Read here

La Feroniade

Vincenzo Monti · 1891 · Free in the US

14,282 words · about 1 h to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

Free in the US: this text is in the public domain in the United States; it may still be in copyright elsewhere.

Licence: PD-US · Published in 1891 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Feroniade&action=history). · Wikisource contributors

Text from Wikisource and set out for reading on screen; no words of the book are rewritten or summarized. How RedLectern is built

About this book

Author
Vincenzo Monti
Language
Italian
Published
1891
Length
14,282 words · about 1 h
Sections
3 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (3)
  1. Canto Primo about 29 min
  2. Canto Secondo about 15 min
  3. Canto Terzo about 16 min

Continue:

Canto Primo

Contenuto: Il poeta vuol cantare di Feronia, e a ciò invoca la Musa, che derivi al canto di lui un po’ della dolcezza omerica (1-32): e prende a narrare come presso Terracina vivesse una bellissima ninfa di nome Feronia, tutta intenta alla coltivazione di fiori e piante d’ogni maniera, e, fra le altre, dell’umile salice piangente, che oggi deve coprire della sua ombra cortese il sepolcro di (33-284), e del cedro, cui anche Circe amò (285-372). Cosí viveva Feronia, disprezzando quanti la richiesero d’amore: ma non Giove, che, vistala, prese forma d’imberbe fanciullo e poté farla sua (373-403). In compenso di ciò e delle sventure che la dovevano colpire, la fece immortale: e fu adorata come dea da’ popoli ove abitava (404-461), le campagne de’ quali, col favore di lei, prosperarono, ed anche le città, che divennero rigogliose, ricche e felici (462-510). Spesso Giove scendeva a lei: ma Giunone, accortasi dell’infedeltà dello sposo, presa da gelosia, venne dal cielo alla ninfa e con minacce ed onte la cacciò dal luogo (511-608). Poi corse alle fonti dell’Ufente, dell’Astura, del Ninfeo e d’altri fiumi della regione, pregandoli di vendicarla: ed essi irruppero, aiutati da un fragoroso nembo, a mutare in palude il bel regno di Feronia e a distruggerne gli altari (609-764). Molti degli abitanti fuggirono: molti perirono, fra’ quali gli amanti Timbro e Larina (765-810). — Questo poema, al quale mancano pochi versi di chiusa che al poeta non riusci mai di fare (Cfr. Resn. Ep., p. 436 e , p. 295), e ch’«ebbe (come si legge nell’avvertimento preposto alla prima edizione milanese) la sua origine dall’essersi il M., in occasione delle cacce che il principe Luigi Braschi-Onesti dava nei contorni di Terracina, avvenuto nella fonte di Feronia, rammentata da , ed avervi, come quell’antico poeta e la sua compagnia, lavato ora manusque. (Sat. I, v, 24)»; questo poema, dico, fu cominciato certo prima del 1784 (cfr. la nota al v. 186, ) e proseguito di lunghe cure fino al 1828, anno in cui il M. morí. Fu pubblicato intero la prima volta nel v. II delle «Opere inedite e rare»: Milano, Lampato, 1832: ma già sin dal 1830 si aveva una stampa del primo canto fatta da Gio. Rosini (Pisa, Nistri), dalla quale cavò il le varianti, che io reco da lui. — Una delle opere principali del ponteficato di Pio VI (cfr. la nota al v. 40, p. ) fu il prosciugamento delle paludi pontine, che occupavano 180 miglia quadrate nei circondari di Roma e di Velletri), già tentato prima da molti altri, consoli imperatori e papi (cfr. le ultime note al ). Capo degl’ingegneri idraulici e direttore dei lavori fu il bolognese Gaetano Rappini. «E se, bene osserva il Vicchi (VI, p. 247), la sperata prosperità non s’ottenne del tutto, se la malaria non fu debellata,.... non si vuole, per questo, addossarne la colpa al Braschi, od al Rappini. Il papa e l’idraulico non furono inferiori all’intrapresa per coraggio, per scienza e per previdenza.... Potendo Pio VI spendere nell’agro pontino le ricchezze portate in Francia da Bonaparte e non arrestandosi i lavori agricoli per le vicende politiche e pel successivo dissesto dei governi diu-

