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L’Isola dei ciechi

Giuseppe Fraccaroli · 1907 · Free in the US

27,323 words · about 1 h 55 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Giuseppe Fraccaroli
Language
Italian
Published
1907
Length
27,323 words · about 1 h 55 min
Sections
22 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (22)
  1. Front matter under 1 min
  2. Dedica about 1 min
  3. I about 2 min
  4. II about 10 min
  5. III about 5 min
  6. IV about 5 min
  7. V about 6 min
  8. VI about 5 min
  9. VII about 6 min
  10. VIII about 2 min
  11. IX about 6 min
  12. X about 4 min
  13. XI about 7 min
  14. XII about 8 min
  15. XIII about 2 min
  16. XIV about 6 min
  17. XV about 9 min
  18. XVI about 5 min
  19. XVII about 5 min
  20. XVIII about 4 min
  21. XIX about 12 min
  22. XX about 5 min

Continue:

Front matter

ct

L’Isola dei ciechi

fi

Dedica

ct ct

Ti ricordi? Ed erano pur giorni di speranza e di fede quei giorni lontani, quando tu giovanissimo ancora venivi da me maggiore di qualche anno, e mi leggevi i tuoi primi saggi, ed io con cuore paterno, come tu dicevi celiando, assisteva ai tuoi primi trionfi. Allora, in quei giorni di fede, io non avrei per altro mai immaginato di poter farti un giorno la concorrenza nella letteratura romantica. Con una memoria meno tenace della tua e con una percezione meno pronta e meno precisa, a me non bastava la contemplazione, occorreva anche l’esperienza mia propria della scempiaggine e della perversità umana per poter presumere di rappresentarle degnamente. Ebbene, ora che questa esperienza non mi manca, quale tu nel mattino dell’età tua venivi a me come ad amico, tale io nel vespero della mia vita vengo a te come a maestro, e metto sotto la protezione del tuo nome questa mia innocente primizia.

Milano, la Pasqua del 1907.

I

Come io ci sia capitato, non lo saprei davvero raccontare. Ma era un paese molto strano. Io era lì in mezzo alla strada con la valigia, che mi pesava, e non ero capace di trovare un facchino. Un facchino? Ma non si vedeva neanche l’ombra d’un cane per tutta la via quant’era lunga, e le case eran tutte chiuse e tappate, porte e finestre, quelle poche finestre che c’erano. Che sia una città abbandonata? pensai tra me. L’aspetto degli edifici era disadorno e meschino, ma di rovina e di abbandono non c’era traccia: le strade erano selciate di piastrelle disposte a strisce longitudinali di differenti figure geometriche, per ciascuna figura una striscia; ed erano pulite e levigate come il pavimento di San Paolo a Roma. Io mi trassi da un canto e scossi dalle scarpe la polvere.

Poichè erano le ore calde, immaginai dunque che in quel paese ci fosse l’uso di far la siesta. Mi pareva strana per altro questa siesta così generale (nemmeno a Roma di mezz’agosto c’è per la siesta un tal deserto); e intanto guardavo di qua e di là, se ci fosse l’insegna di qualche osteria: lì ci dovrà pur essere, pensavo io, qualcheduno di guardia. Ma per quanto guardassi e camminassi, non vedevo nè frasca, nè circolo, nè scrittura, nè figura, niente, niente, nessuna indicazione, nessun segno, salvo lungo le case, di tratto in tratto, ad altezza d’uomo delle piastrelle murate di diverse forme geometriche, simili a quelle del lastrico, mezzo consumate in parecchi luoghi dal toccare forse e dallo sfregare dei passanti. Camminavo, camminavo, camminavo; quando finalmente mi corre l’occhio dietro al muricciuolo di un orto, e vedo due galline che beccano e un gatto sdrajato che sbadiglia. Io ho una certa prontezza d’ingegno, e perciò argomentai tutto a un tratto se ci son galline, ci deve essere chi le mangia, e se c’è un gatto, ci sarà chi lo mantiene: provo a picchiare a questa porta? Quando uno è stanco ed esausto, com’ero io, anche l’azione che d’ordinario corre spontanea costa uno sforzo di volontà. Picchio, o non picchio? Il sole era già vicino al tramonto e centinaia di passeri cinguettavano tra i rami d’un tiglio che dall’orto si sporgeva sulla strada. Picchio, o non picchio? Si può pensarci anche stando seduti. E poichè la porta di quella casa avea due gradini davanti, mi sedetti sopra il secondo a guardare i passeri e il tiglio: avevo il vantaggio d’essere all’ombra e insieme al sicuro, o così mi pareva, dalle incongruenze di quelli uccelli.

