Front matter
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I.
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Camilla picchiò all’uscio, mentre i genitori stavano per andare a letto, e disse:
— Elena è fuggita.
Don Liborio rimase collo stivaletto in mano, sbalordito. Poscia andò ad aprire zoppicando, pallido come un morto.
La figliuola, colla sua voce calma di ragazza clorotica, ripetè tranquillamente:
— L’ho cercata dappertutto. Non c’è più.
Allora la mamma si rizzò a sedere sul letto, e cominciò a strillare: — M’hanno rubata mia figlia! m’hanno rubata mia figlia! — Taci! le disse suo marito. Non gridare così, chè i vicini sentono!
Il pover’uomo, tutto sottosopra, ancora mezzo scalzo, colla camicia che gli si gonfiava al pari di una gobba fra la croce degli straccali, andò ad accendere un’altra candela; ma non ci riusciva, tanto gli tremavano le mani. Poi si misero insieme a cercar per la casa, come se l’Elena stesse giuocando a rimpiatterello.
Quando don Liborio rientrò nella camera nuziale era più pallido della sua camicia, e i capelli gli piangevano di qua e di là del cranio nudo. Egli posò il candeliere sul tavolino da notte, e rimase colle braccia ciondoloni, di faccia a sua moglie seduta sul letto come una chioccia.
Donn’Anna ricominciò a guaire: — Perchè non correte? Siete ancora qui? M’hanno rubata mia figlia Elena!
Don Liborio andava raccattando i panni per la stanza, correndo all’impazzata su e giù, urtando nelle seggiole e nel cassettone, brancicando fra le sottane della moglie affagottate sul canapè. Camilla l’aiutava ad insaccarsi nel vestito, gli assettava la camicia sulle spalle, gli correva dietro col cappello e la mazza in mano. Donn’Anna, accosciata sul letto, seguitava ad inveire. — È stato Cesare! Bisogna andare dal Commissario, e dirgli che Cesare ci ha rubata la figliuola, e andrà in galera se non la sposa!
Continuando a gemere e a lamentarsi infilò una gonnella, si buttò uno scialletto sulle spalle, e si diede a frugare per le stanze anche lei, tirandosi dietro la Camilla col lume, mentre suo marito scendeva le scale barcollando. Ella rovistava in tutti i cassetti, buttando in aria ogni cosa, tastando in fondo colle mani i fazzoletti di seta ad uno ad uno, passando in rivista gli astucci degli oggetti d’oro, spalancando gli sportelli degli armadi che mostravano pendenti le spoglie inerti di Elena, gli stivalini messi in fila sotto, quasi volessero dire che i piedi di lei battevano a quell’ora la campagna. Infine, più tranquilla, andò a sedere al solito posto, davanti al tavolino della briscola, e diede sfogo alle lagrime. Camilla impalata sulla seggiola di faccia a lei, colle braccia sotto il seno e il viso dilavato, non apriva bocca. Dopo un pezzetto, vedendo che la mamma stava a sfogarsi da sola, cercò pian pianino il refe e la spoletta nel cestino, e si mise a far la trina cheta cheta, senza alzare gli occhi. In tutto il quartiere di Foria non si udiva che il tic-tac dell’orologio, in un angolo buio della stanza, di là del cerchio luminoso che la ventola spandeva sul lembo della sottana di donn’Anna e sulle mani color di cera della figliuola.
All’improvviso il gatto si mise a miagolare sottovoce, nel vano nero dell’anticamera, guardando il lume insolito cogli occhi luccicanti, e donn’Anna che s’era appisolata, si destò con un sospiro.
— Il babbo tarda molto a venire, disse allora Camilla.
Sua madre sgranò gli occhi del tutto, e rispose colla voce rauca:
— Pover’uomo!
Finalmente si udì tornare il pover’uomo, strascicando i passi nella via. Appena entrato si lasciò andare sul canapè, quasi avesse le gambe rotte, disfatto, col cappello in testa e il bastone fra le mani. E come le donne lo interrogarono ansiose, si mise in collera per darsi animo.
— Che volete adesso? Avete perso la mula, e andate cercando la cavezza? Mi hanno riso in faccia quando hanno sentito che il rapitore è più giovane di mia figlia. Capite, donn’Anna? Al giorno d’oggi non c’è polizia, nè giustizia, nè niente! Capite? Se la serva vi ruba le posate, dovete produrre i testimonii. Se uno vi ruba la figliuola, dovete dichiarare quanti anni ella abbia!
