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la
COLTIVAZIONE
degli
Dedica
A SUA ALTEZZA IMPERIALE
IL PRINCIPE
EUGENIO NAPOLEONE
DI FRANCIA
VICE-RE D’ITALIA
PRINCIPE DI VENEZIA
ARCICANCELLIERE DI STATO
DELL’IMPERO FRANCESE
Mentre il Vostro Gran Padre conquistava la pace d’Italia nelle terre di Germania, non si rimasero le Italiane Muse di accompagnarlo con immortali Versi alle vittorie, mescendo al tumulto de le battaglie le ridestate arpe degli antichi Bardi. Ma veramente non era dato che a pochi il poter raffrontare la forza del concetto e del dire poetico all’altezza de’ prodigj così rapidamente e fuori d’ogni mortal uso operati.
La Pieria cultivatrice del pacifico olivo, cui magnanimo ardimento forse spingeva a degnamente ricordarne le imprese, non si fidando inesperta delle proprie sue forze, deviò da questo suo degno e sublime scopo, non derivando che per incidenza nel suo lavoro i fasti di quell’Eroe. Più che la generosa e splendida Epopea piacquele seguire le dimesse Georgiche di : il quale in que suoi politissimi versi parlava di Cesare, come ad agricoltore conviensi, facendo con fine accorgimento pretesto all’umiltà dello stile, la voluta semplicità del soggetto.
Da sì lieti auspicj movendo all’Altezza Vostra si produce offerendovi questo suo primo giovanile lavoro, e scusando colla modestia nell’offerirvelo la picciolezza del dono, e i suoi molti difetti. Piacendo però all’Altezza Vostra di gradirlo con benigno riguardo, e confortarla ai cominciati studj, si apparecchierà ella forse, concedendolo onesto riposo, a cantare i sublimi pregj dell’alto animo Vostro, che fanno sperare agl’Italiani tutti l’eccelsa Vostra protezione alle Lettere.
Brescia li 15 Dicembre 1808.
Di V. A. I. e R.
Divotissimo ed Obbligatissimo Soggetto
CESARE ARICI
Libro primo
Mentr’era per cantar l’origin vostra, E i vostri lauri, o bionde Eliconine, Donna viril di forme e di sembianti Parvemi, e dagli azzurri occhi sereni 5Amor spirando, e reverenza, queste Formò dolci parole; O spirto amico Cui giovanil pensier fida all’eccelse Mete di Pindo, e all’apollinea fronde Me per altro cammin seguendo, volgi 10A più candidi studj il tuo desio. Non vedi tu che di purpuree stille, E di polve onorata è sparso il lauro? Premio dei forti, al vincitor lo serba Marte, cui piace addur per le contese 15Nordiche terre alla vittoria il Sire De le battaglie, e fa del suo gran nome Tremar Vïenna, e la gelata Mosca. Altri diverso amor segua, e gli affanni Del possente Guerriero a le venture
20Età rammenti, e l’auspicato brando; Tu di pace cantor con molle verso Canta dell’arbor mio sacro alla pace. Com’ebbe detto ciò d’un pio riguardo Folgorò nel sembiante, e come piuma 25Fosse che vento rigirando estolle, Per lo tranquillo ciel prese cammino Del suo santo apparir fatto sereno. Perch’io fidando al suo favor, se pari Al buon voler risponderà l’ingegno, 30Non temerò cantar questa feconda D’argomenti e di pregi arte gentile Dell’arbor suo. Le Rodie balze, e il caro Attico nido, e l’inclit’Argo, e l’onda De le bionde Acestoridi abbandona 35Tu Dea, che figlia al gran Tonante godi Or tra Frigi Palladia esser nomata, Or fra Greci Tritonide del bello Cerulo sguardo, ed or Partenia in cielo Dai casti membri; al mio lavor principio 40Sia dal tuo nume. Il forte usbergo, e l’arme, E lo scudo fatale onde francheggi Le fiorenti città, viril donzella Lascia, e il cammin per molte ambagi avvolto Né tocco mai da verun’orma, o Diva 45Mostrami. All’ombra de’ tuoi santi rami
Crebber di Febo, e di Sofia le belle Arti, e il saper che la fra l’altre al cielo Dilettissima terra, Italia mia Così alto locar, d’ogni sublime 50Studio maestra agi’invidi stranieri. Qui seggio eterno aver ti piacque, ed are, Qui regni o Dea, che indarno altri ti sforza Duri climi a varcar dove inclemente Natura a tardi ingegni il ver contende; 55E poiché dal congiunto ardir nemico Ilio soggiacque a estremo fato, indarno Il tuo gran simulacro a la deserta Etolia piaggia di recar fu avviso Di Tidide al fìgliol, che alla raminga 60Poppa fe’ guerra il ciel, la terra, e l’onda, E spirato dai numi, al fuggitivo Ver la promessa Italia Iliaco duce Lo ritornò, che di Lavinio, e d’Alba Pria le mura protesse, e dal Romano 65Crescente imperio al Tebro indi raccolto Fermò la sede nell’Ausonia terra. Questa adunque, se amor del nido antico Pur ti consiglia, onde più lieto il verde Onor d’umili colli arbor frondeggi. 70Questa per te si scorga a la sua meta Del rustico saper non ultim’opra.
