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Eros

Giovanni Verga · 1884 · Free in the US

53,863 words · about 3 h 46 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

Free in the US: this text is in the public domain in the United States; it may still be in copyright elsewhere.

Licence: PD-US · Published in 1884 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Eros_(Verga)&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Giovanni Verga
Language
Italian
Published
1884
Length
53,863 words · about 3 h 46 min
Sections
51 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (51)
  1. Front matter under 1 min
  2. I about 5 min
  3. Cap. II about 3 min
  4. Cap. III about 5 min
  5. Cap. IV about 4 min
  6. Cap. V about 5 min
  7. Cap. VI about 7 min
  8. Cap. VII about 6 min
  9. Cap. VIII about 2 min
  10. Cap. IX about 6 min
  11. Cap. X about 5 min
  12. Cap. XI about 3 min
  13. Cap. XII about 4 min
  14. Cap. XIII about 2 min
  15. Cap. XIV about 3 min
  16. Cap. XV about 2 min
  17. Cap. XVI about 3 min
  18. Cap. XVII about 3 min
  19. Cap. XVIII about 3 min
  20. Cap. XIX about 1 min
  21. Cap. XX about 4 min
  22. Cap. XXI about 4 min
  23. Cap. XXII about 3 min
  24. Cap. XXIII about 3 min
  25. Cap. XXIV about 5 min
  26. Cap. XXV about 5 min
  27. Cap. XXVI about 6 min
  28. Cap. XXVII about 6 min
  29. Cap. XXVIII about 3 min
  30. Cap. XXIX about 3 min
  31. Cap. XXX about 8 min
  32. Cap. XXXI about 4 min
  33. Cap. XXXII about 4 min
  34. Cap. XXXIII about 5 min
  35. Cap. XXXIV about 3 min
  36. Cap. XXXV about 3 min
  37. Cap. XXXVI about 7 min
  38. Cap. XXXVII about 4 min
  39. Cap. XXXVIII about 7 min
  40. Cap. XXXIX about 6 min
  41. Cap. XL about 7 min
  42. Cap. XLI about 4 min
  43. Cap. XLII about 3 min
  44. Cap. XLIII about 6 min
  45. Cap. XLIV about 4 min
  46. Cap. XLV about 11 min
  47. Cap. XLVI about 4 min
  48. Cap. XLVII about 8 min
  49. Cap. XLVIII about 4 min
  50. Cap. XLIX about 8 min
  51. Cap. L about 1 min

Continue:

Front matter

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I

Verso le quattro di una fra le ultime notti del carnevale, la marchesa Alberti, seduta dinanzi allo specchio, e alquanto pallida, stava guardandosi con occhi stanchi e distratti, mentre la cameriera le acconciava i capelli per la notte.

— Che rumore è cotesto? domandò dopo un lungo silenzio.

— La carrozza del signor marchese.

— Così presto! mormorò essa soffocando uno sbadiglio. La cameriera era per chiudere l’uscio del salottino che metteva nelle stanze del marchese, allorchè entrò bruscamente un uomo in abito da maschera, col passo malfermo, e la fronte altera.

— Cecilia dorme? domandò senza fermarsi.

— L’ho lasciata or ora, signor marchese: rispose la cameriera mal dissimulando la sorpresa.

— Domandatele se può accordarmi cinque minuti.

Egli rimase immobile, col ciglio corrugato, e lo sguardo fiso dinanzi a sè. La cameriera ritornando sollevò la pesante portiera di velluto; il marchese fece alcuni passi verso l’uscio, volse gli occhi a caso su di un grande specchio che gli stava di faccia: sembrò esitare un istante, poscia fece un movimento di spalle, aggrottò il sopracciglio, ed entrò col sigaro in bocca.

La marchesa leggeva, voltata verso il muro: udendo il passo di lui chiuse il libro, e domandò senza muovere il capo:

— Siete voi?

— Sì.

Ella alzò gli occhi verso l’orologio appeso alla parete.

— Son le quattro e mezzo, rispose il marito a quella muta e significativa interrogazione, masticando il sigaro fra i denti.

Cecilia soffocò due o tre colpettini di tosse, e gli disse:

— Datemi quella boccettina che è lì sul tavolino, vi prego. Egli buttò il sigaro nel camino, e non si mosse.

Allora la marchesa si voltò verso di lui, con un brusco movimento che modellò le coperte sulla più elegante figura di donna; si passò una mano più bianca della batista che le cadeva lungo il braccio, sui folti capelli castani, e fissò in volto al marito i suoi grand’occhi scuri bene aperti.

