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Cena de le ceneri

Giordano Bruno · 1864 · Free in the US

35,374 words · about 2 h 29 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Giordano Bruno
Language
Italian
Published
1864
Length
35,374 words · about 2 h 29 min
Sections
10 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (10)
  1. Front matter under 1 min
  2. Proemio about 3 min
  3. Dedica under 1 min
  4. Al Malcontento about 1 min
  5. Proemiale epistola about 10 min
  6. Dialogo primo about 24 min
  7. Dialogo secondo about 26 min
  8. Dialogo terzo about 33 min
  9. Dialogo quarto about 21 min
  10. Dialogo quinto about 30 min

Continue:

Front matter

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Proemio

Nella Cena delle Ceneri Bruno combatte non l’ignoranza, ma l’errore, ed un errore particolare, fondamentale, in filosofia naturale, il pregiudizio che la terra è immobile e che l’universo non è infinito. «Varrebbe meglio, egli dice, non sapere che credere di sapere quello che in effetto s’ignora.»

Questo scritto, dedicato al barone di Mauvissière, sotto i cui auspicj questa «filosofia ritrovata e restaurata» questo «nuovo pitagorismo «dovea propagarsi in Inghilterra, è sempre uno dei libri più notevoli di Bruno e del secolo XVI. Meglio di qualunque altra opera di quell’età, svolge la gran lotta che sorse tra Copernico e i suoi avversari, tra le opinioni del medio evo e la cosmologia moderna; e al medesimo tratto ritrae, con vena pittorica, lo stato intellettuale ed anche sociale della Gran Brettagna sotto il regno di Elisabetta. All'elogio dell’astronomo di Thorn ed alla dimostrazione poetica delle sue teoriche, allora generalmente sprezzate, tramette il racconto arguto, divertente delle avventure di Bruno a Londra e ad Oxford. Brani didattici elevatissimi,

sono interrotti da dispute contumeliose, che gli scolastici avevan tra loro, o dalle risa del loro antagonista, o dalle esclamazioni che gli detta il suo entusiasmo, intorno all'avvenire serbato al sistema di Copernico. «Forse, disse Bruno in un’opera posteriore, v’è una varietà troppo grande di tuoni, un bizzarro amalgama di colori e d’effetti; ma si badi al titolo! Quel libro somiglia al nostro pasto, nel quale veniva in tavola ogni specie di cibi e bevande.... Non si deve badare che alla dottrina che vi splende!»

Questa dottrina si riduce alle seguenti proposizioni: Nei fenomeni celesti si devono distinguere le apparenze e la realtà: si dee conside- rare l’universo come infinito, e astenersi di cercarne sia il centro sia la circonferenza. Deesi ammettere che il nostro globo è della stessa materia e della stessa forma che gli altri astri; che tutto quel ch’è creato si muove e vive, e costituisce un essere vivente, un animale: che finalmente questi animali immensi camminano secondo disegni talmente pieni di saggezza e di ragione, che formano in certo modo degli esseri intelligenti, animali intellettuali. Bruno sostiene questa medesima dottrina dall'una parte, contro «i falsi filosofi,» vale a dire i peripatetici che negano il moto della terra, e la pongono al centro del mondo; dall'altra, contro «i falsi teologi,» i quali non s’avvedono che una teorica, in cui matematicamente e fisicamente si prova l’immensità dell’universo, è la sola che si accordi con una religione, la cui divinità è infinita in tutte le sue opere, come in sé stessa, infinita in ispazio e in durata. La maestà di Dio è senza limiti; il numero dei suoi messaggeri, vale a dire, degli astri, e del mondo, dee pertanto essere illimitato. L’opporre che questo nuovo sistema sembra contrario alla Scrittura santa, non ha fondamento, perchè la Scrittura, non chè voglia rivelare la realtà dei fenomeni fisici, s'adatta al modo ordinario di considerare le apparenze. Imperocché ella è una rivelazione morale e non fisica; imperocché racconta la storia delle cose sacre, promulga leggi per le coscienze e i costumi degli uomini, e non fa un corso di filosofia naturale o un corso di dottrine cosmologiche.

