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Arcadia

Jacopo Sannazaro · 1806 · Free in the US

60,688 words · about 4 h 15 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

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Licence: PD-US · Published in 1806 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Arcadia_(1806)&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Jacopo Sannazaro
Language
Italian
Published
1806
Length
60,688 words · about 4 h 15 min
Sections
30 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (30)
  1. Agli editori about 2 min
  2. Elogio about 13 min
  3. Proemio about 4 min
  4. Prosa I about 4 min
  5. Egloga I about 6 min
  6. Prosa II about 4 min
  7. Egloga II about 7 min
  8. Prosa III about 9 min
  9. Egloga III about 2 min
  10. Prosa IV about 7 min
  11. Egloga IV about 2 min
  12. Prosa V about 10 min
  13. Egloga V about 2 min
  14. Prosa VI about 4 min
  15. Egloga VI about 7 min
  16. Prosa VII about 11 min
  17. Egloga VII about 3 min
  18. Prosa VIII about 19 min
  19. Egloga VIII about 12 min
  20. Prosa IX about 13 min
  21. Egloga IX about 8 min
  22. Prosa X about 19 min
  23. Egloga X about 14 min
  24. Prosa XI about 19 min
  25. Egloga XI about 7 min
  26. Prosa XII about 17 min
  27. Egloga XII about 11 min
  28. Alla sampogna about 5 min
  29. Dichiarazione about 13 min
  30. Errori under 1 min

Continue:

Agli editori

Desiderando io ardentemente, che gli ottimi nostri Autori Italiani siano sempre pregiati in quel modo che ben meritano d’esserlo, di buon grado mi sono adoperato meglio che ho potuto nell’illustrare l’Arcadia del Sanazzaro, che da voi si deve novellamente pubblicare. Le Annotazioni che ora io vi offro, son quelle che ho riputate le più utili e necessarie pe’ giovani studiosi, a cui le dirigo, o ad intendere il testo, o a rilevarne le bellezze. Alcune son tratte da quelle, che già furono scritte dal , dal , dal , e che tutte trovansi unitamente stampate nell’Edizione dell’Arcadia fitta dal Comino coll’assistenza degli onorevolissimi Signori Volpi. Quando però ho creduto, che il prendere un’annotazione intiera da qualcuno di essi senza farne un cenno speziale mi potesse essere ascritto ad ingratitudine, ho posto o per entro, o in fine il nome di quello, da cui l’ho presa. So che i Letterati per gustare l’Arcadia non hanno punto bisogno di annotazioni; ma io m’imagino, ch’eglino si compiaceranno in vedere che altri s’affatichi in maniera che la possano gustare anche i giovani meno instruiti. Del resto voi mi dovete essere assaissimo obbligati per aver procurato una cosa all’Edizion vostra, che certo la renderà preferibile alle altre; voglio dire l’Elogio del Sanazzaro scritto dalla facile e castigata penna dell’eruditissimo Sig. Consigliere di Brescia. Io ho letto sovra la nominata Edizione Cominiana la Vita del Sanazzaro scritta da ; ma non potrei esprimervi con quanta fatica e noja son io giunto a leggerla tutta. Egli è vero, che moltissimi errori del Crispo furono emendati da un Anonimo, e che tanto gli altri del Crispo, quanto quelli che di fresco scrisse lo stesso anonimo emendatore, tutti furono corretti a maraviglia dai Signori Volpi, i quali in ciò fare ebbero, com’essi medesimi confessano, il soccorso di non pochi amici, e in particolare de’ Signori Fratelli D. C. R. S., e , tanto benemeriti della Italiana Letteratura. Ma qual tedio e qual perditempo non reca mai il fallire spesso la via, comechè tu ritrovi di mano in mano chi gentilmente ti riconduce sul diritto sentiero? Io già pensava, se le altre mie occupazioni me lo permetteva- no, a rifondere quella Vita servendomi de’ lumi e dell’Anonimo e del Volpi; quando per buona ventura sovvenendomi, che il lodato Signor Consigliere Corniani deve parlare del Sanazzaro nel suo quarto volume de’ Secoli della Letteratura Italiana, di cui egli mi aveva detto aver già in pronto tutto il materiale, mi sono risoluto di ricercargli appunto ciò che faceva all’uopo mio. Quanto fu in me di ardire, tanto fu in lui di cortesia; e tostamente egli mi spedì cotesto Elogio, che senza dubbio si leggerà con sommo piacere da’ vostri Associati, sì per le bastevoli notizie concernenti la vita del Sanazzaro, come pel retto giudizio, ch’egli pronunzia sulle Opere di esso, e per le difese, che valorosamente sostiene contro le accuse, che al Sanazzaro furono già opposte o dagli oltramontani per nazionale parzialità, o dai nostri Italiani per privata invidia.

