I ricordi del Capitano d'Arce
D’Arce, cullato dal rullìo del bastimento, aveva posato il bicchierino sulla tavola, affissando l’orizzonte mobile attraverso il cristallo del finestrino, quasi vedesse ancora ciò che stava narrando.
— No, neanche la punta di un dito. Adesso è storia vecchia.... e anche triste!... Non ci siamo neppur detto di amarci.... quello che si chiama amare.... Mi piaceva assai, ecco. Andavo da per tutto dove sapevo d’incontrarla, alla Villa, al Sannazzaro, al concerto serale dello Châlet. Mi sentivo battere il cuore e inciampavo nelle seggiole appena scorgevo da lontano i nastri rossi del suo cappellino. Mi rassegnavo al cipiglio e all’accoglienza glaciale del Comandante, solo per vedere i begli occhi grigi di lei che mi vano nella folla. Essa mi salutava con un sorriso appena accennato: sapete, quel sorriso che vedete soltanto voi, quella fiamma lieve e rapida che illumina a un tratto un bel viso delicato, e vi dice: — Grazie!... — Ma amore, no. Perchè c’era di mezzo Alvise Casalengo, mio camerata, mio compagno d’armi e di scuola. — Adesso è andato a finire nella Navigazione Generale, requiescat anche lui! — Ma allora era il mio Pilade, troppo Pilade, ahimè, perchè potessi fingere d’ignorare quello che sapevano tutti, sebbene Alvise, com’è naturale, non me ne avesse fatta mai la confidenza. Appunto, giusto per rappresentare la parte di uno che non vuol sapere, filavo anch’io il mio briciolo di corte alla signora Ginevra Silverio, la moglie del mio Comandante, in quei due mesi di licenza che avevo passato a Napoli: una corte modesta e superficiale, da non passare il guanto, quel tanto d’omaggio ch’era indispensabile di tributare alla moglie del mio superiore, bella, elegante, un po’ civetta pure, dicevano; ma civetta con tanta naturalezza e tanta grazia che quasi non se ne accorgeva. Essa s’era lasciata corteggiare anche da me perchè non stonassi nel coro, perchè tutti le facevano la corte, perch’ero intimo di Alvise, perchè le piacevo, infine. Ciò che era venuto in seguito, ciò che mi sembrava a volte vederle balenare negli occhi e sentirmi tremare nella voce.... Sapete come avviene.... gli ostacoli, i riguardi umani, la diffidenza del marito, la stessa sicurezza leale di Alvise.... Tante punture deliziose, un’attrattiva di sacrificio, un profumo soave di frutto proibito, più velenoso di quelli rubati nell’orto coniugale.... In conclusione, ditemi un po’, adesso che ne parliamo coi gomiti sulla tovaglia, qual merito ne ho avuto agli occhi di quell’animale che ha piantato amici e spalline per fare il cabotaggio da Palermo a Genova? Il guaio era che il Comandante se la pigliava con l’intero genere umano, causa la pulce che Alvise gli aveva messo nell’orecchio — un pasticcio dell’ordinanza per cui c’erano state fra marito e moglie delle scene spiacevoli, convulsioni, lagrime, il dottore chiamato in fretta e in furia, di notte.... Insomma quello che non sarebbe avvenuto, se il Comandante, credendo di far meglio, non avesse avuto la cattiva idea di prendere al suo servizio un cretino di nuova leva il quale non capiva nulla. Poi ogni cosa s’era chiarita per il meglio. Alvise, com’è naturale, era rimasto a latere del Comandante, e quella bestia dell’ordinanza, in punizione, sacco e branda, e imbarcarsi subito. I cocci rotti avevano dovuto pagarli gli altri, gli amici di casa, il Comandante stesso, pover’uomo, diventato un orso, un Otello, una bestia feroce. Ti rammenti, Serravalle, quando la signora Ginevra ti si svenne o quasi nelle braccia, ballando in casa Maio? Era tanto delicata, poveretta! E le piaceva tanto il ballo, che suo marito, per la tranquillità dell’alcova coniugale, si rassegnava ad essere di tutte le feste, insieme a lei.
