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DEGLI EDIFIZII
DELL’IMPERADORE GIUSTINIANO
LIBRI VI
Prefazione dell’Autore
Nè per pompa di virtù, nè per fidanza di bello scrivere, nè per vanità di mostrarmi conoscitore de’ luoghi, cose che ottimamente so in me non essere, mi sono io accinto a dettare la seguente Storia; ma sivvero per ben altre considerazioni. Meco stesso soventi volte pensai ai moltissimi vantaggi che alle città sogliono derivare dalla Storia, la quale ai posteri trasmette la memoria delle belle opere de’ maggiori: essa gagliardamente resiste alla violenza del tempo, inteso a distruggere la rinomanza degli egregj fatti; grande eccitamento essa presta colle lodi alla virtù di chi la legge; e il vizio insieme co’ suoi rimproveri reprime, e de’ mal disposti la perversità disanima. Per lo che somma cura nostra esser dee di propalare insieme coi loro autori le imprese eccellenti: officio, che a parer mio facilmente prestar può ognuno, che pur s’abbia scarsa ed esitante favella. E v’ha di più ancora; chè colla Storia da essi scritta i sudditi beneficati apertamente comprovano la gratitudine loro verso quelli che di loro ben meritarono; ed anzi in più bella maniera vi corrispondono, perciocchè dove della munificenza de’ loro Principi non poterono godere che per breve tempo, breve essendo il termine della vita mortale di tutti, immortale rendono la virtù di quelli, facendone passar la memoria ai posteri, molti de’ quali, per questo appunto emulando la gloria de’ passati, traggonsi all’amore delle oneste opere, altronde per timor della infamia guardandosi dalla cattiva strada, siccome conviene. Il perchè poi tutto questo io abbia premesso, vengo ora a dire.
A’ giorni nostri avendo Giustiniano Augusto prese le redini della Repubblica miseramente conquassata, egli a potenza splendidissima la sublimò, cacciatine i Barbari, che da molto tempo ne aveano invase le provincie, siccome partitamente già narrai ne’ libri, che delle avvenute guerre io scrissi. E se Temistocle, figliuolo di Nicocle, udimmo essersi una volta gloriato di sapere come ridurre ad ampiezza cospicua città che pur dianzi fosse piccola; ben più è da dire del nostro Imperadore, che seppe acquistare, e tenere sotto la sua dominazione altri regni: certo essendo che molti di que- sti, i quali erano in altrui potere quando salì sul trono, egli alla Signoria di Roma aggiunse, e nuove città in assai numero fondò. Oltre di che la religione trovata fluttuante e da varie fazioni agitata, chiusa la via agli errori, potentemente fissò sul saldo fondamento della vera fede; le leggi, pel soverchio numero fatte oscure e contraddittorie, purgò, togliendone ogni inutilità; e concigliandone sapientemente le massime, che prima cozzavano insieme, netto e chiaro e sicuro costituì il diritto. E fece ancora di più: chè spontaneamente perdonò a’ suoi insidiatori; arricchì gli indigenti; e tolti dal cattivo stato, in cui eran caduti, insieme con quella della Repubblica assicurò la felicita della loro vita; e con militari presidii l’Imperio munì, che da ogni parte era aperto ai Barbari; e ne assiepò le frontiere con piazze forti. Adunque io, che negli altri miei libri tali ed altre molte sue cose descrissi, ora intendo far chiara con questi la beneficenza sua nel proposito degli Edifizii da lui eretti. Di Ciro persiano assai ci si è detto come di ottimo re, e presso i suoi popolani tenuto per fondatore principale del regno: ma io non posso ben accertarmi, se veramente egli fosse tale, qual viene predicato da Senofonte di Atene: chè forse l’ingegno dello scrittore alle cose di quel principe aggiunse ornamento, e ne’ colori della eloquenza a larga mano abbondò. So bene che a chi attentamente consideri il regno di Giustiniano, principe nostro, il quale io credo che a buon diritto debba dirsi re per natura, mentre, per usare le parole di Omero, egli si presta padre benignissimo, il regno di Ciro parrà cosa da giuoco. E di ciò farà fede l’imperio di tal modo esteso, che può dirsi, come testè io accennava, ai confini e alla potenza del primo essersene aggiunto un secondo, ed anche di più. Della sua clemenza poi somministreranno ampia prova coloro, i quali chiaramente convinti d’ avere tramate insidie contra la vita di lui, oggi pure non solo e della vita e de’ beni loro godono pacificamente, ma sono nelle più luminose cariche degli eserciti, ed iscritti tra i Consoli.
