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Indice
Abbreviature
ct
Berl. = ms. della bibl. regia berolinensis, segn. Hamilton, 424 (veneto).
Bern. = ms. della bibl. cantonale di Berna, segn. 557 (veneto).
Cas. = framm. ms. della Casanatense di Roma, segn. 3999, pubbl. da in Studi romanzi, iv, 1906 (veneto).
Correr = ms. della bibl. del museo Correr di Venezia, segn. Doná Dalle Rose, 224 (veneto).
Fr. = Testo francese della Soc. geografica francese (Mèm. de la Soc. de geogr., I, Paris, 1824).
Mgb. = ms. della Naz. centr. di Firenze, segn. Magliab., xiii, 73 (toscano).
Pad. = ms. della bibl. civica di Padova, segn. cm, 211 (veneto).
Pal. = ms. della Laurenziana di Firenze, segn. Palat., 590 (toscano).
Ram. = Il Milione di M. Marco Polo, secondo la lezione ramusiana, illustrato da G. B. Baldelli Boni (tomo ii), Firenze, 1827.
Ricc. = ms. della bibl. riccardiana di Firenze, segn. 1924 (xxxix) (veneto).
Yule = , The book of ser M. Polo, ecc., London, 1871.
Del Prologo
Signori re, duchi, marchesi, conti, cavalieri, prinzipi e baroni, e tuta zente a cui dileta de saver le diverse zenerazion de zente e dei regnami del mondo, tolè questo libro e fatelo lezer, e qui troverete tute le grandisime meraveie e diversitate della grande Armenia, de Persia, Tartaria e de India e de molte altre provinzie. E questo libro ve conterá per ordine si come misier Marco Polo, nobile e savio zitadin de Veniesia, á rezitado, segondo che lui medemo vide con i suo ochi. Ben conta in questo libro molte cose ch’el non vide; ma ello le intese da savi omeni e degni de fede. E però meterá le cose vezude per vezuda, e le aldide per aldida, azò ch’el nostro libro sia drito e veraze e senza reprension niuna: ni non è nostra intenzion de scriver cossa che non sia verasia. E sapiate veramente che..., dapò ch’el nostro segnor Dio creò Adam nostro primo padre, ch’el non fo nesuno omo ni Cristian ni pagan ni altra zente del mondo che tanto vedesse e zercasse delle diverse parte del mondo e meraveie come á fato questo misier Marco Polo. E... el pareva a lui ch’el fosse gram mal... che cusí grande e stranie cosse e meraveie non fosseno dite e sapute dale giente... e non fosseno messe in perpetual memoria. A saver queste cose el stete in quelle parte del mondo ben ani vintisié. E, siando in carzere a Zenova, alora si fè scriver questo libro a miser Ristazo (Bern. Restazio, Berl. Reustregielo, Fr. Rustacians) da Pisa, lo qual era prixion con esso lui... E questo fo ano Domini mille duxento novanta oto. In quelo tempo che misier Balduino era imperador de Costantinopoli, che fo ano Domini mille duxento zinquanta, misier Nicuola Polo che fo pare de Marco, e misier Mafio Polo, fradelo de misier Nicolò, valenti e savi e avezuti, se partine da Veniesia, e andò con suo mercadanzie in la zitá de Costantinopoli; e li aveno consiglio de dover andar plui innanzi, e per sua utilitate e per sue mercadanzie; e comprarono molte zoie e intrò in nave in Costantinopoli, e andò in Soldania (Fr. Soldadia, Y. Soldaia). Quando li fono in Soldania, aparse a lor un tempo de andar plui avanti, e partisse de Soldania e mèsese in camino e cavalcono che i zonse ala zitá lá dove era Barca Can, che era segnior d’una parte de tartari, li quali abitava in la contra de Bolgara (Bulughan) (e de Sara). Questo segnor Barca Can [signor] onorá miser Nicolò e miser Mafio, (e) mostrò grande alegreza de soa venuta. Egli ghe donò tute le zoie che lor avevano siego, e Barca Can li rezevete volentiera e molto li piaque e fèghe donar altre cosse che valevano ben doatanto; le qual cosse egli le mandano a vender in quelle parte, (e) sono molto ben vendute. E quando egli sono stadi in la tera del Barca Can ben uno ano, sí comenzò una guera tra Barca Can e el signor de tartari de levante; e andò l’uno contra l’altro con tuta soa forza e combatè insieme; e gran dalmazio fo da l’uno lato e da l’altro, ma el ave ale fine la vitoria Alau. E per caxion de quella guera