II

ct Mi svegliai di soprassalto, anzi, dirò meglio, mi svegliarono, e in che bel modo! Si vede che da seduto un po’ alla volta mi ero sdraiato attraverso la porta con la valigia per capezzale; una persona uscì di casa che era già buio, e non s’accorse di me: il resto si capisce. Io mi ebbi dunque un potentissimo calcio in uno stinco, che quando si cambia il tempo mi duole ancora; ma la signora (perchè la persona che usciva era una signora), mi cadde addosso di traverso con la faccia avanti in così malo modo, che, pesante com’era, andò a battere le protuberanze frontali sopra la geometria del selciato.

Lì per lì mi misi a gridare: — che maniera? — ma poi sentendo la donna urlare forte e disperarsi.... io sono tenero di cuore, e poi mi rendo ragione delle cose; così mi grattai un poco lo stinco e mi alzai zoppicando per soccorrerla. Ma non mi ero per anco bene alzato, che una folla di gente ci fu addosso; c’era, come ho saputo dopo, il marito della mia vittima, c’era la figlia, c’erano le guardie, e molti curiosi.

— Portate dei lumi, accidenti! — mi misi a gridare. E poichè nessuno se ne dava per inteso, io pensai subito che non capissero l’italiano.

Era buio pesto, eppure io sentivo che in quella tenebra tutta quella gente si moveva senza far molto rumore, e si agitava senza urtarsi, senza impedirsi gli uni con gli altri. Mi corse un brivido di spavento per tutto il corpo: io avevo dormito sotto il tiglio; che fosse accaduto anche a me come al vecchio Tobia? Mi fregai gli occhi, poi li alzai istintivamente e vidi una stella. Non avevo finito di racconsolarmi, che quattro mani mi afferrarono simmetricamente, due per braccio: — Alla polizia!

Io me la vedevo un po’ brutta: la folla cresceva, e pareva proprio che ce l’avessero amara con me!

— Ha ammazzato una donna. — Chi? — Un forestiero ha ammazzato una donna. — Dàlli, dàlli, all’assassino! — Ma è già morta? — Sì. — No. — Le ha spaccato il cranio. — Che orrore! Dàlli, dàlli!

Io me la vedevo molto brutta.

Fortunatamente poi lungo la via la bufera parve rabbonirsi. — Avanti! — mi disse il birro che avevo a destra; — alla polizia!

— Avanti! sta bene, dissi io, ma non ci vedo.

Quello non parve capire.

— Sono forestiero, non so la strada.

— Cinquantacinque passi a diritta sui circoli, ducentodiciotto a sinistra sulle elissi, poi a destra ancora centocinquantaquattro sui triangoli...

Io non ascoltai fino alla fine, e mi piantai lì.

— Portatemi, dissi io; io non capisco e non ci vedo.

Parve che i birri si consultassero; poi ad un tratto mi presero sotto braccio uno per parte, e dissero: — andiamo!

E si andava via di buon passo, ed io zoppicavo per lo stinco ferito, e non avvezzo a camminare nel buio incespicavo e scivolavo. Essi mi reggevano e di tratto in tratto mi aiutavano anche con qualche incoraggiamento a posteriori; all’infuori del quale io non capivo nulla di nulla. Sentivo per la strada il brusìo della gente che andava e veniva stropicciando i piedi. Erano lì tutti per me? Non mi pareva. Chi andava in un senso, chi in un altro: di- scorrevano. Io guardavo tra i tetti sopra il mio capo, e le stelle indicavano la direzione della via: del resto buio. — Che siano come i gatti costoro, che vanno attorno di notte?