Egli era ritto, immobile, serio — troppo serio per gli abiti che indossava — e avea tuttora un leggiero strato di polvere sui capelli e sul viso; dovea essere giovane, invecchiato anzi tempo, pallido, biondo, elegante, alquanto calvo.

— Dovete parlarmi? domandò la marchesa dopo un breve silenzio.

— Sì.

— Sedete adunque.

Egli volse un’occhiata sulle seggiole ed il canapè, ingombri di vesti e di arnesi muliebri, e rispose secco secco: — Grazie.

— Vi chiedo scusa per la mia cameriera: disse la moglie arrossendo impercettibilmente.

Alberti inchinò appena il capo.

— Scusatemi piuttosto la mia visita importuna. Mi premeva di parlarvi... stasera.

Cecilia gli lanciò uno sguardo rapido e penetrante, e domandò:

— Avete perduto?

— Non ho giocato.

— Vi battete...?

— Sì.

Ella impallidì.

— Tranquillizzatevi, soggiunse il marchese. Non mi batto col conte Armandi.

Ella si rizzò a sedere sul letto, rossa in viso, coi capelli sciolti, e il corsetto discinto: — Perchè mi dite cotesto, signore?

— Perchè il mio amico Armandi è spadaccino famoso, e avreste potuto essere inquieta per me.

La donna rimase a fissarlo con istraordinaria fermezza.

— Perchè vi battete?

Il marito sorrise — sorriso grottesco su quel viso impassibile — e rispose tranquillamente:

— Per voi.

La marchesa si passò il fazzoletto sulle labbra.

— Galli aveva lo scilinguagnolo un po’ sciolto e pretendeva avervi vista alla Scala, in dominò, nel palco del mio amico Armandi.

— Eravate a cena?

— Sì.

— Ah, vi battete per un cattivo scherzo da dessert! — diss’ella sorridendo amaramente.

Il marchese la guardò fiso. Poscia coll’aria più indifferente del mondo, prese un dominò ch’era sulla seggiola più vicina, lo buttò sul canapè, e sedette di faccia a lei. — Perdonatemi, soggiunse; non potevo lasciar calunniare mia moglie.

Ella s’inchinò, troppo profondamente ed ironicamente forse, e perciò tutto il sangue le corse al viso:

— Tutti sanno che Galli è geloso di voi perchè gli avete rubato l’Adalgisa!

— Lo sapete anche voi? rispose il marchese accavallando l’una gamba sull’altra.

— Scusatemi, debolezze di donne! diss’ella un po’ pallida, e cercando di sorridere.

— E di uomini, se volete; aggiunse il marito con galanteria.

Ci fu un istante di silenzio: ella giocherellava collo sparato del suo corsetto; egli dondolava la gamba posta a cavalcioni: evitavano di guardarsi.

— Ora siccome vi confesso che mi preme di non rimetterci la pelle, e farò il possibile per bucare quella del mio avversario, domani alle 12 avrò passato il confine.

Ella rialzò gli occhi su di lui, e ascoltava in silenzio.

— Desidero risparmiarvi tutti i piccoli disturbi della mia lontananza, e vorrei perciò regolare di comune accordo l’amministrazione della vostra dote...

Cecilia non rispose.

— Vi lascerò procura affinchè possiate riscuotere da per voi quella somma che crederete...

— Starete lontano molto tempo? interruppe bruscamente la marchesa.

— Non lo so io stesso.... e se volete suggerirmi la cifra....

— Fate voi.

— Ma io... francamente... dividerei in parti eguali, come fra buoni amici.

Ella, più pallida del lenzuolo che la copriva, inchinò il capo.

Il marchese si alzò, accese un sigaro alla candela, e al momento di andarsene aggiunse colla medesima aria di noncuranza:

— Rimarrebbe ad intenderci sull’educazione di Alberto, nel caso che la mia assenza si prolungasse indefinitamente; ma il meglio, parmi, si è di uniformarci alla prescrizione della legge. Voi vi occuperete di lui sino a’ sette anni; dopo me ne incaricherò io. E volgeva diggià le spalle.

— Come desiderate che sia educato vostro figlio sino ai sette anni? domandò la marchesa con voce malferma.

Il marito si fermò su due piedi, e parve riflettere un istante. — Mah!.. come vorrete... aggiunse poscia. Se vi dessi alcun suggerimento vi farei torto. Ed ora perdonatemi il disturbo, e buona notte.