Ma egli è tempo di venire a parlare, siccome mi proposi, de’ suoi Edifizii, onde i posteri ove la mole ed il gran numero de’ medesimi veggano, non abbiano a dire non essere essi l’opera di un solo uomo, sapendosi che a molti fatti degli antichi, mancanti dell’autorità della Storia, la stessa eccellenza della virtù toglie fede. Intanto conviene, che il discorso faccia capo da quelli che veggonsi in Costantinopoli; giacchè, secondo l’antico detto, quelli che mettono mano ad alcuna opera, debbono principiare dal darle un illustre incominciamento.
Indice
. Di Santa Sofia.
. Statua equestre di Giustiniano nell’Augusteo. Tempio di S. Irene. Spedale di Sansone; ed altri due.
. Chiese inalzate alla Beata Vergine nelle Blancherne, presso la Fontana, e nell’Ereo. Tempii di S. Anna, di S. Zoe martire, e dell’Arcangelo Michele.
. Tempio de’ SS. Pietro e Paolo presso la reggia di Ormisda. Tempio de’ SS. Sergio e Bacco. Tempio de’ SS. Apostoli, in cui sono i sepolcri degl’Imperadori. Invenzione de’ corpi de’ SS. Andrea, Luca, e Timoteo. Alcuni altri tempii.
. Come il mare circuisca Costantinopoli.
. Edifizii nel seno Ceras, cioè i tempii di S. Lorenzo, della Vergine nelle Blancherne, dei SS. Prisco e Nicolao, de’ SS. Cosma e Damiano, e del S. martire Antimo.
. Nello stesso seno il tempio di S. Irene. Ivi trovatesi le reliquie de’ SS. quaranta Soldati martiri, Giustiniano è prodigiosamente risanato.
. Tempio dell’Arcangelo Michele nell’Anaplo. Di Giovanni Battista nell’Ebdomo. Altro tempio dell’Arcangelo nel littorale d’Asia; e chiesa della Madre di Dio.
. Tolti di mezzo i lenoni, una certa reggia vien trasmutata in monastero, destinato alle meretrici penitenti, e detta la Penitenza. Tempio di S. Panteleemone sul promontorio. Spedale nell’Argironio. Tempio dell’Arcangelo nel Mocadio. Tempii di S. Trifone, de’ SS. Mena e Meaco, e di S. Ja.
. Altri edifizii; e primieramente della Curia, e di Calce.
. Atrio alle Terme di Arcadio. Cisterne. Palazzi nell’Ereo, e nel Jucondiano. Porti. Spedali.
Capo I
fi
ct ct
Ne’ libri da me scritti sulla guerra, schiettamente e diligentemente narrai come da vilissimi caporioni, e da immensa ciurmaglia alzossi una volta gran sedizione detta Nika, contro Giustiniano Augusto. E perchè non dovesse dubitarsi, che contro Dio del pari, che contro l’imperadore, que’ furibondi ed esecrandi uomini eransi alzati, niun riguardo ebbero a mettere in fiamme la chiesa de’ Cristiani, dai Costantinopolitani chiamata di S. Sofia, così usando un titolo al nume supremo convenientissimo. E tanto sacrilegio permise Dio prevedendo quanto più splendidamente e magnificamente sarebbe stato quel tempio ristaurato. Fu dunque allora la chiesa convertita in un mucchio di cenere; ma non molto dopo Giustiniano Augusto la rialzò grandiosa e bella, a modo, che se alcuno presentato avesse a’ Cristiani il modello di quella che oggi vediamo, e domandato loro, se fosse ad essi piaciuto di vederla demolita, e secondo quel modello rifabbricata, io credo che su di ciò non avrebbero esitato punto a desiderare che fosse gittata a terra per vederla conversa in forma si meravigliosa. Adunque l’Imperadore non badando a spesa pose ogni suo pensiero alla nuova fabbrica, e chiamò a tal uopo artefici da ogni parte. Serviva alle sue idee, disegnando ogni cosa, e i lavori dirigendo degli artefici, Autemio tralliano, senza eccezione principe degli architetti ed ingegneri non solo del suo tempo, ma di quanti erano scorsi prima; e con esso lui era pure un altro, Isidoro di nome, nato in Mileto, uomo di singolare intelligenza, e veramente degno che alla esecuzione della grande opera Giustiniano Augusto se ’l chiamasse compagno. E certo è che in questo spiccò ad onor dell’Imperadore la provvidenza del Nume, il quale soggetti sì valenti a lui avea preparati per l’opera meditata; e meravigliosamente spiccò del pari l’acuto intendimento del Principe, che seppe fra tutti gli uomini dell’arte scegliere i veramente atti a corrispondere a sì alto pensiero. Così poi questa chiesa diventò quel prodigioso spettacolo, che apparisce, superiore alla capacità di chi la contempla, e alla fede di chi ne sente ragionare.
