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Libro primo
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Capo I
ct Zenone imperator di Bizanzio, Augustolo di Occidente. — Morto di ferro il costui padre Oreste, regna Odoacre. — Teuderico, re dei Gotti, dalla Tracia muove contro l’Italia per istigazione di Zenone. — Assedia Ravenna. — Uccide Odoacre — Padrone della penisola ne regge i popoli con lode. — Reo della ingiusta morte di Simmaco e di Boezio, sembratogli vedere in un piatto il capo del primo, inorridisce, e piangente sen muore. I. Così nell’Africa le romane bisogne: ora passo a trattare della gottica guerra, facendo innanzi tutto
precedere la narrazione delle cose avvenute ai Gotti ed ai Romani prima di essa. Mentre Zenone dominava in Bizanzio imperò nell’Occidente Augusto, nomato dai Romani vezzosamente con voce diminutiva Augustolo, sendo asceso al trono fanciulletto, succedutovi al genitore Oreste principe di ben rara prudenza. Per lo avanti, nè molto, i Romani fiaccati dalle stragi sofferte da Alarico ed Attila, come si legge ne’ miei precedenti libri, avevano fermato lega cogli Scirri, cogli Alani e con altre gottiche genti; ma sì operando quanto innalzavano la potenza e dignità delle barbariche truppe, tanto scemavano l’onore delle proprie, e coll’onesto nome di confederazione lasciavansi tirannicamente opprimere dagli stranieri. E di vero la costoro alterigia tal crebbe che dopo ottenuto di forza mal nostro grado più e più altri profitti, voleano sin compartecipare di tutte le italiane terre, e perchè Oreste loro ne rifiutò la terza parte, com e’ pretendevano, venne di colpo spento. In allora uno di essi, per nome Odoacre e già lancia imperiale, si fece innanzi promettendo compiere ogni lor desiderio se ne avesse aiuto a salire il trono. Giunto di questo modo alla tirannide non peggiorò la sorte dell’imperatore; lasciando ch’e’ privatamente in ozio si vivesse; accordata poscia la terza parte dei colti ai barbari al tutto se li affezionò, corroborando in simigliante guisa per anni dieci l’usurpatosi impero.
II. Sotto a quel tempo i Gotti di stanza, con imperiale permesso, nella Tracia e capitanati dal patrizio e consolare Teuderico ribellarono dai Romani. Ma Zenone Augusto sapendo trarre ottimo partito dall’accaduto indusse il duce loro a venire in Italia, ov’e’ portando le armi contro Odoacre procurerebbe a sè stesso ed ai Gotti l’imperio occidentale, addicendoglisi vie meglio, come senatore in ispecie, il discacciare un tiranno, ed il costitursi re dei Romani e di tutta la penisola, che non il guerreggiare con suo grave pericolo Giustiniano; ed il ribello careggiato un tale consiglio batte la proposta via con sua gente e con molte carra piene di fanciulletti, di donne e di tutta la suppellettile, quanta poteane ognuno condurre seco. Pervenuti costoro al seno Ionico, nè avendo mezzo di valicarlo per mancanza di navilio, girarongli all’intorno calcando le terre dei Taulanzj e degli altri abitatori di que’ lidi. Fattesi in questa le truppe d’Odoacre ad affrontarli, e dopo molti combattimenti sbaragliate, ripararono col duce loro in Ravenna, e ne’ vicini fortissimi luoghi, che poi, cinti d’assedio, in molto numero ed in varie fogge, come la ventura di ciascheduno si volle, furono espugnati: Cesena tuttavia, castello a trecento stadj da Ravenna, e Ravenna stessa, ov’era Odoacre, non poteronsi vincere con la forza, nè averle a patti. Sorge Ravenna su di pianura all’estremità del golfo Ionico, e soli due stadj lunge da esso: non è città marittima, e sembra arduo cimento lo accostarvisi non meno con armata di mare che con eserciti, dal suo littorale tenendo indietro i vascelli sterminate sirti, che trenta stadj, e forse più, dilungansi in mare, e colle aggirate loro forte impediscono il proceder oltre ai naviganti, avvegnachè standovi di contro e’ veggansela ben dappresso. Chiudonvi poi l’entrata agli eserciti di terra le acque con che il fiume Po, o vuoi Eridano, disceso dai gallici monti, ed altri fiumi navigabili, e laghi attorniano dappertutto le sue mura. Ivi poi cotidianamente un che avviene, di vero stupendissimo. Col partirsi delle tenebre il mare a simile di fiume per tanto spazio trabocca sul continente, quanto ne puoi trascorrere camminando un intero dì con ispeditezza, e permette alle navi di procedervi nel mezzo: ritoglie quindi alla sera l’accordato traggetto, e con eguale riflusso tira a sè nuovamente le acque. Il perchè le genti bramose di portar dentro quelle mura, o per viste commerciali o per cagione comunque, i bisogni della vita, o di là trasferirli altrove, collocate le merci sopra barche, e spinte queste laddove sogliono effondersi le acque, attendonvi il marino flusso, al principiare del quale sollevasi a poco a poco il navilio dal suolo, ed i marini posta mano all’opera compiono l’uffizio loro. Nè quivi solo ciò accade, ma pur anche incessantemente su tutta quella spiaggia sino alla città di Aquileia, sebbene non sempre in egual modo e coll’eguale misura, imperciocchè al cominciar della luna più mite ribocca il mare, addivenuto poi risplendente per metà il disco di lei sinchè torna questo altra fiata con la stessa misura a noi visibile, e’ più cresce; ma di ciò basti.
