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Il contr'uno o della servitù volontaria

Étienne de La Boétie · 1864 · Free in the US

12,908 words · about 54 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1864 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Il_contr'uno_o_della_servitù_volontaria&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Étienne de La Boétie
Language
Italian
Published
1864
Length
12,908 words · about 54 min
Sections
3 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (3)
  1. Front matter under 1 min
  2. Avvertenza degli Editori about 4 min
  3. Il contr'uno about 50 min

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Indice

Avvertenza degli Editori

Quel grande spirito di , nel suo ultimo libro, L’ancien régime et la révolutien, dimostrò la continuità del progresso civile in Francia a traverso i diversi secoli e i vari governi che, a prima vista, sembrano mutarne l’indirizzo. La medesima continuità si riscontra necessariamente nel progresso ideale francese, di cui il progresso civile è il graduale avveramento. Tutti i principj dei sistemi filosofici e sociali, ora prevalenti in Francia, si ritrovano negli antichi scrittori francesi. Quel repubblicanismo greco-romano, che imperversò tanto ai tempi della prima repubblica, e sotto forme larvate, per quanto il breve tempo lo consentì, nella seconda, ha, per atto d’esempio, i semi e i riscontri nella Lega cattolica, e nel Contr’uno di Stefano de la Boétie.

La lega cattolica ha troppo favore al presente dal democratico signor , nuovo editore del libro de la Boétie. Egli si ride della popolarità di , della poule au pot e del vanto che fu il solo re, di cui il popolo abbia serbato memoria. Crediamo ch’egli esageri, e che il gran nome di libertà che la lega pretesseva al suo fanatismo religioso non fosse che un istrumento di guerra, da riporsi nell’arsenale dell’anticaglie quand’avesse servito. Ma nel secol nostro è andazzo di paradossi, e i democratici si attaccano alle funi del cielo per avere antecessori, e mostrare un grande e decrepito albero genealogico, peggio che non facciano i figli dei crociati. I più sicuri giudici dell’indole dei moti politici di un popolo sono gli stranieri veggenti. Ora, per non citare che un’autorità, tutto il carteggio del gran mostra da qual parte fossero le simpatie dei liberali d’Europa nel principio del secolo decimosettimo. L’assassinio di Enrico IV fu creduto una sventura per la libertà del pensiero come per l’indipendenza politica dei popoli, e il signor Vermorel avrà dotti e dottrine a sua difesa, ma non ha certo il vero dal lato suo.

Un altro paradosso od esagerazione del signor Vermorel si è l’esaltare Stefano de la Boétie a danno del suo amico ed editore . Questo scettico sentì profondamente l’amistà, e reso alla memoria dello spento amico gli onori che lo fecer vivere nella memoria dei posteri. Ei ne raccontò la morte in modo da farne una pagina di ; egli raccolse tutte le reliquie dell’ingegno di lui, per fino i suoi sonetti, così quelli più fervidi per la donna de’ suoi primi pensieri e quei più freddini per la moglie. Egli diè fuori il Trattatello della servitù volontaria o il libro del Contr’uno, avvertendo che fu per avventura un giuoco dell’ingegno precoce dell’autore a sedici o come altri vuole a diciotto anni. Qui il Vermorel ha ragione di dire che quello scritto non è una declamazione; ha tale sostanza di ragioni, tal serietà di convinzione che è assurdo prenderlo per un trastullo di eloquenza sofistica. Egli avrebbe anche ragione di dire che si cercò sfatarlo o farlo dimenticare, perchè era luce e fiamma troppo ardente agli spiriti, e ai tempi torbidi fu veramente difeso per eccitare a libertà. Ma il Montaigne ha pregi assai maggiori ed ebbe efficacia assai più profonda e vasta all’emancipazione dello spirito umano: e il medesimo signor Vermorel confessa che fu il precursore di , e che mostra consentire con La Boétie quando dice che l’amico suo avrebbe amato meglio esser nato a Venezia che a Sarlat e quando ribadisce con quel suo stile pittoresco lo spregio delle corone: Si avons-nous beau monter sur des eschasses, car sur des eschasses encore faut-il marcher sur nos jam- bes, et au plus élesvé trosne du monde, si ne sommes nous assis que sur nostre cul!.