Elevata ad enorme altezza, e come nave ferma sulle ancore, questa chiesa vince tutti gli altri edifizii, e soprastassi alla città che adorna come la sua parte migliore, giustamente superba di vedersi entro il circuito d’essa sì alta, che da quella cima tutta chiaramente quanto è grande per ogn’intorno la medesima all’occhio de’ riguardanti si mostra. La larghezza e lunghezza sua è sì ben concertata che mentre l’una e l’altra è massima, nessuna può dirsi soverchia. Inesprimibile poi è il bell’effetto della sua apparenza; e sì netta e proporzionata, che in niun punto esce del giusto, in niuno manca, mentre intanto oltre ogni usato è magnifica, e nella sua vastità perfettamente per ogni verso corrispondente. Meraviglia è a dire lo splendore che mette, perciocchè non diresti ricevere essa tanta luce dal sole, che i suoi raggi nello esteriore ne batte; ma piuttosto che da essa medesima nasce quel vivo rifulgimento, tanta piena di lume la investe, e tanta da essa ne sorge. La fronte riguardante l’oriente, parte dell’edifizio in cui soglionsi celebrare i sacri misterii, è costrutta di questa maniera. Sorge di terra l’edifizio, non prolungato a linea retta, ma piegato insensibilmente e largamente in obbliquo; e alla metà si discosta, e in figura mezzo tonda, che i periti dell’arte dicono semicilindro, alzasi a perpendicolo. Il colmo della fabbrica termina in un quarto di sfera, e i tratti che più in alto si aggiungono, vengono a sostenere una certa forma di luna bicorne, il che fa che nello stesso tempo e si ammiri la vaghezza dell’opera, e si tema il disfacimento della costruzione, perciocchè quel pendere in aria non sembra sicuro; e quantunque pur sia fermissimamente saldo, mostra ai riguardanti un pericolo. Dall’una e dall’altra parte poi nel di dentro s’alzano dal pavimento, non in dritta fila, ma disposte in forma semicircolare, alcune colonne, sicchè sorgenti insieme, come in coro, vengono a sottostare a quella parte del fabbricato, che è fatta a mezza luna; e contra l’oriente è praticata la muraglia, in cui sono le porte del tempio. Di qua e di là queste colonne, e quanto soprastà ad esse sul disegno indicato, presentano un semicircolo; e in mezzo del tempio stanno quattro pilastri, due a tramontana, e due a mezzodì, gli uni in faccia agli altri, e tutti eguali, tra ogni due de’ quali sono poste due colonne. La costruzione di que’ pilastri è di catraci pietre, che diligentemente sovrapposte le une alle altre, gli artefici con molta abilità hanno insieme commesse; e que’ pilastri vanno tanto alti, che ti parrebbe vedere scogli distaccati da montagne. Sopra que’ pilastri s’aprono quattro arcate costituenti altrettanti lati, le estremità delle quali si congiungono due a due, e sull’apice di que’ pilastri si posano, intanto che le dette arcate stendonsi immensamente. Ma due di esse, quelle che al levante e al mezzodì son rivolte, stannosi tutte in aria; e le altre hanno di sotto un muro, ed alcune colonnette; e sostengono un altro membro dell’edifizio di forma rotonda, primo oggetto che il giorno sempre incomincia a vedere: imperciocchè io credo, ch’esso sia più alto della universa terra, e che poi cali a poco a poco, condotto con tale ingegno, che per le sue aperture la luce entra abbondantemente: cosa, che a parer mio può facilmente esprimere ogni uomo anche meno pratico. Alle arcate così, come si è detto, poste in quadratura frapponsi un’opera di quattro triangoli, di ciascheduno de’ quali l’ima parte stretta dalla unione delle arcate, viene a formare acuto l’angolo infimo: indi in alto dispiegandosi verso sè stesso per lo spazio intermedio, termina coll’edifizio, che di là si eleva in un circolo ben compassato; ed ivi fa gli altri angoli; e quel rotondo circuito è mirabilmente ornato di una cupola ampiamente circolare, sovrapposta in modo che per la sua leggerezza non mostra punto di appoggiarsi alla salda fabbrica, ma piuttosto di starsi per mezzo di un’aurea catena pendente dal cielo, e coprire così il luogo. Le quali cose tutte a tanta elevazione sopra ogni credere