turnamente oberati, non si sarebbe compito il profetico assioma dell’idraulico bolognese: a lavoro incompiuto crescerà la pestilenza in ragione inversa dell’abbassamento delle acque». — Nell’esaltare il grande valore artistico del poema presente sono tutti concordi: dal (p. 295) e dal («Monti mi ha letto della sua Feroniade. È cosa oltre ogni immaginare stupenda: peccato che non si risolva mai a pubblicarla. Oh quanto è maggiore d’ogni altra sua cosa! Veramente questa lo manifesterebbe il primo de’ poeti viventi in Europa»: lett. del 23 dicem. 1818 a Franc. Viviani) fino al (Le poesie lir. ecc. ed. cit., p. V), che la definí: «lavoro squisito della florida gioventú e della vecchiezza robusta del gran poeta, la piú vivace fronda che mano italiana cogliesse dalla pianta del sempre fiorente Omero». E, a proposito di quest’ultimo giudizio, lo p. 202: «Evidente è la squisitezza artistica, e nessuno potrebbe in ciò dissentire dall’illustro critico;.... ma sarebbe piú giusto il dire che la vivace fronda fu colta non dalla pianta di Omero, bensí da quella di [Ma il C., giudicando in tal modo, ebbe forse l’occhio a’ vv. 20 e segg. del c. I]. E cosí dicendo, ho presenti al pensiero non solo le moltissime reminiscenze virgiliane e le qualità conformi d’immagini e di stile, ma ancor quella certa somiglianza d’intendimenti e di affetti, che il poeta italiano volle avere col sommo Latino. Volle cioè cantar le cose remotissime accadute nel Lazio, per illustrarne le cose presenti; e che dalla favola o leggenda, a tale effetto adoperata, balenasse come futura la nostra grande storia antica. Senza dubbio, fine immediato e personale del poeta fu il celebrare il prosciugamento delle paludi Pontine,.... ma in lui c’era altresí il fine anche piú alto di ricordare le glorie di quella Roma e di quell’Italia, ch’egli, con tutti i suoi cangiamenti, ebbe sempre sulle labbra e nel cuore». — Il metro è il verso sciolto: e piú bei versi sciolti di questi non ha la letteratura italiana.

I lunghi affanni ed il perduto regno Di Feronia dirò, diva latina

Che del suo nome fe’ beata un giorno Di Saturno la terra. Ella per fiere 5Balze e foreste errò gran tempo esclusa Da’ suoi santi delubri, e molto pianse Dai superbi disdegni esercitata D’una diva maggior che l’inseguía, Finché novelli sacrifici ottenne 10Sugli altari sabini e le fur resi Per voler delle Parche i tolti onori. Ma qual de’ numi l’infelice afflisse, E lei, ch’era pur diva, in tanto lutto Avvolgere potéo? Fu la crudele 15Moglie di Giove e un suo furor geloso. Tu che tutte ne sai l’alte cagioni Tu le mi narra, o Musa, e dall’obblio Traggi alla luce il memorando fatto Non ancor manifesto in Elicona. 20E, se dianzi di nuove itale note L’ira vestendo del Pelide Achille Alcuna meritai grazia o mercede, Su questi carmi, che tentando or vegno, Di quel nèttare, o dea, spargi una stilla 25Che dal meonio fonte si deriva; Non già quando con piena impetuosa Gl’iliaci campi inonda, a tal che gonfi

Dell’alta strage Simoenta e Xanto Al mar non ponno ritrovar la via, 30Ma quando lene mormorando irriga I feacii giardini; e dolce rendi Su le mie labbra la pimplea favella. Là dove imposto a biancheggianti sassi Su la circèa marina Ansuro pende, 35E nebulosa il piede aspro gli bagna La pomezia palude, a cui fan lunga Le montagne lepine ombra e corona, Una ninfa già fu delle propinque Selve leggiadra abitatrice, ed era 40Il suo nome Feronia. I laurentini Boschi e quei che la fulva onda nudrisce Del sacro fiume tiberin, quantunque Di Canente superbi e di Pomona, Non videro giammai forme piú care. 45Qual verno fiore che segreto nasce In rinchiuso giardin, né piede il tocca Di pastor né di greggia; amorosetta L’aura il molce, di sue tremule perle L’alba l’ingemma, e lo dipinge il sole 50Di sí vivo color che il crine e il seno D’ogni donzella innamorata il brama;

