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La Famiglia De-Tappetti

Luigi Arnaldo Vassallo · 1912 · Free in the US

14,293 words · about 1 h to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Luigi Arnaldo Vassallo
Language
Italian
Published
1912
Length
14,293 words · about 1 h
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13 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (13)

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Front matter

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I — La Rivista

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Policarpo De-Tappetti, incauto padre e scrivano presso il Fondo per il culto, ha fi promesso al figlio Agenore, sei anni e quattro mesi, di condurlo al Macao.

— Agenore — gli ha detto, la sera del sabato, con accento severo — tu appartieni a una nazione di ben trenta eziandio milioni di abitanti, non ficcarti le dita nel naso! a una nazione che è stata maestra di civiltà... non grattarti, perdio, la testa, quando parla papà, hai capito? a una nazione insomma, di cui è operoso scrivano colui che ti ha messo all’onore del mondo. Domani è la festa dello Statuto.

— Papà, che cos’è lo Statuto?

— Lo Statuto è, figlio mio, quella cosa per cui non c’è che la gente senza educazione, che finga d’ignorare i proprii doveri, tra cui, te lo dico una volta per sempre, quello di ubbidire mammà e papà, e di non fare certe risposte; che non le farebbe neanche un monello di strada.

Sono le sette di mattina. Casa De-Tappetti pare un inferno. La signora Eufemia, tutta discinta, con le papillotes in testa, mette sossopra i cassettoni, e butta in aria quanto trova, cercando un involtino di carta azzurra, contenente una dozzina di bottoni per camicia.

Policarpo è in mutande, coi piedi infilati in un paio di ciabatte, che ogni tanto gli scappano, insieme con la pazienza maritale e paterna. Egli ha in mano un solino finto e una cravatta di seta nera, veneranda memoria sopravvissuta a tempi migliori.

— Per bacco baccaccio! — egli mormora tra i denti — queste cose non succedono che a me... Non c’è una camicia a cui non manchi un bottone. Specialmente di quelli a parte di dietro. Ma dove li avete gli occhi?... a casa del diavolo?...

— Sta un po’ zitto.

— Zitto, un corno! sarà la trentesima volta... ma che dico? sarà l’ottantesima volta che trovo la camicia senza il bottone a parte di dietro... Agenore! lascia stare l’orologio. Conoscerò, a dire poco, mille persone; pure tutte hanno i bottoni in regola.

— Ma finiscila una volta... ecco, li ho trovati. Rosa! un ago, e un po’ di filo bianco.

— Oh! non si troverà nè ago, nè filo, ne sono sicuro.

Serva e padrona si sbracciano, si affannano, frugano, rifrugano e non trovano nulla.

— L’avevo detto io! Agenore! lascia stare l’orologio.

— Dimmi — soggiunse la moglie tutta stravolta — non ti basterebbe uno spillo messo per bene?

— Sicuro! per farmi scoppiare una vena.

— Aspetta... ecco l’ago... manca il filo... ah! un po’ di filo nero.

— Lo sapevo!

— Papà — strilla Agenore — non mi voglio lavare la faccia.

— Non ti vergogni, sudicione? (alla serva con autorità). Rosa, non risparmiate il sapone, specialmente nel collo... e che sia pettinato, mi raccomando... sangue di bacco!

— Che cosa c’è?

— Te l’ho detto mille volte! non abbottonare i manichetti delle camicie pulite!.. uno si infila la camicia e non riesce a met- tere fuori le mani. Non c’è mai stato verso... mai... mai...

— T’ha preso il nervoso stamane?

— Sfido io! guarda l’orologio, son già le otto; presto, il mio fazzoletto bianco, quello delle feste... il mio fazzoletto turchino, quello per il naso... il fazzoletto rosso, di seta, per il sudore... dopo sette anni di matrimonio ho sempre da chiedere le stesse cose. Agenore, sei pronto?... il mio bastone! dammi la chiave del portone... me la voglio cucire in tasca! non c’è caso che vi ricordiate di darmela... Agenore, sei pronto?... l’astuccio degli occhiali... dov’è... non si trova mai... già! l’avrete dato al ragazzo per baloccarsi, si capisce!... questa casa è un inferno... dammi un giornale.