La Servitù volontaria porta nel suo titolo la condanna più dei servi che dei tiranni. Se l’uomo perde la metà dell’anima il dì che diventa servo, egli diventa servo per averne prima perduta l’altra metà: onde lo schiavo è un bruto, ma volontario, come i trasformati da Circe, che rifiutavano l’offerta di Ulisse, autorizzato dalla maga a tornarli uomini. La Boétie mette la scure alle radici della tirannide, provando che ella nasce e vive della comune viltà. Tutte le declamazioni contro gli abusi della tirannide sono meno efficaci che il dire ai servi: contatevi.

Questo libro è eterno come l’imbecillità umana, a cui cercai venir in aiuto. E ai nostri tempi, sì presuntuosi e millantatori di libertà, a certe ore tornerà utilissimo. Fortuna che noi possiamo averlo nella nostra lingua non meno preciso, evidente, efficace che nell’originale. Pietro Fanfani, sì gran maestro di stile, ha qui fatto uno de’ suoi miracoli. Egli ha ammodernato La Boétie senza fargli perdere nulla dell’incanto che viene dall’ingenuità e singolarità delle forme arcaiche; egli ha sciorinato le perle più native e pure del dir nostro restando fedelissimo al testo. Noi ne abbiamo fatto il raffronto dopo averlo letto da sè. Ci pareva da prima impossibile, che con tanta facilità e naturalezza egli non si fosse dipartito senza riguardi dalla lettera dell’autore. Ma, al cimento, trovammo che la mano maestra aveva saputo con un’alchimia tutta propria far dell’oro vecchio una cesellatura celliniana, o ci piacque vedere come la scienza grammaticale e lessicografica sia una leva potente nelle mani del Fanfani, e non un impaccio come fu al Cesari. Ma crediamo che il sapere perfetto produca sempre di tali frutti.

Stefano de la Boétie era nato a Sarlat nel Périgord il 1 novembre 1530, fu consigliere al Parlamento di Bordeaux e tenutovi in conto di oracolo. Morì a Germignac presso Bordeaux, il 18 agosto 1563. Montaigne disse di lui: Je me fusse certainement plus volontiers fié a lui de moy qu’a moy. Lo stesso direbbe La Boétie, rispetto al suo più bel libro, se potesse leggere la versione di Pietro Fanfani.

Il contr'uno

“Pazzo fu sempre De’ molti il regno. Un sol comandi, e quegli Cui scettro e leggi affida il Dio, quei solo Ne sia di tutti correttor supremo, „

dice Ulisse arringando presso Omero. Se si fosse fermato al

. . . . “Pazzo fu sempre De’ molti il regno, „

sarebbero state parole sante; ma dove, a parlar sanamente, andava detto che la signoría de’ più non può esser buona, se la signoría d’un solo, come prima egli s’intitola padrone, è dura e contro ragione, gli è ito accomodarla a rovescio coll’

“Un sol comandi, e quegli Cui scettro e leggi affida il Dio, quei solo Ne sia di tutti correttor supremo.„

Può esser per altro che Ulisse (e allora bisogna perdonarglielo) dovesse, lì come lì, parlar a quel modo, affine di rabbonire l’esercito montato in bestia, acconciando, com’io penso, le sue parole più al tempo che alla verità. Ma, a parlar da uomini, l’è una gran disgrazia il dovere star sotto un padrone, che non è certo se sarà buono, dacchè sta in lui l’esser tristo a suo senno: e l’aver più padroni viene a esser lo stesso che l’avere tante più gran disgrazie. Io non vo’ qui per ora discutere la questione tanto abburattata, se le altre maniere di repubblica son migliori della monarchia: e s’i’ dovessi farlo, prima vorrei che mi si facesse vedere, ma chiaro come l’ambra, qual grado ha aver la monarchía tra le repubbliche, se grado ci dee avere; ripugnandomi il credere che ci sia nulla di pubblico dove ogni cosa è d’un solo. Ma tal quistione la serbo a un’altra volta; chè ci vorrebbe un trattato apposta, o almeno si tirerebbe dietro tutte le dispute politiche.