Tal di Feronia la beltà crescea. Era diletto suo di peregrine Piante e di fiori in suolo estranio nati 55L’odorosa educar dolce famiglia, Propagarne le stirpi, e cittadina Dell’ausonio terren farne la prole. Sotto la mano della pia cultrice Ricevean nuove leggi e nuova vita 60Le selvatiche madri, e, il fero ingegno Mansüefatto e il barbaro costume, Del ciel cangiato si godean superbe. Ed essa la gentil ninfa sagace Con lungo studio e pazïente cura 65I tenerelli parti ne nudría, Castigando i ritrosi e a culto onesto Traducendo i malnati. Essa il rigoglio Ne correggeva ed il non casto istinto; Essa gli odii segreti e i morbi e i sonni 70E gli amor ne curava e i maritaggi, Securo a tutti procacciando il seggio E salubri ruscelli ed aure amiche; Né vïolarli ardía co’ morsi acuti D’Orizia il rapitor, che irato altrove 75Volgea le furie e con le forti penne L’antiche flagellava áppule selve O di Lucrino i risonanti lidi. Ma chi potría di tutti a parte a parte Il sesso riferir, la patria, il nome?

80V’era la rosa che mandâr primieri Di Damasco i giardini e di Mileto; Quella rosa che poi, nel fortunato Grembo translata dell’ausonia terra, Fu pestana nomata e prenestina. 85Sua sorella minor, ma piú di grido, Le fioriva da canto la modesta Licnide figlia delle ambrosie linfe, Di che le Grazie un dí le belle membra Lavâr di Citerea, quando dai primi 90Ruvidi amplessi di Vulcan si sciolse. Altro amor di Ciprigna in altra parte L’amaraco olezzava. In su la sponda L’avean del Xanto le sue rosee dita Piantato; e il petto e le divine chiome 95Adornarsi di questo ella solea, Quando desire la pungea di farsi Al suo fero amatore ancor piú bella. Ecco prole gentil d’egizia madre Vivaci aprirsi su l’allegro stelo 100Il sonnifero loto, e il molle acanto

Che alla soave colocasia gode Intrecciar le sue fronde. Ecco il portento Dell’arte che talor vince natura, Il superbo ranuncolo; un dí vile 105Mal noto fiore, ed or per l’opra e il senno Di Feronia, che molto amor gli pose, Fatto sí bello, che il diresti rege Degl’itali giardini. Aleppo e Cipro, Candia, Rodi e Damasco in umil pompa 110Il mandaro alla diva; ed ella, esperta De’ botanici arcani, immantinenti Di varïate polveri ne sparse L’ima radice, che le bebbe, e a lui Di ben cento color tinse le chiome. 115E tale or questo di bell’arte figlio Di donzelle non solo e di fiorenti Spose, a cui lode è la beltà nudrire, Ma di matrone ancor cura e desío, Ne’ romani teatri e ne’ conviti 120Alle antiche patrizie il petto adorna, Ove Amor spegne la sua face e ride. Ma piú cara alle Grazie ed alla casta Man di Feronia, con piú pio riguardo Educata tu cresci, o mammoletta; 125Tu, che negli orti cirenei dal fiato Generata d’Amore e dallo stesso Amor sul colle pallantèo tradutta,

Di Zefiro la sposa innamorasti E del suo seno e de’ pensier suoi primi 130Conseguisti l’onor. Pudica e cara Nunzia d’april, deh!, quando per le siepi Dell’ameno Cernobbio in sul mattino Isabella ed Emilia alme fanciulle Di te fan preda e festa, e tu beata 135Vai fra la neve de’ virginei petti Nuove fragranze ad acquistar, deh! movi, Mammoletta gentil, queste parole: Di primavera il primo fior saluta Di Cernobbio le rose, onde s’ingemma 140Della regale Olona il paradiso Che di bei fior penuria unqua non soffre. Felice l’aura che vi bacia e tutta Di ben olenti spirti in voi s’imbeve, E felice lo stelo onde vi venne 145 schietta leggiadria: ma mille volte Piú felice, e beato al par de’ numi Chi con man pura da virtú guidata, Dispiccarvi saprà dalla natía Fiorita spina e d’Imeneo sull’ara 150Con amoroso ardor farvi piú belle: Ché senza amor non è beltà perfetta, Né mai perfetto amor senza virtude. Dove te lascio ne’ meonii campi Sí lodato, o d’incanti e di malíe 155Possente domator, tu che dai numi Moly sei detto con parola al volgo

