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Il libro delle vergini

Gabriele D'Annunzio · 1884 · Free in the US

29,931 words · about 2 h 6 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1884 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Il_libro_delle_vergini&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Gabriele D'Annunzio
Language
Italian
Published
1884
Length
29,931 words · about 2 h 6 min
Sections
5 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (5)
  1. Front matter under 1 min
  2. Le vergini about 1 h 8 min
  3. Favola sentimentale about 17 min
  4. Nell'assenza di Lanciotto about 28 min
  5. Ad altare Dei about 12 min

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Front matter

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Le vergini

I.

Il viatico uscì dalla porta della chiesa a mezzogiorno. Su tutte le strade era la primizia della neve, su tutte le case era la neve. Ma in alto grandi isole azzurre apparivano tra le nuvole nevose, si dilatavano su ’l palazzo di Brina lentamente, s’illuminavano verso la Bandiera. E nell’aria bianca, su ’l paese bianco appariva ora subitamente letificante il miracolo del sole.

Il viatico s’incamminava alla casa di Giuliana: la gente si fermava a veder passare il prete incedente a capo nudo, con la stola violacea, sotto l’ampio ombrello scarlatto, tra le lanterne portate dai clerici accese. La campanella squillava limpi- damente accompagnando i salmi sussurrati dal prete. I cani vagabondi si scansavano nei vicoli al passaggio; Mazzanti cessò di ammucchiare la neve all’angolo della piazza e si scoprì la calvizie inchinandosi. Si spandeva in quel punto dal forno di Flajano nell’aria l’odore caldo e sano del pane recente, quell’odore che éccita il palato.

Nella casa dell’inferma li astanti udirono li squilli, e udirono su per le scale il salire dei vegnenti. Giuliana era su ’l letto, supina, tenuta dallo stupore della febbre, da una sonnolenza inerte, con la respirazione frequente rotta da i rantoli. Su ’l candore del guanciale posava la testa quasi nuda di capelli, la faccia d’un colore quasi ceruleo ove le palpebre erano semichiuse sopra li occhi vischiosi e le narici parevano annerite dal fumo. Ella aveva nelle mani scarnificate certi piccoli moti inconscienti, certi vaghi conati di prendere qualche cosa nel vuoto, certi strani segni improvvisi che davano come un senso di terrore a chi stava da presso; e nelle braccia pallide si producevano a volte certe contrazioni di fasci muscolari, i sussulti dei tendini; e a volte un balbettamento inintelligibile le usciva dalle labbra, come se le parole le si impigliassero nella fuligine della lingua, nel muco tenace delle gengive.

Nella stanza si faceva quel silenzio tragico che suole precedere li avvenimenti supremi, un silenzio dove il respiro dell’inferma e i gesticolamenti incerti e le irruzioni rauche della tosse bronchiale acquistavano una specie di solennità fúnebre. Dalle finestre aperte entrava l’aria pura ed uscivano le esalazioni della malattia. Un vivo bagliore bianco si rinfrangeva dalla neve coprente i cornicioni e i capitelli corintii dell’arco di Portanova: una efflorescenza cristallina di ghiaccioli scintillava d’iridi all’altezza della stanza. Nell’interno, su le pareti, pendevano grandi medaglie sacre d’ottone; pendevano imagini di santi. Sotto un vetro una Madonna di Loreto tutta nera il volto il seno le braccia, come un idolo barbarico, emergeva glorificata dalla veste d’oro ove le mezze lune salivano. In un angolo, un piccolo altare candido sorgeva con un vecchio Gesù di avorio su una croce intarsiata di madreperla, con due boccali turchini di Castelli pieni d’erbe aromatiche.

Camilla, la sorella, l’unica parente, al letto, pallidissima, tergeva le labbra nerastre e i denti incrostati dell’inferma con un lino umido di aceto. Don Vincenzo Bucci, il medico, seduto, guardava il pomo d’argento della bella mazza, le belle corniole incise ch’egli aveva nelli anelli delle dita, aspettando. Teodora La Jece, una tessitrice vicina, stava ritta, in silenzio, tutta intenta nell’atteggiare la faccia bianca e lentigginosa, li occhi grigi di piombo, la bocca crudele al dolore.

— Pax huic domui — disse il prete entrando.