Per ora vorrei saper solamente, potendosi, come mai tanti uomini, tante città, tante nazioni, sopportano alle volte un tiranno solo, che tanto può solamente quanto si lascia potere, e che non ha balía di nuocer loro, se non quanto piace a loro di comportarlo: che non sarebbe buono di far loro niun male, se non quanto volessero soffrirne piuttosto che contradirgli. Gli è proprio un gran che! ma è cosa tanto comune, che c’è più da dolersene che da sbigottirne, il vedere un milion di milioni d’uomini, servire pecorescamente, piantare il collo sotto al giogo senza esserci tirati per i capelli, ma in certa maniera, a quel che pare, innamorati e allettati dal solo nome di Uno, della cui possanza non avrebbero ad aver paura, essendo solo, nè volergli un gran bene, trattandogli come tante bestie. Ma gua’, no’ siamo impastati così deboli: spesso bisogna baciar basso al più forte, bisogna dar tempo al tempo; nè sempre si può più degli altri. Dunque, se un popolo per forza di guerra è costretto di servire ad Uno, come Atene a trenta tiranni, non c’è da maravigliarsi del suo servire, ma da piangere tale sventura; o meglio non si maravigliare e non piangere, ma chinar le spalle, ed aspettare la Provvidenza. La natura ci dà questo: buona parte del viver nostro ce lo portan via gli ufficj comuni dell’amicizia: ragion vuole che si ami la virtù, si tengano in pregio le onorate imprese; si abbia gratitudine a chi ci fa del bene; ed alle volte ci scomodiamo pur noi, in onore ed in servizio di chi si ama ed il vale. Ora, dove un popolo si abbatte in qualche gran bacalare, che abbia speso tutto il senno per mantenerlo sicuro, tutta la prodezza per difenderlo, tutta la diligenza per governarlo; e quel popolo si acconci d’allora in là ad obbedirgli, e ad innalzarlo tanto e quanto sopra il suo capo, io non saprei se questo fosse atto da gente di senno (tanto più ch’e’ si leverebbe di dove fa bene, per elevarlo dove può far del male), ma pure passi: è naturale il voler bene a chi ce ne fa, e il non temere da lui verun male.

Ma Dio benedetto! che faccenda è ella questa? Come s’ha a chiamare, sventura, vizio, o meglio vizio sventurato, il vedere infiniti popoli, non ubbidire, ma servire; non esser retti, ma tiranneggiati, che nè le lor possessioni, nè i figliuoli, nè i genitori, nè la vita stessa è loro; sopportare le rapine, le lussurie, le crudeltà, non mica di un’armata o d’un esercito barbaro, contro cui bisognerebbe metter a sbaraglio il sangue e la vita, ma contro uno solo; e non contro un Ercole, nè un Sansone, ma contro un solo omicciattolo, che novantanove per cento è il più codardo e il più effeminato della nazione; che nemmen da lontano ha veduto la polvere delle battaglie, ma a fatica anche la rena dei tornei; e non che e’ sia buono di signoreggiare uomini con la forza, ma egli è tutto impicciato nel servire vilmente la più misera donnicciuola? S’ha a dir che questa è viltà di cuore? S’ha a dire, coloro che servono esser codardi e deboli? Che i due, i tre, i quattro, non si rivoltino ad uno solo, gli è un po’ strano, ma si può dare; e allora sta bene il dir ch’e’ non hanno cuore: ma se i cento, se i mille son fatti fare da un solo, chi dirà che essi non ce la vogliono, che non s’attentano a misurarcisi, che è codardía la loro, e non piuttosto sdegno e disprezzo? Al vedere, non cento, non mille città; ma un milione d’uomini non dare addosso ad uno, dal quale il meglio trattato di tutti riceve mal merito di essergli servo e schiavo, come si fa a dire che questa è viltà? Ecco, tutti i vizj hanno un certo confine, cui non ponno passare. Uno solo può far paura a due, anche a dieci; ma se mille, se un milione, se mille città, non mostrano il viso a un solo, questa per me non è codardía. La codardía non va tanto in là; come tanto in là non va la prodezza, che uno solo assalti una fortezza, affronti un esercito o conquisti un regno.