Elogio

Il Sanazzaro appartiene a due secoli, al Decimoquinto, ed al Decimosesto: uomo ammirabile, poichè in mezzo alla ruvidezza del quattrocento seppe portare la prosa e il verso Italiano e Latino ad un grado di eccellenza maggiore di quella, che il mondo ammirava ne’ provetti suoi coetanei, e fu per avventura il primo che gettò i semi della floridezza del cinquecento.

Nacque Jacopo Sanazzaro in Napoli l’anno 1458 da nobile famiglia oriunda dalla Spa- gna, che avea acquistati in Lucania larghi possedimenti, e spogliatane poi dalla Regina Giovanna, ritrovavasi allor ch’egli venne alla luce, in assai modesta fortuna per non dir povertà . I progressi ch’ei fatti avea negli studj gli apriron l’ingresso nella più verde età all’Accademia, di cui era promotore, e capo il celebre Gioviano Pontano, e in cui egli assunse il nome di Apio Sincero. Ivi nel concorso, e nella emulazione dei dotti uomini, di cui abbondava quel ceto illustre potè ampliare la suppellettile delle sue cognizioni, ed affinare il nascente suo gusto.

Nella età di soli otto anni ei concepì una innocente affezione per Carmosina Bònifacia amabile fanciulla di pari età, colla quale domesticamente vivea. Crescendo negli anni sentì Jacopo accrescersi sempre più questa sua inclinazione, ed intrecciarsi colla vivezza del desiderio, e divenir finalmente una vera passione amorosa. A cui corrispondea la donzelletta, ma con semplice fratellevole benevolenza, che a lui parea rivolta a tutt’altro fine che a quello, cui egli focosamente anelava. Ricorse alla muta favella degli sguardi, e dei sospiri, ma anche ad essa fu la bella insensibile, o per innata bontà, o perchè avesse sì freddo il petto, che amore non sapesse ricevere, o sì saggia fosse che meglio di lui lo sapesse nascondere. Non osò mai di avventurare una dichiarazione; ciò che sembrerà in un mondo corrotto un po’ fuori del verosimile. L’amor vero è timido e rispettoso, e tale è d’ordinario il primo amore. Quantunque, dic’egli, nel letticiuolo della mia cameretta molte cose nella memoria mi proponessi di dirle, nientedimeno, quando in sua presenza io era, impallidiva, tremava, e diventava mutolo . . . . Dunque per ultimo rimedio di più non stare in vita deliberai . . . . e veramente avrei finiti i miei tristi giorni, se la dolente anima da non so quale viltà soprapresa non fosse divenuta timida di quel che più desiderava. Tal che rivolto il fiero proponimento in più regolato consiglio presi partito di abbandonare Napoli, e le paterne case, credendo forse di lasciare amore, e i pensieri insieme con quelle: ma lasso che molto altrimente ch’io mi avvisava mi avvenne!

In somma la sua piaga colla lontananza non si addolcì. Egli si trasferì in Francia, ed ivi pure l’immagine dell’amata fanciulla lo seguitò costante, ed indivisibile. Fu essa la sovrana de’ suoi pensieri, e l’argomento delle dogliose sue rime. Non potendo infine più reggere ad una privazione sì tormentosa fece tra non molto ritorno alla patria. Ma a che terribile desolazione ei cadde in preda, allor che intese che la sua Carmosina era trapassata all’altra vita nel più bel fiore degli anni? Ogni amante d’immaginazione ardentissima può agevolmente idearsi quale si fosse la lacerazion dei suo cuore.

Intanto la fama del suo sapere gli aveva aperto l’adito presso il Re Ferdinando I., e presso i Principi di lui figli Alfonso e Federico. La protezion di quest’ultimo contribuì singolarmente ad alleggerire il suo animo dal peso delle narrate sciagure. Così di lui scrive a Gio. Francesco Caracciolo:

Quest’anima real, che di valore, Caracciol mio, l’età nostra riveste, Volgendo gli occhi all’alte mie tempeste Fe’ forza a morte, e tenne in vita il core.

