Front matter
LA CABALA DEL CAVALLO PEGASEO CON L’AGGIUNTA DELL’ASINO CILLENICO PER GIORDANO BRUNO
NUOVA EDIZIONE DILIGENTEMENTE CORRETTA
MILANO G. DAELLI E COMP. EDITORI
Prefazione
L A C A B A L A DEL CAVALLO PEGASEO
La Cabala del Cavallo Pegaseo, bizzarro scritto, è in un certo modo un’appendice dello . Innanzi tratto è da intendere bene la voce cabala. Esprime un’allegoria, una successione irregolare di considerazioni, come la filosofia rabbinica, detta Cabala, solea farne. Alle usate stranezze di questo metodo orientale, aggiunge quelle del disordine spesso volontario de’ suoi scatti e delle sue uscite, che tutti i capricci d’una conversazione intesa più a divertire che ad ammaestrare, rende anche più grave. Perché l’autore ha scelto la voce Cabala? Per iscansare le censure dei teologi cristiani. A tal fine, attribuisce ai dottori ebrei il suo sistema d’interpretazione. «Io non fo altro, egli dice, che applicare il loro metodo alla favola di Pegaso e dell’asino».
Se non che Bruno segue assai più spesso l’ironia che gli andamenti della cabala. Questo scritto, in cui versa a mani piene l’erudizione e lo spirito, è tra il faceto e il grave; ma dal grave altresì traspare una celia sottile. Per la sua festività ritrae l’; per la sua gravità la Ignoranza erudita. Come , uno degli autori favoriti di Bruno, loda la pazzia, così Bruno cele- bra l’ignoranza, la stupidità, e l’asinaggine. E come il cardinal raccomanda dottamente quella ignoranza filosofica che conduce al sapere, e a cui spesso la scienza umana mette capo, così , uno de’ suoi discepoli, preconizza la prudente circospezione d’un dubbio discreto, perfettamente compatibile con l’ardente investigazione della natura e dei fini delle cose.
In questa cabala si tratta adunque di parecchie specie d’ignoranza, di quelle che a dir così si ostentano, e di quelle altresì che s’avvolgono nel manto del sapere. Di qua scatta un parallelo arguto, talora profondo tra l’ignoranza vantata dai teologi, o mistici, od ortodossi, vuoi della sinagoga, vuoi della chiesa, e l’ignoranza dei seguaci di , o dei partigiani della Nuova Accademia. La divozione, secondo Bruno, ha abusato certi passi del- l’antico e del nuovo Testamento, per fermare il principio che la santità esclude la scienza, e non sostiene altro che la infingardia e la bestialità; che l’uomo, per piacere a Dio, dee passar la vita ad abbrutire; che la stoltezza e la scimunitaggine rispetto alle cose di questo mondo, d’un mondo creato da Dio, sono di necessità saggezza e scienza dell’altro mondo. Cotalché l’uomo giusto e santo, l’uomo di Dio possiede tutti gli attributi che distinguono l’asino, la semplicità, l’impassibilità, l’imperizia, e si sforza di rassomigliare sempre più, non già a Dio, ma all’asino; quasi che la sostanza della religione fosse la stupidità; quasi che la pietà, scambio di essere studiosa, solida, grande, illuminata, profonda, dovesse essere ignorante, indolente, gretta, frivola, superficiale e solo a tal patto meritasse il titolo di dotta e di santa. Qui, a credere a , mettono capo le false spiegazioni delle parole di , di Dionigi l’areopagita, di , e di quella massima di umiltà: omnis qui se humiliat, exaltabitur! Tuttavia il cristianesimo non vuole questa abnegazione scientifica; non vuole che l’ignoranza sia la perfetta scienza del cristiano. Lo stesso filosofo di Tarso, colui che predicò sì eloquentemente «la follia della croce,» vuole che noi siamo fanciulli, non quanto all’intelligenza, ma quanto al cuore: «Quanto all’intelligenza, egli dice, siate uomini!» Di fatto in tal caso la fede religiosa non condurrebbe ad altre conclusioni che a quelle del più stravagante scetticismo; l’ignoranza e l’asinaggine sarebbero, da ambe le parti, proclamate la via del vero e della beatitudine, l’unica via degna del credente e del saggio. Non si sa nulla con certezza, non si può saper nulla, afferma il Pirroniano, se non quest’unica cosa: «Io sono, e non sono altro che un asino».
A fronte di queste ignoranze pretese ed impossibili, mette l’ignoranza reale ed ambiziosa dei dottori della scuola, la pretesa infallibilità dei peripatetici. Costoro si stimano tanto instruiti, tanto accorti quanto gli altri si dicono ignoranti ed assurdi. Si credono in possesso dell’onniscienza, ma sono per avventura più ignoranti di coloro, i quali conside-
rano l’ignoranza come il solo stato conveniente alla pietà ed alla saggezza. Si credono profondi, perché son pesanti e diffusi; e in realtà non sono segnalati per altro che per la loro grave futilità, per la «loro levità pedantesca»; son detti gli oracoli del genere umano; ma quando gl’incontri ed ascolti, non trovi in essi che asini. Imperocché, invece di riflettere, non fanno altro che credere e supporre. La loro fede in Aristotile è cieca. Arrolati sotto la sua bandiera, parlano come se non parlassero; decidono con fermo viso di quello che non capiscono; giurano sulle parole d’un maestro, che non s’è capito egli stesso: brevemente, vanno a tastoni ed asineggiano.