Come giungemmo finalmente al commissariato, i birri mi consegnarono a due altre guardie, dicendo: — badate di reggerlo, perchè è ubbriaco fradicio. — Queste mi introdussero dal capo ufficio in uno stanzone anche più buio della strada.

— Sedete, mi disse il commissario, come fui dentro.

— Dove?

— Sulla sedia.

— Dov’è la sedia?

— Al suo posto.

E come io brancolavo per cercarla, una guardia mi prese per un braccio e mi tirò verso di essa, smovendola insieme rumorosamente per farmi sentire dove la era. Io mi piegai verso quella parte e feci per sedermi, ma sbagliai e caddi a terra.

— Sa, signor commissario, disse la guardia, è ubbriaco fradicio: non si regge in piedi.

Se io non fossi stato in quel brutto frangente, gli avrei rotto il muso a quell’animale.

Dopo un quarto d’ora il commissario suonò:

— È pronto dunque cotesto rapporto?

— Pronto, signor commissario.

— Ebbene, datene lettura al prevenuto.

Io avevo letto da ragazzo che il tribunale dell’Areopago teneva i suoi giudizi di notte, senza lumi, affinchè l’aspetto dell’imputato non avesse a commuovere eventualmente l’animo dei giudici; e quando fui introdotto in quella sala così buia buia, immaginai subito che in quel paese durasse pur anco un tale costume. Ma come sentii che c’era un rapporto da leggere, — oh, adesso i lumi, pensai, si dovranno pure accendere!

Invece no, lumi niente. Sentii bensì una voce monotona e chioccia recitare di fila una pappardella sconnessa, senza pause, senza respiri, senza senso: e poichè nessuno parla a quel modo lì, neanche i matti, non poteva dunque essere che una lettura; e quello che leggeva era nella sala. La mia attenzione era rivolta a questa meraviglia, e perciò al contenuto della pappardella non badai: intesi per altro che vi si parlava di una donna ferita e di un ubbriaco fradicio.

— La parte lesa è presente? domandò il commissario.

— Ha pregato di attenderla qualche minuto.

— Ebbene, intanto procederemo all’interrogatorio del prevenuto. Prevenuto, voi siete forestiero?

— Signor sì.

— Cosa siete venuto a fare ad Amauropoli?

— Scusi, commissario, Amauropoli è forse il nome di questa illustre città?

— Non fate lo gnorri. Cosa ci siete venuto a fare?

Era proprio la domanda terribile: cosa ci sono andato a fare? Ma l’ho forse io mai saputo? Io restavo lì senza rispondere.

— Andiamo per ordine, ripigliò il commissario: di dove venite?

— Oh, questo sì glielo posso dire. Vengo da Verona.

— Da...?

— Da Verona.

— Cosa è Verona?

— Un bell’asino, pensai tra me, che fa di queste domande. — Verona, risposi forte, è la più bella città del mondo.

— Non è questo il luogo di scherzare, capite, saltò su il commissario. Che storie mi venite a contare? Ecco qui il dizionario delle città e dei villaggi di tutta la terra; lì dentro c’è tutto. A voi! trovatemi nel dizionario questa vostra... come si chiama?

— Verona.

— Trovatemela, se siete capace.

E sentii pesarmi sulle mani un libraccio grande come un messale.

— Sapete leggere? soggiunse il commissario.

— Sono maestro di scuola, e questo è parte del mio dovere.

— Ebbene, leggete e toccate con mano.

— Se il signor commissario, dissi io, volesse avere la compiacenza di far portare una candela, io potrei leggere benissimo tutto ciò che comanda.

— Questi sono discorsi insensati, — cominciò il commissario; ma non proseguì, perchè intanto la porta dietro di me si riaperse ed entrarono alcune persone. Era la rappresentanza della parte lesa, il marito e la figlia della mia vittima. Essi entrarono, fecero i convenevoli, si sedettero, senza incespicare e senza urtare niente.

— Come va la povera Sua signora? domandò il commissario.

— Fortunatamente, rispose l’uomo, è cosa leggera, e fu assai maggiore la paura che il danno.

