sto paese; ma el patron l’è un bergamasco, galantomo, mio amigo, che anca a riguardo mio ghe userà tutte le attenzion imaginabili per ben servirle. Le servo subito. O de casa! . (Brighella me darà el mio utile, se ghe meno sti forestieri).

Brighella. Chi batte? Oh si vu, missier Ludro?

Ludro. Son mi. Ve consegno sti do forestieri, e ve raccomando trattarli ben, perchè i merita, e perchè me preme.

Brighella. Farò el possibile per ben servirli. I sarà, m’immagino, marido e moglie.

Ludro. Senz’altro. Ste cosse no le se dimanda. Un letto solo, non è vero?

Silvio. Siamo marito e moglie; un letto solo ci basta, ma almeno due camere sono necessarie.

Ludro. Certo, do camere. Una per dormir, l’altra per ricever. A sto zentilomo bisogna darghele; bisogna servirlo ben.

Brighella. La resta servida.

Silvio. E circa il prezzo.....

Ludro. La lassa far a mi; Brighella xe un omo discreto, e quel che nol fa per mi, noi farà per nissun. Sta zentildonna no sta ben in strada; che la resti servida.

Beatrice. Andiamo dunque.

Silvio. Entrate col locandiere, che ora vengo; ho da far portare la roba, ho da pagare la gondola.

Beatrice. Spicciatevi. Frattanto mi farò un poco assettare il capo. Trovatemi un parrucchiere.

Brighella. Subito.

Ludro. La lassa far a mi; la servirò mi. Ghe manderò un Franzese, che xe el primo conzador de testa, che se possa trovar.

Beatrice. Vorrà esser pagato molto.

Ludro. Gnente, la ghe darà quel che vorrò mi.

Beatrice. Chi è questo Veneziano?

Brighella. Un galantomo de bon cuor.

Beatrice. Mi pare un buon uomo.

Brighella. (No la sa, che galiotto che el sia). ct ct Truffaldino. Se porta, o no se porta?

Ludro. Via, compare, deghe una man a quel galantomo, agiuteghe a portar quel baul.

Silvio. E tutte quelle altre picciole cose.

Truffaldino. E cossa se vadagna?

Ludro. Portè drento, e lassè el pensier a mi, che sarè sodisfai.

Truffaldino. Arecordeve, che ho perso del tempo assae, e mi me fazzo pagar un tanto all’ora col relogio alla man. ct ct Silvio. Che cosa dovremo dare a costoro?

Ludro. La gondola l’hala pagada?

Silvio. Non ancora.

Ludro. Xeli d’accordo?

Silvio. Nè meno.

Ludro. Dove l’hala tolta?

Silvio. Poco lontano. Sul finir della laguna, venendo col procaccio, presi la gondola, come vidi fare da molti altri.

Ludro. La lassa far a mi. La me daga mezzo filippo, e pagherò mi ogni cossa.

Silvio. Ecco mezzo filippo. Ma voi chi siete, signore?

Ludro. Son un galantomo che ha viazà el mondo, e per i forestieri m’impegno con dell’amor, con della premura. De che paese xela, signor?

Silvio. Sono di un paese poco lontano di Roma.

Ludro. Xela più stada a Venezia?

Silvio. No, questa è la prima volta. Ho promesso a mia moglie di farle veder Venezia, e son venuto per passarvi tutto il restante del carnovale.

Ludro. Hali amici in sto paese? conossela nissun?

Silvio. Conosco un certo dottore Lombardi bolognese, che ho veduto in Roma, e so essersi accasato in Venezia; ma son degli anni che non lo vedo.

Ludro. Basta, se la mia servitù ghe gradisse, me esebisso servirla in tutto e per tutto.

Silvio. Mi sarà cara la vostra assistenza perchè non ho pratica alcuna nè del paese, nè del costume.

Ludro. La lassa far a mi, che ghe darò un’ottima direzion per spender poco e star ben. Se l’ha da far spese, provision, o altro, no la se fida de nissun, la se riporta a mi.

Silvio. Così farò, dipenderò dai vostri buoni consigli. (Mi pare un galantuomo, e poi starò a vedere come si porta).

Ludro. No la lassa sola la so signora consorte.

Silvio. Andiamo a vedere l’appartamento.

Ludro. La resta servida. Aspetto sti omeni per pagarli, e subito son da ela.

Silvio. Il vostro nome?

Ludro. Ludro, per servirla.

Silvio. Signor Ludro, vi riverisco.

ct ct Ludro. Mi no darave sto incontro per un ducato al zorno. E poi esser che la me butta de più. Dise el proverbio: chi no se agiuta, se nega, e chi vol sticcarla come mi, e far poca fadiga, bisogna prevalerse delle occasion.