Che razza dunque di vizio è egli mai questo, che non merita neanche il nome di codardía? che non ne trova uno tanto obbrobrioso da lui? che natura lo ripudia, e la lingua non vuol nominare? Si mettano cinquantamila uomini armati di qua, e cinquantamila di là: si schierino in ordine di battaglia: si affrontino: questi liberi combattenti per la libertà, quelli per toglierla loro. Se avessi a dir tu, quali di essi vinceranno? quali si avventeranno più animosamente alla pugna, coloro che aspettano, per guiderdone dei travagli, la conservazione della libertà; o quegli altri che, a darle e a buscarle, non possono aspettarsi altro premio che il servaggio? Quelli han sempre dinanzi agli occhi la felicità del tempo passato, e l’idea di pari quiete nel tempo avvenire: nè si danno tanto pensiero di ciò che patiscono in quel po’ di tempo della battaglia, che più non se ne diano di ciò che dovrebber patire essi, i lor figliuoli, e tutti i loro discendenti. Questi non hanno cosa che accenda loro il cuore, se non una cotal punta di cupidigia, la quale al primo pericolo si rintuzza; nè può essere sì ardente ch’ella non si abbacini e paja spegnersi per un gocciolino di sangue che buttino le loro ferite. Nelle battaglie tanto famose di Milziade, di Leonida, e di Temistocle (avvenute dumil’anni fa, e che sono così fresche nella memoria de’ libri e degli uomini come se fossero d’ieri, perchè le si combatterono in Grecia per il buono stato della Grecia, e ad esempio di tutto il mondo), chi vogliam noi dire ch’e’ desse a tanto poca gente quant’erano i Greci, non la possa, ma il cuore, di sostenere l’urto di tante navi che al mare stesso faceano oltraggio? di debellare tante nazioni, il cui numero era sì sterminato, che, dove fosse bisognato fornir loro i capitani, la schiera de’ Greci non sarebbe bastata? Ve lo dirò io: perchè in que’ gloriosi giorni non si trattava solo delle battaglie de’ Greci contro i Persiani; ma della vittoria della libertà contro la tirannia, dello stato franco contro la cupidigia.

È una meraviglia l’udir parlare della prodezza che la libertà mette nel cuore di chi la difende; ma a udirlo dir solamente senza toccarlo con mano, chi crederebbe mai quel che si fa in ciascun paese da tutti, e tutto giorno, che un uomo solo accaneggi mille città e tolga loro il viver libero? Chi il vedesse solamente in paesi lontani ed in terre straniere, e venisse a dircelo, la si reputerebbe una favola, ed un trovato bell’e buono. E badate, ce n'è un'altra: questo tiranno solo, non importa mica combatterlo, non c’è mica bisogno di difendersene; basta che il popolo stia duro a mettere il collo sotto il giogo, eccolo bell’e debellato di suo. Non accade portargli via nulla; basta non gli dare: non accade il darsi briga di far nulla per sè; basta il non se ne dare per far nulla contro di sè. Ecco dunque che i popoli stessi son quelli che si lasciano soverchiare; dacchè e’ n’uscirebbero col non voler più star soggetti: son loro che si metton da sè sotto il giogo, ch’e’ si metton la fune al collo da sè; che, essendo padroni di scegliere tra l’esser liberi o servi, danno un calcio alla libertà e piglian le catene, consentendo, o per dir meglio, procacciando a lor danno. Se il vendicarsi in libertà costasse loro qualcosa, io non ce gli spingerei (tutto che l’uomo dovesse aver caro il rientrare nel suo diritto naturale, e di bestia, per così dire, tornar uomo); ma, no signore, non vo’ ch’e’ faccian il paladino: solo non meno lor buono ch’e’ preferiscano una certa tal qual sicurezza di stare con tutti i lor comodi. Come! Per aver libertà non c’è bisogno d’altro che il desiderarla; basta un puro atto della volonta; e s’ha a trovar nazioni al mondo, che paja loro cara anche per un sol desiderio, e che si facciano scrupolo della volontà di ricuperare un bene, che s’avrebbe a ricuperare col proprio sangue; e perduto il quale, chi ha punto punto cuore, avrebbe a reputar la vita nojosa, ed un rifugio la morte? Guardate quella poca favilla come si leva in gran fiamma, e sempre piglia maggior lena, e quante più legna ci si butta, tanto più ha la bocca aperta per divorarle! La vuoi tu spegnere? non importa che ci butti sopra dell’acqua, smetti di buttarci delle legna, e allora, non avendo più che divorare, divora sè stessa, perde forma, non è più fuoco. E così i tiranni: oggi arraffano dieci, domani voglion venti: quanto più rovinano e sperperano, e noi più si dà loro, più si servono; ed a questo modo più si afforzano, diventano più poderosi e più baliosi a tutto distruggere, tutto recare a nulla. Ma smettete di dar loro niente; smettete di obbedirgli; e vedrete che, senza combattere, senza dar loro addosso, vi rimangono ignudi bruchi, e non sono più nulla, o almeno son come quella barba che, senza più umore, rimane sterpo secco e morto.