— Non han portato via nulla; rispose donn’Anna tuttora assonnata. Ho passato in rivista anche le posate.
— Hanno portato via il nostro onore, donna Anna! tuonò allora il marito rizzandosi in piedi, e picchiando della mazza sul pavimento. Hanno vituperato i nostri capelli bianchi!
E si mise ad andare su e giù per la stanza, come un leone. Donn’Anna, dinanzi a quella collera straordinaria, si rimpiccioliva nello scialletto. Infine disse:
— Io ho pianto tanto! Domandatene a Camilla.
Don Liborio, trovandosi di faccia alla figliuola, la quale alzava il naso dalla trina per far la testimonianza, le prese il capo fra le braccia, e se lo strinse al petto, dicendo che quella era la sua diletta, e non aveva altre figlie oramai. Poscia andò a pigliare la fotografia di Elena, messa in una cornicetta di velluto, e la voltò colla faccia contro il muro.
— Così! esclamò. Io non ho più figlia! Mia figlia è morta!
A quelle parole, per la prima volta il pover’uomo scoppiò a piangere davanti al rovescio bianco del quadretto che gli voltava le spalle. Le lagrime erano commoventi su quella faccia da ritratto antico, posata gravemente sulla barba a collana di padre di famiglia e di vice-segretario giubilato; sicchè la Camilla istessa adagio adagio trasse il fazzoletto di tasca, e si soffiò il naso; donna Anna scacciò il gatto che le si era accovacciato in grembo, e successe un silenzio funebre. In quella stanza muta tutto parlava ancora di Elena, la quale l’aveva piantata come aveva voltate le spalle nel ritratto: le copertine all’uncinetto che decoravano le spalliere venerande delle poltrone floscie; i fiori di carta, inalterabilmente petulanti, sugli stipi e sulle cantoniere senza pretese, senza stile, senza età e senza vernice; i vetri del balcone dipinti come una finestra di chiesa. — Ha le fate nelle mani quella ragazza! — soleva dire donn’ Anna allorchè passava in rivista le virtù della figlia dinanzi alle nuove conoscenze; e aggiungeva che le due ragazze erano pratiche altresì di tutti quei lavori più intimi e modesti che deve conoscere una buona madre di famiglia. Su ogni mobile c’erano dei ninnoli graziosi che Cesare aveva regalati ad Elena; sul tavolino i libri e i giornali che solevano leggere insieme; in un canto aspettava l’ultima pennellata un acquerello rappresentante una cascata argentina, fra due rocce color tanè, sotto un cielo oltremare, che due viandanti, maschio e femmina, osservavano dall’alto della rupe, tenendosi per mano, quasi avessero voluto fare il salto di Leucade; e fra i due usci si allungava il pianoforte che era costato degli anni di privazioni al povero genitore. Egli si faceva forza per aggrottare le ciglia guardando ad uno ad uno quegli oggetti, e si soffiava il naso furiosamente.
— La colpa è tutta nostra, donn’Anna! riprese infine battendosi la fronte col palmo della mano. L’abbiamo educata come una principessa! come se avesse dovuto sposare un re di corona! la figlia di un povero cancelliere di tribunale!..
Allora donn’Anna, seccata dal freddo e dal sonno, perse la pazienza.
— Voi non sapete come vanno queste cose! In giornata le ragazze se non sono bene educate non si maritano, quando non hanno dote.
— Vedete, come si maritano! proruppe don Liborio. Ecco come si maritano! Rendendovi la favola di Napoli! gettando il disonore sui vostri capelli bianchi.
Donn’Anna stavolta si passò la mano sui capelli neri come scarpe nuove, e si mise a brontolare fra i denti.
— Mamma! osservò timidamente Camilla.
— Infine, purchè si mariti! disse la mamma. Alla morte solo non c’è rimedio. E questa non è la prima, nè l’ultima....
Ma don Liborio si alzò inferocito, colle mani in aria, dalle quali penzolava il bastone, gridando:
— Mai! sentite, donn’Anna? Giammai!
