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Catone Maggiore (De senectute)

Paolo Mantegazza · 1895 · Free in the US

12,303 words · about 52 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1895 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Catone_Maggiore&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Paolo Mantegazza
Language
Italian
Published
1895
Length
12,303 words · about 52 min
Sections
24 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (24)
  1. Front matter about 1 min
  2. Capitolo I about 2 min
  3. Capitolo II - Lodi a Catone. Opinioni controverse intorno alla vecchiezza. about 2 min
  4. Capitolo III about 2 min
  5. Capitolo IV - Encomio al vecchio Quinto Fabio Massimo. about 2 min
  6. Capitolo V - Placida vita condotta dai vecchi. about 1 min
  7. Capitolo VI - La vecchiezza non distoglie l'uomo dai gravi affari. about 3 min
  8. Capitolo VII - Né memoria né ingegno fanno difetto ai vecchi. about 2 min
  9. Capitolo VIII - Il conversare con vecchi riesce piacevole. about 1 min
  10. Capitolo IX - Le forze de' vecchi sono di altra specie e si fanno amare dai giovani mercé i loro ragionamenti. about 2 min
  11. Capitolo X - Personaggi che condussero robusta vecchiezza. about 2 min
  12. Capitolo XI - Il senno supplisce ne' vecchi la fisica debolezza. about 3 min
  13. Capitolo XII - La vecchiezza distoglie dai piaceri sensuali. about 2 min
  14. Capitolo XIII - Non disdicono ai vecchi gli onesti godimenti della mensa. about 2 min
  15. Capitolo XIV - Gozzoviglie di Catone. about 3 min
  16. Capitolo XV - L'agricoltura nobile passatempo de' vecchi. about 3 min
  17. Capitolo XVI - Generali romani coltivatori della terra. about 2 min
  18. Capitolo XVII - Re agricoltori dell'antico evo. about 2 min
  19. Capitolo XVIII - Catone nelle sue lodi ai vecchi intende di quelli preclari per le loro azioni. about 2 min
  20. Capitolo XIX - Noncuranza della morte. - Teorie dei materialisti. Ragionamenti sull'immortalità dell'anima. about 3 min
  21. Capitolo XX - Dispregio della morte per forza di ragionamento. about 3 min
  22. Capitolo XXI - Opinione di alcuni sommi pagani sull'immortalità dell'anima. about 2 min
  23. Capitolo XXII - Argomenti degli antichi intorno all'immortalità dell'anima. about 1 min
  24. Capitolo XXIII - Profondo convincimento di Catone nell'aspettare una vita migliore. about 3 min

Continue:

Front matter

In appendice all’elogio tutto moderno della vecchiezza, gli editori credono utile il riprodurre un elogio antico, il famoso De Senectute di Cicerone. Quest’opera fu scritta 44 anni prima di G. C., vale a dire diciannove secoli fa.

Ci siamo giovati della traduzione del dottor Michele Battaglia, pubblicata a Milano nel 1866.

Indice

Capitolo I

I. — Concedi, Attico, di rivolgermi a te coi medesimi metri, che Ennio poeta, meno eminente per ricchezze che per animo sensibile alla schietta amicizia, rivolgeva a Tito Quinzio Flamminino, comunque io menomamente non ti creda la mente giorno e notte così agitata, siccome a quel personaggio. Sono a me troppo noti il senso e la mitezza tua, portando io ferma opinione che tu prendesti il soprannome da Atene non, che nel puro tuo accento greco, per l’amenità dei costumi e la giudiziosa fermezza.

Tuttavia suppongo te dagli stessi casi profondamente commosso, che me pure talvolta tengono turbato, a confortarci de’ quali da noi soli non bastiamo, ed unico sollievo possiamo aspettarlo dal tempo.

Perciò appunto ho deliberato d’inviarti i miei pensieri intorno alla vecchiezza. Essa, che ormai ne ha raggiunti e che non sta in poter no- stro di sfuggire, voglio pormi con ogni studio a rendere meno tediosa per ambedue, per quanto mi sia nota la moderazione e saviezza con cui sopporti e sei preparato a sopportare quest’incomodo, al pari di qualsiasi altro.

