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Il Bardo della Selva Nera

Vincenzo Monti · 1806 · Free in the US

14,532 words · about 1 h 1 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Vincenzo Monti
Language
Italian
Published
1806
Length
14,532 words · about 1 h 1 min
Sections
8 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (8)
  1. Front matter under 1 min
  2. Dedica about 3 min
  3. Canto Primo about 8 min
  4. Canto Secondo about 9 min
  5. Canto Terzo about 7 min
  6. Canto Quarto about 9 min
  7. Canto Quinto about 13 min
  8. Canto Sesto about 12 min

Continue:

Front matter

IL BARDO

DELLA

SELVA NERA

Dedica

Le arpe de’ Bardi accompagnarono un dì le armi di Carlomagno, allorchè dalle rive Aquitaniche o dagli ultimi Pirenei volava a punire il Sassone ribellato, o la perfidia di Tassiglione; e le arpe de’ Bardi, non ancora mute del tutto, si sono, o Sire, destate allo strepito delle vostre vittorie; e ne hanno seguíto il rapido volo su quelle contrade medesime, ove Carlo precipitava dal trono i Re vinti, e ne accumulava sul proprio capo i diademi, e NAPOLEONE il Grande ne fa dono agli Amici, e più moderato e magnanimo li restituisce alla fronte dei Principi debellati. E veramente un Conquistatore che a’ suoi nemici abbattuti non lascia altro segno della conquista, che la memoria delle sue virtù, e li punisce col perdonare, e forzarli a far senno per l’avvenire, un siffatto, e finora inaudito Conquistatore non poteva non eccitare a grande entusiasmo le lire poetiche d’ogni suono, precipuamente quelle de’ Bardi nate in mezzo alle armi, e consecrate soltanto alla lode de’ valorosi.

Verrà tempo che una nuova mitologia divinizzando le vostre imprese, come già quelle di Ercole, di Bacco e di Teseo, porgerà alle postere fantasíe abbondante materia di pura ed alta Epopea: la quale non potendo sussistere senza la poetica maraviglia (intendo dire senza la favola), ha bisogno che la maraviglia storica non opprima troppo, siccome ora fa, la poetica. Perciocchè ove la presenza dei veri prodigj esclude l’intervento dei favolosi, e la poesía, frenata dallo splendore dei primi, non può sottometterli nè sagrificarli liberamente ai secondi, per modo che la grandezza dell’Eroe sia più opera del poeta che dello storico (come Orlando, Goffredo, gli Eroi d’ e , e tutti in somma i protagonisti dell’Epopea), avverrà, che si corra sempre il pericolo di , il cui poema, perchè scarso di effetto soprannaturale, ossia di favola, è stato meritatamente escluso dalla classe degli epici, e giudicato null’altro che una sentenziosa ed ampollosa storia in esametri.

In tanta luce di opprimente istorica verità disperato il caso dell’Epopea, nè potendo questa giovarsi molto della pagana mitologia, a cui è mancato presso noi il fondamento della religione che la santificava, ed essendo cessata quella delle Fate e degl’incantesimi, che pure per qualche tempo potè supplire alla prima, era forza ricorrere ad un genere di poesía, la quale ponesse in salvo i diritti della favola senza nuocere alla dignità della storia. La poesía Bardita, riunendo e temperando l’uno coll’altro il doppio carattere dell’Epica e della Lirica, mi è sembrata, o Sire, se non la sola, almeno la più acconcia ad ordire una qualche tela poetica dei portenti per Voi operati; tanto più che il Bardo della Selva Nera, il quale abbandona i suoi boschi per seguire le vostre armate, e confondere il suono guerriero della sua arpa col fragore dei cannoni di Austerlitz, alla qualità di poeta aggiugne quella pur di profeta. Così egli, presago di avvenimenti ancora più strepitosi, e collocato su l’orlo dell’immenso avvenire, che Voi andate creando, si sta già pronto ad accompagnarvi sott’altro cielo a nuovi trionfi, più solenni anche de’ primi. Ed egli spera di recitarvi presto il bell’inno che il suo antenato Cadwallo cantò a Carlomagno, allorchè Leone III gli pose sul capo la corona dell’Occidente: inno ignorato dagli eruditi, ma pervenuto di padre in figlio al vostro Bardo per tradizione, e pieno di vaticinj, de’ quali penso, o Sire, che Voi solo abbiate la chiave.

