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Avv. Enrico Cav. Uff. Isernia
Professore di letteratura italiana e di storia
Indice
Benevento
Diedi a stampa nel 1894 una mia canzone su Benevento, corredandola di alcune note storiche, ed ora assento a ripubblicarla, per non dipartirmi dall’opinione dei miei amici che la ritengono — mi si conceda l’espressione — quasi un corollario poetico delle cose narrate nella mia storia.
Salve, o terra natale! un ciel sereno Che di cara dolcezza inonda i cori, Ed un tepido sole a te sorride. Il tuo lieto, vivace, almo terreno, Che un aër puro allegra, a’ tuoi cultori Di desiata opima messe arride. E de l’apriche facili colline Ond’hai vaga ghirlanda, a l’incantata Vista, e de le chiare acque sonanti Giù per l’erbose chine, Il viatore esulta, o patria amata; E al placido spirar d’aure fragranti L’orme e il frequente anelito rattiene, E del cammino oblia l’ansia e le pene.
De’ secoli l’infanzia i tuoi natali Circondò di mistero, ma fallace Fu il grido che, il superbo Ilio combusto Qui traendo Diomede le immortali Tue mura eresse, ove il tuo suol ferace, Cinto da irrigui colli, è più venusto. Ah! un vagante non fu prode straniero, Ma del tuo suolo i primi e avventurosi Nativi abitatori, o patria mia, Degnissima d’impero, Che a tutela dei tuoi blandi riposi, E schermo all’onte de la sorte ria, Le tue salde fondaro inclite mura Che i secoli sfidaro e la sventura.
E gagliarda, operosa, e d’alte imprese Avida ognora in te crebbe la prole, Dell’italico ciel delizia e vanto. E nel cor di tue vergini s’apprese Non de’ fatui piacer, de le caròle Vano desio, ma de la patria il santo Amor che ad alte imprese i prodi incita; Sì che, i molli garzon tenendo a vile, Il loro affetto posero ne’ prodi Che da le pugne in sull’età fiorita Vincitori reddiano, doma l’ostile Turba, e mertaro de’ cantor le lodi; Onde sonò de’ fervidi sanniti Alta la fama ne’ remoti liti.
E quando la romana Aquila altera, Che il suo volo spiegò per l’universo, Tentò, violando de le genti il dritto, Ridurre al giogo esoso la guerriera Gente Sannita, in onta e duol converso Vider l’orgoglio del Romano invitto Le memorande ognor rupi caudine. Poi, quando in peggio declinaro i futi, Per l’alma libertà l’oste sannita Pugnò più lustri, e alfine Giacque oppressa e non vinta, e dagli amati Colli esulò la gioventù più ardita, E sol restaro le tue mura illese, O patria amata, da nemiche offese.
E allor che Roma l’itala discorde Terra, cui l’Alpe chiude e i suoi tre mari, Una rese di leggi e di favella, Tu esultavi mirando alfin concorde Italia, e in lieti dì volti gli amari, E dell’eccelsa Roma Africa ancella. E negli alti trionfi, e quando infida Volse la sorte, e vacillò la possa Insuperata del latino impero, In ogni evento tu costante e fida A Roma fosti, e pronta alla riscossa Pugnavi contro l’invasor straniero; E giacquer vinte in questa aprica valle Le falangi di Pirro e d’Anniballe.
Ma la città magnanima, severa, Che l’orbe vinse, ogni virtù smarria; E ne’ lieti ozii immersa a la mina Schermo non fece dell’audace e fera Orda germana; e senza ardir peria L’eccelso impero cui fu servo il mondo. Ed ogni piaggia allor predata e guasta Fu dell’italo suolo infortunato, E d’ogni male in fondo, Segno al furor de la vandalic’asta, Tu fosti, o patria, e Totila spietato L’alme tue mura in ruderi converse, Che novamente poi Narsete aderse.
E quando ogni altra oppressa itala terra Languia ne’ ceppi e d’ogni ben deserta, E senza speme in lunghi lutti immersa, Tu lieta in pace e assai temuta in guerra Fiorivi, o Benevento, e ti fu aperta Novella età di gloria, e ogn’oste avversa Gelò di tema di tua spada al lampo. Ed il franco invasore, il greco infido, E ’l crudo saracin nel suol de’ forti Vinti perian sul campo, E la nordica notte ch’ogni lido Inondò dell’Ausonia, e le sue sorti Velò di nubi, tu fugar tentavi, E ad eccelse virtù l’alme educavi.