Voi d’Arno egregi spirti, e d’Elicona Chiari lumi, per cui sublime tanto Udì levarse il susurrar dell’api 75Con certe leggi, e fra le aurate spighe Più superba innalzar Cerere il capo Vidi, e le franche piagge ir belle e liete Del gran Coltivator ch’esule d’Arno Seguir le patrie muse ad altro cielo: 80Voi dell’Itala terra, e del dir nostro Ornamento e splendor cui peregrini D’Asera, e di Manto ai puri fonti addusse Il favor delle muse, al mio cammino Siate guida, e conforto. E tu dei prodi 85O magnanimo Seme, arbitro e donno Del non mutabil fato, a cui natura Fuor d’ogn’uso mortal, diè invitta forza, E congiunto al poter, senno e virtude: Tu solo in terra, o che ti piaccia il brando 90Adoprar nelle pugne, e portar l’ira E la vendetta degl’infranti patti Fulminando dall’Istro al Boristène, O che discenda per la vasta Teti Scorrendo la fraterna onda, che sdegna 95Dell’ultima Inghilterra il rio servaggio, E le sta sopra colle ardite prode: E già Te appella dall’algoso fondo
Il buon padre Nettuno, a cui di mano Tolto è il grave tridente, e a quella stolta 100Cede il secondo impero, e il trono avito; O che ti piaccia con serena fronte Visitar le cittadi, e i lieti campi, Saturnio Giove, e dettar leggi, e l’alme Ritornare a virtù con nuovi esempi, 105E di speme d’onor le generose Avvivar de’ gran genj opre sublimi, Arti, e scienze ristorando, ed armi; Tu finalmente alla civil salute Dal chiaro ordin de’ fati, e nell’estreme 110Della cadente etade infauste sorti A noi concesso, e al declinato mondo, Tu la diva tua mente a questo intendi Poetico lavor, che in disadorni Versi Pieria umil fra i campi, e l’onde 115De’ Cenomani tuoi medita, e parla. Nè si sdegni la man che il freno or regge Della terra soggetta, e nel tremendo Pugno racchiude le mortali sorti Trattar l’umile falce, e il sarchio adunco 120Nel preparato suolo, onde più lieta Sorga la pianta dell’Inachia diva; Che all’Ispano Filippo, ed al Francese Dall’esule Toscan lodato Sire,
Trovar facile un giorno adito, e grazia 125Di Flora il pio cultore, e del sonante Adige il primo lodator del Riso. Nè si sdegnaro allor che alla vincente Roma tributi offria la conquistata Dal romano poter libera terra, 130D’Italia i prodi maneggiar la marra, E il duro aratro. Onesto era de’ campi E lodato lo studio; e tal che salvi I trepidanti avea lari, pugnando, E i cittadini a libertà tornati, 135Sopra l’are di Giove, e di Quirino Le ricche insegue, e i consolari fasci E le verghe, e gli onor deposti, e il nome Lieto rendeasi ai campi, onde lo tolse Amor di gloria, e della patria il grido. 140Forse avverrà, se riposato albergo Fia che mi accoglia, e poche al viver mio Ore tranquille assentirà la Parca: E finchè irrequieta e generosa Fiamma, e di giovinezza ardir fa lieve 145All’impavido core ogn’alto incarco, Ch’io le imprese dirò, le memorande Pugne, e gli spirti in amistà congiunti Dei discordi Fratelli, e la tiranna Del mar tornata ai mal lasciati scogli,