— Cosa vuol dire questa parolaccia! strillò allora donn’Anna levando anche lei le mani e la voce. — Volete che vostra figlia non si mariti? Volete lasciarla nel peccato? Siete cristiano sì o no stasera? — E se ne andò infuriata a cacciarsi in letto, battendogli l’uscio in faccia. Però il marito, senza darle retta, s’era calcato il cappello in testa, e s’era rimesso a sedere col bastone fra le gambe, girando tristamente i pollici, e guardando intorno in quella stanza dove soleva passare le serate tranquille, giuocando a briscola con donn’Anna, seduto in mezzo alle figliuole, di cui l’una cercava le sciarade con Cesare, mentre l’altra ricamava al fianco del cugino Roberto, che doveva sempre sposarla da anni ed anni, e le contava i punti del canovaccio, cogli occhi fissi sulle mani di lei, senza dire una parola. A quel ricordo il genitore intenerito fissò gli occhi su di Camilla, e uscì a dire:
— Roberto sì che è un galantuomo!
Camilla sorpresa levò il capo, e guardò il padre un istante indecisa. Poscia non trovando che dire, tornò a chinare gli occhi sulla trina.
— Roberto non mi avrebbe fatto un tiro di quella fatta! seguitò don Liborio. Cesare non me l’avrebbe dovuto fare nemmen lui un simile affronto! Non era accolto come un figliuolo in casa nostra? Non gli volevamo bene tutti? Che gli mancava? Avrebbe dovuto aspettare che i suoi parenti si fossero persuasi a dir di sì, come tuo cugino, un anno, due anni, dieci anni se bisognava!
— Cosa gli andate contando a quella ragazza? gli rimbeccò la moglie dall’altra stanza. — Che avete perso il giudizio stasera? Venite a letto piuttosto, se no domani sarete malato.
— No! rispose don Liborio con fermezza. No, non m’importa di morire!
Di faccia a lui, in mezzo a tutta una parete di parenti e di amici in fotografia, rilegati in cornicette di cartapesta, c’era il ritratto di Cesare più grande degli altri, col collo preso fra due rigidi solini, che nondimeno sorrideva sempre graziosamente. Don Liborio si sentiva insultato da quel sorriso, ma non poteva staccarne gli occhi, e si sfogava apostrofando il ritratto, rimproverandogli la cornicetta dorata che lo faceva po- sare come un re in mezzo a tutti quegli altri ritratti più modesti. Così egli era stato accolto in quella casa confidente e ospitale a braccia aperte, come un beniamino, come un figliuolo; babbo e mamma s’erano abituati a non pensare ad Elena, a non far dei progetti per l’avvenire della figliuola, senza accomunarla al giovane avvocato. E costui li aveva ricompensati rubando loro la ragazza! Il povero genitore, stanco di brontolare e di mulinare col cervello, gemeva di tanto in tanto: Tradimento! tradimento! come un uomo preso fra le tanaglie del dentista.
— Camilla! tornò a dire dal letto donna Anna che non poteva conciliar sonno a quel miagolìo. Tuo padre domani sarà malato. Non senti che freddo? Fallo andare a letto.
Camilla si levò, avvolse accuratamente il bigherino nella spoletta, lo fermò con uno spillo, ripose il batufoletto nel cestino, infine venne a piantarsi davanti al babbo, col candeliere in mano, fissandogli in faccia tran- quillamente gli occhi grigi. Don Liborio, continuando a brontolare: — No! lasciatemi crepare! seguì la figliuola in camera, picchiando un’ultima volta colla mazza sul pavimento prima di deporla al solito posto dietro l’uscio. Camilla dopo che gli ebbe preparato in silenzio la camicia e il berretto da notte sulla sponda del letto, e le pantofole dinanzi la poltrona, gli baciò la mano, andò a baciare la mano alla mamma, come le altre sere, e stava per andarsene, quando il padre le buttò le braccia al collo un’altra volta, per lamentarsi che gli restava quella sola, la sua Camilla. Essa lasciò sfogare il babbo, si rassettò i capelli, prese il lume, e se ne andò chetamente, chiudendosi dietro l’uscio perchè non entrasse il gatto.