Gli animosi sprezzano ogni pericolo per acquistare il bene ch’e’ desiderano; gli assennati non fuggono i travagli: i vili e gli storditi non son buoni nè a sopportare il male, nè a ricuperare il bene. Lo desiderano, e lì: ma la virtù del volerlo è loro contesa dalla lor codardía e ne rimangono con la voglia, perchè così dà la loro natura. Il desiderare e il volere quelle cose che, possedute, ci fanno felici è comune a’ savi e agli stolti, ai prodi e a’ codardi; in una sola cosa la natura, nè so perchè, fa fallo agli uomini che non la desiderino, nella libertà, la quale è pure un sì gran bene e sì dilettoso, che, perduta lei, seguitano tutte le sventure una dietro l’altra; e quel po’ di bene che rimane, a quel mo’ guasto dal servaggio, non ha più gusto o sapore veruno. La sola libertà si vede proprio che gli uomini non la desiderano, perchè basterebbe desiderarla e l’avrebbero a lor posta: si vede ch’e’ non curano il far sì bell’acquisto, solo perchè è troppo facile.

Ahi gente misera e vile! popoli dissennati, nazioni incaponite nel vostro male, cieche al ben vostro! eccovi costì: vo’ vi lasciate rubare in su gli occhi il miglioramento delle vostre rendite; disestare i campi; spogliar le case, votarle da’ mobili aviti! vo’ fate una vita che non potete dir di nulla: Questa è cosa mia; e quasi quasi e’ vi parrebbe di guadagnar un tanto a far a mezzo de’ beni, delle famiglie, della vostra vita medesima. E tutto questo sperpero, questa sventura e questa rovina, donde vi viene? non da molti uomini, ma dal nemico; da quello che, se è grande, l’avete fatto voi; per il cui amore andate così animosamente alla guerra, per la cui grandezza non dubitate di andar in bocca alla morte. Quegli che fa di voi sì aspro governo non ha mica nè un occhio, nè una mano, nè un corpo, nè niuna cosa di più che il più vile omicciattolo delle tante e tante città nostre: lo sapete quel che ha più di tutti voi altri? L’ansa che vo’ gli date a far man bassa sopra di voi. Se non glieli deste voi, donde caverebb’egli tanti occhi da contarvi quanti passi vo’ fate? donde caverebbe tante mani per bastonarvi, s’e’ non le rubasse di tra voi? E s’e’ si mette sotto a’ piedi le vostre città, que’ piedi non son vostri? Avrebbe nessuna balía sopra di voi, se voi stessi non gliela deste? Si attenterebbe di avventarvisi contro, se vo’ non foste di balla? Vi potrebbe torcer nemmeno un capello, se voi stessi non foste manutengoli del ladro che vi spoglia, complici dell’assassino che vi sgozza, traditori di voi medesimi? Voi fate le sementi, perch’egli vi deserti il ricolto: ammobiliate e addobbata le case vostre, per dargli esca alle sue ruberie; allevate le figliuole per isfogo alla sua libidine, i figliuoli glieli allevate, acciocchè gli trascini alla guerra, gli meni alla mazza, gli faccia ministri delle ree sue voglie, esecutori delle sue vendette: e si contentasse di questo! Vo’ v’ammazzate dalla fatica, acciocchè e’ possa menar vita di delizie, e grufolarsi tra’ più laidi e vili sollazzi. Vo’ v’indebolite per far lui più forte e più duro a tenervi corta la briglia. E dire che tanto vilipendio, cui le bestie stesse, o non apprenderebbero, o se no, nol sopporterebbero, potreste levarvelo da dosso, se vi provaste, non dico a levarvelo, ma solo a volervelo levare! Su: dite proprio sul serio: Non vogliam più servire; ed eccovi bell’e liberi. Vo’ non l’avete a discacciare; non gli avete a dar la spinta: basta non lo reggere, e, simile ad un gran colosso, a cui si tagliasse via la base, eccotelo in terra per il proprio peso, e andare in mille bricioli.

Ma a proposito: i medici dicono che le piaghe incurabili è meglio lasciarle stare; ed io non son matto a dare in ciò de’ consigli al popolo, che, da gran tempo in qua, non fa più segno di verun sentimento, e appunto perchè non lo sente, mostra non esserci medicina al suo male. Guardiamo dunque, se, almen per induzione, puossi raccapezzare come mai gli s’è così abbarbicata nel cervello tale ostinata volontà di servire, che, un altro po’, sembrerebbe non esser poi tanto naturale nè anche l’amor della libertà.

