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IN MORTE DI UGO BASSVILLE
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Canto I
Contenuto: L’anima del Bassville, appena uscita del corpo, ode dall’angelo, che l’ha tolta all’inferno, la pena che dovrà sostenere prima di poter salire al cielo; di assistere, cioè, agl’infiniti mali causati dalla rivoluzione di Francia (1-36). Riconosciuto giusto il decreto divino e augurata pace al corpo, l’anima si leva nell’aria accompagnata da esso l’angelo (37-57); e mentre stanno, nella notte, per abbandonar Roma, veggono sul tempio di s. Pietro un cherubino di aspetto minaccioso, cui s’inchinano (58-84). Indi passano sovra il mare di Sardegna, pieno di cadaveri e di bandiere disperse, e giungono a Marsiglia, dove assistono a una scena di stolta e nefanda empietà (85-171). Visitano poscia varie città e regioni della Francia, e per tutto veggono sangue e pianto e ingiustizie, frutti di una turpe licenza (172-246). A tali dolorosi spettacoli freme d’orrore l’anima d’Ugo; ma l’angelo le dice di por freno alla pietà, che dovrà veder cose ben piú di queste orribili (247-271). — Nicola Giuseppe Hugon, soprannominato Bassville, nacque in Abbeville (Somma) il 7 febbr. 1753 da Giacomo Giuseppe e da Maria Franc. Champion. Studiò teologia e lettere, quella per desiderio del padre, queste per inclinazione sua. Prima insegnò scienze ecclesiastiche nella città di Abbeville, poi, circa nel 1781, si recò a Parigi. Dopo avervi dimorato alcun tempo facendo il letterato, visitò, come istitutore dei figliuoli d’un sig. Morris di Filadelfia, il resto della Francia, il Belgio, l’Olanda, la Germania e la Svizzera. In Amsterdam compose i canti, ora forse perduti, Sul Commercio; nell’84 pubblicò lodati Elementi di mitologia e Mescolanze erotiche ed istoriche; nell’85 la Biografia di Franc. Le-Fort e nell’86 le Memorie di mad. di Warens in continuazione delle del . Ne’ primordi della rivoluzione fu del partito regio: ciò provano le Memorie istorico critico-politiche della rivol. di Francia che stampò nel ’90, e l’essere egli stato uno de’ collaboratori del Mercurio nazionale, gazzetta che aveva per motto: il faut un roi aux Francais, e che fu pubblicata dal 31 dic. ’89 al 21 marzo ’91. Vi scrissero alcuni che furono poi fieri giacobini. Durante il ministero Demouriez fu nominato segretario di legazione a Napoli, ove andò nell’estate del 1792. Su i primi di novembre dello stesso anno si recò a Roma, senza alcun incarico ufficiale, per farvi propaganda di idee repubblicane, ove, nell’11 genn. del ’93, lo raggiunsero la moglie Elisabetta Colson e il figlio Orlando (cfr. la nota al v. 73 del c. III), accompagnati dal vice maggiore di vascello Carlo La Flotte, che recava tre lettere del barone Luigi Armando di Mackau, ministro di Francia a Napoli, dirette l’una al card. segretario di stato Franc. Saverio Zelada, l’altra al console Digne, la terza allo stesso Bassville. Il 12, che era domenica, l’Hugou e il La Flotte si presentarono, con detta lettera, al Zelada, per imporgli a nome del Mackau, di mutare su gli edifizi della nazione francese in Roma gli stemmi reali in quelli repubblicani: che fu loro assolutamente negato. I due minacciarono, e alle minacce, nel giorno veniente, tentarono di far seguire i fatti, uscendo in carrozza sul Corso colla Colson, il segretario Amaury Duval e due cocchieri, portando ciascuno un nastro tricolore al cappello. Ma furono inseguiti dalla folla arrabbiata. Il La Flotte e gli altri riuscirono a fuggire; il Bassville riparò nella casa del banchiere Stefano Moutte, in via Frattina: ma nulla gli valse. La casa fu presa d’assedio, e nel trambusto egli s’ebbe un colpo di pugnale al basso ventre, che lo condusse a morte (Cfr. la nota al v. 66 del c. III). D’ordine di Pio VI fu provvisto alla salvezza della moglie e del figlio (furono inviati a Napoli con iscorta armata e settanta scudi); e il Bassville, fatto testamento, nel quale manifestò sentimenti cristiani, e chiesti e ricevuti i sacramenti dal curato Carlo Fischer, cessò di vivere a due ore di notte del 14, dicendo ch’egli moriva vittima di un pazzo (o il Mackau o il La Flotte). Fu sepolto nella Basilica di San Lorenzo in Lucina, ove s’ebbe, a spese del papa, esequie solenni. Cfr. VII, p. 63 e segg.; , p. 5-10, 15-145 e 251-282, e , p. 260 e segg. In quest’ultimo scritto è pubblicata una lettera molto importante del padre Vincenzo Fortini da Serravezza (cfr. la nota al v. 62 del canto III) sulla morte dell’Hugou, e data notizia di tutti i lavori italiani e francesi intorno al nostro personaggio, che furono riassunti nell’articolo di : : Nuova Antologia fasc. 1 luglio 1883, p. 35 e segg. — Tali i fatti presi dal M. a soggetto della sua cantica, che compose subito e pubblicò con questo titolo: «In morte di Ugo Bassv. seguita in Roma il dí xiv Gennaro mdccxciii - Cantica -» (Roma, Salvioni). I primi due canti furono editi nel maggio; il terzo, nel giugno; il quarto, nell’agosto. Sempre nel ’93 fu dal pubblicata la prima ediz. intera, con note ammesse dall’autore. Per altre ediz. contemporanee e posteriori e per traduzioni in distici e in esametri latini fatte in diversi tempi e da diversi autori, cfr. Vicchi VII, p. 127 e segg., in nota. — «Tutti i piú grandi avvenimenti della rivol. franc., scrive lo (p. 21), sono la sostanza originale del poema. E qui si pare la nobiltà e l’alto valore del M., disposto da natura a ritrarre le forti impressioni che gli venivano dal presente.... Dotato di un’immaginazione vivacissima e mobilissima ad ogni impulso che le venisse dal mondo esterno, nulla doveva poter tanto su lui, quanto il presente e un presente come quello, ch’era per sé medesimo una maravigliosa epopea. E veramente egli n’ebbe tanti impulsi e ne trasse tanta materia, che tutte le sue cose di argomento storico (e sono la massima parte delle sue produzioni poetiche) fanno la piú ricca, la piú varia, la piú lunga descrizione, che della storia contemporanea abbia forse fatto alcun altro poeta moderno. Prima e piú bella parte di quella descrizione è la Bassvilliana». Cfr. anche le note a’ vv. 22 del c. I e 208 del c. II. — Al cittadino , cosentino (1759-1832), ardente d’amor di patria e d’ira contro la Chiesa, direttore in Milano del giornale Il termometro politico, che compianse il Bass. «in versi di idee diametralmente opposte a quelle del M.», descrivendo «quell’eccidio non come un risentimento popolare, ma come un’orditura dei cardinali Zelada e Albani, del procuratore fiscale Barbèri e simili; accompagnata da brutali insulti alla moglie, al figlio, al cittadino La Flotte, all’ospite Moutte, al moribondo; il quale esclama di cader vittima d’un’infame cabala pretina» (, p. 18); al cittadino Salfi, dico, il cittadino Monti, per ingraziarselo, scrisse da Bologna nel 18 giugno, anno I repubblicano (1797), la famosa lettera d’abiura dei sentimenti esposti nella Bassvilliana (vedila in Vicchi VIII, p. 327), che lo stesso Cantú giudica, e molto bene, «d’inescu- sabile bassezza», perché egli, il p., «sperando quell’amnistia che la sovrana mediocrità non concede mai al talento, ai suoi avversari apprestò il trionfo maggiore, col rinnegare la propria gloria, i propri sentimenti, e mancare cosí a quella unità, che forma il bello della vita come delle produzioni»; e perché di scuse non aveva bisogno, se la Bassvill. rappresenta il terrore che aveva invaso gli animi di tutti gli onesti italiani, al primo sentire delle sanguinose scene della rivoluzione. Chi volesse saperne di piú su’ versi sciolti del Salfi (che prima erano soltanto 91, poi s’accrebbero a 103 e finalmente giunsero fino a 691), e specialmente sul loro autore, cfr., meglio che il (loc. cit.) e lo Zan. (p. 178), lo Zumb. p. 305 e segg. — La Bassvilliana, sconfessata dallo stesso autore, fu il 16 ottobre 1797, anniversario della decapitazione di Maria Antonietta, bruciata sotto l’albero della libertà in Milano, con altri libri, a detta de’ giornali, infamissimi (erano: una Storia della guerra d’Italia, stamp. dal Bolzani; il Corpo del Diritto Canonico; le bolle Unigenitus e Auctorem Fidei ecc. ecc.), per opera, in gran parte, del e del . Cfr. le note a’ vv. 196 e 199 del c. I della Mascher. — Il metro è la terza rima: cfr. la nota d’intr. a p. 10.
