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I Salmi di David
Avvertenza
“I Salmi di Davide, sian molti o pochi gli scritti realmente da lui, furono più largo fonte di consolazione e d’insegnamento che qualsivoglia altra parte delle scritture ebree. Vi splendono qualità di mente e percezioni religiose non espresse prima nei sacri libri, ma squisitamente caratteristiche di Davide: l’amore della natura, il sentimento del peccato, la sincera ardente fede e comunione in Dio. Nessun’altra parte del Vecchio Testamento s’aggiusta tanto al Nuovo. I Salmi sono le uniche effusioni di pietà ricevute nell’universa chiesa cristiana; fra Abissini, Greci, Latini, Puritani, Anglicani.„
Queste parole d’un collaboratore del Dizionario Biblico di Guglielmo Smith si potrebbero cementare con altre di Herder, di Alfredo Maury e di altri critici moderni. Si potrebbe cercare quali Salmi siano più manifestamente di David, o più probabilmente d’altra mano; e rifare la storia di quel re con le sue poesie. Tutto il suo regno v’è dentro, ha detto Herder, anzi noi diremmo tutta la sua vita ed anima, o meglio l’anima del popolo ebreo, dalla cui religione altamente morale procede, secondo il Maury, il senso di contrizione del peccato, il dolore d’avere offeso l’Onnipossente che ne’ Salmi sono sì vivamente impressi. Egli li raffronta agl’Inni del Rig-Veda, creduti da lui di pari antichità, nei quali quel dolore del peccato è assente, ma sfolgorano in compenso imagini più poetiche e più ardite dell’Essere supremo.
Il raffrontare i salmi co’ canti vedici, seguendo il Maury, sarebbe più grato ed utile che l’analizzarli secondo i precetti d’una lirica artifiziale, tratta, secondo dice Herder, dagli esempj d’Orazio. Ma non è del nostro compito lo studiare storicamente, poeticamente o religiosamente i salmi, sibbene presentarli al lettore insieme al loro traduttore Giovanni Diodati.
La riforma di Lutero aveva attecchito in Italia. Sebbene la superstizione romana avesse, nel nostro ingegnoso popolo, fatto più strazio della fede che della ragione, si trovarono pur tra noi molte menti sincere che accettarono avidamente le nuove idee religiose. A Lucca, tra l’altre città, la parola di Dio fece gran frutto; e dove mise radice, non fu facilmente svelta. Molte famiglie posposero la patria alla fede, ed esulando in terre libere, vi diffusero l’onore degli studj e del nome italiano. Fra queste famiglie, fu quella del nostro scrittore. Un illustre professore del suo nome morì a Ginevra ai dì nostri.
Giovanni Diodati nacque a Ginevra il 6 giu- gno 1576. A vent’anni ebbe la lettura di lingua ebraica; nel 1608 fu annumerato ai pastori, e nell’anno seguente nominato lettore di teologia, nel qual ufficio continuò fino al 1645. Fu amico di fra , ch’egli visitò a Venezia e da lui ebbe aiuto ad una sua versione francese della Relazione dello stato della Religione in Occidente di . I primi dieci capitoli sono ricchi di aggiunte avute dal Sarpi, il quale veramente era intrinseco di parecchi protestanti, ma crediamo che egli più desiderasse di veder rinascere Venezia alla pura fede antica che mai gli venisse, siccome dicono, il pensiero di suscitarvela, e per prudenza lasciasse. Imperocchè, sebbene Venezia, per lo spirito d’indipendenza, naturale ai governi laici, ed asserita più francamente ch’ella non fece, da re piissimi ed anche superstiziosi, combattesse contro le usurpazioni romanesche, era troppo sepolta nella superstizione, e troppo stretta dal cerchio di fuoco del risorto fanatismo italiano, da sperare di ribattezzarla in Gesù Cristo. Se non che il Diodati si studiò di diffondere i principj della riforma in modo assai più efficace, che con le mene segrete, e fu il tradurre ch’ei fece la Bibbia in volgare. La sua versione, confessa il Tiraboschi, esser quanto allo stile colta ed elegante; a Riccardo Simon, il gran precursore della critica biblica, parve troppo parafrastica, e le note onde la allagò più da teologo che da critico. Come che sia è lavoro che non ha ancor pari in Italia, esclusa fin qui dal verbo divino, e tenutane lontana dalla spada de’ preti di Roma, che volevano adulterarlo a lor posta e guadagno.