Apparve su l’uscio Don Gennaro Tierno, una figura altissima e smilza, tutta ad angoli, avente talora i movimenti di un bruco che si snodi, poggiata su piedi enormi. Veniva dietro di lui Rosa Catena, una femmina che avea fatto publica professione d’impudicizia al suo tempo verde e che ora si salvava l’anima assistendo i moribondi, lavando i cadaveri, vestendoli e accomodandoli nella bara, senza prender mercede.

Nella stanza di Giuliana tutti erano in ginocchio, chini la faccia. L’inferma non udiva; una stupefazione intensa le teneva ancora i sensi. E l’aspersorio si levò su di lei, lucido nell’aria, aspergendo il letto.

— Asperges me, Domine, hyssopo, et mundabor...

Ma Giuliana non sentì l’onda purificatrice che la rendeva più bianca della neve innanzi al suo Signore.

Ella stirava d’avanti a sè con le dita fragili le coperte, aveva un moto tremulo nelle labbra, nella gola il gorgoglio della parola che ella non poteva profferire.

— Exaudi nos, domine sancte...

Allora uno scoppio di pianto risonò fra le parole latine, e Camilla nascose su la sponda del letto la faccia rigata di lacrime. Il medico s’era accostato e teneva fra le dita inanellate il polso di Giuliana. Egli voleva scuoterla, apprestarla a ricevere il Sacramento dalle mani del sacerdote di Gesù Cristo, fare che ella porgesse la lingua all’ostia.

Giuliana balbettò, gesticolò ancora vagamente nel vuoto, mentre la sollevavano su i guanciali. Ella doveva sentire un tintinnio nei nervi dell’orecchio perturbati, forse delle grida, forse una musica. Come fu sollevata, subitamente il rossore livido della faccia si mutò in un pallore di cadavere; la vescica di ghiaccio cadde dalla testa su’l lenzuolo.

— Misereatur...

Porse ella finalmente la lingua tremante, coperta d’una crosta mista di muco e di sangue nerastro, dove l’ostia vergine si posò.

— Ecce agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi...

Ma ella non ritirò la lingua a quel contatto, perchè non aveva conscienza di quel che faceva: lo stupidimento non era rotto dal lume dell’Eucaristia. Camilla guardava con li occhi rossi pieni di terrore e di dolore quella faccia terrea dove ogni segno di vita mancava a poco a poco, quella bocca aperta che pareva la bocca di uno strangolato. Il prete seguitava, nella solennità del suo ministerio, le preghiere latine lentamente. Tutti li altri rimane- vano genuflessi, sotto il diffuso albore che fuori dalla neve suscitava il meriggio. Un buffo d’odore di pane caldo salì col vento e fece fremere le papille del naso ai clerici.

— Oremus!...

Alli eccitamenti del medico Giuliana richiuse le labbra. La riadagiarono supina; poichè il prete entrava nel sacramento dell’Estrema Unzione. Dai clerici genuflessi suonava sommessamente l’antifona dei sette Salmi penitenziali.

— Ne reminiscaris.

Teodora La Jece metteva di tratto in tratto un singulto soffocato, coperta il volto con le palme, a’ piedi del letto. Rosa Catena stava ritta, a canto, con un occhio semichiuso da cui le colava di continuo un liquido giallognolo e con l’altro occhio cieco e bianco per un’albùgine; scorreva un rosario, mormorando. E mentre i Salmi sommessamente dal pavimento si elevavano, su quel mormorìo confuso dominava la formula sacra del prete ungente in croce li occhi, li orecchi, le narici, la bocca, le mani dell’inferma inerte.

— .... indulgeat tibi Dominus quidquid per gressum deliquisti. Amen.

Camilla che scoperse i piedi della sorella: apparvero tra le coperte due piedi gialli, squamosi, lividi nelle unghie, che al tatto davano un ribrezzo di membra morte. E su quella pelle secca le lacrime caddero, si mescolarono con l’unzione estrema.

— Kyrie eleison. Christe eleison. Kyrie eleison. Pater noster....