Truffaldino. Son qua, pagheme.

Gondoliere. Son qua anca mi. El m’ha dito quel sior, che me pagherà vu.

Ludro. Sì ben; cossa aveu d’aver?

Gondoliere. Da Cannaregio in qua me porlo dar manco de un per de lire?

Ludro. Tolè un da trenta, e andè a bon viazo.

Gondoliere. E per portar el baul, no me dè gnente?

Ludro. Eh via, vergogneve. Un galantomo della vostra sorte no se fa pagar per far el facchin. Lassè far a mi, se sto sior vorrà barca, farò che el se serva de vu. Cossa ve diseli?

Gondoliere. De soranome i me dise Giazzao; stago al traghetto de Riva de Biasio.

Ludro. Farò capital de vu.

Gondoliere. Via, da bravo; una man lava l’altra. Se me farè far dei noli, anca mi, co vorè, ve vogherò de bando.

ct ct Ludro. Tolè, sier facchin, diese soldi. Ve basteli?

Truffaldino. A mi diese soldi? Diese soldi a un omo della mia sorte?

Ludro. Cossa voleu, che ve daga?

Truffaldino. Almanco, almanco una lirazza voggio .

Ludro. Caspita! Se vadagnessi cussì, ve faressi ricco.

Truffaldino. Mi laoro poco, e quel poco che laoro, vôi che i me paga ben.

Ludro. No troverè nissun, che ve daga da laorar.

Truffaldino. No m’importa; se no laoro, gh’ho una sorella che no me lassa mancar el mio bisogno.

Ludro. Che mistier fala?

Truffaldino. La lavandera. Ma no la lava gnanca tre camise alla settimana.

Ludro. Bisogna che i ghe le paga molto pulito le lavadure delle camise.

Truffaldino. La gh’ha dei boni avventori; ghe n’è de quelli, che ghe dà dei ducati alla volta, e che i ghe dona anca le camise.

Ludro. Bon! gh’avè una brava sorella.

Truffaldino. E cussì, me pagheu, sior Ludro?

Ludro. Via, tolè un da quindese.

Truffaldino. Diseme, caro vu, quel sior cossa v’halo dà da pagarme?

Ludro. Gnente. Per adesso ve pago del mio.

Truffaldino. Ho sentì, che l’ha dit a so mujer, che el v’ha dà mezo filippo.

Ludro. El me l’ha dà el mezo filippo per comprarghe del caffè e del zucchero.

Truffaldino. Missier Ludro, se cognossemo. Se vorè tutto per vu, anca mi saverò parlar.

Ludro. Animo; tiolè sti vinti soldi, e andè a bon viazo.

Truffaldino. No me voli dar altro?

Ludro. Toleli o lasseli, no ghe xe altro.

Truffaldino. Dè qua, sior ladro.

Ludro. Cossa?

Truffaldino. Compatime; ho volesto dir sior Ludro.

Ludro. Che furbazzi che xe costori! no i se contenta mai! I vorave vadagnar quanto mi; bisogna aver l’abilità, che gh’ho mi.

ct

Momolo. Cossa distu, Nane? S’avemio devertio pulito? Una bona marenda, quattro furlane de gusto, e sia putte al nostro comando.

Nane. Ma! chi gh’ha dei bezzi, xe paron del mondo.

Momolo. No stimo miga aver dei bezzi, stimo saverli spender. Chi li gh’ha e li tien sconti, fa la fonzion dell’aseno, che porta el vin e beve dell’acqua; e chi li gh’ha e li butta via malamente, se brusa senza scaldarse. El vero cortesan un ducato el se lo fa valer un zecchin. Noi se fa vardar drio, ma nol se fa minchionar; l’è generoso a tempo, economo in casa, amigo coi amici, e dretto coi dretti. El mondo, compare Nane, xe pien de furbi; el far star xe alla moda, ma con mi no i fa gnente, perchè ghe ne so una carta per ogni zogo.

Nane. Sior Momolo, a revederse stassera.

Momolo. Sì, sì, colla bruna voggio che andemo a dar l’assalto a quella fortezza, che avemo scoverto stamattina. Oe, cossa distu de quei baloardi? Senti. Ho speranza che capitoleremo la resa, perchè me par che la sia scarsa de provision da bocca. Lassa pur che la se defenda fin che la poi; gh’ho una boma d’oro in scarsela, che m’impegno de farme averzer le porte, o per amor, o per forza.