non se podeva andar per quella via; donde quelli do fratelli non podeva tornar dale parte del Barca, perchè ognuno iera morto o preso; ma avanti se podeva ben andar. E allora i do fratelli deliberò de andar avanti per la via de levante, per tornar possa per traverso in Costantinopoli, poichè non poteva tornar per la via donde ierano andadi; e partisse della tera de Barca e andò in una zitá verso levante che a nome Oucaca (Ucaca), ch’è ala fin del regname del segnor del ponente. E da Oucaca se partí, e pasáno el fiume che se chiama Tigri [uno di quatro fiumi del paradixo], e andò per uno deserto ch’è longo dixisete zornate; ni non trovò zitá nè castelli, ma trovò moltitudine grande de tartari che abitano alle canpagne con loro bestie. E quando i ave passato quel deserto i trovò una zità che a nome Bocara, molto nobele e grande. E la provinzia a nome altrosí Bocara; ed era re uno che aveva nome Banic (Barac), e la zitade è la maor che sia in tuta Persia. In questa contrá stete quelli do fratelli tre ani: in quel tempo (ghe vene) uno ambasciatore de Alau che era signior del levante, el qual era mandado... al Grande Can segnor de tuti i tartari. E questo valentomo vide questi do fradeli, e avene grande meraveglia, e veteli volentiera, perchè el non aveva mai visto alcuno latino; e parlò ai do fratelli e diseli: — Se vui me volè creder, vui podè acquistar grande richeze e grande onore: lo grande signor di tartari non vide mai niuno latino, e á grande voluntate de vederne. E, se vui volè vegnir con mi, e’ ve menerò salvi e seguri, e sí ve fazo zerti ch’el ve fará grande onor, e avere de tal venuta grande utilitá. —
Quando quelli do fratelli aveno inteso quelle parole, egli aveno suo conseglio e deliberono de andar con quel valentomo alla corte del Gran Can, e mesese in via con lui, e andò uno ano per griego e per tramontana innanzi che i gionzieseno alla tera: ove era el Gran Can, e trovò molte stranie e meraveiose cose per la via, le qual se conterano in questo libro, in altro luogo, destintamente.
II
Quando lo grande signore, che Cablai (Cublai) avea nome, ch’era signore di tutti li tartari del mondo e di tutte le provincie e regni di quelle grandissime parti, ebbe udito de’ fatti de’ latini dagli due frategli, molto gli pregò; e disse fra se stesso di volere mandare messagi a messer lo papa; e chiamò gli due frategli, pregandoli che dovessero fornire questa ambasciata a messer lo papa. Gli due frategli rispuosero: — Volentieri. — Allora lo signore fece chiamare uno suo barone che avea nome Coghotal (Cogatal) e disseli che volea ch’andasse co’ li due frategli al papa. Quegli rispose: — Volentieri, — sí come per signore. Allotta lo signore fece fare carte bollate, come li due frategli e il suo barone potessero venire per questo viaggio, e impuosegli l’ambasciata che volea che dicessero; tra le quali mandava dicendo al papa che gli mandasse sei uomini savi, e che sapessero bene mostrare a l’idoli e a tutte altre generazione di lá che la loro legge era tutta altramenti e come ella era tutta opera di diavolo, e che sapessero mostrare per ragioni come la cristiana legge era migliore. Ancora pregò li due frategli che li dovessero recar l’olio de la lampana ch’arde al Sepolcro in Gerusalemme.
I
Furono due nobili cittadini di Vinegia, ch’ebbe nome l’uno messer Matteo e l’altro messere Nicolao, i quali andâro al Gran Cane signore di tutti i tartari; e le molte novitadi che trovâro si diranno piú innanzi. E quali, giunti che fûro alla terra dov’era il Grande Cane, sentendo la loro venuta, fecesegli venire innanzi, e fecene grande allegrezza e festa, però che non avea mai piú veduto niuno latino; e domandògli dello imperatore, e che signore era, e di sua vita e di sua iustizia, e di molte altre cose di qua; e domandòli del papa e della Chiesa di Roma, e tutti i fatti e Stati di cristiani. E i due fratelli gli rispuosono bene e saviamente ad ogni sua domanda, però che sapeano bene il tartaresco.