Meno felici che la prosa parvero al Tiraboschi le rime onde il Diodati vestì i salmi di Davide. Se non che, concedendo ch’egli non riuscì troppo nella testura del verso, ed aggiungendo ch’egli è più parafraste che traduttore, a un di presso come fu il Cesari per le odi d’Orazio, si può giustamente asserire ch’egli ha una semplicità, una naturalezza, una proprietà che incantano, e se il sublime lirico di Giuda assume troppo spesso il fare e il colore di una laude, ritiene però tutta la verità del sentimento morale che l’informava. Il Diodati tradusse i salmi anche in rime francesi, e non fu curato da coloro che avevano la traduzione di Marot; ma noi non abbiamo finora che traduttori anelanti ad un falso lirismo oraziano e pindarico, senza alcun vivo sentimento dello spirito intimo de’ Canti di David; centoni classici senza punto oro, ma con tutto l’orpello della superstizione romana.
Abbiamo fatto in passato un’edizione de’ Salmi, e nella serva Italia fu tutta esaurita. Ora nella libertà, sorrisa e fomentata da un ridestamento della sincera fede di Cristo, siamo sicuri che la nostra nuova edizione avrà ancora più largo spaccio, e che i Salmi del Diodati diverranno il libro delle famiglie. Questa diffusione della divina parola non solo gioverà allo spirito, ma all’ingegno, che non fu mai più fecondo e mirabile in Italia che quando di lei s’ispirò, come ne è testimonio il possente verso di Dante, e talora l’alato verso del Manzoni, l’uno e l’altro poeti sublimi quando furono semplicemente cristiani e non cattolici.
Per tornare al Diodati egli fu in grande stima presso i riformati. Deputato dalla Chiesa di Ginevra al sinodo di Dodrecht nel 1608, ebbe sebbene straniero il carico di stenderne gli atti. Egli aveva stampato la Bibbia volgare a Ginevra nel 1607. Nel 1641 la ristampò con l’aggiunta de’ Salmi che noi riproduciamo. Egli morì nel 1649. Ora il suo nome rivive e la sua opera fruttifica in Italia ed anche in questa città, donde Aonio Paleario fu, per la purità della sua fede, tratto nelle forze papali, per esser poi condotto a Roma a soffrirvi il martirio.
Di Milano, il 9 Febbraio 1864.
SALMO I.
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Beato l’uom che, dietro a la ria scorta Del consiglio degli empi, orma non preme, E ne la via dal ciel smarrita e torta, Co’ peccatori non si ferma insieme, Nè de la turba schernitrice siede Ne la profana e pestilente sede. Ma ’l sol diletto, che gli stempra ’l core In sacra gioia, è la Legge divina: E la mente devota, a tutte l’ore, Di notte e giorno, a meditarla inchina: A penetrar ne l’alto sentimento, E di pio zelo ad osservarla intento. Quindi egli fie simil ad un frondoso Arbor, che posto in su le fresche rive D’acque correnti, s’erge prosperoso: Che ’n sua stagion largheggia in frutti, e vive Serba le foglie: e del rotato cielo Non teme il variar in caldo, o gelo.
E così d’esso avran l’opre, e l’imprese, Di venturoso fin bella corona. Agli empi queste sien grazie contese, Con che ’l Signor i giusti guiderdona. Anzi fuscel, che ’l vento caccia e volve, Rassembreran, e lieve pula, e polve. E per ciò non avran d’alzar la fronte, Nel giudizio final, cor, nè baldanza: Nè d’apparir, di colpe carchi e d’onte, Fra la beata giusta raunanza. Che de’ buoni il Signor la via gradisce: Ma degli empi l’oprar con lor perisce.
SALMO II.
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Qual accecato error punge le genti Ad eccitar tanti tumulti insani? I popoli perchè bollon frementi, A l’ansio partorir di pensier vani? Insieme s’adunar prenci frequenti, Da’ regni accolti prossimi e lontani; Per congiurar, nel lor convento unito, Contr’al Signor, e l’Unto suo gradito. Dicendo, in note scellerate e fiere: Di spezzar i lor lacci, e ’l giogo sciorre, Or ci proviam; ch’a l’alto lor potere Già non vogliam il collo sottoporre. Ma quel, ch’assiso in su l’eteree spere La terra affrena, a’ lor furori opporre Beffe solo verrà, e amari scherni, Messi funesti degli sdegni interni. Quindi tonando da’ celesti scanni, Ne l’ira acceso, e con tremenda voce, Occuperà d’orror, e grevi affanni, Que’ regi, che tentar l’impresa atroce.