Il Sanazzaro alle beneficenze del suo real Mecenate rendette il guiderdone di una fede inviolata, e di un saldo e tenero affetto. Non lo abbandonò nemmen quando il vide disavventurato, e spoglio del regno; anzi lo accompagnò nel suo esiglio, e seco visse in Francia sino alla di lui morte. Allora Jacopo si restituì alla patria, e oramai vecchio impiegò i restanti suoi giorni unicamente nella cultura delle lettere, e dell’amicizia. La sua deliziosa villa di Mergellina gli offeriva la tranquillità, e gli richiamava la dolce rimembranza del suo benefattore, poich’era dono di lui: affetti ambidue cari al suo cuore.

Ma non è in balìa dell’uomo di rendere durevole quella tranquillità, che è frutto del disinganno, e meta di un desiderio sano, ed illuminato dalla tarda esperienza. Sciaurate vicende turbano non di rado la calma esteriore, donde si comunica una irresistibile scossa anche all’interna ad onta di qualunque vantata impassibilità filosofica. Il Sanazzaro vide violata la pace del campestre asilo della sua Mergellina dalle soldatesche imperiali comandate dal Duca d’Orange, le quali vi apportarono un orribile guasto. Nè concepì un acerbo rancuore, e si vuole che ammettesse nell’animo ancora un sentimento smodato di vendetta in momenti, che sembrano impor silenzio alle passioni, mentre ridotto agli estremi del viver suo, avendo inteso che l’Orange era stato ucciso in battaglia, oltremodo di ciò si compiacque, dicendo che moriva contento, poichè quel pirata aveva portata la pena de’ suoi saccheggi. Anche gli uomini ragionevoli e pii non possono sempre difendersi dal disordine degli affetti.

Il Sanazzaro terminò la sua mortale carriera l’anno 1530, e fu sepolto in una Chiesa da lui eretta sul dorso del ridente Posilipo. I simboli del suo poetico merito rappresentati dalle divinità pagane, e scolpiti sulla sua tomba formano un assai bizzarro contrasto colla santità de’ circostanti oggetti. La sua situazione è vicina alla grotta di Pozzuolo, ove giacque , e questa circostanza somministrò il tale epigrammatico all’epitaffio che a lui compose il nel seguente celebre Distico:

Da sacro cineri flores: hic ille Maroni Sincerus musa proximus, ut tumulo.

Fu il Sanazzaro affettuoso e leale nell’amicizia, di costumi puri ed illibati, e d’animo liberale nelle opere di pietà e di religione, alla quale consacrò pure l’eleganza della sua penna, come vedremo in appresso.

Finge il Sanazzaro, che per fuggir la cagione del suo amoroso martirio errasse per varie regioni, e s’innoltrasse finalmente ne’ boschi d’Arcadia; dal che prende occasione di narrare i costumi, i piaceri, gli affetti, le occupazioni di que’ pastori.

Le descrizioni della campagna riescono sempre dilettevoli e lusinghiere. Piacciono a quelli ancora, a’ quali non piace la realità della campagna. La natura di quando in quando esercita i suoi diritti anche sui cuori più svogliati a corrotti. Tali rappresentazioni risvegliano in noi quella originaria dolcissima propensione verso i tempi della innocenza sopita bensì in molti cuori dai fattizj piaceri, ma non mai del tutto, estinta. Noi veggiam sempre con verace soavità dipinte al vivo le bellezze della natura, la semplicità de’ costumi campestri, il riposo dell’anima.

È sembrato a’ Poeti, che tutti gli accennati vantaggi si potessero accogliere nella vita pastorale. L’economia degli armenti importa un esercizio mite, discreto e lontano dall’asperità e dalla eccessiva fatica, che offre un’immagine disgustosa. Mentre pascono lo pecorelle possono i pastori custodi contemplare i fiori, l’erbe, i ruscelli, le piante, i zefiri ec., ed avvertire in se stessi il piacere, che destano loro nel cuore tanti oggetti di beltà semplice. È poi naturale, ch’essi partecipino della mansuetudine del gregge, che di continuo è presente ai loro occhi, ed ai loro pensieri. Non conoscono quindi le passioni raffinate, e laceratrici della società. Le passioni si riducono in essi all’amore, e alle gare per superarsi ne’ giuochi, o ne’ canti, o ne’ suoni. Tali furono gli argomenti degl’Idilj di , e dell’Egloghe di Virgilio, e tali pur quelli dell’Arcadia del Sanazzaro.