III. Come il Grande Cane donò a li due frategli la tavola de l’oro
Quando lo Grande Cane ebbe isposta l’ambasciata a li due frategli e al barone suo, si li diede una tavola d’oro, ove si contenea che gli messagi, in tutte parti ove andassero, li fosse fatto ciò che loro bisognasse; e quando li messagi furo apparecchiati di ciò che bisognava, presero comiato e missersi in via. Quando furo cavalcati alquanti die, lo barone ch’era co’ gli frategli non potté piú cavalcare, ch’era malato, e rimase a una cittá [ch’ha nome Alau]. Li due frategli lo lasciâro e missersi in via; e in tutte le parti ov’egli giugneano gli era fatto lo maggiore onore del mondo, per amore de la tavola: sí che gli due frategli giunsero a Laias. E sí vi dico ch’egli penâro a cavalcare tre anni; e questo venne, che non poteano cavalcare per lo malo tempo e per li fiumi ch’erano grandi.
IV. Come li due frategli vennero alla città d’Acri
Or si partiro da Laias, e vennero ad Acri del mese d’aprile, nell’anno 1272, e quivi seppero che ’l papa era morto, lo quale avea nome papa Clemente. Li due frategli andâro a uno savio legato, ch’era legato per la Chiesa di Roma nelle terre d’Egitto, e era uomo di grande autoritade, e avea nome messer Odaldo (Teobaldo) da Piacenza. E quando li due frategli li dissero la cagione perchè andavano al papa, lo legato se ne diede grande
meraviglia; e pensando che questo era grande bene e grande onore de la cristianitade, si disse che il papa era morto, e che elli si soferissero tanto che papa fosse chiamato, che sarebbe tosto; poscia potrebbero fornire loro ambasciata. Li due frategli, udendo ciò, pensâro d’andare in questo mezzo a Vinegia per vedere loro famiglie: allora si partîro d’Acri, e vennero a Negroponte e poscia a Vinegia. E quivi trovò messer Nicolao che la sua moglie era morta, e erane rimasto uno figliuolo di quindici anni, ch’avea nome Marco; e questi è quello messer Marco di cui questo libro parla. Li due frategli istettero a Vinegia due anni, aspettando che papa si chiamasse.
V. Come li due frategli si partiro da Vinegia per tornare al Grande Cane
Quando li due frategli videro che papa no’ si facea, mossersi per andare al Grande Cane, e menarne co’ loro questo Marco, figliuolo di messer Nicolao. Partirsi da Vinegia tutti e tre, e venero ad Acri al savio legato che v’aveano lasciato, e disseli, poscia che papa non si facea, voleano ritornare al Grande Cane, che troppo erano istati; ma prima voleano la sua parola d’andare in Gerusalemme, per portare al Grande Cane de l’olio de la lampana del Sepolcro: e 'l legato gliele diede loro. Andâro al Sepolcro, e ebbero di quello olio, e
ritornâro a lo legato. Vedendo lo legato che pure voleano andare, fece loro grande lettere al Grande Cane, come li due frategli erano istati cotanto tempo per aspettare che papa si facesse, per loro testimonianza.
VI. Come gli due fratelli si partirono da Acri
Ora si partirono li due fratelli d’Acri colle lettere del legato, e giunsero ad Layas. E stando in Layas udirono novelle come questo legato, lo quale aveano lasciato in Acri, era chiamato papa: ebbe nome papa Gregorio di Piagienza. E in questo stando, questo legato mandò un messo a Layas, dietro a questi due fratelli, che tornassono adrietro. Quegli con grande allegrezza tornarono adrietro in su ’n una galea armata, che fece loro apparecchiare lo re d’Ermenia. Or si tornarono gli due fratelli al legato.
VII. Come gli due fratelli vanno al papa
Quando gli due fratelli vennoro ad Acri, lo papa chiamato fece loro grande onore, e ricevetteli graziosamente, e diede loro due frati, di quegli del monte del Carmine, i piue savi che fossono in quel paese — l’uno avea nome frate Niccolaio da Vinegia, e l’altro frate Guiglielmo da Tripoli, — e che dovessono andare con loro al Gran Cane; e diede loro lettere e privilegi, e inpuose loro l’ambasciata che voleva che faciessono al Gran
Cane. Data la sua benedizione a questi cinque, cioè agli due frati e agli due fratelli e a Marco figliuolo di messer Niccolò, partironsi da Acri e vennoro a Layas. Come quivi furono giunti, uno che avea nome Bondoc Daire (Bendocquedar), soldano di Bambellonia, venne con grande oste sopra quella contrada, e facciendo grande guerra. Per la qual cosa li due frati ebbero paura di andare piue innanzi, e diedero le carte e brivilegi agli due fratelli, e non andarono piú oltre: e andaronsene al signore del tempio quegli due frati.