150Dove or credendo sue speranze ai venti Sogna il servaggio della stanca terra. » L’amor che move il sole e l’altre stelle, Com’a lui parve, nelle varie terre Vario infuse poter, che le diverse 155Piante, e i semi diversi, e i dolci frutti Crescesse all’Uom che della terra è donno. Il due volte fecondo Egitto miri Produr fertili spighe, alla guerriera Un giorno Italia non esausta annona. 160Ne’ suoi boschi odorosi all’Indo nasce L’animosa vainiglia, e il cinnamomo, Amor di nobil mensa, e l’abbronzato Minuto ardente seme i pingui armenti Nato a servar più lungamente intatti. 165Tra le sterili selve, e la deserta Sabbia il mistico Aleppo all’Ottomano Reca il verde caffè, che l’arte indarno, E cupidigia batava traspose Nell’odiata Martinica. Disdegna 170La canna d’Ibla di Sicilia il pingue Terreno, e sotto più benigni soli Non culta alligna, e l’incorrotta palma Suo frutto educa l’Africa. Vestite De’ palmiti di Bacco alzan le fronti 175Somma, e Tokai, dove l’aratro indarno
Si volgerebbe ne’ petrosi colli. Tal pianta ama il terren lieve, tal altro Seme gode nel forte, e tal nel secco Di soave pendio, cui nudo sasso 180Sostegna, e la scorrevol onda tosto Versata fugga le inclinate glebe. Altro l’orezzo d’umida convalle In che rado pervenga il solar raggio Estivo, e la stagnante acqua mantegna 185Paludosa la terra, ama, e profonde Nel molle limo le radici impiglia. Che più! se fra le stesse aride mura L’edera parassita i tralci implica In mille modi, e i nudi tetti, e l’alte 190Colonne offron talora ai semi albergo! Miracol parve sulle dure pietre Verde fiorir la minutissim’erba: Ma poichè la restia fisica aperse L’occhio a mortali, Zeffìro palese 195Fece l’innocuo furto, e come aleggi Sul calice de’ fiori depredando Le polveri odorate, e la semente Combattuta nell’aere alfin si posi Sul fastigio de’ templi, e delle torri. 200Non presso alle sorgenti acque, nè presso A la palude, ama il terren leggero
Il casto ulivo, cui minuta ghiaja Natura, od arte abbia commista. Il Tasso, Il velivolo abete, e la robusta 205Erculea quercia, noderose e torte Profonde nel terren metton radici. Questi il ricco pedale un braccio appena Sotterra avanza, ma si gira intorno Con duttili vermene. A questo eleggi 210Ver mezzodì rivolto d’una dolce Collina il dosso, a cui da tergo schiena Alta di monti sia barriera incontro Al rigido Aquilon, che i frutti, e i rami Degli arbor crolla impetuoso, e rompe. 215Come nell’uman corpo erra, e nutrìca I membri il sangue, e per le tonde vene, E per le erranti arterie all’aere misto Agilissimo scorre, onde fomenta Coll’incostante suo moto la vita; 220Così ne’ tronchi, e nelle foglie è chiuso Vegetabile umor succo gentile, Che dall’imo si parte a le supreme Frondi, e l’arbor di se nudrendo avviva Da tutte parti; ed han le piante anch’esse 225Aditi, e valvolette, e filtri, e vene Aere spiranti, e arcane fibre, e fini Rigagnoletti che d’esterna offesa
Hanno sentore, e morte irreparata Le assal massimamente ove le aggiunga 230Il greve fiato che continuo move Dal settentrional polo gelato. D’ogni studio il primier, d’ogni argomento Fia la scelta del loco, e della terra; Nè il dilicato a palla arbor diletto 235Sede otterrà non degna e perigliosa Ne le valli remote, in ardue vette Di rio terren, cui borea signoreggia; Ma ben dove perduto ogni suo primo Impeto, rotto dagli avversi monti 240Mite si spazia negli ameni piani; Altrimenti la dea Pallade a schifo Il loco avendo, dal malposto ulivo Si toglierebbe. Oltre al durar poc’ anni Screpola il tronco, e tutta si distacca 245La scorza, e orrende piaghe, e brutte cave Crearsi io vidi nelle afflitte piante. Così se ignara man vaga di troppo Guadagno il dilicato albero pose Ver l’aperta Malsesine, e il sublime 250Selvoso Baldo, o v’è ripida monta L’ alpestre Nizza, orrida peste io vidi Dominar negli Ulivi, e qual raggrinza La tuberosa scorza, e la dispoglia,