— Per che farne?

— Dammi un giornale vecchio.... non si sa mai.... quando c’è dei ragazzi.... Dio, come stirano queste bretelle! e il gilet poi pare un sacco... te l’avevo detto, io, di farmi una piccola basta di dietro?

— Che dici?

— Basta di dietro!... sei sorda?

Finalmente si riesce a porre sesto a tanta confusione. Policarpo dà gli ultimi avvertimenti al figlio, e presolo per mano, scende le scale del domicilio, in via dei Coronari, attraversa via di San Luigi de’ Francesi, pozzo delle Cornacchie, piazza di Pietra, via delle Muratte, e per l’Angelo Custode, si spinge verso il Macao, gridando ogni cinque minuti:

— Non cacciarti tra le gambe della gente... sta zitto... non scendere dal marciapiede, non vedi che ci sono i legni?

Dalle finestre pendono le bandiere a tre colori. Agenore opprime di domande l’illustre genitore.

— Papà, che vuol dire tre colori?

— Vuol dire che l’Italia è divisa in tre grandi regioni: alta Italia, Italia centrale e Italia meridionale.

— Meridionale che significa?

— Ch’è mezzogiorno.

— L’ora del pranzo! papà, ho fame.

— Non si dice fame: le persone per bene dicono: appetito.

— Sì, papà! ma io ho fame.

— Appetito.

— Sì, papà: ho anche appetito. Comprami una ciambella.

— Mangiare a digiuno fa sempre male.

— Io mi metto a piangere.

— E io ti porto a casa.

— No, papà; voglio vedere la rivista; piuttosto piangerò stasera.

Non so come Policarpo e suo figlio riescono, malgrado la folla, a penetrare nel recinto del Macao.

Enormi spirali di polvere salgono al cielo, simili a turbini del deserto, e accecano soldati e spettatori. I reggimenti, immobili, paiono muraglie d’uomini. Lampeggiano le sciabole dei cavalleggieri. Il generale co- mandante in capo galoppa di qua, di là, facendo ondeggiare marzialmente il ricco pennacchio che pare una nuvoletta di bianchi vapori. Romba il cannone. Le bande musicali suonano l’inno reale. Agenore non istà più nella pelle. Un drappello di carabinieri splendidi, come campioni di un torneo, entra nel recinto. Sono i corazzieri.

Ecco il re, seguìto da un codazzo di splendide, svariate, pittoresche uniformi.

— Papà! Io non vedo niente; qual è il re?

— Vedi: è quello laggiù, pallido, con quei grandi baffi.... non lo vedi?

— Li hanno tutti i baffi.

— Non capisci niente. Non mi seccare.

— Lo so che non capisco: ma la mamma dice sempre: “Papà non sa mai quello che si dica„.

Policarpo dà un’occhiata fulminante al piccolo Agenore, che si ficca il dito nelle narici. fi

— Via quel dito!

— Tu ce lo metti sempre e nessuno ti dice nulla. Ah, quando sarò grande!

Policarpo trascina il figlio sul piazzale dell’Indipendenza. C’è un quadrato di fanteria e un quadrato di curiosi; molte signore, in abiti assai carini; molta ragazzaglia inerpicata sui cancelli, sui lampioni. Agenore assiste alla sfilata, provocando fieri rabbuffi dalla giusta collera del genitore, per le domande stupidissime con cui mette a dura prova l’erudizione paterna.

A un certo punto, Policarpo afferra il figlio e facendolo galoppare come un dannato dantesco lo trascina sulla piazza del Quirinale. La folla si agglomera davanti al regio palazzo.

— Papà, — chiede Agenore indicando la Consulta, — chi ci sta in quella casa?

— Ci sta l’onorevole Crispi.

— Non me ne importa nulla.

— Non me ne importa nulla neanche a me, pure egli è il capo del governo, e lo dobbiamo amare, come si amano le istituzioni.

La folla applaude, il Re e il Duca d’Aosta si affacciano e salutano dalla loggia, agitando gli elmi piumati.