A rendere più ridicola la setta dominante, mette in iscena un personaggio chiamato Onorio. Costui, in grazia della trasmigrazione delle anime, è passato per stati assai diversi e ne ha serbato una fedele memoria. Egli narra che in origine fu asino; che innanzi tratto fece il somiere, sotto un giardiniere di Tebe, poi sotto un carbonaio; che per innanzi, in virtù del movimento ascensivo degli esseri, diventò cavallo simile a Pegaso, ne' servigi d'Apollo, e di quelli che regnano in Parnaso; che poi riscendendo nelle regioni inferiori, fu fatto uomo, e che, al tempo di Filippo di Macedonia, con l'aiuto di Nicomaco, passò nel corpo d'. Sotto il nome di Aristotele, egli fu assai bene ammaestrato nelle umanità; ma egli s'affidò di sapere la filosofia naturale come altresì la rettorica, la logica e la politica; egli si mise in animo di levarsi a riformatore di questa scienza, impresa tanto più facile in quanto era morto, proscritto, gli altri pensatori dispersi, e ch'era rimasto solo come un monoculo fra i ciechi. Egli si pose a riferire, a dritto e a torto, le opinioni degli antichi; prestò loro pensieri o parole degne di fanciullini e di vecchie; insegnando sotto al portico del liceo di Atene, egli s'intitolò principe dei peripatetici; egli delirò, più che lo stesso delirio, sulla natura dei principj e la sostanza delle cose, sul movimento, sull'universo; finalmente desso fu che fece tornar addietro la scienza naturale e divina, quanto i Caldei ed i Pitagorici l'avevano spinta oltre ed arricchita. E tuttavia venne un Arabo che lo disse il genio stesso della natura!
Ma l'asino, soggiunge , non signoreggia soltanto nella Scuola: s'è insediato per ogni dove, nelle corti e nei tribunali, nelle chiese e nei templi, come altresì nelle università e nelle accademie; ha preso possesso di tutte le camere e di tutti gli aditi dell'umano ingegno. Quante persone ne sono escluse perché non hanno i doni mirabili e le utili perfezioni dell'asino! Potrebbe dirsi che ci sono più asini nella società degli uomini che non ci sono uomini nella società degli asini; e che i più degli uomini sono membri dell'università, cittadini dello stato degli asini! Sì, l’asino somiglia a quell’anima del mondo che ispira e sostiene l’universo, per ogni dove importante e per ogni dove venerato. È la «bestia trionfante» in carne e in ossa. Il che chiarisce perché l’asino spirituale e morale è in ogni paese stimato, quanto l’asino fisico e materiale è apprezzato presso alcune nazioni. Ecco perché «l’asino ideale e cabalistico» l’animale nobilissimo fra gli altri, simbolo e tipo della perfezione intellettuale, meriterebbe d’esser sollevato al cielo, presso la verità, e di diventare una costellazione.
Di ché la Cabala, così per queste diverse allegorie come per la sua tendenza, è una continuazione dello .
Cabala del cavallo Pegaseo
C A B A L A DEL C A V A L L O P E G A S E O.
Epistola dedicatoria
EPISTOLA DEDICATORIA SOPRA LA SEGUENTE CABALA
AL REVERENDISSIMO SIGNOR D O N S A P A T I N O Abbate successor di S. Quintino e Vescovo di Casamarciano
Reverendissime in Christo Pater!
Non altrimenti che accader suole a un figlio, il qual, gionto al termine del suo lavoro, che non tanto per trasmigrazion de la luce, quanto per difetto e mancamento de la materia spacciata è giunto al fine, e tenendo in mano un poco di vetro, o di legno, o di cera, o altro, che non è sufficiente per farne un vase, rimane un pezzo senza sapersi né potersi risolvere, pensoso di quel che n’abbia fare, non avendolo a gittar via disutilmente, e volendo, al dispetto del mondo, che serva a qualche cosa, ecco che a l’ultimo il mostra predestinato ad essere una terza manica, un orlo, un coperchio di fiasco, una forzaglia, un empiastro, o una intacconata, che risalde, empia, o ricopra qualche fessura, pertugio, o crepatura — è avvenuto a me, dopo aver dato spaccio, non a tutti miei pensieri, ma a un certo fascio di scritture solamente, che al fine, non avendo altro da ispedire, più per caso che per consiglio ho volti gli occhi ad un cartaccio che avevo altre volte spregiato e messo per copertura di que’ scritti: trovai che conteneva in parte quel tanto che vi vederete presentato. Questo prima pensai di donarlo a un cavaliero, il quale, avendovi aperti gli occhi, disse, che non avea tanto studiato che potesse intendere li misteri, e per tanto non gli possea piacere. L’offersi a presso ad un di questi ministri verbi Dei; e disse, ch’era amico de la lettera, e che non si dilettava di simili esposizioni proprie a , accettate da’ scolastici ed altri nemici della lor professione. Il misi avanti ad una dama, e disse, che non le aggradava per non esser tanto grande quanto conviene al suggetto d’un cavallo e d’un asino. Il presentai ad un’altra, la quale, quantunque gustandolo le piacesse, avendolo gustato, disse, che ci volea pensar su per qualche giorno. Vidi se vi potesse accoraggiar una pinzochera, e la mi disse: Non lo accetto, se parla d’altro che di rosario, de la virtù de’ granelli benedetti, e