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La bancarotta o sia Il mercante fallito

Carlo Goldoni · 1907 · Free in the US

20,900 words · about 1 h 28 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1907 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=La_bancarotta_o_sia_Il_mercante_fallito&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Carlo Goldoni
Language
Italian
Published
1907
Length
20,900 words · about 1 h 28 min
Sections
8 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (8)
  1. Front matter under 1 min
  2. Lettera di dedica about 6 min
  3. L'autore a chi legge about 2 min
  4. Personaggi under 1 min
  5. Atto I about 29 min
  6. Atto II about 26 min
  7. Atto III about 23 min
  8. Nota storica about 2 min

Continue:

Front matter

ct ct ct

Rappresentata per la prima volta in Venezia, un anno dopo alla precedente, parte scritta e parte a soggetto, ed ora cambiata, riformata ed in miglior forma ridotta.

Indice

Lettera di dedica

ct ct ct ct ct

I maraviglierà con ragione l’Illustrissimo ed eruditissimo Signor Conte Angiolo Antelminelli, veggendo il nome suo in fronte di una delle mie Commedie, ma allora quando si compiaccia udir la ragione che mi ha indotto ad arrogarmi un tale arbitrio, spero troverà egli l’ardir mio degno di perdono e di scusa. Da che col mezzo delle stampe sparse si sono le opere mie per l’Italia principalmente, molte persone, ch’io non conosco se non per fama, e che non conoscono me che per la lettura delle Commedie date alla luce, mi hanno voluto onorare della loro protezione e della loro amicizia, scrivendomi lettere di cortesia e di gentilezza ripiene, delle quali non iscarsa copia fra le carissime cose conservo. Altri, che non hanno pensato ad onorarmi in tal modo, non lasciarono non pertanto di farmi penetrare l’inclinazione del loro animo verso di me, perchè l’approvazione ch’essi accordar si degnano alle povere mie fatiche, valesse a rendermi vie più consolato. Non cesserò mai per questo di ringraziare il mio carissimo signor Abbate Giovan Vespasiano Paperini di Firenze, il quale fra le cento prove datemi di buona amicizia, questa vi aggiunse, partecipandomi in gentil modo che Voi, Illustrissimo Signor Conte, non solo siete uno degli associati alla edizione delle Opere mie, ma un costante protettore di esse, e difensore insieme contro i critici, o mal persuasi, o male inclinati. Ciò inteso con mio diletto, e non senza una ragionevole vanità, cercai di essere più minutamente informato intorno alla persona che di tanto volle onorarmi. Non erami ignoto l’illustre nome della Famiglia de’ Castracani, reso assai più glorioso dal rinomato Castruccio Lucchese, il quale nell’anno 1313, favorendo la fazione de’ Gibellini contro quella de’ Guelfi, si rese padrone di Lucca e di Pistoja, e n’ebbe l’investitura con titolo di Duchea da Luigi IV Duca di Baviera ed Imperatore, onorato altresì dell’illustre grado di Senatore Romano. Era egli pure (siccome abbiamo dal Sabellico, dal Machiavelli, e più elegantemente da Aldo Manuzio) della Famiglia antichissima degli Antelminelli, e Voi traete da lui direttamente l’origine, per uno de’ quattro Figliuoli maschi rimasti dopo di esso, e per le guerre della Toscana, e per le varie peripezie di quel secolo, trapiantati altrove in progresso di tempo, onde in Fano, città preclara e antichissima, è annoverata la Vostra Casa fra le più nobili e le più rinomate. L’illustre ed egregio Genitore Vostro, il quale portando il nome venerabile di Castruccio, conserva nella Famiglia la memoria di un sì grande antenato, ha uniti ai fregi del proprio sangue quelli non meno chiari e sublimi della Romana stirpe Capranica, legandosi in matrimonio colla Nobilissima Dama la Signora Contessa Donna Lucrezia Capranica, la quale, se fu involata al mondo con universale cordoglio nel fiore degli anni suoi, lasciò di sè gloriosa memoria, registrata e nelle stampe, e nei bronzi, e in Voi Signore, principalmente, degno Figliuolo di una sì saggia, di una sì amabile Genitrice. In fatti cercando io avidamente dalle persone che vi conoscono il carattere Vostro particolare, e quali sieno le virtù che Vi adornano, tante me ne furono in vantaggio Vostro descritte, e sì ammirabile ritratto di Voi mi fecero e lingue e penne rispettabili, ingenue, che mi hanno colmato di maraviglia e di consolazione insieme. Chi mi dipinse la Vostra persona gentile, amabile nel conversare; chi l'animo Vostro mi appalesò alla pietà, alla cortesia inclinato; chi della Vostra erudizione parlando, mi assicurò che nell' età giovanile in cui Vi trovate, numerosissime sono le scienze che pos- sedete, ed ammirabile il genio che di promoverle e di esaltarle nutrite, corrispondendo assai bene all’amorosissima cura del Padre, che di ottimi precettori vi ha provveduto, fidando le magnanime sue speranze in Voi solo, unico erede della sua casa, e viva immagine de’ gloriosi Vostri Antenati.