Onde questa obiezione non ha maggior saldezza di quella dei difensori dell'antichità profana «La teorica Copernicana, dicono costoro, è nuova nuova, e per conseguente è erronea.» Ma se ogni novità è errore, la dottrina d’Aristotele è stata falsa nei primi tempi del suo regno. Senzachè, se l’antichità è argomento di verità, la credenza al moto della terra è più plausibile che l’opinione peripatetica, imperocché Pitagora, che fu il primo a sostenerla, visse prima d’Aristotele. Il genere umano, giunto al secolo XVI, è più oltre in età che al tempo di Aristotele; i suoi concetti del secolo XVI costituiscono pertanto una credenza più matura, più sensata, che le idee sbocciate trecento anni avanti l'era cristiana. Finalmente, se la consuetudine e l’utilità fanno fede della perfezione d’un pensiero, dee altresì concedersi che l’ipotesi di Copernico è più verisimile, se non più vera, e ch'essa è più giusta, poichè più semplice, più facile ad applicarsi, e di più vasta estensione. Due ostacoli s’attraversano all’accettazione di questo sistema: l’abitudine e la preponderanza dei sensi sulla ragione. Ma qual fede merita l’abitudine, dappoichè c’impedisce di discernere il veleno da un alimento sano e naturale? Dar retta ai sensi anziché alla ragione, è pareggiarsi a coloro, che, incarcerati nell’antro platonico, stimano corruttibile e peribile la sostanza delle cose, mortale l’anima immortale, e nulla la divina giustizia, è farsi compagno agli amici del materialismo, vale a dire della vera empietà.

Voi meraviglierete, dice Bruno a Mauvissière, come con tanta brevità s’espediscano sì gran cose:

onde promette di riprendere ad esaminarle partitamente in altri scritti. La Cena dovea sol porre i quesiti e ricordare le circostanze in cui Bruno ne mise in campo la discussione tra i dotti e i cortigiani d'Inghilterra.

Dedica

MICHEL DI CASTELNOVO signor di mauvissier congressalto, e di jonvilla, cavalier de l’ordine del re cristianiss. e consi- glier nel suo privato consiglio, capitano di l. uomini d’arme, governator e capitano di s. de- siderio, ed ambasciator a la serenissima regina

Al Malcontento

Se dal cinico dente sei trafitto, Lamentati di te, barbaro perro! Ch’ in van mi mostri il tuo baston, e ferro, 4Se non ti guardi da farmi despitto. Perchè col torto mi venisti a dritto, Però tua pelle straccio, e ti disserro; E s’indi accade, ch’il mio corpo atterro, 8Tuo vituperio è nel diamante scritto. Non andar nudo a torre a l'api il mele! Non morder, se non sai, s’è pietra, o pane! Non gir discalzo a seminar le spine! 12Non spregiar, mosca, d’aragne le tele! Se sorce sei, non seguitar le rane! Fuggi le volpi, o sangue di galline, E credi a l'evangelo, 16Che dice di buon zelo: Dal nostro campo miete penitenza, Chi vi gittò d’errori la semenza.

Proemiale epistola

Or eccovi, signor, presente, non un convito nettareo de l’Altitonante, per una maestà; non un protoplastico, per una umana desolazione; non quel d’Assuero, per un misterio; non di Lucullo, per una ricchezza; non di Licaone, per un sacrilegio; non di Tieste, per una tragedia; non di Tantalo, per un supplicio; non di Platone, per una filosofia; non di Diogene, per una miseria; non de le sanguisughe, per una bagattella; non d’un Arciprete di Pogliano, per una Bernesca; non d’un Bonifacio candelaio, per una comedia: ma un convito sì grande, sì picciolo, sì maestrale, sì disciplinale, sì sacrilego, sì religioso, sì allegro, sì colerico, sì aspro, sì giocondo, sì magro fiorentino, sì grasso bolognese, sì cinico, sì sardanapalesco, sì bagattelliero, sì serioso, sì grave, sì mattaccinesco, sì tragico, sì comico, che certo credo, che non vi sarà poca occasione da devenir eroico dismesso, maestro discepolo, credente miscredente, gaio triste, saturnino gioviale, leggiero ponderoso, canino liberale, Simico consulare, sofista con Aristotele, filosofo con Pitagora, ridente con Democrito, piangente con Eraclito. Voglio dire, dopo ch’arete odorato con i Peripatetici, mangiato con i Pitagorici, bevuto con li Stoici, potrete aver ancora da succhiare con quello, che, mostrando i denti, aveva un riso sì gentile, che con la bocca toccava l’una e l’altra orecchia. Perchè, rompendo l’ossa, e cavandone le midolla, trovarete cosa da far dissoluto san Colombino, patriarca de li Gesuati, far impetrar qualsivoglia mercato, smascellar le scimie, e romper silenzio a qualsivoglia cemiterio. Mi dimandarete: che simposio, che convito è questo? una cena. Che cena? De le ceneri. Che vuol dir cena de le ceneri? Fu vi posto forse questo pasto innante? potrassi forse dir qua: Cinerem tanquam panem manducabam? No; ma è un convito, fatto dopo il tramontar del sole, nel primo giorno de la quarantana, detto da nostri preti dies cinerum, e talvolta giorno del memento. In che versa questo convito, questa cena? Non già in considerar l’animo e gli effetti del molto nobile e ben creato sig. Folco Grivello, a la cui onorata stanza si convenne; non circa gli onorati costumi di que’ signori civilissimi, che, per esser spettatori ed auditori, vi furono presenti; ma circa un voler veder quantunque può natura in far due fantastiche befane, doi sogni, due ombre, e due febbri quartane: del che mentre si va crivellando il senso istoriale, e poi si gusta e mastica, si tirano a proposito topografiche, altre geografiche, altre raziocinali, altre mo- rali speculazioni, ancora altre metafisiche, altre matematiche, altre naturali.

