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I flagellatori dell'oceano

Luigi Motta · 1923 · Free in the US

86,398 words · about 6 h 3 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

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Licence: PD-US · Published in 1923 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=I_flagellatori_dell'oceano&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Luigi Motta
Language
Italian
Published
1923
Length
86,398 words · about 6 h 3 min
Sections
38 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (38)
  1. Front matter under 1 min
  2. Luigi Motta about 4 min
  3. Capitolo I. - Un grido sull'Oceano about 8 min
  4. Capitolo II. - Un'associazione di naufragatori about 31 min
  5. Capitolo III. - Le rivelazioni del falso naufrago about 14 min
  6. Capitolo IV. - Da sessanta piedi d'altezza about 8 min
  7. Capitolo V. - Il “Terror„ distrutto about 5 min
  8. Capitolo VI. - A bordo della nave corsara about 10 min
  9. Capitolo VII. - Il comandante dell'Incrociatore Britannico about 9 min
  10. Capitolo VIII. - L'odio di D'Arris about 7 min
  11. Capitolo IX. - Una scoperta inaspettata about 6 min
  12. Capitolo X. - Nella foresta vergine about 9 min
  13. Capitolo XI. - I Pelli-Rosse Mundrucus about 9 min
  14. Capitolo XII. - Un villaggio di Mundrucus-decapitatori about 12 min
  15. Capitolo XIII. - L'ultimo Consiglio dei Pellirosse Mundrucus about 11 min
  16. Capitolo XIV. - Una caccia al tapiro about 11 min
  17. Capitolo XV. - Di ritorno al villaggio indiano about 8 min
  18. Capitolo XVI. - Un nuovo nemico about 10 min
  19. Capitolo XVII. - Una fuga notturna about 8 min
  20. Capitolo XVIII. - Alla ricerca dei fuggitivi about 7 min
  21. Capitolo XIX. - I corsari del Terror about 12 min
  22. Capitolo XX. - Un inatteso incontro about 14 min
  23. Capitolo XXI. - Verso la costa Guianese about 11 min
  24. Capitolo XXII. - Tra i selvaggi Mundrucus about 9 min
  25. Capitolo XXIII. - L'audacia di D'Arris il naufragatore about 13 min
  26. Capitolo XXIV. - La distruzione del villaggio Mundrucus about 9 min
  27. Capitolo XXV. - L'Oyster e il suo comandante about 7 min
  28. Capitolo XXVI. - L'abnegazione del pentito naufragatore about 8 min
  29. Capitolo XXVII. - Nei pressi del rifugio about 13 min
  30. Capitolo XXVIII. - La «Taverna del Vampiro» about 16 min
  31. Capitolo XXIX. - Alla ricerca del vascello naufragatore about 4 min
  32. Capitolo XXX. - Verso l'Isola della Trinità about 5 min
  33. Capitolo XXXI. - Il blocco del vampiro about 13 min
  34. Capitolo XXXII. - Billy-Bones, il pentito naufragatore about 7 min
  35. Capitolo XXXIII. - Figlio del corsaro di Ceylan!!... about 8 min
  36. Capitolo XXXIV. - Un impenitente scorridore about 8 min
  37. Capitolo XXXV. - Attraverso l'Oceano Atlantico about 9 min
  38. Capitolo XXXVI. - Per la Patria e l'Umanità!... about 12 min

Continue:

Front matter

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Luigi Motta

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Il popolarissimo scrittore, le cui Opere sono ormai diffuse in tutto il mondo, dopo il forzato silenzio di questi anni fortunosi, ha ripresa la sua attività inesausta, alimentata da una fantasia prodigiosa, che ricorda quella degli autori più celebri del secolo passato.

Gli avvenimenti di questi ultimi anni, lungi d’aver fiaccata la sua fibra l’hanno invece irrobustita, dettandogli un numero considerevole di nuovi lavori pieni delle avventure più meravigliose.

L’intera e completa Collezione delle Opere del nostro romanziere, degnamente illustrate dai pittori più rinomati, verrà pubblicata dalla nostra Casa, che ne ha acquistata l’esclusività, con gioia dei lettori che amano le letture interessanti e istruttive.

Perchè l’Opera di Luigi Motta — rimasto dopo la scomparsa di Verne, Boussenard e Salgari, suoi grandi amici, il solo erede in Europa, del genere avventuroso — è altamente morale ed educativa.

Accanto alle passioni che nobilitano l’uomo — passioni suscitate dall’amore di Patria, di avventura per la conquista di un nobilissimo ideale —, la scienza si disposa al dramma con arte e poesia. Tutto quanto concerne la geografia, gli usi e costumi dei popoli più diversi, la fauna, la flora, le scienze fisiche e chimiche; tutto il completo corredo insomma, della istruzione più varia, adorna la Sua opera che pur essendo dilettevole, educa il cuore e la mente.