Non conceduta, e sol dal saggio intesa? (Ché al volto corruttor d’ogni favella Parlar la lingua degli dei non lice). 160Se là di Circe fra le mandre Ulisse Non stampò di ferine orme il terreno, Di questa erbetta e del suo latteo fiore Alla virtú si dee: parlante emblema, Del cui velo copría l’antico senno 165La temperanza, che de’ turpi affetti Doma il poter. Di questo portentoso Vegetante, fra noi, siccome è grido, Di Maia il figlio dal natio Cillene La tenera portò bruna radice; 170E dell’accorto dio fu degno il dono: Con questa ei tutti della maga i filtri Contra l’itaco eroe fece impotenti. E il suo bel fior, che da non casta mano Sdegna esser tocco, di Feronia poscia 175Dolce cura divenne, che di mille Felici erbette gli fe’ siepe intorno; Altre d’eterno verde, altre dotate Di medica virtude, onde il furore Placar de’ morbi, addormentar le serpi 180E sanarne i veleni; altre che il sonno Inducono benigne, il dolce sonno Degli afflitti sí caro alle palpebre. E tal di tutte un indistinto uscía Soave olezzo che apprendeasi al core. 185Che di mille dirò scelti arboscelli Lieti a dovizia di nettarei frutti E di fiori e di chiome, in cui natura

Per infinite variate guise Spiegò la pompa della sua ricchezza? 190Alle ben nate piante peregrine, Qual d’arabo lignaggio e qual d’assiro, Qual dall’Indo venuta e qual dal Nilo, L’italo suolo arrise e sue le fece; Sí che in lor della patria e della prima 195Origine il ricordo oggi è perduto. Tanto è l’amor del nuovo cielo, e tanta Fu la cura di lei, che nel ben chiuso Suo viridario ad educarle prese, Or con arte confuse, ed or disposte 200In bei filari come stral diritti, Rallegrando di molli ombre i sentieri. Ecco schiuder dal seno i bei rubini, A Minerva e a Giunon pianta gradita E a Cerere cagion d’alto disdegno, 205Il coronato melagrano, e tutti Adescar gli occhi ed invitar le mani. Ecco il melo cidonio alle gibbose Sue tarde figlie di lasciva e molle Lanugine vestir le bionde gote, 210Del cui fragrante sugo hanno in costume Le amorose donzelle in Orïente Nudrir la bocca ed il virgineo fiato, Quando la face d’Imeneo le guida Di bramoso garzone ai caldi amplessi. 215Vedi il perso arboscel che i rosei frutti Ne mostra di lontan; vedi il fratello

D’armena stirpe, che con gli aurei figli Gli contende superbo i primi onori; Perocché dai regali orti sconfitti 220Dell’atterrata Cerasunte ancora Quel fiammante rival giunto non era, Che, di corpo minor ma di piú viva Porpora acceso, avría lor tolto un giorno E di bellezza e di dolcezza il vanto. 225Ma stillante piú ch’altri ibleo sapore L’onor dispiega di sue larghe chiome Il calcidico fico; il cui bel frutto, Se verace è la fama, alle celesti Mense sol noto, fra’ mortali addusse 230E a Fitalo donò la vagabonda Cerere, allor che tutta iva scorrendo La terra in traccia della tolta figlia. All’apparir della divina pianta Di molte forme e molti nomi altera 235Tutte esultâr le rive; e Cipro e Chio E gli orti ircani e i misii e il verde Egitto E la gran madre d’ogni bella cosa, L’itala terra, con attento amore La coltivaro; e de’ suoi dolci pomi, 240Solo a Serse e a Cartago agri e funesti, Fêr gioconde le mense anche piú vili. Né te, quantunque umíl pianta vulgare,

Lascerò ne’ miei carmi inonorato, Babilonico salcio, che piangente 245Ami nomarti, e or sovra i laghi e i fonti Spandi la pioggia de’ tuoi lunghi crini, Or su le tombe degli amati estinti, Che ne’ cupi silenzii della notte Escono consolate ombre a raccôrre 250Sul freddo sasso degli amici il pianto. Tu non vanti dei lauri e delle querce Il trïonfale onor, ma delle Muse, Che di tenere idee pascon la mente, Agli studi sei caro; e da’ tuoi rami 255Pendon l’arpe e le cetre onde si sparge Di pia dolcezza il cor degl’infelici. Salve, sacra al dolor mistica pianta; E l’umil zolla che i mortali avanzi Del mio Giulio nasconde, in cui sepolto 260Giace il sostegno di mia stanca vita, Della dolce ombra tua copri cortese. E tu, strazio d’amore e di fortuna, Tu, derelitta sua misera sposa, Che del caldo tuo cor tempio ed avello 265Festi a tanto marito, e quivi il vedi, E gli parli, e ti struggi in vòti amplessi Da trista e cara illusïon rapita, Datti pace, o meschina; e ti conforti Che non sei sola al danno. Odi il compianto 270D’Italia tutta; i monumenti mira,