Il letto di Elena era tuttora preparato per la notte, di faccia al suo, nella medesima cameretta bianca ornata di immagini di santi in tappezzeria colle teste e le mani di cartapecora in rilievo. Camilla disfece la rimboccatura, stese sul letto della sorella la coperta di lana a fiori, si acconciò i capelli quasi senza guardarsi nello specchio, messo fra due cortine, su di un tavolinetto ornato di mussolina trasparente, e cominciò a spogliarsi lentamente, fissando il letto vuoto della sorella, restando assorta di tanto in tanto ad accarezzarsi le braccia pallide e un po’ magre.
Don Liborio dal canto suo non poteva risolversi ad andare a letto; e seguitava a passeggiare su e giù, in maniche di camicia e col berretto da notte in capo, ficcando le dita ogni cinque minuti nella tabacchiera. Sua moglie gemeva sotto le coperte: — Io mi sento malata! Domani chiamatemi il medico, per carità!
Il buon’uomo allora si fermò dinanzi alla consorte, che gli mostrava un occhio malinconico di sotto le lenzuola, preso da una specie di singhiozzo che gli comprimeva la pancia dentro i calzoni fin sotto alle ascelle, scuotendo tristamente il fiocco del berretto di cotone. — Quell’assassino ci farà morir tutti! osservò infine. E tirò una presa per ricacciare indietro le lagrime.
— Sicuro che morremo tutti, se vi strapazzate così la salute! Adesso non abbiamo fatto tutto ciò che si poteva? Domani si penserà al resto. Ma se vi allettate voi, vedrete che bel costrutto! Vuol dire che non ve ne importa niente di vostra moglie, e dell’altra figlia che vi rimane!...
Don Liborio, vinto, cominciò a spogliarsi, con degli ohi! ad ogni movimento che faceva, seguitando a dondolare il capo amaramente. Poi mise la tabacchiera sotto il guanciale, e si cacciò fra le coperte in fretta e in furia, bofonchiando degli ohi! su di un altro tono, e rimase immobile, naso a naso colla moglie, cogli occhi chiusi, e la faccia lunga sotto il berretto da notte. Donn’Anna sperando che fosse finita per quella sera soffiò sulla candela.
Ma il marito dopo un pezzetto sospirò:
— Dove sarà adesso quella disgraziata?
Donn’Anna non fiatò. Però da lì a poco soggiunse:
— Quel giovane ha il fatto suo; ha preso la laurea d’avvocato, e non le farà mancare nulla a sua moglie. — Il dispiacere l’abbiamo avuto — riprese dopo un altro breve silenzio. — Ma quando vedremo nostra figlia ben situata ci consoleremo.
Don Liborio colla testa sprofondata nel guanciale, preso dal tepore del letto, non ebbe animo di protestare altrimenti che con un grosso sospiro. E sua moglie conchiuse:
— Guardate! Giacchè il dispiacere bisognava averlo, quasi quasi vorrei che fosse fuggita anche la Camilla.
— Roberto è un galantuomo! tornò allora a dire don Liborio riaprendo gli occhi torvi. Roberto non te l’avrebbe fatta una bricconata simile, dovesse aspettare dieci anni!
— Sì! non ve l’ha fatta perchè non l’hanno avanzato nell’impiego. Vorrei vedere che pensasse di farmela quando non ha di che mantenere la moglie!
Don Liborio voleva protestare, rispondere qualche cosa, per non sembrare che si arren- desse. Ma sua moglie stavolta gli diede sulla voce.
— Ora dormite, che ne parleremo domattina.
E fece cigolare il letto, col voltargli la schiena.
II.
Elena intanto, a braccetto di Cesare, andava bussando di porta in porta, dagli amici e dai parenti, in cerca di asilo. Dopo che sua zia donn’Orsola aveva rifiutato di riceverla, sotto pretesto di non guastarsi con donna Anna, i due amanti si erano persi d’animo.
Si trovarono di nuovo nella strada, a capo chino, incerti sul da fare, sgomenti. Elena aveva suggerito di andare a chiedere ospitalità alla madre di Roberto, un’altra parente lontana di don Liborio. Ma Roberto era corso a casa mezz’ora prima a dar l’allarme, e sua madre perciò aveva avuto il tempo di non esser colta alla sprovvista, e ricevette i profughi nell’anticamera, col candeliere in mano, e le ciglia in arco, fingendo di farsi la croce dalla sorpresa, protestando che non poteva alloggiare una ragazza, in coscienza, col figlio giovane che aveva in casa. Il vicinato avrebbe mormorato. Ella era molto scrupolosa su certe cose delicate. Il suo confessore era il padre Mansueto dei Cappuccini, il quale non era di manica larga. Roberto ascoltava dietro l’uscio. Elena un po’ pallida, col mento leggermente convulso dall’emozione, chinava il capo, e tirava pel braccio Cesare, il quale cercava di insistere balbettando, col cappello in mano, quasi chiedesse l’elemosina, evitando gli occhietti acuti della sua interlocutrice. Costei, quando li udì sgattaiolare tastoni per le scale al buio, mise un sospirone, e disse al figliuolo, che allungava il capo dall’uscio:
— Finalmente! se ne sono andati!
