Conclusione - I. La desolata
Quando il sole, alzandosi sull’orizzonte, illuminò la natura colla sua splendida luce, un monte di rovine copriva le sponde del Paquequer.
Grossi massi di roccia, schiantati d’un colpo, vedeansi seminati per la campagna, come fosser stati divelti dal martello gigantesco di qualche nuovo ciclope.
L’eminenza su cui ergevasi la casa era scomparsa, e al suo luogo scorgeasi soltanto una larga spaccatura, somigliante al cratere di alcun vulcano sotterraneo.
Gli alberi sterpati dalle loro barbicaie, la terra sconvolta, la negra cenere che copriva la foresta, annunziavano esser colà avvenuto alcuno di quei spaventosi cataclismi, che si lasciano dietro la morte e la distruzione.
Qua e là fra i ruderi di quella rovina aggiravasi qualche Indiana, avanzo della tribù degli Aimorè, rimasta per piangere la sorte de’ suoi e recare alle altre tribù la nuova di tanta vendetta.
Chi si fosse librato allora su quella solitudine, e avesse gettato lo sguardo (se l’occhio potesse aggiungere alla distanza di molte leghe) pei vasti orizzonti che gli s’aprian dintorno, avrebbe scorto in lontananza, sulla superficie del Parahyba, passar rapidamente una forma vaga e confusa.
Era la piroga di Pery, che sospinta dal remo e dalla brezza mattutina correva con una celerità spaventosa, come ombra che s’invola ai primi albori del giorno.
Per tutta la notte l’Indiano avea remato senza posare un istante; non ignorava che don Antonio de Mariz nella sua terribile vendetta avea sterminato la tribù degli Aimorè, ma desiderava allontanarsi dal teatro della catastrofe, e approssimarsi ai suoi luoghi nativi.
Non era il sentimento di patria, sempre tanto potente nel cuore dell’uomo; non era il desiderio di vedere la sua capanna inchinata sulla riva del fiume, e abbracciar la madre e i fratelli, il pensiero che lo dominava in quell’istante, e gl’infondeva quell’ardore e quell’entusiasmo straordinario.
Bensì l’idea di salvare la sua signora e compiere il giuramento fatto al vecchio fidalgo; era il senso d’orgoglio che s’impadroniva di lui, pensando che era bastato il suo coraggio e la sua forza per vincere tutti gli ostacoli, e mandar ad effetto la missione di cui s’era incaricato.
Quando il sole, nel mezzo del suo corso, versava torrenti di luce su quel vasto deserto, Pery si accorse che era tempo di riparar Cecilia da quei raggi cocenti; e fece approdar la piroga alla riva del fiume all’ombra di un padiglione di alberi.
La fanciulla, avvolta nel suo manto di seta, col capo appoggiato sulla prora della barchetta, dormiva ancora lo stesso sonno tranquillo della sera; il colore del volto avea fatto ritorno, e sotto la bianchezza trasparente della cute splendeva quel roseo incarnato, quel colorito soave, che solo la natura, artefice sublime, sa creare.
Pery prese la piroga tra le braccia, come fosse una cuna, e la posò sull’erba che copriva la sponda del fiume; dipoi si assise da lato, cogli occhi fissi sopra Cecilia, aspettando che si destasse da quel sonno prolungato, che cominciava ad inquietarlo.
Tremava al pensiero del cordoglio che proverebbe la fanciulla apprendendo la sventura di cui egli era stato testimonio la sera innanzi; e non si sentiva bastante forza per rispondere al primo sguardo di stupore, che essa getterebbe attorno di sè, tosto che si svegliasse nel mezzo del deserto.
Finchè durò il sonno, Pery, col braccio appog- giato alla sponda della piroga e il corpo chino sul volto della fanciulla, attendendo con ansietà il momento che desiderava e temeva al tempo stesso, vigilava sopra di lei con una premura e una sollecitudine ammirabile.
La madre più amorosa non avrebbe vegliato tanto sul suo figliuolo, come quell’amico devoto sulla sua signora; un raggio di sole, che insinuandosi tra le frondi si posasse sul volto della fanciulla, un uccelletto che cantasse sul ramo di un arboscello, un insetto che saltellasse sull’erba, tutto egli allontanava per non turbare il riposo di lei.