Onde vedrete nel primo dialogo proposti in campo doi suggetti con la ragion de’ nomi loro, se la vorrete capire; secondo in grazia loro celebrata la scala del numero binario: terzo apportate le condizioni lodabili de la ritrovata e riparata filosofia; quarto mostrato, di quante lodi sia capace il ; quinto postivi avanti li frutti de la nolana filosofia, con la differenza tra questo, e gli altri modi di filosofare.

Vedrete nel secondo dialogo prima la causa originale de la cena; secondo una descrizion di passi, e di passaggi, che più poetica e tropologica forse, che istoriale, sarà da tutti giudicata; secondo, come confusamente si precipita in una topografia morale, dove par che con gli occhi di Linceo quinci e quindi guardando, non troppo fermandosi, cosa per cosa, mentre fa il suo cammino; oltre che contempla le gran macchine, mi par che non sia minuzzarla, nè petruccia, nè sassetto, che non vi vada ad intoppare. Ed in ciò fa giusto com’un pittore, al qual non basta far il semplice ritratto de l’istoria, ma anco, per empir il quadro e conformarsi con l’arte a la natura, vi dipinge de le pietre, di monti, de gli arbori, di fonti, di fiumi, di colline; e vi fa veder qua un regio palagio, ivi una selva, là un straccio di cielo, in quel canto un mezzo sol che nasce, e da passo in passo un uccello, un porco, un cervio, un asino, un cavallo: mentre basta di questo far veder una testa, di quello un corno, de l’altro un quarto di dietro, di costui l’orecchie, di colui l’intiera descrizione, questo con un gesto, ed una mina, che non tiene quello e quell'altro, di sorte che con maggior sa- tisfazione di chi rimira, e giudica, viene ad istoriar, come dicono, la figura. Così al proposito leggete, e vedrete quel, che voglio dire. Ultimo si conclude quel benedetto dialogo con l’esser giunto a la stanza, esser graziosamente accolto, e cerimoniosamente assiso a tavola.

Vedrete il terzo dialogo, secondo il numero de le proposte del dottor Nundinio, diviso in cinque parti, de le quali la prima versa circa la necessità de l’una e de l’altra lingua; la seconda esplica l’intenzione del , dona risoluzione d’un dubbio importantissimo circa li fenomeni celesti, mostra la vanità del studio di perspettivi ed ottici circa la determinazione de la quantità di corpi luminosi, e porge circa questo nuova, risoluta, e certissima dottrina; la terza mostra il modo de la consistenza di corpi mondani, e dichiara, essere infinita la mole de l’universo, e che in vano si cerca il centro, o la circonferenza del mondo universale, come fusse un de’ corpi particulari; la quarta afferma, esser conformi in materia questo mondo nostro, ch’è detto globo de la terra, con li mondi, che son li corpi de gli altri astri, e ch’è cosa da fanciulli aver creduto, e credere altrimenti; e che quei son tanti animali intellettuali, e che non meno in quelli vegetano, ed intendono molti ed innumerabili individui semplici, e composti, che veggiamo vivere e vegetar nel dorso di questo; la quinta per occasion d’un argomento, ch’apportò Nundinio al fine, mostra la vanità di due grandi persuasioni, con le quali e simili ed altri sono stati acciecati sì, che non viddero, esser vero e necessario il moto de la terra, e son stati sì impediti, che non han possuto credere, quello esser possibile; il che facendosi, vengono discoperti molti secreti de la natura sin al presente occolti.