Qual di nocchj va pieno, e di gran gobbe 255Tutto si sforma; altro di rami appena La fronte adombra, e non maturo il frutto Dalle povere frondi arido casca. Tardi accorto del fallo, allor la spesa Piagne fatica, e l’irrito lavoro 260Il contadin, che dispettoso e mesto Sveglie l’arbor perduto, e fa la selva Suonar de’ spessi colpi a se d’intorno. Misero! intanto non rimane a lui Di che la vulgar rapa, e il fragil porro 265Intrida a desco rusticale, e l’almo Pesce, e l’erbe condisca, e del perduto Olio il disagio risarcir gli è duopo Di secche stoppie, e fragil canne, e faci Che la selva ministra, allorché stretto 270Con sua famiglia le prodotte notti Tempra del verno ne’ presepj, e canta. Come scelto abbi il loco adatto all’opra, Ove la terra, e il ciel larga prometta A tuoi sudor mercede, il terren cava 275Ad uguali distanze, e tal fra loro Servin gli scavi aperti ordine, e legge, Quale appunto distinta in partimenti Bene istrutta coorte in giuste fila Si devolve, e compon nei lati campi
280Pria che l’ordine in un confonda, e turbi L’animosa tenzone. In bipartita Schiera, se il puoi, seguan le buche, aperte Di quattro piedi al fondo, e cinque al sommo, E profonde trè pie’, colla natura 285Del terren varïando opre e consiglio. Come vuolsi lo scavo empir di smossa Ottima zolla preparata e leve, Onde agevole più trovino strada Le nascenti radici, angusto il sito 290Esser non de’, che mal penètra il duro E compatto terren che lo costringe, E preme intorno, il piccol germe. Aperti Lascia gli scavi un anno, affinchè il Sole Ivi sua forza adopre, e l’aria, e l’acqua. 295Facile inganno a chi al venir non mira Fu il piantar troppo folto, onde costretto La mesta a diradar selva importuna Con dispetto, e con danno a sveller tratto Fu per forza il cultor de le dilette 300Piante i giovani fusti, e con gli spessi Vuoti lungo le fila indur spiacente Deformità. Picciol dal fosso emerge Il fusticel, cui rapido sorvola L’occhio, e ne par che discoperto e nudo 305Segga il terren, ma cresce il picciol fusto
Rinvigorendo, e si fa tronco, e getta Ricche di frondi noderose braccia. Di rari che parean quindi i virgulti Son fatti bosco d’increscevol’ombra; 310L’un co’ rami al vicin le frondi implica, E vi si mesce, nè più il sol gl’investe Fecondatore, il sol prima del mondo Vita, e perenne animator del tutto. Se ingannar non ti vuoi, se norma, e certo 315Ordin vagheggi tu nel por l’ulivo, Ai coronati colli il guardo volgi Della fertil riviera, ove coll’onda Sorge il padre Benaco, e nell’ ampiezza Dei flutti asconde la città sepolta. 320Non indarno fra l’altre al ciel più care, E care all’uman seme amiche piagge Questa si vanta, o che di frutti e fiori Varia edûchi famiglia, e di ben posti E forti ulivi s’inghirlandi, e l’arti 325Di Cerer tutte, e di Minerva accoglia. D’amenissimi vini, e di salubri Arancj fecondissimo, tu invano Compari a questo mio fiorito nido La Tessalica Tempe, e d’Alcinôo 330Gli orti, e d’Esperia le incantate glebe. Qui l’agil aere, il cielo aperto, e l’onda.