Ahi! scemò le tue glorie il tempo edace. Che infranse de’ tuoi prenci il regal serto; Ma quando del secondo Federico Il vago e prode figlio irruppe audace Contro il poter fatale che un deserto Fè dell’itala terra, e dell’antico Latino imperio suscitò la spene, Tu anelavi che alfin libera ed una, Tolta al giogo, riedesse Ausonia bella; Ma, segno ad ire oscene L’aquila sveva, al predator fortuna Arrise, e scolorò l’Itala stella, Allor che nelle tue valli ridenti Manfredi e i prodi suoi giacquero spenti.
E ben di cinque secoli il servaggio Gravò l’Italia da quel dì fatale, E i brani sparti de la sua corona Dilaceraro con nefando oltraggio I rapaci stranieri. Ma il natale Tuo suol diletto non soggiacque al fero Giogo, nè l’orma d’oppressor crudele Calcò il tuo verde pian, cui sempre arrise La libertà, d’ogni anima sospiro. E al popol tuo bramoso, O patria mia, di savie leggi rise Perenne pace e oblio d’ogni martiro; E mentì il grido che di streghe oscene Fossero sede queste piagge amene.
Ma i tuoi di contristava assidua pena Per la materna gloriosa terra Venuta a man degli avversarii suoi. E quando osò spezzar la sua catena Dall’Alpi all’Etna in venturosa guerra L’eccelsa altrice di famosi eroi, Tu, patria mia, nel suol sebezio, dove Più lieto splende di natura il riso, Prima levasti l’itala bandiera. E allor che in dure prove Fu l’insano oppressor rotto e conquiso, Dal Vesévo alla sicula riviera Tu esultavi, mirando Italia infine Che i prischi serti ricompose al crine.
Ed or che il cielo più benigna sorte A te consente, un avvenir giocondo Al tuo fidente antiveder sorride. Già per le vie frequenti un novo e forte Soffio spira di vita, odi un profondo Fremer d’uomini e cose, all’opre arride De’ solerti tuoi figli il fausto evento; E d’ambite dovizie, di gentili Magnanimi costumi, e d’operosa Gara d’arti, ornamento Primo e il più caro ai popoli de’ vili Ozii sdegnosi, un’èra avventurosa Per te, diletta patria, alfin matura Nel chiuso grembo dell’età futura.
Introduzione
Che Benevento non sia seconda, dopo Roma, a veruna altra città italiana per la sua splendida storia è omai una verità confessata da chiunque si conosce di storici studii, e io confido che tutti ne converranno in breve volgere di tempo, quando, per le cure indefesse del nostro governo, diverrà comune agli italiani la notizia della loro istoria. E in verità Benevento, sia come città principalissima del Sannio, sia per la sua postura, non ebbe poca parte nelle svariate vicende dell’istoria romana: fu la metropoli d’un fioritissimo stato nell’età di mezzo, e segno ad assidue incursioni di popoli stranieri; nè venne meno la sua importanza durante la signoria dei pontefici di Roma. Laonde la sua nominanza si estese a tutta l’Europa incivilita; e non pure nelle istorie d’insigni scrittori oltramontani, ma sino nei romanzi di e di è mentovata Benevento tra le città più illustri d’Italia. E se talora c’imbattiamo in qualche forestiere che, ignaro d’ogni sapere, percorrendo le secondarie anguste vie di Benevento, — ove, a brevi intervalli, e tramezzate da belli ed ornati palagi, umili casette s’addos- sano l’una all’altra senza armonia di disegno nella costruzione, — mostra di non averla in molto pregio, e fa stima che essa perda al paragone di altri capoluoghi di provincia: mi compensa largamente della sua noncuranza il considerare che qualsiasi colta persona tocca per la prima volta questa terra così feconda di storiche rimembranze, si sente compresa di riverenza, e mirando avidamente ogni sasso, ogni zolla, non può fare che non si affaccino alla sua immaginazione i fantasmi della passata grandezza d’una tanto illustre e celebrata città.