Avete nel principio del quarto dialogo mezzo per rispondere a tutte ragioni ed inconvenienti teologali, e per mostrar questa filosofia esser conforme a la vera teologia, e degna d’esser favorita dalle vere religioni. Nel resto vi si pone avanti uno, che non sapea nè disputar, nè dimandar a proposito; il quale per esser più impudente ed arrogante, pareva a li più ignoranti, più dotto, ch’il dottor Nundinio. Ma vedrete, che non basterebbono tutte le presse del mondo, per cavar una stilla di succhio dal suo dire, per prender materia di far dimandar Smitho, e rispondere il Teofilo, ma è affatto soggetto de le spampanate di Prudenzio, e de’ rovesci di Frulla. E certo mi rincresce, che quella parte vi si trovi.

S’aggiunge il quinto dialogo; vi giuro, non per altro rispetto, eccetto che per non conchiudere sì sterilemente la nostra cena. Qui primamente s’apporta la convenientissima disposizione di corpi ne l’eterea regione, mostrando, che quello, che si dice ottava spera, cielo de le fisse, non è si fattamente un cielo, che que’ corpi, ch’appaiono lucidi, siano equidistanti dal mezzo; ma che tali appaiono vicini, che son distanti di longhezza e latitudine l’uno da l’altro più che non possa essere l’uno e l’altro dal sole e da la terra: secondo, che non sono sette erranti corpi solamente, per tal cagione, che sette n’abbiamo compresi per tali, ma che per la medesima ragione sono altri innumerabili, quali da gli antichi, e veri filosofi non senza causa sono stati nomati Aethra, che vuol dire corridori, per che essi son que’ corpi, che veramente si muovono, e non l’imaginate spere; terzo, che cotal moto procede da principio interno necessariamente, come da propria natura, ed anima; con la qual verità si distruggono molti sogni, tanto circa il moto attivo de la luna, sopra l’acque ed altre sorti d’umori, quanto circa l’altre cose naturali, che par che conoscano il principio di lor moto da efficiente esteriore. Quarto determina contra que’ dubbii, che procedono con la stoltissima ragione de la gravità e levità di corpi, e dimostra, ogni moto naturale accostarsi al circolare, o circa il proprio centro o circa qualch’altro mezzo. Quinto fa vedere, quanto sia necessario, che questa terra ed altri simili corpi si muovano non con una, ma con più differenze di moti, e che quelli non denno esser più, nè meno di quattro semplici, ben che concorrano in un composto; e dice, quali sieno questi moti ne la terra. Ultimo promette di aggiungere per altri dialoghi quel che par che manchi al compimento di questa filosofia, e conchiude con una adiurazione di Prudenzio.