Quest’opera è composta di prose e di versi. Il primo fu il Sanazzaro, che facesse rivivere la colta prosa Italiana imbarbarita già dai , dai , dai ec. Ei seppe cogliere la eleganza del , e il candore de’ Trecentisti, coll’avvertenza però di escludere le faticose trasposizioni, e i rancidumi abrogati dall’uso. L’argomento favoloso e poetico ha dato luogo ad uno stile fiorito, e sopraccarico di epiteti e di locuzioni poetiche. Tale è quello degli Amori di Dafni e Cloe, e degli altri bucolici romanzi de’ Greci Maestri. I più eleganti scrittori tra le culte moderne nazioni hanno nelle cose pastorali adottata questa istessa dizione sparsa di ardite immagini, e di frasi frondose, così che ai loro componimenti può darsi a ragione il titolo di poemi in prosa. Ritornando al nostro Sincero osserveremo, che le sue descrizioni sono vivissime, e corrispondenti alla soavità, ed alla vaghezza degli oggetti campestri, che ne formano l’argomenti. Noi accenneremo quelle del delizioso monte Partenio, della festa di Pale veneranda Dea de’ pastori, e delle giovanili bellezze della Pastorella Amaranta. Di meglio non si può far col pennello.

Il Sanazzaro sgombrò ancora l’Italiana poesia dalle macchie della rude scuola Tebaldea, e la ripulì nelle acque di Sorga. Mostreranno i seguenti versi quanto egli gustasse l’ingenuo sapor :

Menando un giorno gli agni presso un fiume, Vidi un bel lume in mezzo di quell’onde Che con due bionde trecce allor mi strinse, E mi dipinse un volto in mezzo ’l core, Che di colore avanza latte e rose; Poi si nascose in modo dentro l’alma, Che d’altra salma non m’aggrava il peso.... Io vidi prima l’uno, e poi l’altr’occhio: Fin al ginocchio alzata al parer mio, In mezzo ’l rio si stava al caldo cielo: Lavava un velo in voce alta cantando: Oimè che quando ella mi vide, in fretta La canzonetta sua spezzando tacque, E mi dispiacque, che per più mie’ affanni Si scinse i panni, e tutta si coverse ec.

La maggior parte dei Dialoghi delle sue Egloghe sono tessuti di terze rime sdrucciole.

Si vuole che Enea Pulci stato sia l’inventor dello sdrucciolo. Il pubblico però non ne possiede alcuna prova. Quello che è certo si è che tra le ottave del se ne veggono alcune di sdrucciole. Ma il Sanazzaro fu indubitatamente il primo de’ poeti conosciuti che abbia impiegati i versi sdruccioli negl’interi coraponimenti, e sia riuscito in essi a gran laude. Ciò nondimeno la povertà delle rime rendendo questo metro sommamente difficile lo tragge non di rado a far uso di latinismi e di rancidumi di lingua. Ad onta di ciò vi s’incontrano de’ versi ammirabili, e tali, che quali adagi, e sentenze si figgono nella memoria, come per esempio:

L’invidia, figliuol mio, se stessa macera,

e quelli

Nell’onde solca, e nelle arene semina, E il vago vento spera in rete accogliere Chi sue speranze fonda in cor di femina.

Alcuni critici hanno opinato che mostruosa sia l’indicata mistura di prosa e di verso, siccome un composto per dissomiglianza e contrarietà di parti difforme. Io con loro convengo, quando improvviso sia il salto dalla prosa al verso, e senza alcuna data occasione, o motivo di cangiamento. Allora troppo bruscamente colpisce la discrepanza. Questa però men disconviene alla lingua francese, che alle altre, poichè il suo poetico numero è poco sensibile, e i suoi versi noti appajono per lo più che una prosa rimata. Questa per avventura è la ragione, per cui ia poesia francese più di qualunque altra abbonda di simil fatta di componimenti.

L’Arcadia del Sanazzaro quantunque frammista anch’essa di prose e di versi va non pertanto immune dall’esposto rimprovero di sproporzione e di dissonanza. Le descrizioni, e le narrazioni sono tutte distese in prosa, e non vi s’introducono i versi, se non quando le circostanze portano naturalmente i pastori a divenire poeti. Or si disfidano essi per superarsi a vicenda nella eccellenza del canto, or l’uno disfoga con amorosi lamenti l’acerbezza della sua passione, ora un altro piange con poetici epicedj sopra la tomba di una tenera amante da morte rapita nel fior della età.