E venuto nel proposito di tener discorso della vecchiezza, di te mi risovvenne a spronarmi in tale divisamento, siccome cosa che potrebbe ridondare a vantaggio d’ambedue.

Comporre questo trattato mi riuscì tanto più gradito, non che io n’attenda una panacea universale contro la molestia della vecchiezza: ma perché sembra a me la via di rendere la presenza di essa più mite e gioconda.

Laonde non potrà mai abbastanza meritamente encomiarsi la filosofia di far trascorrere a tutti coloro che sanno farne buon uso, senza dispiaceri l’intero corso della vita.

Ma di ciò a lungo già parlammo altrove e spesse fiate ancora diremo.

Io questo libro intorno alla vecchiaia t’invio: e davvero non parvemi tornasse conto di porre, siccome fece Aristone di Chio sulle labbra di Titone, questo sermone, avvegnachè, pronunciato da favolosi personaggi pochi trovasse propensi a credergli da senno. Bensì mi sembrò più a proposito di farne interlocutore Catone il seniore onde alle sentenze s’aggiungesse peso mercé l’autorità di tanto nome. - Lelio e Scipione feci ammiratori della amenità con cui Catone trova di accomodarsi alla vecchiezza, e di sue argute risposte.

Ove ti sembri che egli in questi dia- loghi spenda maggior copia di erudizione, che non sia solito farlo in altri suoi scritti, il merito è tutto delle lettere greche, da quel sommo indefessamente coltivate negli anni senili. Ma a che giovano parole? Lasciamo a Catone medesimo il vanto di porre in maggiore luce le massime nostre intorno alla vecchiezza.

Capitolo II - Lodi a Catone. Opinioni controverse intorno alla vecchiezza.

II. — (Lodi a Catone. Opinioni controverse intorno alla vecchiezza.) — Scipione. Io e Lelio siamo, o Catone, frequenti volte ammiratori del tuo squisito e profondo sapere in ogni cosa. Ma tanto più viva è la nostra ammirazione, perchè consapevoli che non t’incomoda il peso della vecchiezza, di cui non pochi uomini sono infastiditi quasi pesasse sul loro dorso il monte Etna.

Catone. Lelio e Scipione, voi prendete a fare le meraviglie per cosa di lieve conto. A coloro che entro sè medesimi nulla ponno trovare che li soccorra a condurre gioconda la vita, torna incomoda ogni età; ma gli uomini che hanno l’animo ricco di energia, non s’infastidiscono facilmente di ciò che deriva dal necessario ed immutabile ordine della natura.

Pur troppo la vecchiezza è la prima di queste necessità e nonpertanto gli uomini, a forza d’incessanti desideri, se l’avvicinano più rapidamente. Ma quando vi sono arrivati se ne lagnano, tanta è in essi incostanza, leggerezza ed ingiustizia. "Ci ha colto, dicono costoro, all’impensata, e più pronta che non fosse aspettata."

Anzitutto, io dimando, come mai si condussero a fare un calcolo così fallace? Si dica in che modo una età succeda all’altra e la vecchiezza sembri incalzata più presto dall’adole- scenza, che questa non sia raggiunta dall’infanzia? Al postutto sarebbe sedotto da mera illusione chi immaginasse una vecchiezza più piacevole, per ciò solo che la vita potesse durare ottocento anni anziché ottanta. Per lunga che sia, in un modo o nell’altro passa l’età, e consumata una volta, allo stolido vecchio non rimane alcun compenso.

Se mai voi mi tenete in conto di uomo giudizioso, e Dio volesse che io fossi degno della vostra stima e del nome che porto, credete a me che ogni mia scienza è riposta a meditare ed ubbidire, quasi a Divinità, una eccellente guida, la natura. Ogni periodo della vita, essendo da essa distribuito con tanto senno, non è a supporsi che, simile a poeta dappoco, abbia studiato con minor diligenza l’ultimo atto della vita.

