Memorie storiche di Lionardo da Vinci
I. Se istruttiva e dilettevole riuscir deve a chi legge la storia degli uomini, che estesero i confini del sapere, raffinarono il gusto, e perfezionando le arti piacevoli come le utili, accrebbero i comodi della società, certamente, per l’importanza dell’argomento almeno, piacerà il leggere quì raccolte le Memorie Storiche intorno a Lionardo da Vinci valente Musico e Poeta, ingegnoso Meccanico, profondo Geometra e Matematico, egregio Architetto, esimio Idraulico, eccellente Plasticatore e sommo Pittore.
In nessun luogo aveansi avanti il maggio del 1796 tanti materiali per iscriversi la vita di quel gran genio quanto in questa nostra biblioteca, ove l’immortal fondatore card. , e co’proprj danari e per altrui generosi doni, raccolto avea più scritti e disegni del Vinci, che sparsi non n’erano in tutto il resto dell’Europa. Ma, dopo che que’codici, disegni, e quadri furono δορύληπτοι, per valermi d’un espressione d’, non avrei mai osato d’incaricarmi di scrivere di quel grand’uomo la vita, quantunque già da venti anni ne avessi pubblicato un compendio, se il mio predecessore , non avesse tutto letto collo specchio, (giacchè il Vinci scriver solea colla manca e all’ordine da destra a sinistra), copiato con somma pazienza e fatica oltre ogni credere fastidiosa e grave, come dic’egli medesimo, e lasciatoci quanto in que’ codici trovasi d’importante per la storia di Lionardo; e raccolte non avesse al tempo stesso le più accertate e peregrine notizie, che altri codici e i libri gli somministrarono, e indicate le fonti ove altre cercarne.
Devo pur dire, e con riconoscenza il dico, che molto ancora mi giovai delle notizie intorno a Lionardo raccolte dal Consigliere , uomo eruditissimo in fatto di Belle Arti: le quali notizie insieme a quelle che risguardano , e altri celebri nostri Maestri nelle Arti del Disegno, serbansi presso il suo degnissimo figlio, che cortesemente mi permise non solo di leggerle, ma anche di trarne que’lumi, che a migliorare il mio lavoro servir poteano.
Con questa suppellettile di cognizioni da altri preparatemi ho preso a scrivere queste Memorie, ben certo di non essere un semplice ripetitore di ciò che gli altri, dal e dal sino a noi, hanno scritto; anzi sicuro di dir cose nuove e importanti, specialmente riguardo a questo paese, in cui egli passò gli anni suoi migliori, e fece quelle opere che maggior nome gli acquistarono.
Meglio fors’anco, e con più di precisione alcune cose direi, se i codici di Lionardo, che nostri erano, avessi ora liberamente sott’occhio, onde di tutti agiatamente esaminare i disegni, e lo scritto; ma questi sono a Parigi. Fortunatamente per me, oltrecchè varie notizie già in altro tempo da que’codici io avea tratte, l’amico mio e collega , ora Ministro della Repubblica Italiana presso l’Elvetica, con occhio di colto Fisico, e valente Matematico qual egli è, potè colà esaminarli, e ’l fece, pubblicandone poi un Saggio, di cui varrommi; giacchè riguardo alla parte scientifica poco si estesero le ricerche del nostro Oltrocchi.
Non devo quì omettere che raccolse Oltrocchi quelle note per secondare i desiderj del ch. illustratore di Plinio sig. conte , il quale, avendo avuto uno scritto inedito del celebre suo concittadino Monsignor contenente una compendiosa vita d’alcuni valenti artisti del secolo xv e fra questi del nostro Lionardo da Vinci, volea pubblicarlo corredato di quante notizie potea raccogliere a loro spettanti. Egli non pubblicò mai nulla; ma intendo dal coltissimo suo nipote ed erede degli scritti suoi, come delle sue sostanze, esservi di fatti il manoscritto di Giovio arricchito di copiose note dell’illustre suo avo, ch’egli pubblicherà forse un gior- no. Frattanto però ragion vuole, giacchè sì opportuna n’è l’occasione, che più non resti sconosciuto il risultato delle fatiche dell’; e veggasi quanto a torto alcuni accusassero i Bibliotecarj dell’Ambrosiana di trascurare i monumenti del Vinci che possedevano.