L’unta del Signore stava ora immobile, respirando, con li occhi chiusi dinanzi alla luce, con le ginocchia sollevate e le mani strette fra le cosce, in quell’atteggiamento abituale alli ammalati di tifo. E il prete, poi ch’ebbe premuto su le labbra di lei per l’ultima volta il crocefisso, fatto il segno della croce alto in mezzo alla stanza con la gran mano, uscì seguito dai clerici. Vagava ancora nella stanza quell’odore svanito d’incenso e di cera che hanno le vesti sacerdotali. Fuori, sotto le finestre Matteo Puriello martellava le suola, canticchiando.

I segni del male declinavano lentamente in favore: succedeva ora il quarto settenario, succedeva al sopore stupido la quiete naturale del sonno, una quiete durevole in cui a poco a poco tutte le perturbazioni della conscienza si sedavano e le facoltà del senso si facevano meno torbide e la frequenza della respirazione diminuiva. Ma una tosse aspra scoppiava a tratti nel petto dell’inferma facendo sussultare le vertebre; una distruzione dolorosa della pelle e dei tessuti molli si compiva ai gomiti, alle ginocchia, all’estremità della schiena, di giorno in giorno. Quando Camilla si chinava su’l letto chiamando: — Giuliana! — la sorella tentava aprire li occhi, volgersi verso la voce. Ma la debolezza la opprimeva; lo stupore torpido le occupava di nuovo il senso.

Ella aveva fame, ella aveva fame. Una bramosìa bestiale di cibo le torturava le viscere vuote, le dava alla bocca quel movimento vago delle mandibole chiedenti qualche cosa da masticare, le dava talvolta alle povere ossa delle mani quelle contrazioni prensili che hanno le dita delle scimmie golose alla vista del pomo. Era la fame canina della convalescenza del tifo, quella terribile avidità di nutrimento vitale in tutte le cellule del corpo impoverite dal lungo malore. Una scarsa onda di sangue restava a pena circolante pei tessuti; nel cervello debolmente irrigato ogni attività ristagnava come in una machina a cui la forza motrice del liquido difetti. Soltanto, in quella materia disordinatamente ora si producevano certe vibrazioni determinanti certi atti che nella vita anteriore erano abituali; nè di quel lavorìo meccanico aveva la convalescente conscienza. Ella per lo più diceva ad alta voce le letanie; divideva in sillabe parole senza nesso; minacciava punizioni a discepoli; cantava le strofe quinarie di un inno a Gesù. Aveva per lo più nell’indice della mano sinistra un moto di indicazione scorrente su l’orlo del lenzuolo, come se ella con quel segno guidasse l’occhio dei discepoli su le righe del libro. Poi, talvolta, la sua voce si sollevava, prendeva una solennità quasi minacciosa, pronunciando le ammonizioni delle sette trombe, ricordando confusamente le parole di fra Bartolomeo da Saluzzo ai peccatori, avendo forse nelli occhi stupefatti la visione di quelle vecchie stampe impresse dal legno piene di deformi angeli tubanti e di demonii debellati. Ma nelli occhi non mai aveva uno sguardo. Le palpebre pesanti coprivano l’iride a metà, quell’iride senza colore spersa nella sclerotica che pareva come velata da un muco giallastro. Ella stava nel suo letto distesa, con il capo su due guanciali. Quasi tutti i capelli le erano caduti nella malattia; un pallor terreo, di quei pallori sotto cui pare non anche possa rimanere la vita, le occupava la faccia, le cavità della faccia; e il teschio ne traspariva e da tutta la restante aridezza della pelle lo scheletro traspariva, e intorno a tutto quell’ossame nei punti di pressione sul letto i tessuti aderenti degeneravano. Solo, un’immensa fame animava quella rovina, torturava gl’intestini ove le ulceri tifose si cicatrizzavano lentamente.

Fuori, era la novena di Natale, la bella festività de’ vecchi e de’ fanciulli. Erano certi vespri chiari e rigidi, sotto cui tutto il paese di Pescara si popolava di marinari e si empiva dei suoni delle zampogne. L’odore acuto delle zuppe di pesce si propagava nell’aria dalle cantine aperte. Lentamente alle finestre, alle porte, nelle vie i lumi apparivano. Il sole indugiava roseo su i terrazzi di pietra della casa di Farina, sui comignoli della casa di Memma, su ’l campanile di San Giacomo. Le altezze illustri dominavano come fari su’l paese occupato dall’ombra. Poi, d’un tratto la notte cominciava a constellare i firmamenti; sopra le case di Sant’Agostino una mezza luna si affacciava dal bastione tra il fanale rosso e il pino del telegrafo, crescendo.