Policarpo trascina verso casa il figlio che ha un palmo di lingua fuori, e gli occhi rossi dal sudore e dal polverio.

— Ti sei divertito? — gli chiede la mamma togliendogli l’abitino.

— Sì, mamma: ho tanto fame.

— Si dice: appetito! — grida Policarpo.

— Povero figlio! — esclama la mamma, dandogli un bacetto: — papà ti dà i tormenti eh? poverino!

— Bella educazione! — soggiunge Policarpo — voi, o signora, diminuite il prestigio dell’autorità.

— Ma che prestigio?

— Voi, o signora, eccitate una creatura inconsapevole allo sprezzo verso il superiore immediato, voi seminate la diffidenza tra le diverse classi sociali, voi....

— Oh non mi gonfiare la testa! andiamo a tavola, chè ci sono le fettuccine al pomidoro.

Policarpo con accento maestoso:

— Signora! Non è al pomidoro che si forma il carattere della gioventù.

II — Le gioie di De-Tappetti

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La casa, tutt’insieme, si compone di due camere e una cucina. È bene conoscere l’ambiente, poichè, un filosofo antico — fors’anche un greco — non si sa mai! — ha detto:

— La casa è l’individuo.

Veramente io direi: la casa è il padrone di casa.

E il padrone di casa che spesso, in Roma, è una padrona, è poi uno spettro mensile e trimestrale, che nuoce alle funzioni dell’organismo umano, poichè non accorda il respiro.

Per andare da Policarpo De-Tappetti, si entra in un andito stretto e buio, che co- mincia coi cestini d’una fruttarola, donna magra, untuosa (la quale passa i tre quarti della vita a grattarsi la testa), e finisce con un laghetto, una specie di compluvio naturale, alimentato con singolare costanza dalle donne del vicinato.

In fondo all’andito c’è una porta butterata dal vaiuolo, incrostata di ruggine, di ragnatele, d’immondezze; qualche cosa di schifoso. È la porta, per cui le donne vanno a fare la pulizia — pare impossibile — dei panni, in una specie di grotta, dai muri stillanti acqua e sudiciume.

Saliti quattro capi di scale, c’è un ripiano, dai mattoni sconnessi, regolarmente disseminati di gusci d’ova, di buccie di patate, e altri elementi commestibili, come sarebbe a dire cartaccie, stracciolini, chiodarelli e una quantità enorme di noccioli di ciriegia, abilmente disposti, in modo da far cascare la gente, a rischio di rompersi, Dio scampi, l’osso del collo.

La prima camera di De-Tappetti è mobiliata con un magnifico sofà di reps giallo, comprato dal perito Stella con 7 lire e 45 centesimi; un cassettone coi tiretti scortecciati e mancante di un piede; un orologio a pendolo, e che segna sempre le ore 5 e due centimetri, con l’unica lancetta che gli è rimasta; uno specchio, dalla cornice nera, e col cristallo rotto agli angoli e attaccato mediante margini di francobolli; quattro sedie di paglia perfettamente scompagne; una elegante poltroncina di reps azzurro, comprata dal perito Stella a 5 lire e 90 centesimi; una tavola rotonda intarsiata di macchie e di minuzzoli di pane, un mobile misterioso, coperto da due vecchi scialli della signora De-Tappetti, e che, poi, non è altro che un lettuccio di ferro incaricato di fingere, durante il giorno, un sofà, e accogliere, la notte, le stanche e non rimunerate membra della serva.

È dunque una sala, una camera da ri- cevere, stanza da letto, sala da pranzo, il cui servizio cumulativo richiede una quantità di ingegnosi artifizi.

Nella seconda camera, una toletta di legno dipinta a marmi preziosi, due lettucci di ferro i cui pezzi sono mantenuti, per mezzo di vecchie corde d’imballaggio, quasi in relazione tra loro, e una culla a gabbioncino per Agenore che pure ha quasi sette anni, un attaccapanni i cui piuoli si staccano al peso di un soprabito, e una quantità di quadri (poichè De-Tappetti ama le arti) le cui vecchie muffite litografie rappresentano le cinque parti d’Europa, una delle quali è la Primavera.