Queste, ed altre più degne cose, che per ora è bello il tacere, va divisando nel segreto della sua mente la Musa del nuovo Bardo per onorarvi: ma tutti andranno vani i suoi lodevoli divisamenti, ove la M.V.I. e R. non li soccorra di uno sguardo confortatore. E questo egli spera, ben consapevole che fra i grandi elementi della vostr’anima non è l’ultima la Clemenza.

Canto Primo

IL BARDO

DELLA SELVA NERA.

CANTO PRIMO.

I VATICINJ.

Quando al terzo di Marte orrido ludo Dal Britannico mar sul congiurato Istro discese fulminando il sire Delle battaglie, e d’atro nembo avvolta 5Al fianco gli venìa la provocata Dal Tedesco spergiuro ira del cielo, Sentì dall’alta Ercinia la procella De’ volanti guerrieri il Bardo Ullino; Ullin germe di forti, ed animoso 10Cantor de’ forti, e dello spirto erede Dell’indovina vergine Velleda,

Cui l’antica paura incensi offrìa Nelle selve Brutere, ove implorata L’aspra donzella con responsi orrendi 15Del temuto avvenire aprìa l’arcano. Sopra una vetta che d’Albecco e d’Ulma Signoreggia la valle, e i cristallini Bei meandri dell’Istro in lontananza Salìa tutto raccolto in suo pensiero 20L’irto poeta, e dietro gli recava L’arpa Cherusca la gentil Malvina; Alle cui rosee dita il dolce tocco Insegnò della lira Ullino istesso; E dilettoso il suon delle sue corde, 25Più che quello del padre, al cor scendea. Nuda il veglio ha la fronte, e su la fronte Gli tremula canuto il crin, siccome Onda di nebbia che il ciglion lambisce Di deserto dirupo, e l’occhio invita 30Del vïandante a contemplar la brulla Maestà de’ suoi fianchi. Antica e rozza Di sua stirpe divisa dalle terga Pende il bardo cucullo. Ispido e stretto

Da croceo cinto sul confin dell’anca 35Gli discende al ginocchio, e appena il tocca Il Germanico sajo. Era l’aspetto Nobilmente severo; era l’incesso Grave; e seco nel cor venìa volgendo L’inique e turpi di cotanta guerra 40Rivelate cagioni, e il vil di sangue Anglico patto, e la più vile assai Ragion di Stato che ne tolse il prezzo. Ciò pensando, mettea lungo la via Sospir profondi, e gli scaldava il petto 45L’ira un giorno bollente nelle vene Del fiero Bardo, che l’Arvonie rupi Fe’ d’acerbi sonar carmi tremendi, Quando alle Furie consecrò del primo Edoardo la stirpe. Per dirotto 50Faticoso sentier giù dall’alpestre Balza di Snowdon conducea le folte Sue piumate falangi a ingiusta guerra L’orgoglioso tiranno; e ritto intanto Sovra uno scoglio che l’acuta fronte 55Su gli spumanti vortici protende

Del muggente Conway, vestito a bruno Stava il bieco profeta e rimirava. Insanguinate e su le nubi assise Gli fean cerchio le truci ombre gementi 60Degl’inulti fratelli; e il vate ordiva Su le corde dell’arpa dolorosa Di regali sventure e di delitti Una terribil tela, a cui le Dire Porgean le fila nel sangue tuffate 65De’ Britannici re; mentre all’orrendo Lavor placate sorridean le lunghe Larve fraterne, e su i deserti letti Cessava il pianto delle Cambrie spose. Giunto Ullino su l’erta, il guardo spinse 70Giù nella valle, e ritto in piedi, e l’arco Spalancando del ciglio e palpitando, D’armi vide e d’armati tuttaquanta Ondeggiar la pianura, e starsi a fronte Già minacciosi, già parati al cozzo 75Gli eserciti rivali; e li movea Non eguale virtù. Guatava il veglio Le Germaniche file; e poichè l’ebbe

Corse e ricorse: Oh sventurati! ei disse, Voi non venite a giusta pugna: io veggo 80Passar veloce su le vostre fronti Una mano di fuoco, che con negro Stile vi scrive una fatal sentenza. Qual rio s’è fatto qui di voi mercato, Sventurati fratelli! E sì dicendo 85Torse lo sguardo inorridito, e pianse. Si volse poscia alle contrarie schiere, Che miglior causa e Dei migliori all’armi Spingean. Sereno su que’ volti tutti Lampeggiava il coraggio, e quella franca 90Securtà di valor, che pria del fatto Al cor ti dice: Il vincitore è questi. Venìan siccome a nuzïal carola I valorosi, e dalle dense usciva Mobili selve de’ lucenti ferri 95Lampi intorno e paure. Alto tremava Sotto l’ugna de’ fervidi cavalli La terra; e chiuse ne’ romiti alberghi Di Vertinga le madri e di Gunsburgo Si stringean trepidando i figli al seno.