III. Era già il terzo anno che i Gotti aventi a duce Teuderico cingevano indarno Ravenna, quando la noia da quinci dell’assedio e la difalta della vittuaglia da quindi costrinsero e gli assediatori e gli assediati a patteggiare, mediante il vescovo della città, che Teuderico e Odoacre viverebbero di pari sorte là entro. Il quale accordo ebbe qualche tempo il suo pieno vigore, ma poscia Teuderico scoperta, come si narra, una frode macchinatagli contro da Odoacre, invitò con mentita amicizia costui alla mensa, e tra le imbandigioni l’uccise; amicatisi di poi quanti eranvi de’ barbari nemici, ebbe in poter suo i Gotti e gli Italiani. Ed avvegnachè non s’arrogasse il nome di romano imperatore, nè gl’imperiali ornamenti, pago del titolo di re, voce usata dai barbari per indicare i supremi capi loro, nondimeno tal governò sua gente da non lasciar desiderio alcuno di quanto si conviene agli animi virtuosi degli Augusti, appalesandosi coltivatore insigne della giustizia, e difensore zelante delle leggi. Guardò inoltre ognora le sue provincie dalle offese de’ vicini barbari, pervenuto essendo all’apice non pur della prudenza che della fortezza, nè fece mai torto a sudditi, o perdonò a’ rei di simigliante colpa; se non che permise ai Gotti il partimento fra loro dei colti da Odoacre accordati alle genti di sua fazione. Laonde fu egli di nome tiranno, ma in fatto vero imperatore, cui non sapremmo anteporre altro di quelli che sin dal principio dell’imperio salirono ad altissima fama in così onorevole grado. Al pari de’ Gotti amavanlo assaissimo gl’Italiani, contro la consuetudine delle umane menti; imperciocchè nel maneggio delle cose civili nutrendo chi l’uno chi l’altro desiderio, il rettor sommo piace cui vanno a’ versi le tue deliberazioni, ed incresce alle genti che veggono delusa ogni loro speranza. Vivuto anni trentasette, formidabile mai sempre a tutti i suoi nemici, partì di questa vita desideratissimo dai popoli governati. Vo a dirne la morte.
IV. Simmaco ed il costui genero Boezio, consolari entrambi e di nobilissima schiatta, riscuotevano i primi onori nel senato; nè aveavi chi li agguagliasse nelle filosofiche scienze, nell’amore della giustizia, e nella molta liberalità con che soccorrevano ai bisognosi, cittadini e’ fossero o stranieri. Saliti pertanto ad alta gloria trassersi addosso l'invidia di funestissimi personaggi, dalle cui frodi persuaso Teuderico, al venirgli accusati di amore per le civili novità, sentenziolli di morte, po- nendone il patrimonio nel fisco. Trascorsi pochi giorni dalla terribile esecuzione, messa dai famigliari sul desco mentre e’ cenava la testa d’un grosso pesce, in lei parvegli scorgere quella di fresco spiccata dall’imbusto di Simmaco, la quale col bieco ed orribil suo cipiglio e coll'addentarsi del labbro inferiore pigliato avesse la sembianza di chi gravemente minaccia. Spaventato il re dal tremendo prodigio, e gelatogli fuor misura il sangue nelle vene corre tosto al suo letto, e fattovi distender sopra qualche numero di coltri, vi si tenne avvolto. Narrò poscia l’occorsogli ad Elpidio medico piangendo la commessa scelleraggine contro que’ due; e tal crebbe a cagione di ciò l’afflizion sua e l’ambascia, che non guari dopo mancò ai vivi; fu questa la prima ed ultima ingiustizia di che si contaminò negli animi de’ sudditi, e vi cadde profferendo la mortale condanna, fuor della propria consuetudine, senz’aver prima ben ponderato le accuse.