E il beato terren che a lei si abbraccia La saturnia ricorda età perduta A chi v’arriva; e tal di se vaghezza 335Destò nel core di gentil poeta Che poiché dall’umil barchetta vide La pellegrina Delo, e Rodi, e Cirra, E la fertile Creta, a questo lido Tornò votando il suo reduce legno 340Ai figlioli di Leda. Ivi colline, E verdi cespi di ridenti rose, E pure fonti, e grassi paschi ameno Lago circonda, che il Tirren somiglia Levando i flutti procelloso, e vince 345Di bellezza, e di calma ogni tranquillo Stagno, se l’odorata aura vi scherza. Ivi del por gli ulivi il modo è piano, Più secura e spedita la ricolta, E per le ben disposte alme pendici 350Gode Minerva rigirarsi, e vince Ivi la speme de’ ricolti, il frutto. Ma sul nudo terren chi le sementi Sparse, e frutto n’ottenne, che la spesa Vaglia, e il lavoro, se gl’ingrassi obblia 355Preparando la terra? Riluttante L’arido germe in arido terreno Che di fredda crudezza a lui d’intorno
Si serra e chiude, inutile vi torpe, O vi cresce a rilento, e muorvi ancora. 360Alcun medicamento era bisogno Quindi trovar perchè l’arcano foco Della terra si schiuda, e si confetti Con placido fermento. Al mondo ignaro D’Opi la figlia e di Saturno apprese 365L’arte a mortali, nè schifò la diva Sua mano in Creta ricercar nel lordo Fimo la vita delle amate spighe, E dell’arbor fruttifero, temprando Del suol l’arsura, e fomentando il pigro 370Terrestre umore col tepor benigno De’ trovati concimi. Il patrio seggio Poiché invase Colui che il terzo regno Confermò fra celesti, il tetro influsso Sentì della superba ira di Giove 375La soggetta natura. Esule il padre Degl’Iddii sulla terra andò cercando Sotto spoglie mentite amica sede, E l’ospital sua reggia al nume aperse L’italo Giano. Dell’ignoto Dio 380Parvero tosto i segni, e si fe’ bella Quell’aurea età di bei costumi, e strinse Le discordi famiglie amor concorde. Questi levando le mordaci cure
Del perduto suo trono, a insegnar prese 385La cultura de’ campi. Ei primo al solco Fidò la speme di ventura messe; Primo il vario del sol corso, e gli aspetti Della pallida Luna, e de le stelle Narrò a mortali, e per che modo insigne 390Per le dita di rose in ciel fiammeggi L’alba nascente, e rai tremuli ruote » Lo bel pianeta che ad amar conforta. » Qual de’ venti insegnò turbi, e contristi L’aer sereno, e chi il torni tranquillo. 395Primo i campi divisi, e l’onda a questi Dirivò dalle fonti, e di barriere Li cinse, e fissi termini v’impose; E sì conobber lor confini, e dritti Le crescenti famiglie. Indi narrava 400Le arcane leggi di natura, e nome Impose agli astri erranti, ed a pianeti Del magno Olimpo, e ne additò gl’influssi. Per le mani del Dio culte le piante Lor selvaggio costume, e lor natura 405Dimenticâro, e di novelli pomi Piegâr le fronde ponderose a terra, Trovò gl’ingrassi che gli esausti sali Risarciro al terreno, e delle piante Al pedal ne commise, e il casto ulivo
410Insegnato da lui crebbe più bello. Non arte, o caso di mortal ventura Del concime la forza, e gli usi apprese; Ma sibbene del Dio furo gli eterni Insegnamenti, e sua mente divina. 415Or qual più giovi degl’ingrassi a questo Arbor dirò, se l’invocato Apollo Della nobile fonte onda non nieghi A tenui sensi, e d’alcun fiore avvolga Vil soggetto che grazie abborre, e carmi, 420Più minuta spuntar vedi e più folta L’erba ne’ prati, se bovino sterco Mano vi mesce non avara, e strame Serbato il verno ne le gravi stalle. Scorrevol fatto per clementi piogge, 425O per le derivate onde dai fiumi, Questo i meati rapido discorre Soavemente, e la fradiccia gleba Solve, e ricrea di nuovo umor la terra. Ivi del vicin colle aman le ninfe 430Scendere al ballo, e le decenti grazie, E la vergin di Cinto ivi sue tresche Notturne, e i cori esercitando, alberga. Spesso conforta il seminato in forte Terren, la pula roteante, e l’ atra 435Fuligine combusta al terren lieve