Se si pensa alla grande corruzione delle letture moderne, ogni educatore come pure ogni padre, deve rallegrarsi, che vi sia ancora fra noi un Autore che sappia scrivere opere profondamente educatrici, che ispirano nobili azioni ed erudiscono con nozioni interessanti!

L’avventura, intesa come la intende il nostro Autore, idolo della gioventù odierna e passata, è scuola d’idealità sublimi e incitamento al bello, ed esempio di virtù e di magnifiche azioni.

I nostri moderni educatori dovrebbero quindi saper distinguere, pensando che è a questa nobilissima Scuola che si temprano le giovani anime così facilmente impressive, ed è da questo genialissimo genere di letteratura, che conta le glorie immortali dei Mayne Reid, dei De Foe e degli Aymard, che la Patria può attendersi, gioventù audace e cittadini pieni di coraggio e di iniziativa. In Inghilterra ed in America questa letteratura è tenuta al posto d’onore — e quei paesi ci insegnano oggi molte cose!!! — poichè è in essa che gli spiriti giovinetti si educano allo sprezzo del pericolo e alle azioni audaci e nobili per la conquista di eletti ideali. Queste allettevoli letture sono dunque lo Sport sano della mente e perciò degne di trionfare su molte altre aride di educazione e solamente erotiche, che corrompono il corpo e lo spirito.

Lo stile di Luigi Motta è poi degno di figurare tra i migliori dei nostri scrittori contemporanei.

Egli descrive il mare ove è vissuto, con forza di suggestione e poesia, e pochi come lui sanno dipingere le calme maestose delle vastità equatoriali, i silenzi delle foreste vergini, i misteri favolosi di Templi millenari e Città morte da secoli e amori gentili di eroi e di eroine avventurosi.

Forte e vasto negli intrecci, trattò il genere di Viaggi e Avventure, come pure lo Scientifico.

Dopo la sua prima forma iniziatasi con I Flagellatori dell’Oceano, stile e concezione andarono modificandosi in una ricerca di nobile perfezione. Dalla prima maniera, a cui dobbiamo i romanzi di genere avventuroso, passiamo a quella del genere scientifico-fantastico, per arrestarci poi definitivamente al vero Romanzo d’Avventure che racchiude in sè i migliori esponenti del genere.

La scuola di Jules Verne e quella di Wells, furono unite dal nostro scrittore il quale ha così foggiata una scuola a parte; una scuola tutta sua che ha le qualità migliori di entrambi quegli Autori: scienza, fantasia e avventura, che si sviluppano in un’azione interessante, drammaticamente intensa, con una linea propria ed una originale dipintura di caratteri.

I Flagellatori dell’Oceano, è il suo primissimo romanzo. Venne presentato al pubblico da Emilio Salgari che fu facile profeta per l’avvenire dello Scrittore.

In quest’opera si scorgono già la potenza descrittiva e la grande ricchezza di fantasia dell’Autore, che poi scrisse tante bellissime opere, da farlo assurgere a maestro vero e proprio del genere avventuroso.

Nella Principessa delle Rose, scritta or è un decennio, egli ebbe il raro dono di vaticinare la Grande Guerra, con tutte le forme di offesa e di difesa, descrivendo le macchine aeree, come oggi veramente sono, e gli episodi maggiori, in tale modo, da meritarsi l’appellativo datogli da un accademico inglese traduttore dell’opera, di Wells italiano. In Fiamme sul Bosforo egli volle invece scrivere il romanzo a fondo storico e lo fece in tal modo che il romanziere inglese William Le Queux disse essere questo un master-piece, degno di stare a fianco dei migliori lavori storici fin oggi scritti.

Luigi Motta, spirito avventuroso, avido di emozioni che trasmette poi ai suoi lettori, ha nelle vene l’eredità atavica del romanzo d’avventure, essendo cugino di un altro nobilissimo scrittore scomparso dai vivi, ma pur sempre ricordato dalla gioventù: Emilio Salgari, di cui era anche fraterno amico.

Ebbe i natali a Bussolengo, borgata in quel di Verona, ove anche il Salgari visse nei primi suoi anni.

Giovine; pieno di energia e dotato di una inesauribile fantasia non v’ha dubbio che accrescerà di moltissime opere la Sua già numerosa Collezione, che la nostra Casa si è accinta a pubblicare con grande gioia dei lettori.

Dalle Edizioni Bemporad) Anno 1920.

Capitolo I. - Un grido sull'Oceano

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ct ct — Mille fulmini! Lo conosco.

— Che dite, Billy?

— Dico che conosco il comandante di una di quelle maledette navi che c’inseguono.

— Temo che v’inganniate.