de l’agnusdei. Accostailo al naso d’un pedante, il qual, avendo torciuto il viso in altra parte, mi disse, che aboliva ogni altro studio e materia, eccetto che qualche annotazione, scolia ed interpretazione sopra , e . Udivo da un versificante, che non lo volea, se non era qualche copia d’ottave rime o di sonetti. Altri dicevano, che li migliori trattati erano stati dedicati a persone, che non erano migliori ch’essi loro. Altri con altre ragioni mi parevan disposti a dovermene ringraziar o poco o niente, se io li l’avessi dedicato; e questo non senza cagione, perché, a dir il vero, ogni trattato e considerazione deve essere speso, dispensato e messo avanti a quel tale, ch’è de la suggetta professione o grado. Stando dunque io con gli occhi affissi su la ragion de la materia enciclopedica, mi ricordai de l’enciclopedico vostro ingegno, il qual non tanto per fecondità e ricchezza par che abbracce il tutto, quanto per certa pellegrina eccellenza par ch’abbia il tutto e meglio che il tutto. Certo nessun potrà più espressamente, che voi, comprendere il tutto, perché siete fuor del tutto; possete entrar per tutto, perché non è cosa che vi tegna rinchiuso; potete aver il tutto, perché non è cosa, che abbiate. Non so se mi dichiararò meglio con descrivere il vostro ineffabile intelletto. Io non so, se siete teologo, o filosofo, o cabalista; ma so ben, che siete tutti, se non per essenza, per participazione; se non in atto, in potenza; se non da appresso, da lontano. In ogni modo credo, che siate così sufficiente ne l’uno come ne l’altro. E però eccovi cabala, teologia e filosofia! Dico una cabala di teologica filosofia, una filosofia di teologica cabalistica, una teologia di cabala filosofica, di sorte ancora, che non so se queste tre cose avete o come tutto o come parte, o come niente. Ma questo so ben certo, che avete tutto del niente in parte, parte del tutto nel niente, niente de la parte in tutto.
Or per venire a noi, mi dimandarete: che cosa è questa, che m’inviate? quale è il suggetto di questo libro? di che presente m’avete fatto degno? Ed io vi rispondo, che vi porgo il dono d’un asino, vi presento l’asino, il quale vi farà onore, vi aumenterà dignità, vi metterà nel libro de l’eternità. Non vi costa niente per ottenerlo da me ed averlo per vostro; non vi costerà altro per mantenerlo, perché non mangia, non beve, non imbratta la casa, e sarà eternamente vostro, e dureravvi più che la vostra mitria, croccia, piovale, mula e vita; come senza molto discorrere possete voi medesimo ed altri comprendere. Qua non dubito, reverendissimo monsignor mio, che il dono de l’asino non sarà ingrato a la vostra prudenza e pietà: e questo non dico per cagione, che deriva da la consuetudine di presentar a gran maestri non solamente una gemma, un diamante, un rubino, una perla, un cavallo perfetto, un vase eccellente; ma ancora una scimia, un papagallo, un gattomammone, un asino, e questo allora ch’è necessario, è raro, è dottrinale: e non è de gli ordinari. L’asino indico è prezioso e dono papale in Roma; l’asino d’Otranto è dono imperiale in Costantinopoli; l’asino di Sardegna è dono regale in Napoli, e l’asino cabalistico, il qual è ideale e per conseguenza celeste, volete voi, che debba essere men caro in qual si voglia parte de la terra a qual si voglia principal personaggio, che per certa benigna ed alta repromissione sappiamo, che si trova in cielo il terrestre? Son certo dunque, che verrà accettato da voi con quell’animo, con quale da me vi vien donato. Prendetelo o padre, se vi piace, per uccello! perch’è alato ed il più gentil e gaio, che si possa tener in gabbia. Prendetelo, se ’l volete, per fiera! perch’è unico raro, e pellegrino da un canto, e non è cosa più brava, che possiate tener ferma in un antro o caverna. Trattatelo, se vi piace, come domestico! perché è ossequioso, comite e servile, ed è il miglior compagno, che possiate aver in casa. Vedete, che non vi scampe di mano! perchè è il miglior destriero, che possiate pascere, o per dir meglio, vi possa pascere in stalla, miglior familiare, che vi possa esser contubernale e trattenimento in camera. Maneggiatelo come una gioia e cosa preziosa! perché non possete aver tesoro più eccellente nel vostro ripostiglio. Toccatelo come cosa sacra, e miratelo come cosa da gran considerazione! perché non potete aver miglior libro, miglior imagine e miglior specchio nel vostro gabinetto. Tandem, se per tutte queste ragioni non fa per il vostro stomaco, lo potrete donar ad alcun altro, che non ve ne debba essere ingrato. Se l’avete per cosa ludicra, donatelo a qualche buon cavaliero, perché lo metta in mano de’ suoi paggi, per tenerlo caro tra le scimie e cercopitechi! Se lo passate per cosa armentale, ad un contadino, che gli done ricetto tra il suo cavallo e bue! Se ’l stimate cosa ferina, concedetelo a qualche Atteone, che lo faccia vagar con li capri e li cervi! Se vi par, ch’abbia del mignone, fatene copia a qualche damigella, che lo tenga in luogo di martora e