Cecilia rimase immobile, muta, pallida, cogli occhi fissi; ma nel momento in cui egli stava per passare l’uscio, esclamò, con accento improvviso e soffocato, come se tutto il sangue le fosse corso impetuosamente al cuore: — Signore!... — Egli si voltò. — Signore!... — e le mancavano le parole. — Parlatemi francamente, in nome di Dio!...

Egli vide le lagrime che luccicavano negli occhi della moglie, senza batter ciglio. Istintivamente ella si arretrò, spaventata dallo sguardo freddo ed incisivo di quell’uomo che sembrava ricercare le angoscie orribili di lei sin nelle pieghe più riposte del suo cuore, per contemplarle con quel viso pallido e glaciale.

— Sembravi d’avermi detto abbastanza. Mi batto con Galli perchè ha insultato la marchesa Alberti, e Armandi sarà il mio secondo. Parto per l’estero, vi lascio la metà della vostra rendita, il mio nome, ed il nostro Alberto sino ai sette anni. Ma il mio sigaro vi appesta la camera. Buona notte.

Egli non si volse, ed ella non disse motto.

Passando dall’anticamera udì scampanellare nelle stanze della marchesa.

Cap. II

Il marchesino Alberti fu educato lontano da’ suoi, alla spartana, nel collegio Cicognini. Il padre era morto fuori d’Italia, quasi senza averlo conosciuto. La marchesa, sempre giovane, ed elegante, la più bella toscana che fosse in Milano, andava a fargli visita una volta all’anno, quando c’erano le corse a Firenze, l’abbracciava, l’accarezzava, gli recava dei confetti, e rimontava in carrozza sorridente. — Ella era stata colta da una pleurite, all’uscire dalla Scala, ed era morta prima che i suoi amici avessero avuto tempo di far venire il figliuolo da Prato. Il povero orfanello aveva allora dodici anni, e conservava religiosamente le poche lettere che il babbo gli aveva scritto, e le scatole dei confetti che la mamma gli aveva regalato. Una volta aveva chinato il capo, tutto vergognoso, allorchè il suo amico Gemmati gli aveva detto: — O perchè il tuo babbo non vien mai a vederti? — Un’altra volta avea arrossito perchè certi forestieri che visitavano il collegio avevano mostrato di conoscerlo come il figliuolo della marchesa Alberti, e poi aveva arrossito di aver arrossito. Sua madre non gli parlava mai del babbo. — Di tutte coteste cose si rammentò più tardi.

Le prime inquietudini del cuore gettarono nella sua mente il germe funesto dello esame.

A 16 anni Alberto era un giovinetto alto e delicato, coi capelli biondi, il profilo aristocratico, un po’ freddo e duro, il pallore marmoreo del padre, e i grand’occhi azzurri, il sorriso affascinante e mobilissimo della madre — cuore aperto a due battenti, immaginazione vivace, affettuosa, ma inquieta, vagabonda, diremmo nervosa, ingegno più acuto che penetrante, analitico per inquietudine e per debolezza di carattere — un ingegno che vi sgusciava dalle mani ad ogni istante — diceva il suo professore di filosofia — atto a fargli cercare la decomposizione dell’unità, o a dargli i peggiori guai della vita quando il cuore si fosse mescolato della bisogna. Egli aveva preso di buon’ora l’abitudine di pensare, come tutti i solitari. Più tardi ebbe un amico, Gemmati, pel quale ebbe tenerezze e gelosie d’amante, sino a tenergli il broncio quando seppe che sorrideva alla figliuola del barbiere che stava di faccia. — Molto tempo dopo, e in circostanze assai diverse, mentre stava seduto accanto al fuoco, cogli occhi fissi sulla fiamma, e le labbra contratte sul sigaro spento, il ricordo di quella ridicola gelosia della sua infanzia gli balenò in mente colla strana bizzarria delle reminiscenze. — Egli buttò il sigaro, e si alzò più pallido ed accigliato di prima.

Avea fatto tranquillamente i suoi studi in collegio sino a quell’età; era passato per le lingue, per i numeri, per l’analisi della parola e del pensiero; a sedici anni era diventato sognatore, fantastico, ipocondriaco, e sentì d’amare per la prima volta, perchè tutti i poeti parlavano d’amore. Allora, trionfante di mistero, mostrò di nascosto all’amico Gemmati i primi fiori vizzi che la cuginetta gli avea dato, o che egli le avea rubati; — Ami l’Adele? gli domandò Gemmati ch’era anch’esso un po’ parente della ragazza. — Sì! rispose Alberto facendosi rosso. — O come? se non la vedi quasi mai? — Quando penso a lei mi par d’impazzire; — ed era vero; che le prestava tutte le amplificazioni della sua fantasia, ma allorchè le stava accanto, una volta all’anno, rimaneva ingrullito vicino a quell’amante che gli proponeva di giocare a volano.