— Perchè, Twain?

— Perchè, ch’io sappia, relazione con poliziotti non ne avete mai avute. —

Billy a questa risposta che gli rievocava strane e perigliose avventure, fece un gesto di disgusto, e lanciato un bieco sguardo al suo luogotenente rientrò nella tuga.

L’interlocutore del rude capitano Billy-Bones, un giovine ufficiale dallo sguardo penetrante ed indagatore, dalla barba fine e ricciuta, rimasto solo emise uno stridulo fischio, al quale parecchi marinai bassi e tarchiati, dalla faccia paonazza, — probabilmente per l’eccessivo abuso di wisky e di brandy, — prolungata da un ispido pizzo, accorsero a schierarsi sul ponte di comando.

— È in assetto la mitragliatrice di prua? — chiese ad un vecchio cannoniere, vero lupo di mare, che in sè incarnava la figura del naufragatore.

— Sì, — rispose questi con piglio feroce, e basterà un sol vostro cenno perch’io annienti quella masnada d’inseguitori.

— Ebbene pazienta ancora un poco: tra breve avrai molto da lavorare contro quelle dannate navi. Tu, Brulé, — disse poi rivolgendosi ad un brutto ceffo così chiamato perchè aveva il volto tutto butterato dal vaiolo, — ordina ai fuochisti di bruciare quel po’ di carbone che trovasi nei magazzini di poppa.

Poscia impartiti altri ordini e visitate le macchine e le manovre, si ritirò nella sua cabina.

Questi fatti avvenivano a bordo del Terror, nave corsara di robusta costruzione, che da sette giorni fuggiva dinanzi ad implacabili nemici: due vascelli che la inseguivano accanitamente, cercando in ogni maniera di catturarla. Ma Billy-Bones, il suo comandante, — un uomo sulla cinquantina, alto, ben formato, dai capelli e la barba folti e brizzolati, — e Twain, il luogotenente, erano ad un tempo astuti ed abili marinai, che sapevano manovrare benissimo il loro naviglio, e non si sarebbero fatti prendere a costo di farlo saltare in aria sotto la forte pressione con cui caricavano le macchine.

Molti giorni avanti l’inseguimento, il Terror era stato spinto da uno spaventevole quanto inaspettato colpo di vento, nel canale di Bahama tra la Florida e le isole Lucaye, ed erasi quivi arenato sopra un banco di sabbia. Passata la bufera, dopo sforzi inauditi, l’equipaggio riuscì a liberarlo e, riparatene le avarie, Billy-Bones riprese le audaci corse sull’Atlantico depredando le navi mercantili che, da misteriose informazioni, gli risultavano essere le più ben provviste di carico e di danaro.

Con queste ardite rapine faceva parlare di sè tutto il mondo, facendolo strabiliare con la sua ferocia e con la sua audacia.

Vecchi marinai, che da lungi avevano veduto la sinistra nave ed il suo capitano, parlavano appena sottovoce di lui e della sua implacabile crudeltà nei crocchi familiari. Nessuno però poteva dire di avergli parlato, perchè tutti i prigionieri da lui fatti venivano uccisi dall’accozzaglia di turpi corsari, dei quali quel tremendo pirata si era circondato.

Invano i più ricchi armatori vararono navi atte a catturare tanto nella corsa che nella lotta un sì terribile nemico, invano le nazioni ordinarono ai loro incrociatori d’inseguirlo, il Terror, pari al suo sinistro nome, reso più sinistro ancora da recenti prede, percorreva il mare, tutto devastando, tutto demolendo, fuggendo con velocità incredibile se per caso un vascello più forte di lui osava inseguirlo.

Ma un giorno le vedette scorsero lontano, confusi fra le nebbie vaporose che di sovente nelle regioni equatoriali, specie al tramonto ed allo spuntare del sole, velano l’orizzonte, due vascelli che navigavano di conserva. Da quel momento più non scomparvero. Nella notte si vedevano brillare come fari i loro fuochi e durante il giorno potevasi scorgere mediante gli eccellenti cannocchiali di bordo la rossa croce in campo bianco, del vessillo Britannico che sventolava sul . Ormai era evidente che quei vascelli davano la caccia a quell’orda di corsari, gente senza patria, autori di tanti delitti.

Una notte però scomparvero e più non si rividero; cosicchè Billy-Bones, il sanguinario capo degli scorridori, tutto contento per l’insperato avvenimento, prima ancora di far distribuire agli uomini del suo equipaggio una doppia razione di wisky e di brandy, aveva al mastro timoniere di quarto, dato l’ordine di virare di bordo e di mettere la prua in direzione dell’isola Trinità, nelle cui coste meridionali aveva per il suo vascello un rifugio artificiale, quasi inespugnabile. Ma una mattina di buon’ora, avendo un fresco venticello diradato il denso nebbione che si stendeva sull’Oceano, tutti i pirati poterono scorgere sì vicine le navi inseguitrici, ch’erano abbastanza visibili anche i colori della fiamma nazionale.