Gli accennati pregi fecero risguardare universalmente l’Arcadia, qual’opera originaria e peregrina, così che vantò nel suo secolo circa sessanta edizioni, e viene considerata ancora nel nostro, come una delle più leggiadre produzioni, di cui possa gloriarsi l’Italiana favella, e l’Autor suo come il principe, ed il modello de’ volgari poeti bucolici.

Altre meliche poesie lasciò il Sanazzaro, ma niente pareggia l’Arcadia.

Non solo il Sanazzaro rimondò il verso Italiano dalla ruvida scorza del quattrocento, ma aggiunse eziandio alla latina poesia quell’ultimo grado di pulimento, che non avevano saputo donarle, nè il Poliziano, nè il Fontano, nè i due Strozzi, e spianò quindi la via ai posteriori coltissimi ingegni, che gareggiano nella eleganza coi poeti del secolo d’Augusto.

In questa classe primeggia il suo Poema del Nascimento del Redentore, o sia del Parto della Vergine, com’egli lo intitolò. Vi spese Jacopo vent’anni di lavoro. In una delle dotte conversazioni che si tenevano presso di Leon X. alcuno diede contezza dell’accennato componimento, dietro cui il Sanazzaro stava allora travagliando. Bastò questo cenno, perchè l’umanissimo Pontefice gl’indirizzasse un onorifico Breve, col quale non solo con lui si congratula, ma ancor colla Chiesa, poichè in un tempo, in cui valenti ingegni, ma perfidi ne laceravano il seno, un ne sorgesse, il quale ne invigorisse la forza, e insieme ne facesse risplendere la bellezza. E per dire il vero il prodigioso avvenimento della divina riparazione offre al Sanazzaro varie circostanze, dalle quali ei sa cogliere gli attributi più nobili del poetico bello. Questo illustre esempio può anch’esso influire a confondere l’incauta asserzione di que’ critici, o ingannati, o maligni, i quali pretendono, che la Religione Cristiana non somministri alle arti liberali argomenti capaci di tutto quell’abbellimento, a cui si prestano i soggetti della pagana mitologia. Tra le più leggiadre cose, di cui abbonda l’enunciato poema ne trasceglieremo una sola, la quale servirà in qualche parte a fiancheggiare la nostra riflessione. Licida uno de’ pastori accorsi all’annunzio dell’Angelo a visitare il presepio preso dopo l’adorazione da insolito entusiasmo prorompe ad applicare al celeste bambino i presagi della Sibilla Cumea, che malamente, e per mera adulazione aveva voluti ascrivere al figliuol di Pollione.

At Licidas vix urbe sua, vix colle propinquo Cognitus aequoreas carmen deflexit ad undas.... Inter adorantum choreas, plaususque Deorum Rustica septena modulatur carmina canua.... Ultima Cumaei venit jam carminis aetas: Magna per exactos renovantur saecula cursus. Scilicet haec virgo est, haec sunt Saturnia regna: Haec nova progenies caelo descendit ab alto, Progenies, per quam toto gens aurea mundo Surget, et in mediis palmes florebit aristis. Qua duce, si qua manent sceleris vestigia nostri, Irrita perpetua solvent formidine terras.... Adspice venturo laetentur ut omnia saeclo. Ipsae lacte domo referent distenta capellae

Hubera; nec magnos metuent armenta leones; Agnaque per gladios ibit secura nocentes.

Poich’ebbe compiuta e pubblicata quest’Opera venne onorato con altro magnifico Breve dal Papa Clemente VII., il quale ne esalta a cielo non meno l’ingegno, che la pietà, e la religione. Quasi tutti i letterati, e moltissimi Grandi di quella età fecero eccheggiare l’Europa delle sue lodi, e il Poema del Parto della Vergine venne universalmente insignito col titolo di divino.

Ma in mezzo agli enfatici panegiristi non mancarono al Sanazzaro nemmeno i detrattori. Tra gli altri l’inesorabile Scaligero, mentre ammira per una parte l’eleganza e l’armonia de’ suoi versi, lo riprende per l’altra di aver profanato il Cristiano argomento colle favole del Gentilesimo, e frammischia e agli Angeli ed ai Santi le Driadi e le Napee, e fatta predire la incarnazione del Verbo al multiforme Proteo, e non al Re Salmista e Profeta.