La massima parte degli scrittori d’Italia, che impresero a narrare qualche periodo della storia patria, non omisero, nè ometter poteano i più importanti fatti storici di Benevento; ma io reputo inutile enumerarli tutti, e mi limito unicamente a indicare coloro che trattarono con maggiore ampiezza, acume e diligenza qualche parte della nostra istoria; e sono il , che scrisse le gesta dei duchi longobardi, , monaco cassinese, che dettò l’istoria dei principi di Benevento, il negli annali italiani, e il negli annali della istoria di Napoli. Inoltre nei due ultimi lustri alcuni tedeschi versatissimi negli studii di archeologia, e che trascorsero alquanti giorni in Benevento, intesi allo studio delle nostre antichità, pubblicarono alcuni pregevoli lavori coi quali si proposero d’illustrare qualche punto più oscuro della nostra storia; e di questi scritti il più segnalato si è un opuscolo di da me tradotto varii anni or sono, che s’intitola «Il ducato di Benevento fino alla caduta del regno longobardo.»
Ma le storie municipali, o d’una singola città, riescono sempre imperfette se non vi pongono mano gli scrittori che vi sortirono la cuna, o che vi fecero lunga dimora. Nè Benevento patì mai difetto di uomini preclari per ingegno e vario sapere, i quali attendessero agli studii di antichità e delle cose patrie. E infatti, per ciò che concerne le antiche iscrizioni, egli è indubitato che niun’altra delle città del mezzodì, d’Italia ebbe tanti pazienti e diligenti raccoglitori di codici di epigrafia, dei quali non poco si giovò il nella sua lodatissima raccolta delle iscrizioni romane. E delle stesse 105 iscrizioni inedite pubblicate nel 1855 dal , molte furono probabilmente desunte dai manoscritti smarriti del e del Viglione, o dagli scritti inediti di , o anche dalle schede conservate nella famiglia Pacca.
Come scrittori di storia patria, meritano poi specialissima menzione vescovo di Rieti, autore dell’opera Thesaurus antiquitatum Beneventanarum; arcidiacono di Benevento, autore della Pinacotheca Beneventana; il vescovo di Bisceglie, autore della Cronologia dei vescovi ed arcivescovi di Benevento; e il cardinale , già governatore di Benevento, che scrisse in tre volumi le Memorie storiche della città di Benevento. Ma di assai maggiore importanza era forse l’istoria di Benevento di Alfonso de Blasio, patrizio beneventano, opera inedita divisa in quattro volumi, che andò, salvo pochi frammenti, miseramente dispersa, intorno alla quale l’autore avea lavorato assiduamente per lo spazio di 30 anni, e di cui il , che ne lesse il manoscritto, affermava nel libro 26° della sua istoria «che avrebbe l’autore acquistato un nome immortale dalla sua opera, e che era una vergogna non essersi ancora trovato chi l’avesse fatta pubblicare.»