Già vinta dell’inferno era la pugna, E lo spirto d’abisso si partía Vòta stringendo la terribil ugna. Come lion per fame egli ruggía 5Bestemmiando l’Eterno, e le commosse Idre del capo sibilâr per via. Allor timide l’ali aperse e scosse L’anima d’Ugo alla seconda vita Fuor delle membra del suo sangue rosse; 10E la mortal prigione ond’era uscita Subito indietro a riguardar si volse Tutta ancor sospettosa e sbigottita.
Ma dolce con un riso la raccolse E confortolla l’angelo beato 15Che contro Dite a conquistarla tolse. E, Salve, disse, o spirto fortunato, Salve, sorella del bel numer una, Cui rimesso è dal cielo ogni peccato. Non paventar: tu non berai la bruna 20Onda d’Averno, da cui volta è in fuga Tutta speranza di miglior fortuna. Ma la giustizia di lassú, che fruga Severa, e in un pietosa in suo diritto, Ogni labe dell’alma ed ogni ruga, 25Nel suo registro adamantino ha scritto, Che all’amplesso di Dio non salirai Finché non sia di Francia ulto il delitto. Le piaghe intanto e gl’infiniti guai, Di che fosti gran parte, or per emenda 30Piangendo in terra e contemplando andrai. E supplicio ti fia la vista orrenda Dell’empia patria tua, la cui lordura Par che del puzzo i firmamenti offenda;
Sí che l’alta vendetta è già matura, 35Che fa dolce di Dio nel suo segreto L’ira ond’è colma la fatal misura. Cosí parlava; e riverente e cheto Abbassò l’altro le pupille, e disse: Giusto e mite, o Signor, è il tuo decreto. 40Poscia l’ultimo sguardo al corpo affisse Già suo consorte in vita, a cui le vene Sdegno di zelo e di ragion trafisse; Dormi in pace, dicendo, o di mie pene Caro compagno, infin che del gran die 45L’orrido squillo a risvegliar ti viene. Lieve intanto la terra e dolci e pie Ti sian l’aure e le piogge, e a te non dica Parole il passeggier scortesi e rie. Oltra il rogo non vive ira nemica, 50E nell’ospite suolo, ov’io ti lasso, Giuste son l’alme, e la pietade è antica. Torse, ciò detto, sospirando il passo Quella mest’ombra, e alla sua scorta dietro Con volto s’avviò pensoso e basso; 55Di ritroso fanciul tenendo il metro, Quando la madre a’ suoi trastulli il fura, Che il piè va lento innanzi e l’occhio indietro. Già di sua veste rugiadosa e scura
la notte il mondo, allor che diero 60Quei duo le spalle alle romulee mura. E nel levarsi a volo ecco di Piero Sull’altissimo tempio alla lor vista Un cherubino minaccioso e fiero; Un di quei sette che in argentea lista 65Mirò fra i sette candelabri ardenti Il rapito di Patmo evangelista. Rote di fiamme gli occhi rilucenti E cometa che morbi e sangue adduce Parean le chiome abbandonate ai venti. 70Di lugubre vermiglia orrida luce Una spada brandía, che da lontano Rompea la notte e la rendea piú truce; E scudo sostenea la manca mano Grande cosí, che da nemica offesa 75Tutto copría coll’ombra il Vaticano; Com’aquila che sotto alla difesa Di sue grand’ali rassicura i figli Che non han l’arte delle penne appresa, E, mentre la bufera entro i covigli 80Tremar fa gli altri augei, questi a riposo Stansi allo schermo de’ materni artigli. Chinârsi in gentil atto ossequïoso, Oltre volando i due minori spirti