Ma con che viso ci veniva, quell’uomo! Come faceva cascar le braccia ai poveri ufficialetti che gli arrivavano freschi freschi dalla Spezia o da Livorno, e che s’immaginavano di disarmarlo pigliandolo colle buone! Anch’io, purtroppo, ero nella lista dei sospetti. Non so per qual motivo — perchè ero più gentile e premuroso degli altri, perchè gli ero simpatico, perch’ero amico d’Alvise, fors’anche.... Giudizi umani! Il fatto è che nell’animo del Comandante ero un uomo perduto. Tante cose me l’avevano fatto capire; quel diavolo d’uomo aveva un modo di piantarvi gli occhi in faccia per dirvi buongiorno, che v’imbarazzava realmente. E le ingiustizie del superiore, le punizioni e gli arresti che piovevano come gragnuola, l’ordine d’imbarco comunicatomi per legrafo, quando si sapeva che la squadra sarebbe rimasta a Genova un’altra settimana! Anche lei, povera donna, sembrava consegnata, colla sentinella alla porta, un genovese cane il quale si piantava rispettosamente per mandarmi via, se tentavo di rompere il blocco in un giorno della settimana che non fosse il martedì, il giorno di ricevimento della signora Ginevra, il giorno di tutti e di nessuno. Allorché l’avevo pregata di accordarmi un’entrata di favore, l’avevo vista così imbarazzata, così esitante.... Ecco, se avessi voluto permettermi un’indiscrezione col mio amico Alvise, sarebbe stata quella di chiedergli in un orecchio: — Come diavolo fai?...
Era una povera vittima, quella disgraziata! una schiava legata alla catena corta. Chi l’avrebbe immaginato, di voialtri, quando la vedevi arrivare, col nasino palpitante e la febbre negli occhi, e una voglia di divertirsi fino nelle scarpette che si sarebbero messe a ballare da sole? Ma una paura del marito con tutto ciò! Bastava un’occhiata di lui per farle gelare il sorriso con cui vi si abbandonava nelle braccia, anelante, facendosi vento presto presto, smarrita da un capogiro delizioso. E le carezze timide colle quali cercava di sedurre quel cerbero, l’aria inquieta con cui si abbandonava a certe graziose imprudenze guardandosi intorno per non esser sorpresa da lui, o gli fissava in volto i begli occhi sorridenti per cercare d’indovinare che vento tirasse, le piccole astuzie, le bugiette dietro il ventaglio, i complotti colle amiche per strappare al marito il permesso di un’ultima polca. Giacchè la poveretta sapeva quel che le sarebbero costati poi a quattr’occhi quelle audacie disperate, quei colpi di testa ai quali cedeva con tutto il sangue al viso — delle audacie innocentissime. Noi altri uomini non sappiamo mai quanto coraggio ci vuole a fare certe cose.
Immaginate adesso un uomo che vi tira a bruciapelo l’ordine d’imbarco dopo una di quelle sere.... innocente com’ero.... e la povera signora Ginevra anch’essa!... Nulla di nulla, vi giuro! Neanche una parola, neanche un dito.... Se ce ne fu il pericolo, dopo.... un momento solo... la colpa fu tutta sua, di lui!.... —
D’Arce vuotò d’un fiato il resto del cognac, e posò il bicchierino sulla tavola, stringendosi nelle spalle come un uomo che ha navigato per tutti i mari, ne ha viste di tutte le razze e di tutti i colori, e non si meraviglia più di nulla.