La caccia, con grande ira e timore del capitano Billy, ricominciava accanita, ostinata, terribile.

Per molti giorni di seguito il Terror corse da un capo all’altro del golfo del Messico, poi con un’abile mossa passando per il canale di Yucatan si spinse nel mare delle Antille e correndo a tutta forza di macchina pervenne dopo breve tempo alla foce del Rio Maronì.

Ma oramai poteva dirsi vinto. A bordo difettava il carbone, i viveri mancavano, tanto che fu giocoforza — sebbene la fame avesse già cominciato a farsi sentire — mettere i pirati a razione.

Eppure questi nulla avevano perduto della loro abituale energia ed appoggiati alle murate, miravano con feroce sguardo le navi che sempre più minacciose venivano avvicinandosi.

Quei navigli pareva che avessero dei depositi inesauribili di combustibile e di provvigioni. Essi che cacciavano da molto tempo il Terror non avevano vuotato i magazzini? Non si trovavano nella sua medesima condizione?

Questo era il famoso ed enigmatico problema che tanto il luogotenente Twain come il capitano Billy- cercavano invano di risolvere, osservando nel frattempo le mosse di quei vascelli, quando una violenta detonazione li tolse dai loro ragionamenti.

Era un colpo di cannone che la nave nemica più vicina aveva sparato per intimare la resa.

Fu allora che Billy-Bones, afferrato un potente cannocchiale da marina, dopo averla osservata alla sfuggita, emise quell’esclamazione di mille fulmini! che gettò nell’animo di Twain un superstizioso terrore misto ad un’invincibile curiosità.

Il Terror continuava la sua corsa disperata.

Quanto di combustibile vi era a bordo fu gettato nei fornelli.

Torrenti di fumo nero misto a scintille uscivano dalle sue ciminiere. Si udivano i sordi boati del vapore che cercava sfuggire dalle valvole ermeticamente chiuse.

Nella camera delle macchine, la temperatura uguagliava se non superava quella d’un forno, e delle scosse convulse facevano traballare a regolari intervalli le caldaie, così che parevano cuori di mostruosi animali antidiluviani agitati dall’agonia.

La nave tutta fremeva sotto l’alta pressione; l’elica Griffit di fine acciaio girava vertiginosamente producendo un rumore cupo assordante, e intorno ad essa le acque spostate dalla sua violenta rotazione, ribollivano spumeggianti in gorghi profondi.

Ciascun marinaio aveva preso il suo posto di combattimento: chi era presso le batterie, chi sulle crocette in vedetta, mentre altri armati di carabine e di sciabole d’abbordaggio se ne stavano sul ponte.

Le fisonomie di quei feroci naufragatori ben dimostravano che erano tutti disposti a vender cara la vita.

D’improvviso, quando già si aspettavano di sentir di nuovo tuonare il cannone, la nave inseguitrice più vicina si arrestò, e quasi nello stesso istante un disperato grido partì dalle onde spumose.

— Che è accaduto? — chiese il capitano Billy-Bones, balzando dal ponte di comando fra il suo equipaggio con tutti i segni di un grande spavento.

I marinai lo guardarono terrorizzati vedendo il suo volto pallido, che i capelli drizzati e gli occhi sporgenti dall’orbita rendevano spaventoso.

— Turkey, Berthiè, Robert, parlate spicciatevi, ditemi che cos’è ? Chi ha lanciato questo grido? — interpellò nuovamente.

Un secondo urlo o meglio un rantolo soffocato si fece udire sotto il tribordo della nave.

— Mille bombe! Macchinista frena, un uomo in mare! —

L’elica a questo comando cessò di battere le onde, e la nave rallentò la corsa.

— Presto, — riprese il capitano Billy, — Berthiè, Robert lanciatevi nella scialuppa di salvataggio; voialtri tagliate le rizze, i ventrini e calatela.

— Una gomena... aiuto... affogo.

— Dove siete? — chiese il luogotenente Twain ch’era ritornato sul ponte.

— Aiuto!... Aiuto!...

— Per tutti i tuoni! quell’uomo lo conosco. Presto, dieci scellini a chi di voi salta in mare — esclamò Billy-Bones. — Chi accetta?

— Io, — rispose , un mozzo imberbe, diciannovenne, e presa dalle mani d’un suo compagno un gomena, fissatone uno dei capi ad un uncino, si slanciò con essa, nelle onde.

Per un momento scomparve nel seno di un profondo cavallone, ma poco dopo da una cresta bianchiccia, con accento vibrante:

— Ala! Ala! — gridò.