— Ci mancava quest’altra! osservò Roberto. Ho avuto buon naso, ho fatto bene a prevenirvene. Chi sa quando si sarebbe aggiustato il matrimonio. E intanto ci toccava mantenere la ragazza!
Mentre scendevano le scale, annientati, Elena si rammentò che al secondo piano ci stava una vedova, la quale passava per ricca, e andava a far la calza ogni sera dalla mamma di Roberto, dove si erano prese di una grande amicizia con donn’Anna. Cesare non seppe che dire, e tornarono a far le scale. La vedova era presente allorchè Roberto trafelato era giunto a portar la notizia, ed era fuggita, dimenticando persino la borsa coi gomitoli, a chiudersi in casa, raccomandando alla sua donna di non aprire a nessuno, se venivano, e rispondere che la padrona non era in casa. Pareva che il cuore le parlasse, e come udì il campanello esclamò senz’altro:
— Eccoli!
La donna dal buco della serratura rispondeva che la padrona era uscita, e come Cesare, sorpreso dallo incredibile avvenimento, tornava a insistere, supponeva un equivoco, domandava se sarebbe stata molto a tornare, ella suggerì:
— Di’ che sono in letto ammalata. Di’ che ho la terzana!
I due amanti volsero le spalle senza aggiungere altro, e sotto la porta si consultarono sul partito da prendere. Mezzanotte suonava lì vicino. Uno spiraglio di luce penetrava dall’uscio di un panattiere che dava nel cortile, e si udiva l’abburattare del frullone. Un cane chiuso nel magazzino della legna si mise ad abbaiare.
Cesare, senza dir nulla, abbracciò stretta la ragazza. Ella si svincolò dolcemente. Non si vedeva che la sua forma indistinta nell’oscurità, tutta vestita di nero, col velo sul viso. Poi disse: — Usciamo di qua.
— Dove andremo?
— Non lo so.
La strada era deserta e sonora pel primo freddo d’autunno, fiancheggiata a lunghi intervalli da fanali a gas che mettevano una striscia luminosa nelle vie laterali. Nelle fac- ciate oscure delle case si apriva di tratto in tratto qualche finestra illuminata, silenziosa. Da lontano si udiva ancora il rumore delle carrozze nelle vie più frequentate.
Elena taceva; quando passavano sotto un fanale, si vedeva la punta dei suoi stivalini sotto il lembo della veste che teneva raccolta e un po’ sollevata da un lato colla mano destra. Cesare con voce esitante, le chiese:
— Mi ami sempre?
Ella gli strinse il braccio silenziosamente. Due questurini passarono rasente al muro, colle mani nelle tasche del cappotto.
Il giovane scoraggiato, a secco di risorse, balbettò:
— Andiamo a casa mia?
— No! diss’ella risolutamente.
Egli la guardava in silenzio, timidamente, quasi per chiederle se fosse già pentita. Elena, come gli leggesse negli occhi, riprese:
— T’amo sempre! Tornerei a fare quello che ho fatto per essere tua!
Egli voleva prenderle la testa fra le mani, con un bacio casto da fratello. Ma Elena lo respinse, mettendogli le mani sul petto, senz’aprir bocca. Solo di tratto in tratto gli si stringeva al braccio, camminandogli allato. Cesare non sapeva dove la conducesse, con una gran confusione nella mente, e il cuore che gli martellava. Elena teneva il mento sul petto. Tutto a un tratto si trovarono in via del Duomo. Cesare chiese infine:
— Dove andiamo?
— Da tuo zio don Luigi.
Il giovane si fermò su due piedi. Elena soggiunse:
— Lo so, tuo zio mi è ostile, ma non mi lascerà in mezzo alla strada. Vedrai.