— Però non potevo abbandonare Napoli e l’Italia senza andare a salutare la signora Ginevra, tanto più che non avevo potuto vedere neppure il lembo del suo vestito, quand’ero andato a fare la mia visita di congedo, in gran tenuta, fra le dieci e le undici. Lui sì, ce l’avevo trovato il signor Comandante, straordinariamente rabbonito dalla mia partenza, e mi aveva accomiatato con belle parole: — Faccia buon viaggio, e metta il tempo a profitto. So da buona fonte che li terranno un pezzo imbarcati, e avranno tempo di studiare e di farsi onore. Il mare è una gran scuola e un gran corroborante per la gioventù. —
Grazie tante! Ma il buon viaggio volevo che me lo desse lei, la signora Ginevra. Non poteva rassegnarmi a tutte quelle belle cose che mi aveva detto suo marito, senza vederla un’ultima volta, e sentire anche quel che ne pensava lei. La mia stessa innocenza mi dava ai miei occhi una specie di salvacondotto per andare a trovarla. Per altro m’ero proposto di essere prudente ed audace come un vero innamorato. E contavo sul gran da fare che c’era al Comando, appunto per quella benedetta partenza. La sera, appena sbirciai il mio periore che svoltava l’angolo della piazza.... — due ore di guardia col naso incollato ai vetri del Caffè d’Europa, amici miei, temendo ogni momento di veder capitare Alvise, che volentieri avrei voluto sapere a casa, magari agli arresti, magari colla febbre. — Vedevo il mio amico in ogni soprabito gallonato che incontravo, lungo la strada, rasente al muro, e il cuore mi batteva un po’.... Quando fui poi in via Partenope.... Il cerbero che custodiva la porta della signora Ginevra mi lasciò passare senza alzare gli occhi dal Pungolo, o credette forse che venissi per un affare di servizio, o si lasciò ingannare dalla somiglianza dell’uniforme.... prendendomi per quell’altro... Sì in quel momento mi faceva un certo effetto di esser scambiato con un altro. Pensavo ad Alvise, che andava e veniva senza tante difficoltà, e che sarebbe rimasto a Napoli!...
Entrava appunto un bel chiaro di luna dai finestroni colorati, e passava per la strada il ritornello della canzone in voga che solevano suonare allo Châlet. Tutte le piccole seduzioni che vi formano le grandi, sapete!... Avevo il cuore alla gola nello bussare all’uscio della signora Ginevra, forse perchè ella stava al terzo piano.... o perch’ero giovanissimo, lora.... Il fatto è che mi sentii penetrare lo squillo acuto e vibrante del campanello sino al cuore, come un sussulto, come una puntura, direi, ripensando ad Alvise.... Al mio superiore, no, non ci pensai, altro che per almanaccare un pretesto, pel caso che mi avesse fatto trovare un marinaio comandato di sentinella all’uscio della moglie anche a quell’ora....
Ma invece venne ad aprire Gioconda, quella bella giovane che aveva il viso come il nome, vi rammentate? Essa mi aveva visto spesso venire, nei bei giorni in cui non avevo ancora perso la stima del Comandante, e mi accolse con un graziosissimo sorriso: il medesimo sorriso della sua padrona, indulgente e grato verso le debolezze umane, il sorriso che comprendeva e perdonava, e voleva farsi perdonare ciò che doveva dirmi: — La signora era un po’ sofferente, stava già per andare a letto....
Era scritto, vi dico! Mentre mi rassegnavo a tornarmene via, triste come la morte, e indugiavo a scusarmi per l’ora indebita, adducendo la partenza immediata..., l’assenza lunga, e questo e quell’altro.... — intanto le vedevo negli occhi una gran simpatia, alla buona giovane. — In quel momento il nello elettrico squillò di nuovo, premuroso e carezzevole, uno squillo che veniva dalle stanze interne stavolta, e diceva: Sì! sì! sì!...
— Se vuol passare un momento in sala, farò a ogni modo l’imbasciata...
Ho anch’io adesso i galloni di Comandante, e molti anni di più sulle spalle, ma ancora, vedete, mi sembra di sentirmi battere il cuore nel soprabito attillato di guardia-marina, rammentando quell’istante in cui vidi comparire sull’uscio del salotto lei, tutta sorriso, nella bocca, negli occhi, nel fruscìo del vestito, quel sorriso carezzevole e buono con cui accoglieva i suoi amici e che ho ancora dinanzi agli occhi, quando vado a pregare sulla sua tomba, poveretta! —
D’Arce riempì di nuovo il bicchiere, sforzandosi di mostrarsi disinvolto, ripreso, suo malgrado, dalla commozione di quei ricordi.