E dirà lor: O schiatta di tiranni, Perch’erger contra ’l ciel corno feroce; Pur ho sagrata del mio Re la fronte Sopra Sion, mio santo eletto monte. Da me, dirà quel Re, sarà spiegato Palesemente quel sovran consiglio. Dissemi Dio: Oggi t’ho generato, Tu se’ l’eterno mio diletto Figlio. Vengan davanti al mio volto beato Le preci tue, e con paterno ciglio T’esaudirò: del mondo le contrade Ti darò tutte in propria ereditade. Di ferro scoterai verga reale, Onde fiaccati fien popoli felli: Non altrimenti, che di terra frale Son triti di leggier testi e vaselli. Regi, lasciate omai l’error mortale, Nè più contra ’l Signor siate ribelli: E, ravveduti, a lui solo servite, E, con casto timor, in lui gioite. E, riverenti, date al Figlio i baci Di fè leal, e d’umil servitute: Che talor di furor le dire faci Non vibri: nè da l’alma sua salute Bando vi die, e’ sentier vostri fallaci Trascorrer faccia in eterne cadute. O quanto dir si può quell’uom beato C’have per fede in esso il cor fondato!
SALMO III.
ct
Quant’è grosso lo stuol, Signor superno, Ch’ora m’assale e preme? Ohimè, ch’a molti son in beffa e scherno, Per queste angosce estreme,
Onde l’afflitto cor sospira e geme. E dicon, motteggiando, Poselo Dio d’ogni salute in bando. Ma tu, Signor, mi fai ripar dintorno, Saldo mio scudo, esperto; Porto per te, di real gloria adorno, Franco, e lieto, il capo erto. T’ho ’l mio caldo disio, co’ gridi, aperto: E tu, dal santo monte, Mi dai risposte graziose e pronte. Quindi le membra coricate affondo In sonno grato e queto. E poscia, a lo schiarir del dì giocondo, Sorgo, senza divieto. Perchè dinanzi mi sostenti, e drieto: Sì, ch’a migliaia gente, Schierata contra me, tengo per niente. Al mio scampo, Signor, dunque ti desta Che la crudel mascella De’ mie’ rubelli hai già colpita e pesta: E rotti i denti a quella Gola di sangue sorbitrice fella. A te il salvar conviene, Del ben tu schiudi a’ tuoi l’eterne vene.
SALMO IV.
ct
Mentre la voce i’ levo, e sgombro il petto, A te, ne’ mie’ martiri, Odi i fievol sospiri, O Dio, cui mia ragion tutta rimetto. Già me, di doglie e grevi affanni oppresso, Al largo tu mettesti. Or tua mercè non resti, E l’orecchio al mio dir porgi da presso.
A scherno infin a quando, o nobil gente, Vi fie la gloria mia? Ed a menzogna ria, E vana falsità, terrete mente? Eletto s’ha ’l Signor, vi fie pur noto, Un Re diletto, e pio: E per ciò il grido mio A lui giammai non fie che spanda a voto. Santo tremor dal mal oprar vi stoglia. Ciò raggirando il core, Del sonno a le quete ore, De l’imprese compir scemi la voglia. Quindi con pura mente e vivo zelo, Rivolti a’ sacri uffizi, Pietosi sacrifizi Offrite in fede nel gran Re del cielo. Oh chi, dice la gente al senso intesa, Farà di beni paghe, Le nostre voglie vaghe? A me svela, Signor, tua faccia accesa. Così gioia maggior nel cor m’infondi, Che, quando lor consenti Dovizia di frumenti, O che di mosti lor ricolta abbondi. Al sonno allenterò la salma grave, Giacendo in alta pace. Che sol tua cura face, Che ’l cor sicur nissun periglio pave.
SALMO V.
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A’ detti miei gli orecchi intenti Porgi, Signor dolce e pietoso. A que’ che spande il cor doglioso Davanti a te, duri lamenti, Mirar consenti.