La fune venne ritirata, e il mozzo ricomparve tutto grondante, tenendo fra le braccia un uomo semivivo, giovane in apparenza, dai lunghi capelli castani, che molli d’acqua gli stavano appiccicati alla fronte ed alle tempia, coperto di una veste turchina lacera, che lasciava scorger qua e là, le livide membra scosse da frequenti brividi.

— Chi sei e da dove vieni? — chiese Twain .

Il naufrago s’alzò barcollando, gettò attorno a sè uno sguardo smarrito e stava per rispondere, quando il capitano Billy-Bones impugnata una navaja gli si slanciò addosso, proferendo atroci bestemmie.

Lo sventurato ruzzolò sul ponte, ma il corsaro gli fu sopra e già stava per colpirlo, quando il luogotenente afferrandogli il braccio alzato, esclamò:

— Non ancora, Billy. —

Era tempo. Un secondo più tardi e quel’infelice sarebbe stato spacciato.

— Ma non lo riconosci? Perchè mi vieti d’ucciderlo? — tuonò con sinistra voce il vecchio naufragatore.

— Calmatevi Billy, l’ora non è ancor giunta; forse potrà prestarci non lievi servigi. —

Gli occhi del naufrago lampeggiarono ed uno strano sorriso gli sfiorò le labbra scolorite.

— Ma allora parla, cane, dimmi che pretendi dal tuo nemico? — gli chiese Billy-Bones con intraducibile accento d’odio e d’ira.

— L’aiuto nella vendetta, — mormorò il naufrago.

Il capitano a quest’inattesa risposta trasalì, gettò uno sguardo indagatore sul misero, cercando di leggergli nell’animo l’odio profondo che lo induceva a parlare in quella guisa. Ma il volto nulla lasciava trapelare. Soltanto gli occhi stralunati e vitrei come quelli d’un cadavere, continuavano a posarsi ora su Twain, ora su Billy e sull’equipaggio intento alle manovre.

— Spiegati dunque. Che vendetta covi in petto?

— Capitano, quest’è il Terror, voi siete Billy-Bones, non è vero?

— Hai colpito nel segno; ma dimmi che aspetti da me?

— Capitano, capitano, — riprese il naufrago con maggior forza, sollevandosi, e protendendo il braccio verso la più vicina delle due navi inseguitrici sibilò:

— Ecco i vostri nemici; vedete quel naviglio là a sinistra, lo scorgete? —

Il pirata annuì col capo e con la voce.

— Ebbene è l’Oyster, è il vile D’Arris che lo comanda, è lui, quella canaglia, lui, il fuggitivo... il traditore! —

E ricadde inerte sul ponte.

Billy-Bones a questa rivelazione impallidì e si morse le labbra a sangue. Egli ricordava benissimo il socio D’Arris, traditore dell’Associazione dei Flagellatori dell’Oceano, fuggito nove mesi innanzi, e cioè verso la metà di marzo, dal porto inglese di Hull coll’Oyster, la migliore delle due navi a vapore possedute dalla funesta Società dei banditi devastatori dei mari.

Invano egli percorse col Terror da un punto all’altro i diversi Oceani; invano lo cercò in tutti i mari, in tutti i golfi, in tutti gli arcipelaghi del globo. D’Arris e l’Oyster divennero irreperibili.

Eppure ne era stata così accanita la ricerca, che aveva perfino dimenticata la sua sanguinaria professione, tanto che i bollettini marittimi dei porti principali, avevano per circa sei mesi cessato di segnalare la scomparsa delle navi a vela e degli steamers e le vittime non riempivano più con i loro nomi le pagine dei gazzettini. L’intero mondo marittimo ignorava ciò ch’era accaduto alla Società dei Flagellatori, la quale a guisa d’immane vampiro aveva fino allora succhiato sangue e danaro.

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Capitolo II. - Un'associazione di naufragatori

ct ct Nell’anno 18... una funesta associazione, che aveva soci in tutte le parti dell’Asia meridionale come pure nelle isole degli arcipelaghi malesiani, ritenute a ragione le più ricche del globo, obbediva ciecamente agli ordini di un capo feroce chiamato D’Arris, la cui indole sanguinaria e vendicativa, l’aveva spinto a quell’ignobile quanto disumana impresa.

Gli aromi forniti dalle Molucche, l’argento di Giava, l’ambra e le perle di Suloug, l’oro delle Filippine, lo stagno di Sumatra, i diamanti di Borneo, fornirono anzitutto una preda cospicua a quegli arditissimi banditi.

Essi non indietreggiavano dinanzi al pericolo, non rinunziavano all’impresa quando questa richiedeva un delitto. Con l’armi in pugno, montando rapidi corsieri, depredarono le carovane recantisi dall’interno delle vaste isole, nei centri di popolazione, finchè il bottino ammucchiato permise loro d’acquistare un veliero.