— La vedo ancora, seduta su quel canapè basso e largo come un letto. Aveva delle calze di seta nera, delle calze terribili, amici miei, sotto quel vestito bianco, tanto che ella se ne accorse, e ritirò adagio adagio i piedini, facendosi rossa. Proprio una bina, vi dico! civetta, innocente nella sua civetteria come l’aveva fatta sua madre, e con una paura del marito, in quel momento, che le faceva tendere l’orecchio e troncare il discorso di tratto in tratto. Anch’io mi sentivo assai sconvolto.... Allora scappammo a parlare tutti e due in una volta, come cavalli spaventati, battendo la campagna, con una vivacità che voleva sembrar sincera. — Io non avevo voluto partire senza andare a salutarla. — Essa non aveva voluto lasciarmi partire senza dirmi addio. — Partire, lasciarsi.... — In fondo a ogni parola c’era sempre quella nota, sempre quel tono triste, in sordina, in note tenute, in tutte le note, all’infuori della tua, mio povero Alvise, che dormivi lealmente fra i due guanciali della tua felicità, o piuttosto che perdevi al Circolo, in quel momento stesso, lieto del proverbio che lusingava il tuo amor proprio. — E le nostre parole dicevan tutt’altro, dicevano tutt’al più di viaggi e paesi lontani, di orizzonti sconosciuti, o delle memorie che si portano via, e dei luoghi cari che non si vorrebbero lasciare.... — Felice lei che andrà così lontano, per tanto mare, per tanto mondo! Come vorrei volare anch’io, come vorrei venire! — Felice lei piuttosto, che rimane in questa città di cui il cuore porta via tanti ricordi.... in sto nido di cui gli occhi non si saziano di baciare ogni angolo e ogni cosa!... — Questo dicevano i sorrisi vaghi, gli occhi umidi, erranti per quel salotto di cui tu conosci ogni gingillo, di cui ogni gingillo ha contato le tue ore felici, fortunato Alvise! — voi! — voi! — voi! — Ma non una parola d’amore, torno a dirvi. S’indovinava, era sottinteso, in ogni sillaba, in ogni frase, discorrendo di amici e di conoscenti.... anche di Alvise — ella per provarmi ch’era lontano, tanto lontano dal suo salotto e dal suo pensiero! — io per rallegrarmi della sua assenza — per rallegrarcene intimamente tutt’e due, come eravamo lieti dell’assenza del Comandante il quale però avrebbe potuto ascoltare tutto ciò che si diceva, lei ed io, senza dover snudare il brando, senza che l’angelo custode della sua casa avesse avuto motivo di tapparsi le orecchie.
In quella squillò di nuovo il campanello dell’anticamera, forte, improvviso, minaccioso: una scampanellata da padrone, di quelle scampanellate che vi pigliano pei capelli, e vi fanno saltare in aria. Ella impallidì visibilmente, e s’alzò di botto, come fuori di sé, agitando istintivamente la mano in un gesto vago. E tutto a un tratto mi si abbandonò fra le braccia, quasi stesse per svenire, cogli occhi smarriti, il seno palpitante... balbettando: lui! lui!
Proprio lui che l’aveva voluto, non è vero? Una povera donna il più delle volte si butta nel precipizio pel timore dell’abisso! Non ascoltava più, non capiva più che così facendo si accusava della colpa di cui eravamo innocenti.... Innocenti dinanzi agli uomini e dinanzi a Dio! Essa era caduta come una morta sul canapè, fissando gli occhi spaventati sull’uscio, quasi aspettando di veder comparire di momento in momento il suo giudice e il suo giustiziere.... Aspettai anch’io, in piedi, abbottonandomi macchinalmente l’uniforme, come si aspetta in un duello la pistolettata dell’avversario.... cinque minuti... dieci... un’eternità. Nulla, non era stato nulla. La cameriera venne a dire poco dopo che eran venuti a cercare il padrone per un affare di servizio.
Accidenti al servizio! La povera signora mi fuggì di mano come un’anguilla, e non volle più saperne di ripigliare il duetto, proprio quando avevo tante altre cose da dirle, quando il suo viso pallido e i suoi occhi stralunati mi davano le vertigini, mentre respingevami colle mani tremanti, balbettando: — Andatevene! andatevene!...
Soltanto mi dava del voi; mi dava le mani tremanti e gli occhi che si smarrivano nei miei, bramosi e spaventati....
Nient’altro, amici miei.... Una donna che ha paura, capite.... La paura me l’aveva data un momento e la paura me la ritolse.
Giuramenti di marinaio
— Giuratemi!... giurami!