Sarei il più miserabile uomo del mondo, se dopo sì luminose notizie del novello mio Protettore, non conoscessi il bene che alla gloria mia ne deriva, e non tentassi almeno colle parole di manifestare a Voi, Signore, ed al mondo tutto la mia sincera gratitudine rispettosa. Ecco il motivo che io vi diceva a principio avermi guidato a scrivere questo foglio, e collocarlo in luogo ove potesse vivere lungamente agli occhi vostri e a quelli del Pubblico manifesto; non basta ch’io mi consoli con me medesimo e dica di esservi grato, ma dell’animo mio obbligato una qualche dimostrazione deggio recarvi. Per me medesimo vaglio sì poco, che l'offrirvi il mio cuore e la mia servitù sarebbe lo stesso che farvi Padrone di cosa inutile e malagurata. Grata suol essere l’oblazione de’ Figli, ed io, che d’altra natura non ne ho sortito, oltre a quelli dell'intelletto, uno di questi con lieto animo vi presento, non perchè pregievole e di Voi degno lo creda, ma perchè amor di padre fa si ch’io l’ami e mi rallegri nel consacrarvelo. Osservate, Illustrissimo Signor Conte, quanti ragguardevoli nomi onorano i miei parti, in questa edizione compresi; mancava il Vostro a compiere una corona alle Opere mie gloriosa, e non ho voluto per verun modo tralasciar di perfezionarla. Dovea, mi direte, di ciò avvisarvi primieramente, ma della Vostra modestia mi hanno bastantemente parlato per dubitare ch’Ella mi contrastasse un tal dono, ed ho voluto essere audace nel prevenirla, fidandomi poscia nella Vostra bontà, la quale, se prima del fatto potea trovare argomenti da dissuadermi ora non saprà del coraggio mio condannarmi. Quattr’anni ormai sono che nutrisco un tal desiderio e che lo tengo nell' animo mio celato per cotal fine, giacchè pari tempo veggo a mia vergogna essere corso, da che diedi principio ai dieci Tomi in molto minor tempo promessi, ma feci già le mie scuse cogli Associati miei umanissimi, ed ora particolarmente a Voi le ripeto, mio benignissimo Protettore e difensor validissimo, supplicandovi ben di cuore che qual vi degnaste essere liberale inverso le Opere mie, lo siate ancora pel mio nome a fronte di coloro, che la mia tardanza acremente tacciassero di mancamento. Di tutte quelle grazie, che vi siete compiaciuto farmi finora per sola liberalità di animo e per compassion di coloro che vanno al pubblico esposti, e di quelle che d’ora in avanti spero da Voi per generosa condescendenza maggiori, vi ringrazio, Signore, col cuore il più ossequioso e divoto che dar si possa, e quanto ora ho l’onore di esprimervi in quest’umile foglio, spero un giorno potervi confermare personalmente, allora quando le mie circostanze mi permetteranno intraprendere il viaggio di Roma, che da molti anni desidero effettuare. Arrossisco, nell'età in cui sono, e nei viaggi per lo più consumata, non aver ancor veduto quella gran Capitale del Mondo. Aggiungesi a rimproverarmi di ciò gli eccitamenti amichevoli che n'ebbi frequentemente, e l’amor proprio ancor niente meno, veggendo quanta fortuna ebbero le mie Commedie in una Città sì erudita, ove gl'ingegni fioriscono, e le belle arti e le scienze come in propria sede campeggiano. So che il mio nome in Roma veniva assai compatito, e con mio estremo cordoglio intesi dirmi che la tardanza di questa mia procrastinata edizione rivolse gli animi di non pochi contro di me, e mi privarono del loro amore. Ma perchè mai sì rigoroso castigo ad una colpa che non li ha offesi, se non se nella sollecita compiacenza di leggere le miserabili mie produzioni? Uno sdegno, figlio del più tenero amore, facilmente suole placarsi, e mi lusingo, all’apparire di questo decimo Tomo, vedermi nella grazia loro rimesso, in quella maniera che una tenera madre, sdegnata collo sviato suo pargoletto, lo abbraccia teneramente e con affettuosi baci l’accoglie, tosto che lo vede pentito al di lei seno tornare. A Voi non mancheranno, Illustrissimo Signor Conte, nella inclita patria della Vostra gran Genitrice e congiunti, ed amici, e saggi estimatori del Vostro merito; fatemi Voi la scorta presso di loro, per attenermi colà più agevolmente il perdono, e sia questo un benefizio novello della vostra venerabile protezione, che a Voi accresca il diritto di avermi a’ Vostri comandi, ed a me l’impegno e l’obbligazione di essere in ogni tempo col più ossequioso rispetto