Lasso, mio Re, non mi si nieghi Udienza appo te, al mio grido, Quel Dio tu se’ nel qual confido. Non far che tanti umili prieghi Indarno spieghi. A’ primi albor, divoto, imprendo Conte del cor le cure farti. A’ primi albor piaccia chinarti A’ pianti miei: mirando attendo, E da te pendo. Perocchè l’empietà gradire In te non cade, o giusto Dio. Non teco alberga il petto rio: Anzi lo vuoi da te sbandire, Per lontan gire. Di tua tremenda Maestade Non può portar l’occhio severo L’uom, cui d’orgoglio erra il pensiero. Appo te, chi opra iniquitade In odio cade. Tu fai perir chi, con mendace Lingua, va dietro a frodi prave. In abbominio il Signor have Cui l’uman sangue spander piace, E l’uom fallace. Ma, venend’io, per quel favore, Ch’a me, Signor, allarghi tanto, In Casa tua, nel Tempio santo, Adorerò, chino di core, Nel tuo timore. Me la tua grazia e scorta fida, Di tua giustizia al calle invie. Spiana ’l sentier a l’orme mie. Per iscampar la turba infida Sii tu mia guida. Dritto parlar non hanno in bocca,
Tristizie sol cova il cor fello. La gola lor foce d’avello Sembra, lusinghe il cor accocca, La lingua scocca. Dannati sien per tua sentenza, Disperdi il cauto lor consiglio. Pe’ molti error, d’irato ciglio, Caccia chi ti negò temenza, Ed obedienza. E fa goder, in festa e canto, Chi spera in te, di gioia eterna. Protezion porgi superna, A chi d’amar ha vero vanto Tuo Nome santo. Perchè, Signor, da te dipende Tutto ’l ben, ond’il giusto gode: E scudo gli è, di tempre sode, Il tuo favor, che lo difende Da chi l’offende.
SALMO VI.
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Deh, non voler, ne l’infocato ardore Di quell’ira, che strugge Il fello peccator senza perdono, Castigo, o correzion darmi, Signore, Da me, dolente, fugge Ogni vigor, e tutto fiacco sono. Di mercè fammi dono, E render vien la sanità smarrita: Che romper, senz’aita, E tutte conturbar mi sento l’ossa, E l’alma sbigottir di tal percossa. Ahi lasso me, Signor, infin a quando Di me non ti sovviene?
Omai rivolgi la benigna faccia: E l’alma liberar, ch’a te, gridando, Ergo, fra tante pene, Di tua bontà pel sol amor ti piaccia. Perchè non v’è chi faccia Di te memoria ne la tomba scura: Chi di narrare ha cura, Nel cupo sen di tenebrosa morte, Le chiare lodi tue, nel mondo scorte. Carco di doglie e di mortal affanno, Alito sol sospiri. Di pianti un largo rio il mio letto inonda, Ch’agli occhi di versar posa non danno I notturni martiri. D’amaro lagrimar bagno la sponda, Ove ’l dolor m’affonda. Langue la vista, per l’acerbo sdegno, Ond’ho ’l mio petto pregno. De’ nemici mi fa la turba meno L’occhio venir, già lucido e sereno. Or gli empi dileguarsi vegga intorno, Cui il mal oprar è l’arte. Pur ha il Signor il mesto suono udito De’ pianti miei, nè vano fu il ritorno A le preghiere sparte. Che ’l concetto del cor, al ciel salito, Dal signor fu gradito. I mie’ nemici smarrimento ingombri, Confusione adombri. Ad or ad or gli vegga in volta messi, E di vergogna in un momento oppressi.
SALMO VII.
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In te, Signor, m’affido, Che sei de l’alma mia l’unica speme.