Chi non avrebbe giurato, al vederla così pallida sotto i nastri rossi del cappellino, al vedere i begli occhi lucenti e il sorriso triste che mi cercava come un bacio? — povera e cara Ginevra, innamorata sino ai capelli, in un fiat, da un momento all’altro, dacché le avevo confessato d’amarla, in segreto, senza speranza, da circa due mesi! — Anch’essa! anch’essa! Peccato che avessimo aspettato l’ultimo momento a dircelo! — Almeno voleva lasciarmi negli occhi, nel sangue, nell’anima, la sua immagine, il suo profumo, le ultime sue parole. — Lì, lì, e lì! in tutto voi, fin nel vostro vestito, dovunque sarete, sempre! — Era venuta per questo alla Villa, a quell’ora. — Non sapete quel che ci è voluto! — In ogni suo accento, nel suono della voce, nel muovere delle labbra, c’erano tali carezze che penetravano in me come una gran dolcezza, e come altrettante punture anche, di tratto in tratto, allorché pensavo ad Alvise che dicevano suo amante. — E gelosa, sapete!... di tutte!... di tutte le donne che avete conosciuto... La Seraffini, dite?... o la Maio... a costei le facevate la corte! Non negate. V’ho conosciuto in casa sua. Il guaio è che l’avrete compagna di viaggio sino a Genova! Giuratemi!... Neanche una parola!... almeno a lei... almeno a quelle che conosco!... Pensate a me, d’Arce! Pensate che vi veggo, laggiù, dovunque sarete, che vi seguo col pensiero, dal momento che metterete il piede sul battello, nella cabina, a tavola... Colei ci verrà pure, a tavola, dovesse rendere l’anima a Dio, per farvi ammirare le sue smorfie e il suo vestito da viaggio...
Ella guardava tristamente il bel mare azzurro che doveva separarci per tanto tempo, fra poche ore, e aveva gli occhi gonfi di lagrime, e mi abbandonava la mano, senza curarsi della gente che poteva vederci — per altro erano delle coppie mattutine che venivano a cercare le ombre discrete della Villa, e avevano altro pel capo anche loro — senza pensare al pericolo che correva, senza pensare a quell’orco di suo marito... senza pensare ad altri. E mi si abbandonava tutta, con quella manina tremante di cui parevami di sentire le carezze e la febbre attraverso il guanto di Svezia; e intrecciava le sue dita alle mie, e si attaccava a me, voleva legarsi a me, per sempre — l’una dell’altro — col cuore gonfio ambedue di amore eterno, di costanza e di fedeltà — io a dispetto dei miei venticinque anni — ella col marito sulle spalle... ed Alvise, e tutti gli spergiuri latenti in una bella donna che ride volentieri, e ama sentirsi dire che il suo sorriso fa perdere la testa al prossimo.... Allora balbettai:
— Anche voi!... anche tu... giurami!...
Ella non rispose, colle mani nelle mie, gli occhi negli occhi, e una fiamma rapida le salì al viso: — Che posso farci? che posso farci? — voleva dirmi, povera donna. Ma a un tratto mi lesse in viso il nome di un altro, l’immagine odiosa del mio amico Alvise che tornava a mettersi fra di noi. — Oh! — mormorò, scolorandosi rapidamente. — Oh, d’Arce!
Chinò il capo, passandosi le mani sul volto, e non disse altro. Aveva una peluria bionda che moriva dolcemente sulla bianchezza immacolata della nuca. Le dolci parole, il delirio, la frenesia che mi si gonfiarono in cuore allora per chiederle perdono! Come avrei voluto buttarmi a’ suoi piedi e abbracciare i suoi ginocchi, i ginocchi che si accennavano vagamente fra le molli pieghe del vestito bigio!... Essa continuava a scuotere il capo, con un sorriso dolce e malinconico, e riprese:
— Quanti orrori vi avranno narrato sul conto mio... le mie buone amiche... lui stesso, fors’anche! Non negate.... è inutile. Voglio che sappiate tutto... oramai, sul punto di lasciarci forse per sempre!... Come a un fratello... come in punto di morte.... Mi crederete, d’Arce? mi crederete?... Sono stata un po’ leggiera... un po’ civetta anche, mettiamo.... Ecco, vi dico tutto! In casa mia poi, bisogna sapere quante noie! Che scene e che musi lunghi per un misero ballonzolo, fra quattro gatti... per andare una sera a teatro... Non sono né vecchia né gobba infine. Mio marito invece vorrebbe tenermi sotto chiave nella santabarbara della sua nave. Pedante, sospettoso, uggioso! Una cosa tremenda, caro mio! Allora, capite bene.... se bisogna nascondergli le cose più innocenti.... la colpa è tutta sua... E una povera donna... a meno di finir tisica... Sì, parola d’onore, tante volte ho sputato sangue. Chi sa se mi troverete ancora quando tornerete in Italia, povero d’Arce!... Vi ricorderete sempre di me, dite? Verrete a trovarmi al camposanto?