tra esse congiunte, le une dalle altre tenute sospese, le altre soltanto appoggiate alle parti prossime, costituiscono un tutto insieme perfettissimo; il quale non permette che a lungo l’occhio de’ riguardanti si fermi sopra un solo punto: perciocchè ciascheduna parte attira a sè lo sguardo, e quasi a gara invita a contemplarla. Per questa ragione gli spettatori vanno con perpetuo movimento volgendo gli occhi or sopra una parte, or sopra un’altra, non sapendo a quale dare la preferenza, nè quale più dell’altra ammirare; e più che cogli occhi, esaminando le cose colla mente, dai moti delle loro sopracciglia di tratto in tratto si conosce come sentono di non potere nemmen col pensiero capir l’artifizio; e restarsi sempre stupefatti di tante cose vedute, e per essi incomprensibili. Ma di ciò basti.
Alzata di tale maniera questa chiesa, Giustiniano Augusto e l’architetto Autemio insieme ad Isidoro vennero fortificandola con tutti i mezzi suggeriti dall’arte, i quali in vero io non so nè concepir colla mente, nè con parole esprimere. Solo una cosa dirò, onde s’intenda di quanta solidità fosse l’opera. Que’ pilastri, de’ quali feci poc’anzi menzione, non erano fatti come il rimanente dell’edifizio. Le pietre, che li componevano, eran quadrate, dure per natura, per arte lisce, e tagliate per modo, che quelle le quali erano destinate a formarne i fianchi, finivano in angolo, ed erano quadrate quelle, che stavano nel mezzo. Erano poi commesse insieme non colla calce, che dicon viva e non estinta, nè con bitume, di cui fece uso per pompa in Babilonia Semiramide, nè di altra cosa simile; ma sibbene con piombo, fatto squagliare, ed introdotto per tutti gl’interstizii, sicchè ogni spazio riempiendo tutta lega strettamente, com’entro una pasta, quelle pietre. Tale fu il metodo tenuto in costruire que’ pilastri. Venendo poi alle altre parti dell’edifizio, tutta la volta dorata alla sua bellezza propria aggiunge la magnificenza: i marmi impiegati nello splendore vincono l’oro stesso: da entrambi i lati girano due portici, i quali lungi dal rendere stretto il tempio ne accrescono piuttosto la larghezza, correndo essi intanto per tutta la lunghezza del medesimo, sebbene in altezza inferiori. Le volte di questi sono dorate anch’esse; ed uno serve per gli uomini, che vanno ad orare, l’altro per le donne, ma perfettamente eguali l’uno e l’altro tra essi; e questa eguaglianza medesima contribuisce a dare al tempio decoro, come la somiglianza ne dà eleganza e grazia. Chi poi descriverà convenientemente la parte superiore del gineceo? chi le molte galerie, e le sale messe a colonne? e delle colonne, e de’ marmi impiegati ad ornamento di tanta fabbrica, chi degnamente riferirà la varietà stupenda? Facilmente crederà tal uno di trovarsi in un giardino pieno di fiori, e vedere il bel color porporino degli uni, l’azzurro degli altri, e il verde amenissimo del sì diverso fogliame, e lo splendor brillante dell’insieme, dalla natura vagamente presentato, come fa il pittore con tanta varietà di tinte differentissime. Quando alcuno entra ivi per orare, sente subitamente, che non è quella opera di arte d’uomini, ma del Nume supremo; ed inalzando sua mente a Dio par- gli spaziare pel cielo, pensando non esserne per certo lontano, e godersi di quella beata sede, a cui l’animo suo devoto aspira. Nè questa è la impressione, che sì magnifico spettacolo fa soltanto a chi lo contempla per la prima volta: ma si rinnova essa in ognuno quante volte vi ritorni, come se non lo avesse veduto mai. Perciò niuno mai ne fu sazio; e chi è nel tempio dilettasi di quella vista gratissima; e chi n’esce, non cessa di parlarne, sempre più meravigliato. Nè vale poi dire delle preziose suppellettili da Giustiniano Augusto donate a questa chiesa: chè l’oro, l’argento, le gemme annoverarne particolarmente sarebbe troppo lungo discorso. Da una cosa sola potranno i lettori congetturare del resto; ed è questo, che il Sacrario del tempio, ad ognuno fuorchè ai sacerdoti inaccessibile, detto l’Altare, ha quaranta mila pesi d’argento.