A 20 anni egli uscì dal collegio più bambino di quando c’era entrato; vuol dire con nessuna nozione esatta della vita, con molte fisime pel capo, e certi giudizî strampalati e preconcetti, nei quali si ostinava con cocciutaggine di uomo che pretenda conoscere il mondo dai libri. Il direttore del collegio fece trapelare tutte codeste brutte verità da una bella lettera che scrisse al signor Bartolomeo Forlani, il babbo dell’Adele, zio materno di Alberto, aggiungendo che il nipote non era riuscito a superare gli esami dell’ultimo anno, malgrado il suo bell’ingegno. Lo zio, che era tutore per soprammercato, e tornava giusto dal fare i conti col fattore del nipote, rispose ringraziando come meglio sapeva e poteva il signor direttore per l’ottima riuscita del giovanetto — una lettera che fece montare la mosca al naso al buon direttore; come se lo si volesse minchionare, e non era davvero! — Scrisse anche al nipote, invitandolo a venire a Belmonte, nome della sua villa sulla montagna pistoiese, e andò tutto festante a prevenire la figliuola del prossimo arrivo del cuginetto, che il signor direttore scriveva essersi fatto un bel giovane, e pieno zeppo di ingegno. La fanciulla, che non giocava più a volano, arrossì; il babbo non se ne avvide; aggiunse che, secondo gli ultimi affitti, i poderi del cugino rendevano trentaduemila lire di netto, e se ne andò fregandosi le mani.

A Belmonte si aspettava cotesto bel giovanetto, di cui il signor direttore diceva tanto bene, e che aveva trentaduemila lire di rendita.

Cap. III

Come Alberto avea il suo amico Gemmati, Adele avea anche la sua amica di collegio, la contessina Manfredini, ch’era venuta a stare con lei per qualche settimana. Le due amiche passeggiavano sulla terrazza sovrastante alla via che menava alla villa, tenendosi abbracciate, ridendo e cinguettando come allegri uccelletti. Il sole tramontava dietro gli Appennini; i monti si disegnavano con una vaga trasparenza violetta sulle calde tinte dell’occidente; l’aria era imbalsamata da mille fragranze estive; una nebbia sottile si levava dal fondo della valle dove si udiva mormorare il torrente; i buoi che c’erano stati a bere risalivano l’erta lentamente; brucando l’erba qua e là, e facendo risuonare di tanto in tanto i loro campanacci.

Le due fanciulle, silenziose da un pezzo, stavano appoggiate alla balaustrata della terrazza, e guardavano sbadatamente.

— Tuo cugino verrà stasera?

— Sì.

E dopo una breve pausa:

— È biondo tuo cugino?

— Sì.

— Alto?

— Sì.

— È bello?

Adele sorrise, e chinò il capo.

La sua amica si voltò verso di lei, la guardò in viso, e disse lentamente:

— L’ami?

— Oh!... esclamò Adele tirandosi bruscamente indietro, e facendosi di fuoco.

Le parole hanno il valore che dà loro chi le ascolta. Tutta la verginità che c’era nel cuore della fanciulla sembrò trasalire a quella domanda. L’altra, ch’era di due o tre anni maggiore di lei, l’abbracciò strettamente, viso contro viso, cullandosi insieme a lei sulla ringhiera, con un movimento di grazia inimitabile, e le susurrò piano all’orecchio: — L’ami?

Ella si voltò all’improvviso, rossa come fiamma, e le stampò un bacio sulla guancia.

— Ed egli ti ama?

Adele rispose senza alzare il capo: — Non lo so.

— Eh, via!

— Non me l’ha mai detto.

— Certe cose non c’è bisogno di dirle.

— O come si fa allora?

L’altra la guardò ridendo: — Deve amarti moltissimo perchè sei carina davvero!

— Come sei bella tu! esclamò Adele buttandole le braccia al collo.

Una carrozza s’avvicinava rapidamente; il bel giovanetto che c’era dentro levò, fra timido e sorridente, i grandi occhi azzurri verso la terrazza, fece un saluto un po’ imbarazzato, volse uno sguardo festoso, e arrossì leggermente.

— Come s’è fatto grande! esclamò sottovoce Adele, aggrappandosi, senza saper perchè, al vestito della sua amica.

— È un bel giovane; disse costei.

— Aveva il sigaro in bocca, hai visto?

— Non è elegante, ma ha un’aria distinta. È marchese, non è vero?

— Sì, a momenti sarà qui.