Salvami da l’infido Nemico stuol, che mi persegue e preme, Ch’a guisa di leon, ch’al rapir freme, Me non isquarci, e non m’involi ratto, Nè per tempo mi venga alcun riscatto. Se mai, Signor Dio mio, Ciò, ch’a torto m’appon, a far attesi; Se del misfatto rio Unque macchiar, fellon, la destra impresi; Se mai l’amico a tradimento offesi; (Io, ch’a salvar la man sempre ebbi presta, Qualunque me senza cagion infesta:) Persegua, no ’l disdico, Anzi me ansante, acceso d’ira, colga, Implacabil nemico. Senza mercè per terra mi convolga, Calpesti e triti, e l’alma vita tolga. L’eccelsa gloria mia consento atterri, E ’n chiostro vil di sozza polve serri. Muovati ira gelosa Ad acquistar su ’l nemico furore Vittoria gloriosa. Fatti or, a mio favor, desto, Signore: Che dritto è ben, che giusto difensore De la ragion sii tu, che la drittura Servar comandi inviolata e pura. De le genti lo stuolo Aduna, e fattel comparir attorno. Poi, dal terreno suolo, Rimonta in solio, d’alta gloria adorno. A’ popoli ragion intorno intorno Facendo tu, la causa mia difendi, E di mia integritade al par mi rendi. Gli empi pensier disperdi: E sì de’ giusti il fral stelo sostieni, Ch’ognor s’erga e rinverdi.
Del dritto in man l’immota norma tieni, Sagace provator di cori e reni. Del mio schermo lo scudo è ’l sol Signore, Che salva e guarda ognun puro di core. Largo egli è di mercede, A chi del giust’oprar calca il sentiero. Nè meno in cor gli siede Contr’al rubello ognor sdegno severo. Se ’l nemico non vuol mutar pensiero, Trarrà dal fodro il folgorante brando, E l’arco teso in man terrà mirando. Già strigne l’alta mano L’armi, ch’incontro la caterva fella Unque non scote in vano. E dal ciel scoccherà folta procella De l’infocate sue aspre quadrella. E’ petti ad oltraggiar di rabbia caldi Farà ’l bersaglio de’ suoi colpi saldi. Nel far scoppiare i parti D’iniquitade, ecco ’l nemico stenta: E con inganni ed arti, Sfogar la conceputa ingiuria tenta. Pur andrà vana l’opra al falso intenta. Una fossa cavò per altri cupa, Egli stesso a la fin vi si dirupa. Così, il travaglio rio E lo sforzo, col qual i buoni infesta, Cader, per giusto fio, Vedrassi addosso, ed ingombrar la testa. Al gran Signor sciorrò la lingua presta, L’alto Nome facendo, in salmi e canti, Chiaro, di sua giustizia al par de’ vanti.
SALMO VIII.
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O Dio, nostro Signor, quant’è pur grande Del tuo Nome divin la fama altera, Che per la terra universal ispande Tua Maestà, da la celeste spera! Tu quelle ingombri stanze venerande Co’ raggi de l’eterna tua lumiera. Più che’ cieli non son dal terren alti, L’alma tua gloria sopra quegli esalti. Del poppante bambin le labbra molli E del fanciul la bocca teneretta Adopri, in far che tua virtù s’estolli: Per affrenar la bocca maladetta De’ nemici, che guerra, audaci e folli, Spirano, e contra te cruda vendetta. Per far ancor, che, mutoli e confusi, Cessin, del lor insano osar delusi. Se, fiso, de’ tuo’ cieli i cerchi miro, Che son de le tue dita eccelso effetto, Ed al rotar, nel lor librato giro, Di luna e stelle, interno l’intelletto, L’immensa tua bontà, sospeso, ammiro. Che cosa è, dal pensier prorompe ’l detto Quest’uomo fral, ovver de l’uom il figlio, Che ten ricordi, o ver lui bassi il ciglio? Tal lo creasti, o tu sovran fattore, Che d’angelico onor ed eccellenza, Fu ne l’esser natio poco minore. Di gloria e di real magnificenza, Tu ’l coronasti, e sì il festi signore Di tutte l’opre tue d’alta potenza. Tal c’have agli usi, ed a’ governi suoi, Tutti suggetti i be’ lavori tuoi.
Pecore e buoi, domestici animali, Ed altri, senza fin, selvaggi e fieri: Gli augei, che sciolti al ciel spiegano l’ali, S’arrendon d’esso a’ cenni ed agl’imperi. I pesci ancor, che ne’ marini sali Guizzan, solcando i liquidi sentieri. Almo Signor, quant’è la gloria grande, Che ’l tuo Nome divin in terra spande!
SALMO IX.