La cucina non è che uno sgabuzzino in cui i predecessori di Policarpo hanno lasciato molte memorie di famiglia in una quantità di sorci, i quali vivono non si sa proprio di che.

È festa, è la festa di San Pietro.

— Oggi ci dobbiamo divertire un po- chetto! — esclama Policarpo giocondo, e affibbiandosi gli straccali — vi condurrò tutti e due ai prati di Castello, passando per porta Angelica.

— Papà! io voglio passare per il ponte di Ripetta.

— No, figlio mio; invece spenderemo i soldi del pedaggio in tante ciambelle di Lucca.

— Voglio passare per il ponte e voglio le ciambelle di Lucca.

— Mi meraviglio, e mi vergogno per voi, discolaccio!... Corpo di bacco, non trovo più la mia cravatta nera. Eppure l’ho messa qui. Dico sempre: lasciate le cose dove le metto io! Nossignore! come parlare al muro.

— Fai adagio! — dice la moglie — con un po’ di pazienza....

— Pazienza un corno! non mi si dà retta, mai. Ce la voglio inchiodare, la cravatta!

Si cerca, si fruga, la famosa cravatta è dentro una scarpa di Agenore.

— Ecco, ecco come si sciupa la mia guardaroba. Una cravatta che porto da dodici anni, e che è ancora nuova fiammante. Credete forse che vada a rubare la notte? che faccia il falso monetario? La ci vuol tutta per non morir di fame al servizio dello Stato, e intanto mi si mette la cravatta nelle scarpe. Con 95 lire il mese: un ragazzo che mangerebbe un patrimonio, una moglie che vuole assolutamente un cappello ogni due anni! una serva che divora un chilo di pane ogni giorno, e 45 lire di pigione! Manco male i nuovi organici mi porteranno un aumento. Benedetto sia questo Ministero! io l’ho sempre detto: fior di brava gente, benchè abbia dato la croce al mio caposezione. Non s’accosta mai all’ufficio, lui. Policarpo faccia questo, Policarpo faccia quest’altro, giù, giù, tutto addosso a questo somaro!

— A proposito: c’è stato il salumaio?

— Vada al diavolo! aspetti i nuovi organici.... li aspetto bene io, mentre mi premono fi piú che a lui. Il giorno in cui andranno in vigore, vi condurrò tutti nell’omnibus da Piazza Venezia a Porta del Popolo.

Indi con voce solenne:

— E se non mi farete inquietare, torneremo sull’omnibus, da Porta del Popolo a Piazza Venezia. E poi, una bella domenica, vi farò vaccinare.

La serva rientrando.

Il postino col Don Chisciotte.

Policarpo levando al cielo gli occhi....

— Dio mi ha mandato anche questo canchero di giornale! — dando un’occhiata al foglio — è un’infamia!

— Che è successo?

— I nuovi organici....

— Ebbene?

— Tutto per aria. Ah! l’ho sempre detto: questo Ministero è un poco di buono.

— Papà? andiamo ai prati di Castello?

— È inutile, figlio mio, anche qui siamo completamente al verde.

III — Il banchetto della famiglia

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La serva sbuffa in cucina. Donna Eufemia sta capando uno spicchio d’aglio. Policarpo gratta un formaggio che appesta il vicinato. Agenore, impicciando tutti quanti, giunge a spingere, surrettiziamente, alcune patate sotto la cenere calda, nella quale, naturalmente, si scotta e strilla come un’aquila.

È una rivoluzione. Policarpo si caccia in tasca il pezzo di formaggio. Eufemia depone l’aglio sopra lo sciacquatore. La serva rovescia tutto quanto il barattolo del sale dentro la pignatta.

— Presto, la concolina! — grida Eufemia pestando un piede.

La serva si slancia nella camera da letto. Policarpo osserva le dita di Agenore, e non vedendo nulla di sospetto, gli tasta il polso e si fa mostrare la lingua.

— Non piangere; — gli dice — non è niente.

— Già: brontola Eufemia, — per voi tutto è niente. Vieni qua, da me, figlietto caro.... sta zitto, che poi ti compro due bei centesimi di nocchie.