Ogni minuto che passava era una nuova inquietudine per lui; ma era pure un istante di più di quiete e di tranquillità per la fanciulla, che tarderebbe a sapere la disgrazia da cui era colpita, e che l’orbava della sua famiglia.
Un lungo sospiro fece rialzare il seno di Cecilia; i suoi vaghi occhi azzurri si aprirono e si chiusero di nuovo, abbarbagliati dal chiarore del giorno; passò la mano dilicata sulle palpebre rosate come per fugarne il sonno, e il suo sguardo limpido e soave venne a posarsi sul volto di Pery.
Mandò un lieve grido di gioia, e alzandosi a sedere con vivacità, gettò un’occhiata di meraviglia e di stupore attorno a quella specie di padiglione di verzura che la circondava; pareva che interrogasse gli alberi, il fiume, il cielo, gli uccelli; ma ogni cosa era muto.
Pery non ardiva proferire una parola; scorgeva quanto avveniva nell’animo della sua signora, e non avea il coraggio di pronunziare la prima lettera di quell’enigma, che per certo non indugerebbe a comprendere.
Alla fine la fanciulla, abbassando la vista per vedere ove stava, si accorse della piroga, e gettando un’occhiata rapida per l’ampio letto del Parahyba, che scorreva lentamente per la foresta, si fece bianca come i lini delle sue vesti.
Si volse verso l’Indiano cogli occhi spalancati, le labbra tremanti, la respirazione repressa, il seno affannoso, e supplicando colle mani giunte:
— Padre mio!... padre mio!... sclamò ella singhiozzando.
Il selvaggio lasciò cadere il capo sul petto e si nascose il volto tra le mani.
— Morto!... Mia madre pur morta!... Tutti morti!..
E vinta dal dolore, la fanciulla strinse convulsivamente il seno che le scoppiava pe’ singhiozzi, e chinandosi come lo stelo dilicato di uno di que’ fiori che crescevano in riva all’acqua, lasciò scorrere liberamente le sue lacrime.
— Pery non potè salvar che te sola, signora! mormorò l’Indiano tristamente.
Cecilia rizzò alteramente il capo.
— Perchè non mi lasciasti morire co’ miei?... sclamò ella come presa da accesso febbrile. Ti chiesi forse di salvarmi? Abbisognava de’ tuoi servigi?...
Il suo volto vestissi d’un’espressione di energia straordinaria.
— Conducimi al luogo ove giace il corpo di mio padre. Colà deve rimanere sua figlia... Poscia puoi partire!... Non ho bisogno di te.
Pery trasalì.
— Ascolta, signora... balbettò egli in tuono sommesso.
La fanciulla gli avventò uno sguardo tanto imperioso, tanto sovrano, che l’Indiano ammutolì, e volgendo la faccia ascose le lagrime che gli bagnavano il viso.
Cecilia camminò fino alla riva del fiume, e cogli occhi tesi verso l’orizzonte, che supponeva ascondere il luogo di sua antica dimora, inginocchiossi e fece un’orazione lunga e ardente.
Quando si alzò era più calma; il suo dolore era stato mitigato da quel conforto sublime della religione, da quella dolcezza e soavità che infonde ne’ cuori la speranza di una vita celeste, che riunisce coloro che si amarono sulla terra.
Allora potè riflettere sopra l’accaduto della sera innanzi; e procurò di ricordarsi le circostanze, che aveano preceduto la morte della sua famiglia.
Ma tutte le sue rimembranze non giungevano che fino al punto, in cui già mezzo addormentata parlava a Pery, e proferiva quella parola ingenua e innocente che l’era sfuggita dall’intimo dell’anima.
— Piuttosto morire come Isabella!
Ricordandosi di queste parole arrossì, e vedendosi sola nel deserto con Pery provò un’inquietudine vaga, indefinita; un senso di timore e di affanno, di cui non sapea rendersi ragione.
Sarebbe per avventura quella subitanea diffidenza proveniente dalla collera ond’era stata assalita, all’accorgersi che l’Indiano l’avea scampata da morte e sottratta alla disgrazia, da cui tutta la sua famiglia era stata colpita?