Capo II
ct Il pargoletto Atalarico successore del morto re dalla genitrice Amalasunta, commendatissima donna, fidato a’ precettori acciocchè attenda agli studi — La regina ne ha biasimo dai Gotti, odiatori d’ogni sapere. — Sua costanza e prudenza nello sventare una loro congiura. I. Passato di questo mondo Teuderico ebbe il trono Atalarico (nè dopo gran tempo Giustiniano imperò in Bizanzio) nato di una sua figliuola ed in allora, d’anni otto appena, sotto la tutela della vedova geni-
trice Amalasunta , la quale ricca di prudenza, osservantissima del giusto e d’animo soprammodo virile governava nella qualità di tutrice il regno. Ella in tutto il suo reggimento non volle che si gastigasse con pene corporali, o con multe uom de’ Romani, frenando per lo contrario l’iniqua e ardente gottica brama di molestarli, e rimise nella eredità paterna la prole di Simmaco e Boezio; desiderosa inoltre che il figliuol suo venisse cresciuto nella vita e ne’ costumi de’ romani principi obbligollo ad attendere alle lettere, dandogli a precettori tre vecchi e distinti personaggi di sua gente, a lei ben noti per la grandissima loro sapienza e moderazione.
II. Se non che di tai cose non attagliavano punto i Gotti, preferendo costoro di essere governati dal novello re alla foggia barbarica, per avere più libero campo di superchiare i popoli soggetti. Quindi è che tal volta fra le altre sendosi il fanciullo, reo di qualche mancamento e dalla madre corretto con una guanciata, rifuggito piangendo nell’andronitide , que’ de’ Gotti a cui s’avvenne cominciarono a dar nelle furie, a profferire vituperj contro di Amalasunta, ed a calunniarla siccome donna che rivolto avesse ogni suo pensiero a procacciare sollecita morte al pargoletto nella vista di contrarre un secondo matrimonio, e di rendere con questo a sè stessa ed allo sposo durevole il principato su di loro e degli Italiani. Convenuti di poi insieme i ragguarde- volissimi della nazione, e fattisi al cospetto di lei si lagnano che il re nè di conformità al grado suo, nè virtuosamente sia educato, avendovi distanza somma dalle lettere al valore, e convertendosi bene spesso in timidezza e pusillanimità gl’insegnamenti ricevuti dai vecchi. Volersi adunque il fanciullo, se riuscir debba valente nell’arte guerresca ed illustre per gloria, allontanare dalla tema de’ precettori, ed esercitare nelle armi. Adducono in pruova dell’esposto Teuderico stesso, il quale non permise mai alle genti sue di mandare la prole ai ginnasii, dicendo loro che indarno cercherebbesi di assuefare i giovinetti a mirar con occhio intrepido e non curante le aste e le spade, ov’e’ temuto avessero lo staffile; oltre di che egli stesso era giunto a conquistare sì gran numero di province ed un regno, quantunque le sue orecchie non avessero udito un che di lettere. «Or bene, o Regina, conchiudono, dà commiato di botto a questi pedagoghi, e disponi che Atalarico meni la vita in compagnia di giovincelli suoi pari, i quali crescendo con esso inducanlo a regnare generosamente e secondo le antiche nostre costumanze.»