Ma non ostante tali scritti editi ed inediti, allorché Benevento fu eletta capoluogo d’una florida provincia, fu comunemente sentito quanto importasse di possedere una com- piuta storia di sì antica e rinomata città; e tutti i forestieri dotati di non comune coltura, che ebbero occasione di soffermarsi alquanti giorni in Benevento, non rifinirono mai di esortare i nostri concittadini a imprendere un tal lavoro. Ed io che ne avea concepito il disegno nell’ultimo lustro della pontificia dominazione in Benevento, e che ne intramisi la esecuzione per la successiva mutazione del governo, mi studiai, or ha tre anni, di costituire, direi quasi un sodalizio di pochi cultori degli studii storici e di archeologia, per compilare un’istoria di Benevento, seguendo il sistema, ora in uso tra i dotti, di vagliare ed illustrare i fatti più oscuri della storia antica con la ponderata e profonda investigazione dei superstiti monumenti. E per tal modo appunto venne fatto al di determinare tutte le forme di governo che si alternarono in Benevento, da che addivenne colonia latina. Il sommo solea dire che «una raccolta di antichità vale più che tutte le ipotesi storiche. In esse trovate almeno l’orma della vita passata. La storia come l’arte figurativa, la storia civile come la storia naturale hanno bisogno d’essere vedute, studiate, meditate sul vero. Il resto è copia di copia, e riflesso.» E se vera dobbiamo ritenere la citata sentenza, egli è innegabile che per iscrivere una storia interamente, o in gran parte almeno, desunta dalle scrutate reliquie dell’antichità, non havvi città d’Italia che più di Benevento offra agli studiosi ampissimo subbietto di erudite indagini e meditazioni. E certamente la sola investigazione degli avanzi dei patrii monumenti, benchè scevra dell’aiuto degli storici, sarebbe sufficiente a stabilire la sua più remota e, quasi potremmo dire, leggendaria antichità, le diverse nazioni che l’hanno signoreggiata, e le sue svariate vicende. Il salutifero emblema della cristianità si eleva su sculti simboli e geroglifici della più antica mitologia, ed edificii di architettura greca e romana alternansi con iscolture e fabbriche di costruzione gotica e longobarda. Iscrizioni romane sono mescolate ad altre in caratteri longobardi, e tutti quelli che percorrono curiosi le vie della città si avvengono con meraviglia, ad ogni passo quasi, in torsi, capitelli, bassorilievi, e tronchi di colonne di graniti e bigi, e rossi tebani, di africano e di cipollino che con tanto splendore la decorarono un tempo.
E a porre ad effetto il mio divisamento si aggiunse agli altri impulsi la calda parola del sindaco di quel tempo Cavaliere Pietro de Rosa, e tuttavolta non si venne a capo di nulla sol perchè l’opera non dava lusinga di un sufficiente guiderdone. E allora volsi l’animo a comporre, senza la speranza dell’aiuto altrui, la storia del mio paese, con proposito di non darmi vinto alla malagevolezza del lavoro. E studiando i nostri antichi monumenti, nonchè molti documenti che esistono nei nostri Archivii, e nel vagliare i fatti storici di Benevento mi avvidi che l’utilità d’una tale istoria non è circoscritta ai comuni, o alle provincie che composero l’antico Sannio, o il ducato longobardo di Benevento, e si può senza taccia d’orgoglio affermare, o ch’io m’inganni, che la nostra istoria ha benanche un’importanza, come or si direbbe, nazionale. Ma se tuttavia la cosa non fosse in questi termini, non mi torrei per questo dal mio proposito, avvegnacchè son convinto della verità della massima che quanto più un popolo si tien lontano dall’altezza che potrebbe aggiungere, tanto maggiormente giova richiamarlo agl’incliti esempi degli avi, non per futile orgoglio municipale, ma affinchè si provi di emularli in ogni maniera di morali e civili virtù. E perciò io credo che anche lo studio di antichi monumenti, metà corrosi dal tempo, d’informi macerie, e di consunti papiri, può riuscire proficuo con lo svegliare a nuova vita un popolo, che già venne in fama di sapienza e di coltura. E questo concetto ebbe in animo un poeta contemporaneo allorchè cantava:
E però se mi sarà dato, riandando le vetuste glorie dei nostri maggiori, ravvivare alquanto nei miei concittadini l’amore delle patrie cose, non riterrò spese indarno le mie cure: e in ciò è riposto l’unico guiderdone al quale ferventemente aspiro col mio lavoro.
Capitolo I Fondazione del ducato di Benevento Origine dei Longobardi, loro leggi, ordinamenti civili e costumi
La fama che si acquistò Narsete in Italia nei tre lustri del suo reggimento increbbe a moltissimi, e anzitutto ad alcuni signori romani di alto lignaggio, che lo accusarono di ambizione alla gelosa imperadrice Sofia, la quale, per la idiotaggine del consorte, reggeva da sola l’impero. Costei, dando fede alle loro calunnie, richiamò dall’Italia Narsete, e propose in suo luogo Longino col titolo di Esarca. Ed ’è fama che, immemore delle vittorie d’un sì illustre guerriero, aggiungesse alla ingiustizia anche il sarcasmo, col mandargli a dire che si ritraesse in corte per intendere alla distribuzione delle lane alle fanciulle del gineceo, alludendo con ciò alla sua condizione di eunuco. E si dice che Narsete le avesse risposto che intendeva imprendere siffatta tela da cui nè ella, nè Timbelle suo marito avrebbero potuto distrigarsi.