No; non era quella la causa; al contrario Cecilia conosceva che sarebbe ingiusta col suo amico, che forse avea fatto l’impossibile per lei; e se non fosse stata quella tema istintiva, che involontariamente s’impadroniva della sua anima, già lo avrìa chiamato per chiedergli perdono di quelle parole dure e crudeli.
La fanciulla alzò gli occhi timidi, e incontrò quelli mesti e supplichevoli di Pery; non potè resistere, dimenticò la sua ambascia, e un dolce sorriso le volò dalle labbra.
— Pery!...
L’Indiano trasalì, ma questa volta di allegrezza e di contento; venne a cadere ai piedi della sua signora, che di nuovo trovava buona qual’era sempre stata.
— Perdona a Pery, signora!
— Sei tu che devi perdonarmi, perchè ti feci soffrire; non è così? Ma ben lo sai!... Non poteva abbandonare il mio povero padre!
— Fu egli che comandò a Pery di salvarti! disse l’Indiano.
— Come? sclamò la fanciulla. Raccontami, amico mio!
L’Indiano fece la descrizione della scena della notte scorsa, dal punto che Cecilia si era addormentata fino a quando la casa saltò in aria per l’accensione delle polveri, lasciando appena un monte di rovine.
Raccontò che avea preparato ogni cosa per la fuga di don Antonio de Mariz, affinchè salvasse Cecilia; ma che il fidalgo avea ricusato col dire che la sua lealtà e il suo onore gli comandavano di morire al suo posto.
— Mio nobil padre! mormorò la fanciulla tergendosi le lagrime.
Vi ebbe un istante di silenzio, dopo il quale Pery concluse il suo racconto, riferendole che don Antonio de Mariz gli avea dato il battesimo e affidata la salvezza di sua figlia.
— Tu sei cristiano, Pery?... sclamò la fanciulla, ne’ cui occhi si pinse una gioia ineffabile.
— Sì; tuo padre disse: «Pery tu sei cristiano; ti do il mio nome!»
— Obbligata, Dio mio, disse la fanciulla giugnendo le mani e alzando gli occhi al cielo.
Dipoi, quasi vergognando di quel moto spontaneo, si ascose il volto nelle mani; il rossore che coperse le sue guancie tinse di un certo color di rosa le linee pure del suo morbido collo.
Pery alzossi, e andò a raccogliere alcuni frutti dilicati, che servirono a ristorare la sua signora.
Il sole avea alquanto rimesso della sua forza, era tempo di continuare il viaggio e giovarsi della freschezza della sera per vincere la distanza, che lo separava dalla dimora dei Goitacazi.
L’Indiano si accostò tremante verso la fanciulla.
— Che vuoi che Pery faccia, signora?
— Nol so; rispose Cecilia indecisa.
— Non vuoi che Pery ti conduca alla stanza dei Bianchi?
— È la volontà di mio padre?... Devi adempirla.
— Pery promise a don Antonio di condurti a sua sorella; ma Pery è tuo schiavo, e solo obbedisce a te.
L’Indiano ripose la piroga sulle acque del fiume, e quando prese la fanciulla sulle braccia per adagiarla nella barchetta, sentì ella per la prima volta in sua vita che il cuore di Pery palpitava sul suo seno.
La sera era magnifica; i raggi del sole che tramontava, insinuandosi tra le frondi degli alberi, indoravano i candidi fiori che crescevano lungo le rive del fiume.
Le tortorelle cominciavano a mandare i loro singulti nel fondo della foresta; e le laurette, che passavano ancora tiepide delle esalazioni della terra, olezzavano di aromi silvestri.
La piroga scivolò sulla superficie dell’acqua, come un cigno leggiero portato dalla correntìa del fiume.
Pery remigava seduto sulla prora.
Cecilia, collocata al basso, mezzo distesa sopra un tappeto di foglie acconciatevi da Pery, abbandonavasi ai suoi pensieri, e aspirava le emanazioni soavi e profumate delle piante, e la freschezza dell’aria e delle acque.
Quando i suoi occhi incontravano quei di Pery, le sue lunghe ciglia si abbassavano, e ascondevano un momento lo sguardo dolce e malinconico.
Conclusione - II. Il selvaggio del deserto
La notte era serena.