Alla stanza di Giuliana tutta quell’animazione di vita saliva in un romorìo confuso di alveare che si sveglia.

Le pastorali delle zampogne si avvicinavano, di casa in casa, di porta in porta; avevano una religiosa e famigliare letizia quei suoni che i ciociari di Atina traevano da un otre di pecora e da un gruppo di canne forate. La convalescente udiva, si sollevava su’l letto; poichè quella sensazione le ridestava i fantasmi di altre sensazioni trascorse, e li occhi le si empivano tutti di visione sacra, di presepi raggianti e di bianchi peregrinaggi d’angeli in azzurri immacolati. Ella si metteva a cantare le laudi, tendendo le braccia, restando talvolta con la bocca aperta mentre la voce nelli organi le mancava; ella si metteva a laudare Gesù con una elevazione ardente e dolce di amore, trasportata dai suoni delle pastorali appresantisi, allucinata dalle imagini sante delle pareti. Ascendeva ai cieli, tra le musiche dei cherubini, tra i vapori della mirra e dell’incenso.

— Hosanna!

La voce le mancava; ella tendeva le braccia. Camilla, da presso, voleva riadagiarla su i guanciali; si sentiva come soggiogare da quel cieco entusiasmo di fede; le tremavano le mani, le labbra. Giuliana ricadeva stesa, con il capo abbandonato, scoperta la gola e il petto, mostrando delli occhi solo il bianco nel gran pallore, sorridente a qualche cosa invisibile, in un atteggiamento di vergine martire. Le zampogne passavano; tardi passavano le canzoni del vino gridate dai marinari nella notte tornanti alle barche della Pescara.

L’istinto della fame si ridestava vivissimo, come più chiara si faceva la conscienza. Quando dal forno di Flajano saliva nell’aria l’odore caldo del pane, Giuliana chiedeva; chiedeva con un accento di mendicante famelica, tendeva la mano, supplicando, alla sorella. Divorava rapidamente, con un godimento brutale di tutto l’essere, guardando d’intorno se qualcuno tentasse strapparle di tra le mani il cibo, in sospetto.

La convalescenza era lunga e lenta; ma già un senso mite di sollievo cominciava a spargersi per le membra, a liberare il capo. Per quella sana nutrizione di albume e di carne muscolare un sangue novello si produceva: i pulmoni dilatati ora largamente dall’aria vivificavano il sangue carico di sostanze; e i tessuti irrigati dall’onda tiepida e rapida si colorivano ricomponendosi, si rinnovellavano nelle piaghe di decubito, si ricoprivano di cute a poco a poco; e le attività cerebrali a quell’affluire operavano sicure; e le innervazioni nelli organi sensorii non più perturbate rendevano lim- pida la sensazione; e su ’l cranio i bulbi capilliferi rigermogliavano densi; e da quel riordinamento delle leggi meccaniche della vita, da quel dispiegarsi di energie prima latenti che la malattia aveva provocate, da quella intensa brama che la convalescente aveva di vivere e di sentirsi vivere, da tutto, lentamente, quasi in una seconda nascita, una creatura migliore sorgeva.

Erano i giorni primi di febbraio.

Dal suo letto Giuliana vedeva la sommità dell’arco di Portanova, i mattoni rossicci tra cui crescevano l’erbe, i capitelli sgretolati dove le rondini avrebbero appeso i nidi. Le viole di Sant’Anna nelle screpolature del fastigio non anche fiorivano. Il cielo sopra si apriva in una gentile beatitudine di colore; e per l’aria a tratti giungevano dall’arsenale li squilli delle fanfare.

Fu allora che, quasi con un senso di meraviglia, ella riandò l’esistenza trascorsa. Le pareva quasi che quel passato non le appartenesse, non fosse suo: una lontananza smisurata ora la divideva da quei ricordi, una lontananza come di sogno. Ella non aveva più la valutazione sicura del tempo; ella doveva guardare li oggetti che la circondavano, fare uno sforzo della mente, raccogliersi a lungo, per ricordare. Si toccava con le dita le tempia dove i capelli rigerminavano tenui, e un sorriso vago di smemorata le sfiorava le labbra pallide, le fuggiva nelli occhi.