In primis pongo non esserci chi dubiti, che, se vivessimo con que’ diritti cui la natura ci ha dato, e secondo que’ ricordi ch’ella c’insegna, che no’ saremmo naturalmente obbedienti a’ genitori, soggetti alla ragione, e non servi di nessuno, con quella obbedienza che ciascuno senz’altro stimolo che quel della natura, e’ rende al babbo e alla mamma. Se la ragione nasca o no con noi, tutti gli uomini ne posson esser testimonj, ciascuno in sè e per sè: tal quistione fu abburattata a fondo dagli accademici, e toccata per tutte le scuole de’ filosofi: e quando fosse una cert’ora, non dubiterei d’errare arbitrando, che nell’anima nostra ci sia alcun seme natural di ragione, la quale, conservata con buon consiglio ed usanza, fiorisca in virtù; e per contrario, non potendo spesso tener fronte contro i vizj sopravegnenti, muoja soffocata. E vero per altro che, se nulla ci è di chiaro e di appariscente nella natura, da non poterci far il cieco, è questo, che la natura, ministra di Dio, governatrice degli uomini, ci ha, dirò così, fatti tutti quanti della stampa medesima, acciocchè l’un l’altro ci riconoscessimo per compagni, o piuttosto per fratelli: e se, nel dispensare i varj presenti che ci faceva, l’è stata larga e dei doni del corpo e di que’ dello spirito, più con Tizio che con Cajo, la non ha mica inteso per questo di metterci al mondo come in una lizza, e non ha mandato quaggiù i più forti e' più furbi, come assassini armati in un bosco per dar addosso a’ più deboli; ma piuttosto è da credere che, facendo le parti più grasse a quello, e più magre a quell’altro, la volesse dar campo all’affezione fraterna di fare sua arte, avendo gli uni facoltà di porgere ajuto, e gli altri bisogno di riceverlo. Se dunque la buona mamma ci ha dato a tutti tutta la terra per abitacolo; se ci ha in un certo modo albergati tutti nella casa medesima, s’e’ ci ha tutti composti della stessa pasta, affinchè ciascuno potesse specchiarsi, e quasi l’uno riconoscere sè nell’altro; quando a tutti a un modo ha fatto quel nobil presente della voce e delle parole, per confabulare e affratellarci sempre più; e per la scambievole e comune significazione de’ nostri pensieri, venire alla comunanza de’ nostri voleri; s’ella ha fatto di tutto per stringere vieppiù sempre il nodo della nostra alleanza e compagnía; s’ella in ogni minima cosa fa vedere di non averci voluto far solamente tutti uniti, ma tutti un sol corpo; non si può venir fuori a dubitare che non siamo tutti liberi naturalmente, dacchè siamo tutti compagni; e non può venire in capo a nessuno, che la natura, avendoci messi tutti quanti in compagnía, qualcuno lo abbia messo in servitù.

Ma che accade discutere se la libertà è naturale, quando, a voler far servo chicchessía, bisogna fargli torto, e nulla del mondo è sì contrario alla natura (la quale è tutta ragionevole) come l’ingiuria? vuol dir dunque che la libertà è naturale; e vuol dir, secondo me, che noi, non solamente siam nati padroni di nostra franchezza, ma con affetto altresì da difenderla. Ora, se per caso stessi in forse di ciò, e tanto siamo tornati in bastardi che non sappiam valutare i nostri tesori, nè parimente le nostre pure affezioni, bisognerà ch’io vi tratti secondo il merito, e vi metta in cattedra i bruti a insegnarvi qual’è la vostra condizione e natura. I bruti, viva Dio! (chi non fa il sordo a bella posta) urlano negli orecchi agli uomini: Viva la libertà. Molti di essi, presi, muojono subito. Come il pesce muore appena fuori dell’acqua, così quegli chiudono gli occhi alla luce del mondo, per non vedere la lor servitù. Se i bruti avessero tra loro gradi e preminenze, io dico che la loro nobiltà sarebbe l’esser libero. Gli altri, dico del più grande come del più piccolo, si ajutano tanto, o con le ugne, o col becco, o con le corna, o co’ piedi, quando si voglion prendere, che fanno vedere apertamente come sia lor caro ciò che perdono. Presi poi, mostrano per tanti sogni di fuori la conoscenza di loro sventura, che è un bel vedere come da quel momento il loro è più languire che vivere; e che stanno in vita più per lamentare il buono stato perduto, che per acconciarsi alla servitù. Quando l’elefante, dopo essersi difeso fin che duran le forze, non vedendoci più verso, in sull’essere preso, si avventa con le mascelle aperte a un albero, e’ si spezza i denti, che altro vi dice egli, se non che il gran desiderio di restar libero come è nato lo rende spiritoso, e lo fa accorto di venire a patti co’ cacciatori, se ne potesse uscire dando a loro i suoi denti, e se, accettando essi il suo avorio, potesse così ricomprare la sua libertà? Noi pigliamo il cavallino appena nato per avvezzarlo a servire; ma certo non gli sappiam far tante muine, che quando ci si mette a domarlo e’ non morda il freno, non iscalci contro lo sprone, quasi direi, voglia far vedere alla natura, e protestare alla meglio, che, s'egli serve, nol fa di suo genio, ma per altrui soverchiería.