Dell’alme chiavi al difensor sdegnoso. 85Indi veloci in men che nol so dirti Giunsero dove gemebondo e roco Il mar si frange tra le sarde sirti. Ed al raggio di luna incerto e fioco Vider spezzate antenne, infrante vele, 90Del regnator libecchio orrendo gioco, E sbattuti dall’aspra onda crudele Cadaveri e bandiere; e disperdea L’ira del vento i gridi e le querele. Sul lido intanto il dito si mordea 95La temeraria Libertà di Francia, Che il cielo e l’acque disfidar parea. Poi del suo ardire si battea la guancia, Venir mirando la rival Brettagna A fulminarle dritta al cor la lancia, 100E dal silenzio suo scossa la Spagna Tirar la spada anch’essa e la vendetta Accelerar d’Italia e di Lamagna: Mentre il Tirren che la gran preda aspetta Già mormora e si duol che la sua spuma 105Ancor non va di franco sangue infetta, E l’ira nelle sponde invan consuma, Di Nizza inulto rimirando il lutto Ed Oneglia a che ancor combatte e fuma.
Allor che vide la ruina e il brutto 110Oltraggio la francese anima schiva, Non tenne il ciglio per pietade asciutto: Ed il suo fido condottier seguiva Vergognando e tacendo, infin che sopra Fur di Marsiglia alla spietata riva. 115Di ferità, di rabbia orribil opra Ei vider quivi, e Libertà che stolta In Dio medesmo l’empie mani adopra. Videro, ahi vista!, in mezzo della folta Starsi una croce col divin suo peso 120Bestemmiato e deriso un’altra volta, E a piè del legno redentor disteso Uom coperto di sangue tuttoquanto, Da cento punte in cento parti offeso. Ruppe a tal vista in un piú largo pianto 125L’eterea pellegrina; ed una vaga Ombra cortese le si trasse a canto. Oh tu cui sí gran doglia il ciglio allaga, Pietosa anima, disse, che qui giunta Se’ dove di virtude il fio si paga, 130Sòstati e m’odi. In quella spoglia emunta D’alma e di sangue (e l’accennò), per cui Sí dolce in petto la pietà ti spunta, Albergo io m’ebbi: manigoldo fui E peccator; ma l’infinito amore 135Di quei mi valse che morí per nui. Perocché dal costoro empio furore A gittar strascinato (ahi! parlo o taccio?) De’ ribaldi il capestro al mio Signore, Di man mi cadde l’esecrato laccio, 140E rizzârsi le chiome, e via per l’ossa
correr m’intesi e per le gote il ghiaccio. Di crudi colpi allor rotta e percossa Mi sentii la persona, e quella croce Fei del mio sangue anch’io fumante e rossa: 145Mentre a Lui che quaggiú manda veloce Al par de’ sospir nostri il suo perdono Il mio cor si volgea piú che la voce. Quind’ei m’accolse Iddio clemente e buono, Quindi un desir mi valse il paradiso, 150Quindi beata eternamente io sono. Mentre l’un sí parlò, l’altro in lui fiso Tenea lo sguardo, e sí piangea, che un velo Le lagrime gli fean per tutto il viso; Simigliante ad un fior che in su lo stelo 155Di rugiada si copre in pria che il sole Co’ raggi il venga a colorar dal cielo. Poi, gli amplessi mescendo e le parole, De’ propri casi il satisfece anch’esso, Siccome fra cortesi alme si suole. 160E questi, e l’altro, e il cherubino appresso, Adorando la croce e nella polve In devoto cadendo atto sommesso, Di Dio cantaro la bontà che solve Le rupi in fonte ed ha sí larghe braccia 165Che tutto prende ciò che a lei si volve. Sollecitando poscia la sua traccia L’alato duca, l’ombre benedette
si disser vale e si baciaro in faccia. Ed una si rimase alle vedette, 170Ad aspettar che su la rea Marsiglia Sfreni l’arco di Dio le sue saette. Sovra il Rodano l’altra il vol ripiglia, E via trapassa d’Avignon la valle Già di sangue civil fatta vermiglia: 175D’Avignon, che, smarrito il miglior calle, Alla pastura intemerata e fresca Dell’ovile roman volse le spalle, Per gir co’ ciacchi di Parigi in tresca A cibarsi di ghiande, onde la Senna, 180Novella Circe, gli amatori adesca. Lasciò Garonna addietro, e di Gebenna Le cave rupi e la pianura immonda Che ancor la strage camisarda accenna. Lasciò l’irresoluta e stupid’onda 185D’Arari a dritta, e Ligeri a mancina, Disdegnoso del ponte e della sponda. Indi varca la falda tigurina,