Velleda rizzò il capo con un movimento impercettibilmente altero, civettuolo, e grazioso al tempo istesso, e si mise a frustare i ramoscelli più bassi con una bacchetta che aveva in mano.

— Se fossi bella come te! esclamò ingenuamente l’Adele, forse colpita da quel rapido corruscare della vanità, o forse rispondendo ai pensieri che le si affollavano in mente.

La sua amica era infatti una magnifica bionda, aristocratica e delicata beltà, modellata come una Venere, e leggiadra come un figurino di mode, dalle folte e mor- bide chiome cinerine, dai grand’occhi azzurri, e dalle labbra rugiadose; sotto i suoi guanti grigi celava unghie d’acciaio, colorate di rosa; il suo stivalino sembrava animato da fremiti impazienti, e con quel suo tacco alto, con quella sua curva elegante, avea un’aria di gentile arroganza, come se sentisse di render beata l’erba che calpestava: il sorriso di lei era affascinante, lo sguardo profondo ed un po’ altero, l’accento carezzevole, il vestito avea artificiose semplicità, e la blonda pudiche civetterie — ecco che cosa era quella fanciulla che frustava i ramoscelli con un virgulto di salcio, e che si chiamava Velleda, al modo stesso che era bionda, che era capricciosa, che era elegante, e che un bel fiore da stufa ha un bel nome straniero. Ella sembrava sopraffare la verginale leggiadria della sua amica col semplice portamento superbo del capo, o con un solo de’ suoi sorrisi affascinanti. Adele era magrina, delicata, pallidetta, così bianca che sembrava diafana, e che le più piccole vene trasparivano con vaga sfumatura azzurrina; avea grand’occhi turchini, folte trecce nere, mani candide e un po’ troppo affusolate; il vento, innamorato, modellava le vesti sul suo corpicino svelto e gentile come una statua d’Ebe; i movimenti di lei avevano certa elasticità carezzevole e felina; accanto a tutto ciò una timidità quasi selvaggia, un sorriso spensierato, e dei rossori improvvisi. Un conoscitore avrebbe indovinato nella leggiadria modesta e quasi infantile della fanciulla il prossimo sbocciare di una bellezza tale da rivaleggiare con quella della superba bionda; ma Alberto non era cono- scitore, e allorchè la cuginetta gli corse incontro stendendogli le mani e salutandolo col suo più grazioso rossore, i capelli biondi, la veste di seta, e lo sguardo da regina dell’altra gli si gettarono, direi, alla testa, in un lampo. Povera Adele! se avesse potuto udire il ronzio di tutti quei calabroni inquieti che si destavano nella mente di Alberto, mentre ella credeva di fare una presentazione in regola, dicendo: — Mio cugino! la signorina Velleda!

La signorina Velleda fece una bella riverenza da ballo, ed Alberto se ne rammentò scrivendo il giorno stesso all’amico Gemmati: «Se avessi visto con quanta grazia inchinandosi spingeva indietro il suo vestito!»

Velleda andava innanzi, ghiocherellando sempre colla sua bacchettina a mo’ di frustino, un po’ da bambina capricciosa, un po’ da leggiadra civettuola. Allo svoltar di un viale scomparve.

Adele, che chiacchierava col cugino tutta giuliva, arrossì improvvisamente, ed Alberto se ne avvide.

— Che hai? le domandò.

— Il babbo non sa nulla del tuo arrivo.... cerco di vederlo.

Il babbo li vedeva benissimo dalla sua finestra, e si fregava le mani.

Al rammentarsi dello zio il giovane si fe’ scuro in viso, e pensò agli esami andati a monte. Ma lo zio che era il miglior zio del mondo, abbracciò teneramente il nipote come se costui non avesse delle palle nere sulla coscienza; anzi a tavola comparve un certo fiasco di vecchio chianti, di quel delle grandi occasioni, e se l’avessero lasciato fare, lo zio avrebbe fatto crepare il nipote d’indigestione, per provargli la sua tenerezza. L’Adele fu ciarliera e taciturna a sproposito, la signorina Manfredini disinvolta e piena di brio, Alberto un po’ imbarazzato, un po’ distratto e di quando in quando aveva certi assalti di allegria che gli montavano al viso, gli luccicavano negli occhi, e si risolvevano in bizzarre effusioni di affetto per lo zio Bartolomeo.

— La bella luna! esclamò Adele affacciandosi alla finestra. O che non si va in giardino?

Velleda interrogata a quel modo, si mise a ridere.

— Vacci anche tu; disse lo zio ad Alberto, che non faceva le viste di muoversi.