— Se non aveste messo la mano vicino al fuoco, non vi sareste scottato! — dice severamente Policarpo; — la vostra condotta non è che una serie di dispiaceri per la famiglia.

— Ma questa concolina viene o non viene?

— Che fa quella somara?

— Dille che si sbrighi.

Policarpo si volta con impeto, e ne viene uno scontro colla serva, che sta correndo colla concolina in mano. I calzoni di Poli- carpo sono fracidi d’acqua insaponata. La concolina va in mille pezzi.

Tutta la famiglia, costernata, si raccoglie intorno a quei frantumi, come davanti a una catastrofe. Una lacrima spunta dal ciglio di Policarpo. Donna Eufemia batte le mani congiungendole, con voce straziante:

— La concolina di mia nonna!

Policarpo, per nascondere la sua emozione, si fruga in tasca, ne cava il pezzo di formaggio, e lo fissa con straordinaria intensità.

Intanto la pignatta dà disopra, e il brodo, cascando nel fuoco, solleva spirali di fumo bianco.

Policarpo, Eufemia e la serva, con unanime slancio, si precipitano verso la pignatta, che viene alzata da sei mani e messa da pàrte.

Agenore s’appende alle ginocchia del genitore e strilla:

— Le mie patate!

La serva, confusa, afferra uno strofinaccio fradicio di acqua e cenere, dà una ripulita alla pignatta, poi sempre rintontita, lo depone sul casto seno di Donna Eufemia. Policarpo si curva per dare una correzione al figlio. Eufemia manda un grido drammatico, prende lo strofinaccio con due dita e lo butta lungi da sè con atto di ribrezzo. Lo strofinaccio s’avvolge come un turbante intorno al cranio nudo di Policarpo.

— Un asciugamani, presto un asciugamani! — urla Policarpo.

La serva afferra una cosa bianca, e glie la porge. Policarpo si asciuga la testa e il collo. Altro grido di donna Eufemia:

— La mia camicia da notte!

La cucina è un inferno. Policarpo guarda con desolazione profonda i calzoni fradici, quasi fosse l’ultimo atto dei Due Sergenti.

— Come fare? Non ce n’hai nessun altro paio di mezza stagione.

— Lascia andare: s’asciutteranno.

— Ma tu t’ammalerai.

— Che poi non m’avessi da pigliare un febbrone?

— Lévateli subito: credi a me.

— Ma che mi metto? non posso mica restare in mutande.

— Aspetta facciamo così: Rosa, prendete la mia veste di lana turchina. Per un momento, ti metterai quella.

— Un funzionario dello Stato vestito da donna?

La dignità di Policarpo si rivolta, ma la necessità è urgente e superiore all’amor proprio. Così avviene che Policarpo, un momento appresso si avvia solennemente verso la tavola, mezzo vestito da uomo e mezzo da donna. Agenore ci ride. Il genitore lo fulmina con un’occhiata.

— Non si deve mai ridere sulle sventurate emergenze della famiglia, e dovreste invece apprendere, che il genitore afflitto da sventura idraulica, sa sempre nobilmente indossare la veste del sacrificio.

Finalmente la famiglia è seduta a tavola. Agenore ha un tovagliolo, che lo strozza, legato intorno al collo.

La serva porta la minestra. Agenore domanda che per lo meno la sua scodella sia coperta da due chilogrammi di formaggio. Il genitore si rifiuta. Agenore si tira i capelli. Il genitore gli tira gli orecchi. Eufemia tira la manica di Policarpo, il quale si mette in bocca la prima cucchiaiata di minestra, Per poco non la sputa.

— Dio clemente e misericordioso! — esclama Policarpo — questa minestra è una salina di Orbetello.

— Le tue solite esagerazioni....

— Eufemia mia! non eccitare, te ne prego, la mia sacrosanta indignazione. Fammi il piacere di degustare la minestra e poi....

Eufemia assaggia,

— C’è un po’ di sale, ma non mi pare che ci sia da strillare a quel modo che fai tu.

— Ma è salata o non lo è? rispondi categoricamente, poichè la vita domestica è fondata sulla logica.

— Non ti stranire, fammi questo piacere.