Giova, ed al freddo. Non minor guadagno Ebbe chi le marcite utili foglie Cadute il verno da fossati trae Giunte al sedente limo, indi le ripe 440Ne ingombra, e il conseguente anno le sparge. Ma null’ altro alimento e di più fresco Succo fecondo rinvenir non seppi Per l’albero gentil, che le tenaci Erbose umide zolle, e la palustre 445Verdissim’ulva, e le recise piote Ben marcite e scomposte. Il sarchio adopra Tu per le siepi, e le acquidose fitte, E ne’ floridi margini, e ne’ stagni Che di sì ricche cose a noi benigna 450Fu la natura, ed ammontato il tutto Al divisato campo lo riporta. Quivi poiché la terra, e la stagione Lo ti consente, a tuoi lavori attendi, Né stanchezza ti prenda, od importuna 455Fretta nel rimondar de’ germi il suolo, Onde l’umor che dell’amata pianta Vuol essere alimento, inutil seme Non si bea neghittoso. Ove l’oliastro Spontaneo cresce, l’inegual terreno 460Di molt’erba si ammanta, e di radici Non volute ne’ solchi; ivi sovverchio
Nasce il rovo pontuto, e il ramerino, L’umile scopa, e il fragile legume De’ sonanti bacellii, increscîose 465Tutte, e tutte nemiche al gentil germe Vane sementi, e mill’altre cui troppo Lungo sarebbe annoverarle appunto. Ma più d’ogni altra si dirama e parte La distorta gramigna, e la silvestre 470Edera che alle piante si avviticchia, E le frondi sublime impiglia e rode. D’ogni studio il primier sia la cultura Del campo, e lo sgombrar ben d’ogn’intorno Di ciò che naturalmente vi alligna 475In odio al gentil seme, che abborrisce Aver compagne ne’ suoi solchi altr’erbe. Già de’ guazzosi tempi il verno oscuro Si arrende a miglior dì, che il sol procede Per l’etereo cammino; Amor ripiglia 480Suo dolce imperio nelle cose, e tutto Di sua forza gentil pieno si move. L’invitto zappator l’arme riprende, E ritrova il suo campo; i nesti han loco E l’innocchiar degli alberi, e fra tutti 485L’esperto vignajuol suda al governo De’ tuoi nobili tralci, o buon Lieo. Non altri giorni accompagnâr cred’io
La nascente natura, allorchè prima Ebber moto le stelle, e per le selve 490Corser le agresti fere, e la rosata Alba destò soave alito vergine Di venticelli a rallegrar la terra. Or che natura sì feconda ai fiati Di genitabil aura animatrice, 495Tu, cui la casta uliva amor commise Ed util grazîoso, all’opre attendi; Destro il tempo ti arride. Il ferro stacchi Bene affilato la barbata prole Dal vecchio ceppo, onde formar la base 500Interrata che sia, del nuovo ulivo; Ma non voler con importuni tagli Ferir la pellicina onde si avvolge Il pianton primaticcio, ancor che il debba Tutto mondar di sue brutture informi; 505Nè sian tocche le barbe, che per questi Vasi il fecondator succo si bee. Pria che l’abbia il terren vuolsi l’estremo Capo della talea nel pecorino Sterco, o d’altro animale avvolger tutto, 510Od intriso simil, che all’accerchiante Terra meglio l’unisca, e ve l’affermi. La preparata fossa ov’hassi a porla Di que’ fracidi ceppi indi si sparga
Ed al fondo ne adatta: ivi composto 515Dirittamente il nocchio si collòchi Soffice e lieve, e dell’ottima terra Che serbata scavando hai l’anno prima Empi la fossa, e il campo intorno adegua. Di fresco nutrimento anco si loda 520Il pecorino sterco, o polveraccio Non men dell’atra amurea, e de’ ritagli Che limbellucci appellano i Toscani. Ma più che il sito, e la ragion nol vole Dênsi interrar profondi, acciò col forte 525Odor non dièno agli animali indizio, Che afflitti dalla fame alla vernata Si aggirano pe’ campi, e a un tratto fora Distrutto ogni lavor da lepri, e volpi Insidîose, e dai mal satollati 530Cani, che al contadin guardan la soglia. Di terra il fusto non avanzi un palmo, Nè, come stolto il vuol costume antico, Tu premerai con mangani la terra, Sicchè libero campo abbiano e loco 535Le nascenti radici. Inutil forse A te non sembri che minute cose Io noti, e studioso in picciol’arti Troppo io mi affondi, che da queste appunto Minute cose util non poco avrai.