Di V. S. Illustriss.

L'autore a chi legge

ct ct ORREVA da molto tempo sulle scene d’Italia, fra le cattive Commedie a soggetto, una Commedia pessima, intitolata: Pantalone Mercante Fallito. Questa non era che un ammasso di stolidezze di un Vecchio, che dopo aver dissipato i suoi capitali, riducevasi in prigione a cantare in musica la sua disgrazia, accompagnato da un coro di malviventi, Parvemi l’argomento degno di qualche riflesso, e un poco più ragionevolmente trattato, credei potesse riuscire dilettevole ed utile ancora, ponendo in vista la mala condotta di coloro che si abbandonano alle dissolutezze e vi perdono dietro le facoltà ed il credito; e le male arti degl’impostori, che fanno gravissimo torto al ceto rispettabile de’ Mercadanti, che sono il profitto ed il decoro delle nazioni. Per ottenere l’intento, vidi esser necessario non formare il Protagonista uno stolido, nel qual caso meriterebbe la compassione più che i rimproveri, ma uno di quelli che rovinano se medesimi e tradiscono la propria famiglia, e i corrispondenti, e gli amici, con piena malizia e fraudolenta condotta. Non intendo già di aver fatto un torto alla mia Patria, scegliendolo di nazion Veneziano, poichè in ogni Paese pur troppo se ne veggono tutto dì degli esempi, ma ho voluto seguitare in questo l’idea dell’antica Commedia del Mercante fallito, appoggiandola al Pantalone, ch’è una maschera assai graziosa in Teatro, cognita e grata quasi per ogni parte d’Italia, non essendovi compagnia di comici o di dilettanti, che un tal personaggio non si compiaccia rappresentare. Ho soddisfatto a questo mio pensamento molti anni sono, allora quando erano per me le Commedie esercizio ancora novello, e la riforma non avea preso piede; onde pensando ad un metodo nuovo, non mi dovea del tutto allontanare dall’antico. Non erano avvezzi i comici, e molto meno le maschere a rappresentar le Commedie studiate, ed io non potea contentarmi di quello che dir potevano all’improvviso, onde ho accomodata la cosa dividendo il piacere metà per uno, parte cioè scrivendola a modo mio, e parte lasciandola in libertà degli Attori, come seguì delle due precedenti Commedie, se non che in questa per me ne ho voluto maggior porzione. Per verità non ebbe cattivo incontro, ma non posso dire che ottimo lo abbia avuto, e sempre mi sono dato ad intendere, che se per intero l’avessi scritta, miglior fortuna averebbe forse ottenuta. Eccomi finalmente dopo lungo tempo alla prova. Ora coll’occasione di compire il numero delle cinquanta Commedie in dieci Tomi comprese, l’ho presa novellamente per mano, e non solamente l’ho per intero rescritta, ma l’ho spogliata di tutto quello che nei tempi oscuri passati era ancor tollerato, e oggi, per la Dio grazia, fu dalle scene sbandito. Altre mutazioni diverse la pratica ed il gusto moderno m ha insinuato di farvi, ed io non ho lasciato di faticarvi intorno per appagare il genio de’ miei amorosi Associati, giacchè per loro soltanto la mia edizione Fiorentina fu fatta, coperto interamente il numero delle stampe dai nomi de’ sottoscritti, prima del compimento del Tomo terzo.