III. Amalasunta ascoltò i consigli loro, ed avvegnachè poco le quadrassero, pure temendo qualche tradimento infinse averli cari, ed in tutto secondolli. Tolti adunque dai fianchi di Atalarico i precettori mettonsi a conviver seco de’ garzoncelli non pervenuti ancora alla pubertà, nè gran fatto di esso maggiori. Se non che il piccolo re tocchi appena i tre lustri, abbandonatosi precipitosamente ad instigazione de’ compagni alla crapula, alle donne, e ad ogni altra guisa di mal costume, addi- venne sì disobbediente alla propria madre, che più non aveale fior di rispetto. Ma di già i barbari stessi congiurando alla scoperta contro a lei, con isfacciataggine aveanle comandato che rinunziasse alle cure del regno; ed ella intrepida alle costoro trame, sebbene femmina, punto non attristossi, che anzi dando pruova di sua reale autorità mandò ne’ confini d’Italia, e ben lunge l’uno dall’altro, tre chiarissimi personaggi de’ Gotti ed autori principali di quella sedizione a guardare le frontiere dalle nemiche scorribande. Questi nondimeno coll’opera degli amici e de’ congiunti comunicavansi i loro pensamenti, compensando la distanza de’ luoghi colla celerità de’ messi, e così apprestavano la rovina di Amalasunta; la quale addivenuta alla perfine intollerante delle costoro mene tra sè fermò di mandare in Bizanzio chiedendo all’imperatore se ad Amalasunta di Teuderico fosse lecito di andarlo a visitare. Giustiniano lieto della domanda invitala nella sua capitale, ed in pari tempo ordina che siale apprestato un bellissimo alloggio in Epidanno, acciocchè arrivando possa albergarvi e quindi, riposatasi a suo buon grado, proseguire il viaggio sino a Bizanzio. Costei allora scelti tra’ Gotti uomini valorosi e fidatissimi loro commette la morte dei tre autori principali, come or ora scrivea, delle sue traversie. Fa di poi imbarcare alcuni de’ suoi più bene affetti con quaranta mila aurei, senz’annoverare le altre ricchezze, e coll’ordine di navigare ad Epidanno, ove giunti ritraggansi pure nel porto, ma guardino il silenzio di quanto è in serbo nel vascello finoattantochè non abbiano da lei medesima nuovi comandamenti. Sì operando era tut- tavia suo consiglio di non partirsi e di richiamare indietro la nave se fossele riuscita la uccisione dei tre, venendole meno con ciò ogni timore de’ nemici; che se poi taluno di loro campasse la morte, disperando allora affatto delle cose sue, ritrarrebbesi co’ proprj tesori ne’ cesarei dominj. Con questo scopo adunque si mandò la nave alla volta di Epidanno, ed afferratovi, i curatori del danaro compierono fedelmente gli ordini avuti. Ma non molto stante la regina, udita giusta i suoi desiderii la fine dei tre ribaldi, spedì avviso alla nave di retrocedere, e proseguendo a dimorare in Ravenna tenne con mano validissima lo scettro.
Capo III
ct Schiatta, costumi e risoluzione di Teodato. Ambasceria al romano Pontefice in Bizanzio. Giudizio di Procopio sulla religione. — Allo infermarsi d’Atalarico la genitrice, tenendosi mal sicura co’ Gotti, si vale ascosamente dell’opera di Alessandro per cedere a Giustiniano l’Italia. — Carteggio all’uopo tra’ due monarchi sotto coperta di scambievoli rimprocci. — Tornata dell’ambasceria in Bizanzio. L’imperatore manda Pietro in Italia.
I. Aveavi tra’ Gotti un Teodato figlio di Amalafrida sorella di Teuderico, uomo di età provetta, versato nella lingua latina e nella platonica filosofia, ma ignorantissimo dell’arte guerresca, pigro al sommo e d’avarizia enorme. Questi possedendo gran parte dell’agro toscano recava di continuo molestie ai confinanti proprietarj acciocchè si partissero, estimando infelicità l’a-
ver che fare con de’ vicini. Se non che tanta sua ingordigia venendo frenata a tutta possanza da Amalasunta, erasi egli ridotto a portarle implacabil odio, e vinto dall’impazienza macchinava di sommettere a Giustiniano Augusto la Toscana, sperandone molto danaro in guiderdone, e di essere ascritto all’ordine senatorio per quindi passar la vita in Bizanzio. Mentre egli escogitava il mezzo di compiere la sua vendetta presentaronsi al romano Pontefice gli ambasciadori Ipazio vescovo degli Efesj, e Demetrio de’ Filippensi, macedoniche genti, per convenire seco intorno a un domma di religione, sul quale dissentivano tra loro i cristiani; ma di questa controversia, avvegnachè benissimo informatone, tralascio di far parola, riputando un pazzo orgoglio il voler noi indagare la divina essenza, quando, a mio avviso, non pur lei, ma nemmeno la nostra n’è dato conoscere perfettamente; il perchè io giudicando miglior partito il passare con silenzio tali arcani, che soltanto voglionsi con pia fede venerare, contenterommi di ripetere la bontà infinita dell’Ente supremo, ed il suo dominio sopra tutte le cose: ognuno poi, o sacerdote o secolare, ne parli secondo la propria opinione. Teodato del resto abboccatosi con quell’ambasceria, esposele in aperto l’animo suo, e la incaricò di partecipare a Giustiniano Augusto il formato disegno.