Narrerò prima succintamente, seguendo quanto sarà possibile l’ordin cronologico, ciò che egli fece e che gli avvenne nel decorso de’ suoi giorni; e quindi, più diffusamente esaminerò i suoi studj, e i lavori da lui diretti, specialmente relativi all’Idrostatica. Delle sue teorie intorno all’arte del dipingere non parlerò che incidentemente e poco dironne; essendo i suoi precetti tutti raccolti nel suo .
II. Nacque Lionardo in Vinci, piccol castello posto in Valdarno non lungi dal lago di Fucecchio, presso ai confini del Pistoiese; e nacque, non già nell’anno 1445, come generalmente leggesi presso gli Scrittori della sua Vita, ma nel 1452, come rilevò da registri originali di quel tempo il sig. Dei, il quale ne scrisse la genealogia, consultando non tanto le vecchie carte della famiglia da Vinci, quanto i pubblici archivj. Possiamo così annoverare Lionardo fra gl’illustri bastardi, dice l’autore della sua vita inserita fra quelle degli illustri Toscani, e dopo lui , ed altri. Ma, sebbene sull’illegittimità de’ natali di Lionardo sembri non potersi mover dubbio, sarebbe stato desiderabile che il sig. Dei avesse trovato qualche documento per dichiararlo almeno legittimato in appresso: la qual cosa è verisimile per le ragioni che son per addurre. Se Lionardo avea 17 anni quando ser Piero n’avea 40, questi dunque l’ebbe essendo giovinetto ancora, e probabilmente libero; il che poteva e dovea facilitarne la legittimazione. Ebbe ser Piero tre mogli, come rilevasi dalla genealogia del Dei, cioè Giovanna di Zanobi Amadori, Francesca di ser Giuliano Lanfredini, e Lucrezia di Guglielmo Cortigiani. Se Lionardo visse in famiglia colla seconda moglie, come vedesi dal registro summentovato, ben è chiaro che v’era anche ai tempi della prima, giacchè allora, come or or diremo, pensò ser Piero a farlo istruire. Visse pur colla terza; e lo rilevo da un sonetto giocoso del diretto a Madonna Lucrezia (certamente avanti l’anno 1483 in cui giù era in Milano), nel quale dice d’essere 1
Vedremo in seguito che a Fiesole i Vinci avean casa, e che v’era Lionardo anche nel 1505. È egli probabile che un fanciullo, tenuto come vile bastardo, vivesse continuamente nella famiglia paterna nel tempo di tre successive matrigne? Di più: nel in cui Pompeo Leoni raccolse quanti scritti e disegni aver potè di Lionardo, e che sta ora a Parigi, havvi al fol. 128 la lettera d’una sua cognata in data de’ 14 dicembre 1514, la quale così scrive al marito suo in Roma: Erami schordato el dirvi che voi mi rechomandiate Lesandro in Firenze a vostro fratello Lionardo un omo excellentissimo, e singolarissimo... Pregiavasi dunque que- sta della fratellanza di Lionardo con suo marito: nè lo avrebbe certamente cotanto distinto, se per la legittimazione almeno non lo avesse riputato degno di questo titolo. Un argomento sicuro poi della legittimazion sua, se non della legittimità, io lo traggo dal vederlo nel 1511 in Firenze occupato a piatire co’ suoi fratelli, che molti n’avea come rileviamo dalla genealogia del Dei, per avere la sua parte dell’eredità d’un comune loro zio ser Francesco da Vinci matricolato nell’arte della seta; e ciò consta per più lettere sue scritte a Milano, esistenti nel mentovato codice atlantico al fol. 310, delle quali un frammento di quella sola quì trascrivo che diretta fu a monsig. luogotenente del re di Francia in Milano: Io sono, scrive egli, quasi al fine del mio letigio che io ò con mie’ fratelgli, e più sotto. Ancora ricordo a V. Exc.ia la facenda che ò cum S.r Juliano mio Fratello capo delli altri fratelli ricordandoli come se offerse di conciar le cose nostre fra noi fratelli del comune della eredità de mio Zio, e quelli costringa alla expeditione, quale conteneva la lettera che lui me mandò.
È egli verosimile che volesse Lionardo avventurare una lite per una sostanza alla quale non avrebbe potuto in nessun modo pretendere, qualora non avesse avuto il titolo, se non della legittimità, almeno della legittimazione? Aggiungasi che nel suo te- stamento medesimo rammemora i fratelli, e loro lascia una somma di denaro che impiegata avea in Firenze, e forse anche la sua parte del podere di Fiesole, come a suo luogo vedremo. E ciò basti per levargli di fronte, come meglio si può, la macchia de’ natali, a lui senza sua colpa improntata.