100Stette immoto alcun tempo a riguardarli L’attonito cantor. L’avida vista Senza batter palpebra, or da quel lato, Or da questo invïava: e per la mente Scorrean frattanto, e s’accendean veloci 105Le profetiche vampe. Alfin rapito Da subito furore, alla seguace Vergin si volse, ,e, Porgimi, le disse, Porgimi l’arpa de’ guerrieri, o figlia, Che un Dio per mezzo a quegli armati io veggo, 110Un terribile Dio, che li conduce, E pentiti farà nel suo disdegno I giurati potenti. Incontanente Pose Malvina nelle man del padre Il fatidico legno. Ed ei gli arguti 115Nervi scorrendo col maestro dito Sposò la voce al suon delle percosse Fila, seguaci della calda mente: Porgete attente L’orecchie; e il fato, 120Che vi sta sopra, o re fanciulli, udite. Dell’innocente

Sangue versato In scellerata guerra Conta il cielo le stille, e le schernite 125Lagrime tutte della stanca Terra. Lassù, dov’anco Il muto arriva Gemer del verme che calcato spira, Del Nume al fianco 130Siede una Diva, Che chiusa in negro ammanto Scrive i delitti coronati, e all’ira Di Dio presenta delle genti il pianto. Ed ella il carco 135D’igniti strali Ferreo turcasso agli omeri sospeso, Scende; e dall’arco Fischiar fa l’ali Dell’ultrice saetta. 140Vanno in polve i diademi, e dell’offeso Popol si sfrena la fatal vendetta; Che su gli scossi Troni s’asside

Inesorata; e sul castigo e l’onte 145De’ re percossi Fiera sorride. Poi rifatto in sembianza Più bella il solio, su vi scrive in fronte: Re caduti, lasciate ogni speranza. 150Tu che all’Anglo mercatore Per iniqui altrui consigli, (Ahi perduto antico onore!) Vendi il sangue de’ tuoi figli, E ti dava il ciel clemente 155Regal senno e cuor che sente; Ti ricorda, incauto Sire, Ch’anco i regni han morte e tomba. Odi il turbine ruggire, Mira il fulmin che già piomba. 160Sire incauto, il Giglio spento Ti riempia di spavento. Quei che nulla in alto vede Egualmente il guardo volve Di Rodolfo all’unto erede, 165E all’insetto della polve.

Di Rodolfo augusto figlio, Ti spaventi il morto Giglio. A che poni tua speranza Nel crudel feroce Scita? 170Perde il nome la Possanza, Che di barbari s’aíta: Vile è il trono, a cui sostegno Son quell’armi, ed onta il regno. Ahi demenza! i cervi imbelli 175Congiurati assalto han mosso Al lion che arruffa i velli, Al lion che ancora ha rosso Di lor strage il forte artiglio, E la morte ha nel cipiglio. 180Ei già rugge: fuggite, fuggite, Sconsigliati; le frasche sentite Ruinose con alto fracasso Atterrarsi, e dar loco al suo passo. Vedi, vedi, egli spira dagli occhi 185Fiamme orrende: nessuno lo tocchi; Chè signor delle selve Valor lo fece, ed arbitro Dell’altre belve.

Tale il Bardo proluse, in sacra nebbia 190Avvolgendo gli accenti. Ardea frattanto In val d’Istro la pugna. E qual tra vili Minuti augelli piomba la grifagna Degli strali di Giove arrecatrice; Tal si scaglia per mezzo alla nemica 195Folta il Francese combattente, e armato Più di cor che di ferro, altro non teme Che gir secondo ad incontrar perigli. Già fulminava di Vertinga i campi Procelloso un Guerrier, che della prima 200Strage Alemanna sanguinando il piano, Del primo arringo si cogliea gli onori, E le schiere rompea; pari al veloce D’ogni gagliardo domator Pelide, Quando tutti di Grecia alla vendetta 205Precorrendo gli eroi stirpe di Numi, Per le Frigie contrade orrendamente Facea l’ugna sonar di Balio e Xanto Immortali destrieri. Emula corre Di Teutonico lauro a ghirlandarsi 210Degli altri duci la virtù. D’Elchinga,