Nane. Digo, sior Momolo, sta patrona, che sta qua a stagando l’aveu impiantada?

Momolo. Chi? Siora Eleonora?

Nane. So pur che una volta ghe volevi ben.

Momolo. Mi no digo de volerghe mal; ma ti lo sa pur, che mi voggio la mia libertà. Co sta sorte de putte no bisogna trescar; perchè, se se scalda i feri, bisogna darghe una sposadina, e mi no me vôi maridar.

Nane. Bravo, sior Momolo; viver de incerti fin che se pol.

Momolo. Ah caro, ti me piasi, perchè ti xe cortesan.

Nane. Sioria vostra. ct ct Momolo. Cossa hoggio da far sto resto de mattina, fina che vien ora d’andar a Rialto? Andar da siora Eleonora? Mi no, perchè son seguro che tra ela e el Dottor so pare i me dà una seccadina de un’ora almanco. I me vorave far zoso, ma per adesso no i me la ficca. Me mariderò co sarò un pochetto in ti ani; voggio goder el mondo, fina che posso. Vôi veder qua da missier Brighella, se ghe xe gnente da niovo. M’è sta dito, che ghe xe qualcossa de forestier. Siora Eleonora sarà ancora in letto; adesso no la me vede. O de casa!

Brighella. Sior Momolo, mio padron, hala gnente da comandarme?

Momolo. Com’ela, compare Brighella? xe un pezzo, che no se vedemo.

Brighella. Una volta la vegniva a favorirme più spesso.

Momolo. Diseme, amigo. Gh’avemio gnente da niovo?

Brighella. Giusto sta mattina m’è capità una forestiera, ma su la giusta.

Momolo. Me l’ha dito Giazzao, che l’ho incontrà colla gondola in volta de canal.

Brighella. Ma! marido e moglie.

Momolo. Oh, s’intende. Tutti quei che viaza, xe mario e muggier. Bon babbio?

Brighella. No gh’è mal. Ma se la savesse! Me despiase de una cossa, ma me despiase assae.

Momolo. Coss’è? xeli al giazzo?

Brighella. Credo che i gh’abbia dei bezzi, ma se gh’ha tacca alle coste quel dretto de missier Ludro; bisogna che a sto sior forestier ghe piasa a zogar, i xe intrai in discorso de zogo, i s’ha messo a taolin per devertimento, e el devertimento xe cussì fatto, che Ludro taggia alla bassetta e el foresto perde a rotta de collo.

Momolo. Me despiase. Podevelo dar in pezo? So che can che el xe quel baron de Ludro. Fé una cossa, meneme mi là drento dove che i zoga, introduseme con bona maniera; poi esser che fazza nasser una bella scena.

Brighella. No voria che fessimo dei sussuri.

Momolo. Gnente, lassè far a mi; savè chi son. Levemoghe sto can dalle recchie de quel gramazzo.

Brighella. El me fa compassion.

Momolo. Andemo. Se sta patrona me piase, spero che no butterò via el mio tempo. ct ct ct Silvio. Lasciatemi stare una volta; non mi accrescete la disperazione.

Beatrice. Si farà una bella figura in Venezia, se seguiterete così.

Ludro. Cossa vorla far? No la lo mortifica.

Beatrice. Avete bel dire voi, signor amico di ore, dopo avergli guadagnato i danari.

Ludro. Questi xe accidenti, patrona. Tanto podeva perder i mii bezzi anca mi. Se sta volta l’ha perso, un’altra volta el vadagnerà.

Silvio. Oh, in questo poi vi protesto che non gioco più. Non mi dispiace tanto il perdere, quanto l’azione che mi avete fatta.

Ludro. Cossa se porla lamentar dei fatti mii?

Beatrice. Sa il Cielo, come gli avete guadagnato.

Ludro. Come parlela? Son un galantomo....

Silvio. Io non dico che siate un giocator di vantaggio, ma un galantuomo che vince, dee mantenere il gioco.

Beatrice. In quanto a questo poi ha fatto bene di tralasciare; se seguitava, ci spogliava del tutto.

Ludro. Certo, ho lassa star, perchè ho visto che el giera in desditta. La se contenta, che su la parola no l'ha perso altro che trenta zecchini soli; se seguitevimo, presto se podeva arrivar ai cento, e dai cento passar ai mille. Mi son un omo, che no me piase ste cosse. No i xe altro che trenta zecchini, e la favorissa de darmeli, che vaga via.

Beatrice. Non vi contentate di quelli che avete guadagnato in contanti?