La piroga guizzando sulle acque del fiume facea sbocciare quei fiori di spuma, che brillano un momento alla luce delle stelle, e poi si disfanno come il sorriso della donna.
Le aurette avean cessato; e la natura addormentata respirava quella calma tiepida e profumata delle notti americane, tanto piene di incanto e di languidezza.
Il viaggio era silenzioso; quelle due creature, abbandonate nel mezzo del deserto, sole al cospetto della natura, stavano mute, quasi temessero risvegliare l’eco profondo della solitudine.
Cecilia riandava nella memoria tutta la sua vita innocente e tranquilla, il cui filo dorato erasi rotto in modo tanto crudele; ma era specialmente l’ultimo anno di quell’esistenza, dal dì della comparsa imprevista di Pery, che si disegnava nella sua immaginazione.
Perchè interrogava così i giorni che avea vissuti nel paradiso della felicità? Perchè il suo spirito facea ritorno al passato, e procurava di legare insieme tutti quei fatti, cui nella trascurata ingenuità dei primi anni avea dato sì poco valore?
Essa stessa non saprebbe spiegare le emozioni che provava; la sua anima innocente e ignara erasi illuminata d’una subita rivelazione; nuovi orizzonti aprivansi ai casti sogni de’ suoi pensieri.
Ritornando al passato, maravigliavasi della sua esistenza, rimaneva abbagliata, come l’occhio che apresi d’improvviso al chiarore del giorno dopo un sonno profondo; non si conosceva più in quell’immagine d’altra volta, in quella fanciulla tanto gaia e folleggiale.
Tutta la sua vita era cangiata; la sventura avea operato quella repentina rivoluzione, e un altro sentimento, ancora confuso, stava forse per completare quella metamorfosi misteriosa della donna.
All’intorno di lei tutto si risentiva di quella mutazione; i colori prendeano toni armoniosi, l’aria profumi inebbrianti, la luce riflessi soavi, che i suoi sensi non conoscevano.
Un fiore, che per l’innanzi altro non era per lei che una vaga forma, pareale adesso una creatura che sentisse e palpitasse; i zeffiri che altra volta passavano come un semplice alito delle aure, mormoravano in quel momento al suo orecchio melodie ineffabili, mistiche note, che risuonavano nel profondo del suo cuore.
Pery giudicando la sua signora addormentata, remava dolcemente per non turbarne il riposo; la fatica cominciava a vincerlo; non ostante l’indomato coraggio e la possente volontà, le sue forze erano esauste.
Vincitore appena nella lotta terribile contro il veleno, avea cominciato l’impresa quasi impossibile della salvezza della sua signora; già da tre giorni più non chiudeva un occhio, non aveva lasciato riposare un istante lo spirito.
Tutto quanto la natura permetteva all’intelligenza e al potere dell’uomo, egli avea fatto, e tuttavia non era la fatica del corpo che lo vinceva, ma le emozioni violente per cui era passato in quei dì.
Quello che avea provato quando libravasi sull’abisso, e la vita della sua signora dipendeva da un passo in fallo, da un’oscillazione del fragile tronco disposto a ponte pensile, nissuno è capace di comprenderlo.
Quello che sofferse, quando Cecilia nella sua disperazione per la morte del padre lo accusava di averla salvata, e imponevagli di ricondurla al luogo ove riposavano le ceneri del vecchio fidalgo, è impossibile a descriversi.
Furono ore di martirio, di sofferenza orribile, cui la sua anima avrebbe soggiaciuto, se egli non avesse trovato nella sua volontà inflessibile e nella sua devozione sublime un conforto al dolore e uno stimolo per trionfare d’ogni ostacolo.
Erano queste le emozioni che lo vincevano, anche dopo vinte; egli si accorse che i suoi muscoli d’acciaio, schiavi sommessi al suo menomo desiderio, si allentavano come la corda dell’arco dopo il combattimento.
Pensò che la sua signora avea bisogno di lui, e che dovea giovarsi di quei momenti in cui essa riposava, per chiedere al sonno nuovo vigore e nuove forze.
Guadagnò il mezzo del fiume, e scegliendo un luogo, ove non giungeva neppur un ramo d’albero di quei che cresceano lungo la riva, legò la piroga alle alghe che galleggiavano a fior d’acqua.