E di Gunsburgo su i tremendi ponti Già batte la novella Aquila i vanni D’ostil sangue roranti, e nell’antica Figge ardita così l’ugna sovrana, 215E la squarcia, e la spenna, e le rabbuffa Sì la corona sulla doppia cresta, Che fuggitiva a rimpiattarsi d’Ulma Ne’ mal chiusi ripari la costrigne. La vincitrice intanto a maggior preda 220Sovra il balzo d’Albecco apre l’artiglio. Ivi in pugna crudel prodigio apparve D’infinito valor. Contra se’ mila Impetüoso e quattro volte tanto Combattea l’Alemanno, e non lasciava 225Dubbia la speme l’inegual conflitto. Ma numero che val contra virtude? Veder la numerosa oste, e primieri Assalirla, spezzarla, e sgominarla, E far che molti mordano la polve, 230Molti cedano il ferro, e il resto compri Col fuggir ratto una codarda vita, Fu per que’ pochi eletti un breve affanno,

Anzi un tripudio, chè i perigli sono La danza degli eroi. Vide il bel fatto 235Il Bardo spettator dalla sua rupe, E le nobili piaghe a mezzo il petto Del vincitor; le vide, e su le pronte Corde sonore fe’ volar quest’inno: Oh illustre pugna! oh splendide 240Ferite generose Alle ferite simili, Che le Laconie spose Baciár sul largo petto Dei trecento allo stretto. 245Raccogli, amor di patria, Quel sacro sangue, e al ciglio De’ giovinetti mostralo Nel marzïal periglio. Da mortal vena, il giuro, 250Mai non uscì il più puro. Vedrai repente accendersi Tal ne’ garzoni ardire, Tal nella mischia fervere Di gloria un bel desire,

255Che sorriso del forte Diventerà la morte. Valle d’Albecco, i tremoli Vegliardi un dì col dito T’insegneranno; e il postero 260Di santo orror colpito Ricercherà la fossa, Che degli eroi tien l’ossa. Coprirà l’erba, e il tribolo Le mute spoglie, ed irti 265Per le notturne tenebre Vagoleran gli spirti, Che morti ancor daranno Spavento all’Alemanno. Ma l’alto ardire, ond’inclito 270Suona d’Albecco il campo, No, non fia sol. Già folgora D’emule spade il lampo, Già in Cremsa si rinnova La memoranda prova. 275Fragor percuotemi D’armi terribile:

Veggo di barbari Immenso un nugolo, Che in Diernestèino 280Su pochi intrepidi Piomba. Ne tremano Di Cremsa i colli; Ma non i Gallici Brandi, che agognano 285Andar di Getico Sangue satolli. Ecco, già brillano Nudi, già al sonito Guerrier s’abbassano, 290Già van, già rapidi Fan piaga, e perdono Dentro le perfide Vene del truce Scita la luce. 295Scita crudel, di Tauride non sono, Della Vistola, no, queste le prode, Ove usurpasti fra’ turbanti e un trono Da tre percosso del valor la lode.

300Qui t’hai, mal giunto, quelle spade al petto, Che due volte fer tristo il tuo destino, Quando atterrato, e di catene stretto Il Batavo ti vide, e il Tigurino. Ti coprì nudo, libertà ti rese, 305D’armi ti cinse il vincitor. Che festi Di quell’armi, o fellon? Contra il cortese Donator sì bel dono, empio, volgesti. E i petti a ferir corri, in cui spietato Pietà trovasti, e a quei difesa hai porto 310Che ti fur chiusi. Or va: t’aspetto, ingrato, In Osterlizza, e l’aspettar fia corto. Questi all’arpa fidava il Bardo austero Vaticinj sdegnosi, e confondea L’arcano canto col fragor del fiume, 315Che lamentoso con vermigli flutti Nunzio corre di stragi alla superba Vindobona, e di guerra infauste e dure Primizie apporta all’atterrito Sire. Pallido intanto su l’Abnobie rupi 320Il Sol cadendo raccogliea d’intorno Dalle cose i colori, e alla pietosa

Notte del Mondo concedea la cura. Ed ella del regal suo velo eterno Spiegando il lembo raccendea negli astri 325La morta luce, e la spegnea sul volto Degli stanchi mortali. Era il tuon queto De’ fulmini guerrieri, e ne vagava Sol per la valle il fumo atro, confuso Colle nebbie de’ boschi e de’ torrenti: 330Eran quete le selve, eran dell’aure Queti i sospiri; ma lugubri e cupi S’udìan gemiti e grida in lontananza Di languenti trafitti, e un calpestìo Di cavalli e di fanti, e sotto il grave 335Peso de’ bronzi un cigolío di rote, Che mestizia e terror mettea nel core.