L’opera di distruzione s’iniziava in un campo più largo!

L’associazione prese rapide trasformazioni, le navi cariche di tesori che la natura benigna a quelle isole forniva in abbondanza, venivano abbordate, sventrate, colate a picco senza pietà, ed i loro marinai dopo avere consegnato ogni ricchezza ai predoni venivano sgozzati e gettati, con una palla di piombo ai piedi negli abissi del mare. Ma la gazzarra non doveva durare a lungo. L’Inghilterra, impensierita per tali e tanti delitti che si consumavano talvolta anche nelle acque da lei protette, mandò ad incrociare uno de’ suoi più perfetti arieti torpedinieri, il , comandato dal prode capitano sir John aveva altre volte pugnato con buona fortuna contro i pirati ed i negrieri.

Bordeggiando un giorno a piccolo vapore lungo le coste delle isolette Nicobar s’imbattè in una goletta dal guscio svelto d’un color nero ebano. Il sospetto invase la mente del capitano inglese che, desideroso di chiarire la cosa, fece sparare un colpo di cannone acciò il comandante di quel piccolo legno lo mettesse in panna ed inalberasse i colori.

Ma questi, fiutato il pericolo e considerando che per lui in quel luogo non spirava buon vento, confidando nella velocità del suo veliero, ordinò immantinente a’ suoi di caricarlo di tutta la velatura.

La manovra, sebbene eseguita in fretta, riuscì a meraviglia.

Le vele di straglio, le auriche e le quadre vennero bordate, ed anche il bompresso con la trinchettina, il fiocco ed il controfiocco esposero i loro triangoli alla brezza.

Gli alberi sotto la spinta del venticello gemettero e si curvarono, la goletta immerse profondamente il tagliamare nelle onde e prese a fuggire con straordinaria celerità.

Sir Chambers non si era ingannato. Comandando il colpo di cannone aveva fiutato la preda; quella nave era corsara!

Sebbene al vascello corazzato abbisognasse un certo tempo per ottenere una pressione considerevole, e momentaneamente la goletta sfuggisse, non gli svanì per questo la speranza di catturarla.

Fatti attivare i fuochi e preparati i suoi militi all’imminente pugna, prese ad inseguirla.

Il Petler per davvero giustificava la sua nomea. Sotto la forte pressione filava le sue ventidue miglia, ed al certo il veliero non poteva sottrarsi a sì accanito inseguimento.

Infatti dopo non molto si distinse l’attrezzatura, poi si disegnarono confusi i contorni, indi comparve tutto nettamente; esso era appena a otto miglia di distanza; come poteva sfuggire a sì potenti macchine?

Quando fu a quattro s’aprì il fuoco, dapprima inefficace da ambo le parti, poscia di mano in mano che il Petler s’avvicinava, terribile, spaventoso.

Ed i funesti effetti si scorgevano in maggior parte sulla nave corsara. Le vele più non agivano: forate dai proiettili e ridotte a brandelli, battevano floscie contro gli alberi, lasciando scorrere le drizze e le scotte che davano frustate ai pirati sul ponte.

Il bordo era tutto fracassato, i parasartie infranti; pure non s’arrendeva, no, ma continuava a vomitare torrenti di fuoco contro l’ariete torpediniere, il quale benchè avesse il fasciame esterno protetto da una corazza d’acciaio dello spessore di 156 millimetri, pure mal resisteva a sì tremende scosse.

Sir John Chambers, irritato da tanta accanita resistenza, smascherò otto pezzi da 152 mm. e lanciò una sì spaventevole bordata contro la goletta che questa, rasa fino agli , crivellata dai proiettili, chinò a babordo; poi fatta inchiodare la bandiera nazionale sull’albero maestro spinse il Petler all’abbordaggio.

Il veliero, benchè facesse acqua da tutte le parti, riordinò in fretta i suoi pezzi, armò una mitragliatrice, ed una grandine di palle balzando sul ponte della nave corazzata seminò lo sgomento e la morte fra l’equipaggio inglese.

Ma due colpi stridenti di fischietto risuonarono ad un tempo, ed una voce di comando che dominò le grida ed il brusio, tuonò:

— Avanti!

Il Petler abbordò.

Gli anghieri ed i grappini lanciati dai parapetti dell’incrociatore britannico afferrarono la goletta e centocinquanta marinai, armati di rivoltelle, e sciabole d’abbordaggio, si precipitarono sul ponte.

Ma uno strano quanto impreveduto spettacolo si offerse ai loro sguardi.

Nelle cabine, nelle sale, nella stiva tutto era deserto, i corsari con i loro tremendi capi erano scomparsi.