Per mettere fine alle cose leggermente tocche, e in brevi parole comprese, che le più degne sono di essere accennate, dirò, che Giustiniano Augusto edificò la chiesa Costantinopolitana, comunemente chiamata la grande, non solo spendendo quanto occorreva, ma impiegandovi in oltre l’ingegno suo, ed ogni studio della sua mente, siccome sono per esporre. Di quelle arcate, delle quali feci menzione, e che gli architetti dicono Lori, quella d’incontro al levar del sole, stavasi costruendo, e non istretta per anco nel mezzo aspettava l’ultima mano, quando i pilastri, su cui posava, cedendo al troppo peso della mole, improvvisamente additando una scompaginatura, annunciarono imminente rovina. Autemio ed Isidoro atterriti del ca- so, ne avvisano l’Imperadore, non isperando alcun sussidio dall’arte. L’Imperadore, non so da quale ispirazione animato, e credo celeste; giacchè egli non sa di meccanica; ordina che immediatamente si compia la curvatura dell’arcata, dicendo che questa tenendosi ferma per le sue proprie forze non avrà più bisogno de’ sottoposti pilastri. E se io non affermassi cosa pubblicamente attestata, il mio racconto terrebbesi senza dubbio per puro effetto di adulazione, e il fatto per incredibile. Ma come assai testimonii vi sono, nulla può trattenermi dall’esporre quanto ho incominciato a dire. Gli artefici adunque fecero secondo il comandamento avuto; e l’arcata spinta all’alto si stette salda ed intatta, essendosi comprovato col fatto la verità del consiglio. Eseguito poi ciò, alle arcate che guardavano il settentrione e il mezzodì, avvenne che elevatesi a sì grandiosa altezza, ciò che sottostava rimaneva oppresso dal peso, a tanto che dalle soggette colonne distaccavasi il cemento, come se fossero state per forza d’alcuno violentemente compresse: di che spaventati gl’ingegneri furono di bel nuovo all’Imperadore esponendogli l’avvenuto; ed egli colla stessa acutezza usata prima, all’accidente rimediò nella seguente maniera. Ordinò egli che le somme parti della fabbrica soccombente, e attigue alle arcate, immantinente si demolissero; ed assai dopo, quando la curiosità fu interamente tolta, le fece rimettere. Il che eseguito l’edifizio ottenne la necessaria solidità; nè manca all’Imperadore la testimonianza del fatto.