a cui fe’ Giulio dell’augel di Giove Sentir la prima il morso e la rapina. 190Poi Niverno trascorre, ed oltre move Fino alla riva u’ d’Arco la donzella Fe’ contra gli Angli le famose prove. Di là ripiega inverso la Rocella Il remeggio dell’ali, e tutto mira 195Il suol che l’aquitana onda flagella. Quindi ai celtici boschi si rigira Pieni del canto che il chiomato bardo Sposava al suon di bellicosa lira. Traversa Normandia, traversa il tardo 200Sbocco di Senna e il lido che si fiede Dal mar britanno infino al mar piccardo. Poi si converte ai gioghi onde procede La Mosa e al piano che la Marna lava, E orror per tutto, e sangue e pianto vede. 205Libera vede andar la colpa, e schiava La virtú, la giustizia, e sue bilance In man del ladro e di vil ciurma prava,
A cui le membra grave-olenti e rance Traspaiono da’ sai sdruciti e sozzi, 210Né fur mai tinte per pudor le guance. Vede luride forche e capi mozzi, Vede piene le piazze e le contrade Di fiamme, d’ululati e di singhiozzi. Vede in preda al furor d’ingorde spade 215Le caste chiese, e Cristo in sacramento Fuggir ramingo per deserte strade, E i sacri bronzi in flebile lamento Giú calar dalle torri e liquefarsi In rie bocche di morte e di spavento. 220Squallide vede le campagne ed arsi I pingui cólti, e le falci e le stive In duri stocchi e in lance trasmutarsi. Odi frattanto risonar le rive Non di giocondi pastorali accenti, 225Non d’avene, di zuffoli e di pive, Ma di tamburi e trombe e di tormenti: E il barbaro soldato al villanello Le mèssi invola e i lagrimati armenti. E invan si batte l’anca il meschinello, 230Invan si straccia il crin disperso e bianco In su la soglia del deserto ostello: Ché non pago d’avergli il ladron franco Rotta del caro pecoril la sbarra, I figli, i figli strappagli dal fianco; 235E del pungolo invece e della marra
D’armi li cinge dispietate e strane, E la ronca converte in scimitarra. All’orbo padre intanto ahi! non rimane Chi la cadente vita gli sostegna, 240Chi sovra il desco gli divida il pane. Quindi lasso la luce egli disdegna, E brancolando per dolor già cieco Si querela che morte ancor non vegna. Né pietà di lui sente altri che l’eco, 245Che cupa ne ripete e lamentosa Le querimonie dall’opposto speco. Fremé d’orror, di doglia generosa Allo spettacol fero e miserando La conversa d’Ugon alma sdegnosa, 250E si fe’ del color ch’il cielo è quando Le nubi immote e rubiconde a sera Par che piangano il dí che va mancando. E tutta pinta di rossor com’era Parlar, dolersi, dimandar volea, 255Ma non usciva la parola intera: Ché la piena del cor lo contendea: E tuttavolta il suo diverso affetto Palesemente col tacer dicea. Ma la scorta fedel, che dall’aspetto 260Del pensier s’avvisò, dolce alla sua Dolorosa seguace ebbe sí detto: Sospendi il tuo terror, frena la tua Indignata pietà, ché ancor non hai Nell’immenso suo mar volta la prua. 265S’or sí forte ti duoli, oh! che farai, Quando l’orrido palco e la bipenne... Quando il colpo fatal..., quando vedrai?...
E non finí; ché tal gli sopravvenne Per le membra immortali un brividío, Che a quel truce pensier troncò le penne; Sí che la voce in un sospir morío.