540Età si volse, e il mondo era fanciullo Che la spontanea terra a primi figli Offria non culta il vitto, e correan latte I fiumi, e mel stillavano le querce; Nè sotto il raggio si moria del Sole 545L’adusto mietitore, e chino a terra Non dirompea la gleba arsiccia e dura; Nè il robusto villan del cittadino Era vil servo, e per balzelli e censi Dal rapace ladron vedeasi torre 550Il caro armento, e i lagrimati buoi. Ma come cesse il buon Saturno al figlio L’imperio delle cose, al mondo usciro La solerte fatica, e l’ingegnosa Inopia, ed al timor giunta la speme; 555Nè patì che torpente codardia Possedesse il suo regno. Anelo i fianchi Lungo i solchi l’aratro immane adduca Il Bue; con esso al verno, e all’imminente Sole il cultor l’opre divida; ingrato 560Non sarà che risponda a sue costanti Vigili cure il suol, che si feconda Dalle umane fatiche. Intanto a lui, Gran mercede, il terren di sua man culto Dolci al bisogno, ed al piacer ministra 565Odorati licori, e pingui ariste.
Ride negli orti suoi Pomona e Flora, Ride Cerere e Bacco. A lui risorge Di novelli piaceri apportatore L’instabil’anno, e le dissidie, e i mali, 570E l’aspre cure de’ tiranni ride. Ma dov’è dato omai sì lieti giorni Trarre al cultor se tutt’arde e divampa D’aspre liti, e d’error piena è la terra? Nell’ausonico sen certo non fia, 575Dappoichè venne in servitù condotta La bella Italia, e termine conobbe Quell’alto imperio che dal ciel tenea. I dolci campi suoi son fatti albergo Di nemico furor, di genti strane, 580Che all’atterrito Eridano, ed a quanti Suo beato terren rigano fiumi Tinser l’onda di sangue. All’opre niuno Di Cerer bada, che le braccia al pio Lavor formate or trattan l’arme, e invade 585La già bionda ricolta il rio soldato, E dai fertili paschi, e da le ville Arse ne caccia il buon cultor, che afflitto Il civil odio accusa, e i cittadini In rie discordie avvolti, e il ciel di pianto 590E di gemiti assorda e di querele; Campo non è cui non impingue umano
Versato sangue di fratelli morti O di spada civile, o di nemica: E l’arme, e l’ossa dei guerrier ricuopre 595Poca terra deserta, in cui picchiando Col grave aratro fia che le riveli Meravigliando il contadin venturo La stolta de’ suoi padri ira piangendo. Ma non indarno avvien ch’io mi diparta 600Dal mio cammin, mostrando a Te le piaghe Di questa bella e al ciel diletta Italia, O Magnanimo Sire, e le ferite Ad una ad una io mostri, e i lauti mali; » Che non senza destino alle Tue braccia 605» Che scuoter forte e sollevar la ponno, Or si commise Italia, e in Te riposa.
Libro secondo
Già dal fresco alimento, e dalla terra, Che mollemente la circonda e copre, Prende vigor la giovinetta pianta, E turgide le bucce apre, e dà segno 5De la vita nascente. Alto d’un palmo Taglisi il fusto, e la precisa cima Di viscido ricopri e pingue limo. E di salcio pieghevole l’avvolgi; E perchè la benigna acqua versata 10Non si disperda, e lasci arido il solco, Buono è che un arginello intorno levi Del giovine pedal, che di bacile In guisa, arresti la scorrevol pioggia, E vi penétri dissetando i germi. 15Giova acciò non si fenda all’imminente Sole il terreno sitibondo, al piede Sparger del fusto umide paglie e felci, E vestir di cannucce e ginestrella E del rovo pontuto il giovin tronco,
20Onde succoso e fresco si mantegna Alla calda stagione, e noi danneggi L’invernal bruma, o d’animali il morso. Per tali accorgimenti intatto miri Sorgere il caro a Tisbe arbor pregiato; 25Per questi finalmente si difenda Ciascuna pianta, che di terra appena Levi mettendo i teneri rampolli. Spesse volte vid’io lunghesso i rivi, O dove agli animali offre cammino 30Dritto sentiere, biancheggiar di viva Calcina i tronchi. Inavvertito poscia Meglio guardando il contadin comprese Che manifesto danno era alle scorze La viva calce al cader delle piogge, 35E di schermo più vero allor provvide I tenerelli arbusti. Alta barriera Fe’ lor d’intorno di pungente spino, Che di sproni acutissimi guernito Allontanò le bestie, e i setolosi 40Ispidi dossi de’ majali e buoi. Non fallì chi le sacre ombrose selve Disse abitarsi da terrene dive, E ciascuna guardar qual delle piante Più le sia cara. Nella queta notte, 45Come la taciturna ora le invita