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Con tutto ’l cor farò famose e chiare, Di te, Signor, le lodi: E in alti e sacri modi, Celebrerò tue meraviglie rare. In te l’alma prendrà sue gioie care, Con giubilo e con riso, Salmeggiando, o Sovran, tuo Nome altero. Gli sguardi tuoi voltar in fuga fero Il fier nemico stuol, perir conquiso, E traboccar a monte a monte ucciso. Perchè la nota a te dritta ragione Dagli empi non volesti Che sempre oppressa resti, Anzi, in man presa mia difensione, Giusto rettor, ne la real magione, Salisti in sedia augusta. Il tonante sgridar d’agra minaccia, Che vibrò quindi l’accesa tua faccia, De le genti disfè la turba ingiusta, D’eterno oblio e vitupero onusta. O nemico fellon, di stragi eterne Hai pur le voglie paghe? Le nostre città vaghe Cader facesti ne le parti inferne,
Nè per memoria più traccia sen scerne? Ma, nel gran tribunale, Senza posa, nè fin, il Signor siede. Di giustizia fermò quell’alma sede: Quivi sentenzia il mondo universale, Dando a tutti mercede a’ fatti uguale. Al tristo poverel darà, pietoso, Qualor sarà distretto, Alto e sicur ricetto, D’ogni assalto mortal salvo e nascoso. Color, cui del tuo Nome glorioso Palesi i pregi festi, Quindi, Signor, d’aver in te fidanza, Consolati, prendran lieta baldanza. Che que’ ch’han dietro a te gli spirti desti, Lasciati unque non son diserti e mesti. Chiara ne voli in salmi, suoni e canti, Del gran Signor la lode, Che d’abitar si gode Del monte di Sion i gioghi santi. Fra le genti a narrar gli eterni vanti Di sue mirande prove Nessun fedel si rechi lento, o scarso. Che l’obliato già del sangue sparso Merto egli rende, con vendette nuove, Nè ’l gridante meschin da sè rimuove. Di me pietà, caro Signor, ti vegna, Ch’al salir da le porte Di tenebrosa morte, Di salute e favor m’alzi l’insegna. De l’empio orrendo strazio ti sovvegna, Che da’ nemici sento. A fin ch’abbia da far tue laudi conte, Fra ’l popolo fedel nel sacro monte. E, festante, sonar dolce concento, Liberato per te d’indegno stento.
Le genti traboccar nel fosso istesso, Ch’esse cavato avieno Venne lor fraude meno, E ne l’occulto laccio il piè fu messo, U’ credean irretir il giusto oppresso. Quindi si fe’ palese Del gran Signor l’eccelsa gloria immensa, Per la ragion, ch’a lance ugual dispensa. Ne le frodi e lacciuoi, che scaltro tese, Colto fu l’empio: o memorande imprese! Andranno in volta, ne la tomba scura, Tutti gli empi, che Dio Profondan ne l’oblio. Che, messa a non caler la sorte dura, Del povero, o perir sua speme pura, Non fie sempre si vegga. Sorgi, Signor, che l’uom forze non prenda: A le genti il fio lor tua faccia renda. Fa ch’a ciascun nel cor spavento segga, E che, confuso, esser sol uom s’avvegga.
SALMO X.
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Signor, perchè lontano Ti stai da noi nascoso, Nel tranquillo del ciel porto sovrano, In quest’aspro e doglioso, Tempo di pena acerba? Con fierezza superba Persegue il poverel la gente ria. Ma ne’ cauti pensier colta pur fia. Perchè l’empio gradisce De l’alma sua le voglie: E loda ogni suo par, e ’l riverisce. S’alcuno il freno scioglie
A cupidigia cieca, Ad esso vanto arreca. Sdegna, fello di cor, di faccia altero, L’alto Signor, nè dassi alcun pensiero. Nel cupo chiostro rio Del cor, forma e raggira Quel concetto fellon, che non v’è Dio. Sozzo è il costume, e dira La voglia, è altrui nociva. E la tua legge diva, Alta gli è sì, che’ tuo’ giudizi santi Non mira, o posti a se gli scorge innanti. Gonfio d’orgoglio il core, Vaneggia e pur se ’l crede, Che’ nemici al sbuffar d’un soffio fuore, Sconfitti, star in piede Non gli potranno a petto. In sè volve tal detto: Dal gran stato dar crollo omai non posso, Unque non fie che mal mi caggia addosso. Bestemmie, empi spergiuri, A piena bocca sgorga. Nè mai disserra i falsi labbri impuri, Che sotto ’l vel non porga Del ver, inganni e frodi. In vari occulti modi Sotto la lingua iniquitade alberga: Dietro a concio parlar danno s’atterga. Per le ville, guardingo, Insidiando, guata. A l’uom giust’in oscur luogo solingo, Repente morte ha data. Dal suo ricetto cieco, Il pover, d’occhio bieco, Spia, imitando i modi, e ’l fiero stile, D’agognante leon, nel suo covile.