Varianti
N. B. Queste varianti sono state ricavate dalla prima edizione romana citata.
99. A ferirla nel fianco e nella pancia
103. che l’empia preda aspetta
173-4. E via sovr’esso d’Avignon la valle Passa di sangue cittadin vermiglia.
184. Restò l’irresoluta
231. del tradito ostello.
261. Magnanima seguace
Canto II
Contenuto: Seguitando il loro viaggio, l’angelo ed Ugo giungono alle porte di Parigi nella mattina del 21 gennaio, e, chiusi in una nube, penetrano, poco dopo le nove, in questa città, atra sentina d’ogni vizio (1-79). Tutto è occupato da silenzio orrendo: mute sono le opere del giorno: si odono soltanto voci di madri che si serrano i figli al petto, e di spose che tentano su le soglie d’impedire l’uscita ai mariti (80-99). Ma invano, ché le ombre de’ Druidi vengono incitando al sangue i loro degni nepoti (100-126). E quale non è il dolore di Ugo nel vedere alzato l’orribile palco di morte e Luigi procedere, come agnello innocente, al supplizio? (127-150). Intanto Dio pesa in cielo il fato di Parigi e il regicidio fa traboccar la bilancia alla terra (151-165). In quel punto giunge Luigi al palco ferale e le ombre di quattro regicidi lo trascinano sotto la mannaia e gli mozzano il capo. Trema al gran delitto il mondo; solo i Francesi sono lieti del sangue versato e desiderosi di altro versarne (166-228). Nel mentre, l’anima di Luigi poggia all’alto e vengono ad incontrarla festosi i beati, morti per la causa del trono e della religione; ed ecco che fra esse s’apre il passo l’anima piangente di Ugo e viene a prostrarsi a’ piedi del re, che le chiede chi sia e il perché di tanto dolore (229-247).
Alle tronche parole, all’improvviso Dolor che di pietà l’angel dipinse, Tremò quell’ombra e si fe’ smorta in viso; E sull’orme cosí si risospinse Del suo buon duca che davanti andava Pien del crudo pensier che tutto il vinse. Senza far motto il passo accelerava, E l’aria intorno tenebrosa e mesta Del suo volto la doglia accompagnava.
10Non stormiva una fronda alla foresta, E sol s’udía tra’ sassi il rio lagnarsi, Siccome all’appressar della tempesta. Ed ecco manifeste al guardo farsi Da lontano le torri, ecco l’orrenda 15Babilonia francese approssimarsi. Or qui vigor la fantasia riprenda, E l’ira e la pietà mi sian la Musa Che all’alto e fiero mio concetto ascenda. Curva la fronte e tutta in sé racchiusa 20La taciturna coppia oltre cammina; E giunge alfine alla città confusa, Alla colma di vizi atra sentina, A Parigi, che tardi e mal si pente Della sovrana plebe cittadina. 25Sul primo entrar della città dolente Stanno il Pianto, le Cure e la Follía Che salta e nulla vede e nulla sente. Evvi il turpe Bisogno e la restía Inerzia colle man sotto le ascelle, 30L’uno all’altra appoggiati in su la via. Evvi l’arbitra Fame, a cui la pelle Informasi dall’ossa e i lerci denti Fanno orribile siepe alle mascelle. Vi son le rubiconde Ire furenti,
35E la Discordia pazza il capo avvolta Di lacerate bende e di serpenti. Vi son gli orbi Desiri, e della stolta Ciurmaglia i Sogni e le Paure smorte Sempre il crin rabbuffate e sempre in volta. 40Veglia custode delle meste porte E le chiude a suo senno e le disserra L’ancella e insieme la rival di Morte; La cruda, io dico, furibonda Guerra Che nel sangue s’abbevera e gavazza 45E sol del nome fa tremar la terra. Stanle intorno l’Erinni, e le fan piazza, E allacciando le van l’elmo e la maglia Della gorgiera e della gran corazza; Mentre un pugnal battuto alla tanaglia 50De’ fabbri di Cocito in man le caccia, E la sprona e l’incuora alla battaglia Un’altra furia di piú acerba faccia, Che in Flegra già del cielo assalse il muro E armò di Brïareo le cento braccia; 55Di Dïagora poscia e d’Epicuro Dettò le carte, ed or le franche scuole Empie di nebbia e di blasfema impuro, E con sistemi e con orrende fole Sfida l’Eterno, e il tuono e le saette 60Tenta rapirgli e il padiglion del sole. Come vide le facce maledette,