Personaggi

ct PANTALONE de' BISOGNOSI, mercante veneziano.

AURELIA, moglie in seconde nozze di Pantalone.

LEANDRO, figliuolo di Pantalone del primo letto.

TRUFFALDINO, garzone di bottega di Pantalone.

Il DOTTORE LOMBARDI, amico di Pantalone.

VITTORIA, figliuola del Dottore.

SMERALDINA, serva in casa del Dottore.

SILVIO, Conte.

BRIGHELLA, servitore di Silvio.

CLARICE, cantatrice.

GRAZIOSA, bolognese.

MARGONE, scrocco di piazza.

Un SERVITORE di Clarice.

ct

Atto I

fi

ct ct ct ct Brighella. Lustrissimo, se la me permette, gh’ho da dar una polizza.

Silvio. Date qui. Conto dell’Illustrìssimo signor Conte Silvio Aretusi. D. D. A chi devo dar io?

Brighella. La leza in fondi, e la troverà il nome del creditore.

Silvio. A Pantalone de’ Bisognosi, all’insegna della Tarantola. Che pretende da me costui?

Brighella. El desidera che la ghe paga quel conto de roba, che Vussustrissima ha avudo dalla so bottega.

Silvio. Lo pagherò, quando vorrò.

Brighella. Poverazzo, el fa compassion. L’è mezzo falido e nol sa come far.

Silvio. Suo danno: doveva vivere secondo il suo stato. Ti ricordi quando quel presontuoso volea gareggiar meco nello spendere intorno alla signora Clarice?

Brighella. Me lo ricordo seguro.

Silvio. Che pazzo! Si dava aria da gran signore; ecco il fine a cui si doveva condurre.

Brighella. Cossa vorla far? È pezo per elo: ma intanto, scodendo dove che l’ha da aver, el se pol in qualche conto aiutar. La ghe salda sto contarello.

Silvio. Non gli darei un tozzo di pane, se lo vedessi morir di fame. Ho troppa ira contro questa sorta di gente. Vogliono spacciarla da cavalieri. E poi? E poi falliscono.

Brighella. Poverazzo! l’ha dei crediti assae.

Silvio. Tanto peggio. So che per farsi delle aderenze, per la vanità di essere trattato da pari miei, esibiva a tutti le sue robe a credito. Suo danno; mille volte suo danno.

Brighella. Ma, caro lustrissimo signor padron, la me permetta che parla, non in favor de Pantalon, ma pel decoro de Vussustrissima. Adesso se pubblicherà tutti i debiti e tutti i crediti de sto mercante, e no me par ben fatto che se veda che quell’abito, che la gh’ha intorno...

Silvio. Non più: questo modo di parlare degenera in petulanza. Si sa chi sono. Ecco il conto ch’io faccio di questa carta. L’onor della mia protezione paga bastantemente una partita di un bottegaio. ct ct Brighella. Me despiase che coll’onor della so protezion el paga anca el me salario; ma mi me darò l'onor de piantarlo.

Truffaldino. Oh paesan, ho ben gusto d’averte trovà.

Brighella. Com’ela, Truffaldin? come va i negozi del to principal? Truffaldino. I va mal per elo e pezo per mi, A sto vecchio matto de Pantalon ghe cresce i anni e ghe cresce i vizi, e in bottega ogni zorno cala la marcanzia. E mi povero diavolo me tocca a sfadigar assae, a magnar poco e pò anca de più son obligà a far l’onorata carica de mezan.

Brighella. Far el mezzan de un marcante non è niente de mal; m’imagino che ti vorà dir el sensal.

Truffaldino. Certo che far el sensal l’è una cossa onorata, ma bisogna veder de che sorte de marcanzia.

Brighella. De che sorte de marcanzia se tratta?

Truffaldino. Senti in tuna recchia, che nissun senta. De marcanzia femminina.

Brighella. De scuffie? de nastri? de merli?