— Bene, bene, fece il commissario: stavamo appunto interrogando il prevenuto, il quale è ubbriaco fradicio, e dà perciò delle risposte insensate.

— La prego, signor commissario, dissi io impermalito: ma che maniera è questa di offender la gente gratuitamente?

— Ma se non potete nemmeno reggervi in piedi e non volete essere ubbriaco?

— Prima di tutto, ribattei io, io non sono avvezzo a camminare all’oscuro: poi ho ricevuto un potente calcio in uno stinco da una persona che mi è caduta addosso, e ho la gamba che mi fa male. Finalmente Le posso affermare sul mio onore, che da quando sono partito da Verona non ho più assaggiato una goccia di vino: chi si è avvezzato al Valpolicella non può soffrire gli intrugli. Questa è la verità.

— Bene, bene, disse il commissario; tutte queste sono chiacchiere inutili, e noi non abbiamo tempo da perdere. Stendiamo il verbale; e dite pure quello che vi piace, ma pensate bene che la verità poi la si scopre, e che la menzogna si paga cara.

— La mi interroghi.

— Di dove venite?

— Gliel’ho detto; vengo da Verona.

— Auf! fece il commissario. Ebbene, tiriamo via. Perchè ne siete partito? Dite presto e in breve.

— Ecco, in breve, signor commissario. La conversazione quotidiana con quei discendenti di Bertoldino mi era venuta alquanto a noia: d’altra parte leggendo le corrispondenze intorno alla guerra giapponese, io andavo ripetendo tra me: quelli sono uomini! quelli sono uomini!

— Tirate via, tirate via.

— Ora io mi ci affezionai tanto a quelli uomini, che divisai d’andare al Giappone. Deve sapere che vicino al Ponte delle Navi una volta vi erano sempre tre o quattro barche grosse, anni addietro, prima delle ferrovie: adesso se ne vede appena qualcuna di tanto in tanto. Ebbene, come ne capitò una, la noleggiai; e poichè al Giappone ci si va in barca, decisi di andare.

— Tirate via, tirate via, borbottò impazientito il commissario.

— Ebbene ho navigato mesi e mesi, e finalmente eccomi qui. Non è il Giappone questo paese?

— Che Giappone d’Egitto? gridò il commissario. Stiamo a questo mondo. Ai bambini della scuola sarete solito forse di contar fiabe di paesi fantastici; qui dovete smettere questa abitudine: qui, sapete, è cosa seria. Stiamo a questo mondo, vi ho detto, e badate ai casi vostri.

Il tono era risoluto, ma io non capivo che cosa quello volesse dire. O che il Giappone per lui era forse nel mondo della luna?

— Sa, balbettai mortificato, può darsi benissimo che io abbia sbagliato la rotta, e che invece di capitare al Giappone sia capitato in un altro sito, com’Ella adesso mi afferma: il guaio si fu che non avevamo una bussola.

— Non avevate la bussola? — gridò pieno di stupore il commissario e sebbene ci fosse sempre buio pesto, mi parve di sentire il suo sbalordimento diffondersi per tutta la sala. — Ma come si fa ad andare intorno senza bussola?

— Sa, dissi io, per scender per l’Adige la bussola è inutile assolutamente, e quelle barche non l’hanno. Quando fummo in mare, veramente ho fatto troppo a fidanza di sapermi regolare dal sole.

— Il sole, il sole, papà! Egli ha parlato del sole! — Una voce soavissima di giovinetta pronunziò queste parole, una voce tenera e carezzevole e insieme concitata e tremante.

— Signorina, disse il commissario, non ci badi; sono superstizioni che non reggono davanti alle prove della scienza.

— Papà, papà, fallo parlare, fallo parlare! balbettò ancora la fanciulla.

— Via, via non commuoverti, disse l’uomo.

— Ebbene, terminiamo, disse il commissario. Voi adunque siete venuto qui, e vinto dal sonno e dal vino vi siete posto a dormire sulla porta del signor Agatone. E il resto lo sappiamo.

mi strinsi nelle spalle.

— Come vi chiamate?