Tutto era queto; la terra giaceva alla distanza di molte braccia; perciò la sua signora poteva dormir senza pericolo sopra quel mobile campo, sotto l’azzurra volta del firmamento; le onde la dondolerebbero nella sua cuna, le stelle veglierebbero sopra il suo sonno.
Scevro d’inquietudine, Pery accostò il capo alla sponda della piroga: un momento appresso le sue palpebre intorpidite si chiusero poco a poco; il suo ultimo sguardo, quello sguardo vago e incerto che aleggia sulla pupilla già mezzo addormentata, vide disegnarsi nell’ombra una forma candida e graziosa, che si chinava dolcemente sopra di lui.
Non era un sogno quella vaga visione. Cecilia, sentendo la piroga immobile, si scosse dalle sue meditazioni; si assise e sporgendosi un po’ innanzi vide che il suo amico dormiva, e accusò sè stessa di non avergli anticipato quel momento di riposo.
Il primo sentimento che s’impadronì della fanciulla, vedendosi sola, fu quel terrore solenne e rispettoso, che infonde la solitudine nel mezzo del deserto, nelle ore morte della notte.
Pare che il silenzio abbia umani accenti; le ombre si popolano di enti invisibili; gli oggetti nella loro immobilità oscillano nello spazio.
È al tempo stesso il nulla col suo vuoto profondo, immenso, infinito; è il caos colla sua confusione, le sue tenebre, le sue forme increate; l’anima sente che manca la vita o la luce attorno di sè.
Cecilia ricevette quell’impressione con una tema religiosa; ma non si lasciò dominar dalla paura; la sventura aveala assuefatta al pericolo; e la fiducia nel suo compagno era tanta, che pur dormendo le parea che Pery vegliasse sopra di lei.
Contemplando quel capo addormentato, la fanciulla ammirò la bellezza incolta di quei lineamenti, la purezza delle linee di quel profilo altiero, quell’espressione di forza e intelligenza, che animava quel busto selvaggio modellato dalla natura.
Come mai non avea scorto fin là in quelle sembianze se non un volto amico? Come mai i suoi occhi non si erano ancor arrestati su quelle fattezze tagliate con tanta energia?
Egli è che la rivelazione fisica, che avea illuminato il suo sguardo, non era se non il risultato di quell’altra rivelazione morale, che avea rischiarato il suo spirito; prima vedeva cogli occhi del corpo, adesso con quelli dell’anima.
Pery, che per un anno altro non era stato per lei che un amico devoto, apparivagli d’improvviso quale un eroe; nel seno della sua famiglia lo stimava, nel mezzo di quella solitudine l’ammirava.
Come quei quadri dei grandi pittori, che abbisognano di luce, di un fondo brillante e di semplici contorni, per mostrare la perfezione del colorito e la purezza del disegno, il selvaggio abbisognava del deserto per rivelarsi in tutto lo splendore della sua bellezza primitiva.
Nel mezzo di uomini inciviliti era un Indiano ignorante, nato da una razza barbarica, egualmente ripulsato dalla religione, dal colore e dalla civiltà, e riputato come un captivo. Ancorchè per Cecilia e don fosse un amico, era soltanto un amico schiavo.
Qui però tutte quelle distinzioni sparivano; il figlio delle selve, tornando al seno della sua madre, ricuperava la libertà; era il re del deserto, il signor delle foreste, che dominava pel diritto della forza e dell’intelligenza.
Le alte montagne, le cateratte, i grandi fiumi, gli alberi secolari, le nuvole servivano di trono, di scettro e di sopraccielo a quel monarca delle selve, circondato di tutta la maestà e di tutto lo splendore della natura.
Che effusione di riconoscenza e di ammirazione non ci aveva nello sguardo di Cecilia! Era in quel momento che comprendeva tutta l’annegazione del culto santo e rispettoso che l’Indiano le votava!
Le ore scorrevano silenziose in quella muta contemplazione; la brezza leggera, che annunzia lo spuntar del giorno, sfiorò il volto della fanciulla; e poco appresso il primo albore del mattino diradò la tinta fosca dell’orizzonte.