III. Ne’ primi anni suoi Lionardo, sortito avendo dalla natura e belle forme e robustezza non ordinaria, e agilità somma con ingegno perspicacissimo ma inquieto, molti studj intraprese con ardore, come l’aritmetica, scienza allora non comune, la musica per cui molto piacque anche nella virilità, e la poesia in cui non solo bel riuscì scrivendo versi, ma anche cantandoli all’improvviso, se il vero ci narrano , e . Convienci confessar però che nel sonetto morale, sola composizione poetica di lui rimastaci, ha mostrato d’essere più uomo sensato che immaginoso poeta. Ma fra gli studj suoi, quello per cui dimostrò una più costante inclinazione, e un’assiduità maggiore, si fu il disegno, e le arti tutte che ne dipendono. Per gli sforzi di e di , cominciava a risorgere allora in Italia, e specialmente in Toscana, l’arte della Pittura; e i migliori ingegni che se ne occupavano, richiamavanla alle belle forme de’ greci lavori, anzi della natura; e già scorgeasi ch’essa condur poteva alle ricchezze, e alla gloria. Ser Piero, tanto per secondare l’inclinazione del figliuolo quanto per istradarlo in un’arte onorevole e lucrosa, dopo d’essersi consigliato con messer , valente pittore, scultore, e architetto a que’ dì, a lui stesso diello perchè nell’arte del disegno lo istruisse. Seco il prese a discepolo messer Andrea, e poichè ne vide i maravigliosi progressi, per vieppiù animarlo allo studio e alla diligenza, mentre stava dipingendo una tavola, in cui san Giovanni battezzava il Salvatore, volle che Lionardo in quel la-
voro avesse parte; e questi vi dipinse un Angiolo che teneva alcune vesti:» e benchè fosse giovanetto, dice , lo condusse di tal maniera che molto meglio delle figure d’Andrea stava l’Angiolo di Lionardo; il che fu cagione che Andrea mai più non volle toccar colori; sdegnatosi che un fanciullo ne sapesse più di lui «. De’ suoi progressi nella pittura, e de’ più rinomati lavori del suo pennello, avrò in appresso occasione di ragionare; ma prima d’ogni cosa mi convien dare un breve ragguaglio de’ principali avvenimenti della sua vita.
IV. Pare che sino all’anno suo trentunesimo Lionardo vivesse in patria, o nella Toscana almeno, occupato bensì principalmente della pittura come provanlo e la rotella di fico, in cui pinse sì strano mostro composto di quanto trovar seppe di più schifoso e spaventevole fra i rettili e gl’insetti, che spaventò suo padre medesimo; e la testa di Medusa, e ’l Nettuno fatto per Antonio Segni, e ’l cartone d’Adamo ed Eva, di cui dice il Vasari essere stato disegnato con tanta diligenza e naturalità, che al mondo divino ingegno far non può la simile. Nel tempo stesso però impiegava quanto d’ozio restavagli nello studio variato sì, ma assiduo di tutto ciò che poteva ornargli lo spirito o giovargli. Egli certamente molto lavoro facea, poichè, non possedendo ricco censo paterno, sappiam da Vasari, che con qualche lautezza vivea, cavalli e domestici avendo, e de’ cavalli volendo i più belli e vivaci; il che far non potea che co’ proprj guadagni. La sua giovinezza, e la vivacità sua gli fecero nascere talora de’ pensieri, che parer possono, e talor furono stravaganti, come il creare de’ pessimi odori, che or noi diremmo gas, con misture di cose inodore, e spignerli invisibilmente nelle stanze per cacciarne chi v’era: il celare allo stesso fine lunghissime e ripiegate budella in modo che, gonfiandole con mantice non veduto, tutto il luogo occupassero: il formare tal congegno, per cui quasi spontanea una tavola del letto s’alzasse a destare e spaventare chi dormìa, e altre simili celie parecchie. Meno inutile fu il suo capriccio di copiare dal vero le stravaganti fisionomie che incontrava, per farne le famose sue caricature, nel che fu tanto superiore, dice , a quei che poscia vollero imitarlo quanto una buona commedia di a un’insulsa farsa d’arlecchino. Egli studiavasi non solo di dipingere ne’ volti e negli atteggiamenti il bello e ’l deforme, ma ben anche di esprimervi le idee, gli affetti, l’anima