Dalle rozze corteccie escon solinghe, Silvestri numi, a cui l’edra e la rosa E lo smorto papavero le tempie Orna, e le tonde braccia, e i petti ignudi 50Stringon serti di fior diversi, e d’erbe. Qual diguazza nell’onda, che a le belle Membra il vigor conferma, e qual soavi Tesse carole, e qual, come la move Amor di visto pastorel, si reca 55D’un mortale agli amplessi, o manifesta Le sue bellezze a chi d’ingiusta offesa Il caro arbor protesse, e il ferro crudo Astenne pio dalle devote frondi. E tal che vîolò le intemerate 60Selve, e profano la bipenne alzava Lo sconsigliato ferro in se ritorse, O rinascente ognor dal cibo fame A fiera morte il misero condusse. E ben Tancredi, e il non minor Rinaldo 65Esperïenza intera ebber di questo; Che nell’entrar dell’incantate selve Lor ferì un canto, e tale altra dolcezza Che frenò l’ire, e i cor pien di vendetta; Chiare udir dalle fronde emerger voci 70Di femminil concento, e trepidanti Senza vento tremar foglie e virgulti;
E all’alternar dei dispietati brandi Videro i tronchi sospirando aprirsi, E atteggiate di lagrime, e di sdegno 75Donne belle apparir fuor dalle vive Scorze, nudo a lor colpi il petto offrendo, E far di se medesme a quelle scudo; Che la vergin Clorinda, e la fuggente Armida aveano posto albergo in quelle. 80Per queste si mantien nelle radici Il prolifico umor, che sorge e passa Al vertice sublime; a queste è sacra L’ombra de’ boschi, e aggiransi sinistre A chi le tocca per le amate frondi. 85Così crebbe non vana e più costante La fama ognor, che vita avesse e senso Ciascuna pianta, e la guardasse un Dio. Giovi noi tal credenza, e la non cieca Religïon, che di silvestri numi 90Popolò le foreste, onde guardato Con maggior studio ogn’arbor cresca illeso. Ma chi pon freno alle tempeste, e stringe Gli irati venti, e dell’instabil anno Le meteore volubili corregge? 95Chi l’arbor guarda, se lo perde il cielo? Spesso cade a vil fine ogni lavoro, O ch’alto il sole arda le fronde, o verno
Rigoroso le aggeli, e sotto il peso Della sedente neve affaticati 100Spezzinsi i rami, e il tronco egro si sfenda; O funesta rubigine, e scortese Edace nebbia i teneri picciuoli Aridi faccia, e attossichi la migna: Quando fra nembo e nembo il sol maligno 105D’occidente ne sguarda, e cade intanto Conversa in pioggia la malvagia peste. Spesso la serpe maculata i germi Rode, e si cava il mal cercato albergo O l’aprica lucerta, e il rospo informe, 110O la talpa lucifuga, pascendo L’ime radici, e nel turgido frutto L’inerte fuco riparando il fora Non visto, e l’oleoso atro midollo Depasce e vuota. Adunator di nembi 115Oltre ver l’orse, e dove il sol tramonta Il torbid’ austro di procella avvolge Gli eterei campi, e fragorosa cade Saltellando la grandine sù i tetti. Niuno argomento allor d’umano ingegno 120Può nel periglio custodir la messe Che nei campi biondeggia, e nullo schermo Contro l’ira del ciel puote aver loco. Miseramente allor preda agl’insetti
Caggion de’ rami combattuti i frutti; 125Caggion le frondi, e il turbine ravvolge Spesso e dischianta anco da terra i tronchi. Ma soverchio timor d’irreparati Infortunj dell’aer l’opre non scemi Del buon coltivator, cui la speranza 130Di più lieto avvenir pasce ed affida. Or che il tempo a lui giova, ed assettato Il suol d’intorno al fusto si ammassiccia, Esperto zappator rechisi in collo Il rustico stromento, e l’oliveto 135Spesso ritrovi. Lievemente adopri A piè del ceppo la ferrata zappa, E il dentato rastrello, onde il terreno Soffice torni e bene smosso, e nieghi Alimento a straniere erbe crescenti. 140Lieve ed a fior di terra il ferro, io dissi, L’esperto zappator d’intorno giri, Che trascorrendo troppo, e nol pensando Porria l’ime radici offender anco, E scoprirne i germogli, inopinata 145Così morte recando all’arbor tutto; Non sia preso dal vin quindi, nè troppo Affaticato prima il buon villano, Nè pesante sia il ferro, che seguendo Suo pondo naturai cieco si affonda,
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The end
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