VIII. Come gli due fratelli vengono alla città di Clemenfu (Chemenfu), ov’è lo Gran Cane
Messer Niccolò e messer Matteo e Marco figliuolo di messer Niccolò si missono ad andare, tanto che funno giunti lá ov’era il Gran Cane, ch’era inn’una cittá che ha nome Clemeinsu, cittade molto ricca e grande. Quello che trovarono nel camino non si conta ora, perocchè si conterá innanzi. E penarono ad andare tre anni, per lo mal tempo e per gli fiumi, ch’erano grandi e di verno e di state, sicchè non poterono cavalcare. E quando il Gran Cane seppe che gli due fratelli venivano, egli ne menò grande gioia, e mandò loro messo incontro, bene quaranta giornate; e molto furono serviti e onorati.
IX. Come gli due fratelli vennoro al Gran Cane
Quando gli due fratelli e Marco giunsero alla gran cittá ov’era il Gran Cane, andarono al mastro palagio, ove gli era con molti baroni, e inginocchiaronsi dinanzi da lui, cioè al Gran Cane, e molto si umiliarono a lui. Egli li fece levare suso, e molto mostrò grande allegrezza, e domandò loro chi era quello giovane ch’era con loro. Disse messer Niccolò: — Egli è vostro uomo e mio figliuolo. — Disse il Gran Cane: — Egli sia il ben venuto, e molto mi piace. — Date ch’ebbero le carte e privilegi che recavano dal papa, lo Gran Cane ne fece grande allegrezza e domandò com’erano istati. Rispuosero: — Messer, bene, dapoi che vi abbiamo trovato sano ed allegro. — Quivi fu grande allegrezza della loro venuta; e quanto istettero di tempo nella corte, ebbono onore piue d’altro barone.
X. Come lo Gran Cane mandò Marco figliuolo di messer Niccolò per suo messaggio
Ora avvenne che questo Marco figliuolo di messer Niccolò, poco istando nella corte, apparò gli costumi tarteri e loro lingue e loro lettere, e diventò uomo savio e di grande valore oltra misura. E quando lo Gran Cane vide in questo giovane tanta bontá, mandollo per suo messaggio ad una terra, ove penò ad andare sei mesi. Lo giovane ritornò bene, e saviamente ridisse la ’mbasciata ed altre novelle di ciò che gli domandò, perchè il giovane avea veduto altri ambasciadori tornare d’altre terre e non sapeano dire altre novelle delle contrade fuori che l’ambasciata; egli gli avea il signore per folli, e diceva che piue amava gli diversi costumi delle terre sapere che sapere quello per che gli avea mandato. E Marco, sappiendo questo, apparò bene ogni cosa per sapere ridire al Gran Cane.
XI. Come messer Marco tornò al Gran Cane
Or torna messer Marco al Gran Cane colla sua ambasciata, e bene seppe ridire quello per che egli era ito, e ancora tutte le maraviglie e le grandi e le nove cose che avea trovate. Sicché piacque al Gran Cane e a tutti i suoi baroni, e tutti lo commendarono di gran senno e di grande bontá; e dissero, se vivesse, diverrebbe uomo di grandissimo valore. Venuto di questa ambasciata, si ’l chiamò il Gran Cane sopra tutte le sue ambasciate: e sappiate che stette col Gran Cane bene ventisette anni. E in tutto questo tempo non finò d’andare in ambasciate per lo Gran Cane, poiché recò sí bene la prima ambasciata. E faceagli tanto d’onore lo signore, che gli altri baroni ne aveano grande invidia; e questa è la ragione perché messer Marco seppe piú di quelle cose, che nessuno uomo che nascesse unque.