stessa, per la qual cosa talora, dice , chiamò i contadini a convito per farli ridere alla smascellata, raccontando loro le più pazze cose del mondo, e sì ben disegnolli che senza riderne guardar non poteansi quelle figure: e talor seguì i condannati al patibolo per esaminare le traccie dell’angoscia e della disperazione sul loro viso. Utili ritrovati pur sovente meditava, tentava, ed eseguiva. Vasari e Lomazzo ci dicono che lasciò de’ disegni ora per iscaricar acque, ora per traforar monti, ora per tirare gran pesi, ora per oriuoli, e mulini, per gualchiere, e cento altri congegni d’arti, de’ quali parleremo. Due principalmente de’ suoi progetti meritano d’essere annoverati; quello cioè di sollevare, sottoponendovi acconcia base, la basilica di s. Lorenzo senza che avesse a risentirne l’edifizio; e l’altro d’incanalare il fiume Arno da Firenze a Pisa: questo però, siccome a suo luogo diremo, deve probabilmente riferirsi all’età sua più matura. Lavorò da giovanetto anche di scultura e di plastica, facendo alcune teste di femmine ridenti e di putti che parevano uscite di mano d’un maestro; e d’architettura pur occupandosi disegni di varj edifizj, delle quali cose tutte abbiamo a testimonj il Lomazzo, e ’l Varasi, e i suoi disegni medesimi.
Ciò che scrisse e che fece in appresso ben ci prova quanti e quali studj facesse Lionardo ne’ suoi primi anni, attese le cognizioni vaste e profonde che in diverse scienze ed arti mostrò d’avere. Per formarcene un’idea basta leggere la lettera ch’egli indirizzò a reggente, e poco men che signore del ducato di Milano, allorchè qui chiamollo. Ricoppiolla dal summentovato atlantico codice vinciano. Eccola scritta, quale ivi si legge al foglio 382, se non che Lio- nardo scrissela colla manca, e perciò da destra a sinistra alla maniera degli Orientali.
» Havendo S.or mio Ill. visto et considerato oramai ad sufficientia le prove di tutti quelli che si reputano maestri et compositori d’instrumenti bellici; et che le inventione et operatione de dicti instrumenti non sono niente alieni dal comune uso: mi exforserò, non derogando a nessuno altro, farmi intendere da Vostra Excellentia: aprendo a quello li secreti miei: et appresso offerendoli ad ogni suo piacimento in tempi opportuni sperarò cum effecto circha tutte quelle cose, che sub brevità in presente saranno quì di sotto notate.
1. Ho modo di far punti (ponti) leggerissimi et acti ad portare facilissimamente et cum quelli seguire et alcuna volta fuggire li inimici; et altri securi et inoffensibili da fuoco et battaglia: facili et commodi da levare et ponere. Et modi de ardere et disfare quelli de linimici.
2. So in la obsidione de una terra toglier via laqua de’ fossi et fare infiniti pontighatti a scale et altri instrumenti pertinenti ad dicta expeditione.
3. Item se per altezza de argine o per fortezza de loco et di sito non si pottesse in la obsidione de una terra usare lofficio delle bombarde: ho modo di ruinare ogni roccia o altra fortezza se già non fusse fondata sul saxo.
4. Ho anchora modi de bombarde comodissime et facili ad portare: et cum quelle buttare minuti di tempesta: et cum el fumo de quella dando grande spavento al inimico cum grave suo danno et confusione.
5. Item ho modi per cave et vie strette e distorte facte senz’alcuno strepito per venire ad uno certo.... che bisognasse passare sotto fossi o alcuno fiume.
6. Item fatio carri coperti sicuri ed inoffensibili: e quali entrando intra ne linimici cum sue artigliere: non è sì grande multitudine di gente darme che non rompessino: et dietro a questi poteranno seguire fanterie assai inlesi e senza alchuno impedimento.
7. Item occorrendo di bisogno farò bombarde mortari et passavolanti di bellissime e utili forme fora del comune uso.
8. Dove mancassi le operazione delle bombarde componerò briccole manghani trabuchi et altri instrumenti di mirabile efficacia et fora del usato: et in somma secondo la varietà de’ casi componerò varie et infinite cose da offendere.