II. Atalarico intanto abbandonatosi fuor misura alla crapula cominciò a patire di consunzione: il perchè Amalasunta caduta in gravi pensieri, non potendo fidare nell’animo d’un sì tristo figlio, nè rimanendone priva tener più la propria vita sicura, in causa mal trattamento fatto degli ottimati de’ Gotti, deliberò per la sua conservazione ridurre il regno e gl’Italiani sotto l’imperiale corona. Il senatore Alessandro a quei dì erasi trasferito in Italia, viaggiando co’ prelati Demetrio ed Ipazio, per commissione di Giustiniano, il quale consapevole che il vascello di Amalasunta pervenuto nel porto d’Epidanno ivi attendeva, e costei sebbene trascorso lungo tempo proseguiva a dimorare nella sua reggia, avea ordinato al senatore d’investigarne minutamente gli affari per quindi informarlo di tutto. Apparentemente poi e’ mandava quest’ambasceria all’uopo di significarle che di mal animo soffriva la repulsa avuta a Lilibeo, come narra il precedente mio libro , l’operatosi dal comandante di Napoli, Uliare, accusato di avere accolto col regale consenso dieci Unni disertati dall’africano esercito e condottili nella Campania, e finalmente le barbarie commesse dai Gotti, in guerra co’ Gepidi, presso di Sirmio contro Graziana città posta nei confini dell’Illirio. L’imperatore adunque inviò il foglio apportatore di tali rimbrotti col mezzo di Alessandro, e costui arrivato a Roma ed accomiatatosi dai vescovi colà rimasi per dare compimento alla mandata loro, corsa la via di Ravenna ed ottenuta udienza da Amalasunta d’ascoso comunicolle i segreti colloquj di Giustiniano, ed in palese le presentò la lettera imperiale che qui riportiamo.
III. “Il forte di Lilibeo toltoci ingiustamente è tuttora guardato dalle vostre armi, nè sin qui vi siete com- piaciuti renderci i nostri disertori da voi accolti; per colmo poi d’ogni oltraggio arrecaste danni gravissimi alla mia Graziana. È forza quindi che tu ponga mente dove andranno a sboccare tali faccende.» Amalasunta, letto il foglio, così riscrisse: «È più dicevol cosa ad imperatore grande e magnanimo il proteggere un fanciullo orfano di padre ed all’oscuro affatto di quanto s’opera, che non il dichiararglisi nemico; essendo che d’un ingiusto conflitto non possiamo tampoco uscir vittoriosi con onore. Minaccevolmente rimproveri ad Atalarico e Lilibeo e i dieci fuggitivi, ed i mali per ignoranza arrecati ad una città amica dai nostri guerrieri nel correr dietro a’ nemici loro. Lunge da te, o Giustiniano, cosiffatto procedere; sovvengati piuttosto che noi, anzichè opporci alla tua impresa contro de’ Vandali, accordammo di buon grado il passo e la compera della vittuaglia sul tener nostro alle truppe dirette a guerreggiarli, e con tante altre cose le fornimmo di cavalli in sì gran numero da volersi meglio attribuire a questi, che non a tutto il rimanente, la tua vittoria sopr’essi. Ha diritto in fine al nome di confederato e di amico non pur chi d’armi il vicino, ma eziandio chi d’ogni altra occorrenza si fa palesemente suo aiutatore. Nè di grazia obbliare che in allora i soli porti della Sicilia erano aperti al tuo navilio, e che questo, ove fosse stato impedito dal vittovagliarvisi, non potea volgere mai più sue prore contro dell’Africa. Laonde tu devi ascriverci tutta la vittoria, addivenendo colui che appiana la via alle imprese meritevole di ripor- tarne, condotte a felice termine, gloria e premio; ed in fè mia qual altro bene, o imperatore, è si apprezzato dall’uomo come il soggiogare i proprj nemici? Su di noi per lo contrario ne ricadde non mediocre danno, esclusi, in opposizione alle leggi della guerra, dal partecipare al bottino, e di presente spogliati del nostro dominio sopra Lilibeo, scoglio per verità da farne pochissimo conto, ma che impertanto se fosse stato da prima in tuo potere, lo avresti per lo meno dovuto ora cedere ad Atalarico, qual guiderdone dell’essersi per te adoperato in cose di gravissimo rilievo.» La regina pubblicamente in tal foggia rispondeva a Giustiniano, scrivendogli poi di soppiatto che farebbelo padrone dell’intiera Italia.