XII. Come messer Niccolò e messer Matteo e messer Marco domandare commiato al Gran Cane
Quando messer Niccolò e messer Matteo e messer Marco furono tanto istati col Gran Cane, vollero lo suo commiato per tornare alle loro famiglie. Tanto piaceva il loro fatto al Gran Cane, che per nulla ragione lo voleva loro dare commiato. Ora avenne che la reina Bolgara (Bolgana), ch’era moglie d’Arcon (Argon), si morio, e la reina si lasciò che Arcon non potesse tôrre moglie se non di suo lignaggio; e mandò ambasciadori al Gran Cane, e furono tre, de’ quali aveano l’uno nome Oulaurai (Oulatai), e l’altro Pusciai (Apusca), l’altro Cola, con grande compagnia, che gli dovesse mandare moglie del legnaggio della reina Bolgara; imperocchè la reina era morta e lasciò che non potesse prendere moglie altra che di suo lignaggio. E ’l Gran Cane gli mandò una giovine di quello lignaggio, e fornio l’ambasciata di coloro con grande festa e allegrezza. In quella messer Marco tornò d’una ambasciata d’India, dicendo l’ambasciata e le novitade che avea trovate. Questi tre ambasciadori, ch’erano venuti per la reina, domandarono grazia al Gran Cane che questi tre latini gli dovessono accompagnare in quell’andata, con quella donna che menavano. Lo Gran Cane fece loro la grazia a gran pena e mal volentieri, tanto gli amava; e diede parola alli tre latini che accompagnassono li tre baroni e la donna.
XIII. Quivi divisa come messer Niccolò e messer Matteo e messer Marco si partirono dal Gran Cane
Quando lo Gran Cane vidde che messer Niccolò e messer Matteo e messer Marco si doveano partire, egli gli fece chiamare a sé, e si fece loro dare due tavole d’oro; e comandò che fossono franchi per tutte sue terre, e fosse loro fatte tutte le spese, a loro e a tutta loro famiglia in tutte parti; e fece loro aparecchiare quattordici navi, le quali ciascuna avea quattro alberi, e molte andavano a dodici vele. Quando le navi furono aparecchiate, li baroni e la donna con questi tre latini ebbono preso commiato dal Gran Cane, e si misseno nelle navi co’ molta gente, e ’l Gran Cane diede loro le spese per due anni. E vennero navicando ben tre mesi, tanto che vennero all’isola di Iava, nella quale hae molte cose maravigliose, che noi conteremo in questo libro. E quando egliono fûro venuti, quegli trovarono che Arcon (Argon) era morto, cioè colui a cui andava questa donna. E dicovi senza fallo ch’entro le navi avea bene sette (sei) cento persone, sanza gli marinai, de’ quali non ne campò piú che diciotto: e trovarono che la signoria d’Arcon teneva Acatu (Chiacatu). Quando ebbono raccomandata la donna e fatta l’ambasciata ch’era loro imposta dal Gran Cane, presero commiato e missorsi alla via. E sappiate che Acatu donò agli tre latini, messagi del Gran Cane, quattro tavole d’oro. Era nell’una iscritto che questi tre latini fossero serviti e onorati e dato loro ciò che fosse bisogno in tutta sua terra. E cosí fu fatto, ché molte volte erano accompagnati da quattrocento cavalieri, e piue o meno, quando bisognava. Ancora vi dico che per riverenza di questi tre messagi, che il Gran Cane si fidava di loro, che gli affidò loro la reina Caciese (Cocacin), figliuola del re de’ Mangi, che la dovessoro menare ad Arco, al signore di tutto il Levante. E cosí fu fatto. E queste reine li tenevano per lor padri, e cosí gli ubbidivano. E quando questi partirono per tornare in lor paesi, queste reine piansono di gran dolore. Sappiate, che poi si grande reine furo fidate a costoro di menare al loro signore si a lunga parte, ch’egliono erano bene amati e tenuti in gran capitale. Partiti i tre messagi da Acatu, si se ne vennero a Tripisonde, e poi a Costantinopoli, e poi a Negroponte, e poi a Vinegia; e questo fu negli anni milleduecento novantacínque. Or v’ho contato il prologo del libro di messer Marco Polo, che comincia qui a divisare delle Provincie e paesi ov’egli fu.
XIV. Qui divisa della provincia di Ermenia
Egli è vero che sono due Ermenie, la piccola e la grande. Nella piccola è signore uno che giustizia buona mantiene, ed è sotto lo Gran Cane. Quivi ha molte ville e molte castella, e abbondanza d’ogni cosa, e havvi uccellagioni e cacciagioni assai.