— Ah! — susurrò fioca; e il gesto delle dita alle tempia le ritornava, gentilmente.

Era stata una vita triste ed uguale, in quelle tre stanze, fra tutte quelle piccole statue deformi di Santi, fra tutte quelle imagini di Madonne, fra tutti quei bimbi compitanti in coro ad alta voce per cinque ore del giorno le medesime parole scritte col gesso su la lavagna. Come le martiri gloriose della leggenda, come Santa Tecla di Licaonia e Santa Eufemia di Calcedonia, le due sorelle avevano consacrata la loro verginità allo Sposo celeste, al talamo di Gesù. Avevano mortificata la carne a furia di privazioni e di preghiere, respirando l’aria della chiesa, l’incenso e l’odore delle candele ardenti, cibandosi di legumi.

Avevano stupefatto lo spirito in quell’esercizio arido e lungo di sillabazione, in quel freddo distillio di parole, in quell’opera macchinale dell’ago e del filo su le eterne tele bianche odoranti di spigo e di santità. Mai le loro mani cercarono la dolcezza delle chiome infantili, il tepore di quel biondo così angelico dell’infanzia; mai le loro labbra cercarono la fronte dei discepoli, in una effusione di tenerezza improvvisa. Insegnavano la piccola dottrina, i piccoli canti della religione; facevano prostrare tutte quelle teste gioconde lungamente sotto le ammonizioni quaresimali; parlavano del peccato, delli orrori del peccato, delle pene eterne, con la voce grave, mentre tutti quei grandi occhi si empivano di meraviglia e tutte quelle bocche rosee si aprivano allo stupore Intorno, per le fantasie vive dei fanciulli le cose si animavano: dal fondo dei vecchi quadri uscivano certi profili giallognoli di santi misteriosi; e il Nazareno cinto di spine e di stille di sangue guardava da ogni parte con li occhi agonizzanti, perseguitando; e su per la gran cappa del camino ogni macchia di fumo prendeva una forma atroce. Così infondevano esse la fede in quelle anime inconsapevoli.

Ora il ricordo di quella sterilità si destò in Giuliana torbidamente. Ella risaliva, risaliva alli anni più lontani, per una naturale tendenza dello spirito, si rifugiava alle fonti; e una pienezza improvvisa di giubilo la inondò come se in un momento tutta la sua infanzia le rifluisse al cuore.

— Camilla! Camilla! — chiamò. — Dove sei? — La sorella non rispose, non stava nell’altra stanza; era forse andata giù, nella chiesa, al vespro. Allora una tentazione prese la convalescente, di mettere i piedi a terra, di provare i passi su’l pavimento, così, sola.

Rideva d’un riso timido di bambina che esiti in un’impresa difficile; socchiudeva li occhi soffermandosi nel nuovo diletto di quel pensiero; palpava con le dita le ginocchia, le caviglie esili, raccogliendosi, come per misurare la forza; e rideva, rideva poichè il riso le insinuava uno sfinimento dolce, una sottile delizia vibrante, in tutto l’essere.

Una freccia di sole strisciava sul davanzale e feriva l’acqua di un bacile in un angolo: il riflesso mobile veniva nella parete, come una fine trama di oro. Uno stuolo di colombi attraversò lo spazio e venne a posare su l’arco; parve un augurio. Ella pianamente scansò le coperte, ebbe ancora un’esitazione: seduta su la sponda del letto cercava con la punta del piede scarno e giallo la pianella di lana. La trovò, trovò l’altra; ma ora una tenerezza l’assaliva e le si empivano di lacrime li occhi, e tutto tremolava dinanzi a lei in un albore indistinto come se le cose in torno si facessero aeree ed evanissero. Le lacrime le rigavano le guance, le si fermavano alla bocca tiepide e salse: ella ne bevve alcune, ne sentì il sapore. Fuori, dall’arco i colombi a uno, a due si rialzavano, frullando. Giuliana con un moto delle fauci respinse il gruppo del pianto; poi si poggiò sulla sponda, premette, si alzò finalmente in piedi; sorrise dalli occhi umidi, guardandosi. Non sapeva di essere così debole, di non potersi così reggere diritta su le gambe; aveva una strana sensazione di formicolio nelli stinchi, di vellicamento nei muscoli, quasi la sensazione d’un ferito che si levi quando l’osso infranto non anche è bene saldato. Tentò di muovere un passo, avanzò il piede, timidamente: ebbe paura, sedette di nuovo su la sponda, guardandosi in torno come per assicurarsi che non la spiava alcuno. Poi cercò un punto di meta, la finestra; e ricominciò, pianamente, con li occhi fissi sul piede che avanzava, in equilibrio, stringendosi lo scialle verde al petto, invasa un poco dal freddo. Un subitaneo spavento la prese, a mezzo: ella barcollò, agitò le mani, si rivolse verso il letto, mise tre o quattro passi precipitosi, ricadde su la sponda. Stette un momento là, in affanno; rientrò sotto le coperte dove ancora restava il tepore, s’avvolse e si raccolse rabbrividendo.