Io avevo detto fin lì la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità, e non me ne era stata creduta una sillaba. E se provassi un po’ a sballarne una? Sentendo che quello si chiamava Agatone, per associazione di suono risposi franco:

— Io mi chiamo Agatocle, per servirla.

Ed effettivamente su questo il signor commissario non mosse obiezione, e fece stendere senza altro il verbale, dove si diceva, come e qualmente un individuo così e così, ubbriaco fradicio, si era collocato a dormire fuori di posto, ed era stato causa perciò della caduta della signora Agapita, moglie del signor Agatone Agatoni, la quale ne avea riportato una ferita lacero-contusa alla protuberanza frontale sinistra, guaribile in giorni cinque; che interrogato l’imputato, per le sue condizioni di ubbriaco fradicio, non aveva saputo dare alcuna risposta attendibile, tranne il nome, che affermò essere Agatocle; che...

— Signor Agatone, come parte lesa, favorisca formulare le sue domande.

— No, papà; no, papà; disse con ansia supplichevole la giovinetta.

— Poichè evidentemente fu un mero accidente... disse quel buon signore.

— E spiacevole assai anche per me, Le assicuro, m’affrettai di soggiungere.

— Rinunzio ad ogni diritto ed azione contro il signor Agatocle.

— Grazie, papà; gridò la fanciulla.

Che cara creatura che doveva essere!

— Ebbene, signor Agatocle, disse il commissario, per questa volta Ella è in libertà.

Io feci per alzarmi.

— Ahi, la mia gamba.

— Cos’è stato?

— Oh niente, niente. La persona che mi cadde addosso, nell’inciampare mi ha dato un calcio qui nello stinco sinistro, che mi ha scorzato tutta la pelle.

— Poveretto, poveretto! fece la fanciulla.

— Senta, signor commissario, dissi io, poichè Ella mi mette in libertà, abbia la cortesia di indicarmi una locanda poco discosta, perchè io sono stanco e vorrei andare a dormire. Se ne avessi trovata una aperta ieri, non sarebbe succeduto ciò che è succeduto.

— Papà, papà, disse ancora la signorina; se lo ospitassimo noi? La sua valigia è rimasta a casa nostra: non lasciarlo andare alla locanda. È stata la mamma che gli ha fatto male, po- veretto, e lui non se ne lagna. Ma siamo noi che abbiamo il dovere di curarlo: conduciamolo a casa nostra. Voglio ch’egli ci parli ancora del sole.

Che cara creatura che doveva essere!

Io sentii il babbo suo accostarsi a me piano piano; e mi sussurrò presso l’orecchio:

— È una fissazione. Abbia la bontà di non contraddirla: il medico ha ordinato di non contraddirla.

Poi disse forte: — Signor Agatocle, vuol farmi l’onore di accettare l’ospitalità in casa mia?

III

Che buona pasta quel signor Agatone! Fatte le solite scuse ei soliti convenevoli sul piacere e sull’onore, anzi io, anzi Lei, si figuri, troppo buono, ecc., ecc., e saltando altre circostanze di poco conto, vengo al momento in cui giunsi a casa dei miei bravi ospiti e sedemmo a tavola. La signora Agapita si fece scusare se non poteva intervenire; aveva la testa tutta fasciata, e aveva bisogno di riposo. Io ne rimasi mortificato.

Ci sedemmo a tavola, come ho detto; ma per me era un imbroglio non piccolo. Che razza di costume poteva esser quello di far tutto al buio? Io non sapevo decidermi; ma la bontà del signor Agatone e le delicate premure della signorina mi infusero un po’ di coraggio.

— Se non faccio una domanda indiscreta, dissi io finalmente, signor Agatone, avrebbe la bontà di far portare una lucerna. Io non ho pratica di mangiare al buio, e ho paura di rovesciare qualche cosa.

— Una lucerna? cos’è una lucerna? forse è un vocabolo che io non conosco.

— Una lucerna è, o può essere... tutto ciò che serve a far luce.

— Luce? luce? esclamò tutta anelante la signorina. Ma la luce non è lo stesso che il sole? Anch’io adoro il sole.