cagnuola. Se finalmente vi par, ch’abbia del matematico, fatene grazia ad un cosmografo, perché gli vada rependo e salticchiando tra il polo artico ed antartico d’una di queste spere armillari, a le quali non men comodamente potrà dar il moto continuo, ch’abbia possuto donar l’infuso Mercurio a quella d’Archimede, ad esser più efficacemente tipo del megacosmo, in cui da l’anima intrinseca pende la concordanza ed armonia del moto retto e circolare! Ma se siete, come vi stimo, sapiente, e con maturo giudizio considerate, lo terrete per voi, non stimando a voi presentata da me cosa men degna, che abbia possuto presentar a papa Pio quinto, a cui consecrai l’arca di Noè; al re Enrico terzo di Francia, il quale immortaleggiò con l’ombre de le Idee; al suo legato in Inghilterra, a cui ho ceduti trenta sigilli; al cavalier Sidneo, al quale ho dedicata la . Perché qua avete non solamente la bestia trionfante viva, ma ed oltre li trenta sigilli aperti, la beatitudine perfetta, le ombre chiarite e l’arca governata; dove l’asino, che non invidia a la vita de le ruote del tempo, a l’ampiezza de l’universo, a la felicità de l’intelligenze, a la luce del sole, al baldacchino di Giove, è moderatore, dichiaratore, consolatore, aperitore e presidente. Non è asino da stalla o da armento, ma di que’, che possono comparir per tutto, andar per tutto, entrar per tutto, seder per tutto, comunicar, capir, consigliar, definir e far tutto. Atteso che, se lo veggio zappar, inaffiar ed inacquare, perché non volete, ch’il dica ortolano? S’ei solca, pianta, semina, perché non sarà agricoltore? Per qual cagione non sarà fabbro, s’ei è manipolo, mastro ed architettore? Chi m’impedisce, che non lo dica artista, s’è tanto inventivo, attivo e reparativo? S’è tanto esquisito argumentore, dissertore ed apologetico, perchè non vi piacerà, che lo dica scolastico? Essendo tanto eccellente formator di costumi, institutor di dottrine e riformator di religioni, chi si farà scrupolo di dirlo accademico, e stimarlo archimandrita di qualche archididascalia? Perchè non sarà monastico, stante ch’egli sia corale, capitolare e dormitoriale? S’egli per voto è povero, casto ed ubbidiente, mi biasimerete, se lo dirò conventuale? M’impedirete voi, che non possa chiamarlo conclavistico, stante ch’egli sia per voce attiva e passiva graduabile, eligibile, prelatibile? S’è dottor sottile, irrefragabile ed illuminato, con qual coscienza non vorrete, che lo stime e tegna per degno consigliero? Mi terrete voi la lingua, perché non possa bandirlo per domestico, essendo che in quel capo sia piantata tutta la moralità politica ed economica? Potrà far la potenza di canonica autoritade, ch’io non lo tenga ecclesiastica colonna, se mi si mostra di tal maniera pio, devoto e continente? Se lo veggo tanto alto, beato e trionfante, potrà far il cielo e mondo tutto, che non lo nomine divino, olimpico, celeste? In conclusione, per non più rompere il capo a me ed a voi, mi par che sia l’istessa anima del mondo, tutto in tutto, e tutto in qualsivoglia parte. Or vedete dunque quale e quanta sia l’importanza di questo venerabile soggetto, circa il quale noi facciamo il presente discorso e dialoghi, nei quali, se vi par vedere un gran capo o senza busto, o con una picciola coda, non vi sgomentate, non vi sdegnate, non vi maravigliate; perché si trovano ne la natura molte specie d’animali che non hanno altri membri che testa, o par che siano tutta testa, avendo questa così grande e l’altre parti come insensibili, e per ciò non manca che siano perfettissime nel suo geno. E se questa ragione non vi soddisfa, dovete considerar oltre, che questa operetta contiene una descrizione, una pittura, e che ne li ritratti suol bastar il più de le volte d’aver rappresentata la testa sola senza il resto. Lascio, che talvolta si mostra eccellente artificio in far una sola mano, un piede, una gamba, un occhio, una svelta orecchia, un mezzo volto che si spicca da dietro un arbore, o dal cantoncello d’una fenestra, o sta come scolpito al ventre d’una tazza, la qual abbia per base un piè d’oca, o d’aquila, o di qualche altro animale, non però si danna, né però si spregia, ma più viene accettata ed approvata la manifattura. Così mi persuado, anzi son certo, che voi accetterete questo dono come cosa così perfetta, come con perfettissimo cuore vi vien offerta. Vale.
Sonetto in lode de l'Asino
SONETTO I n l o d e d e l’ A s i n o
Oh sant’asinità, sant’ignoranza, Santa stoltizia, e pia divozione, Qual sola puoi far l’anime si buone, Ch’uman ingegno e studio non l’avanza! 5Non gionge faticosa vigilanza D’arte, qualunque sia, o invenzione, Né di sofossi contemplazione Al ciel, dove t’edifichi la stanza. Che vi val, curiosi, il studiare, 10Voler saper quel che fa la natura, Se gli astri son pur terra, fuoco e mare? La santa asinità di ciò non cura, Ma con man gionte e ’n ginocchion vuol stare Aspettando da Dio la sua ventura. 15Nessuna cosa dura, Eccetto il frutto dell’eterna requie, La qual ne done Dio dopo l’esequie!