Che accad’altro?

come cantai altrove quando per passatempo facevo rime francesi: e scrivendo a te, o Longa, non dubito mica che tu mi dia del vanaglorioso, se ci mescolo de’ miei versi, i quali io non leggo mai, se non perchè tu fai sembiante che ti piacciano. Così dunque, poichè tutte le cose che sono dotate di sentimento, come prima esse l’hanno, sentono il guajo della servitù, e van dietro alla libertà; poichè le bestie, che pur son fatte per servir gli uomini, non si possono acconciare a servire, se non con manifestazione del desiderio contrario; qual mai sventura ha potuto così mutar la natura dell’uomo, il solo nato davvero per viver libero, che gli faccia perdere la ricordanza del suo primo stato, e il desiderio di racquistarlo?

C’è tre razze di tiranni, dico di cattivi principi. L’uno è re per elezione di popolo; l’altro per forza d’arme; l’altro per dinastía. Chi ebbe il regno per diritto di guerra vi si porta in modo che ben si pare, esser egli in terra, come dicesi, di conquista. Chi nasce re non è per lo più niente di meglio; anzi, nato e nutrito di sangue tirannico, succhia col latte la natura di tiranno, e tiene in conto di servi ereditarj i popoli suoi; e secondo la indole verso cui volge più, o avaro o scialacquatore, e’ fa del regno, come di cosa sua propria. Pare che dovesse esser più comportabile colui a cui il popolo avesse dato il regno; e credo che sarebbe: ma come prima si vede messo lassù, in capo a tutti gli altri, gonfiato da quel vento che si chiama grandezza, e’ s’ostina a non volersene muovere un ette. Questi poi, per ordinario, fa assegnamento di lasciare a’ figliuoli la potestà, che il popolo ha rassegnato nelle sue mani; e come s’è messo in capo quest’idea, l’è una maraviglia il vedere che in ogni maniera di vizio, e perfin nella crudeltà, avanza gli altri tiranni. Ad assicurare la novella tirannia non iscorge altro modo che lo stendere vie più sempre la servitù, o il disamorare tanto i popoli della libertà, con tutto che la ricordanza sia fresca, che possa farla lor perdere. E però, benchè a dire il vero, ci sia tra loro un qualche divario, io non vo’ saper nulla nè dell’uno nè dell’altro; e se la via di andare al regno è diversa, il modo di regnare suppergiù è quel medesimo. Il re eletto, come se avesse preso a domar dei tori, fa dei sudditi quel che de’ tori farebbe: il conquistatore pensa averci su il diritto che si ha sulla preda: il dinasta ne fa come di schiavi suoi naturali.