Trasse pure il fazzolettino dalla tasca del petto, e se lo recò alla bocca, tossendo un po’, con certe piccole scosse che facevano sollevare gli omeri delicati sotto la giacchetta attillata, e le inumidivano gli occhi di un languore sorridente, e le facevano il viso tutto color di rosa. No, no, non volevo sentirla parlare così! L’avrei difesa da quelle malinconie, fra le mie braccia, stretta stretta. Ella schermivasi gaiamente; minacciava pure col fazzolettino... — Badate!... Che matto!... Siamo due matti!... Avete sempre quel brutto sospetto? No, sentite, voglio dirvi tutto. È meglio che sappiate tutto da me stessa... pel caso che egli vi abbia fatto le sue confidenze... quell’altro.... giacchè siete suo amico... Sì, lo so... voialtri uomini siete discreti... Lasciamola lì! È vero che mi ha fatto un po’ di corte... come tanti altri... più degli altri anche... E me la son lasciata fare. Mio marito... me lo ha messo fra i piedi lui stesso, il vostro amico, col pretesto di farne il suo ufficiale d’ordinanza... E gli ha attaccato il suo male pure... le sue esigenze e le sue gelosie. Dite la verità, vi avrà fatto delle scene anche a voi, Alvise? Un bel divertimento, quei musi lunghi! E senza averne il diritto, vi giuro! Mi credete, d’Arce? mi credete? Vedete adesso come sono venuta a voi!... Lo sapete... da due mesi... i miei occhi che vi dicevano... — Poi, a voce più bassa, accostando il viso al mio, figgendomi gli occhi nell’anima, con un sospiro: — Tua! Soltanto tua!... Mi credi?
Li avessi visti ai suoi piedi, in quel momento, il marito, e quell’altro, mi avessero detto che anche loro... Avrei giurato che mentivano. Mi turbava però il rimorso delle infedeltà che le avevo fatto... prima di conoscerla... e anche dopo... Sì, delle vertigini... qualche momento di oblio... Ero arrivato a farle di queste confessioni, in quel punto, nel caldo della passione.... Volevo dirle tutto, per ispirarle la mia fede, perchè non avesse a dubitare anch’essa, mentre saremmo stati tanto lontani!... — Ah, sentite, è una cosa terribile! Volersi tanto bene... proprio all’ultimo momento... volersi così!... E neanche la punta di un dito!... Non mi guardate a quel modo, per l’amor di Dio!... Proprio un amore senza macchia e senza paura, questo nostro!... Ah! quel sorriso che mi fiorirà sempre in cuore! Quella fossetta che fate sulla guancia, ridendo!... Un amore siffatto non deve aver paura di nulla... e di nessuno... del tempo che passa...
— Che ora sarà adesso? — chiese a un tratto lei.
Erano circa le due. Essa s’alzò in piedi, sgomenta. — Dio mio! così tardi! Ah, povera me! — Poi mi stese la mano e volle pure cavarsi un po’ il guanto, buona e cara Ginevra, perchè le baciassi il polso sulla nuda carne, lì, dove la piccola vena azzurra avrebbe voluto portarmi su su pel braccio, e le labbra volevano struggersi. — Addio! addio! — Per ricordo strappò una foglia dal cespuglio, dandomene la metà; l’altra se la nascose dentro il guanto, proprio dove si era posata la mia bocca. E nel viso affilato, negli occhi, nella voce, la poveretta aveva il medesimo struggimento che sentiva, pareva che non potesse staccarsi da me. Dovette fare uno sforzo — come uno strappo, nell’ultima stretta di mano — e se ne andò frettolosa, pensando ch’era tardi. Ho ancora nelle orecchie il fruscio della sua sottana di raso. Povera Ginevra, come doveva avere il cuore gonfio anche lei! E le sarebbe toccato dissimulare poi col marito e con tutti gli altri! Almeno io... Io mi posi a sedere dove essa era stata, andai a rintracciare il ramoscello dal quale aveva strappato la fogliolina. Feci insomma tutto ciò che fanno gl’innamorati in casi simili. Infine dovetti accorgermi che si faceva tardi e che avevo ancora la valigia da terminare.