Narsete allora lasciò Benevento, ma prima, coi tanti marmi e colonne rinvenute tra le macerie della città, eresse un mirabile tempio alla Vergine, col pavimento di mosaico alla greca, e dopo essersi soffermato breve tempo in Napoli, si recò di mal animo in Roma, in cui ingrossavano sempre di più i suoi nemici. Ma non andò molto che ivi chiuse i suoi giorni, dopo che tenne sedici anni pei greci l’Italia; la quale fu poco dopo invasa dai longobardi.
É opinione di molti che Narsete, a trar vendetta dell’imperadrice Sofia, che gli sostituì Longino nel governo d’Italia, avesse eccitato i longobardi a invadere l’Italia, e gli danno per ciò biasimo e mala voce.
Ma siffatta opinione non è seguita dai più sagaci scrittori, nè è avvalorata da prova alcuna, e io credo che non sia lecito per semplici congetture detrarre alla fama di quel grande colPammettere che avesse istigato Alboino alla impresa d’Italia. E questi d’altra parte, dopo gli esempi di Alarico, di Odoacre e di Teodorico, non avea d’uopo d’incitamenti di sorta per tentare la conquista d’Italia.
Alboino re dei longobardi, dopo di aver soggiogato i Gepidi, popolo confinante, e trucidato il loro re Cunimondo, avido di nuove imprese, si mosse alla volta d’Italia con un esercito assai numeroso, e cedette ai Sàssoni la Pannonia con questo che l’avrebbero renduta se l’impresa andasse fallita.
In tal modo i longobardi valicarono le alpi carniche, prorompendo la seconda volta nell’Italia sull’aprile del 568, e Alboino dopo aver corso da vincitore tutta l’Italia superiore fino a Milano, dove fu gridato dall’esercito re d’Italia, si accinse ad espugnare Pavia. E poiché l’assedio di questa città si protraeva a lungo, lo sue genti dopo avere occupato la loscana e Spoleto penetrarono benanche nelle provincie dell Italia meridionale, e non potendo nutrire lusinga di occupare le città littorali, guernite di presidi i greci, presero stanza nelle contrade più mediterranee, e per la opportunità del sito elessero a metropoli Benevento.
In quel tempo, dopo tre’ anni di assedio, Pavia si arrese per fame, ed Alboino la fece metropoli del regno dei longobardi. Ma dopo la morte di Alboino, la nobiltà longobarda, mossa dall’antico amore per la libertà, prepose 36 duchi al governo dei 36 staterelli, in cui fu divisa la parte superiore e media dell’Italia da essi signoreggiata.
Si è assai disputato intorno al tempo in cui i longobardi fondarono il ducato di Benevento. E rispetto a ciò credo conveniente di accennare alle diverse opinioni degli scrittori.
Il primo a trattare un tale argomento fu , scrittore greco, il quale pretende che Narsete accolse i longobardi con tutte le famiglie in Benevento, e ritiene che, rifiutandosi i cittadini di ammetterli nella città, edificassero presso Benevento una piccola città che chiamarono città nuova, e che, in seguito, espugnata Benevento, ne avessero uccisi tutti gli abitanti. His audiiis a Narsete qui eos ad Italiani invitabat, persuasi Longobardi cum familiis Beneventum venerunt; (de admirat. Imper. cap. 27).
Or se ciò si potesse ammettere, la venuta dei longobardi in Italia sarebbe accaduta nell’anno 567 in cui mori Narsete.
Il secondo scrittore che tratta una tale questione è l’autore ignoto della cronaca pubblicata da Camillo Pellegrino, nella quale si afferma che il ducato di Benevento ebbe principio sotto il dominio di Zottone; e Scipione Ammirato, accogliendo questa opinione, aggiunge che Zottone assunse il governo di Benevento nell’anno 533.
invece sostiene che il ducato di Benevento fosse fondato nell’interregno dei 36 duchi — che egli limita a 30 — i quali ressero per 10 anni il regno dei longobardi, e questa opinione è anche confermata dal Collenuccio.