Arretrossi d’Ugon l’ombra turbata, Ché in inferno arrivar la si credette: E in quel sospetto sospettò cangiata 65La sua sentenza, e dimandar volea Se fra l’alme perdute iva dannata. Quindi tutta per téma si stringea Al suo conducitor, che pensieroso Le triste soglie già varcate avea. 70Era il giorno che, tolto al procelloso Capro, il sol monta alla troiana stella, Scarso il raggio vibrando e neghittoso; E compito del dí la nona ancella L’officio suo, il governo abbandonava 75Del timon luminoso alla sorella: Quando chiuso da nube oscura e cava L’angel coll’ombra inosservato e queto Nella città di tutti i mali entrava. Ei procedea depresso ed inquïeto 80Nel portamento, i rai celesti empiendo
Di largo ad or ad or pianto segreto; E l’ombra si stupía, quinci vedendo Lagrimoso il suo duca, e possedute Quindi le strade da silenzio orrendo. 85Muto de’ bronzi il sacro squillo, e mute L’opre del giorno, e muto lo stridore Dell’aspre incudi e delle seghe argute: Sol per tutto un bisbiglio ed un terrore, Un domandare, un sogguardar sospetto, 90Una mestizia che ti piomba al core; E cupe voci di confuso affetto, Voci di madri pie, che gl’innocenti Figli si serran trepidando al petto; Voci di spose che ai mariti ardenti 95Contrastano l’uscita e sulle soglie Fan di lagrime intoppo e di lamenti. Ma tenerezza e carità di moglie Vinta è da furia di maggior possanza, Che dall’amplesso coniugal gli scioglie. 100Poiché fera menando oscena danza Scorrean di porta in porta affaccendati Fantasmi di terribile sembianza; De’ Druidi i fantasmi insanguinati, Che fieramente dalla sete antiqua 105Di vittime nefande stimolati, A sbramarsi venían la vista obliqua Del maggior de’ misfatti onde mai possa
La loro superbir semenza iniqua. Erano in veste d’uman sangue rossa; 110Sangue e tabe grondava ogni capello, E ne cadea una pioggia ad ogni scossa. Squassan altri un tizzone, altri un flagello Di chelidri e di verdi anfesibene, Altri un nappo di tosco, altri un coltello: 115E con quei serpi percotean le schiene E le fronti mortali, e fean, toccando Con gli arsi tizzi, ribollir le vene. Allora delle case infuriando Uscían le genti, e si fuggía smarrita 120Da tutti i petti la pietade in bando. Allor trema la terra oppressa e trita Da cavalli, da rote e da pedoni; E ne mormora l’aria sbigottita; Simile al mugghio di remoti tuoni, 125Al notturno del mar roco lamento, Al profondo ruggir degli aquiloni. Che cor, misero Ugon, che sentimento Fu allora il tuo, che di morte vedesti L’atro vessillo volteggiarsi al vento? 130E il terribile palco erto scorgesti, Ed alzata la scure, e al gran misfatto Salir bramosi i manigoldi e presti; E il tuo buon rege, il re piú grande, in atto D’agno innocente fra digiuni lupi,
135Sul letto de’ ladroni a morir tratto; E fra i silenzi delle turbe cupi Lui sereno avanzar la fronte e il passo In vista che spetrar potea le rupi? Spetrar le rupi e sciorre in pianto un sasso: 140Non le galliche tigri. Ahi! dove spinto L’avete, o crude? Ed ei v’amava! oh lasso! Ma piangea il sole di gramaglia cinto, E stava in forse di voltar le rote Da questa Tebe che l’antica ha vinto. 145Piangevan l’aure per terrore immote, E l’anime del cielo cittadine Scendean col pianto anch’esse in su le gote; L’anime che costanti e pellegrine Per la causa di Cristo e di Luigi 150Lassú per sangue diventâr divine. Il duol di Francia intanto e i gran litigi Mirava Iddio dall’alto, e giusto e buono Pesava il fato della rea Parigi. Sedea sublime sul tremendo trono; 155E sulla lance d’òr quinci ponea L’alta sua pazienza e il suo perdono, Dell’iniqua città quindi mettea Le scelleranze tutte; e nullo ancora Piegar de’ due gran carchi si vedea. 160Quando il mortal giudizio e l’ultim’ora