Si studia il Gravina di giustificarlo dicendo: che queste persone della favola altro non sono che varj effetti della natura. Per menargli buona una tale discolpa converrebbe ch’esistesse una generale convenzione di consi- derare i mitologici personaggi soltanto come simboli di naturali effetti. Se non si può difendere il Sanazzaro si può almen compatirlo di essersi lasciato sedurre da un inganno comune al suo secolo, che la poesia non dovesse piacere, se non intinta nei colori de’ classici antichi; inganno a lui doppiamente dannoso, poichè i suoi versi riescono anche agli occhi del gusto più graditi e pregevoli, quando egli non si diparte dall’augusta maestà delle sacre carte, che quando gl’imbelletta coi fucati ornamenti della Grecia e del Lazio.

Meritò applauso altresì il N. M. Jacopo per un altro genere di composizione in esametri di cui può egli chiamarsi a ragione inventore. Da un Idilio di Teocrito, in cui vengono introdotti a favellare due pescatori trasse l’idea delle sue Egloghe Pescatorie. gli seppe poco grado di questa sua introduzione. Egli pretende, che il Sanazzaro abbia fatto un mal cambio de’ pastori coi pescatori, mentre ei dice, che la situazione di questi ultimi offre alla poesia oggetti meno aggradevoli di quella de’ primi. Se il Fontenelle si fosse ritrovato nelle sue circostanze avrebbe per avventura pensato diversamente. Il Sanazzaro nel più bel clima d’Italia vedea dalla sua Mergellina i pescatori approdare colle barchette, deporre le prede, asciugare le reti sul vicino Posilipo; Posilipo che stende le falde in un ridente mare. Il prospetto del mare aggiunge indubitatamente vaghezza al paesaggio campestre. Mi pare che frammischiando ai fiori, alle frondi, all’ombre delle circostanti rive le immagini dei pescosi stagni, delle muscose grotte, dei tufi, dei coralli, delle conchiglie ec. non si possa che accrescere la grazia e il diletto delle descrizioni. Niente poi vi ha di più delizioso di una sera estiva sul mare rallegrata dai raggi della luna, che si rifrangon nell’onde, e dalla frescura dei zefiri, che lievemente le increspano. Il Sanazzaro colpito da tanti lusinghieri oggetti prende la penna per dipingerli vivamente, e lascia che il bello spirito geometra misuri a suo senno le bellezze poetiche col compasso.

Dalle censure del letterato Francese il compensarmi gli encomj di un dotto Spagnuolo, il quale non ebbe difficoltà di affermare, che Napoli avea maggior ragione di andar fastosa per le Egloghe Pescatorie del Sanazzaro, di quello che per la Tebaide di altro suo celebre figlio.

Il Sanazzaro divertì ancora l’ingegno cogliendo de’ fiori minuti del Latino Parnaso. Celebre è il suo Epigramma sopra Venezia. Dopo di aver consacrata la penna alle verità più sublimi della Religione egli la degradò in alcuni lirici componimenti di amor lascivo. Il libertinaggio degli Scrittori di questo secolo ci costringe a saper grado al Sanazzaro non già di essersi preservato immune da questa pece, ma di avervi a paragone degli altri più leggermente invescate le ali.

Proemio

Mostra quanto più diletto alcune volte arrechi all’uomo una cosa rozza, naturalmente fatta, che una pulita, e fabbricata con artificio.

Sogliono il più delle volte gli alti e spaziosi alberi negli orridi monti dalla natura prodotti, più che le coltivate piante, da dotte mani espurgate negli adorni giardini, a’ riguardanti aggradare; e molto più per li soli boschi i salvatichi uccelli sovra i verdi rami cantando, a chi gli ascolta piacere, che per le piene cittadi dentro le vezzose ed ornate gabbie non piacciono gli ammaestrati. Per la qual cosa ancora, siccome io stimo, addiviene, che le silvestre canzoni vergate nelle ruvide corteccie de’ faggi dilettino non meno a chi le legge, che li colti versi scritti nelle rase carte degl’indorati libri; e le incerate canne de’ pastori porgano per le fiorite valli forse più piacevole suono, che li tersi e pregiati bossi de’ musici per le pompose camere non fanno. E chi dubita, che più non fia alle umane menti aggradevole una fontana, che naturalmente esca dalle vive pietre, attorniata di verdi erbette, che tutte le altre ad arte fatte di bianchissimi marmi, risplendenti per molto oro? Certo che io creda, niuno. Dunque in ciò fidandomi, potrò ben io fra queste deserte piagge agli ascoltanti alberi, ed a quei pochi pastori, che vi saranno, raccontare le rozze Egloghe da naturale vena uscite; così di ornamento ignude esprimendole, come sotto le dilettevoli ombre, al mormorio de’ liquidissimi fonti da’ pastori d’Arcadia le udii cantare, alle quali non una volta, ma mille i montani Iddii da dolcezza vinti prestarono intente orecchie, e le tenere Ninfe, dimenticate di perseguire i vaghi animali, lasciarono le faretre e gli archi a piè degli alti pini di Menalo e di Liceo. Onde io, se licito mi fosse, più mi terrei a gloria di porre la mia bocca alla umile fistula di Coridone, datagli per addietro da Dameta in caro dono, che alla sonora tibia di Pallade, per la quale il male iusuperbito Satiro provocò Apollo alli suoi danni. Che certo egli è migliore il poco terreno ben coltivare, che ’l molto lasciare per mal governo miseramente imboschire.