Quivi soleva giá essere di valentri uomini: ora sono tutti cattivi; solo rimaso loro una bontá: che sono grandissimi bevitori. Ancora sappiate che sopra mare hae una villa c’ ha nome Laias, la quale è di grande mercanzia, e per ivi si posano tutte le spezerie che vengono di lá entro; e gli mercatanti di Vinegia e di Genova e d’altre parti quindi levano loro mercatanzie e gli drappi di lá e tutte l’altre care cose; e tutti i mercatanti, che vogliono andare infra terra, prendono via da quella villa. Ora conteremo di Turcomania.
XV. Qui divisa della provincia di Turcomania
In Turcomania ha tre generazioni di gente. L’una gente sono turcomanni, e adorano Malcometto, e sono semprice genti, e hanno sozzo linguaggio, e stanno in montagne e in valle, e vivono a bestiame, e hanno cavagli e muli grandi e di grande valore. E gli altri sono ermini e greci, che dimorano in ville e in castelli, e vivono d’arti e di mercanzia; e quivi si fanno i sovrani tappeti del mondo e a piú bel colore. Favisi lavoro di seta e di tutti colori. Altre cose v’ha che io non vi conto. Elli sono al Tartero del levante. Or partiremo di qui e andremo alla Grande Ermenia.
XVI. Della grande Ermenia
La grande Ermenia si è una grande provincia; e nel cominciamento è una cittá c’ ha nome Arzinga, ove si fa il migliore bucherame del mondo. Ivi è la piú bella bambagia del mondo e la migliore. Quivi ha molte cittadi e castella; e la piú nobile cittá è Arzinga, e hae arcivescovo. L’altre sono Arziron e Arzici. Ella è molto grande provincia. Quivi dimora la state tutto il bestiame di tarteri del levante, per la buona pastura che v’è; di verno non vi istanno per lo grande freddo che v’è, che non vi camperebbono le loro bestie. Ancora vi dico che in questa grande Ermenia è l’arca di Noè, in su una grande montagna, negli confini di mezzodí inverso lo levante, presso al reame che si chiama Mosul, che sono cristiani, che sono iacopini e nestorini, delli quali diremo innanzi. Di verso tramontana confina con Giorges: e in questo confine è una fontana, ove surge tanto olio in tanta abbondanza, che cento navi se ne caricherebbono alla volta; ma egli non è buono da mangiare, ma si da ardere; è buono da rogna e ad altre cose; e vengono gli uomini molto dalla lunga per questo olio, e per tutta quella contrada non s’arde altro olio. Or lasciamo della grande Ermenia, e conteremo della provincia di Giorges.
XVII. De' re di Giorgens (Giorgiania)
In Giorgia hae uno re il quale si chiama sempre David Melic, cioè a dire, in francesco, David re. È sottoposto al Tarlero. E anticamente a tutti gli re, che nascono in quella provincia, nasceva un segno d’aguglia sotto la spalla diritta. Egli sono bella gente e prodi d’arme e buoni arcieri; egli sono cristiani e tengono legge di greci; e i cavagli hanno piccoli al modo de’ greci. E questa è la provincia che Alessandro grande non potè passare, perchè dall’uno lato èe il mare e dall’altro le montagne; dall’altro lato èe la via si stretta che non si può cavalcare, e dura questa via istretta piue di quattro leghe, cioè dodici miglia, sí che pochi uomeni terrebbono lo passo a tutto il mondo: perciò non vi passò Alessandro. E quivi fece fare Alessandro una torre con gran fortezza, perchè coloro non potessono passare per venire sopra lui, e chiamasi la «porta del ferro». E questo è lo luogo che dice il libro d’Alessandro, che dice che rinchiuse gli tarteri dentro dalle montagne; ma eglino non furono tarteri, anzi furono una gente e’ hanno nome Cumanni (Comani), e altre generazioni assai, che tarteri non erano a quel tempo. Egli hanno cittadi e castella assai; e hanno seta assai, e fanno drappi di seta e d’oro assai, li piú belli del mondo: egli hanno astori gli piú belli e gli migliori del mondo; e hanno abbondanza d’ogni cosa da vivere. La provincia è tutta piena di grande montagne, e si vi dico che gli tarteri non poterono ancora avere interamente la signoria di tutta. E quivi si è lo monistero di Santo Lionardo, ov’ha tale maraviglia, che
d’una montagna viene un lago dinanzi a questo monistero, e non mena niuno pesce di niuno tempo se no di quaresima, e comincia lo primo dí di quaresima e dura sino al sabato santo, e ve ne viene in grande abbondanza. Dal dí innanzi non ve se ne vede nè trova veruno, per maraviglia, insino all’altra quaresima. E sappiate che ’l mare che io v’ho contato si chiama lo mare di Geluchelan (Ghel o Ghelan), e gira settecento miglia, ed è di lungi d’ogni mare bene dodici giornate, ed entravi dentro molti gran fiumi. E nuovamente mercatanti di Genova navicáro per quel mare. Di lá viene la seta che si chiama «ghele». Abbiamo contato degli confini che sono d’Ermenia di verso il levante; or diremo di confini che sono di verso mezzodí e levante.