Ma siccome cosa fatta capo ha, nella stessa guisa che al chiudersi dell’autunno, le spiche e i baccelli resi maturi dalla stagione cadono al suolo dagli incurvati rami, giunto l’uomo al tramonto della vita, le sue forze si logorano ed affievoliscono. Ultima necessità, che il savio accetta senza ribellarsi: poiché invertere le leggi di natura, non è forse sull’esempio de’ Titani, porsi in lotta con Dio?

Lelio. Or dunque, o Catone, ne farai cosa oltremodo gradita, e te ne sono mallevadore anche per Scipione, se a noi, preparati alla vecchiezza e nella fiducia di arrivarvi, tu additerai ben tosto il modo di sopportare quella pesante età.

Catone. Di buon grado il farò, Lelio, qualora siccome lo dici, possa ciò essere ad entrambi.

Lelio. Ci proponiamo seriamente, o Catone, di conoscere da te quel sì lungo cammino che tu già calcasti, sul quale noi pure dobbiamo passare.

Capitolo III

III. — Catone. Ed io mi accingo alla meglio che potrò. Fra coloro a me pari d’età (gli eguali con gli eguali, dice un antico proverbio, conversano facilmente insieme) spesse volte m’avvenne udire lamentanze, le quali da Cajo Salinatore e Spurio Albino, personaggi consolari miei coetanei, erano biasimate; che fossero, cioè, ormai costretti di astenersi dai piaceri, senza di cui sembrava loro insipida la vita: né essere tenuti in conto presso loro, da cui per lo passato venivano corteggiati.

Del che, mi sembra, che nel rovesciarne la colpa sulla vecchiezza, fossero costoro fuori di via. Conciossiaché, se una simile accusa fosse da lei meritata, io pure del pari avrei dovuto subirne gli effetti, e con me coloro tutti di età più provetta, non pochi dei quali vidi traversare la vecchiezza senza lagnarsi, né trovare molesto il languore degli ardenti desiderii, né essi mai venire a noia ai loro amici.

Ma per chi attentamente osservi, il peccato non sta nell’età, bensì ne’ costumi. L’uomo di modi gentili e cortesi torna piacevole e gradito anche nella vecchiezza, mentre gli importuni ed esigenti sono molesti in qualsiasi stadio della vita.

Lelio. Parli ottimamente, o Catone. Ma per avventura non potrebbe taluno farti osservare che in mezzo alle dovizie, alla copia d’ogni cosa, allo splendore delle tue cariche, ti avviene di sopportare la vecchiezza più agevolmente, il che non da molti è possibile conseguire?

Catone. Queste circostanze hanno il loro valore, ma sole non bastano sicuramente. E siccome narrasi di Temistocle che disputando con cotale serifiese, dal quale venivagli apposto non essere la di lui gloria merito tutto suo, ma di Atene sua patria, replicò "Non io, per Dio, sarei illustre, per ciò solo che nativo di Serifo; ma tu neppure saresti chiaro giammai quando pure fosti nato cittadino ateniese" altrettanto può dirsi della vecchiezza. Poiché nel modo stesso che l’uomo anche filosofo, travagliato dalla miseria, troverà incomoda l’età senile, del pari l’ignorante, benché circondato dagli agi a stento saprebbe compiacersene.

Conforti efficacissimi della vecchiaia, o amici, sono le arti e la pratica delle virtù, le quali coltivando in ogni tempo, anche nella più tarda età sono feconde di stupendi vantaggi, sì per non venire meno giammai anche nel più remoto periodo della vita (del che è massima l’importanza), e perché la coscienza pura di rimorsi, e la memoria d’avere operato il bene, sono dolcissima soddisfazione dell’uomo.

Capitolo IV - Encomio al vecchio Quinto Fabio Massimo.