, omettendo qualsiasi data, attesta che il primo duca di Benevento ebbe nome Zottone, e il nostro concittadino Alfonso de Biasio, attenendosi alla opinione di , e di qualche scrittore suo coetaneo prese a dimostrare che Zottone tenne il governo di Benevento nell’anno 571.
Ed io aggiungo a questo proposito che siffatta opinione vedesi ribadita dai più reputati storici moderni tanto italiani che stranieri, i quali tutti mirano a stabilire essere per lo meno assai probabile che nell’anno 571 ebbe cominciamento il celebre e potentissimo ducato di Benevento.
Dei costumi poi, delle usanze e delle leggi dei longobardi, senza ripetere ciò che si legge in tanti autori, mi limiterò unicamente ad esporre quella parte che giudico indispensabile a ben vagliare i fatti che si compirono in Benevento durante il lungo periodo della Signoria longobarda.
I longobardi, nativi della Scandinavia, e in origine denominati Vinnuli, nome che mutarono appena posero stanza in Germania, parvero singolari tra gli altri popoli confinanti, per l’usanza di non tosare le chiome e per le lunghe barbe, donde prese origine il nome di longobardi. Essi ebbero fama di strenui guerrieri dai più antichi tempi poiché, quantunque pochi di numero, serbarono sempre inviolata la libertà tra gli altri popoli germani. E, allorché volse in basso la fortuna dell’impero romano, furono reputati i più prodi uomini di guerra che fossero al mondo, e anteposti ai medesimi Goti. Essi usavano in guerra la spada, l’arco e la lancia, e nel maneggio di questa anzitutto aveano singolare perizia e maestria.
Per ciò che concerne la lingua, i longobardi adoperarono lungamente in Italia il loro nativo idioma, finché non gli sostituirono la lingua latina che era parlata, benché corrottamente, da tutti i popoli indigeni dell’Italia. I longobardi avanzarono ogni altro popolo nella gelosia per le donne, ed ebbero in sommo pregio la loro onestà.
L’idea della vendetta assumeva per essi un carattere sacro, e si trasmetteva dai padri ai figli per più generazioni, come ai nostri giorni si avvera nei popoli slavi; e si reputava infame chi, potendo, non si curasse di trarre vendetta di qualsiasi ingiusta offesa. Nelle cause criminali adottarono l’usanza dei così detti Giudizii di Dio, i quali per le persone civili consistevano nei duelli, la cui origine è a riferirsi appunto ai longobardi, e per il volgo nel trapassare illeso sui roghi ardenti, o nel tuffare il braccio nelh acqua bollente, poiché ritenevano nella loro superstizione che la divinità, mediante un prodigio, solesse appalesare in tali giudizii il vero colpevole. In quanto poi alla religione i longobardi furono nei primi tempi idolatri, ma in seguito i più di essi abbracciarono la religione dei vinti, salvo quelli che seguirono le dottrine di Ario. Nè si mostrarono tiepidi nel professare il culto cattolico, poiché eressero numerosi tempii, e sondarono monasteri con lauto censo, come afferma l’ nell’. Inoltre la nazione longobarda fu devota in guisa del celebre S. Benedetto da edificare nella sola Benevento ben dodici monasteri di monaci e monache benedettine, e tutti d’ampii e ricchi poderi dotati; oltreché alla stessa smisurata opulenza della Badia di Montecassino contribuirono non poco varii principi di Benevento, e i popoli sottoposti alla loro dominazione. Ma il zelo per la fede cattolica si misura dalla loro venerazione per le reliquie dei santi, poiché rilevasi da scritture autentiche che Arechi principe di Benevento trasferì quivi dalla Grecia diversi corpi di santi, per farne bello il tempio di S. Sofia, e il suo esempio fu imitato dai suoi successori, i quali si diedero vanto di fregiare di reliquie la stessa reggia ducale.
Ma quali erano le condizioni dei beneventani durante la signoria dei longobardi? Eransi questi fusi con gl’indigeni in guisa da costituire un popolo solo, o è a credere non esservi mai stata tra essi una medesimezza di lingua, costumi, leggi e religione? e che non mai mescolaronsi coi matrimonii alle famiglie dei vinti?