Nell’interno il veliero era stato distrutto, ogni cosa vi si trovava distrutta non già dagli obici del Petler, ma dalle mani degli scomparsi naufragatori.

Indarno gli ufficiali rovistarono in gli angoli; perfino nella stiva e nella sentina mezze ingombre d’acqua che penetrava gorgogliando dalle ampie falle; le loro ricerche rimasero infruttuose.

Ma in quale maniera dunque i pirati avevano potuto sfuggire al meritato castigo?

Con un mezzo assai semplice, ed in sè stesso meraviglioso: con un battello sottomarino.

Intanto perchè i lettori possano seguire chiaramente il filo del nostro racconto è d’uopo che apprendano per disteso, ancora prima dei particolari circa la fuga degli uomini della nave corsara, l’origine e le gesta di quel tremendo naufragatore chiamato D’Arris, che anche col solo suo nome aveva saputo incutere agli abitatori degli arcipelaghi Malesiani, terrore misto a rispetto.

Risaliamo perciò a tempo anteriore allo svolgersi di questi fatti e trasportiamoci col pensiero nell’Oceano Indiano e più precisamente a Ceylan, l’antica Taprobana, l’isola ricca e magnifica tanto decantata dai celebri Linneo, Burmann, Malte Brun, Valengu, Pennant, ecc.

Ceylan, il paradiso terrestre degli antichi, detta dai moderni geografi la perla dell’Oriente, è situata a gradi 5.°54’ e q. 50’ di lat. Nord e 77.°30’ e 79.°50’ di long. Est del meridiano di Greenwich. La sua lunghezza dalla punta di Pedro a quella di Dondra è di cento leghe all’incirca e la sua larghezza varia da dieci a quaranta.

Il suo interno, diviso in due regioni da una giogaia di monti dirupati, è rivestito di folte macchie e di ombrose foreste.

La montagna più elevata è il cono di Petrotallagalla che raggiunge l’altezza di circa 2570 metri.

Il celebre picco d’Adame ritenuto per molto tempo dagli scienziati il più alto delle montagne di Ceylan non misura che 2279 metri ed è chiamato Rohvan dagli Arabi e Hamalel dagli indigeni.

Sulla sua sommità scorre un ruscello di acqua limpidissima che i Buddisti tengono per sacra, e scorgesi anche un tempietto di stile bizzarro che protegge l’orma gigantesca di un piede umano creduto di Adamo dai cristiani di quei luoghi e di Budda dagli Indi, che durante certe epoche dell’anno accorrono in pellegrinaggio dal Siam, dal Pegù e perfino dalla penisola di Malacca, per venerarlo.

L’ubertoso suolo di quest’isola produce tutto quello che può meglio servire al vivere degli indigeni ed al trafficare degli stranieri.

Gli elefanti, i cignali, i bufali, i daini, le scimmie ed i cavalli vi sono comunissimi e le selve di ebani, di acacie gomifere, di lauri canforacei e di palme nascondono cento specie diverse di uccelli e d’insetti curiosi, tra i quali giova notare una quantità strabiliante di api che producono miele eccellente, nonchè una specie di ragni assai velenosi.

Il Mahavilla, Gonga, è il fiume più considerevole dell’isola.

Esso nasce nell’altipiano che si stende al Sud della cittadella di Kandi e lungo il suo percorso, ch’è di circa 250 km. vegetano a profusione piante di thè, di cannella, di agrumi, di talipot, la coripha di Linneo, le cui foglie servono agli indigeni di carta e di ventaglio; di banani, di gigli odorosi (gloriosa superba), ecc. ecc.

Nei luoghi più reconditi dell’isola crescono in gran numera le felci (già se ne notarono 252 specie) e preziosi vegetali, tra cui le frondose mussende che hanno i fiori purpurei celati da una grande foglia biancastra; i sindrinali che sbocciano a quattro ore del mattino e si rinserrano di sera alla medesima ora, i banduri (nepenthes distillatoria) che contengono un umore acqueo fresco e limpido in una specie di borsa cilindrica, i cennamo, gli amomo, i corossol, piante quest’ultime che producono grosse frutta dalla scorza rugosa, conosciute dagli isolani con il nome di cuore di bue e rinchiudenti una crema bianca profumata, molto squisita.

Oggidì l’industria europea ha con le sue molteplici sue arti ed invenzioni fatto di quest’isola un vero gioiello dell’Oceano Indiano, ma la pesca delle ostriche perlifere, un tempo sì proficua, non offre adesso — perchè troppo sfruttata — che mediocri guadagni.

Fu soltanto verso la metà del secolo XVI che i Portoghesi sbarcarono primi in quest’isola fortunata.

Nel 1505 Lorenzo d’Almeida per sfuggire ad una bufera si rifugiò nel porto di Galles.