— Signora Eufemia! i sett’anni di matrimonio fi non vi autorizzano a denigrare la sincerità dei miei sensi. Non tergiversiamo, per amore di Dio. È salata o no, questa minestra?

— Quanto sei seccante!

— Papà — soggiunge Agenore — per- chè la mamma dice sempre che sei seccante?

— È un’espressione confidenziale che tu non devi ultroneamente ripetere! Hai capito? Ma guarda che fai? tu intingi la manica dentro la scodella. Ma, disgraziato, non te l’ho detto mille volte? a che cosa servono le maniche?

— A ripulirsi la bocca.

Policarpo resta atterrito, davanti al crescente idiotismo di quel figlio unico che un giorno dovrà essere il capo della sua stirpe.

La signora Eufemia con voce acre e acutissima:

— Impossibile! non passa giorno che a tavola non si faccia qualche lite. Tutti mi dicono: quanto dovete esser felice con vostro marito; è un uomo che fa ridere tutti. Ma già si capisce! fuori di casa il signore sarà amabile, sarà spiritoso, sarà ciarliero, sarà brillante. Appena messo piede in casa, non fa che brontolare, brontolare, e dalla mattina alla sera: ora i bottoni non sono cuciti; ora s’è persa la cravatta; ora la minestra ha il bruciato; ora non c’è calza abbastanza nella lampada a petrolio.... Ma dimmi un’altra cosa: non potresti dare un altro giro ai tuoi discorsi?

— Eufemia! — risponde severamente Policarpo — Eufemia, te ne prego, rientra in te stessa. Tu demolisci il prestigio della patria potestà! tu scuoti, nella loro base, quei principii inconcussi che ho procurato sempre d’instillare nel tenero animo di Agenore nostro.

— Ma io sono inconcussa da un pezzo e te lo dico francamente: o parla d’altro o sta zitto. Agenore, vuoi un pezzettino d’arrosto?

— Ma me le compri poi le nocchie?

— Ti ho detto di sì. Non seccarmi neppure te.

— Ecco — mormora Policarpo — ecco come si finisce per traviare il senso retto della gioventù! Le nocchie sono il primo passo sul sentiero dell’abisso. La nocchia è la madre dei vizi.

— Policarpo, te lo ripeto: non essere così brontolone. Non ci hai altro da dirmi? Ma scusa tanto; perchè leggi tanti giornalacci? Non ci trovi niente di bello da raccontarmi? Perchè non ci dici tante belle cose?

— Non vi si trovano che cose brutte.

— Perchè leggi, allora?

— Per ornare il mio spirito di quella cultura unissona, che deve cementare le facoltà intellettuali e intangibili della coscienza cittadina. Ma che vuoi ti narri, cara mia? Vuoi che venga a tavola, per dirti che la locomotiva ha rovesciato il ministero?

— Come?

— Con un break di sfiducia: pur troppo il capo del governo è stato trascinato con un vagone senza ruote.... lui! un uomo che trascina giorno e notte il carro dello Stato.

— E s’è fatto male?

— Nessun male, grazie al cielo.

— Ma figuriamoci, che paura, Gesú!

Policarpo con accento severissimo:

— La paura è un sentimento subalterno.

— Queste ferrovie! — esclama la signora Eufemia, con profonda convinzione. — Per me non vorrei servirmene mai.

— Tu esageri — risponde Policarpo — basta avere un poco di prudenza, e non viaggiare che con treni esenti da scontri, e da deviazioni o altri simili disastri.

— Se io fossi capo del Governo....

— Non è possibile; saresti una capa.

— Mettiamo il caso. Ebbene, non andrei che in carrozza.

— Come fare? A giorni il presidente del gabinetto andrà a Vienna in compagnia dei sovrani.

— È lontano assai Vienna?

— Lontanissima. Io non vi sono mai stato, ma conosco il fratello d’uno che suo cugino doveva andare a Vienna e anche più lontano, eppure è capitale dell’Austria.

— Ma che ci vanno a fare a Vienna?

— A fare amicizia con l’Austria.

— Papà — interrompe Agenore — non m’hai detto sempre che l’Austria è una brutta aquila bicipite?