Canto Secondo

IL BARDO

DELLA SELVA NERA.

CANTO SECONDO.

IL FERITO IN ALBECCO.

Disse a Malvina allor commosso Ullino: Odi, figlia, laggiù que’ dolorosi Gemiti? gli odi? Il fier lamento è quello Del valor moribondo. Or senti. Anch’io 5Trattai nel fiore delle forze il brando In crudeli battaglie, e a me pur anco Splende di belle cicatrici il petto. Infelice a far mia degl’infelici La sventura imparai. Scendiamo, o figlia, 10Scendiam; chè grata al ciel, nè indarno spesa In beneficio del valor che geme

Fia, lo spero, laggiù la nostra aíta. Sbigottì, scolorossi a tanto invito La non avvezza a sanguinosi obbietti 15Timidetta donzella, e in lui gli sguardi Fissi e fermi, tacea. Poi dal paterno Esortar fatta più secura, e punta Dallo stral di pietà, che ardite e pronte Fa nell’uopo d’onor l’anime belle, 20Padre, disse, scendiamo: e coraggiosa L’orme del veglio a seguitar si mise. Van per mezzo alla strage, e non gli arresta Il terror ch’esce dalle tronche membra, E dal sangue e dall’armi orribilmente 25Sparse e confuse; chè sostienli e guida La virtù che fa l’uom negli ardui tempi Più pensoso d’altrui che di sè stesso. L’andar dei due pietosi illuminava Tacita e pura la sorgente luna, 30Che per veder sì santa opra scopría Tutto il vergine volto, e rimovea L’invido velo delle nubi. Ed ecco Per l’orrendo sentier gli attenti sguardi

Ferir d’Ullino a un tempo e di Malvina 35Giovin guerriero, che fra molti uccisi Giace in lago di sangue, e, stretta in pugno La rubiconda spada ancor respira. L’alta strage che il cinge, il minaccioso Tener del brando, ed il purpureo nastro, 40Che argomento d’onor gli fregia il petto, Fanno invito alla vista. Era il sembiante Fiero, ma bello, e su la nuda fronte Della luna scendea sì dolce il raggio, Che rapito ti senti a riguardarla 45Di pietade e d’amor, e qual sia primo O non l’intende o non sa dirlo il core. Vide il bel volto del garzon ferito La tenera Malvina, e pria che il piede, Corse l’alma in ajuto all’infelice, 50Che di questo s’accorse, e coll’alzata Languida mano e co’ natanti lumi Le rendea la mercè che colla voce Non potea. Molte, nè però mortali Gli solcavano tutta la persona, 55E a poco a poco gli rapìan la vita

Le ferite; ed uscìa di ciascheduna In un col sangue una segreta voce Che al cor parlava di Malvina. Ond’ella Sciolte ratto dal fianco e dalle chiome 60Le caste bende con Ullin si diede A fasciarle veloce; e della piaga, Che occulto strale già le aprìa nel seno, La meschinella ancor non s’accorgea. E già lo spirto, che fuggìa col sangue, 65Le vie del cor ripiglia, e per le membra Diffuso riede ai consueti offici. Già si folce sul cubito, già sorge, Già in piè sostiensi il Cavaliero, e puote Coll’aíta de’ duo che al fianco infermo 70Gli fan colonna, imprimer l’orme, e lento Movere il passo. Non sorgea lontano D’Ullin l’umile tetto, e non fu lungo Del venirvi lo stento. Ivi giojosi Sovra non ricco letticciuol, ma tutto 75Bella spirante pastoral mondezza Il corcár mollemente. E ciò che l’uopo Chiedea dell’arte apparecchiato, e messo

Di medich’erbe un suo tal sugo in pronto A lavar diessi coll’esperta mano 80Ogni piaga il buon vecchio, ad irrigarle Di sanatrici stille, a farle tutte Innocenti e sicure. In mezzo all’opra Le guardava il ferito e sorridea, 85E colla mano coraggiosa e ferma Le misurava, e gli brillava il viso Come raggio di Sol che dopo il nembo Ravviva il fiore dal furor battuto D’aquilon tempestoso. E in quel gioire 90Il cor sospinse i suoi purpurei rivi Novellamente a risvegliar le rose Delle pallide guance; e nelle vene Tornò più lieta a circolar la vita. Sciolse allor quell’intrepido la voce, 95E con guardo sereno, e con parole Che sul labbro gl’invìa la conoscenza Del ricevuto beneficio, disse: Generoso mortal, che al fato estremo Mi togli, e tanta dalla nobil fronte 100Riverenza m’inspiri, e tu che mostri