XVIII. Del reame di Mosul
Mosul si è un grande reame, ov’hae molte generazioni di gente, le quali conteremo incontanente; e v’ha una gente che si chiamano arabi, che adorano Malcometto. Un’altra gente v’ha che tengono la legge cristiana, ma non come comanda la Chiesa di Roma, ma fallono in piú cose. Egli sono chiamati nestorini e iacopini. Egli hanno un patriarca, che si chiama Iacolic (Iatolic); e questo patriarca fa vescovi e arcivescovi e abati, e fagli per tutta India, e per Baudac, e per Acata (al Catai), come fa lo papa di Roma. E tutti questi cristiani sono nestorini e iacopini. E tutti gli panni di seta e d’oro che si
chiamano «mosolini» si fanno quivi, e gli grandi mercatanti che si chiamano «mosolin» sono di quello reame di sopra. E nelle montagne di questo regno sono gente di cristiani che si chiamano nestorini e iacopini. L’altre parti sono saracini, che adorano Malcometto; e sono mala gente, e rubano volentieri i mercatanti. Ora diremo della gran cittá di Baudac.
XIX. Di Baudac, come fu presa
Baudac è una grande cittade, ov’è lo califfo di tutti gli saracini del mondo, cosí come a Roma il papa di tutti gli cristiani. Per mezzo la cittá passa un fiume molto grande, per lo quale si puote andare infino nel mare d’India, e quindi vanno e vengono i mercatanti e loro mercatanzie. E sappiate che da Baudac al mare, giú per lo fiume, ha bene diciotto giornate. Gli mercatanti, che vanno in India, vanno per quel fiume infino ad una cittá e’ ha nome Chisi, e quivi entrano nel mare d’India. E su per lo fiume tra Baudac e Chisi v’è una cittá e’ ha nome Bastra, e per quella cittá e per gli borghi nascono i migliori datteri del mondo. In Baudac si lavora di diversi lavori di seta e d’oro in drappi a bestie e a uccelli. Ella è la piú nobile cittá e la maggiore di quella provincia. E sappiate che ’l califfo si trovò lo maggiore tesoro d’oro e d’argento e di pietre preziose che mai si trovasse ad alcuno uomo. Egli è vero che negli anni Domini MCCLV lo Gran Tartero, ch’avea nome Alau, fratello del signore che in quel tempo regnava, ragunò grande
oste, e venne sopra lo califfo in Baudac, e presela per forza. E questo fu grande fatto, imperocchè in Baudac avea piue di centomila cavalieri senza gli pedoni. E quando Alau l’ebbe presa, trovò al califfo piena una torre d’oro e d’argento e d’altro tesoro, tanto che giammai non se ne trovò tanto insieme. Quando Alau vidde tanto tesoro, molto se ne maravigliò, e mandò per lo califfo ch’era preso e si gli disse: — Califfo, perchè ragunasti tanto tesoro? che ne volevi tu fare? E quando tu sapesti ch’io veniva sopra te, come non soldavi cavalieri e gente per difendere te e la terra tua e la tua gente? — Lo califfo non li seppe rispondere. Allotta disse Alau: — Califfo, da che tue ami tanto l’avere, io te ne voglio dare a mangiare. — E fecelo mettere in quella torre, e comandò che non gli fosse dato nè bere nè mangiare, e disse: — Ora ti satolla del tuo tesoro. — E quattro dí vivette, e poscia si trovò morto. E perciò meglio fosse che lo avesse dato a gente per difendere sua terra. Nè mai poscia in quella cittá non ebbe poi califfo niuno. Non diremo piú di Baudac, perocchè sarebbe lunga materia, e diremo della nobile cittá di Toris.