Io rimasi interdetto e perplesso. Che sia matta? Il babbo suo infatti mi aveva raccomandato di non contraddirla. Bisognava dunque voltare il discorso, e fortunatamente mi venne un’idea.

— Signor Agatone, se ha la bontà di indicarmi dove è stata riposta la mia valigia, ci ho dentro dei cerini e delle candele, e se mi permette, mi servo di quelle.

— Imelda, bimba mia, fa un piacere, disse il padre, tu che sai dove l’hai riposta, va a prendere la valigia del signore e portala qui.

Io ardevo veramente dal desiderio di vedere in faccia i miei ospiti. Ero stato in mezzo a tanta gente quella notte, ma di che colore fossero, non l’avrei saputo ancora dire: sopra tutto poi ero impaziente di vedere la faccia della giovinetta, di cui mi avevano già mezzo conquiso la cara voce, la cara anima e il caro nome, e per la quale sentivo anche un’immensa pietà, pensando, per ciò che avevo udito, che probabilmente ella dovesse essere in tutto od in parte priva del lume della ragione. Ora ciò che provai in quel momento che accesi il cerino, io non lo so affatto ridire.

Imelda apparve diritta avanti a me, come una visione d’un mondo incantato. Di grandezza giusta e di giusta complessione, ma non per anco nel suo pieno rigoglio, essa sorgeva nel candor niveo delle sue vesti, nel candor pario delle braccia nude e del collo tondo e flessuoso, come una statua di Prassitele ammorbidita dai linimenti di Nicia. Io non avevo mai visto, io non avevo pensato mai tanta purità e tanto lindore. Il suo volto pallido e delicato aveva la grazia delle madonne del Perugino, ed era velato di quella malinconia calma e profonda che ispira insieme e tenerezza e pietà: la sua bocca pareva fatta soltanto per l’estasi: i capelli morbidi e biondi e naturalmente ricciuti, divisi in mezzo alla fronte e raccolti in trecce lente sulla nuca, pareano l’aureola d’una santa; altri riccioli sottilissimi come nebbie dai riflessi d’oro le scendevano carezzevolmente sulle guance.

Ella non fece alcun atto quando io accesi la candela; soltanto teneva le ciglia abbassate. Io mi appressai a contemplarla, con indiscrezione certamente, ma non sapevo più dove io fossi: era una visione spirituale.

— Signorina Imelda, dissi poi finalmente, perchè non mi vuol concedere la grazia di mostrarmi anche i Suoi occhi?

Avesse inteso, o fosse un movimento istintivo, ella alzò allora le palpebre con un’espressione di tristezza nel volto, che io non potrò mai dimenticare. Ma con le palpebre si levò insieme su tutto il bulbo dell’occhio una pellicola bianca. Appressai di più la candela, e la fanciulla non battè ciglio.

Io afferrai per il braccio il signor Agatone e gridai reprimendo il groppo che avevo alla gola: — Dio! Dio! la figliuola Sua è dunque cieca?

— Cieca? disse egli con calma: che cosa vuol dir cieca? Imelda cara, cosa t’è accaduto di male?

— Nulla, babbo, mi è accaduto.

Io cominciai a piangere forte; non mi seppi tenere.

— Perchè piange così, signor Agatocle? disse la giovinetta carezzevolmente.

E più volevo farmi forza, e più io singhiozzavo.

— Le parrà forse strano, dissi finalmente, signor Agatone, che io mi commuova tanto per la infelicità di Sua figlia: ma mi creda, io non voglio nè arrogarmi nè usurpare la Sua tenerezza paterna: gli è che Lei ci è avvezzo da tanti anni, forse dalla sua nascita, a vederla così, e ad ogni cosa ci si abitua. Io a veder cieca una così bella creatura non posso tenermi dal piangere: mi perdoni, signor Agatone.

— Cieca? Ma che significa cieca?

Raccolsi in fretta a tastoni la candela che mi era caduta, la riaccesi, e guardai in faccia il signor Agatone.

— Anche Lei, signor Agatone? Mi scusi, mi scusi. Oh quanto siete infelici tutti e due!