Si ritenne un tempo che i longobardi, a guisa di bufera, sovvertirono tutto l’antico ordine di cose, abolendo le leggi e gli ordinamenti romani, nonché ogni reliquia di libertà civile. Ma quando il ebbe dimostrato che i longobardi conservarono il reggimento municipale romano, e concessero agli italiani l’uso della legge romana, allora cominciò a diradarsi la tenebra di quei tempi oscuri, e si chiarì che non erano i longobardi nè barbari nè ignari dei beneficii della civiltà.
Dopo di ciò cominciò a discutersi tra gli scrittori l’importante quistione se maggiori vantaggi sarebbero derivati all’Italia col venire interamente in balla dei longobardi. E a risolverla si accinse il sovrano ingegno del col suo famoso Discorso su alcuni punti della storia longobardica in Italia; col quale inaugurò quella scuola storica neoguelfa che ebbe assai illustri seguaci, tra i quali , e altri grandi, e che non poco contribuì ai rivolgimenti politici del 1848. Ma in generale gli storici ed eruditi, si divisero, rispetto a una tale opinione, in due campi opposti. Molti tra i quali il , il , il , lo , lo , il , e ultimamente il e il opinano che i vinti romani non furono ridotti in servitù, e che perdurarono a usare i loro dritti; ma per lo contrario il , il e qualche altro scrittore sostennero che i longobardi non concessero agli italiani alcun dritto civile, e che li privarono di tutti i loro possedimenti.
Io però, con la debita riverenza a questi due solenni scrittori, mi attengo alla contraria opinione, non solo perchè è abbracciata dal maggior numero dei moderni eruditi, ma sì veramente perchè è sostenuta da prove che io stimo irrefragrabili, e a cui non è cosa agevole il contraddire.
Inoltre la istoria dei longobardi in Italia fu testé illustrata dalla pubblicazione codex legum longobardarum dato in luce dai monaci benedettini della Trinità della Cava nel napoletano, il quale non contiene unicamente le leggi dei longobardi propriamente dette, ma quelle altresì di Arechi e di Adelchi, principi di Benevento, nonché il patto o giuramento di Giovanni duca di Napoli, le quali leggi costituiscono la prima parte del codice longobardo; e la seconda parte consta dei capitolari dei primi quattro monarchi della stirpe Carolingia che ebbero il governo d’Italia, cioè Carlo Magno, Pipino, Ludovico il Pio e Lotario.
Or tutte queste leggi informate ai principii d’una nascente civiltà, ed eque ed umane più che non davano i tempi, fan chiara testimonianza che i longobardi non tennero i vinti a modo di schiavi. E però assai bene a proposito scriveva il Settembrini: «I longobardi, dopo più secoli avevano già comune con gli italiani la religione, la lingua, i costumi, e avevano fatto un regno d’Italia. Il Manzoni vuol di- mostrare che i longobardi non si erano mescolati con gli italiani, dimenticando che erano Ariani, e si fecero cattolici, dimenticando che le loro leggi sono scritte in latino, e che della loro lingua non rimane alcun documento, e dimenticando che religione e lingua comune sono segno non pure di mescolamento, ma d’intera fusione di popoli».
Ma se poi, premessi questi rapidi cenni generali sulle leggi, costumi, ordinamenti civili e religione dei longobardi, prenderemo a disaminare minutamente a qual sistema si attennero i longobardi nel governo di Benevento, e le loro intime attinenze coi vinti, sempre più ci convinceremo che col volgere del tempo indigeni e conquistatori non costituirono nel ducato di Benevento che un popolo solo.
Il ducato di Benevento fu retto sempre a repubblica aristocratica. Il sistema militare sul quale era sondato il governo dei longobardi contribuì non poco alla divisione dei terreni che ebbe luogo nel ducato di Benevento. Tutti coloro ai quali furono dispensati beni sondi, sia che fossero ottimati, sia ingenui, erano astretti a proprie spese ad impugnare le armi per la comune difesa, quando stringeva il bisogno. La dignità ducale era elettiva, e nel conferirla consisteva la principale delle attribuzioni della generale Dieta ducale, a cui prendean parte i Conti, i Castaldi e tutto il popolo.