Restarete maravigliato, come con tanta brevità e sufficienza s’espediscano sì gran cose. Or qua se vedrete talvolta certi men gravi propositi, che par che debbano temere di farsi innante a la superciliosa censura di , non dubitate; perchè questi Catoni saranno molto ciechi e pazzi, se non sapran scuoprir quel ch’è ascosto sotto questi siseni. Se vi occorrono tanti e diversi propositi attaccati insieme, che non par che qua sia una scienza, ma dove sa di dialogo, dove di comedia, dove di tragedia, dove di poesia, dove d’oratoria, dove lauda, dove vitupera, dove dimostra ed insegna, dove ha or del fisico, or del matematico, or del morale, or del logico, in conclusione non è sorte di scienza, che non v’abbia di suoi stracci: considerate, signore, che il dialogo è istoriale, dove, mentre si riferiscono l’occasioni, i moti, i passaggi, i rincontri, i gesti, gli affetti, i discorsi, le proposte, le risposte, i propositi, ed i spropositi, rimettendo tutto sotto il rigore del giudizio di que’ quattro, non è cosa, che non vi possa venir a proposito con qualche ragione. Considerate ancora, che non v’è parola oziosa; perchè in tutte parti è da mietere, e da disotterrar cose di non mediocre importanza, e forse più là dove meno appare. Quanto a quello, che ne la superficie si presenta, quelli che n’han donato occasione di far il dialogo, e forse una satira, e comedia, han modo di divenir più circospetti, quando misurano gli uomini con quella verga, con la quale si misura il velluto, e con la lance di metalli bilanciano gli animi. Quelli, che saranno spettatori, o lettori, e che vedranno il modo, con cui altri son tocchi, hanno per farsi accorti ed imparar a l’altrui spese. Que’, che son feriti, o punti, apriranno forse gli occhi, e vedendo la sua povertà, nudità, indignità, se non per amore, per vergogna almeno si potran correggere, o coprire, se non vogliono confessare. Se vi par il nostro Teofilo e Frulla troppo grave e rigidamente toccare il dorso di alcuni suppositi, considerate, signor, che questi animali non han sì tenero il cuoio; chè, se le scorse fussero a cento doppia maggiori, non le stimarebbono punto, o sentirebbono più, che se fussero palpate d’una fanciulla. Nè vorrei, che mi stimaste degno di riprensione per quel, che sopra si fatte inezie e tanto indegno campo, che n’han porgiuto questi dottori, abbiamo voluto esagerar sì gravi, e sì degni propositi; perchè son certo, che sappiate, esser differenza da togliere una cosa per fundamento, e prenderla per occasione. I fondamenti in vero denno esser proporzionati a la grandezza, condizione, e nobiltà dell’edificio; ma l’occasioni possono essere di tutte sorte, per tutti effetti; perchè cose minime e sordide son semi di cose grandi ed eccellenti: sciocchezze e pazzie sogliono provocar gran consigli, giudizii, ed invenzioni. Lascio ch’è manifesto, che gli errori e delitti han molte volte porgiuta occasione a grandissime regole di giustizia e di bontade.

Se nel ritrarre vi par che i colori non rispondano perfettamente al vivo, e li delineamenti non vi parranno al tutto proprii, sappiate, ch’il difetto è provenuto da questo, che il pittore non ha possuto esaminar il ritratto con que’spazii e distanze, che soglion prendere i maestri de l’arte; perchè oltre che la tavola, o il campo era troppo vicino al volto e gli occhi, non si possea ritirar un minimo passo a dietro, o discostar da l’uno e l’altro canto, senza timor di far quel salto, che feo il figlio del famoso difensor di Troia. Pur tal qual’è, prendete questo ritratto, ove son que’ doi, que’ cento, que’ mille, que’ tutti; atteso che non vi si manda per informarvi di quel, che sapete, nè per giunger acqua al rapido fiume del vostro giudizio, ed ingegno; ma perchè so, che secondo l’ordinario, ben che conosciamo le cose più perfettamente al vivo, non sogliamo però dispregiar il ritratto, e la rappresentazion di quelle. Oltre che son certo, ch'il generoso animo vostro drizzarà l’occhio de la considerazion più a la gratitudine de l’affetto, con cui si dona, che al presente de la mano, che vi porge. Questo s’è drizzato a voi, che siete più vicino, e vi mostrate più propizio, e più favorevole al nostro Nolano, e però vi siete reso più degno supposito di nostri ossequii in questo clima, dove i mercanti senza coscienza e fede son facilmente Cresi, e li virtuosi senz’oro non son difficilmente Diogeni; a voi, che con tanta munificenza e liberalità avete accolto il Nolano al vostro tetto, e luogo più eminente di vostra casa; dove, se questo terreno, in vece che manda fuori mille torvi guantoni, producesse altri tanti Alessandri magni, vedreste più di cinquecento venir a corteggiar questo Diogene, il qual per grazia de le stelle non have altro, che voi, che gli venga a levar il sole, se pur, per non farlo più povero di quel cinico mascalzone, manda qualche diretto o riflesso raggio dentro quella buca, che sapete: a voi si consacra, che in questa Britannia rappresentate l’altezza di sì magnanimo, si grande, e si potente re, che dal generosissimo petto de l’Europa, con la voce de la sua fama fa rintronar gli estremi cardini de la terra; quello che, quando irato freme, come leon da l’alta spelonca, dona spaventi ed orrori mortali agli altri predatori potenti di queste selve, e quando si riposa e si quieta, manda tal vampo di liberale e di cortese amore, ch’infiamma il tropico vicino, scalda l’orsa gelata, e dissolve il rigor dell’artico deserto, che sotto l’eterna custodia del fiero Boote si raggira. Vale!