Ludro. La compatisso. Le donne no sa in sti casi cossa sia l'impegno del galantomo. Sior Silvio ha perso trenta zecchini sulla parola, e la so reputazion xe de pagarli subito.

Silvio. Ho tempo ventiquattr’ore; vi pagherò.

Ludro. Un forestier no gh’ha tempo gnanca vintiquattro minuti. La me perdona, mi no so chi la sia.

Beatrice. Sentite che temerario!

Ludro. A ela no ghe bado, patrona.

Silvio. Mi farò conoscere. Ho delle lettere da riscuotere; vi pagherò.

Ludro. E mi son galantomo, ghe darò tutto el tempo che la vol; basta che la me daga el seguro in te le man.

Silvio. Che cosa volete che io vi dia? Non ho niente.

Ludro. So consorte la gh’ha pur delle zoggie.

Beatrice. Come! Anche le mie gioje vorreste? Siete un poco di buono.

Ludro. Orsù, patron, la me paga, o la farò svergognar.

Beatrice. Andate via, ch’or ora faccio io quello che non ha cuore di far mio marito.

Ludro..... Cossa farala, patrona? Veggio esser pagà.

Silvio. Siete un impertinente.

ct ct Momolo. Coss’è sto strepito? coss’è sto fracasso? I perdona, se vegno avanti con troppo ardir. Giera qua che fava un beverin da missier Brighella; sento baruffa, vegno a veder se la xe cossa, che se possa giustar.

Ludro. (Me despiase che sia sorazonto sto cortesan).

Silvio. Chi siete voi, signore?

Momolo. Son un galantomo, patron. E qua compare Ludro me cognosse chi son.

Silvio. Siete un amico suo?

Beatrice. Venite in aiuto del galantuomo?

Momolo. No, la veda, siora. Vegno con quei termini de onoratezza, che se convien a un par mio. No me ne offendo del sospetto che le gh’ha de mi, perchè gnancora no le me cognosse. Ma co le saverà chi xe Momolo Bisognosi, no le parlerà più cussì.

Ludro. Sior Momolo xe un marcante onorato, ghe l’attesto mi.

Momolo. No, compare, sparagnè la vostra testimonianza, che la me fa poco onor. Se pol saver la causa de sta contesa?

Beatrice. Ve la dirò io, signore. Questo garbato giovine ha tirato a giocar mio marito....

Ludro. Mi no l’ho tirà. El xe sta elo....

Momolo. O vu, o elo, quala xe la question?

Ludro. La question xe questa, L’ha perso trenta zecchini sulla parola, e noi li vol pagar.

Momolo. Sior foresto, la me perdona: co se perde, se paga.

Silvio. Io non dico di non pagare; ma chiedo il tempo, che ad ogni galantuomo si accorda. Domani lo pagherò.

Momolo. El dise ben, e vu no podè parlar.

Ludro. Me feu vu, sior Momolo, la sigurtà che nol vaga via?

Momolo. Chi xela ela, sior, se xe lecito de saverlo?

Silvio. Silvio Aretusi è il mio nome ed il mio cognome. Ed ho una lettera di trecento zecchini sopra un banchiere, di che ora vi farò vedere la verità.

Momolo. No la s’incomoda altro. Conosso alla ciera la zente onesta; i forestieri me fa peccà, e in sto caso ghe son sta anca mi qualche volta. Sior Ludro, vardeme mi. Ve fazzo la piezaria; e se sto sior no ve paga, vegnì doman a sta istessa ora da mi, e troverè i vostri trenta zecchini.

Ludro. Me maraveggio. Sior Momolo xe patron de tutto. Doman vegnirò da ela.

Momolo. Lasseve veder ancuo a qualche ora, che v’ho da parlar.

Ludro. Co la comanda, sior Momolo; ghe son servitor. Patron reverito, a un’altra più bella. Se sta volta l’ho servida mal, un’altra volta la se referà. ct ct Silvio. Signore, vi sono bene obbligato, che anche senza conoscermi abbiate voluto liberarmi da una simile vessazione.

Momolo. Gnente, signor. I galantomeni xe obbligai a far dei boni offizi, co i pol.

Beatrice. È bene un birbonaccio colui. Fa torto alla vostra patria.

Momolo. Prima de tutto, si ben che el parla Venezian, mi no so de che paese che el sia; ma quando che el fusse anca de sta città, la vede ben, tutto el mondo è paese; dei boni e dei cattivi per tutto se ghe ne trova. A Venezia, generalmente parlando, e se ama e se stima assae el forestier, ma ghe xe qualche persona tressa, ghe xe dei dretti che vive sull’avantazo, come se trova per tutto el mondo, e specialmente in ti paesi grandi.