IV. Tornati gli ambasciatori in Bizanzio Alessandro consegna all’imperatore il foglio avuto ascosamente dalla regina, e Demetrio ed Ipazio gli riferiscono i discorsi tenuti loro da Teodato, dichiarando ch’agevol era a costui l’adempiere alla promessa mercè della somma autorità sua nella Toscana, possedendone la parte maggiore. Lietissimo Giustiniano di tutte queste cose manda subito in Italia Pietro da Tessalonica nell’Illiria, protettore in Bizanzio, e personaggio di non comune prudenza, di piacevoli e bei modi, e valentissimo nel persuadere.
Capo IV
ct Amalasunta frena la rapacità di Teodato. — Chiamalo, morto il figlio, volendo seco rappattumarsi, a partecipare del regno. — Sua prigionia comandata dall’ingratissimo re. — Al quale Pietro, ambasciadore di Giustiniano, dopo la uccisione di lei intima la guerra.
I. In mezzo a queste faccende molti Toscani presentansi alla regina aggravando Teodato di estorsioni contro tutti gli abitatori della provincia, non contento di appropriarsi violentemente i soli colti di privata ragione, ma sin quelli spettanti alla Casa reale, e nomati patrimonio. Ella uditone chiamalo a dar conto delle rapine commesse, e vedendolo appieno convinto dagli accusatori, l’obbliga alla restituzione di quanto possedea con frode, e poscia rimandalo in patria. Il perchè intromessasi la discordia tra loro, addivenne odiosissima a costui, il quale rodevasi tutto per avarizia, sendo nella condizione di non poter più liberamente offendere, e sbramare di forza l'ardente sete della roba non sua.
II. Atalarico intanto passò di questa vita, consumato da tisichezza, dopo un regno di otto anni. La madre allora disperando affatto di sè, e non dandosi verun pensiero dell’indole di Teodato, nè de’ suoi freschi rigori contro di lui, imaginò che non verrebbegliene danno al mondo ove cercasse di cattivarselo con qualche gran benefizio. Manda perciò chiamandolo, e ve- nuto a lei carezzalo; quindi con fermezza gli espone che già da lungo tempo erale nota la generale opinione su la vicina morte del figlio, non facendone più mistero tutti i medici, e vedendo co’ suoi proprii occhi aggravarglisi di giorno in giorno il male; e siccome ben conosceva non troppo vantaggiosamente sonare alle orecchie de’ Gotti e degli Italiani il nome di Teodato, unico rampollo della prosapia di Teuderico, ella erasi posta in cuore di ribattere quella turpe rinomanza per metterlo, giunta l’ora, senza ostacoli a parte del regno: se non che aver temuto, osservantissima del giusto, non talvolta coloro, i quali circondavanla, per richiamarsi d’ingiurie da lui sofferte, andassero dicendo apertamente mancare nello stato da chi sperar giustizia, sendo la repubblica nelle mani d’un loro nemico; or dunque per opera sua purgato da qualunque sospetto e tornato al possesso d’un’ottima fama invitavalo al trono; volere bensì nei più solenni modi e’ sagramentasse di viver pago del solo nome reale, e di lasciare il reggimento, come per lo innanzi, a lei. Teodato, udite le condizioni, giurando promise di mal animo e con frode, non dimentico sì presto delle trascorse vicende, che in tutto si conformerebbe ai detti di Amalasunta, la quale eziandio alla sua volta candidamente sagramentò questi accordi, e così vittima del suo inganno proclamollo re: mandati quindi ambasciadori di sua gente in Bizanzio partecipa il fatto a Giustiniano Augusto.