— Lo era nel quarantotto. Perchè lo stato dell’Europa, figlio mio, è tutto cambiato. Napoleone III è stato sconfitto a Sadova. Bismarck è sceso nella penisola balcanica, e ha battuto i russi a Plevna; i bulgari hanno invaso l’Erzegovina, sbarcando nell’isola di Tabarca; la Francia ha dichiarato guerra all’Enfida, e ha levato a Thiers le redini del governo, tanto è in trambusto; per questo appunto, l’Austria, ch’era nemica, ora poi, sfido, è più amica di prima; e lo stesso imperatore degli austriaci è anche ungherese, perchè sono due governi, che diventano un solo, anche per la ragione che Kossuth è sempre stato a Torino, la nostra capitale, dove fu amico sempre dell’Italia. Così sono amici al di qua dalla Leitha, e al di là dalla Leitha.

— Scusa un momento — interrompe Eufemia; — ho capito tutto, ma questa Leitha che vuol dire?

— I governi dell’Austria sono due, cisleitano, e transleitano, mi capisci? ma poi veramente non sono che uno, e questo governo ogni tanto passa al di là dalla Leitha per poi venire al di qua.

— Scusa tanto, amico mio, ma levami una curiosità: la Leitha che cos’è?

— La Leitha con cui si governa, e che si chiama la Dieta.

— Ma se è Dieta come può essere Leitha?

Policarpo con doloroso stupore:

— Scusa tanto, cara mia. Io sono Policarpo e non sono anche De-Tappetti? Dieta è il cognome.

IV — De-Tappetti in villeggiatura

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Il sogno della signora Eufemia De-Tappetti è diventato una realtà. Policarpo è riuscito a farsi subaffittare, da un suo collega, una casa di campagna nelle vicinanze di Frascati.

Nei tre giorni precedenti alla partenza per la villeggiatura Policarpo non ha fatto che ripetere a tutto il vicinato:

— Ah, non ne posso piú; sarà meglio che ce ne andiamo subito al nostro villino.

— Un villino?

— Oh, una cosa da niente: una palazzina di due piani, con un po’ di giardino. Venite pure a trovarmi.... quando volete....ma è così lontano.... c’è due ore di cam- mino, a piedi.... con questo sole.... eppoi, una strada impossibile.... il governo non pensa mai alle strade.... ma venite pure, mi farete tanto piacere.

La palazzina, tutt’insieme, è una casuccia rustica, molto vituperata dalle intemperie. Una porta sbocconcellata, munita di un semplice saliscendi, mette in una specie di stalla, che sarebbe la sala da pranzo, per la ragione che c’è la cucina fatta unicamente per abbrustolire le focacce dei tempi d’Isacco e di Giacobbe.

Una magnifica scala di legno, tarlata a dovere, e abbellita di spaventosi ragnateli, porta al secondo piano della palazzina, che si compone di una cameraccia schifosa, divisa in due da un tramezzo d’assi sconnesse, abitacolo sacro alle pulci, che professano un verace attaccamento ai membri della famiglia De-Tappetti.

Il giardino consiste in un pezzetto di terreno incolto, pieno d’erbacce, di sterpi, tra cui cresce rigoglioso il papavero, l’ortica abbonda, e i cespugli di corbezzoli si aggraziano dei loro bottoni di corallo. Il terreno è cinto da una staccionata cadente in cui lo stesso compianto Mazzarella non avrebbe trovato piú posto, per una nuova interruzione. In un angolo, si vede una cisterna in cui, secondo la leggenda che corre in paese, i gatti defunti avrebbero trovato l’estrema dimora fin dalla più remota antichità.

Policarpo, per godere una mesata intiera tale delizia, ha promesso di pagare 22 lire dicendo:

— Il sacrificio è grave, ma la salute prima di tutto.

La signora Eufemia, sposa e madre felice, avanti di partire ha gabellato alle amiche questa pietosa menzogna:

— Policarpo mi voleva fare un abito, ma io gli ho detto: abbi pazienza, caro mio, ma mi pare una bestialità: la prima cosa che si deve fare, in campagna, è di mettersi in piena libertà. E poi, non ce l’ho il mio abito di seta marron?