Capo II
ct
Sta invece di curia il foro, dai Costantinopolitani detto l’Augusteo. Ivi sono non meno di sette ordini di pietre, piantati in quadrato, e disposti tutti a modo da fare scalinata; perciocchè ognuno più stretto di quello che gli sta sotto cala per guisa che dalla parte da cui le pietre sporgono fuori vengono a formare un gradino su cui, come in tante sedie, si adagiano coloro, che ivi si adunano. Sull’ultimo gradino alzasi una grande colonna, non composta tutta di un medesimo materiale. È dessa una rotonda mole di enormi pietre, con industria dagli artefici unite insieme coll’incontro di angoli praticativi; e d’ogn’intorno accerchiate da lastre di bronzo, e da corone, che quelle pietre stringono gagliardamente, nel tempo stesso abbellendole, e dando ad esse in tutte le parti, ma spezialmente poi alla base, e alla cima, la forma di colonna: quel bronzo inferior pel colore all’oro puro, poco meno agguaglia il prezzo dell’argento. In cima è posto un gran cavallo di bronzo volto all’oriente: meraviglia in vero a vedersi! Esso è in movimento e simile affatto a qual vada: perciocchè alza il piè sinistro come per calcare il suolo sottoposto, e coll’altro calca di fatto la pietra che ha sotto, mostrandosi in atto di fare il passo: nel tempo stesso contrae i due piedi di dietro a segno, che dallo stato delle loro parti si vede essere essi pronti a seguire il moto di quelli d’avanti. Sul cavallo siede, gigantesca e di bronzo anch’essa, la statua dell’Imperadore vestita alla foggia d’Achille: chè così chiamano l’abito che ha. E calzata di gambiere, che lasciano nudi i malleoli: ha torace alla eroica, e in testa l’elmo, che sbattuto dalla luce dà un certo splendor brillante: e chi volesse usare stile poetico lo direbbe l’astro di autunno. Questa statua guarda l’oriente, spingendo il destriero, se io non m’inganno, contro i Persiani: colla sinistra tiene un globo, con che l’artefice accenna ubbidire al Principe l’universo mondo. Non porta spada, non asta, nè altra specie di arma, ma sovrapposta al globo la Croce, sotto i cui auspizii ha ottenuto imperio e vittoria. Tiene stesa all’oriente la destra, e colle dita allungate ordina ai Barbari stanziati colà di tenersi ne’ loro confini, nè di procedere oltre. Tali sono queste cose.
Una chiesa d’Irene erasi abbruciata insieme col vicin tempio maggiore; e Giustiniano Augusto la rifabbricò amplissima; così che in Costantinopoli, eccettuatane S. Sofia, a nessun’altra cede in grandezza. Fra l’una e l’altra era uno spedale destinato agli uomini assai poveri ed infermi. Lo avea edificato Sansone, uomo piissimo verso Dio, il quale fiorì negli anni passati. Ma quello spedale non era rimasto intatto dal furore de’ sediziosi, e con ambe quelle chiese era rimasto incendiato. Giustiniano lo fabbricò più magnificamente, e lo ingrandì, tanto di luoghi atti a contenere maggior numero di persone, quanto di rendite annue, onde in ogni tempo vi trovassero sollievo i poveri infermi. Parimente tratto da inestinguibile ardore del divin culto altri due spedali eresse incontro a quelli nelle case, che diconsi di Arcadio e d’Isidoro, a queste pie fondazioni concorrendo compagna Teodora Augusta. Le altre chiese poi dedicate a Cristo dal nostro Principe sono tante, che non si possono ad una ad una annoverare: chè a tesserne il catalogo nè abbiamo modo, nè spazio bastante. E basti quanto abbiamo detto fin qui.
Capo III
ct Chiese inalzate alla Beata Vergine nelle Blancherne, presso la Fontana, e nell’Ereo. Tempii di S. Anna, di S. Zoe martire, e dell’Arcangelo Michele.
Giusto è cominciare dalle chiese di Maria madre di Dio, giacchè sappiamo così desiderare l’Imperadore; e il buon ordine della storia medesima ci guida a passare da Dio alla sua Madre.
Giustiniano Augusto molte chiese per tutto l’orbe romano edificò in onore della Madre di Dio, e tanto grandi, e illustri, e suntuose, che se ad una sola si volga lo sguardo, nasce naturalmente il pensiero, che niun'altra egli ne abbia fatta, e tutto il tempo del suo regno abbia impiegato occupandosi di quell’opera. Ma presentemente io non parlerò che delle sole chiese che veggonsi in Costantinopoli. Fuori delle mura, nel luogo detto le Blancherne, edificò la chiesa della Madre di Dio, giacchè a lui dobbiamo ancora attribuire le cose fatte sotto Giustino suo zio, poichè con suprema au- torità egli ne amministrava l’imperio. Stassi questa chiesa sul lido del mare, per religione inclita ed augustissima. La sua larghezza è in piena proporzione colla lunghezza. Non vi vedrai a sostegno sia di sopra, sia di sotto, che pezzi di marmo pario disposti in forma di colonne; e queste colonne dappertutto riescono a filare perfette, salvo che in mezzo, d’onde nell’interno si discostano e formano seno. La prima cosa, che ha da ammirare chi mette il piede colà, è l’altezza notabile della fabbrica, salva da ogni pericolo di rovina, come pure la magnificenza, nella quale nulla v’è che non sia propriissimo.