Truffaldino. Oibò. Marcanzia de lettere, de parole e de stomeghezzi amorosi.

Brighella. Bravo: ho capido; ti fa el mezzan de sta sorte de porcarie?

Truffaldino. Questa l’è la carica che i me fa far; e che sia la verità, ho da portar sta lettera a una forestiera che aloza in quella locanda.

Brighella. Per parte di chi?

Truffaldino. Per parte de sior Pantalon.

Brighella. Ancora quel vecchio el gh’ha voggia de ste frascherie?

Truffaldino. Ti no sa che la volpe perde el pelo, ma non la perde el vizio?

Brighella. Me maraveggio che un omo della to sorte fazza de ste figure. To zio t’ha mandà qua dalle valade de Bergamo per imparar a far el mercante, e ti ti impari sto bel mistier?

Truffaldino. Se no fazz quel che voi el vecchio, el me castiga e nol me dà da magnar. Caro paesan, me raccomando a ti, per carità troveme qualche negozio d’andar a star via de qua, che proprio a far ste cosse me sento i rossori verginali sul viso. Brighella. Sarave meio che ti andassi a servir.

Truffaldino. A servir gh’ho le mie difficoltà. Prima de tutto, sia dito a mia gloria, mi no so far gnente a sto mondo, e pò i servitori per el più ti sa che anca lori i è obbligadi a far i mezzani; e se ti vol dir la verità, in to coscienza, ti l’averà fatto anca ti.

Brighella. Lassemo andar, che co ghe penso me vien i suori freddi. Gran cossa che al dì d’ozi squasi tutti i patroni i abbia da aver sto vizio! e che i poveri servitori sia obbligadi a servirli in sta sorte de confidenze! No ghe basta a sti signori far una vita scandalosa per lori, i vol anca interessar in ste cosse la povera servitù. No i vede che el mal esempio che i dà ai servitori, è causa che anca lori se avvezza mal, e i se precipita e i deventa discoli come i patroni. Son stuffo anca mi de sta vita, e te conseggio anca ti de far qualche altro mistier, che sia mistier onorato, dove el galantomo se possa mantegnir senza pericolo della reputazion.

Truffaldino. Che mistier poderavio far, senza pericolo della reputazion.

Brighella. Ghe ne troveremo cento, un meggio dell’altro. Per esempio l’orese.

Truffaldino. Sì ben, l’orese l’è un mistier onorato. Ma quella comodità de poder metter el rame invece de oro, l’è una gran tentazion per un galantomo.

Brighella. L’è vero, no ti disi mal. Me par più sicuro el spezial.

Truffaldino. No, camerada, me par che el sia pezo. Ho sentido a dir che i speziali, per sparagnar qualche lira nel comprar le droghe, no i varda a rovinar i amaladi, a far disonor ai medici, e par che i sia d’accordo coi beccamorti.

Brighella. In verità, Truffaldin, ti è un omo che parla ben e che pensa ben. Me consolo con ti, che ti fa onor alla patria. Troveremo un altro mistier. Ti poderessi far el librer.

Truffaldino. Anca i libreri, per vadagnar de più, i strapazza el mistier. Cattiva carta, cattivo carattere, e i vol vender vinti quello che costa sie. Brighella. Sarave meggio se to zio te volesse agiutar, che ti mettessi su un negozietto ti da to posta, una botteghetta da marzaretto con un poco de tela, un poco de cordelle e altre cosse da poco prezzo. Se n’ha visto tanti prencipiar con un capital de diese ducati, e deventar in poco tempo marcanti con dei ziri de miara de scudi.

Truffaldino. Ti disi ben, ma sto mistier so come l’è fatto. Bisogna principiar a mesurarse le onge, a scambiar el nome a tutta la roba che se vende, a tor in credenza dai marcanti grossi, andar pagando a bonora per acquistar concetto, e po, co s’ha fatto el credito, ordenar della roba assae, e co s’ha avudo la roba, serrar bottega e falir.

Brighella. Bravo! come che ha fatto el to prencipal.

Truffaldino. El mio prencipal l’ ha falio da minchion, senza roba e senza bezzi; quelli che sa far el so mistier, i falisse a tempo, coi bezzi in cassa e colla roba logada.