D’angelo il volto, e la pietosa cura Con lui dividi, amabile fanciulla, Dite, se onesto è il mio pregar, chi siete? Di che gente? Saper di chi m’ha salvo 105Giovami il nome, e il cor lo chiede, il core Che non ingrato mi fu posto in seno. La mercede, che scarsa io vi potrei Render di tanto, vi fia larga e intera, Pria dal ciel che le belle opre corona, 110Poi dal possente mio Signor renduta, Chè liberal, magnanimo, cortese Del par che invitto è de’ Francesi il Sire, E nel far lieta la virtude esulta. Guerrier, rispose Ullino, il tuo coraggio 115La tua ne’ mali alacrità già detto M’avean la patria tua. Io dell’averti Tolto a morte, e servato al tuo Signore Sento letizia, ch’ogni detto eccede. Ma tu, figlio, tu fai misero e vile, 120Promettendo mercede, il beneficio. Sta qui dentro il mio premio in questo petto, Premio che darmi, nè tu puoi, nè il Grande

Per cui combatti. Nè però disdegno Del tuo cor grato i sensi, e mi fia dolce 125(Ecco tutto che bramo) il saper vivi Nella tua rimembranza il Bardo Ullino, E costei, che pietosa in tuo soccorso Volò primiera, ed è la speme, il raggio Dell’inclinato viver mio. Nel fine 130Di questo detto caramente ei prese La fanciulla per man, che compiaciuta Chinò i begli occhi verecondi, e tosto Gli alzò furtivi e timidetti al volto Del già caro garzone; ed ei la stava 135Già contemplando, e l’ultime parole Del buon canuto ripetea nel core. Si scontraro gli sguardi, e negli sguardi L’alme sospinte. In lei beossi, e ferma La vista ei tenne: di color cangiossi 140L’altra, e chinò l’oneste luci. Il veglio L’abbracciava, e seguìa: Questo diletto Di santissimi nodi unico frutto (Nodi troppo per tempo, ohimè! recisi, Dal ciel, cui troppa allor parve la gioja

145De’ sereni miei dì!), questa gentile Tenera pianta, come valgo, all’aura Della virtude coltivando io vegno, E in lei comincia, in lei tutta finisce La mia cura, il mio regno. Ella m’è tutto, 150E la man cara della mia Malvina, Questa mano innocente, allor che morte Chiamerà la mia polve entro la tomba, I lumi in pace chiuderammi. Aperse A que’ detti Malvina ambe le braccia, 155Intenerita le ricinse al collo Dell’adorato vecchio, e su lui tutta, Senza veruna profferir parola, Cadde col capo in abbandono, e pianse. A quell’atto d’amor tanto, a quei volti 160Dolcemente confusi, a quelle mute Lagrime alterne si sentì sul ciglio Correr pur esso una segreta stilla Il sospeso guerriero, e per le membra Il dolor tacque delle sue ferite: 165Ma non già tacque il cor, che il molto affetto Dicea con gli occhi rugiadosi e fissi.

Ruppe alfin quella dolce estasi Ullino, E rasciutta la guancia, amicamente All’estatico disse: Io satisfeci, 170Sconosciuto Francese, al tuo desire. Mi nomai Bardo, e in questo nome apersi Tutto che sono. Per te, stesso or sai Ch’io son de’ buoni e in un de’ forti amico, In solitaria povertà non vile, 175Ricco di cor, di pace, e di contento. Nè, perchè Bardo, argomentar che rozzo, Qual già piacque a’ miei prischi, e scevro in tutto Da civile dolcezza il tenor sia Di mia vita. Chè care a me pur sono 180Le virtù cittadine, e precettori Nella somma de’ carmi arte divina, Non mi fur sole le tempeste e i nembi, I torrenti, la luna, e le pensose Equitanti le nubi ombre de’ padri; 185Ma i costumi ben anco e le dottrine, E gli affetti, e i bisogni, e le vicende Dell’uom, cui nodo socïal costringe; Chè culta ancora la natura è bella.