Che alla memoria di quel divo ingegno Consacrano pietose anime belle. E, se tanto d’onore e di cordoglio Argomento non salda la ferita 275Che ti geme nel petto, e tuttavia Il lacrimar ti giova, e forza cresce Al generoso tuo dolor l’asciutto Ciglio de’ tristi, che, alla voce sordi Di natura e del ciel, né d’un sospiro 280Né d’un sol fiore consolâr l’estinto, Dolce almeno ti sia, che su l’avaro Di quell’ossa sacrate infando obblío Freme il pubblico sdegno e fa severa Delle lagrime tue giusta vendetta. 285Ma dove, o Musa, di sentiero uscita Ti tragge ira e pietà? Deh torna al riso Del cantato giardin, torna ai profumi, Alle fragranze, che l’erbette e i fiori Ti esalano d’intorno. A sé ti chiama 290Principalmente ed il tuo canto aspetta L’odorato de’ Medi arbor felice, Di cui non avvi piú possente e pronto (Se fede acquista di la Musa) Medicame verun contra i veneni 295Delle dire matrigne, allor che seco Scellerate parole mormorando Empion le tazze di nocenti sughi. Chioma e volto di lauro ha l’almo arbusto; E, se diverso e vivo in lontananza 300Non gittasse l’odor, lauro saría. Candidissimo è il fior di che s’ingemma, Né per molto soffiar che faccia il vento L’onor mai perde della verde fronda. Ora etrusco limone, or cedro ed ora 305Arancio lusitan l’appella il vulgo, Sotto vario sembiante ognor lo stesso. Questa è la pianta che nel ciel creata

L’aureo pomo fatal lassú produsse Ch’Ilio in faville fe’ cader: con questo 310L’ardito Aconzio e Ippòmene già fero (Che non insegni, Amor?) alle lor crude Belle nemiche il fortunato inganno. E fu pur questa che ad immane drago Diè negli orti a vegliar d’Esperetusa 315Il sospettoso mauritano Atlante; Finché di là la svelse il forte Alcide, Spento il fero custode, e peregrino Seco l’addusse nell’ausonio lito, Quando di Spagna vincitor tornando 320Nel Tevere lavò l’armento ibero E fe’ sopra il ladron dell’Aventino Delle tolte giovenche alta vendetta. Poi, com’egli d’Evandro abbandonate Ebbe le mense e l’ospital ricetto 325E a quel giogo pervenne ove nascoso Agl’Itali mostrò la prima vite Il ramingo dal ciel padre Saturno, Ivi sul dorso edificò del monte Sezia, un’umil città, donde Setína 330Fu nomata la rupe; e qui di Giove L’errante figlio alla saturnia terra Primiero maritò l’arbor divino,

Che tutti empié di meraviglia i colli E d’invidia le selve. Al primo spiro 335Del suo celeste odor vinta temette (E fu giusto il timor) la sua fragranza Di Preneste la rosa: al primo aspetto Di quel candido fior vinte temette Le sue vergini tinte il gelsomino. 340A baciarlo lascive, a carezzarlo D’ogni parte volâr l’aure tirrene, Desïose d’aver carchi del caro Effluvio i vanni rugiadosi: corsero A fregiarsene il crine e il colmo seno 345D’Alba le ninfe e di Laurento e quelle Del Volturno arenoso e del Taburno. Corser da tutte le propinque rive Gli Egipani protervi, e, saltellando E via gittando ognun l’ispido pino, 350Di questo ramo ghirlandâr le fronti. Lo volle il dio d’Arcadia, e lo prepose Agli ebuli sanguigni ed ai corimbi; E lo volle Silvan, dimenticate Le ferule fiorenti, e i suoi gran gigli. 355Venne anch’essa del Sol Circe la figlia, E di sua mano un ramoscel spiccando Della scesa dal ciel pianta diletta In grembo al sacro suo terreno il pose. Cosí crebbe il divin bosco odorato, 360Che di soave olezzo intorno tutte Della maga spargea le rilucenti Tremende case; ov’ella ognor, cantando E con l’arguto pettine le tele