9. Et quando accadesse essere in mare ho modi de’ molti instrumenti actissimi da offendere et defendere: et navili che faranno resistentia al trarre de omni grossissima bombarda: et polveri o fumi.
10. In tempo di pace credo satisfare benissimo a paragoni de omni altro in ar- chitettura in composizione di edifici et publici et privati: et in conducere aqua da uno loco ad un altro.
Item conducerò in sculptura de marmore di bronzo et di terra: similiter in pictura ciò che si possa fare ad paragone de omni altro et sia chi vole.
Ancora si poterà dare opera al cavallo di bronzo che sarà gloria immortale et eterno onore della felice memoria del S.re vostro Padre, et de la inclyta Casa Sforzesca.
Et se alchune de le sopra dicte cose ad alchuno paressino impossibili, et infactibili me ne offero paratissimo ad farne experimento in el vostro parco, o in qual loco piacerà a Vostra Excellentia ad la quale umilmente quanto più posso me raccommando etc.
Di molte fra le progettate macchine, congegni militari, e stromenti bellici ci lasciò Lionardo de’ disegni ne’ codici, che posseduti erano dalla nostra biblioteca; e basta anche vedere le Tavole di Gerli, le notizie pubblicate da Venturi, e i pochi cenni ch’io ho dati de’ disegni Vinciani non copiati da Gerli, per averne un’idea. Fra i disegni di Gerli vedonsi i ponti (Tav. xlv), la pioggia o tempesta d’accese sostanze (Tav. xxxviii); i mangani o trabucchi (Tav. xv.*); ogni maniera d'armi (Tav. xiv.*); disegni d'architettura (Tav. xv.*, e nella Tav. ii. quì unita fig. 7); e altre simili cose, delle quali avrò in seguito occasione di ragionare.
V. Cosa importante nella storia del Vinci è il fissar l’epoca di questo scritto, e quindi della sua venuta a Milano; intorno alla quale, poichè vide tutti gli scrittori aver preso abbaglio, delle giudiziose ricerche fece il nostro . Vasari, e con lui tutti quasi i biografi vogliono che Lionardo venisse a Milano nel 1494; ma noi sappiamo da Vasari istesso che mandò a l’architetto ; che questi quì visse e conversò con Lionardo, quindi tornò a Firenzze, e di là portossi a Prato, ove, mentre attendeva all’edificazione di quella cattedrale, intese con acerbo dolore la morte di Lorenzo. Or questo Principe morì nel 1492: dunque assai prima di quest’anno Giuliano quì venne e vi trovò Lionardo, a cui, dice il Vasari, diè de’ buoni consigli intorno alla statua equestre, di cui era occupato.
L’altrui trascuratezza ha fatto passare nelle mani d’un mio colto amico un libro di spese della fabbrica nel nostro duomo, in cui non poche notizie trovansi relative alle Belle Arti sul finire del secolo xv. Alla pag. 107 leggesi:
» 1491. M.er Leonardus florentinus debet dare scriptum sibi in credito in Libro viridi mastro anni praeteriti in fo. 199. ll. xij.
Debet habere scriptum sibi in debito in libro albo mastri anni 1492. in fo. 88. pro resto isto ll. xij. Ecco dunque Lionardo che nel 1490 aveva un debito colla fabbrica del duomo, e pagollo, o scontollo nel 1492. Ma non cerchiamo di ciò altri testimonj che Lionardo medesimo e gli amici, e contemporanei suoi.
Se veracemente il consigl. De Pagave avesse letto nel codice atlantico ambrosiano alla pag. 2 che Lionardo disegnò in Milano un padiglione nel settembre del 1482, siccome scrive d’aver rilevato dalle sue Memorie l’amico mio il chiar. P. ; e se Lionardo, come questi crede, fosse stato l’architetto della casa del conte Giovanni Melzi edificata a Vaprio nello stesso anno 1482, posseduta pur oggidì dal suo successore e ottimo Vice-Presidente della Repubblica nostra , avremmo due argomenti incontrastabili della venuta di Lionardo a Milano in quest’anno, o prima. Ma sebbene, come vedremo, ciò non sia punto improbabile, pure, ch’egli fosse l’architetto della casa Melzi di Vaprio, lo congettura solo, e nol dimostra il Dellavalle; e che trovisi la nota riferita dal De Pagave ne dubito, poichè non seppe vederla Oltrocchi, diligentissimo scrutatore e copiatore di quel codice, in cui cercava soprattutto argomenti per anticipare quanto potea la venuta del Vinci a Milano. Egli vide bensì il disegno del padiglione, ma disegnato il vide pel bagno della duchessa quì venuta nel 1490, e nella vicina pagina trovò notato l’anno 1492.. Aggiungasi che nemmeno vi vide quella nota Venturi, il quale nelle notizie sulle epoche di Lionardo ne avrebbe fatta menzione. Cerchiamo dunque più certe prove.