Declamazione al studioso e pio lettore
DECLAMAZIONE al studioso, divoto e pio lettore
Ohimè, auditor mio, ché senza focoso suspiro, lubrico pianto, e tragica querela, con l’affetto, con gli occhi e le ragioni non può rammentar il mio ingegno, intonar la voce, e dichiarar gli argumenti, quanto sia fallace il senso, turbido il pensiero, ed imperito il giudizio, che con atto di perversa, iniqua e pregiudiziosa sentenza non vede, non considera, non definisce secondo il debito di natura, verità di ragione e diritto di giustizia circa la pura bontade, regia sinceritade e magnifica maestade della santa ignoranza, dotta pecoraggine e divina asinitade? Lasso! a quanto gran torto da alcuni è sì fieramente esagitata quest’eccellenza celeste tra gli uomini viventi, contro la quale altri con larghe narici si fan censori, altri con aperte sanne si fan mordaci, altri con comici cachinni si rendono beffeggiatori, mentre ovunque spregiano, burlano e vilipendono qualche cosa, non li odi dir altro che: «costui è un asino, quest’azione è asinesca, questa è una asinitade»; stante che ciò assolutamente convegna dire dove son più maturi discorsi, più saldi proponimenti e più trutinate sentenze! Lasso! perché con rammarico del mio core, cordoglio del spirito ed aggravio de l’alma mi si presenta a gli occhi questa imperita, stolta e profana moltitudine, che sì falsamente pensa, sì mordacemente parla, sì temerariamente scrive per partorir que’ scellerati discorsi di tanti monumenti, che vanno per le stampe, per le librarie, per tutto, oltre gli espressi ludibrj, dispregi e biasimi, l’asino d’oro, le lodi de l’asino, l’encomio de l’asino; dove non si pensa altro che con ironiche sentenze prendere la gloriosa asinitade in gioco, spasso e scherno? Or, chi terrà il mondo, che non pensi, ch’io faccia il simile? Chi potrà donar freno a le lingue, che non mi mettano nel medesimo predicamento, come colui, che corre appo li vestigi de gli altri, che circa cotal suggetto ? Chi potrà contenerli, che non credano, affermino e confermino, che io non intendo vera -- e seriosamente lodar l’asino ed asinitade, ma piuttosto procuro di aggionger olio a quella lucerna, la quale è stata da gli altri accesa? Ma, oh miei protervi e temerari giudici, oh neghittosi e ribaldi calunniatori, oh foschi ed appassionati detrattori, fermate il passo, voltate gli occhi, prendete la mira; vedete, penetrate, considerate, se li concetti semplici, le sentenze enunciative e li discorsi sillogistici, ch’apporto in favor di questo sacro, impolluto e santo animale, son puri, vere e dimostrativi, oppur son finti, impossibili ed apparenti? Se le vedrete in effetto fondate su le basi di fondamenti fortissimi, se son belli, se son buoni, non le schivate, non le fuggite, non le rigettate, ma accettatele, seguitele, abbracciatele, e non siate oltre legati dalla consuetudine del credere, vinti da la sufficienza del pensare, e guidati da la vanità del dire, se altro vi mostra la luce de l’intelletto, altro la voce de la dottrina intona, ed altro l’atto de l’esperienza conferma!
L’asino ideale e cabalistico, che ne vien proposto nel corpo de le sacre lettere, che credete voi che sia? Che pensate voi essere il cavallo pegaseo, che vien trattato in figura de gli poetici figmenti? De l’asino cillenico degno d’esser messo in croceis ne le più onorate accademie che v’imaginate? Or, lasciando il pensier del secondo e terzo da canto, e dando sul campo del primo platonico parimente e teologale, voglio che conosciate, che non manca testimonio da le divine ed umane lettere dettate da sacri e profani dottori, che parlano con l’ombra di scienze e lume della fede. Sa- prà, dico, ch’io non mentisco colui, ch’è anco mediocremente perito in queste dottrine, quando avvien ch’io dica, l’asino ideale esser principio prodottivo, formativo e perfettivo soprannaturalmente de la specie asinina, la quale, quantunque nel capacissimo seno de la natura si vede ed è da l’altre specie distinta, e ne le menti seconde è messa in numero, e con diverso concetto apprese, e non quel medesimo, con cui l’altre forme s’apprendeno, nulladimeno, quel ch’importa tutto, ne la prima mente è medesima, che la idea de la specie umana, medesima che la specie de la terra, de la luna, del sole, medesima che la specie de l’intelligenze, de li demoni, de li dei, de li mondi, de l’universo; anzi è quella specie, da cui non solamente gli asini, ma e gli uomini, e le stelle, e li mondi, e li mondani animali tutti han dipendenza: quella dico, ne la quale non è differenza di forma e suggetto, di cosa e cosa; ma è semplicissima ed una. Vedete, vedete dunque, donde deriva la cagione, che senza biasimo alcuno il santo de’santi or è nominato non solamente leone, monocorno, rinoceronte, vento, tempesta, aquila, pellicano, ma e non uomo, obbrobrio de gli uomini, abbiezion di plebe, pecora, agnello, verme, similitudine di colpa, sin ad esser detto peccato e peggio. Considerate il principio de la causa, per cui i Cristiani e Giudei non s’adirano, ma piuttosto con glorioso trionfo si congratulano insieme, quando con le metaforiche allusioni ne la santa scrittura son figurati per titoli e definizioni asini, son appellati asini, son definiti per asini: di sorte che, dovunque si tratta di quel benedetto animale, per moralità di lettera, allegoria di senso, ed analogia di proposito s’intende l’uomo giusto, l’uomo santo, uomo di Dio.