Percorrendo, facea dolce da lungi 365E periglioso ai naviganti invito; Mentre pel buio della tarda notte Lamentarsi e ruggir s’udian leoni Disdegnosi di sbarre e di catene, Urlar lupi, e grugnire ed adirarsi 370Nelle stalle cinghiali ed orsi orrendi, Che fur uomini in prima e della cruda Incantatrice sventurati amanti. Queste ed altre infinite eran le piante E l’erbe e i fiori, che godea l’attenta 375Di Feronia educar mano pudica; Di tutti quanti i fiori ella il piú bello. Ma, sotto vago aspetto alma chiudendo Superbetta, d’amor tutte parole La ritrosa fanciulla ebbe in dispregio. 380Né la vinse il pregar di madri afflitte, Che la chiedeano in nuora e per la schiva Vedean languire i giovinetti figli: Né mai lusinghe la piegâr di quanti Dei le latine ad abitar contrade 385Dai pelasghi confini eran venuti: Ch’ella a tutti s’invola, e non si cura Conoscere d’amor l’alma dolcezza. Ma di Giove non seppe un’amorosa Frode fuggir. La vide; e da’ begli occhi 390Trafitto, il nume la sembianza assunse D’un imberbe fanciullo, e sí deluse L’incauta ninfa e la si strinse al seno Con divino imeneo. L’ombra d’un elce Del dio protesse il dolce furto; e lieta 395Sotto i lor fianchi germogliò la terra

La vïoletta, il croco ed il giacinto, Ed abbondanti tenerelle erbette Che il talamo forniro; e le segrete Opre d’amore una profonda e sacra 400Caligine coprío: ma di baleni Arse il ciel consapevole, ed i lunghi Ululati iterâr su la suprema Vetta del monte le presaghe ninfe. Questi fur delle nozze inauspicate 405I cantici, le faci, i testimoni; Questo alla nuova del Tonante sposa De’ suoi mali il principio, e nol conobbe L’infelice. Ma ben di Giove il vide L’eterno senno; né potendo il duro 410Fato stornar, nel suo segreto il chiuse, E, la doglia che solo il cor sapea Premendosi nel petto, a far piú mite Il funesto avvenir volse il pensiero. Primamente quel bosco e quella rupe 415Sí gli piacque onorar dove la ninfa Dell’occulto amor suo gli fu cortese, Che per loro obbliò Dodona ed Ida E men care di Creta ebbe le selve: Tal che le genti la presenza alfine 420Sentîr del nume, e l’inchinâr devote E Giove imberbe l’invocâr sull’are; Ch’egli loro cosí mise in pensiero Per la memoria del felice inganno.

Qui del culto novel consorte ei volle 425La dolce amica sua; qui degli eterni In aurea tazza il nèttare le porse, E la fece immortal. Poscia tonando Del monte il fianco occidental percosse; E una súbita fonte cristallina 430Scaturí mormorando; e dalla balza Comandò che perenne ella scorresse E da Feronia si nomasse: ed oggi Serba quel nome ed il ricordo ancora Dell’antico prodigio. Allor le volsche 435Genti lor diva l’adoraro, e lei Antefora chiamaro e Filostefana E Persefone; e tutte a lei de’ campi Fur sacre le primizie. Ad inchinarla Sovrana e diva i numi adunque tutti 440Corser d’Ausonia; ché il voler tal era Del supremo amator: e non pur quelli A cui per valli e campi e per montagne Fuman l’are latine e di plebeo Rito van lieti e di Minori han nome, 445Ma mossero frequenti ad onorarla Di cortese saluto anche i Maggiori. Primo il padre Lieo, ch’indi non lungi In un temuto e per antico orrore Sacro delubro raccogliea benigno 450Dal timor de’ mortali incensi e voti; E la bionda inventrice era con lui

Dell’auree spiche e delle sante leggi, Cerere, che solea le pometine Spesso anteporre alle trinacrie mèssi. 455Né te d’Aricia il bosco e il nemorense Lago trattenne, o vergine Dïana; Ché tu pur, del lunato argenteo carro Al temo aggiunte le parrasie cerve, Con gli altri divi ad abbracciar venisti 460La novella immortale; e di te degna Fu l’alta cortesia che ti condusse. Col favor di Feronia iva frattanto Scorrendo i campi l’Abbondanza, e, tutto Versando il corno, ben compiuta e ricca 465Fea dell’avaro agricoltor la speme. Ogni prato, ogni colle, ogni foresta Di pastorali avene e di muggiti E nitriti e belati alto risuona; E prigioniera dall’opposte rupi 470Le dolci querimonie Eco ripete. Venti e quattro cittadi, onde l’immensa Fertile valle si vedea cosparsa, S’animâr, s’abbelliro; e, strette in nodo Di care parentele, in mezzo al sangue 475De’ torelli giurâr dell’alleanza Il sacramento; e l’invocata diva Le dilesse, e su lor piovve la piena Di tranquilla ricchezza. Incontanente Crebbero i lari, crebbero le mura: 480Di maestà, di forza e di rispetto Le sante leggi si vestîr: fur sacri I reverendi magistrati; sacra