Da lunghi anni, la signora Eufemia parla con accento convinto e possessivo, di questo abito di seta marron, che nessuno ha mai visto e nemmeno lei. La cosa è talmente penetrata nelle abitudini, che lo stesso Policarpo ha detto più volte, disponendosi alla passeggiata:

— Per l’amor di Dio, dolce Eufemia!... non mettere il tuo abito di seta marron; il tempo è minaccioso. I miei calli non s’ingannano mai.

La partenza per la campagna è un vero avvenimento per la famiglia De-Tappetti, e per l’intero vicinato che — sia detto a sua lode — non ci aveva mai creduto.

Le lenzuola dentro a un secchio — i fazzoletti, i calzoncini di Agenore stiacciati nella cazzerola, le calze e le mutande del genitore, pigiate bene dentro la pignatta — altri indumenti rassettati con garbo dentro parecchi utensili di cucina; il tutto caricato sul gobbone della serva, l’infelice Rosa, che viene spedita alla stazione due ore prima della partenza del convoglio.

La signora Eufemia, s’è messa due abiti, quello per casa, e quello per fuori, uno sull’altro, a scanso di maggiori impicci; Policarpo ha le tasche piene d’ogni sorta di roba, dai pettini ai cucchiai, dalla scatolina del lucido per le scarpe, al macinino per il caffè. Il piccolo Agenore è ovattato di stracci per la cucina, di cartaccia per accendere il fuoco, ha una padella sullo stomaco e un soffietto sulla schiena, del quale dice talvolta di sentire il soffio, la qual cosa non è sufficientemente appurata dalla storia.

Tutti e tre hanno le mani impacciate da fagotti, in cui si celano i misteri della famiglia, dalle scarpe vecchie, alla conserva di pomidoro.

I De-Tappetti salgono sopra un omnibus, e arrivano alla stazione un’ora prima della partenza del treno.

— Scusi — dice De-Tappetti, cavandosi il cappello, a un facchino — mi saprebbe dire a che ora parte il treno delle 5,50?

— Dieci minuti prima delle sei.

— Sempre ritardi! — esclama Eufemia: indi, volgendosi al marito: — in che classe si va?

— Andremo in terza.... non essendovi una quarta.

Finalmente la famiglia è in viaggio. Agenore non lascia un minuto il finestrino, e tempesta il babbo di domande imbarazzanti.

— Papà! che cosa è il vapore?

— Il vapore è il fumo che penetra nelle ruote e si converte in forza motrice, per modo che quando una locomotiva è in movimento tutti i vagoni le corrono appresso fino a che si scenda a una stazione che sarebbe per esempio Frascati.

— Papà! perchè si chiamano vagoni?

— Perchè vagano sulle ruote.

— Papà! perchè gli alberi fuggono?

— Non è che un’illusione ottica; quanto più si va innanzi, l’albero va sempre indietro, rimanendo fermo al suo posto, così che, a poco a poco, si perde di vista; mentre al contrario, se noi si restasse fermi, l’albero camminerebbe, cosa che non può stare, e che io tuo genitore, non dovrei neanche permettere.

Finalmente si scende a Frascati.

Un facchino si offre per il trasporto di tutto il bagagliume che affligge la famiglia De-Tappetti.

— No! — risponde con voce grave il De-Tappetti — l’uomo deve bastare a sè stesso; noi abbiamo, in questi fagotti, dei preziosi ricordi dei nostri avi, e non devono essere toccati da mani profane, e comecchessia mercenarie.

La giornata è afosa; il sole scotta, la strada è faticosa, la polvere accieca, il caldo è soffocante; Agenore ha fuori un palmo di lingua; la signora Eufemia va in acqua dal sudore; l’infelice Rosa fa salire gli ultimi rantoli d’una serva oppressa al trono dell’eterno; Policarpo s’asciuga la fronte, con un grembialino di Agenore, e dice con voce tronca e affaticata:

— Qui almeno.... si respira un po’ d’aria....un po’ d’aria sana.... fa piacere.... in verità....che bella frescura!

— A me pare — soggiunge Rosa — che ci si crepi di caldo.

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