— E lei, zio?

— O cosa vuoi che venga a farci io? Ci ho il mio giornale da digerire. Vai pure.

Cap. IV

Le due ragazze irruppero in giardino allegre e chiassose; la luna sembrava inondarle di un pallido chiarore, traeva dei riflessi turchinicci dai capelli di Adele, dava un che di vaporoso a quelli di Velleda, luccicava sulla seta, giocava colle ombre, frastagliavasi fra i cespugli, disegnava nettamente in bianco i viali; il cielo era terso, leggermente azzurro; le gaie voci e gli allegri scrosci di risa avevano cristalline sonorità.

— Sono stanca! disse Adele lasciandosi andare su di un sedile, e raccolse la sua vesticciuola volgendosi verso di Alberto con un tacito invito; costui che chiacchierava spensieratamente tacque all’improvviso.

— Ho dimenticato il mio scialletto; disse Velleda con singolare vivacità.

— Andrò a prenderlo; rispose premuroso Alberto.

La ragazza non potè dissimulare un sorriso maliziosetto.

— Grazie, non s’incomodi, rispose, e partì correndo.

Adele s’era tirata in là per far posto al cugino accanto a lei; ma egli si mise a passeggiare innanzi e indietro, gettando di tempo in tempo sguardi avidi e imbarazzati sul sedile.

— Vuoi metterti a sedere? diss’ella.

— No.... grazie non ti scomodare.

— Che!

Ella si mise a strappare le foglie del rosaio. Alberto accavallava ora una gamba ora l’altra, guardava gli alberi, il viale, la punta de’ suoi stivali, e non sapeva che farsene delle mani.

— Mi permetti di fumare? disse dopo un lungo silenzio, e come se avesse fatto una grande scoperta.

— Fai pure.

Egli trionfante accese uno sigaro, e si diede a buffare il fumo con enfasi.

— Ti dà noia il fumo? le domandò.

— No, rispose Adele tossendo e fregandosi gli occhi.

E tacquero di nuovo.

— Bella sera! esclamò finalmente Alberto col naso in aria.

— Bellissima.

— È punta fredda!

— Punta.

— È un pezzo che non ci vediamo, sai!

— Due anni.

— È vero.

Ella lo stava a guardare seria seria.

— Hai imparato a fumare! gli disse finalmente con un sorriso, e come se gli confidasse un segreto che nascondeva da qualche tempo.

— Cosa vuoi, i vizî s’imparano facilmente; rispose Alberto con gravità.

— Però il sigaro ti sta bene!

Ei la guardò nei grand’occhi turchini che luccicavano al chiaro di luna, chinò i suoi prestamente, e si soffiò il naso. Adele riduceva in pezzi minutissimi le foglie che avea strappato dal rosaio.

— Ma il tuo giardino, è molto bello, disse finalmente Alberto.

La giovanetta guardò attorno, come se vedesse quegli alberi e quei viali per la prima volta, e rispose:

— Sì, molto bello.

— Una delizia!

— Una vera delizia. Quella fontana lì ce l’ho fatta far io.

— Davvero!

— Sì, non è bellina?

— Bellina tanto!

— È tutta di marmo, sai!

— Oh!

— Il babbo non voleva per via della spesa....

— Deve aver costato parecchio!

— Altro! Ma il babbo mi vuol tanto bene!

— Oh! (in un altro tono).

— E anche te, sai, ti vuol bene!

Il dialogo che si reggeva sui trampoli, minacciò d’inciampare in quel sassolino.

— Ha detto che ti terrà qui sino a novembre, soggiunse Adele vedendo che il cugino stava zitto.

— Ma...

— Ti rincresce?

— No.... no!...

— Non ti annoierai?

Egli si volse, la guardò, poi si mise a scuotere col mignolo la cenere del sigaro. Adele rimase alquanto pensierosa, la povera bambina, e soggiunse, un po’ trepidante: Ci starai volentieri!

— Figurati!

— Anche Velleda ci starà sino a novembre! Che festa!

Il cugino si sentì maledettamente ridicolo per non sapere metter fuori il più meschino complimento.

— Ti piace la mia Velleda? riprese Adele.

— A me?....

— Non è bella?

— Oh sì!

— Anch’essa ha detto che sei un bel giovanotto.

A quelle parole parve ad Alberto che la luna irradiasse di un’aureola l’Adelina.

— Anche tu ti sei fatta bella! disse col coraggio della gratitudine.

— Davvero?

— Davvero.

Ella sorrise, chinò il capo, incrociò le pallide manine sulle ginocchia, e il raggio della luna sembrò farsi vermiglio sulle sue guancie!