Dialogo primo

Smi. Parlavan ben latino?

Teo. Sì.

Smi. Galantuomini?

Teo. Sì.

Smi. Di buona riputazione?

Teo. Sì.

Smi. Dotti?

Teo. Assai competentemente.

Smi. Bencreati, cortesi, civili?

Teo. Troppo mediocremente.

Smi. Dottori?

Teo. Messer, sì, padre, sì, madonna, sì, madre, sì, credo da Oxonia.

Smi. Qualificati?

Teo. Come no? uomini da scelta, di roba lunga, vestiti di velluto, un de' quali avea due catene d’oro lucente al collo, e l’altro, per dio, con quella preziosa mano, che contenea dodici anella in due dita, sembrava un ricchissimo gioielliero, che ti cavava gli occhi ed il core, quando la vagheggiava.

Smi. Mostravano saper di Greco?

Teo. E di birra eziandio.

Pru. Togli via quell'eziandio, poscia è una obsoleta ed antiquata dictione.

Fru. Tacete, maestro, chè non parla con voi.

Smi. Com'eran fatti?

Teo. L’uno parea il conestabile de la gigantessa e l’orco, l’altro l'amostante della dea della riputazione.

Smi. Sì che eran doi?

Teo. Sì; per esser questo un numero misterioso.

Pru. Ut essent duo testes.

Fru. Che intendete per quel testes?

Pru. Testimonii, esaminatori della nolana sufficienza. At mehercle! perchè avete detto, Teofilo, che il numero binario è misterioso?

Teo. Perchè due sono le prime coordinazioni, come dice ; finito ed infinito, curvo e retto, destro e sinistro e via discorrendo. Due sono le spezie di numeri: pare ed imparo, de’ quali l’una è maschio, l’altra è femina. Doi sono li Cupidi: superiore e divino, inferiore e volgare. Doi sono gli atti de la vita: cognizione, ed affetto. Doi sono gli oggetti di quelli: il vero ed il bene. Due sono le spezie di moti: retto, con il quale i corpi tendono alla conservazione, e circulare, col quale si conservano. Doi son li principii essenziali de le cose: la materia e la forma. Due le specifiche differenze de la sustanza: raro e denso, semplice e misto. Doi primi contrarii ed attivi principii: il caldo ed il freddo. Doi primi parenti de le cose naturali: il sole e la terra.

Fru. Conforme al proposito di que’ prefati doi, farò un’altra scala del binario. Le bestie entrorno ne l’arca, a due a due; ne uscirono ancora a due a due. Doi sono i corifei de’ segni celesti: aries et taurus. Due sono le spezie di nolite fieri: cavallo, e mulo. Doi son gli animali ad imagine e similitudine de l’uomo: la sdraia in terra, ed il barbagianni in cielo. Due sono le false ed onorate reliquie di Fierze in questa patria; i denti di Sassetto, e la barba di Petruccia. Doi sono gli animali, che disse il profeta aver più intelletto, ch’il popolo d'israele: il bove, perchè conosce il suo possessore, e l’asino, perchè sa trovar il presepio del padrone. Doi furono le misteriose cavalcature del nostro redentore, che significano il suo antico credente Ebreo, ed il novello gentile: l’asina, ed il pullo. Doi sono da questi li nomi derivativi, ch’han formate le dizioni titulari al secretano d’Augusto; . Doi sono i geni de gli asini: domestico e salvatico. Doi i lor più ordinarii colori: bigio e morello. Due sono le piramidi, ne le quali denno esser scritti e dedicati a l’eternità i nomi di questi doi ed altri simili dottori: la destra orecchia del caval di Sileno, o la sinistra de l’antagonista del dio de gli orti.

Pru. Optimae indolis ingenium! enumeratio minime contemnenda!

Fru. Io mi glorio, messer Prudenzio mio, perchè voi approvate il mio discorso, che sete più prudente, che l’istessa prudenzia, perciò che sete la prudenzia masculini generis.