— Come sono debole, Signore!...

E guardava curiosa su’l pavimento il luogo dove ella aveva fatto i passi, quasi vi cercasse le orme.

Di questo primo tentativo non disse nulla alla sorella. Quando sentì Camilla rientrare, chiuse li occhi, stette immobile come una dormiente, provando uno strano piacere in sè di quell’inganno, ricacciando a forza indietro il riso che la vellicava a sommo del petto e le saliva alle labbra. Ella gioiva di quel piccolo segreto: tutti i giorni aspettava con un desiderio inquieto l’ora in cui Camilla scendeva le scale; restava un momento in ascolto, seduta su’l letto, fin che giungeva il rumore del lento discendere; poi si levava, soffocando li scoppi di riso, appoggiandosi alle pareti, ai mobili, mettendo gridi di paura sommessi ogni volta che le ginocchia minacciavano di piegarsi, ogni volta che l’equilibrio mancava.

Dal forno di Flaiano a quell’ora saliva quasi sempre l’odore del pane ad irritarla. Ella si avvicinava alla finestra per cercare il vento; provava una tortura mista di voluttà nell’aspirare quella emanazione sana, con la lingua nuotante nell’acquolina e li occhi vivi di cupidigia. Allora la prendeva una furia di frugare da per tutto, di mettere da per tutto le mani, traendosi di quà di là con minore lentezza, facendo sforzi inutili e irosi su le serrature di cui Camilla aveva portate seco le chiavi. Una volta, in fondo al repostiglio di un tavolino trovò una mela e ci ficcò i denti golosamente. Da tempo, nel regime severo della convalescenza, ella non assaporava un frutto. In quello era un fresco profumo di rosa, il profumo accolto che certe mele aggrinziti e scolorite hanno. Cercò di nuovo nel repostiglio, sperando; ma non trovò che una specie di siliqua verdognola, chiusa, che doveva contenere forse un gruppo di semi; e la prese, la guardò curiosamente, la nascose sotto il guanciale.

Passava quell’ora, in segreto, con il godimento acre che danno ai fanciulli in guarigione le cose proibite, le infrazioni delli ordini dottorali, i piccoli furti. Solo testimone era un micio, tutto maculato come una pelle di serpente, che girava talvolta intorno a Giuliana con un miagolìo familiare o si fermava teso invano a ghermire se fuori volavano su l’arco i colombi. A poco a poco Giuliana prendeva amore a quel compagno discreto. Ella lo accoglieva nel tepore del letto, gli sussurrava parole senza nesso, lo guardava lungamente leccarsi con la lingua rosea la zampa, porgere la gola di lucertola alla blandizia, una gola gialliccia che pal- pitava d’un suono rauco e dolce simile al tubare delle tortore nei boschi. Ella, forse per un naturale ricorso di quel suo misticismo anteriore, amava i bagliori tralucenti dalli occhi dell’animale nella penombra, quelli sprazzi di fosforo, che emanavano da una forma misteriosa e silenziosa nella penombra.

Camilla vedeva tutte queste strane predilezioni della sorella, con una specie di diffidenza ed anche di rammarico sordo, ma taceva. E lentamente, quasi insensibilmente, quelle due anime si distaccavano, si allontanavano per repulsa.