Brighella. Per quel che sento, ti sa le malizie in tutto e no ti trovi albero da piccarte.

Truffaldino. Lassa che porta sta lettera a sta siora Clarice, e pò qualcossa risolverò.

Brighella. Vustu che te la diga? Ti disi mal de sto mistier de mezzan, e ho paura che el te piasa assae più dei altri.

Truffaldino. Certo che a considerarlo ben, l’è un mistier de poca fadiga.

Brighella. Ho inteso; ti è anca ti uno de quei furbi, che vol finzer l’omo da ben e voi dar da intender de far el mal per necessità. Ti sarà d’accordo col to prencipal. Dise el proverbio, chi sta col lovo, impara a urlar. No te credo più per un bezzo. Seguita el to esercizio, e no me star a vegnir a dir che ti patissi i rossori della vergogna. L’omo a sto mondo el fa quel che el vol, e no gh’è nissun che ne possa obbligar a far mal. El ponto sta che tutti cerca el mistier più facile, e per paura de esser condannà dai altri, el finze de farlo mal volentiera. Anca ti ti è de quei Bergamaschi, che sa far el minchion, e mi, che te cognosso, digo e sostegno che ti fa l’omo de garbo e che ti xe un galiotto de prima riga. ct ct Truffaldino. Poi esser che Brighella diga la verità. Ma se el cognosse che mi son furbo, bisogna che lu el sia più furbo de mi. Portemo sta lettera, e po ghe penseremo su meggio per l’avegnir. O de casa!

Servitore. Chi domandate?

Truffaldino. Stala qua quella signora forestiera?

Servitore. La signora Clarice?

Truffaldino. Giusto la signora Clarice.

Servitore. Sta qui, ma ora non le si può parlare.

Truffaldino. Perchè? Dormela?

Servitore. Non dorme, ma ha delle visite, e non le si può parlare.

Truffaldino. Se poderave darghe una lettera?

Servitore. Datela a me, che la porterò alla sua camera.

Truffaldino. Bravo! ve dilettè anca vu de portar le lettere.

Servitore. Ditemi, siete voi servitore?

Truffaldino. Cussì e cussì; mezo e mezo. Garzon de bottega, una cossa simile.

Servitore. Che serve dunque far discorsi sul portar le lettere? Voi fate l’uffizio vostro, ch’io farò il mio. Datemi voi la lettera del padrone, che io la porterò alla padrona.

Truffaldino. Ecco la lettera. Cussì averemo fatto la fazzenda metà per omo.

Servitore. Quanto vi dona il padrone per una lettera che portate?

Truffaldino. Niente affatto.

Servitore. Io all’incontro, ogni lettera che porto alla padrona, mi dona un paolo e vado subito a guadagnarlo. ct ct Truffaldino. Ecco qua. In tutti i mistieri ghe vol fortuna.

Smeraldina. Caro signor Truffaldino, che vuol dire che sono tanti giorni che non ci vediamo?

Truffaldino. Bondì, Smeraldina. L’è un pezzo che no se vedemo, perchè in casa del patron gh’è dei guai, delle disgrazie, e no i me lassa un’ora de libertà.

Smeraldina. Eh, bricconcello, lo so perchè ti vai scordando di me. Avrai qualche novella pratica, che ti svierà dalla tua Smeraldina.

Truffaldino. No, da putto onorato.

Smeraldina. Zitto, non bestemmiare. Dimmi un poco, che interessi hai a quella locanda?

Truffaldino. Te dirò la verità. Ho portà una lettera del patron vecchio a una forestiera.

Smeraldina. Sì, sì, la conosco. So che quel pazzo di Pantalone spende a rotta di collo con quella cara signora Clarice, e gareggia con tanti altri, che sono pazzi al pari di lui, a coltivare una donna di quel carattere. Ma è possibile che ad onta delle sue disgrazie, che oramai sono pubbliche per tutta Venezia, voglia il tuo padrone continuare a spendere e a rovinarsi del tutto?

Truffaldino. No gh’è pericolo che el se rovina de più, perchè l’è rovinà fin all’osso. Anzi, per dirtela in confidenza, perchè so che ti è una donna de garbo, che no parla con nissun...

Smeraldina. Oh, non vi è pericolo.