Pru. Neque id sine lepore et gratia! Orsù isthaec mittamus encomia! Sedeamus, quia, ut ait Peripateticorum princeps, sedendo et quiescendo sapimus; e così insino al tramontar del sole protelaremo il nostro tetralogo circa il successo del colloquio del Nolano col dottor Torquato, ed il dottor Nundinio.

Fru. Vorrei sapere quel, che volete intendere per quel tetralogo.

Pru. Tetralogo dissi io, id est, quatuorum sermo, come dialogo vuol dire duorum sermo, trilogo trium sermo, e così oltre, de pentalogo, eptalogo, ed altri, che abusivamente si chiamano dialoghi, come dicono alcuni quasi diversorum loghi: ma non è verisimile, che li greci inventori di questo nome abbino quella prima sillaba: di, pro capite illius latinae dictionis: diversum.

Smi. Di grazia, signor maestro, lasciamo questi rigori di grammatica, e venemo al nostro proposito!

Pru. O saeclum! voi mi parete far poco conto de le buone lettere. Come potremo fare un buon tetralogo, se non sappiamo, che significhi questa dizione: tetralogo? et quod pejus est, penseremo, che sia un dialogo? Nonne a definitione et a nominis explicatione exordiendum, come il nostro Arpinate ne insegna?

Teo. Voi, messer Prudenzio, siete troppo prudente. Lasciamo, vi priego, questi discorsi grammaticali, e fate conto, che questo nostro ragionamento sia un dialogo, atteso che ben che siamo quattro in persona, saremo dui in officio di proponere e rispondere, di ragionare ed ascoltare. Or, per dar principio e riportar il negozio da capo, venite ad inspirarmi, o Muse! Non dico a voi, che parlate per gonfio e superbo verso in Elicona: perchè dubito, che forse non vi lamentiate di me al fine, quando dopo aver fatta si lungo e fastidioso peregrinaggio, varcati sì perigliosi mari, gustati sì fieri costumi, vi bisognasse discalze e nude tosto ripatriare, perchè qua non sono pesci per Lombardi. Lascio, che non solo siete straniere, ma siete ancor di quella razza, per cui disse un poeta:

Oltre che non posso innamorarmi di cosa, ch’io non vegga, altre, altre sono che m’hanno incatenata l’alma. A voi altre dunque dico graziose, gentili, pastose, morbide, giovani, belle, dilicate, biondi capelli, bianche guance, vermiglie gote, labra succhiose, occhi divini, petti di smalto e cuori di diamante, per le quali tanti pensieri fabrico ne la mente, tanti affetti accolgo nel spirto, tante passioni concepo ne la vita, tante lacrime verso da gli occhi, tanti suspiri sgombro dal petto e dal cor sfavillo tante fiamme, o voi, o Muse d’Inghilterra, dico, inspiratemi, soffiatemi, scaldatemi, accendetemi, lambiccatemi, e risolvetemi in liquore, datemi in succhio, e fatemi com parir non con un picciolo dilicato, stretto, corto, e succinto epigramma, ma con una copiosa e larga vena di prosa lunga, corrente, grande e soda: onde non, come da un arto calamo, ma come da un largo canale, mandi i rivi miei. E tu, Mnemosine mia, ascosa sotto trenta sigilli, e rinchiusa nel tetro carcere de l’ombre delle idee, intonami un poco nell’orecchio! — Ai dì passati vennero doi al Nolano da parte d’un regio scudiero facendogl’intendere, qualmente colui bramava sua conversazione, per intender il suo , ed altri paradossi di sua nuova filosofia. Al che rispose il Nolano, che lui non vedea per gli occhi di , nè di , ma per i proprii, quanto al giudizio, e la determinazione; ben che quanto a le osservazioni, stima dover molto a questi ed altri solleciti matematici, che successivamente a tempi e tempi giungendo lume a lume, ne han donati principii sufficienti, per i quali siamo ridutti a tal giudizio, quale non possea se non dopo molte non oziose etadi esser parturito. Giungendo, che costoro in effetto son come quelli interpreti, che traducono da un idioma a l’altro le parole: ma sono gli altri poi, che profondano ne’ sentimenti, e non essi medesimi. E son simili a que’ rustici, che rapportano gli effetti e la forma d’un conflitto a un capitano assente: ed essi non intendono il negozio, le ragioni, e l’arte, con la quale questi son stati vittoriosi: ma colui, che ha esperienza, e miglior giudizio ne l’arte militare. Così a la tebana Manto, che vedeva, ma non intendeva, Tiresia cieco, ma divino interprete, diceva:

Visu carentem magna pars veri latet, Sed quo vocat me patria, quo Phoebus, sequar. Tu lucis inopem gnata genitorem regens, Manifesta sacri signa fatidici refert

Similmente che potremmo giudicar noi, se le molte e diverse verificazioni de l’apparenze de’ corpi superiori, o circostanti non ne fussero state dichiarate e poste avanti gli occhi de la ragione? Certo nulla. Tuttavia, dopo aver rese le grazie a li dei, distributori de’ doni, che procedono dal primo, ed infinito onnipotente lume, ed aver magnificato il studio di questi generosi spirti, conoscemo apertissimamente, che doviamo aprir gli occhi a quello, ch’hanno osservato e visto, e non porgere il consentimento a quel ch’hanno conceputo, inteso, e determinato. Smi. Di grazia, fatemi intendere, che opinione avete del ?

Teo. Lui avea un grave, elaborato, sollecito, e maturo ingegno; uomo, che non è inferiore a nessuno astronomo, che sii stato avanti lui, se non per luogo di successione e tempo: uomo, che, quanto al giudizio naturale, è stato molto superiore a Tolomeo, Ipparco, Eudosso, e tutti gli altri, ch’han camminato appo i vestigli di questi: al che è divenuto, per essersi liberato da alcuni presupporti falsi de la commune e volgar filosofia, non voglio dir cecità, ma però non se n’è molto allontanato; perchè lui più studioso de la matematica, che de la natura, non ha possuto profondar e penetrar sin tanto, che potesse a fatto toglier via le radici d’inconvenienti e vani principii; onde perfettamente sciogliesse tutte le contrarie difficultà, e venisse a liberar e sè, ed altri da tante vane inquisizioni ne le cose costanti e certe. Con tutto ciò chi potrà a pieno lodar la magnanimità di questo Germano, il quale, avendo poco riguardo a la stolta moltitudine, è stato si saldo contra il torrente de la contraria fede, e ben che quasi inerme di vive ragioni, ripigliando quegli abbietti, e rugginosi frammenti, ch’ha possuto aver per le mani da l’antichità, li ha ripoliti, accozzati, e riscaldali in tanto con quel suo più matematico, che natural discorso, ch’ha resa la causa già ridicola, abbietti e vilipesa, onorata, pregiata, più verisimile, che la contraria, e certissimamente comoda ed ispedita per la teorica e ragione calculatoria? Così questo Allemano, ben che non abbi avuti sufficienti modi, per i quali, oltre il resistere, potesse a bastanza vincere, debellare, e sopprimere la falsità, ha puro fissato il piede in determinare, nell’animo suo, ed apertissimamente confessare, ch’al fine si debba conchiudere necessariamente, che più tosto questo globo si muova all’aspetto dell’universo, che sii possibile, che la generalità di tanti corpi innumerabili, de’ quali molti son conosciuti più magnifici, e più grandi, abbia al dispetto de la natura, e ragioni, che con sensibilissimi moti cridano il contrario, conoscere questo per mezzo e base de’ suoi giri ed influssi. Chi dunque sarà sì villano e discortese verso il studio di quest’uomo, ch’avendo posto in obblío quel tanto, ch’ha fatto con esser ordinato da li dei come una aurora, che doveva precedere l’uscita di questo sole dell’antica vera filosofia, per tanti secoli sepolta nelle tenebrose caverne della cieca maligna, proterva ed invida ignoranza, voglia, notandolo per quel, che non ha possuto fare, metterlo nel medesmo numero de la gregaria moltitudine, che discorre, si guida, e si precipita più per il senso de l’orecchio d’una brutale ed ignobile fede, che voglia computarlo tra quei, che col felice ingegno s’han possuto drizzare ed inalzarsi per la fidissima scorta de l’occhio de la divina intelligenza? Or che dirò io del Nolano? Forse per essermi tanto prossimo, quanto io medesmo a me stesso, non mi converrà lodarlo? Certamente uomo ragionevole non sarà, che mi riprenda in ciò, atteso che questo talvolta non solamente conviene, ma è anco necessario, come ben espresse quel terso e colto Tansillo:

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