Ma facciamo un caso: se per sorte venisse un qualche popolo al tutto nuovo, non usato alla servitù, nè alleccorito alla libertà, e non sapesse che faccenda è l’una e l’altra; ed a fatica sapesse i nomi loro; e gli si proponesse, o d’esser suggetto o di viver libero, a che si butterebbe esso? Ci vuol poco a dire che avrebbe più caro assai l’obbedir solo alla ragione, che il servire ad un uomo; salvo che e’ non fossero come que’ d’Israel che, di suo, e senza un bisogno al mondo, si crearono un tiranno: la quale storia io non la leggo mai senza tanta stizza, che quasi quasi non mi renda inumano, e mi faccia gongolare de’ tanti guaj che piovvero loro addosso. È vero per altro che tutti gli uomini, finchè hanno qualcosa d’uomo, in sul lasciarsi mettere il giogo, una delle due, o son forzati o messi in mezzo: forzati dalle armi straniere, come Sparta e Atene da Alessandro; o dalle fazioni, come quando la signoría di Atene era venuta poco innanzi alle mani di Pisistrato. Per inganno perdono spesso la libertà; ed in ciò un poco sono sedotti da altri, un po’ chiudon gli occhi essi da sè, come il popolo di Siracusa, metropoli di Sicilia (oggi detta Saragozza), stretto dalle guerre, sbadatamente provvedendo al solo pericolo, chiamò Dionisio I, e gli diè carico di guidare l’esercito; e non badò a far sì grande quel buon tomo, che, tornando vittorioso, come se avesse vinto, non i nemici, ma i suoi cittadini, di capitano si fece re, di re si fece tiranno. Fatto ch’egli è servo un popolo, non è da credersi com’esso cada a un tratto in sì profondo oblio della libertà, che non gli è possibile il risentirsene per racquistarla: e’ serve sì allegramente e di tanto buona voglia, che a vederlo si direbbe: E’ non ha perduto la libertà, ma il servaggio. Da principio è vero che l’uomo serve a mal in cuore e per forza; ma chi vien dopo, che non ha mai veduto com’è fatta, nè di che sapore sia la libertà, serve senza repetío, e fa per amore quel che gli stati innanzi a lui avevan fatto per forza. E così gli uomini nascono col giogo sul collo, e poi, venuti su nel servaggio, senza pensar più là, si appagan del viver come e’ son nati, e non si sognano nemmeno di possedere altri diritti e altri beni che quelli trovatici, prendendo per lo stato lor naturale quello dove son nati. Eppure non c’è erede sì spensierato e sì sbracione, che alle volte non dia un’occhiata a’ libri di casa, per sapere, s’e’ gode tutti i diritti di successione, e se nulla si è macchinato o contro di lui o contro il suo antecessore. Ma, gua’, il costume, che in ogni cosa ha gran balía sopra di noi, in niun’altra però ce ne ha tanta, quanta nell’insegnarci a servire; e (come si legge di Mitridate, che s’avvezzò a bere il veleno) a tirar giù, senza che ci paja amaro, il tossico del servaggio. La natura, bisogna confessarlo, giuoca in noi molto nel tirarci dove la vuole, e farci dar titolo di bene o mal nati; ma e’ bisogna anche convenire che ella è vinta dal costume, dacchè l’indole, sia buona quanto vuole, svanisce, se non si cerca di mantenerla; e la educazione ci mette sempre o l’una o l’altra cosa di suo, a dispetto della natura. I semi del bene, che questa getta dentro di noi, son così minuti e sbucchievoli che non reggono al minimo cozzo della educazione contraria: nè tanto è agevole il conservargli quanto è facile che essi intristiscano, si disfacciano, e vengano al niente, tale quale come i frutti, che hanno veramente qualche loro singolar proprietà, i quali la conservano se si lasciano venire su da sè; ma tosto l’abbandonano per produrre altri frutti non loro, secondo com’e’ s’innestano. Ciascuna erba ha sue proprietà naturali ed a lei peculiari; ma tuttavia il diaccio, il tempo, le cisoje o la mano del giardiniere, temperano, e scemano assai la loro virtù. La pianta veduta in un dato luogo, in un altro si riconosce a fatica. Chi vedesse quel pugno di gente dei Veneziani vivere vita così libera che il più meschino di loro non piglierebbe d’esser re; e tutti nati e creati in modo che non d’altro sono ambiziosi che di fare l’uno miglior prova dell’altro nel conservare gelosamente la loro libertà; e che, avvezzati in questa maniera fin dalla culla, non darebbero un’oncia della loro franchezza per tutte le altre felicità della terra: chi vedesse, diceva, questa gente; e poi, uscendo di là, andasse nelle terre di colui che noi chiamiamo il Gran Signore, e vedesse quella gente, che non possono nascere se non per servirlo, e che per mantenerlo danno la vita; penserebbe egli mai che gli uni e gli altri fossero della natura medesima, o piuttosto non crederebbe d’essere uscito da una città d’uomini, ed essere entrato in un parco di animali? Licurgo, incivilitore di Sparta, si dice che rilevasse due cani, tutti e due fratelli, e allattati dalla medesima cagna; che l’uno tenesse a ingrassare per la cucina, l’altro avvezzasse pe’ campi al suono della tromba e del cornetto; e che, volendo far vedere agli Spartani, gli uomini riuscir tali quali gli fa la educazione, portò i cani in piazza, e vicino ad essi una minestra e una lepre: l’uno corse alla scodella, l’altro alla lepre. “Eppure, egli disse, e’ son fratelli!„ Insomma egli, con le sue leggi e con la sua politica, tirò su tanto bene gli Spartani, che ciascuno di loro sarebbe morto mille volte prima di riconoscere altro signore che la legge.

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