Erano prima vissute in una comunione di abitudini e di sentimenti continua, perchè in loro ogni diversità d’indole e ogni insorgimento si agguagliava e placava nell’unica fede, nel culto infrangibile della deità di Cristo, in quel contemplamento ch’era divenuto lo scopo della vita loro. Ma come il culto le assorbiva intere, in loro i legami della consanguineità a poco a poco erano stati, direi quasi, coperti e sopraffatti da quelli della comune religione; quindi non mai una espansione di tenerezza, non mai un abbandono di confidenza o di ricordi o di speranze, come tra sorelle. Erano correligionarie, erano membri della grande famiglia di Gesù spersi su la terra e agognanti il cielo.

Così che a pena, per la rinnovazione operata prima dalla malattia e dopo dal regime, in Giuliana si manifestarono inaspettati atteggiamenti d’indole e modi inconsueti, la repulsa avvenne inevitabile e la voce del comun sangue sopita non si potè levare a contrasto.

I discepoli tornarono: fu la prima volta una mattina del marzo nascente. Giuliana s’era levata dal letto; stava seduta su la sponda, col calore del sole alla nuca ed alli omeri. Nella stanza si sentiva l’odore agro dell’aceto che Camilla aveva versato nei calamai muffiti; e dalle finestre raramente il vento recava li effluvii delle viole già fiorite su l’arco.

Fu allora una irruzione d’infanzia nella stanza. Fu prima sull’uscio un sospingersi tumultuoso di piccole teste che volevano sollevarsi le une su le altre per vedere; poi una esitazione, una timidità, una specie di meraviglia ingenua dinanzi alla maestra pallida pallida e scarna che i discepoli riconoscevano a pena.

Ma Giuliana sorrideva, sotto un turbamento im- provviso di tutto il suo sangue; Giuliana li chiamava a sè, confondeva i loro nomi che le si affollavano alle labbra, tendeva loro le mani. A uno, a due, a tre, i bimbi si avanzavano, volevano prenderle le mani per metterci la bocca sopra, ridicevano le parole di augurio imparate a casa, ingoiando per la furia le sillabe.

— No, no, non più! — esclamava Giuliana, sopraffatta, ma abbandonando le mani a quelle bocche tiepide e molli. Si sentiva quasi mancare.

— Camilla, tienili, tienili.

Ogni bimbo recava un dono: erano fiori, erano frutta. Le violette avevano subito sparso il profumo nell’aria, e in quel profumo, in quella luce tutte quelle faccie infantili invermigliate dal buon sangue plebeo sorridevano.

Poi la scuola, nell’altra stanza, cominciò. La prima classe diceva a voce alta le vocali e i dittonghi, la seconda sillabava; e su quel coro chiarissimo a tratti si levava l’ammonimento di Camilla.

— La, le, li, lo, lu...

Nelli intervalli di silenzio, si udiva Matteo Puriello picchiare su le suola o il telaio della Jece sbattere.

— Va, ve, vi, vo, vu...

Allora il fastidio oppresse Giuliana. La monotonia de’ rumori e delle voci le dava al capo una pesantezza ingrata, le conciliava il sonno, mentre ella voleva essere desta, mentre ella sentiva ancora intorno a sè la respirazione dei fanciulli, il soffio giocondo di quelle vite.

— Bal, bel, bil, bol, bul...

Prese i fiori, li mise in un bicchiere pieno d’acqua per conservarli. Li fiutò poi lungamente, stette con le narici tra quel fresco, chiudendo li occhi, raccogliendosi tutta in quel peccato d’olfatto.

— Gra, gre, gri, gro, gru...

Una gran nuvola bianca velò il sole. Giuliana si accostò alla finestra, si sporse al davanzale per guardar giù nella piazza. Di fronte, Donna Fermina Memma in una roba rosata stava su ’l balcone, tra i vasi dei garofani; e un gruppo di ufiziali passava sotto a lei ridendo e facendo un tintinnio di sciabole su ’l lastrico. Più in là, nel giardino publico le piante di lilla erano su ’l fiorire, la punta del gigantesco pino si piegava al vento. Dalla cantina di Lucitino usciva Verdura, l’eterno ubriaco, barcollando e vociferando.

Giuliana si ritrasse: era la prima volta, dopo tanto, che si affacciava su la piazza. Le parve di essere in alto in alto, guardando in giù; la prese una leggera vertigine.