Cesare voleva obbiettare che suo zio era severo ed inflessibile, e che egli non andava più a fargli visita dacchè aveva ricevuto una certa ramanzina a proposito della sua assiduità in casa dell’Elena.
— Tanto meglio! ribattè costei. Vuol dire che sa tutto! Una volta o l’altra bisognava pure far la pace con tuo zio, che è ricco. Vedrai che ti perdonerà.
Sulla via larga e buia luccicavano una miriade di stelle, nel cielo profondo e freddo. Elena le fece osservare all’amante, posandogli la testa sull’omero, col bel viso bianco rivolto verso il cielo.
Cesare picchiò risolutamente.
Lo zio Luigi non teneva domestici, dicendo che eran nemici salariati, e venne ad aprire in persona, tutto rabbuffato, pallido di freddo e di ansietà per quella visita notturna, cercando dieci minuti colla chiave prima di trovare il buco della toppa. Egli rimase attonito davanti al gruppo che gli si presentò appena aperto l’uscio.
Elena gli si buttò ai piedi, piangendo, chiamandolo caro zio.
Lo zio non ebbe bisogno di chiedere altro. Egli andava cercando dove posare il lume, tanto era turbato. Infine si sfogò contro di Cesare, dandogli dello scapestrato, dicendogli che era la rovina della famiglia, che sarebbe stato causa della morte di sua madre, che pensava a maritarsi senza sapere ancora nè leggere nè scrivere, e senza aver pane da mangiare. — Per conto suo, padrone! Il poco che aveva bastava appena a lui e a sua moglie! — Elena col bel viso in lagrime, gli teneva le mani, scongiurandolo di non lasciarla in mezzo alla strada. Infine lo zio sentì piegarsi le gambe strette fra le braccia di quella bella ragazza, riabbottonò sulla camicia scomposta il vecchio paletò che gli serviva da veste da camera, e finì col borbottare:
— Quanto a voi, restate pur qui, se volete, giacchè avete fatto la frittata. Non posso lasciarvi in mezzo alla strada! Mia moglie vi preparerà un letto alla meglio. Ma avete fatto una rovina! Cosa credete di aver preso? un terno al lotto, o il figlio di Vittorio Emanuele?
Cesare non osava levare il capo. — Tu vai a dormire in piazza! gli gridò lo zio. Va a riposarti oramai della gloriosa impresa! Hai fatto una bella cosa! E come lo spingeva fuori peggio di un cane, Elena sull’uscio prese la mano di Cesare, e gli disse:
— Ora son tua, sta tranquillo!
E per la prima volta lo baciò in fronte.
Cesare si allontanò passo passo, stretto nelle spalle, colle mani in tasca; e per la prima volta ebbe un’idea chiara di quel che aveva fatto, come una fitta al cuore, un misto d’angoscia, di tenerezza e di sgomento.
La sera innanzi, Elena, cogliendo l’istante in cui il babbo si bisticciava colla mamma, e Roberto guardava in silenzio le mani di Camilla, gli aveva piantato in faccia uno sguardo singolare, balbettando:
— Ho paura!
Era bianca come cera in quel momento; teneva chino il capo, su cui posavansi mollemente le folte trecce, e in quell’atteggiamento metteva a nudo un collo da statua, una nuca superba, piantata di capelli fini e folti, che si stendevano molto basso, e si arricciavano leggermente. Successe un lungo silenzio. Infine, mentre Roberto e Camilla scambiavano per caso qualche parola con voce discreta, Elena prese la mano di Cesare sotto il tappeto del tavolino, e gli disse:
— La mamma sa tutto!
Il giovane allibì. Pure egli l’aveva quasi indovinato alle labbra strette di donn’Anna, ad un che d’imbarazzato che pesava sui frequenti silenzii quella sera, ai monosillabi straordinari di Roberto, il quale tentava di rianimare la conversazione, alle occhiate lunghe che Camilla posava sulla sorella, senza aprir bocca, lasciando cadere mollemente le mani sui ginocchi. La partita finiva in quel momento, clamorosamente, al solito.
Donn’Anna, suo marito e Camilla parlavano tutti insieme. Lo stesso Roberto s’era lasciato andare a prender parte alla discussione animata con dei cenni del capo.
Cesare domandò sottovoce.