XX. Della nobile città di Toris
Toris è una grande cittade, che è in una provincia ch’è chiamata Arac (Yrac), nella quale hae ancora piú cittade e piú castella. Ma conterò di Toris, però ch’è la piú bella e la
migliore che sia nella provincia. Gli uomini di Toris vivono di mercanzia e d’arti, cioè di lavorare drappi a seta e ad oro; ed è il luogo si buono, che d’India e di Baudac e di Mosul e di Cremo (Cremesor) vi vengono gli mercatanti e di molti altri luoghi; e gli mercatanti latini vanno quivi per le mercatanzie istrane, che vengono da lunghe parti, e molto vi guadagnano. Quivi si trova molte pietre preziose. Gli uomini sono di piccolo affare, e havvi di molte maniere di genti. Quivi hae ermini e nestorini e iacopini, giorgiani e persiani, e di quegli v’ha che adorano Malcometto, cioè lo popolo della terra che si chiamano Taurizinz (Taurizi). Intorno alla cittá ha begli giardini e dilettevoli d’ogni frutta. Gli saracini di Toris sono molto malvagi e disleali.
XXI. Della meraviglia di Baudac, della montagna
Ora vi conterò una maraviglia che avvenne a Baudac e a Mosul. Negli anni mccxxv era uno califfo in Baudac che molto odiava gli cristiani; e ciò è naturale alli saracini. Egli pensò di fare tornare gli cristiani, saracini, o di uccidergli tutti; e a questo avea suoi consiglieri saracini. Ora mandò lo califfo per tutti gli cristiani ch’erano di lá, e misse loro dinanzi questo punto: che egli trovava in uno vasello iscritto che, se alcuno cristiano avesse tanta fede quanto un granello di senape, per suo prego che facesse a Dio, farebbe giugnere due montagne insieme; e mostrò loro lo vasello. Gli cristiani dissero che bene era vero. — Dunque — disse ’l califfo, — tra voi tutti dee essere tanta fede quanto un granello di senape: or dunque fate rimuovere quella montagna, od io vi ucciderò tutti, o voi vi farete saracini, ché chi non ha fede dee essere morto. — E di questo fare diede loro» termine dieci dí. Quando gli cristiani udirono ciò che ’l califfo avea detto, ebbono grandissima paura e non sapevano che si fare. Ragunaronsi tutti, piccoli e grandi, maschi e femmine, l’arcivescovo e ’l vescovo, e pregavano assai Iddio; e istettono otto di tutti in orazione, pregando che Iddio loro aitasse e guardassegli da sí crudele morte. La nona notte apparve l’angiolo al vescovo, ch’era molto santo uomo, e dissegli che andasse la mattina al cotale calzolaio e che gli dicesse che la montagna si muterebbe. Quello calzolaio era buono uomo, ed era di sí buona vita, che un dí una femmina venne a sua bottega, molto bella, nella quale un poco peccò cogli occhi, ed egli colla lesina vi si percosse, sicchè mai non ne vidde; sicchè egli era santo e buono uomo. Quando questa visione venne al vescovo, che per lo calzolaio si dovea mutare la montagna, fece ragunare tutti gli cristiani e disse loro la visione. Allora lo vescovo pregò lo calzolaio che pregasse Iddio che mutasse la montagna; ed egli disse ch’egli non era uomo sufficiente a ciò. Tanto fu pregato per gli cristiani, che lo calzolaio si misse in orazione. Quando il termine fu compiuto, la mattina tutti gli cristiani n’andarono alla chiesa e feciono cantare la messa, pregando Iddio che gli aiutasse; poscia tolsero la croce e andarono nel piano dinanzi a questa montagna; e quivi era tra maschi e femmine, piccoli e grandi, bene centomila. E ’l califfo vi venne con molti saracini armati per uccidere tutti gli cristiani, credendo che la montagna non si mutasse. Istando gli cristiani in orazione dinanzi alla croce ginocchioni e pregando Iddio di questo fatto, la montagna cominciò a rovinare e a mutarsi. Gli saracini, veggendo ciò, si maravigliarono molto, e il califfo si convertì con molti saracini. E quando lo califfo morio, si trovò una croce a collo; e gli saracini, vedendo questo, nol sotterrarono nel monimento con gli altri califfi passati, anzi lo missono in un altro luogo. Or lasciamo di Toris e diciamo di Persia.
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The end
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