— Nar, ner, nir, nor, nur...

Il coro dentro seguitava, ancora, ancora, ancora.

— Pla, ple, pli, plo, plu...

Giuliana si sentiva soffocare, venir meno, a quella tortura: i suoi poveri nervi indeboliti cedevano. Il coro seguitava, al ritmo della bacchetta di Camilla battuta su ’l tavolino, implacabile.

— Ram, rem, rim, rom, rum...

— Sat, set, sit, sot, sut...

Allora un impeto subitaneo di singhiozzi squassò Giuliana, l’abbattè su ’l letto. Ella singhiozzava, bocconi, a braccia aperte, premendo la faccia su i guanciali, scossa dai sussulti, senza potersi frenare.

— Tal, tel, til, tol, tul...

Le erano ricresciuti tutti i capelli, crespi e castanei, come prima. Ella aveva ora una curiosità grande di guardarsi nello specchio; perchè Rosa Catena, con uno di quei lezii che sempre svelavano in lei l’ antica femmina impudica, passandole la mano su ’l corpo le aveva detto: — Bellezza!

Aspettò dunque che Camilla uscisse; poi scese dal letto, staccò dalla parete uno di quelli specchi rococò a cornice d’oro appannati di macchie verdi; con un lembo della coperta tolse la polvere e si guardò dentro, sorridendo. Ella aveva tutto il collo nudo e pe ’l collo certe vene azzurrognole quasi in rilievo, e nella testa piccola e lunga qualche cosa di caprino, la bocca fine, il mento acuto, li occhi castanei come i capelli, ma più tendenti al giallo. Il pallore trasparente e il sorriso davano una grazia nuova, una nuova giovinezza ai suoi ventisette anni.

Ella restò a guardarsi a lungo; e godeva allontanare lentamente lo specchio e veder sparire l’imagine in quella luce un po’ glauca come in un velo d’acqua marina, e quindi riemergere. La vanità la conquistava, la occupava. Ella si accorse di tante piccole cose a cui prima non aveva badato mai; per esempio, di un neo simile a una lenticchia, che le macchiava la pelle su la tempia sinistra, e di una cicatrice leggera che le attraversava l’ arco di un sopracciglio. Restò a lungo. Poi, assalita da una gioia repentina cercò in torno un diletto.

Quella capsula vegetale, ch’ella aveva trovato in fondo a un repostiglio, s’era aperta come in due valve scoprendo un grappolo denso di semi nerastri. Ogni seme pareva legato a filamenti sottilissimi d’una lucidità argentea; e il grappolo si manteneva compatto. Ma a pena Giuliana vi mise un soffio, un nuvolo di piumoline bianche si levò nell’aria e si sparpagliò qua e là brillando: erano le spie. I semi parevano alati, parevano insetti ésili ed evanescenti che si dissolvessero incontrando i raggi del sole o parevano lanugini di cigno a pena visibili; ondeggiavano, ricadevano, si mescolavano ai capelli di Giuliana, le sfioravano la faccia, la coprivano tutta. Ella rideva, difendendosi da quell’invasione, cercando di scacciare quella pelurie che le vellicava la pelle e le si attaccava alle mani; ma le risa le impedivano i soffii.

Alla fine si distese lunga su ’l letto, lasciò che tutta quella molle nevicata le scendesse sopra lentamente. Teneva li occhi semichiusi per prolungare la dolcezza; e a mano a mano che il sopore la invadeva, si sentiva come sommergere in un giaciglio alto di piume. La luce che entrava nella stanza era una di quelle pallide chiarità pomeridiane del mese di marzo, ove la rosea letizia solare ride modestamente estinguendosi come un indizio di aurora in un gran cielo albeggiante.

Camilla trovò la sorella ancora addormentata con accanto lo specchio, con ne’ capelli le spie.

— Oh, Signore Gesù! oh Signore Gesù! — mormorò tra i denti, congiungendo le mani, in atto di compassione amara.

La cristiana veniva dalla chiesa, dove aveva cantate le litanie per l’Annunciazione e aveva ascol- tata la predica su’l messaggio dell’Arcangelo all’ancella di Dio. Ecce ancilla domini. L’eloquenza sonora del frate predicante l’aveva inebriata; le restavano ancora nelli orecchi certe parole ammonitrici.

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