Però quando ne l’Exodo si fa menzione de la redenzione e mutazion dell’uomo, in compagnia di quello vien fatta la menzion de l’asino. Il primogenito de l'asino, dice, cangiarai con la pecora; il primogenito de l'uomo redimerai col prezzo. Quando nel medesimo libro è donata legge al desiderio de l'uomo, che non si stenda a la moglie, a la servente, vedi nel medesimo numero messo il bue e l'asino: come che non meno importi proporsi materia di peccato l'uno che l'altro appetibile. Però quando nel libro de' Giudici cantò Debora e Barac, figlio d'Abinoen, dicendo: Udite, o regi, porgete l'orecchie, o principi, li quali montate sugli asini nitenti e sedete in giudizio! interpretano li santi Rabbini: O governatori de la terra, li quali siete superiori a li generosi popoli, e con la sacra sferza li governate, castigando li rei, premiando li buoni, e dispensando giustamente le cose! Quando ordina il Pentateuco, che devi ridur ed addirizzar al suo cammino l'asino e bue errante del prossimo tuo, intendeno moralmente li dottori, che l'uomo del nostro prossimo Iddio, il quale è dentro di noi ed in noi, s'avviene che prevarichi da la via de la giustizia, debba essere da noi corretto ed avvertito. Quando l'archisinagogo riprese il signor, che curava nel sabbato, ed egli rispose, che non è uomo dabbene, che in qualunque giorno non vegna a cavar l'asino o bue dal pozzo, dove è cascato, intendono li divini scrittori, che l'asino è l'uomo semplice, il bue è l'uomo, che sta sul naturale, il pozzo è il peccato mortale, quel che cava l'asino dal pozzo, è la divina grazia e ministero, che redime li suoi diletti da quell'abisso. Ecco dunque, qualmente il popolo redemuto, pregiato, bramato, governato, addirizzato, avvertito, corretto, liberato, e finalmente predestinato, è significato per l'asino, è nominato asino. E che gli asini son quelli, per li quali la divina benedizione e grazia piove sopra gli uomini, di maniera che guai a color che vegnon privi del suo asino, certamente molto ben si può veder ne l'importanza di quella maledizione, che impiomba nel Deuteronomio, quando minacciò Dio dicendo: L’asino tuo ti sia tolto davanti, e non ti sia reso! Maladetto il regno, sfortunata la repubblica, desolata la città, desolata la casa, onde è bandito, distolto ed allontanato l’asino! Guai al senso, coscienza ed anima, dove non è partecipazion d’asinità! Ed è pur trito adagio: Ab asino excidere, per significar l’esser destrutto, sfatto, spacciato. Origene Adamanzio, accettato tra gli ortodossi e sacri dottori, vuole che il frutto de la predicazione di settantadoi discepoli è significato per li settantadoi mila asini che il popolo israelita guadagnò contra li Moabiti: atteso che di quei settantadoi ciascuno guadagnò mille, cioè un numero perfetto, d’anime predestinate, traendole da le mani di Moab, cioè liberandole da la tirannia di Satan. Giongasi a questo, che gli uomini più devoti e santi, amatori ed eseguitori de l’antiqua e nova legge, assolutamente e per particolar privilegio son stati chiamati asini. E se non mel credete, andate a studiar quel ch’è scritto sopra quell’Evangelico: L’asina ed il pulledro sciogliete e menateli a me! Andate a contemplar su li discorsi che fanno li teologi ebrei, greci e latini sopra quel passo ch’è scritto nel libro de’ Numeri: Aperuit Dominus os asinae, et locuta est. E vedete come concordano tanti altri luoghi de le sacrate lettere, dove sovente è introdotto il providente Dio aprir la bocca di diversi divini e profetici suggetti, come di quel che disse: Oh, oh oh Signor, ch’io non so dire. E là dove dice: Aperse il Signor la sua bocca. Oltre tante volte ch’è detto: Ego ero in ore tuo, tante volte ch’egli è priegato: Signor, apri le mie labbra, e la mia bocca ti loderà. Oltre nel Testamento novo: Li muti parlano, li poveri evangelizzano. Tutto è figurato per quello che il Signor aperse la bocca de l’asina, ed ella parlò. Per l’autorità di questa, per la bocca, voce e parole di questa è domata, vinta e calpestrata la gonfia, superba e temeraria scienza secolare, ed è ispianata al basso ogni altezza, che ardisce di levar il capo verso il cielo; perchè Dio hav'elette le cose inferme per confondere le forze del mondo; le cose stolte have messe in riputazione; atteso che quello che per la sapienza non poteva essere restituito, per la santa stoltizia ed ignoranza è stato riparato: però è riprovata la sapienza de' sapienti, e la prudenza de' prudenti è rigettata. Stolti del mondo son stati quelli, ch'han formata la religione, gli ceremoni, la legge, la fede, la regola di vita; li maggiori asini del mondo, che son quei che, privi d'ogni altro senso e dottrina, e voti d'ogni vita e costume civile, marciti sono nella perpetua pedantaria, son quelli, che per grazia del cielo riformano la temerata e corrotta fede, medicano le ferite dell'impiagata religione, e togliendo gli abusi de le superstizioni, risaldano le scissure de la sua veste; non son quelli, che con empia curiosità vanno, o pur mai andaro perseguitando gli arcani de la natura, computaro le vicissitudini de le stelle. Vedete, se