Vergate nelle ruvide cortecce de’ faggi. Gli antichi scrivevano sopra due scorze d’alberi, cioè sopra la prima scorza, la quale dalla parte esteriore è ruvida, e sopra una seconda scorza sottilissima, che sta sotto alla prima. Sopra la prima scrivevano in due maniere, o nella parte esteriore con un ferro tagliente, e questo si chiamava segnare, o intagliare nelle scorze, ovvero nella parte interiore con uno stilo di osso o di metallo, e questo si diceva propriamente scrivere. Di questa seconda maniera intende qui parlare l’Autore. E sia detto di passaggio, che le scorze di cui usavano gli antichi per iscrivere, d’ordinario erano quelle dell’abete, del faggio, del tiglio, della picea, sorta d’arbore secondo Dioscoride dello stesso genere che il pino, secondo altri quasi del tutto simile al larice.

Nelle rase carte. Per iscrivere prima si usarono le cortecce degli alberi, poi le tavole incerate, finalmente le pelli di capretto, le quali però non si adoperavano a tal uopo se non purgate, rase e pulite colla pomice.

Le incerate canne de’ pastori. Le canne unite insieme colla cera formano l’istromento, che si chiama sampogna, di cui i Poeti fingono esserne stato Pane il ritrovatore; onde Virgilio nell’Eg. 2 dice:

Pan primus calamos cera plures Instituit.

Pregiati bossi. Il bosso, o bossolo è un arbore piccolo sempre verdeggiante, il legno del quale è sì duro che va al fondo s’è gittato nell’acqua, e non mai s’intarla. Di esso fannosi i flauti, e qui di fatto si prende la materia per la forma, come fece anche nel lib. xiv. delle Metam. scrivendo: Inflati murmure buxi. L’Autore, osserva bene, contrappone le sampogne ai flauti, perchè le prime son fatte dalla natura, e i secondi dall’arte.

Le rozze Egloghe. Egloga viene dal greco ἐκλογὴ, che significa scelta, e Virgilio intitolò Egloghe le sue pastorali poesie, o perchè quelle chi ci tramandò sono le poche ch’egli scelse dalle molte che fece, o perchè sono come la scelta di alcuni versi, cui egli scrisse imitando Teocrito. Nondimeno prevalse poi l’uso di chiamare con tal nome spezialmente le poesie pastorali.

Arcadia. È questa una regione così nominata da Arcade, figliuolo di Giove o di Calisto, situata nel mezzo del Peloponneso, lontana dal mare per ogni parte, e tutta montuosa in modo che resta più adatta alla pastura delle pecore, che all’agricoltura. Quindi ne parlano sempre i poeti pastorali, come di luogo caro più d’ogni altro a’ pastori, che nelle loro poesie introducono. Fra i monti più celebri dell’Arcadia sono particolarmente da noverarsi il Menalo, il Liceo, l’Apollonio, il Cillene, l’Erimanto, il Partenio.

Alla umile fistula di Coridone ec. Intendi Virgilio per Coridone, e , imitato da Virgilio, per Dameta, l’uno e l’altro come autori di pastorali poesie. Il Sanazzaro tocca in seguito la favola del Satiro Marsia, che per saper suonare il flauto, cui Minerva, la quale ne fu l’inventrice, avea gittato via veggendo nell’acque la deformità del viso, mentre gonfiava le gote in dando fiato all’istrumento, tanto si alzò in superbia che pretese superare Apollo nel suono; e perciò da quel Dio fu scorticato vivo, o costretto a fuggirsene, come pensano altri fondati su ciò che ne scrisse nel lib. viii. Il Sanazzaro adunque in questo luogo vuol dire, ch’egli ama meglio cantare le umili cose, che le grandi e sublimi.