Alla stessa Madre di Dio edificò pure altra chiesa presso la Fontana: chè così chiamasi il luogo, in cui v’è un ombrosissimo piantamento di cipressi, una prateria piena di fiori; un giardino copiosissimo d’alberi fruttiferi, ed una fontana, che tacitamente scaturendo diffonde leggiera e dolce acqua: nè ivi manca alcuna cosa alla religione conveniente. Le cose accennate stanno all’intorno della chiesa: ma quanto riguarda la chiesa medesima esprimerlo con degno discorso non è cosa possibile, e nemmeno l’adombrarlo colla immaginazione. Basterammi dire che per isplendidezza e grandezza va innanzi alla maggior parte delle altre. Questa e l’altra sono presso le mura della città: quella delle Blancherne sul lido del mare, dove le mura appunto incominciano: l’altra fuori della Porta aurea, che trovasi nell’ultima fortificazione: onde entrambe, come inespugnabili baluardi proteggono le mura della capitale. Nell’Ereo inoltre, volgarmente detto l’Ierio, inalzò alla Vergine una chiesa, che nissun facilmente potrà con parole descrivere.
In quel luogo della città che chiamasi il Deuterone, o vogliam dire il secondo, un tempio nobilissimo e sicuramente mirabile edificò a S. Anna, che alcuni credono essere stata Madre della Vergine, ed avola di Cristo: imperciocchè Dio come volle farsi uomo, così non ricusò il terzo grado di parentela, ed è per questo che all’uso umano viene descritta la sua materna prosapia. Poco lungi di lì, nell’ultimo vico della città, fondò l’augustissimo tempio di Zoe martire.
In Costantinopoli avea trovata la chiesa dell’Arcangelo Michele, angusta, oscurissima, nè degna da dirsi dedicata all’Arcangelo da certo Senatore, antico patrizio, poichè era similissima ad una camera di casa non molto ricca. Per lo che avendola fatta demolire dai fondamenti, onde nulla rimanesse del primo squallore, spaziosissima la rifabbricò, come noi la veggiamo, e sì decorosa da destare somma ammirazione. Questo tempio è sì riquadrato, che la sua lunghezza non molto supera la larghezza. La parte riguardante il levar del sole, al basso è assai grossa; ed è da ogni canto composta di una gran mole di pietre: nel mezzo a poco a poco restringendosi, si ripiega poi dall’una parte, e dall’altra è sostenuta da colonne di varii colori; e la parete riguardante il tramonto del sole dà luogo alle porte.
Capo IV
ct Tempio de’ SS. Pietro e Paolo presso la reggia di Ormisda. Tempio de’ SS. Sergio e Bacco. Tempio de’ SS. Apostoli, in cui sono i sepolcri degl’Imperadori. Invenzione de’ corpi de’ SS. Andrea, Luca, e Timoteo. Alcuni altri tempii.
Ecco poi come Giustiniano ha dimostrato la fede e l’ossequio suo verso gli Apostoli di Cristo. Primieramente egli fabbricò in Costantinopoli un tempio a Pietro e Paolo, presso alla reggia anticamente detta di Ormisda, la quale dopo avere con molta magnificenza abbellita, servendosene di abitazione propria, avendole data tutta l’apparenza e tutto il decoro di un palazzo, divenuto imperador de’ Romani, all’altra reggia aggiunse. Ivi pure un tempio eresse a Sergio e Bacco, incliti santi; ed un altro ancora ne fondò di fianco a questo: chè di fianco stanno sì questi l’uno all’altro, come in paragone, ed hanno comuni gli aditi; sono tra loro perfettamente eguali, e cinti ambidue da spalti all’intorno, nè uno in decoro, in grandezza, o in qualunque altra cosa supera l’altro, o all’altro cede. Ed entrambi poi del pari gareggiano col sole pel fulgore de’ marmi, e per l’oro dappertutto profuso, e pei preziosi doni. Soltanto differiscono in questo, che uno è disteso per lungo, e l’altro è piantato sopra colonne quasi tutte disposte in semicircolo. Nel vestibolo poi serve ad ambi un solo portico, detto nartece, o ferula, per questo che si avanza lunghissimo; e comuni sono ancora tutti i propilei, e l’atrio, e le porte di mezzo, e la comunicazione colla reggia. In fine tanta è la magnificenza di questi due tempii, che per essi manifesto decoro riceve tutta la città, e il palazzo medesimo.