— Abbia pazienza, signor Agatocle, disse il mio ospite, ma io non La capisco. All’infuori di quei malanni che sono inevitabili alla natura mortale, qualche febbre, qualche incomodo, dei dispiaceri talora nella vita pubblica o nella privata, delle delusioni, dei disinganni, cose che avvengono a tutti a questo mondo, io non so capire affatto perchè Ella reputi me e la figlia mia per più infelici di alcun altro.

Dentro di me io cominciavo a stizzirmi. E d’altra parte pensavo: se lui se ne trova contento, che parte faccio io a disingannarlo? Perciò cominciai a prepararmi la ritirata, un po’ alla volta, senza parer di disdirmi.

— Non mi potrà negare, dissi io, che la mancanza di un senso deva considerarsi una infelicità, e che il senso della vista per lo meno non sia da posporre ad alcun altro.

— Il senso della vista? Che cosa è il senso della vista?

Io non risposi, perchè non sapevo che rispondere.

— Dacchè mondo è mondo, continuò Agatone, l’umanità ebbe quattro sensi distinti, oltre il sensorio universale, e sono: tatto, olfatto, gusto ed udito. So benissimo che certi filosofi discutono della possibilità di un quinto o magari di un sesto senso; ma che cosa sia questo quinto senso, non ci fu mai barba d’uomo che fosse capace di farlo capire e neanche di farlo immaginare.

— Sarebbe questo dunque il mondo dei ciechi? pensai sbigottito fra me.

— Non affliggiamoci dunque, signor Agatocle, per infelicità del tutto fantastiche; e poichè di già s’avvicina il giorno, e la ragione consiglia di sottrarre i corpi all’azione del fuoco, mangiamo un boccone e poi andiamo a riposare, chè anche Lei sarà stanco. La notte prossima torneremo a discorrere, e sentirò con piacere raccontare da Lei le Sue avventure.

L’alba infatti biancheggiava in oriente e un debole chiarore entrava già per la finestra, sì che io vedevo disegnarsi contro di essa i profili de’ miei ospiti. Mi sapeva strano andare a dormire a quell’ora, eppure non ci andai mal volentieri: da una parte ero molto stanco, dall’altra il sole mi era diventato, come potrei dire quasi antipatico, dappoichè Imelda non lo vedeva.

IV

Dormii tutto il giorno. Paese che vai, usanza che trovi; ed io davo con questo un buon saggio della mia lodevole adattabilità. Mi vestii ed apersi la finestra, che dava sull’orto. Il sole era già tramontato, e i suoi ultimi raggi rifrangendosi nelle nuvole colorivano vivamente di un color di rosa tutte le cose: un piccolo arco di luna si affrettava a raggiungere il sole.

Tutto era pace e silenzio: le galline erano già andate a pollaio, e Amauropoli non era ancora desta. Laggiù nell’orto, per altro, o mi pare, sento un passo leggero leggero: guardo, era la dolcissima Imelda che andava a sedersi su di una panchina presso un cespuglio di rose. Io cominciai a tremare: che effetto strano mi faceva quella creatura! Era una tenerezza infinita che s’impadroniva di me, e mi faceva un nodo alla gola. Pensai di rivolgerle un saluto: ma — devo dirle buon giorno? o buona sera? Chi sa come usano dire in questo paese? Oltre di ciò avrei voluto parlarle con delle parole dolci e delicate, che le esprimessero l’animo mio, la mia tenerezza, senza offenderla, senza turbarla. Mi scervellai a scegliere la frase; questa dice troppo, quest’altra può essere interpretata a rovescio; e così, scarta questa, scarta quella, finalmente mi decisi:

— Bene alzata, signorina Imelda; come ha riposato?

La frase non si può dire in verità che fosse nè nuova, nè arguta; ma ero riuscito a metterci dentro il suo nome, ed a me pareva che dove fosse quel nome, fosse la poesia e la bellezza.

— Oh! signor Agatocle, dov’è? dov’è? disse Imelda.

— Sono quassù alla finestra.

— E come ha fatto a sapere che io ero qui giù nell’orto?