Ben fu stagion che maestosa, e diva 190Non che bella m’apparve, innanzi a quella De’ vostri vati, la natura espressa Ne’ bardi carmi, e grande io sì l’estimo In suo rozzo vestir. Ma fantasìa Sempre avvolta di nembi, e sempre al lampo 195Delle folgori accesa, ed al ruggito D’uniformi procelle, a lunga prova La bramosa di nuove dilettanze Alma nel petto mi stancava, e dentro, Sì qui dentro sentìi, che d’un sol fiore 200Ir contenta non può questa divina Nostra farfalla. Allor vid’io che il Bardo Pittor non era sì fedel, qual sembra, Di natura; chè varia ella e infinita Nell’opre sue risplende; e circoscritta 205Sotto i bardi pennelli è ognor la stessa. Non che il mio stato, ti fei chiari, o figlio, Quali in petto li serro i miei pensieri. Or piacciati cortese a me tu pure Nomarti, e dirne i genitori. È questo 210L’interrogar che primo esce del labbro

De’ vegliardi, e mi so che dolce in petto Di buon figlio risuona. Come poscia Tua salute il consenta, di più lungo Desire antico mi farai contento. 215Guerrier mi giova de’ guerrieri udire I magnanimi affanni; e del tuo Duce, Che tutta del suo nome empie la terra, E ne libra i destini, è tempo assai Ch’io solingo di selve abitatore 220Molto udir bramo. E molto udrai, rispose Sollevando la testa il Cavaliero, Ch’io su gl’Itali campi, ove le penne Al primo volo la sua fama aperse, E sul barbaro Nilo, e fra l’eterne 225Nevi dell’Alpi il seguitai fedele, E tutte del suo brando e del suo senno L’opre vidi e conobbi, e nel volume Tutte le porto della mente impresse. Medicina sarammi all’egro fianco 230Il narrarle. S’appaghi intanto il primo Tuo dimando. Terigi è il nome mio; D’Itala madre mi produsse in riva

Dell’umil Varo genitor Francese, Un di que’ prodi che passar fur visti 235Su generose antenne alla vendetta Dell’oltraggiato American. Me privo Del morto padre in povera fortuna, Ma in non bassi pensieri e sentimenti Nudrì la madre coraggiosa. E quando 240La non ben nota, nè raccesa ancora (Come fulmin che dorme entro la nube) Virtù del Magno BONAPARTE scese Nell’Italico piano, arse d’un bello Desìo di gloria il giovanil mio petto, 245Nè della patria la chiamata attesi, Ma volontario mi proffersi. Al seno Mi serrò la dolente genitrice, Dolente sì, ma non tremante, e alzate Le luci al cielo benedisse il figlio, 250Con queste che profonde mi riposi Nel più sacro dell’alma alte parole: Figlio, tu corri a guerreggiar la terra Che mi diè vita. Non odiar tu dunque La patria mia, che tua divien, che nullo

255Fece oltraggio alla vostra. I suoi tiranni V’oltraggiaro, non ella, che cortese Arti dievvi e scïenze, ed or bramose V’apre le braccia, e a sè vi chiama, e spera Dal Francese valor non danno ed onta, 260Ma presidio e salute, e dell’antico Suo beneficio la mercè. Calcando L’Itala polve ti rammenta adunque Che tutta è sacra; che il tuo piè calpesta La tomba degli eroi, ch’ivi han riposo 265L’ombre de’ forti, e che de’ forti i figli Hanno al piè la catena, e non al core; Chè in que’ cor non morì, ma dorme il foco Dell’antica virtù, dorme il coraggio, Dormon le grandi passïoni. Oh sorga, 270Sorga alfine alcun Dio che le risvegli, Che la reina delle genti al primo Splendor ritorni, ed il sepolto scettro Della Terra rialzi in Campidoglio! Questi voti al valor consacro, o figlio, 275Dell’auspicato BONAPARTE. Il fiero Spirto che ferve in quel profondo petto

È dell’Italo sole una scintilla, E l’ardir delle prische alme Latine Sul suo brando riposa. Or tu fra l’armi 280Duce seguendo di cotanta speme, Possa tu, figlio, meritarti il grido Di buon, di prode, di leal guerriero, E tornar salvo ad asciugarmi il pianto Che mi lasci partendo. E qui troncaro 285Le lagrime la voce. Il cielo io chiamo In testimonio, e te cara e sovente Del mio sangue bagnata Ausonia terra, Che della madre io fui fedele ognora Ai santi avvisi, e rispettai le tue 290Maestose sventure, e qual seconda Patria t’amai; chè . E voi di Dego e Montenotte orrendi Dirupi, e voi dell’Adige e del Mincio 295Onde battute, fatemi voi fede, Che nè disagio, nè periglio alcuno Schivai d’armi, nè fui pugnando avaro Della mia vita. Si commosse Ullino,