Silvio. Dite bene, signore. Questa volta ci sono inciampato. Per altro i trenta zecchini li troverò, e voi non resterete....

Momolo. No la se metta in pena per questo. La se comoda, che no m’importa a sborsarli mi, e la me li darà co la poderà. Cossa gh’ha nome sta zentildonna?

Beatrice. Beatrice, per servirla.

Momolo. Oh, che bel nome! de che paese?

Beatrice. Romana, ai suoi comandi.

Momolo. Molto compita. Xeli vegnui per star un pezzo a Venezia?

Silvio. Avevo idea di trattenermivi il carnovale.

Beatrice. Ma se i danari li perde al gioco, abbiamo finito di divertirci.

Momolo. No la se toga pena per questo. Finalmente la perdita no xe granda, e a Venezia se se pol devertir col poco e co l’assae. E pò, se le se degnerà de lassarse servir, le troverà in mi un bon amigo e un so umilissimo servitor.

Beatrice. (Pare un galantuomo a vederlo, ma mi spaventa l’esempio di quell’altro).

Silvio. Vorrei vedere il mercante, sopra di cui ho la cambiale ad uso. Voi lo conoscerete.

Momolo. No vorla? Son del mistier cuica mi. La me diga el nome.

Silvio. Ho la lettera nel baule, or ora la ritroverò.

Momolo. La vaga a torla, che ghe saverò dir.

Silvio. Eh, vi è tempo. Goderò per ora la vostra compagnia.

Momolo. Da qua un’ora i marcanti i se trova tutti a Rialto. La vaga a trovar la lettera. (Vorave che el dasse liogo sto sior).

Silvio. Vado subito, ed ora tomo.

Momolo. Che la se comoda pur. La diga, signora, xela più stada a Venezia?

Beatrice. Non signore, questa è la prima volta.

Momolo. La vederà un paese, che ghe piaserà. Ma per cognosserlo sto paese, bisogna praticarlo. La troverà una cortesia in tutti, che xe nostra particolar. Le donne specialmente qua le

poi dir de esser in tel so centro. Semo omeni de bon cuor, e se la se degnerà de far l'esperienza in mi, spero che no la formerà cattivo concetto della nostra nazion.

Beatrice. Son persuasa di quello mi dite. Vedo dalla vostra buona maniera che siete un signore di tutto garbo.

Momolo. Gnente, patrona. Mi no gh’ho nissun merito. Me vanto solamente de esser un omo schietto e sincero, onorato e civil.

Beatrice. (Mi va a genio davvero questo signor Veneziano),

Momolo. (Me par, che ghe scomenza a bisegar in tel cuor),

Beatrice. Siete ammogliato, signore?

Momolo. No, la veda. Son putto, per obbedirla.

Beatrice. Se aveste moglie, vi avrei pregato di far ch’io la conoscessi, per avere un poco di compagnia.

Momolo. Posso servirla mi, se la se contenta.

Beatrice. È vero, ma la cosa è diversa.

Momolo. La diga: so consorte xelo zeloso?

Beatrice. Oh questo poi no. Non ha ragione di esserlo nè per il mio merito, nè per il mio costume.

Momolo. Circa al merito lo compatiria, se el fusse zeloso, ma una donna prudente no ghe deve dar occasion.

Beatrice. Propriamente è portato a non prendersi pena di certe cose.

Momolo. Donca me sarà permesso de poderla servir.

Beatrice. Discretamente, perchè no?

Momolo. Certo che no me torò quella libertà, che no me se convien. Ma, per esempio, se me tolesse la confidenza che disnessimo insieme, se poderave?

Beatrice. Io mi persuado di sì.

Momolo. Andar in maschera?

Beatrice. Ancora; con mio marito.

Momolo. Se lasserala servir?

Beatrice. Da un uomo onesto, come voi mostrate di essere, non saprei ricusare di essere favorita.

Momolo. Semo in parola. La me daga la man.

Beatrice. Perchè ho da darvi la mano?

Momolo. Per la parola, che la me dà.

Beatrice. Non vi è bisogno. Ci siamo intesi.

Momolo. Cossa gh’hala paura? No gh’ho miga la rogna.

Beatrice. Ecco la mano.

Momolo. In segno de respetto.

Beatrice. Troppo gentile.

Momolo. Tutto ai so comandi.

Beatrice. Andiamo a vedere, se mio marito ha ritrovato la lettera.

Momolo. Aspettemolo, che el vegnirà.

Beatrice. No, no, è meglio che andiamo.

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