— Oh bella, La vedo! — dissi io. E non avevo ancora pronunciate queste parole che mi morsi la lingua. Sventato, le ricordavo la sua sventura.

— Signor Agatocle, vorrebbe allora essere tanto buono da scendere qui? Avrei desiderio di parlarle.

Io volai, e come le fui presso, il mio primo impulso fu di inginocchiarmi: in quella luce crocea del vespero essa pareva un’angelo d’oro.

— Signor Agatocle, dov’è? Signor Agatocle.

— Sono qui presso.

— Ah, è qui? grazie: sieda dunque vicino a me, abbia pazienza.

Io sedetti, e avrei voluto prendere le sue mani fra le mie, ma non osavo: io ardevo tutto di questo desiderio, ma non mi arrischiavo di attuarlo nè di esprimerlo, e non trovavo modo di farlo capire.

— Ella, signor Agatocle, ha detto or ora che mi vedeva dalla finestra: io non capisco, io non capisco... Ossia, ecco, capisco questo, che il vedere deve essere una facoltà per la quale uno percepisce ciò che è lontano, ciò che non può toccare con le mani, di cui non gli può giungere l’odore, una cosa... come il suono...

— Sì, signorina. Ella ha detto molto bene; è precisamente così come Ella immagina.

— Ma, Ella, signor Agatocle, percepisce dunque a questo modo ciò che è lontano, anche molto lontano?

— Sì, signorina, lo vedo. Ecco, qui per esempio a destra c’è quel bel tiglio coi passeri che saltellano tra i rami: a sinistra, poichè siamo su di un’altura, digradano i tetti della città, e laggiù in fondo in fondo c’è il mare; di fronte a noi, di là della strada c’è una collinetta piena di alberi...

— Ma Lei è dunque un Dio, disse Imelda.

A questa uscita io mi rizzai a sedere sulla punta delle natiche; però onestamente non la lasciai seguitare, e le assicurai che ero un uomo, niente di più e niente di meglio di un uomo, di carne e d’ossa, come tutti gli altri. E poichè adesso veniva in taglio, anche per provarle la mia materialità, presi le sue mani tra le mie mani.

Dio! che delicatezza! Non c’è petalo di rosa che non debba parere aspro e pungente in confronto delle delicatissime mani di Imelda: io le tenevo fra le mie, ma avevo paura di stringere, avevo paura di sciuparle.

L’aria si faceva già scura, non tanto però che io non discernessi la faccia d’Imelda rannuvolarsi. Tutto ad un tratto ritirò le mani con ribrezzo; e

— Lei è vecchio, signor Agatocle, esclamò sospirando; Lei deve avere per lo meno ducento anni.

— Me l’aveva fatto capire suo padre, pensai io, che era matta! Poverina, poverina! E non bisogna contraddirla!

— Signorina Imelda, dissi io supplichevole; ma da che cosa può Lei argomentare che io sia così vecchio!

— Dalle Sue mani, si capisce: coi molti anni la pelle si raggrinza e perde il senso: io ho toccato le mani di mio nonno e di mio bisnonno, ma non c’è confronto con la durezza delle Sue. Perdoni, dia qui la Sua destra, qui, cos’è questo? è un osso?

— No, è un callo.

— E qui di sopra la pelle Sua è tutta ruvida e scabra; quasi mi sono graffiata a toccarla.

— Signorina cara, dissi io; non è già che io sia molto vecchio; gli è che ho fatto un lungo viaggio di mare e ho preso molto sole.

Imelda sussultò e mi afferrò un braccio.

— Voi altri, continuai io, che, da quel che ho capito, andate intorno soltanto di notte, potete conservare la pelle liscia e delicata; a noi invece l’aria del giorno la abbronzisce e la abbrucia.

— Come? come? disse Imelda. Voi andate invece in giro di giorno, nelle ore del fuoco, come le bestie? Allora si capisce, allora si capisce.

Il paragone non era lusinghiero, ma io non me ne offesi; domandai solo, con la miglior grazia che mi fu possibile, perchè mai loro preferissero uscire invece soltanto di notte. Poichè per loro era sempre buio, pensavo tra me, non ci avrebbero dovuto far differenza.

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