— Come faremo?
— Io non lo so, rispose Elena. Aiutami tu! Era la prima volta che gli dava del tu, siffattamente era turbata. La conversazione cadde ad un tratto.
Don Liborio aveva segnato la partita sul registro apposito, scrupolosamente. Quindi posò il berretto ricamato sulla tavola, accanto alla tabacchiera, tirò una presa, e si appoggiò alla spalliera della seggiola, con un grosso sospiro, per riposarsi. Donn’Anna riponeva le carte e i lupini che servivano a segnare i punti nella solita scatola di cartone.
L’innamorato taceva, guardando Elena, la quale teneva il mento sul seno, su cui luccicava ad intervalli una crocetta di vetro nero fra la trina della scollatura. Ella aveva un vestitino bianco che le andava come un guanto, un po’ aperto a cuore sul petto, e colle maniche sino al gomito. Gli occhi di lui passavano allora dalla figliuola alla mamma, la quale se ne stava quella sera colle labbra strette e le ciglia aggrottate, e non gli aveva detto una parola. Ella sgridava perfino l’Elena che non s’era affrettata a levarle di mano la scatola di cartone per andarla a riporre nello stipo, e le domandava dove avesse la testa quella sera!
Don Liborio caricava l’orologio diligentemente, fermandosi ad ogni giro per non guastar la macchina. Allora Cesare disse sottovoce all’Elena, accanto al pianoforte:
— Volete che mi allontani?
Ella gli rivolse uno sguardo lungo lungo, e rispose:
— Potresti farlo?
— Se tu vuoi.... Se tua madre....
— No! rispose Elena.
— No! ripetè poco dopo, fingendo di cercare fra le carte di musica. — Non potrei più stare senza vederti.
— Cosa faremo?
— Quello che tu vuoi; — rispose la ragazza semplicemente.
Egli si sentì penetrare e sconvolgere da quelle parole dettegli con un soffio di voce, mentre Elena evitava gli occhi di lui, gli voltava quasi le spalle. Ma la tentazione che quelle parole gli mettevano nel cervello lo spaventava. Elena vedendo che non rispondeva altro, ripetè:
— Quello che vuoi. Tutto quello che vuoi!
Cesare si fece rosso. Cercava far intendere che i suoi parenti non avrebbero acconsentito a dargli moglie, finchè non ci avesse uno stato, ed anche i parenti di lei avrebbero risposto di no.
— Allora?
Ei taceva. Elena ripetè: — Allora? Egli non sapeva che dire. Sentiva fisso su di lui quegli occhi penetranti.
— Fuggire?... balbettò.
Elena si recò le mani al petto, bianca come statua, e non rispose. Egli non fiatava, atterrito dalla parola che gli era sfuggita. Elena lo guardò in faccia un lungo momento, e chinò il capo lentamente.
Il cugino si alzò per aiutare Camilla a riporre in ordine gli aghi ed i gomitoli nel cassettino del telaio. Donn’Anna era scomparsa. In quel mentre Elena china sul pianoforte scriveva due parole sulla fascia di un giornale, e com’ebbe finito disse forte:
— Sentite, se domani non potete venire, mandatemi questa romanza.
Nella strada, al lume di un lampione, Cesare seppe che romanza gli chiedeva l’Elena.
«Domani sera, alle undici, dopo che sarà partito Roberto. Aspettami nella scala.»
Come gli aveva promesso, dopo una mezz’ora che stava aspettando, al buio, comprimendo colle mani il batticuore, la vide arrivare in punta di piedi, col viso così pallido e affilato che sembrava tagliare il velo. Aveva le mani fredde, ma non tremava. Gli disse con voce breve e sorda:
— Andiamo!
Egli voleva abbracciarla, ma la giovinetta stornò il viso dai baci che ei non osava darle, e soggiunse collo stesso tono:
— No, non ancora.
Il primo bacio doveva darglielo lei per la prima, sulla porta dello zio Luigi, dicendogli che ormai era sua.
III.
Il padre di Cesare di Altavilla era morto di una perniciosa acchiappata nel sorvegliare la magra raccolta dell’annata. Nel delirio dell’ultimo momento, guardando ad uno ad uno i visi che gli stavano attorno al letto stralunati, borbottava:
— Quei poveri orfani!.... Quei poveri orfani!.... come faranno?