Truffaldino. Sior Pantalon, oltre quel che l’ha donà a sta siora Clarice, el gh’ha imprestà trenta zecchini, e adesso che l’è in bisogno, el la prega de volergheli restituir.

Smeraldina. Oh, è diffìcile che li restituisca.

Truffaldino. Perchè?

Smeraldina. I danari che si prestano a certe signore, colle quali passano degli amoretti, bisogna far conto di averli donati. Truffaldino. La sa che adesso l’è pover’omo, pol esser che la se mova a pietà.

Smeraldina. Pietà in una donna di quel carattere? Non la sperare. Non avrà ella per il signor Pantalone il cuore amoroso che ha per il suo figliuolo la mia padrona; ma la condizione è diversa, e però sono diversi i loro costumi.

Truffaldino. Ghe vorla ben siora Vittoria al sior Leandro?

Smeraldina. Non fa che pensare a lui giorno e notte.

Truffaldino. Siben che anca lu l’è deventà pover’omo?

Smeraldina. Lo compatisce e sa che è in disgrazia per cagione del padre.

Truffaldino. Ma per mario no la lo vorà più.

Smeraldina. Questo non so dirti. Ella deve dipendere dal signor Dottore suo padre; per altro, se stesse a lei, son sicura che lo prenderebbe a costo di ogni pericolo.

Truffaldino. E Smeraldina cossa disela de Truffaldin?

Smeraldina. Io dico che Truffaldino è un poco di buono.

Truffaldino. Perchè anca elo l’è senza bezzi.

Smeraldina. No, perchè non viene a vedermi spesso e non si ricorda di chi gli vuol bene.

Truffaldino. Mi vegnirave spesso, ma ho un poco de suggizion de quel satiro de to patron.

Smeraldina. Che cosa e’entra in questo il padrone? Sarebbe la bella cosa ch’io non potessi parlare qualche volta in casa con un amico!

ct ct Truffaldino. Ma quand el vedo, el me fa paura.

Smeraldina. Fa così: passa di qui dopo pranzo e, se sarà in casa il signor Dottore, ti avviserò, e tu potrai venire liberamente.

Truffaldino. Benissimo, co nol sarà in casa vegnirò volentiera. Dottore. Se il signor Truffaldino vuol andare in casa con Smeraldina, quando non vi è il padrone, può servirsi ora che il padrone è fuori di casa.

Smeraldina. (Povera me!)

Truffaldino. Quando ela me fa la grazia de contentarse, me prevalerò delle so finezze.

Smeraldina. Con sua licenza.

ct ct Truffaldino. Donca, se la permette....

Dottore. Aspetti, signor Truffaldino, che se il padrone è fuori di casa, vi è un altro che gli può dare più soggezione di lui.

Truffaldino. E chi elo, se la domanda è lecita?

Dottore. un certo signore, che si chiama bastone, dietro la porta pronto a ricamargli le spalle.

Truffaldino. Quando l’è cussì, per no dar incomodo a sto signor, volterò el bordo e anderò via per un’altra strada.

Dottore. Lodo la sua bella prudenza e la consiglio non venir molto per questa parte, perchè il signor bastone qualche volta ha la bontà di venir fuori di casa ed esercitar la sua cortesia anche in mezzo la strada.

Truffaldino. Oh, l’è troppo cortese! La ghe diga che nol se incomoda, che più tosto...

Servitore. Amico.

Truffaldino. Cossa gh’è?

Servitore. La mia padrona ha letto la lettera e presto presto ha fatto la risposta, e giacchè a sorte ancora vi trovo qui, mi farete il piacere di portarla al vostro padrone. Truffaldino. Com’ela andada?

Servitore. Male.

Truffaldino. È vegnudo el paolo?

Servitore. Questa volta non è venuto: dubito che le sia piaciuto poco la lettera che mi avete dato.

Truffaldino. Ho paura anca mi.

Servitore. Un’altra volta vi farò la facilità di lasciare che la portiate voi colle vostre mani.

Truffaldino. Obbligado della finezza. (Saria curioso de veder cossa che la responde, se la ghe promette de restituirghe i zecchini).

Dottore. Bravo, signor Truffaldino.

Truffaldino. Cossa voravela dir, patron?

Dottore. Letterine amnorose.

Truffaldino. Sior sì, letterine amorose.