L’usignuolo cantava; passò un alito di venticello che fece stormire lievemente le foglie; essi si sentivano l’uno accanto all’altra. Tutt’a un tratto la fanciulla scoppiò a ridere.

— Oggi volevo darti del lei, vedi!

— O perchè?

— Perchè ti sei fatto grande: avevo suggezione di te.... ecco!

— Oh!

Ella si volse verso di lui, con un improvviso movimento d’espansione e d’abbandono — i sentimenti puri e le anime vergini hanno di coteste arditezze innocenti — ed egli si tirò in là modestamente.

— Ma se tu m’avessi dato del lei non te l’avrei perdonato giammai!

— Perchè?

— Perchè.... perchè... non lo so il perchè.

Tacquero entrambi, e sentivano che quel silenzio li dominava. Alberto era tutto intento a fumare, e l’Adele a pungersi le mani sul rosaio. Si udiva il fruscio della sua veste ad ogni movimento di lei.

— L’ultima volta che partisti pel collegio pioveva, ti rammenti?

— Sì, tu mi scrivesti per domandarmi come fossi arrivato.

— Ti rammenti anche di cotesto?

— Ho ancora la lettera.

— Davvero? — arrossì e volse il capo. — E Velleda che non ritorna!

— Mi par di vederla laggiù.

— Velleda!

— Oh, siete ancora costà! gridò Velleda da lontano.

— Parlavamo di te, sai! esclamò l’Adele correndole incontro, e buttandole le braccia al collo le susurrò qualcosa all’orecchio.

— Cattiva! mormorò Velleda chinando il capo e facendosi rossa.

— Grulla! borbottò il signor Bartolomeo quando lo seppe.

Alle undici tutti i lumi della villa erano, o sembravano spenti. Alberto che stava alla finestra, come uno che abbia bisogno di mettersi in cuore tutta la serena bellezza di una notte estiva, credette di scorgere un fil di luce che trapelava fra le stecche della persiana di una finestra al pianterreno, di faccia alla sua. Ei si sporse in fuori per meglio vedere; ma la luce si fece all’improvviso più viva, come pel dileguarsi di un’ombra frapposta, e si spense quasi subito.

Cap. V

Il domani, appena Alberto aprì la finestra e appoggiò i gomiti al davanzale, colla sua bella pipa di schiuma in bocca, udì chiamarsi per nome.

Volse gli occhi sotto il pergolato, e vide un fresco visetto e due begli occhi che gli sorridevano; la cuginetta stava cogliendo dei fiori da un arbusto alquanto più alto di lei, e rizzavasi sulla punta dei piedi per far piegare i ramoscelli restii; le maniche del vestito le cadevano lungo le braccia un po’ troppo delicate, ma bianche come alabastro; il più gaio raggio di sole indorava quelle braccia e quel viso gentile.

— Buon dì, cugino!

— Buon dì, cuginetta!

— Son le nove, sa!

— Lo so.

— E non si vergogna?

— O che fa lei costà, così mattiniera?

— Lo vede, faccio dei mazzolini.

— Per chi?

— Pel babbo.

— E poi?

— Per Velleda.

— E poi?

— E poi... per chi se li merita.

Egli alzò il naso in aria, mandò un grosso buffo di fumo, e disse: — È una bella giornata.

— Sì: rispose la fanciulla asciutto asciutto.

Adele andava e veniva fra gli alberi, chinandosi ad ogni istante sulle aiuole con una vivacità infantile e graziosa ch’era tutta sua. Alberto la guardava in silenzio. Di tanto in tanto ella pure guardava lui senza che glielo facesse scorgere, con una tal cera dispettosetta.

— Ha dormito bene? domandò finalmente.

— Benissimo, grazie.

— E vuol dormire ancora?

— No.... perchè?

— Vieni ad aiutarmi dunque!

— Vengo subito, cuginetta.

Vedendolo venire ella si diede un gran da fare per assortire i fiori, e il giovane sentì sfumare in un attimo la grande audacia con la quale le avea quasi chiesto un mazzolino.

— Il babbo è andato lassù, alla Sassosa, per la vendemmia.

— Oh davvero?

— Quest’anno avremo una famosa vendemmia!

— Sì?

— L’ha detto il fattore!

— Lui può saperlo.

— E il babbo è contento. — Ti piace cotesto fiore? riprese poscia l’Adele saltando da un discorso ad un altro.

— Bellino! come si chiama?

— Non rammento; è un nome forestiero.

— Dev’essere un fior raro!