La prima persona che vidi sul battello, al momento d’imbarcarmi, fu Alvise, il buon Alvise che era venuto a salutarmi, e mi stendeva la mano, a mia confusione. Gliela strinsi con un po’ di rossore al viso, ma grato e commosso, quasi mi avesse recato qualcosa della donna che amavamo entrambi. Non c’era nulla di male, se l’amava anch’esso, giacché lei non poteva soffrirlo, e mi preferiva a lui, e si lasciava rubare a lui. Per nascondere il mio imbarazzo gli domandai se ci fossero già dei passeggieri a bordo. — No, non molti — rispose lui. — La signora Maio, una simpatica compagna di viaggio.
La signora Maio risaliva sul ponte in quel momento; c’incontrammo insieme alla scaletta. — Oh, d’Arce! — Colei è un vero demonio, poiché al vedermi quella faccia i suoi occhi si misero a ridere da soli sotto il velo blu; e non la finiva più colle domande: — Dove andavo — se mi era toccata una buona destinazione — se sarei stato un pezzo laggiù — se mi rincresceva di lasciare l’Italia — il bel cielo di Napoli — gli amici...
— Ah, Ginevra! Buona Ginevra! Che pensiero gentile!... che piacere mi hai fatto!...
Era proprio lei, la buona Ginevra, che inaspettatamente veniva a dare il buon viaggio alla sua cara amica che odiava, come Alvise era venuto per me. — Per voi! per vedervi ancora un’ultima volta! — dicevano i suoi occhi nel rapido sguardo che mi rivolse. E bastò per farmi rizzare le orecchie sul vero motivo che aveva condotto Alvise a bordo, e farmi allungare tanto di muso. Però essa era meno imbarazzata di me, che dovevo esser pallido in modo ridicolo. Filava imperturbabile il cinguettìo delle donne che non vogliono dir nulla, con la sua amica, con Alvise — a me rivolse appena qualche parola. — Ah, va via anche lei? Partono tutti! Cosa hanno al Ministero che vi mandano tutti via? — Poi fu colta d’ammirazione pel berrettino da viaggio della signora Maio, un cosino di stoffa eguale al vestito, ch’era un amore, posato bravamente sui bei capelli castani, avvolti nella garza che dava una straordinaria finezza al bel visetto ardito e al mento spiritoso. Si mise ad accomodarne le pieghe con un buffetto che sembrava una carezza, dietro le spalle della sua amica, e intanto mi lanciò pure un’occhiata tremenda. — L’amica prestavasi discretamente alla manovra, col tatto di una donna che sa vivere e lasciar vivere, tutta per lei, affabilissima anche con Alvise, dimenticando quasi che io fossi lì, come un intruso in quel terzetto spensierato che lasciava suonare la campana della partenza senza badarci. Infine la ragazza che andava in giro col piattello a raccogliere i soldi pei virtuosi che ci avevano strimpellato l’augurio di buon viaggio, il cameriere che spingeva verso la scaletta i venditori di cannocchiali e di pettini di tartaruga, fecero capire ch’era il momento di separarci. Le due amiche si buttarono le braccia al collo. Alvise s’ebbe pure la sua stretta di mano all’inglese dalla signora Maio, la quale trovò un mondo di saluti da lasciargli, per lui, pei suoi amici, per tutto il genere umano, occupandolo, impadronendosene, pigliandoselo tutto per sé, tenendolo sempre per mano, mentre Ginevra stringeva la mia forte forte — fu l’unico segno — e le labbra che tremavano, il sorriso che spasimava, e l’occhiata lunga.... Poi la rivolse sull’amica, scintillante, e quasi minacciosa.