In quell’epoca i pirati cinesi devastavano le regioni circonvicine, cosicchè il re cingalese Darma Praccaram fece all’Europeo ed ai suoi marinai una festosa accoglienza, sperando forse di trovare nei nuovi venuti gli sterminatori di quegl’infausti corsari.

Ma dopo la morte di questo re i capi ingaggiarono tra loro pugne sanguinose, ed allora i Portoghesi intervenuti con il pretesto di rappacificare Ceylan, se ne impadronirono fondando a Colombo la loro principale residenza.

Tuttavia nel 1641 gli indigeni tiranneggiati si allearono con gli Olandesi ed intrapresero una battaglia contro i loro dominatori, i quali subita una sconfitta decisiva furono costretti ad evacuare da Colombo assieme al loro comandante Simon Correa.

I Francesi stimolati dal Rajah Singha, sbarcarono nel 1672 con quattordici navi nella baia di Colombo e costruirono un forte. Ma il re Luigi XIV non seppe tener conto di questo successo e così gli Olandesi vi si mantennero ancora per alcun tempo.

Nel 1782 nella baia di Trincomali s’ancorò una squadra inglese comandata da Hector Munroe il quale riuscì ad impadronirsi di quella piazza.

Finalmente nel 1796 i Britannici, sbarcati a Negombo, cittadella posta a 30 km. a nord di Colombo, marciarono sulla capitale che si arrese.

In un solo anno l’ riuscì a conquistare per intero l’isola di Ceylan.

Il primo suo governatore fu Federico North conte di Guilford, che dovette sostenere accanite lotte contro i Ceylanesi, i quali non si arresero che dopo venti anni di strenua difesa.

Il 6 marzo dell’anno 1815 le truppe vincitrici del maggiore Hook, impadronitesi di Colombo, saccheggiarono i tesori degli antichi re del Kandy.

Pochi giorni dopo il tenente generale Roberto Brawnrigg annunciò agli isolani ch’erano ormai sudditi di S. M. Giorgio III e de’ suoi successori.

Parecchie volte quel popolo tentò di scuotere il giogo della dominazione Britannica ma ogni rivolta fu tosto soffocata nel sangue.

Però nel 1848 una tremenda insurrezione mise in pericolo l’esistenza di quella magnifica colonia Inglese, ed appunto alcuni anni dopo quell’epoca due uomini di feroce aspetto e di audacia incredibile si erano resi terribili saccheggiando le riviere ed abbordando con un semplice le navi Britanniche che incontravano nei paraggi di Ceylan.

Questi arditi corsari, tanto temuti dai navigatori e dagli abitanti del litorale Ceylanese, si chiamavano Singa-Vadiujka e Singa-D’Arismai.

Era il primo, come pure ben lo dimostra il suo appellativo, un malese dalle forme superbe, dall’occhio scintillante e scrutatore, dall’andatura tranquilla ed altera.

Portava un paio di calzoni di panno scuro ed una lunga giubba di egual colore filettata d’oro ed allacciata alle reni da una cintola di marocchino rosso-cremisi, e i capelli brizzolati unti di olio di cocco gli erano, mercè un pettine d’argento, rilevati in un ciuffo dietro la testa.

Costui era padre di Singa-D’Arismai, uomo sulla trentina, di complessione robustissima, dalle membra agili e ben proporzionate, vestito all’europea all’infuori di un turbante giallo che ricoprivagli la nuca, adorna di una foresta di capelli cresputi e nerissimi.

Il praho ch’essi comandavano aveva circa trenta uomini, astuti, feroci fino all’estremo e talmente devoti ai loro capi che ad un solo cenno non avrebbero esitato ad intraprendere le spedizioni più aspre e difficili.

Singa-D’Arismai teneva presso di sè un bimbo di circa quattro anni di nome , ch’egli aveva avuto da una giovane Cingalese di rara bellezza, uccisa durante una sommossa, dai soldati Britannici.

Da principio gli arrembaggi ed i saccheggi operati da Singa-Vadiujka e dal figlio suo, passarono quasi inosservati alle Autorità Inglesi, ma quando i delitti si fecero più frequenti ed i nomi dei capi di quell’orda di corsari risuonarono da un capo all’altro di Ceylan, incutendo timore misto ad un certo rispetto agl’insulani, il governatore decise d’inviare per combatterli una corvetta di Sua Maestà.

Scelse a questo scopo la Newcastle comandata dal capitano Sir John Chambers che, sebbene ancor giovane, aveva di già saputo — con ardite spedizioni che, grazie all’assennatezza ed alla prudenza di cui era dotato, erangli quasi sempre riuscite a meraviglia — fama di esperto cacciatore di pirati e di negrieri.

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