III. Teodato asceso il trono schernì del tutto le speranze della regina ad un tempo ed i suoi giuramenti: conciossiachè, pigliato a proteggere gli affini de’ Gotti, molti e chiarissimi tra questo popolo, da lei spenti, di subito condannolle a morte alcuni congiunti, e lei stessa prima che giugnessero gli ambasciadori in Bizanzio, rinchiuse in carcere. Havvi nella Toscana un lago (di nome Vulsino), ed in esso un’isoletta munita di forte castello. Quivi egli ordinò che si custodisse la prigioniera, e temendo, come pur troppo avvenne, di offendere per tali crudeltà l’imperatore, mandògli tosto Liberio ed Opilione, romani senatori, con altri pochi all’uopo di placarne accuratamente lo sdegno, assicurandolo di essersi guardato da ogni personale offesa, quantunque pessimamente da lei per lo addietro accolto; e dell’egual tenore volle di forza che scrivessegli la regina: di questa guisa procedevano colà le faccende. Pietro del resto ebbe comandamento da Giustiniano di abboccarsi in ascoso con Teodato, e, indottolo a giurare un profondissimo silenzio per rispetto ai discorsi posti tra loro in campo, di conchiudere in ferma guisa la cessione della Toscana. Dovea inoltre procurarsi un segreto colloquio con Amalasunta per istabilire con reciproco vantaggio la unione dell’Italia all’imperio: si partiva in fine sotto coperta di portare le imperiali querele a cagione di Lilibeo e delle cose or ora da me ricordate; nè sapevansi tuttavia in Bizanzio la morte di Atalarico, la salita in trono di Teodato, e le sciagure di Amalasunta. Se non che egli nel viaggio avvenutosi dapprima alla costei ambasceria ebbe avviso dell’innalzamento di Teodato, e poscia in Aulone, città posta sul seno Ionico, incontratosi con Liberio ed Opilione venne a sapere da loro tutte le posteriori vicende; in grazia di che sospese quivi il cammino per darne avviso all'imperatore.
IV. Giustiniano Augusto informato degli avvenimenti d’Italia, concertando seco stesso i mezzi di gittar discordia tra’ Gotti ed il nuovo re, scrisse ad Amalasunta che avrebbene pigliato come vie meglio e’ potea le difese, ed ingiunse a Pietro di manifestare l’animo suo, anzi che farne un mistero, a Teodato ed ai Gotti tutti. Arrivata di poi l’italiana ambasceria in Bizanzio ognuno, del solo Opilione in fuori il quale con asseveranza dichiarava il re privo di colpa, riferì al sovrano que’ cambiamenti siccome in realtà accaddero; e più che tutti Liberio, uomo di singolare bontà, onestissimo ed incapace di contaminare le sue labbra con menzogne. Pietro quanto al resto mise piede in Italia, quando già Amalasunta era passata di questa vita, conciossiachè gli affini de’ Gotti da lei morti venuti a Teodato aveanlo persuaso non darsi nè per lui, nè per loro salvezza, ove subito non si fosse tolta di mezzo la prigioniera, ed applauditosi dal re alla proposta, corsi nell'isola diederle morte con grandissimo cordoglio non meno di tutti gl’Italiani che de’ rimanenti Gotti: donna per verità constantissima nell’esercizio d’ogni umana vir- tude. Laonde egli manifestò apertamente a Teodato ed a Gotti, che si attendessero, macchiati di così enorme delitto, una implacabile guerra da Bizanzio. Ma lo stolido principe mentre prodigava onoranze grandissime agli uccisori della regina cercava di persuadere al legato ed a Giustiniano, che i ministri di quella morte operato avessero di loro arbitrio, anzi riportandone da lui altissima riprovazione.