— Buona Ginevra! — osservò la Maio, rispondendo al saluto che essa continuava a mandare dalla barchetta, mentre si allontanava in compagnia di vise. — E pensare che le toccherà pigliarsi delle osservazioni da quell’orso del Comandante, se egli arriva a sapere....
La gentile signora volle ancora restar lì, appoggiata al parapetto, perchè la nostra amica potesse continuare a salutarci, rispondendo al saluto col fazzoletto anche lei, di tanto in tanto, sbadatamente e guardando altrove. Poi mi lasciò solo, e scese nella cabina, allorché il fazzolettino della barchetta potè seguitare a sventolare da lontano senza compromettersi. Caro fazzolettino che tremava nella brezza, e palpitava verso di me, e moriva nella caligine della sera, sul fondo già scuro del bel lido che cominciava a formicolare di lumi, a destra verso Portici, a sinistra per la Riviera. Quante volte avevo colà cercato i nastri rossi del tuo cappellino, amor mio, e i tuoi occhi bramosi mi avevano detto: — Sì, sì, lo so!... Io pure!... — Tu pure pensi a me in questo momento, e cerchi il lume del mio bastimento fra gli altri lumi che si allontanano dal porto, mentre Alvise ti dà la mano per aiutarti a scendere a terra, seccatore! Egli può ancora udire lo scricchiolìo delle tue scarpette che si affrettano verso una carrozzella, e vedere il tuo piedino che si posa sul toio. Qual via farai per andare a casa? San Ferdinando...... Chiaia...... Le vetrine scintillanti del Caffè d’Europa, dinanzi a cui tu passi come una visione.... Gli oziosi che stanno a vederti dal marciapiedi! Quante volte ti ho aspettata anch’io, lì!... Lo sai che ti vedo... e ti accompagno cogli occhi, io pure... passo passo, come tu promettesti di pensare a me?... Come ero felice di sentirti parlare, di sentirti dire che volevi seguirmi col pensiero, col cuore, ogni momento, dacchè avrei messo il piede sul ponte, nella cabina, a tavola!... Povera e cara Ginevra! ti seccava che ci dovesse venire quell’altra, a tavola! Ti seccava, come mi secca che Alvise ti abbia accompagnata... Eri gelosa... E senza motivo, credi! Colei ha capito subito che sono ben preso, sino ai capelli, tutto tuo!... Non è mica una sciocca la signora Maio!... E a tavola non vorrà perdere il tempo a farmi ammirare le sue smorfie, come le chiami, cattiva! Non vorrà che io rida di lei sotto i baffi.... Ed io non voglio ch’essa rida di me, se non mi vede a pranzo, se le lascio immaginare che io stia qui a pascermi di lai... com’ella suol dire quando il suo musetto sardonico vi mette tutti i diavoli in corpo.
La signora Maio però non era scesa a tavola. Il posto di lei rimaneva vuoto, a destra del capitano. Ma l’udivo muoversi nella cabina, dietro le mie spalle, con un fruscio d’abiti che mi turbava, a volte sommesso, quasi timido e pudibondo, a volte alto e brusco, come agitato da un’improvvisa fantasia. Che diavolo faceva la bella signora? Si sentiva male? Stava per coricarsi? Non la finiva più di sgusciare delle sottane e di sfibbiare dei ganci?... Il vestito, no.... Quello non era il frù-frù vivo della seta.... Era piuttosto il fruscìo molle della biancheria più intima. Pareva di sentirne il profumo all’ireos. Il fatto è che mi guastava il pranzo, mi dava delle distrazioni, una tensione d’udito in cui sembravami di vedere ogni parte del suo vestiario, a misura che le passava per le mani, di vederla nelle bottiglie e negli specchi dirimpetto, colle braccia nude, pettinandosi per la notte. — Brutta notte che avrei passato con quella cabina attaccata alla mia! — Povera Ginevra, le parlava il cuore! — Talchè non volli aspettare neppure il caffè, e andai sul ponte a fumare un sigaro.... e pensare a lei....
The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.
Loading the full text…
The end
You’ve reached the end of I ricordi del Capitano d’Arce.