La patria carità; sacro l’amore Della fatica e dell’industria. Quindi 485Tutte piene di strepito le vie E i teatri e le curie; e dappertutto Un gemere di rote, un picchio assiduo Di martelli e d’incudi, un suonar d’arme Buone in pace ed in guerra; onde si crebbe 490La feroce de’ Rutuli potenza, Che al pietoso Troian tanto fe’ poscia Sotto il cimiero impallidir la fronte, Quando gli disputâr Camilla e Turno Di Lavinia e d’Italia il grande acquisto. 495Eran le genti pometine adunque Molte e forti e felici; e manifesta Di Feronia apparía per ogni parte La presenza, il favor, la possa e l’opra. Però da cento altari a lei salía 500Delle vittime il fumo; e ne godea Il Tonante amator, che stanco e carco Delle cure del mondo, a serenarle Scendea sovente ne’ segreti amplessi Della diva fanciulla. Un aureo nembo 505Li copriva; e ozïosa al sole aprico Col rostro della folgore ministro L’aquila sacra si pulía le piume; Mentre sicure dal furor di Giove Tacean d’Ato e di Rodope le rupi, 510E avea Bronte riposo in Mongibello. Erasi intanto la saturnia Giuno Fatta accorta del dolo; e i suoi grand’occhi, Che gelosia piú grandi anche facea, Non fallibili segni avean già scorto 515Di nuova infedeltà. Raro il soggiorno

Del marito in Olimpo: alto il silenzio Dei talami divini: inoltre mute Della foresta dodonea le querce, Cheti i tuoni dell’Ida, e dissipato 520Il denso fumo che facea palese La presenza del nume. Onde, turbata In suo sospetto, alle nevose cime Dell’Olimpo salita, in giú rivolse L’attento sguardo, e ricercò l’infido 525Sul mar sidonio, sul nonacrio giogo, Sull’Ismen, sull’Asopo, ove sovente Delle vaghe mortali amor lo prese. Indi in Ausonia declinando i lumi, D’Ansuro nereggiar sul balzo vide 530Tale un nugolo denso che per vento Non si movea di loco, ancorché tutta Fosse in moto la selva. A cotal vista Le si ristrinse il cor: le corse un gelo Per le membra immortali, e si fêr truci 535I neri sopraccigli. Immantinente Iri a sé chiama, e: Prestami, le dice Su via prestami, o fida, il tuo piovoso Arco d’oro e di luce. E, sí dicendo Né risposta aspettando, entro si chiude 540A’ taumanzii vapori, e taciturna Su le rupi setine si precipita. Tocca pur anco non avea la terra Co’ leggieri vestigi, che levarsi L’invisibile dea l’aquila vide, 545L’aquila testimon del dio marito; E sotto l’ombra delle grandi penne Furtiva e cheta camminar la nube E tra le piante dileguarsi. A lei

Dovunque passa riverenti e curvi 550Dan loco i rami della selva; e l’aure Non osano di far rissa e bisbiglio. Volse indi l’occhio addietro, e donde tolta S’era la nube in piè rizzarsi mira Cosí bella una ninfa, che alla stessa 555Corrucciosa Giunon bella parea. Sventurata beltà! L’ira e il dispetto Tu crescesti nel cor della gelosa, Che spiccossi qual lampo e rabbuffata Con questi accenti alla rival fu sopra: 560E qual ti prese insania ed arroganza, Insolente mortal, che una cotanta A me far osi ingiuria, e non mi temi? Ravvisami, proterva: io degli dei Son l’eterna reina, io la sorella, 565Io la sposa di Giove. Scolorossi, Tremò, si sgomentò, non fe’ parola La misera Feronia; e, siccome era Scomposta i veli e le bende e le chiome Dell’amplesso celeste accusatrici, 570Mise in tutto furor la sua nemica. La qual, su lei di rinnovar bramosa Di Callisto la pena, ad un vincastro Diè rabbiosa di piglio e la percosse. Attonito restò l’occhio e la mano 575Dell’acerba Giunon, quando dell’altra Vide al colpo divino invïolata Resistere la salma e le primiere Sembianze rimaner: tosto conobbe Che di tempra immortal fatta l’avea 580L’onnipossente nume: onde sdegnosa, Ché a vòto mira uscito il suo disegno, E terribile e ria piú che mai fosse, Questo, disse, al mio scorno anco mancava, Adultera impudente, che dovesse