Per farne scempi e prede, Trattolo nelle reti, Ne l’ingombro d’orror aguato siede. In atti umili e cheti, Chino si reca e quatto. Quindi improvviso, ratto De’ poveri cader la turba imbelle Ne le mani si fa possenti e felle. In van pensier divisa, Dio l’have in oblio messo: Neghittoso si sta, nè ’l fatto avvisa: Velò gli occhi a sè stesso, Per l’alto ozio godere, Nè ciò potrà vedere. Sorgi, Signor, alza la man tremenda, E tua pietà de’ miser cura prenda. Perchè dispetta Dio L’empio, e nel cor ragiona, Ch’a te giammai non pagheranne il fio? Là, onde lampeggia e tuona L’hai pur veduto e scorto. Che la bestemmia e ’l torto, Quinci severo miri e quindi umano, Per render la mercè con giusta mano. In te, provato aiuto De’ pupilli s’affida D’ogni sussidio il povero scaduto. Del fellon che ti sfida, Signore il braccio ispezza. Se poi pigliar contezza Di sua malvagitade avvien ti piaccia, Spenta ne troverai memoria e traccia. Ne l’alto solio eterno, Voler non cangia, o stato, L’invisibil del ciel gran Re superno. Verace saggio ha dato,
Che le contrade sante, Diventar per l’innante Non lascerà d’empi tiranni tana, Già che ne sterminò gente pagana. I santi umili prieghi De’ pii, o Signor, odi: Lor cor conforti, e lo dirizzi e pieghi, Che ’n pure brame snodi La lingua, e a’ gridi attendi: A l’orfanello rendi, E al povero ragion: che l’uom di terra, Rincorato non segua a dar lor guerra.
SALMO XI.
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De l’alta viva speme, Che mi rinfranca l’alma, Nel gran Signor lo stelo è fisso e fermo. In lui, s’afflitta geme, Poso la grave salma. Come, per pronto in vista e fido schermo, Mi dite, Ratto a l’ermo Poggio sia il vostro scampo: Qual uccel vola snello? Che gli empi l’arco fello Teso, e le quadrella accoccate in campo Han, per ferir il puro Diritto cor, in luogo occulto e scuro. Se, smossi i fondamenti D’ogni ragion, lo stato Inchinato, minaccia alta ruina: Son pur di colpa esenti I pii, cui il danno è dato. S’ogni sostegno lor manca e dichina, Resta, ch’a la divina
Mercede abbian ricorso. Il Signor ne la sede Del santo Tempio siede, Ch’egli fermò del ciel su’l ratto corso. Con le palpebre prova, E vede ciò che l’uom nel cor si cova. Del giusto, in doglie e pene, Ben fa saggi severi. Ma, ne l’alma spietati odi e rancori, Contra gli empi ritiene, Di cor atroci e fieri. Piover di solfo fetidi vapori, Vampe, faville, ardori, Farà su la ribella Degli empi altera banda. Mescerà lor bevanda, Nel nappo del furor, turbo e procella. Perchè il giusto Signore Al dritto e a la ragion porta favore.
SALMO XII.
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Per tempo omai, Signor, porgi salute, Che de la santa gente Son le reliquie spente. Manca di verità l’alma virtute Infra ’l legnaggio uman; menzogne astute Ragiona l’uno a l’altro. Del cor infido e scaltro Tempra l’insidie la favella dolce, E lusinghiera molce. L’adulatrici labbra il gran Signore Mozzi pure, e divella La lingua altera e fella Di color, che ’l nefando insano errore
Del cor, sfrenan la bocca a sfogar fuore. E restar al di sopra, Dicon sarà pur opra De le labbra appo noi che ciascun tiene; Non v’è chi ci raffrene. Ma, per lo strazio dispietato e ’l guasto De’ poveri languenti, E’ lor gridi stridenti, Dirà il Signor, schifo di tanto fasto, Or mi levo a salvar d’ogni contrasto Color, contra cui audace, La caterva fallace Spira fiati maligni e lacci tende, E di sparlar imprende. Son le parole pur de la divina Bocca purgate e nette Qual argento, che sette Volte cuoce il crogiuol, scevra e raffina. In perpetuo a salvar color t’inchina, Signor, dal popol rio. Che gli empi, a lor disio, Sciolti scorron, qualor seggon sublimi Gli uomini infami ed imi.