Quest’altra prova ancora diede della sua pietà verso gli Apostoli. Era in Costantinopoli certa cappella a tutti gli Apostoli dedicata, che per vetustà mezzo guasta minacciava prossima rovina. Egli la fece demolire tutta; e non solamente si applicò a ristaurarla, ma a renderla e più grande e più bella in questa maniera. Vennero disegnate due linee rette, le quali si tagliano per mezzo figurando una croce: una va da ponente a levante, l’altra da mezzodì a settentrione. Oltre l’esterno giro delle pareti, nell’interno veggonvisi affilati sotto e sopra varii ordini di colonne, e nella connessione di quelle due linee, che sta quasi nel mezzo di entrambe, v’ha il Santuario, così giustamente chiamato quel luogo, interdetto a chi non esercita le sacre cerimonie. I lati, che scorrono per lo spazio trasversale, sono eguali tra essi; e quella parte dello spazio che va dritto, volta a ponente supera l’altra quanto occorre per rappresentare la figura di croce. In quanto al tetto, la parte che soprastà al Santuario, non differisce da quella che è in mezzo al tempio di S. Sofia se non rispetto alla grandezza, che n’è minore. Del rimanente sonovi quattro arcate, tirate e connesse nella stessa maniera, e sopra quelle s’inalza un fabbricato rotondo con sue finestre, a cui è soprapposta una cupola sferica che sembra pendente in aria, nè aver saldo sostegno, quantunque in fatto sia saldissima. Tale si è il tetto di mezzo. Ne’ lati poi v’hanno quattro cupole eguali in grandezza a quella di mezzo, ma senza finestre; e n’è questa la sola differenza. Gli Apostoli non vollero che rimanesse dubbio sul gradimento loro del Santuario ad essi dedicato, e sul conto che facevano della gloriosa onoranza loro dall’Imperadore prestata. Per questo i corpi degli Apostoli Andrea, Luca, e Timoteo, dianzi affatto ignoti, furono a tutti palesi, non isdegnando, per quanto io penso, la fede dell’Augusto, e permettendo pubblicamente ch’egli vi si accostasse, osservasse, toccasse quelle sante Reliquie, e ne traesse quell’aiuto e presidio, che in bene suo può da ciò provenirgli. Di questa maniera poi que’ Corpi furono scoperti:
Costantino Augusto avea fabbricata quella chiesa agli Apostoli, e conservata alla gloria e al nome di essi, aggiungendo l’ordine che ivi si facessero i sepolcri per sè, e pe’ suoi successori nell’Imperio, e per tutti della famiglia imperiale, donne e uomini: ordine che ancora si osserva; ed ivi erasi riposto anche il cadavere del padre di Costantino. Ma niuna memoria avea egli poi lasciata, che ivi giacessero gli Apostoli; nè v’era alcun segno, il quale additasse il ripostiglio di que’ santi Corpi. Ma quando nel nuovo fabbricarsi del tempio gli artefici facevano levare il vecchio pavimento onde nulla rimanesse di mal composto, si videro tre ripostigli di legno, ivi abbandonati, ma però aventi iscrizioni che dinotavano in essi contenersi i corpi degli apostoli Andrea, Luca, Timoteo, i quali l’Imperatore ed i Cristiani tutti con massima allegrezza mirarono; e festeggiati con tutta la pompa e solennità che doveasi, e ren- duti loro gli onori che sono di rito, chiusili di nuovo in quelle casse, nelle quali erano stati ritrovati, li riseppellirono; e perchè il luogo non mancasse più nè della memoria, nè del concorso conveniente ai corpi di quegli Apostoli, piamente lo dedicarono. Nè, come già dissi, può dubitarsi che questi Apostoli non si rendessero manifesti allora agli uomini in ricompensa dell’onore fatto ad essi dall’Imperadore. Imperciocchè ove il Principe è religioso, gli enti celesti non rifuggono da’ mortali; ma godono di conversare con loro, e di consociarvisi amichevolmente.
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