sono o furon giammai solleciti circa le cause secrete delle cose, se perdonano a dissipazion qualunque de' regni, dispersion de' popoli, incendj, sangui, ruine ed esterminj; se curano, che perisca il mondo tutto per essi loro: pur che la povera anima sia salva, pur che si faccia l'edificio in cielo, pur che si ripona il tesoro in quella beata patria, niente curando de la fama e comodità e gloria di questa frale ed incerta vita per quell'altra certissima ed eterna. Questi son stati significati per l'allegoria de gli antiqui sapienti, alli quali non ha voluto mancar il divino spirito di revelar qualche cosa, almeno per farli inescusabili in quello sentenzioso apologo de li dei, che combatterono contra li rubelli giganti, figli de la terra ed arditi predatori del cielo; che con la voce de gli asini confusero, atterrirono, spaventaro, vinsero e domorno. Il medesimo è sufficientemente espresso, dove alzando il velo de la sacrata figura, s'affiggeno gli occhi all'anagogico senso di quel divin Sansone, che con l'asinina mascella tolse la vita a mille Filistei; perché dicono li santi interpreti, che ne la mascella de l'asina, cioè de li predicatori de la legge e ministri de la sinagoga, e ne la mascella del pulledro de gli asini, cioè de' predicatori de la nova legge e ministri de l'ecclesia militante, delevit eos, cioè scancellò, spense que' mille, quel numero compito, que' tutti; secondo ch'è scritto: Cascarono dal tuo lato mille, e da la tua destra dieci milia; ed è chiamato il luogo Ramath-lechi, cioè esaltazion de la mascella, da la quale per frutto di predicazione non solo è seguita la ruina de le avversarie ed odiose potestadi, ma anco la salute de' rigenerati: perché da la medesima mascella, cioè per virtù di medesima predicazione, son uscite e comparse quelle acque, che, promulgando la divina sapienza, diffondeno la grazia celeste, e fanno i suoi abbeverati capaci di vita eterna. Oh dunque forte, vittoriosa e trionfatrice mascella d'un asino morto; oh diva, graziosa e santa mascella d'un polledro defunto, or che deve essere de la santità, grazia e divinità, fortezza, vittoria e trionfo de l'asino tutto, intiero e vivente, asino, pullo e madre, se di quest'osso e sacrosanta reliquia la gloria ed esaltazion è tanta? E mi volto a voi, o dilettissimi ascoltatori, a voi, a voi mi rivolto, o amici lettori di mia scrittura ed ascoltatori di mia voce, e vi dico, e vi avvertisco, e vi esorto, e vi scongiuro, che ritorniate a voi medesimi. Datemi scampo dal vostro male, prendete partito del vostro bene, banditevi da la mortal magnificenza del core, ritiratevi a la povertà del spirito, siate umili di mente, abrenunziate a la ragione, estinguete quella focosa luce de l'intelletto, che vi accende, vi brugia e vi consuma, fuggite que' gradi di scienza, che per certo aggrandiscono i vostri dolori, abnegate ogni senso, fatevi cattivi a la santa fede, siate quella benedetta asina, riducetevi a quel glorioso pulledro, per i quali soli il redentor del mondo disse a li ministri suoi: Andate al castello, che avete a l'incontro! cioè, andate per l'universo mondo sensibile e corporeo, il quale come simulacro è opposto e supposto al mondo intelligibile ed incorporeo. Trovarete l'asina ed il pulledro legati: v'occorrerà il popolo ebreo e gentile sottomesso e tiranneggiato da la cattività di Belial. Dice ancora: Scioglieteli, levateli de la cattività! per la predicazion de l'evangelio ed effusion de l'acqua battismale, e menatele a me, perché mi servano, perché siano miei, perché portando il peso del mio corpo, cioè de la mia santa instituzione e legge sopra le spalle, ed essendo guidati dal freno de li miei divini consigli, sian fatti degni e capabili d'entrar meco nella trionfante Jerusalem, nella città celeste! Qua vedete, chi son li redemuti, chi son li chiamati, chi son li predestinati, chi son li salvi: l'asina, l'asinello, li semplici, li poveri d'argomento, li pargoletti, quelli ch'han discorso di fanciulli, quelli, quelli entrano nel regno de' cieli, quelli per dispregio del mondo e de le sue pompe calpestrano li vestimenti, hanno bandita da sé ogni cura del corpo, de la carne, che sta avvolta circa quest'anima, se l'han messa sotto li piedi, l'hanno gittata via a terra, per far più gloriosa — e trionfalmente passar l'asina ed il suo caro asinello. Pregate, pregate Dio, o carissimi, se non siete ancora asini, che vi faccia divenir asini! Vogliate solamente perché certo certo facilissimamente vi sarà conceduta la grazia: perché, benché naturalmente siate asini, e la disciplina comune non sia altro che una asinitade, dovete avvertire e considerar molto bene, se siete asini secondo Dio; dico, se siate quei sfortunati, che rimangono legati avanti la porta, oppur quegli altri felici, li quali entran dentro. Ricordatevi, o fedeli, che li nostri primi parenti a quel tempo piacquero a Dio, ed erano in sua grazia, in sua salvaguardia, contenti nel terrestre paradiso, nel quale erano asini, cioè semplici ed ignoranti del bene e male, quando posseano esser titillati dal desiderio di sapere bene e male, e per