Lionardo nel codice segnato Q. A. alla pag. 31 così lasciò scritto: Vigne di Vigevano (adì 20 Marzo 1492) alla vernata si sotterrano. Eccol dunque in Milano nel 1492. A qual oggetto andasse ne’ contorni di Vigevano, lo vedremo poi. Di più: abbiamo un altro codice suo, dice Oltrocchi, intitolato: Della luce, e delle ombre: in cui leggonsi queste parole da lui scritte all’usata sua maniera: A di 23 d’Aprile 1490, chominciai questo libro, e richominciai il cavallo. È chiaro alludersi quì al cavallo della statua equestre, destinata a : è chiaro che, se nel 1490 ricomincionne il gran modello in plastica, doveva averlo cominciato già qualche tempo prima, e tempo pur vi voleva a formare studj, disegni, abbozzi, e modelletti prima di cominciarlo. Di ciò non potè Lionardo molto occuparsi nello stesso anno 1490, poichè essendosi a quell’epoca celebrate le nozze di , che allora avea nome di reggente del ducato, con , a lui tutta fu addossata la direzione e l’apparecchio degli spettacoli, che in quella occasione si diedero. Per un analogo motivo egli dovè essere occupatissimo nel precedente anno 1489, in cui celebraronsi colla massima pompa le nozze del duca con ; e che dirette fossero col grande ingegno ed arte di Maestro Lionardo cel dice chiaramente il poeta , il quale scrisse i versi a quelle relativi. E prima di queste feste altre probabilmente aveane immaginate e dirette, come più sotto diremo.
Nei versi del sullodato Bellincioni un altro argomento abbiamo per maggiormente anticipata dimostrare la venuta di Lionardo in Lombardia. Il Poeta nel primo suo componimento finge che in sogno gli compaia l’ombra di (trucidato da congiurati nel 1476), il quale era anzioso pel figliuolo Gian Galeazzo, lasciato d’otto anni, e che allora aveva già d’anni presso a quattro lustri cioè da 18 a 19 anni. E poichè nato egli era nel 1468, è chiaro che quei versi furono scritti nel 1486, o al più 1487. Ometto altri versi ove dello stesso Gian-Galeazzo dicesi che all’età sua verde e acerba licite son le ciancie e fole; che se da giovanetto egli opera l’età il vuole, però non pensiam tristo il grano in erba; il che certamente deve intendersi de’ tempi anteriori al suo matrimonio progettato nel 1488. Or a quell’epoca, scrive il che Lionardo già era in Milano; poichè, volendo il poeta rassicurare Galeazzo Maria sulla buona riuscita del figliuolo suo, gli dice che tutto dee sperare dalla conversazione de’ grandi uomini da Lodovico chiamati alla sua corte, fra i quali, se non nomina apertamente Lionardo, perchè forse il verso e la rima il ricusavano, sì ben lo accenna sotto il nome d’Apelle fiorentino che l’editore Tantio o Tanzi l’ha egli apertamente nominato in margine. Scritto aveva il poeta:
» Quì come l’ape al mel vienne ogni dotto » Di virtuosi ha la sua corte piena: » Da Fiorenza un Apelle ha quì condotto;»
ed a spiegazione di quest’ultimo verso l’editore ha posto in margine: Magistro Leonardo da Vinci. Pertanto il fissare prima del 1487 la venuta di Lionardo in Milano non è certamente anticiparne l’epoca vera. Ma un’altra epoca abbiamo più arretrata ancora, e non meno sicura, sapendo noi dal cav. Fr. , che Lionardo, suo contemporaneo, già era in Milano, e lavorava al modello della statua equestre nel 1483: imperciocchè narrando egli come i Francesi lo distrussero quando Lodovico XII s’impadronì di Milano nel 1499, soggiugne che il Vinci intorno a quella grand’opera sedici anni continui avea consumati. Non abbiamo è vero altro argomento che quest’epoca confermi; ma nemmeno nessuno ve n’ha che la contraddica: e altronde il dotto e savio scrittore milanese, che narra d’aver veduta una sì nobile e ingegnosa opera fatta bersaglio a balestrieri Guasconi, ben merita tutta la fede.