I longobardi, vogliosi oltremodo di estendere il loro dominio, e di raddoppiare la popolazione in tutte le contrade ove presero stanza, ammisero per principio di assegnare anche agli stranieri una parte dei terreni conquistati, e perciò intesero sempre a impedire a tutt’uomo la migrazione. E a riuscire nel loro intento usarono grande umanità coi servi, ai quali concedeasi di farsi mariti, e di possedere un loro particolare peculio. E in prova della loro benignità coi servi, basterebbe rammentare la legge per la quale al padrone che avea fatto sconciare una serva incombeva l’obbligo di pagare tre soldi d’oro. E per tal modo all’antica servitù domestica, che apportò tanto biasimo e vitupero ai greci e ai romani fu sostituita la servitù della gleba.
I longobardi non erano avidi di schiavi, come altri popoli antichi, ma sibbene di terre e di coloni, e reputarono turpe il celibato. Però all’ingenuo non era dato di menare a sposa la libertina, nè al nobile la donna di volgare lignaggio. Era tra essi consentito il concubinato con ciò che non era lecito possedere moglie e concubina.
In quanto riguarda il dritto civile, ogni cittadino poteva essere giudicato dalle leggi della sua nazione, o da quelle del suo padrone se meglio gli talentasse; e si adottavano savii temperamenti, acciocchè la giustizia fosse resa con imparzialità. Le pene erano sottosopra tutte pecuniarie, e non si concedeva ad alcuno di potersi avvalere dell’opera di avvocati e procuratori; per cui ciascuno trattava da sè la propria causa, purchè non fosse stato del tutto ignaro dell’arte del dire, e inabile a produrre in giudizio le proprie ragioni. La procedura constava di formoli brevi, semplici e chiare, e una gran parte delle azioni civili e criminali era riposta nell’accertare i fatti, e nei casi più dubbii si ricorreva ai giudizii di Dio, come il mezzo più acconcio a venire in chiaro della verità.
Per rispetto al dritto di successione, niun fratello potea vantaggiare le sue cose in danno degli altri, poichè era legge impreteribile che le parti disponibili d’un’eredità esser doveano affatto uguali. Le donne soggiacevano ad una perpetua tutela, vuoi del padre, o d’un prossimo congiunto, vuoi del consorte; nè senza il loro consenso erano ammesse a contrattare. Le leggi infine si promulgarono col consentimento dei grandi del regno, ed il celebre leva al cielo il sistema con cui erano esaminate e discusse.
Egli è noto che tutti i popoli barbari, che inondarono l’Italia, non ebbero in pregio che le sole armi, e le riteneano per unico sostegno degli stati, sicchè per questo le loro istituzioni non potettero allignare, e ai reami da essi sondati con la forza non arrise un durevole avvenire. Ma sebbene anche i longobardi, nei primi anni della loro signoria in Italia, avessero in ciò seguito l’esempio degli al- tri invasori, pur tuttavia nel ducato di Benevento, o perchè scaltriti dalla esperienza, o perchè i loro primitivi costumi si vennero man mano trasformando, attesero con ardore alle arti del governo civile, e coltivarono con una certa predilezione la filosofia, l’istoria, e anzitutto la poesia. E de11 amore che posero a quest’arte fa luminosa prova la sterminata congerie dei versi latini, o intagliati nei marmi, o scolpiti nelle pareti dei loro palagi, come che rozzi, e rispondenti alla qualità dei tempi. E anzi si ha dalle istorie che i longobardi in questo non badarono a spese attirando in Benevento da remote contrade, con la lusinga di lauti stipendii, uomini non digiuni di lettere, e in fama di dotti. Laonde in quei secoli di ferro, in cui per le incursioni delle orde barbariche, la lingua latina era tanto scaduta dalla sua primitiva purezza, era adoperata nel ducato di Benevento meno rozzamente che altrove. E ciò si rileva agevolmente coll istituire un paragone tra diverse antiche epigrafi incise ne’ sepolcri dei principi di Benevento, e varii diplomi autentici degli stessi con le scritture longobarde rinvenute in Napoli e in altre città d’Italia. Ed è bene si sappia che 1 idioma latino era a quei tempi comunemente usato dai beneventani, e che i longobardi, quantunque l’adoperassero con frequenza, non trasandarono però per lungo volgere di anni di far uso altresì del loro nativo linguaggio.
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The end
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