Sopra il rilievo formato dal profilo oscuro della foresta, nelle ombre della notte, splendeva limpida e gaia la stella del mattino; le acque del fiume si commossero dolcemente; e i ventagli della palma si agitarono mandando un lieve rumore.
La fanciulla si sovvenne del suo risvegliarsi tanto placido di altra volta, delle sue mattine così scevre di cure, della sua preghiera così viva e piena di riso, con cui rendea grazie a Dio della buona ventura, che versava sopra di lei e della sua famiglia.
Una lagrima spuntò sulle sue ciglia rosate, e cadde sulla faccia di Pery; aprendo gli occhi e scorgendo ancora la stessa dolce visione che l’avea addormentato, l’Indiano stimò che il sonno continuasse.
Cecilia sorrise, e passò la mano dilicata sulle palpebre ancora socchiuse del suo amico.
— Dormi, diss’ella, dormi; Cecy veglia.
La musica di quella parole risvegliò interamente il selvaggio.
— No! balbettò egli, come vergognando di aver ceduto alla fatica. Pery si sente forte.
— Ma tu devi aver bisogno di riposo! È sì poco che ti addormentasti!
— Il giorno non tarda a raggiare; Pery deve vegliare sulla sua signora.
— E perchè la tua signora non veglierà anche sopra di te? Vuoi serbar tutto per te e non lasciar a lei neppure la gratitudine!
L’Indiano gettò uno sguardo pieno di ammirazione sulla fanciulla.
— Pery non comprende quello che tu dici. La tortorella, che attraversa la campagna e si sente affaticata, si ristora sull’ala del suo compagno ch’è più robusta; egli è che custodisce il suo nido nel tempo che dorme, che va a procacciarle l’alimento, che la difende e la protegge. Tu sei come la tortorella, signora.
Cecilia arrossì della comparazione ingenua del suo amico.
— E tu? dimandò ella confusa e tremante d’emozione.
— Pery... è tuo schiavo; rispose l’Indiano naturalmente.
La fanciulla scosse il capo con un’inflessione, graziosa:
— La tortorella non ha schiavi.
Gli occhi di Pery scintillarono; un’esclamazione partì dalle sue labbra:
— Tuo...
Cecilia col seno palpitante, le guancie vermiglie, gli occhi molli, alzò la mano alle labbra di Pery, e rattenne la parola che col suo innocente folleggiare avea provocata.
— Tu sei mio fratello! diss’ella con un sorriso divino.
Pery guardò il cielo, come per confidargli la sua felicità.
Il chiarore dell’aurora stendeasi sulla foresta e le campagne a guisa d’un velo finissimo; la stella del mattino scintillava in tutto il suo splendore.
Cecilia inginocchiossi.
— Salve, regina!....L’Indiano la contemplava con un’espressione di felicità ineffabile.
— Tu sei cristiano, Pery! diss’ella volgendogli uno sguardo supplichevole.
Il suo amico la comprese, e inginocchiandosi giunse le mani come lei.
— Tu ripeterai tutte le mie parole; e procura di non dimenticarle più.
— Esse vengono dalle tue labbra, signora.
— Signora, no! Sorella!
Di lì a poco il mormorio delle acque confondevasi cogli accenti soavi della voce di Cecilia, che recitava quell’inno cristiano ripieno di tanta poesia e unzione.
La parola di Pery ripeteva come un eco quelle frasi sacre.
Conclusione - III. L'amante
Terminata quella preghiera cristiana, forse la prima pronunziata al cospetto di quegli alberi secolari, il viaggio continuò.
Tosto che il sole giunse al zenith, Pery cercò, come la sera precedente, un vago recesso per passare quelle ore di calma.
La piroga approdò in un piccolo seno del fiume; Cecilia saltò a terra; e il suo compagno le scelse un luogo ombroso ove riposare.
— Aspetta qui; Pery ritorna subito.
— Ove vai? dimandò la fanciulla inquieta.
— A coglier frutti per te.
— Non ho fame.
— Li conserverai.
— Allora io t’accompagno.
— No; Pery nol consente.
— E perchè? Non mi vuoi appresso a te?
— Bada alle tue vesti, al tuo piè, signora; gli spini del cardo ti offenderebbero.
In fatti Cecilia indossava una leggera veste di mussolina; e il delicato piede, che poggiava sull’erba, calzava un borzacchino di seta.