conseguenza non ne possevano aver notizia alcuna; quando possevan credere una bugia, che li venisse detta dal serpente: quando se li posseva donar ad intendere sia a questo, che benchè Dio avesse detto, che morrebbono, nè potesse essere il contrario, in cotal disposizione erano grati, erano accetti, fuor d’ogni dolor, cura e molestia. Sovvegnavi ancora ch’amò Dio il popolo ebreo, quando era afflitto, servo, vile, oppresso, ignorante, onerario, portator de’ cofini, somaro, che non gli possea mancar altro, che la coda, ad esser asino naturale sotto il dominio dell’Egitto: allora fu detto da Dio suo popolo, sua gente, sua scelta generazione. Perverso, scellerato, reprobo, adultero fu detto, quando fu sotto le discipline, le dignitadi, le grandezze e similitudine de gli altri popoli e regni onorati secondo il mondo. Non è chi non lode l’età dell’oro, quando gli uomini erano asini, non sapean lavorar la terra, non sapean l’un dominar a l’altro, intender più de l’altro, avean per tetto gli antri e le caverne, si donaro a dosso come fan le bestie, non eran tante coperte e gelosie, e condimenti di libidine e gola, ogni cosa era comune, il pasto eran le poma, le castagne, le ghiande in quella forma che son prodotte da la madre natura. Non è chi non sappia, qualmente non solamente ne la specie umana, ma ed in tutti i generi d’animali la madre ama più, accarezza più, mantien contento più ed ozioso, senza sollecitudine e fatica, abbraccia, bacia, stringe, custodisce il figlio minore, come quello che non sa male e bene, ha de l’agnello, ha de la bestia, è un asino, non sa così parlare, non può tanto discorrere, e come gli va crescendo il senno e la prudenza, sempre a mano a mano se gli va scemando l’amore, la cura, la pia affezione, che gli vien portata dai suoi parenti. Non è nemico, che non compatisca, abblandi- sca, favorisca a quella età, a quella persona, che non ha del virile, non ha del demonio, non ha de l’uomo, non ha del maschio, non ha de l’accorto, non ha del barbuto, non ha del sodo, non ha del maturo. Però, quando si vuol mover Dio a pietà e commiserazione il suo Signore, disse quel profeta: Ah ah ah, Domine, quia nescio loqui; dove col ragghiare e sentenza mostra esser asino. Ed in un altro luogo dice: Quia puer sum. Però quando si brama la remission de la colpa, molte volte si presenta la causa ne li divini libri, con dire: Quia stulte egimus, stulte egerunt, quia nesciunt quid faciant, ignoravimus, non intellexerunt. Quando si vuol impetrar da lui maggior favore, ed acquistar tra gli uomini maggior fede, grazia ed autorità, si dice in un loco, che gli apostoli eran stimati imbriachi, in un altro loco, che non sapean quel che dicevano; perchè non erano essi che parlavano: ed un de’ più eccellenti, per mostrar quanto avesse del semplice, disse, ch’era stato rapito al terzo cielo, uditi arcani ineffabili, e che non sapea s’era morto o vivo, s’era in corpo o fuor di quello. Un altro disse, che vedeva li cieli aperti, e tanti e tanti altri propositi, che tengono li diletti di Dio, ai quali è rivelato quello ch’è occolto a la sapienza umana, ed è asinità esquisita a gli occhi del discorso razionale: perchè queste pazzie, asinitadi e bestialitadi son sapienze, atti eroici ed intelligenze a presso il nostro Dio, il qual chiama li suoi pulcini, il suo gregge, le sue pecore, i suoi parvuli, li suoi stolti, il suo pulledro, la sua asina, que’ tali, che gli credeno, l’amano, il siegueno. Non è, non è, dico, miglior specchio messo avanti gli occhi umani, che l’asinitade ed asino, il qual più esplicatamente secondo tutti i numeri dimostre, qual esser debba colui, che faticandosi nella vigna del Signore, deve aspettar la retribuzion del danaio diurno, il gusto de la beatifica cena, il riposo, che siegue il corso di questa transitoria vita. Non è conformità migliore, o simile, che nè ammene, guide e conduca a la salute eterna piú attamente, che far possa questa vera sapienza approvata da la divina voce: come per il contrario non è cosa, che ne faccia più efficacemente impiombar al centro ed al baratro tartareo, che le filosofiche e razionali contemplazioni, quali nascono da li sensi, crescono nella facultà discorsiva, e si maturano ne l’intelletto umano. Forzatevi, forzatevi dunque ad esser asini, o voi, che siete uomini! E voi, che siete già asini, studiate, procurate, adattatevi a proceder sempre da bene in meglio, a fin che perveniate a quel termine, a quella dignità, la quale non per scienze ed opre, quantunque grandi, ma per fede s’acquista; non per ignoranza e misfatti, quantunque enormi, ma per la incredulità, come dicono secondo l’apostolo, si perde. Se così vi disporrete, se tali sarete, e talmente vi governerete, vi trovarete scritti nel libro de la vita, impetrerete la grazia in questa militante, ed otterrete la gloria in que la trionfante ecclesia, ne la quale vive e regna Dio per tutti secoli de’ secoli. Così sia!
The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.
Loading the full text…
The end
You’ve reached the end of Cabala del cavallo Pegaseo con l'aggiunta dell'Asino Cillenico.