VII. Un altro abbaglio del , e generalmente de’ biografi del Vinci, si è che Lodovico il Moro alla corte sua l’invitasse, perchè il divertisse col suono della sua cetra. Vero è che eccellente musico, e sopra tutto esimio suonator di lira riputato egli era, cosicchè, al dire del tutti in quest’arte ei superava. Vedesi in una nota del suo codice (segnato Q. R. pag. 28) fatta menzione d’una viola con nuova tastatura: in altro codice v’è d’una lira il disegno da lui fatto; d’un’altra sua lira formata dal teschio d’un cavallo con molta parte d’argento parla il Vasari summentovato; e con una chitarra in mano io vidi il suo ritratto fra gli ornati del frontispizio di un bel codice triulziano in pergamena, ch’è un Trattato di Musica di prete Florentio dedicato al cardinale . Con tutto ciò non è punto credibile che il Vinci sia stato quì chiamato per divertire suonando e cantando Lodovico, il quale gli uomini più grandi de’ suoi dì in ogni scienza ed arte studiavasi di quì raunare; e che conoscer dovea quanto Leonardo valesse nelle belle arti, e specialmente nella pittura, avendo nella sua corte la mentovata famosa rotella da lui giovanetto dipinta, e dal duca Galeazzo Maria comperata per 300 scudi, siccome scrive lo stesso Vasari; e appunto in vista di questa, al dire del Lomazzo, egli è stato quì ricercato.
E in vero, o si considerino le idee grandiose e politiche di Lodovico il Moro, o le prove di sapere e di abilità nelle arti offerte da Lionardo, che di musica e di stromenti musicali mai non fa parola, o ciò che questi quì fece, ben vedesi ch’egli vi fu chiamato non meno ad istruire che ad operare, e anche ad istituire e dirigere un’accademia di scienze e d’arti. Sappiamo dagli scrittori della vita di Lodovico, che questo accortissimo Principe, avendo, dopo l’assassinio del fratello duca Galeazzo Maria, fatto il progetto di salire sul trono paterno, nel tempo stesso che colla forza e più coll’arte, tolse il comando alla vedova duchessa , e la vita a di lei sagace consigliere e ministro, cercò di trarre al suo partito gli uomini più rinomati d’Italia per le scienze e per le lettere, e sopra tutto per le belle arti, le quali avendo, per la protezione de’ Medici, cominciato a risorgere a Firenze e quindi pe’ Visconti a Milano, tanta gloria aveano acquistata a quelle famiglie. A ciò s’aggiunse il lodevol motivo, o pretesto almeno, di dare al piccol duca nipote suo una educazione quale a gran sovrano conveniva; onde meglio colorir così l’iniquo progetto di togliergli la Signoria.» Egli pertanto, non contento, come dice il Tantio, d’aver ornato Milano di pace, dovizia, templi e magnifici edifizj, volle ancora arricchirlo di mirabili, e singolari ingegni, i quali a lui, di loro vera calamita, concorreano». Perciò chiamò quì con onorevoli stipendj il lodato fiorentino Bellincioni, che teneasi allora pel più arguto e faceto poeta italiano, acciocchè, dice il mentovato Tantio, »per l’ornato parlare fiorentino e per le argute e terse sue rime venisse a limare e polire l’alquanto rozzo parlare della nostra città; e sì gran frutto ei fece, che non solo la Cantarana e ’l Nirone, ma tutti due i navigli sono diventati acqua di Parnasso». Il Bellincioni medesimo ha fra le sue rime un »Sonetto in laude del signor Lodovico, il quale vuole che Milano in scientia sia una nuova Athene.«
Io non istarò quì a rammentare tutti i grandi uomini che a Milano invitò Lodovico a que’ dì. Molti ne ricorda il , poeti e artisti celebri, lodando fra questi in ispecial maniera Lionardo col dire:
Del Vinci e suoi pennelli, e suoi colori I moderni e gli antichi hanno paura.