Dottore. (Povero Pantalone! È rovinato e non vuol far giudizio).

Truffaldino. (Me despiase che so poco lezer, e sto carattere no l’intendo).

Dottore. (Mi dispiace ancora per suo figliuolo. Gli avrei data volentieri mia figlia. Ma ora non è più in istato da maritarsi).

Truffaldino. Sior Dottor, la compatissa, no fazzo mai per far torto alla so virtù: sala lezer?

Dottore. La prendo per una facezia, per altro l’interrogazione sarebbe ben temeraria.

Truffaldino. Voio dir, se l’intende tutti i caratteri.

Dottore. Pare a voi che un uomo della mia sorte non abbia da intendere ogni carattere? Avete qualche cosa da leggere che vi prema?

Truffaldino. Gh’averave sta lettera.

Dottore. A chi va quella lettera?

Truffaldino. La va al mio patron.

Dottore. Al vecchio o al giovane?

Truffaldino. Al vecchio.

Dottore. E voi vi prendete la libertà di aprire e di leggere le lettere che vanno al vostro padrone? Truffaldino. Ghe dirò, sior, tra mi e lu passemo con confidenza; so tutti i so interessi. So che l'ha imprestà trenta zecchini a una forestiera che sta in quella locanda, e che con una polizza el ghe li ha domandai. El m’ha promesso, se la ghe li restituisce, de darme sie mesi de salario che avanzo e, per dirghela, gh’ho un poco de curiosità, perchè se tratta del mio interesse.

Dottore. Quand’è così, non ricuso di compiacervi.

Truffaldino. La me farà grazia.

Dottore. Mi pare aver inteso dire che il signor Pantalone faceva il grazioso con quella signora, e molto abbia con lei consumato.

Truffaldino. Me par anca a mi che sia vero.

Dottore. E come ora le domanda trenta zecchini?

Truffaldino. Questi el ghe li ha prestadi; e se spera che adesso, vedendolo in bisogno, tanto più presto la ghe li abbia da restituir. Sentimo quel che la dise.

Dottore. Sentiamo.

Signor Pantalone carissimo.

Sono penetrata dalla vostra disgrazia, e mi rincresce non essere in istato di sovvenirvi. Voi dite che mi avete prestato trenta zecchini, ma io non me ne ricordo, e se ciò fosse vero, avreste di me o un obbligo o una ricevuta. Riflettete che voi siete la causa della vostra rovina e che, se aveste badato a me solamente, non vi trovereste in simile stato. Non potete dire che io sia stata la cagione dei vostri disordini, mentre in due anni che avete praticato la mia casa, sono stati maggiori gl'incomodi che mi avete recato, di quelli che per me avete sofferto. Pensate ai casi vostri, mentre io per soccorrervi non posso alterare la mia economia, e molto meno privarmi di quanto mi è necessario per comparire; e non mi tormentate con lettere, mentre una fiera emicrania mi tiene oppressa, assicurandovi ciò non ostante che sono

Truffaldino. Cossa credela che possa sperar a conto del mio salario?

Dottore. Questa lettera vi può profittar assaissimo, considerando l’ingratitudine delle donne, e fissando la massima di starvi lontano e di non fidarsi di loro. Lasciate quella lettera nelle mie mani, che dandola ora al signor Pantalone, gli sarebbe di troppo cordoglio. Io gli sono amico e lo compatisco; e voglio recargli tutto quell’aiuto ch’io posso nelle presenti sue circostanze. Penso al rimedio de’ suoi disordini; credo averlo trovato; un poco doloroso per i suoi creditori, ma il più facile ed il più usitato. ct ct Truffaldino. Quando in quella lettera no gh’è più sostanza de cussì, no me curo gnanca de portarghela a sior Pantalon. Me despias per el me salari, ma za che tutto va a precepizio, cercherò anca mi de pagarme sui resti.

Leandro. Truffaldino, son disperato.

Truffaldino. E anca mi son per la medesima strada.

Leandro. Mio padre ha consumato tutto il suo patrimonio e la mia legittima, e la dote ancor di mia madre di cui io solo era l’unico erede.

Truffaldino. Consoleve, signor, che l’ha consumà anca el me salari.

Leandro. Mia madre, poverina, è morta per le passioni di animo che le ha fatto provare.

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