— Dunque mi lasci sola? disse la fanciulla attristandosi.
L’Indiano restò; un momento indeciso; ma d’improvviso la sua fisonomia rasserenossi.
Recise lo stelo di un’iride, che ondeggiava all’alito dell’aura, e ne presentò il fiore alla fanciulla.
— Ascolta, diss’egli. I vecchi della tribù appresero dai loro padri che l’anima dell’uomo, quando si separa dal corpo, si asconde in un fiore, e ivi rimane finchè l’uccelletto del paradiso viene a prenderla e a condurla ben lungi. È per ciò che tu vedi il guanumby saltar di fiore in fiore, baciando or l’uno or l’altro, e dipoi batter l’ali e involarsi.
Cecilia avvezza al linguaggio poetico del selvaggio, attendeva l’ultima parola che le svelasse il suo pensiero.
L’Indiano continuò:
— Pery non porta seco l’anima nel corpo, la lascia in questo fiore. Tu non sei sola.
La fanciulla sorrise, e prendendo il fiore lo ascose nel seno.
— Ella mi farà compagnia. Va, fratel mio, e torna subito.
— Pery non andrà lontano; se tu lo chiamerai, ti sentirà.
— E mi risponderai? non è vero? affinchè io sappia che mi sei vicino...
L’Indiano, prima di partire, circondò a qualche distanza il luogo ove stava Cecilia di un cordone di piccoli fuocherelli, fatti di lauro, di cannella, di uratahy ed altri alberi aromatici.
In tal modo rendeva quel recesso impenetrabile: il fiume da un lato e dall’altro le fiamme che fugherebbero gli animali nocivi e particolarmente i rettili; il fumo odoroso che usciva dai fuochi allontanava persino gli insetti.
Pery non avrebbe tollerato che una vespa o un moscherino qualunque offendesse la cute della sua signora, e succhiasse una goccia di quel sangue prezioso; perciò avea prese tutte quelle cautele.
Cecilia dovea star tranquilla come in un palazzo; e infatti era un palazzo di regina del deserto quell’ombreggiato pieno di freschezza, ove l’erba facea l’ufficio di tappeti, le frondi di sopraccielo, i festoni fioriti di cortine, i sabià di musici, le acque di specchio, e i raggi solari di arabeschi dorati.
La fanciulla vedea da lungi la sollecitudine con cui il suo amico si affaticava per la sua sicurezza, e l’accompagnò coll’occhio fino all’istante che disparve nel più denso della selva.
Fu allora che vide la solitudine stendersele intorno e avvolgerla come in un manto; insensibilmente portò la mano al seno e ne trasse il fiore che Pery le avea dato.
Non ostante la sua fede cristiana, non potè vincere quell’innocente superstizione del cuore: le parve, guardando l’iride, di non esser sola, ma in compagnia dell’anima di Pery.
Qual’è il seno a sedici anni, che non ricovera alcuna di quelle illusioni incantatrici, nate col fuoco dei primi raggi d’amore? Qual’è la fanciulla, che non consulta l’oracolo di un fiorellino, e non iscorge in una farfalla nera la sibilla fatidica, che le annunzia la perdita della più bella speranza?
Come l’umanità nell’infanzia, anche il cuore nei primi anni possiede la sua mitologia; mitologia più graziosa e più poetica, che le creazioni della Grecia; l’amore è il suo Olimpo, popolato di dee o di dii di una bellezza celeste immortale.
Cecilia amava; la gentile e innocente fanciulla procurava illudere sè stessa, attribuendo il sentimento di cui era piena la sua anima a un’affezione fraterna, e occultando sotto il dolce nome di fratello un altro più dolce che le spuntava sulle labbra; ma che queste non ardivano pronunciare.
Ancorchè sola, di quando in quando un pensiero che le passava per lo spirito le accendea le guancie di rossore, faceva palpitarle il seno, e inclinare mollemente il capo, come lo stelo della pianta dilicata, allorchè il calore del sole feconda la fioritura.
A che pensava ella cogli occhi fissi sull’iride, che il suo alito facea tremolare, colle palpebre socchiuse e il corpo chinato sulle ginocchia?