Dell’augusto infelice alfin v’impose L’Onnipotente. Cigolando allora Traboccâr le bilancie ponderose: Grave in terra cozzò la mortal sorte, 165Balzò l’altra alle sfere, e si nascose. In quel punto al feral palco di morte Giunge Luigi. Ei v’alza il guardo, e viene Fermo alla scala, imperturbato e forte. Già vi monta, già il sommo egli ne tiene; 170E va sí pien di maestà l’aspetto, Ch’ai manigoldi fa tremar le vene. E già battea furtiva ad ogni petto La pietà rinascente, ed anco parve Che del furor svïato avría l’effetto. 175Ma fier portento in questo mezzo apparve: Sul patibolo infame all’improvviso Asceser quattro smisurate larve. Stringe ognuna un pugnal di sangue intriso; Alla strozza un capestro le molesta; 180Torvo il cipiglio, dispietato il viso, E scomposte le chiome in sulla testa, Come campo di biada già matura Nel cui mezzo passata è la tempesta. E sulla fronte arroncigliata e scura 185Scritto in sangue ciascuna il nome avea, Nome terror de’ regi e di natura. Damiens l’uno, Ankastrom l’altro dicea, E l’altro Ravagliacco; ed il suo scritto Il quarto colla man si nascondea. 190Da queste Dire avvinto il derelitto Sire Capeto dal maggior de’ troni
Alla mannaia già facea tragitto. E a quel giusto simíl che fra’ ladroni Perdonando spirava ed esclamando: 195Padre, padre, perché tu m’abbandoni?, Per chi a morte lo tragge anch’ei pregando, Il popol mio, dicea, che sí delira, E il mio spirto, Signor, ti raccomando. In questo dir con impeto e con ira 200Un degli spettri sospingendo il venne Sotto il taglio fatal; l’altro ve ’l tira. Per le sacrate auguste chiome il tenne La terza furia, e la sottil rudente Quella quarta recise alla bipenne. 205Alla caduta dell’acciar tagliente S’aprí tonando il cielo, e la vermiglia Terra si scosse e il mare orribilmente. Tremonne il mondo, e per la maraviglia E pel terror dal freddo al caldo polo 210Palpitando i potenti alzâr le ciglia. Tremò levante ed occidente. Il solo Barbaro celta, in suo furor piú saldo, Del ciel derise e della terra il duolo; E di sua libertà spietato e baldo 215Tuffò le stolte insegne e le man ladre Nel sangue del suo re fumante e caldo; E si dolse che misto a quel del padre Quello pur anco non scorreva, ahi rabbia!, Del regal figlio e dell’augusta madre. 220Tal di lïoni un branco, a cui non abbia
L’ucciso tauro appien sazie le canne, Anche il sangue ne lambe in su la sabbia; Poi ne’ presepi insidïando vanne La vedova giovenca ed il torello, 225E rugghia, e arrota tuttavia le zanne; Ed ella, che i ruggiti ode al cancello, Di doppio timor trema, e di quell’ugne Si crede ad ogni scroscio esser macello. Tolta al dolor delle terrene pugne 230Apriva intanto la grand’alma il volo, Che alla prima cagion la ricongiugne. E ratto intorno le si fea lo stuolo Di quell’ombre beate, onde la fede Stette e di Francia sanguinossi il suolo. 235E qual le corre al collo, e qual si vede Stender le braccia, e chi l’amato volto E chi la destra e chi le bacia il piede. Quando repente della calca il folto Ruppe un’ombra dogliosa, e con un rio 240Di largo pianto sulle guance sciolto, Me, gridava, me me lasciate al mio Signor prostrarmi. Oh date il passo! E presta Al piè regale il varco ella s’aprío. Dolce un guardo abbassò su quella mesta 245Luigi: e, Chi sei? disse; e qual ti tocca Rimorso il core? e che ferita è questa? Alzati, e schiudi al tuo dolor la bocca.
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The end
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