Capo V
ct Giustiniano prende a guerreggiare i Gotti facendo assalire da Mundo la Dalmazia, e da Belisario coll’armata di mare la Sicilia. — Scrive ai capi de’ Franchi. — Mundo espugna Salona; Belisario, impadronitosi di tutta la Sicilia, termina gloriosamente il suo consolato
I. Giustiniano sul volgere l’anno nono del suo imperio, come prima ebbe nuova della tristissima fine di Amalasunta ordinò la guerra, dando l’incarico a Mundo, maestro della milizia nell’Illirico, di prendere la via della Dalmazia, signoreggiata da’ Gotti, per tentare l'espugnazione di Salona: era costui di gesta barbarica, affezionatissimo all’imperatore, ed egregio nell’arte guerresca. Inviò ad un tempo nella Sicilia Belisario, famoso a que’ dì per la fresca vittoria avuta di Gelimero e de’ Vandali, con armata di mare, con quattro mila guerrieri tratti non meno dagli ordini militari suoi che dalle truppe confederate, e con forse tre mila Isauri. Primi nel comando erano Constantino e Bessa traci; e Peranio dall’Iberia vicina a’ Medi, congiunto di prosapia col re ibero, e da gran pezza, intollerantissimo delle persiane costumanze, disertato agli imperiali. A’ cavalieri soprantendevano Valentino, Magno ed Innocenzo; a’ fanti Erodiano, Paolo, Demetrio ed Ursicino; conduceva Enne gl’Isauri; compievano alla perfine il novero delle truppe dugento Unni confederati e trecento Mauri. A tutti i prefati duci poi imperava Belisario avente seco i pretoriani astati e lunghissima schiera d’illustri pavesai; e’ si partiva con Fozio, nato dalle prime nozze di Antonina sua moglie, imberbe ancora, ma d’una prudenza e robustezza molto al di sopra dell’età sua. Ebbe il duce in Bizanzio comandamento di fingere tutto quell’apparato diretto alla volta di Cartagine; ma postosi nelle acque della Sicilia, e pigliatovi terra col pretesto di qualche urgente bisogno, e’ dovea tentare l’isola ed impadronirsene, riuscendovi, a tutto bell’agio, guardandola quindi per modo che non fosse mai più costretto di abbandonarla; ove poi tramettessersi all’opera impedimenti e’ rivolgerebbe le prore verso l’Africa con al tutto menzognero proponimento.
II. Mandò similmente ai capi de’ Franchi un’ambasceria con lettera in questi termini: «Da che i Gotti non solo ricusano di restituire al nostro imperio l’Italia violentemente a noi tolta, ma di più senza una provocazione al mondo ci offesero con forti ed intollerabili oltraggi, vuol necessità che loro dichiariamo la guerra. A voi pertanto si conviene seguire le parti nostre, professando eguali dommi non contaminati dagli errori d’Ario, e non essendoci punto inferiori nell’averli in odio.» Così l’imperatore scrivea aggiugnendo al foglio un presente di molto danaro, e pro- mettendone eziandio in copia maggiore posti che si fossero all’impresa; quelli riscrissero che di buonissimo grado entrerebbero in lega seco.
III. Mundo fattosi coll’esercito nella Dalmazia e vinti in battaglia i Gotti che osarongli contrastare il passo ebbe a forza Salona. Belisario afferrato coll’armata di mare nella Sicilia occupò Catania, e di là movendo gli si arrendettero di leggieri Siracusa e le altre città, di Panormo in fuori, conciossiachè il gottico presidio fidando in quelle mura, di vero munitissime, non volle sommettersi a lui, imponendogli per lo contrario di subito allontanarsene. Egli pertanto estimando malagevolissimo cimento l’assaltare dalla parte di terra la città, introdusse il navilio nel porto, di qua dalle mura ed estendentesi fino ad esse, e non guardato da truppe: coll’inoltrar poi delle navi osservato che i loro alberi soperchiavano l’altezza di que’ merli, fecevi ratto innalzare alle cime ed appendere tutti i paliscalmi riempiuti di arcadori. Pel quale stratagemma il presidio sopraffatto da gravissimo timore vedendosi offeso da un nembo di frecce, subitamente cedè Panormo, e da quell’epoca l’isola intiera è ligia dell'imperatore. Successero per verità allora tutte le cose a Belisario più felicemente assai di quanto dir si possa; imperciocchè ottenuto il consolato dopo la vittoria contro de’ Vandali, nel correr di esso tornò l'isola ai Romani, ed era appunto col nuovo giorno per uscire di carica quando in mezzo agli applausi dell’esercito e de’ cittadini mise piede in Siracusa gittando per le vie aurei nummi. Non fuvvi del resto nulla di premeditato in queste faccende, ma è uopo ascrivere al solo caso la circostanza che, ritornata all’imperio la Sicilia, in quel dì pervenisse nella menzionata città e quivi della sua magistratura si spogliasse, rimanendo consolare, anzichè nella curia di Bizanzio: non altrimenti in allora ei vide secondate le sue imprese dalla fortuna.
Capo VI
ct Teodato patteggia con Pietro ambasciadore di Giustiniano. — Sua pusillanimità appalesata in un lepido colloquio. - Commercio di lettere tra Teodato e Giustiniano.
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The end
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