Ella stava per rispondere, ma vide che il cugino guardava più la mano che il fior raro, e arrossì.

— Che bella aiuola! diss’egli per non farsi scorgere.

— Sai cosa c’era qui prima? la piazzetta dove noi si giocava a voláno! Ti ricordi?

— Com’è cambiata!

— Anche tu sei cambiato, rispose ella senza alzare gli occhi.

Ei rispose dopo un istante: — E anche tu.

E sorrisero entrambi.

— Andiamo a svegliare Velleda, la pigra! disse Adele tutta rossa in viso.

Le finestre del pianterreno non erano molto alte dal suolo, ma la povera fanciulla si rizzò invano sulla punta dei puoi piedini: — Bussa tu, disse ad Alberto. Egli picchiò due colpetti timidi.

— Chi è? si udì rispondere da una voce la quale aveva tuttora alcunchè d’addormentato e di voluttuoso.

— Sono i miei fiori, che vengono a darti il buongiorno, dormigliona!

Le stecche della persiana si schiusero alquanto; i raggi del sole vi s’insinuarono con una certa avidità, e si disegnarono in strisce luminose su di una bella figura bianca, sul braccio roseo che si appoggiava al davan- zale, sui capelli color d’oro, leggermente ondati, che cadevano mollemente sull’accappatoio. Velleda accostò il viso alla persiana, e si videro luccicare i suoi begli occhi; ma scorgendo Alberto, si tirò indietro bruscamente, e chiuse del tutto, dicendo:

— Vengo subito.

— Non lo vuoi? domandò un po’ crucciata l’Adele ad Alberto che rimaneva cogli occhi fissi sulla persiana chiusa, senza accorgersi del mazzolino che gli dava la cugina.

— Dunque me lo merito anch’io? diss’egli sorridendo.

— Presuntuoso!

Passando sotto la finestra del cugino, Adele alzò gli occhi, e stette a guardarla.

— Vedi com’è bello quel gelsomino che s’arrampica sino al tuo davanzale?

— Perchè fai così tardi alla sera? riprese dopo breve pausa.

— Come lo sai?

Ella arrossì.

— ... Me l’hanno detto; rispose.

Quel rossore fece dileguare in un lampo dalla mente di Alberto la leggiadra apparizione ch’egli avea scorto dietro la persiana, e che luccicava ancora nel suo pensiero, come un raggio di sole irradiasi, anche dopo chiusa, nella pupilla che abbagliò. Egli levò gli occhi a quella finestra di faccia alla sua, dove la sera innanzi gli era sembrato di veder del lume, esitò un istante, ma non aprì bocca. Sembravagli sentir tremare il braccio di lei, e che vaghi rossori fuggitivi le passassero, con una trasparenza alabastrina, sul bel viso che teneva chino, e sul collo delicato.

S’erano seduti sotto il pergolato. Ella gli parlava con quella dolce favella della fanciulla toscana che somiglia a cinguettio d’uccelletto; sorrideva, arrossiva, giocherellava cogli sgonfietti del suo vestito e colle foglie del pergolato; era tutta festante, e si voltava ad ogni momento per veder comparire Velleda che non veniva mai. Le ombre delle frondi sembravano accarezzarla alternando la luce sul suo viso; il venticello, di tanto in tanto, faceva strisciare leggermente il lembo della sua veste sui piedi di lui. Egli respirò con forza, quasi con voluttà, e sorrise; ella respirò del pari e sorrise. — O perchè? gli domandò ancora sorridente.

— Sento allargarmisi i polmoni.

— È l’aria montanina.

— Come fa bene!

— Non è vero? e si tacquero.

— Ti piace la campagna? riprese ella poco dopo.

— Sì.

— Ci starai volentieri?

— Volentierissimo.

— A me piace tanto! esclamò ella battendo le mani tutta sorriso.

— Ti piace stare a guardare la luna dalla finestra? domandò tutt’a un tratto e bruscamente il cugino, come rispondendo ad un pensiero insistente.

— Sì....

— Anche a me! e divenne pensieroso.

— Non ti par di volere amare la luna? riprese quindi con certi occhi che luccicavano singolarmente; e che quella dolce luce ti piova sul viso come rugiada, e ti rinfreschi il sangue, e ti accarezzi le chiome, e che le stelle scintillino come occhi innamorati, e che il venticello notturno baci mormorando le foglie e i fiori, e che i fili d’erba si agitino in leggiadri abbracciamenti, e che i tuoi sguardi cerchino lassù, in quella pallida luce, gli sguardi della donna.... cioè, tu, dell’uomo....

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