Pensava al passato che più non farebbe ritorno, al presente che dovea involarsi rapidamente, e al futuro che gli appariva vago, incerto e confuso.
Pensava che di tutto il suo mondo più non le restava che un fratello di sangue, il cui destino ignorava, e un fratello d’anima, in cui avea concentrate tutte le affezioni perdute.
Un senso di profonda mestizia annuvolava il suo sembiante pensando a suo padre, a sua madre, a Isabella ad Alvaro, a quanti amava e formavano per lei il suo universo; allora quello che la confortava era la speranza, che i due unici cuori che le rimanevano non l’abbandonerebbero giammai.
E ciò la rendea felice; non desiderava più nulla; non chiedeva a Dio altra ventura che il conforto di viver allato a’ suoi amici, riempiendo il futuro delle memorie del passato.
L’ombra degli alberi già baciava le acque del fiume, e Pery non era ancora di ritorno; Cecilia provò un senso di paura, e temendo di qualche disgrazia lo chiamò.
L’Indiano rispose da lungi, e poco appresso comparve fra gli alberi; il suo tempo non era stato occupato indarno, giudicando dagli oggetti che recava.
— Come tardasti!... gli disse Cecilia alzandosi e movendo al suo incontro.
— Tu stavi al sicuro; Pery giovossi di questo tempo per non lasciarti sola domani.
— Domani sola?
— Sì, perchè arriveremo.
— Ove? dimandò la fanciulla con vivacità.
— Alle dimore dei Goitacazi, alla capanna di Pery, ove comanderai a tutti i guerrieri della tribù.
— E dipoi, come andremo al Rio de Janeiro?
— Non cruciarti; i Goitacazi hanno piroghe grandi, come quell’albero che tocca le nuvole; quando maneggiano il remo, esse volano sull’acqua come l’atyaty dalle ali bianche. Avanti che la luna, che sta per sorgere, sia scomparsa, Pery ti lascerà colla sorella di tuo padre.
— Lascerai... sclamò la fanciulla impallidendo. Tu mi abbandonerai?
— Pery è un selvaggio; disse l’Indiano mestamente: non può vivere in mezzo ai Bianchi.
— Perchè? dimandò la fanciulla con ansietà. Non sei tu cristiano, come Cecy?
— Sì; perchè facea di mestieri esser cristiano per salvarti; ma Pery morrà selvaggio, come Ararê.
— Oh! no! disse la fanciulla: io t’insegnerò a conoscer Dio, Nostra Signora, le sue vergini e i suoi angeli. Tu pregherai meco; tu non mi lascerai più!
— Vedi, signora: il fiore che Pery ti diè già appassì, perchè spiccato dalla pianta; e il fiore stava nel tuo seno. Pery nelle dimore dei Bianchi, ancorchè a te vicino, sarebbe come questo fiore: tu ti vergogneresti di guardarlo.
— Pery!... sclamò la fanciulla offesa.
— Tu sei buona; ma quanti hanno il tuo colore, non hanno il tuo cuore. Colà il selvaggio sarebbe uno schiavo degli schiavi; e chi nacque il primo ben può essere tuo schiavo, ma è signore dei boschi e comanda ai più forti.
Cecilia mirando quel riflesso di nobile orgoglio, che brillava in fronte all’Indiano, sentì che non potea combattere la sua risoluzione dettata da un senso elevato.
Conobbe che in fondo alle sue parole ci avea una gran verità, che il suo istinto indovinava; ella ne avea la prova in quella rivoluzione, che si era operata nel suo spirito, veggendo Pery in mezzo al deserto, libero, grande, maestoso come un re.
Qual non sarebbe dunque la conseguenza di quella nuova vita? In una città, in mezzo all’incivilimento, che sarebbe un selvaggio, se non un captivo trattato da tutti con disprezzo?
Nell’intimo del suo animo non potea non approvare la risoluzione di Pery; ma non sapeva acquetarsi al pensiero di perdere il suo amico, il suo compagno, l’unica affezione che forse ancora le rimaneva nel mondo.
In quell’intervallo l’Indiano ammanniva la semplice refezione offertagli dalla natura. Collocò sopra una larga foglia i frutti raccolti: erano aracà, jambi vermigli, ingà di polpa soave, cocchi di varie specie.
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The end
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