Si commosse Malvina a quel pietoso 300Racconto, e i moti fea del cor palesi L’alta eloquenza del tacer. Quetato Degli affetti il tumulto, si riscosse Il Bardo e disse: Nella tua favella Una forte risplende alma sublime, 305Valoroso Terigi, e l’ascoltarti È gioja che si sente e non si parla. Ma di quïete or le tue piaghe han d’uopo, D’alta quïete, e il sanator di tutte Cure, l’amico degli afflitti, il sonno 310Tempo è che scenda a riparar le spente Tue forze. Avremo alle parole assai Ore acconce altra volta. In questo dire Surse il veglio, abbracciollo; e su le labbra Ponendo in atto di silenzio il dito, 315Allontanossi. Taciturna e lenta Il seguìa la donzella, e un guardo indietro Dalla soglia piegò con un sospiro Che dicea: parte il piè, ma resta il core.

Canto Terzo

IL BARDO

DELLA SELVA NERA.

CANTO TERZO.

LA PRESA DI ULMA.

Mentre d’Ullino nei riposti alberghi Tacitamente Amor un suo leggiadro Colpo prepara, e la Virtù gli è duce, Due di Virtù nemiche, e d’ogni bello 5Senso d’onor, Paura e Codardìa, Nella stretta d’assedio Ulma turrita Tale ordiscono turpe opra di guerra, Che della più non sarà mai che parli Vergognando la fama. Allor che frutto 10D’infernale imeneo la tenebrosa Dell’Erebo consorte eterna Notte

L’Angoscia partorì, l’Insidie, il Pianto, La malvagia Fatica, e la Menzogna, E con le bieche rubiconde Risse 15Delle leggi il Disprezzo, e la deforme Consigliera di colpe orrida Fame, Cognati tutti e spaventosi aspetti; La negra madre con nefando parto La Codardìa produsse e la Paura; 20Luridi mostri, che di Giove il senno Fe’ di Marte ministri. Ed ei, siccome Più gli talenta, a sbigottir li manda Le percosse città, di falsi empiendo Rumor gli orecchi, e di sgomento i petti. 25Or tu, Diva del canto, a cui palesi De’ mortali son l’opre e degli Dei, E ti ragiona ei pure i suoi segreti Il Fato, di cui trema ogni altro Iddio; Tu, che dentr’Ulma oprár le nequitose 30Torve sorelle mi racconta, e adempi, Libera e vera saettando i vili, La vendetta de’ forti. E primamente Narrami di che loco al turpe fatto

La Paura volò. Sola e disgiunta 35Dalla sozza sirocchia (chè non sempre Di Codardìa compagna è la Paura), Stava la Dira sul Britanno lido Seminando il terror delle Francesche Armi, e destando d’ogni lato in fretta 40Le difese e l’offese. Era ne’ porti Un sobbuglio, una pressa, una faccenda Mirabile a vedersi. Altri devolve Dai fervidi arsenali in mar gli abeti, Che van su l’onde a rinnovar co’ venti 45L’antica lite, e i cavi seni han gravidi Di tradigion, di ferro e di coraggio. Altri il fianco ristoppa alle sdruscite Navi, e sarte rintegra, e monche antenne, E lacerate vele. Altri ai ridotti 50E alle bastite orribile ghirlanda Fan de’ concavi bronzi imitatori Del fulmine celeste. E per le vie Brulicanti frattanto, e per le prode Tale un gemer di rote, un incessante 55Picchiar d’incudi e di martelli, un sempre

Ire e redir di ciurme e di soldati, D’armi, di carri e di navali arnesi, Che l’udire e il veder mettean nell’alma In un solo sentir confusi e misti 60Terror, diletto e maraviglia. A tanta Provvidenza di mezzi, a tanta mole Di travaglio assistente è la Paura, Che per tutto discorre e tutto osserva, Tutto esamina attenta, e mai non posa. 65Poi quando su le dure opre mortali Stende il velo la notte, alto s’estolle Su le nubi la Furia, e con lugubre Lungo ululato orrendamente grida: BONAPARTE. Si svegliano al tremendo 70Nome gli azzurri addormentati, e corrono Alle vedette rabbuffati e pallidi. Notano da che parte il vento spiri, E del mar su le fosche onde la vista Intendendo e l’orecchio, ad ogni fiotto 75Temon l’arrivo delle Franche antenne. Svegliasi anch’esso di Vindsor su l’ebre Piume il deliro Coronato, e corre

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