Prosa I

Descrive il sito della cima del monte Partenio, e di quali alberi sia adorna, e chi quivi soglia ridursi; dove con bella maniera introduce due pastori, cioè Selvaggio, che canta con Ergasto, il quale era dolente per le sue passioni amorose.

Giace nella sommità di Partenio, non umile monte della pastorale Arcadia, un dilettevole piano, di ampiezza non molto spazioso, perocchè il sito del luogo noi consente, ma di minuta e verdissima erbetta sì ripieno, che, se le lascive pecorelle con gli avidi morsi non vi pascessero, vi si potrebbe d’ogni tempo ritrovare verdura. Ove, se io non m’inganno, son forse dodici o quindici alberi di tanto strana ed eccessiva bellezza, che chiunque li vedesse, giudicherebbe che la maestra natura vi si fosse con sommo diletto studiata in formarli. Li quali alquanto distanti, ed in ordine non artificioso disposti, con la loro rarità la naturale bellezza del luogo oltra misura annobiliscono. Quivi senza nodo veruno si vede il drittissimo abete, nato a sostenere i pericoli del mare; e con più aperti rami la robusta quercia, e l’alto frassino, e lo amenissimo platano vi si distendono, con le loro ombre non picciola parte del bello e copioso prato occupando; ed evvi con più breve ironda l’albero, di che Ercole coronare si solea, nel cui pedale le misere figliuole di Climene furono trasformate: ed in un de’ tali si scerne il noderoso castagno, il fronzuto , e con puntate foglie lo eccelso pino carico di durissimi frutti; nell’altro l’ombroso faggio, la incorruttibile tiglia, e ’l fragile tamarisco, insieme con la orientale palma, dolce ed onorato premio de’ vincitori. Ma fra tutti nel mezzo, presso un chiaro fonte, sorge verso il cielo un dritto cipresso, veracissimo imitatore delle alte mete, nel quale non che Ciparisso, ma, se dir conviensi, esso Apollo non si sdegnerebbe essere trasfigurato. Nè sono le dette piante sì discortesi, che del tutto con le loro ombre vietino i raggi del sole entrare nel dilettoso boschetto; anzi per diverse parti sì graziosamente li ricevono, che rara è quella erbetta, che da quelli non prenda grandissima recreazione: e come che da ogni tempo piacevole stanza vi sia, nella fiorita Primavera più che in tutto il restante anno piacevolissima vi si ritruova. In questo così fatto luogo sogliono sovente i pastori con li loro greggi dalli vicini monti convenire, e quivi in diverse e non leggiere pruove esercitarsi: siccome in lanciare il grave palo, in trarre con gli archi al bersaglio, ed in addestrarsi ne’ lievi salti, e nelle forti lotte, piene di rusticane insidie, e ’l più delle volte in cantare, ed in sonare le sampogne a pruova l’un dell’altro, non senza pregio e lode dei vincitore. Ma essendo una fiata tra le altre quasi tutti i convicini pastori con le loro mandre quivi ragunati, e ciascuno varie maniere cercando di sollazzare, si dava maravigiosa festa. Ergasto solo, senza alcuna cosa dire o fare, a piè d’un albero, dimenticato di sè e de’ suoi greggi giaceva, non altrimenti che se una pietra o un tronco stato fosse, quantunque per addietro solesse oltra gli altri pastori essere dilettevole e grazioso: del cui misero stato Selvaggio mosso a compassione, per dargli alcun conforto, così amichevolmente ad alta voce cantando gl’incominciò a parlare.

Il drittissimo abete, nato ec. Di abete si formato le navi, le quali sostengono poi i pericoli del mare. Quindi nel lib. vi. lo chiama audace: Hinc audax abies.

L’albero di che Ercole ec. Questo è il pioppo, che albero vien anche appellato semplicemente, come si fa dall’ nel C. iii. st. 25:

Con un gran ramo d’albero rimondo.

In pioppo furono trasformate Fetusa, Lampetusa e Japezia, e secondo altri Fetusa, Lampezia ed Egla, figliuole di Climene e del Sole, allorchè sulle rive del Po piangevano la caduta e morte di Fetonte loro fratello. Ercole si coronò di frondi di pioppo andando all’inferno per trarne Cerbero. Le foglie divennero pallide dalla parte che toccavano la testa, ed oscure dall’altra parte a cagione del fumo infernale.

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