585Farlosi eterno! Semele ed Alcmena Eran poca vergogna all’onor mio, E i due figli di Leda, e Ganimede; Ch’altra ancor ne s’aggiunge, e di malnati Mi si fan piene le celesti mense. 590Ma inulta non andrò, se Giuno io sono; Né tu senza castigo. Via di qua, Via di qua, svergognata! E in questo dire Il bianco braccio fieramente stese, S’aggrandí, si scurò: gli occhi mandaro 595Due fiamme a guisa di baleni in mezzo Di tenebrosa nube; e la grand’ira, Che il senno ancor degl’immortali invola, Quasi obbliar di diva e di reina Le fe’ modi e costumi. E di rincontro 600Di Giove allor la dolorosa amante, Che di rimorso trema e di rispetto, Con basso ciglio e con incerto piede Lagrimando partissi. Ella per monti E per valli e per fiumi si dilunga, 605E sempre a tergo ha la tremenda Giuno, Che con minacce e dure onte e rampogne Stimola e incalza l’infelice. Ahi! dunque Era da tanto un amoroso errore? E già varcate avea le veliterne 610Pendici e gli ardui sassi ove costrusse Cora la sua città, Cora il fratello Di Catillo e Tiburte; e non lontano Era di Cinzia il sacro lago e il bosco, Ove a Stige ritolto e della ninfa 615Egeria in cura, Ippolito traeva Cangiato in Virbio la seconda vita. Qui di Saturno l’adirata figlia Sostenne i passi, e in balze aspre e deserte Qui lasciò la meschina; e, desïosa

620Di vendetta vendetta maggior, diè volta addietro. Tra le priverne rupi e le setine S’apre immane spelonca, a cui di sopra Grava il dosso una negra orrida selva, E per lo mezzo la rinfresca un rivo, 625Che con grato rumor casca e zampilla Dalle fesse pareti. Ha di sedili In vivo marmo una corona intorno; E tal dalle muscose erbe si spande Una fragranza, che da lungi avvisa 630Veramente di dei stanza e ricetto. Qui da tutta la volsca regïone Per cento cave sotterranee vie Vengon sovente a visitarsi i fiumi; Il freddo Ufente, il lamentoso Astura, 635Il sonoro Ninfeo, che tra le sacre Sue danzanti isolette ad Amfitrite Rapido volve e cristallino il flutto; E il superbo Amasen, che le gran corna Mai non si terge e strepitoso e torbo 640Empie di loto i campi e di paura. E cent’altri v’accorrono di fama Poveri e d’onda fiumicei seguaci, E cento ninfe che il cader degli astri Conoscono e del sole e della luna 645Le armoniche vicende, e sanno i venti E le piogge predire e le procelle. Colà bieca sbuffando s’incammina

La di vendetta sitibonda dea: Simile a nembo di gragnuole gravido, 650Che bruno il ciel vïaggia e orrendo stendesi Su la bionda vallea, quando le Pleiadi, Che d’Orïon la spada incalza e stimola, Negli atlantici flutti si sommergono, E tutto ferve per burrasca il pelago. 655Tal terribile in vista ella s’avanza; E, giunta al mezzo dello speco, in atto Di maestà, di cruccio e di preghiera, Fa dal labbro volar queste parole: Fiumi, a cui delle volsche acque l’impero 660Diè degli uomini il padre e degli dei, E voi le correggete e a vostro senno Le mandate a nudrir l’onda tirrena; Una vil mia nemica, una spregiata Di boschi abitatrice, il cor mi tolse 665Del mio consorte; e non è tutto. A lei, A costei l’immortal vita è concessa, Privilegio avvilito, e dea l’adora La bagnata da voi terra pontina. Vendicate l’offesa; e, s’io dall’etra 670Vi dispenso le piogge, ite, abbattete, Distruggete, spegnete. Altari e templi E città rovesciate: io le vi dono, E saran vostro regno: orma non resti Dell’abborrito culto, e raddolcisca 675La mia giust’ira di Feronia il pianto. Disse; e per tutti a lei tosto l’Ufente Diserto e chiaro parlator rispose: A te l’esaminar conviensi, o diva, Il tuo desire, e l’adempirlo a noi. 680Delle piove e de’ nembi genitrice Tu ne riempi l’urne, tu ne fai Giove propizio, e ne concedi a mensa

The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.

Loading the full text…