SALMO XIII.
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O pietoso Signor, infin a quando D’ogni memoria in bando Mi tieni sì, che ’n duol il cor si stempre? Oimè, sarò da te negletto sempre? Qual termine ad aver le luci ascose Dal mio soffrir, tua provedenza pose? Di pensier in pensier infin a quando Andrà l’alma vagando? L’angoscioso diserto e mesto core
Occuperà tuttor agro dolore? E, sopra me, per darmi fiero assalto, Il nemico vedrò levarsi ad alto? Tu, vero Dio, che sol ne l’alma adoro, Mira quanto m’accoro. Rispondi al grido mio, gli occhi rischiara, Nè m’ingombri il dormir di morte amara: Che ’l nemico non dica: Io l’ho pur vinto, E goda di vedermi in terra spinto. In tua pietà fermo la speme viva, Che me languente avviva. De la salute tua trionfo e festa A celebrar omai il mio cor s’appresta: Intonando al Signor di laudi il suono: Perchè fatto m’avrà di mercè dono.
SALMO XIV.
ct
Lo stolto il qual indura E abbaglia un rio volere, Nel cor, in note fiere, Susurra, Dio non è, nulla egli cura. Schivo, ne l’alma impura, Del santo ver, del giusto e de l’onesto, Pel brutto oprar nefando, A Dio si rende infame ed esecrando. Uom non ha più di resto La terra, al ben volonteroso e presto. Dio, dal sovrano cielo, Ambe le luci intente, In su l’umana gente Affisò, per veder se puro zelo Sgombrava punto il velo D’ignoranza ad alcun, si ch’avveduto, Recasse a cercar Dio
Talor un santo disidero pio. Ma corrotto ha veduto Putir ognun, e ’l lezzo al ciel venuto. Infra l’uman legnaggio, Ch’adopri ben alcuno Non si trova pur uno. Spento è così d’ogni ragion il raggio? Così il consiglio saggio Rifiuta degl’iniqui il fello core, Cui il mal è scherzo ed arte? Ch’a mangiar, come pan, le membra sparte Del popol santo orrore Non senta, ne ’nvocar curi il Signore? Tempo fie, che i sicuri Petti, or lieti e ridenti, D’improvvisi accidenti Angoscioso terror colga e spauri. Perchè co’ cuori puri Del popol giusto il gran Signor si tiene. A che scherno e dispetto, Fate del povero al consiglio schietto, Perchè fonda la spene Nel solo Dio, suo sommo eterno bene? Oh, quando fie, che sorga Quel dì chiaro e sereno, Che di Sion dal seno Venga, chi ad Israel salute porga, Sì che ’n vita risorga? Quando ’l Signor il caro popol santo, D’aspra cattivitade, Trarrà disciolto in alma libertade, Iacob trionfo e vanto Sonerà, ed Israel festivo canto.
SALMO XV.
ct
Chi nel real augusto padiglione, Da te, Signore, eletto. Di presente deità sacra magione, Da far dimora accetto Fie? chi beato tetto Goder avrà mercede Nel santo monte, ù ’l vero Nume siede? Di ver sarà quell’uom, che’ passi invia In piana integritade: E nel giusto adoprar la mente pia Impiega: e veritade, Qualor parlar accade, Dal sano cor risuona, Nè al gavillar la lingua scioglie o sprona. Chi del compagno ingiusta offesa o danno Disleal non procura: Per cui l’onte levate a voi non vanno, Fuori de l’ombra oscura, Di bocca in bocca impura, Macchiando onor e fama, Di chi propinquo falsamente chiama. Chi, dritto al giudicar, sdegna e avvilisce Cui infama un viver rio, E pregia l’uom, che teme e riverisce, Di cor divoto e pio, L’Onnipotente Dio. Chi, benchè gliene viene Danno, la data fè verace tiene. E chi d’altrui l’aver con empia usura Non rode crudelmente: N’unque per prezzo vende la drittura:
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The end
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