Molti più ne commenda Frate . di Lionardo l’amico e ’l compagno, e ’l ristoratore degli studj matematici in Italia, il quale pur mette innanzi a tutti Lionardo, dicendo, che »il Vinci di scoltura getto e pittura con ciascuno il nome verifica» cioè tutti vince. E chi vuol meglio sapere quanto coltivate allor quì fossero colle arti le scienze e le lettere, legga l’ e ’l , e vedrà quali e quanti uomini illustri quì fossero allora. egli credibile che in mezzo a tanti dottissimi uomini chiamato fosse Lionardo, in ogni scienza ed arte versato, unicamente per divertire colla cetra sua Lodovico?
Il fatto ben prova l’opposto. Già osservai, e dallo scritto da lui presentato, e dalle sue note rilevarsi, che la prima occupazione di Lionardo fu la formazione della statua equestre di Francesco I. Sforza; allo studio della quale ha dato, al riferire del Castiglione, incominciamento nel 1483: e prima ancora, dice il poeta , sarebbesi messa mano all’erezione di quel monumento se Lionardo fosse quì prima venuto.
E se più presto non c’è principiato, La voglia del Signor fu sempre pronta: Non s’era Lionardo ancor trovato, Che di presente tanto ben l’impronta.
VIII. Uno de’ più chiari argomenti del conto in cui Lodovico il Moro tenne Lionardo, non solo come gran meccanico, eccellente statuario, e pittore esimio, ma come uomo in ogni maniera di scienze e d’arti versato, trarre lo possiamo dall’accademia, che il Vinci ha quì stabilita, e che da lui avendo preso il nome dovea certamente il fondator suo e direttore in lui solo riconoscere. Che il Moro bramasse l’unione de’ dotti uomini e valenti artisti, e chiedesse che reciprocamente i lumi loro comunicandosi estendessero i confini del sapere, e migliorassero le arti, l’abbiamo dal mentovato Fra . Che poi vi fosse quì stabilita un’accademia (la prima di cui siavi certa memoria), a cui avea dato il no-
me Lionardo, oltre il testimonio del Vasari, non cen lascia dubitare la stampa di sei tavole incise in rame esistenti fra i nostri codici, nelle quali in mezzo a un ingegnoso disegno di cifre, e d’andirivieni, variato in ogni tavola, leggesi: ACADEMIA LEONARDI VINCI. Dassi per fregio o vignetta alla prima pagina di queste memorie il centro d’un di que’ disegni, i quali, comprese le quattro cifre degli angoli fatte a complemento del quadrilatero, hanno pollici parigini 9, lin. 5 in lunghezza, e pollici 7 lin. 3 in larghezza.
Ben è probabile che ad uso di quell’accademia, per ragionare co’ suoi colleghi, e per istruzione de’ suoi scolari, tante cose abbia scritte il Vinci quante sen leggono non solo nel suo , ma anche ne’ molti suoi volumi manoscritti. Spiegasi così perchè di tanti e sì variati argomenti ei prendesse a trattare; e perchè non trovinsi generalmente ne’ suoi scritti se non idee staccate, opere abbozzate, e materiali per far libri, anzichè trattati compiuti. In questo conto pur tenere possiamo, e vel tennero i più colti uomini che lo esaminarono, il presente Trattato della Pittura, quantunque Fr. Luca Paciolo dica che »Lionardo con tutta diligentia al degno libro de pictura et movimenti umani ab- bia posto fine»; e l’opera sia altronde in se stessa sì pregevole che il conte Algarotti non esitò a dire che in una scuola di disegno altro libro elementare di pittura fuor di questo trattato non v’avrebbe voluto. Il ch. Venturi, il quale dai codici vinciani, che or sono in Parigi, ha estratto ciò che più onora l’ingegno e ’l sapere di Lionardo, pubblicandone il già mentovato Saggio, ci fa vedere che »la Pittura non fu che una parte delle occupazioni di quest’uomo straordinario. I suoi manoscritti, dic’egli, contengono delle specolazioni sui rami della scienza naturale che più rapportansi alla Geometria: vi sono delle viste nuove, delle note fatte per le circostanze del momento; e vedesi che l’autore aveva il progetto di trattare estesamente quegli argomenti... È vero che trovansi talora ne’ suoi manoscritti delle specolazioni inutili, e delle false deduzioni, che forse avrebbe omesse, ove avesse ridotte le sue idee a trattati; pur v’è molt’oro fra mezzo a quella arena». Colla scorta di questo Scrittore di tutte quelle cose daremo un’idea più sotto.
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The end
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