Cesare era ancora fanciullo. Per fortuna un fratello del padre, canonico, aveva assunto coraggiosamente la tutela della vedova e degli orfani, aveva rimboccata la sottana sugli stivali, e s’era messo in campagna a comporre litigi, a rinnovare ipoteche, a sor- vegliare i raccolti. Il primogenito d’accordo era stato destinato alla carriera forense, perchè la famigliuola, in lotta perennemente col bisogno, aveva sempre avuto paura dell’usciere, e in provincia sembra un mestiere d’oro quello di vender chiacchiere. In casa Dorello c’era l’esempio dello zio don Anselmo, il quale al Seminario aveva appeso a un chiodo di faccia allo scrittoio un berretto da prete, per averlo sempre sotto gli occhi a guisa di un faro, ed era arrivato ad essere canonico. Cesare doveva continuare la tradizione dello zio. Vedendolo delicato e malaticcio da fanciullo, i parenti avevano conchiuso che era un ragazzo di talento, e l’avevano tirato su a rossi d’uova e pannicelli caldi. Egli era stato il chierico della famiglia, il fondamento di tutti 1 castelli in aria che avevano fabbricato i genitori, quando si mettevano sul terrazzino, al fresco, dopo il sole dei campi, colle mani pendenti fra le ginocchia, tagliando col desiderio delle grosse porzioni pei bisogni della famiglia numerosa in tutto quel ben di Dio che si stendeva dinanzi ai loro occhi, al di là delle ultime case del paesello. Lo zio canonico, ogni volta che sua cognata si metteva a letto coi dolori del parto borbottava, soffiando e passeggiando nella stanza accanto, che in quella casa non c’era prudenza. Egli aveva preso quindi a ben volere Cesare per quel fisico intristito che gli sembrava una garanzia contro i rischi del matrimonio, e gli prometteva che il nipote dovesse riuscire un uomo prudente, come l’intendeva lui.
Il giovanetto aveva ricevuto un’educazione quasi claustrale. Ogni giorno estate o inverno andava a prendere lo zio canonico in chiesa, dopo i vespri, e se pioveva entravano dallo speziale a veder sgocciolare l’acqua lungo i vetri, lo zio colla sottana raccolta fra le gambe, scambiando qualche parola col farmacista o con altri della conversazione che stavano a ragionare colle mani sul pomo del bastone. Quand’era bel tempo facevano insieme quattro passi fuori del paese, lemme lemme, scambiando dei saluti coi conoscenti che s’incontravano, e si conoscevano tutti, oziando cogli occhi sulle gran macchie grigiastre degli oliveti, le quali si velavano già della tristezza del tramonto, ascoltando distrattamente il cicaleccio che facevano le donne alla fontana, e le voci che salivano dalle stradicciuole; discorrevano di quei campi che conoscevano palmo a palmo, s’interessavano alla loro cultura; misuravano a occhio il maggese della giornata che spiccava in bruno sulle stoppie giallastre; osservavano la chiusa preparata per le fave, punteggiata in nero dai mucchietti d’ingrasso; commentavano la vigna spampanata di fresco, irta e spugnosa in mezzo agli altri filari verdeggianti. Poi, giunti al limite solito della loro passeggiata, che era un muricciuolo soprastante un orto, lo zio spolverava col fazzoletto due sassi, e si mettevano a sedere, coi gomiti sui ginocchi, riposando gli sguardi sulla bella vallata che si stendeva ai loro piedi, scolorita, sparsa di ciuffetti di verde cupo, accanto ai rari casamenti, chiazzata di toni bruni, e biondicci, e verde pallido, solcata dalla striscia sottile dello stradone che si dileguava in lontananza. Accompagnavano macchinalmente col pensiero i carri che sfilavano come punti neri, e mettevano delle ore a scomparire laggiù per la grande distanza; e alle volte, nel vasto silenzio della pianura sottoposta, credevano di udire il fischio della ferrovia, di là delle colline, come l’eco di un altro mondo. Allora il prete rientrava in sè, e sorrideva discretamente della loro fantasticheria come di una scappatella. Il sole intanto tramontava dietro le montagne nebbiose, e in alto, sulle loro teste, le finestre della chiesa scintillavano in cima al paese come una fantastica illuminazione, e chiamavano a raccolta i loro pensieri.
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The end
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