IV. — (Encomio al vecchio Quinto Fabio Massimo.)

Io tuttora giovinetto, tenni caro, come mio coetaneo, quel vecchio Q. Fabio Massimo che ricuperò Taranto. In quel personaggio la gravità era temperata dalla cortesia dei modi, né per vecchiezza cambiò costume, benché mi legassi con lui, non ancora toccata l’età senile, comunque fossi abbastanza maturo.

Io era nato da un anno quando otteneva egli il primo suo consolato, e seco lui, allora console per la quarta volta, io giovinetto e semplice milite marciava alla volta di Capua, e poscia a Taranto. Quattro anni dopo venni Questore, la quale carica fu da me esercitata durante il consolato di Tuditano e Cetego nell’anno 549. A quell’epoca, Quinto Fabio già vecchio, propugnava la legge Cincia che vietava agli avvocati di accettar doni e ricompense. Giunto in avanzata età, con ardore virile condusse la guerra, e seppe stancare la focosa baldanza d’Annibale colle studiate lentezze.

Di lui egregiamente scrisse Ennio nostro:

Solo coll’indugiar salva fe’ Roma: Spregiò i clamori e vincitore in campo Gloria n’ebbe sicura e assai maggiore!

Quale non fu la destrezza ed alacrità di quel capitano nel ricuperare Taranto? In mia presenza, a Salinatore, il quale abbandonata la fortezza s’era ricoverato nella rocca, e seco lui millantavasi dicendo: "per opera mia, Quinto Fabio, ricuperasti Taranto!" - "Sì, rispose Massimo sorridendo, né l’avrei ripresa giammai, se tu prima non te l’avesti lasciata toglier di mano".

Né meno perito dimostrossi nelle civili che non fosse nelle belliche faccende: fu nel corso del suo secondo consolato, e resistendo alla neghittosa inerzia del collega Spurio Carvilio, che egli, come meglio seppe, fece opposizione a Cajo Flaminio tribuno della plebe, il quale, a scapito dell’autorità del Senato, favoreggiava la legge di scompartimento per capi al popolo delle picene e galliche terre: assunto alla dignità di augure, osava dire che i presagi erano propizii a chi operava a pro' della repubblica, avversi sempre per coloro che tentavano di nuocerle.

Non pochi egregi atti mi avvenne di ammirare presso quel personaggio; ma nulla pareggia la fermezza d’animo che mise a sopportare la morte del figlio suo Marco, giovine di chiara rinomanza e già consolare. Leggendo l’orazione funebre ormai nota a tutti, che egli medesimo ne scrisse, gli stessi filosofi ne sembrano assottigliati a meschine proporzioni.

Né grande era solamente al cospetto de’ suoi concittadini, ma più commendevole ancora nelle domestiche pareti. Per eleganza nel dire e sapere, preclaro; nell’archeologia, eruditissimo; profondo nella scienza degli auguri; nelle lettere, siccome conviensi a cittadino romano; perfettamente colto; dotato di prestante memoria, nessun particolare gli riusciva nuovo sì delle guerre intestine, che delle straniere.

Ed io avidamente godeva di conversare con lui, quasi presago di quanto avvenne; mancatomi un maestro di tanta capacità, non mi fu più possibile di rinvenirne l’eguale.

Capitolo V - Placida vita condotta dai vecchi.

V. — (Placida vita condotta dai vecchi.) — Assai cose dissi di Massimo e più che basti a convincervi che non avvi motivo di chiamare disagevole una vecchiezza pari alla sua.

Ma non tutti però ponno essere Scipioni, o Fabii per godersi nelle rimembranze di espugnate città, di battaglie campali o di mare - e di guerre condotte e riportati trionfi. Tranquilla e piacevole trascorre del pari la vecchiezza in seno alle gentili abitudini d’una vita placida e pura. Così narrasi di Platone che giunto all’ottantesimo anno si spegnesse scrivendo; di Isocrate che grave di novantaquattro, componeva il suo libro del Panatenaico, vivendo poscia altri cinque anni. Fu suo maestro Gorgia Leontino che varcò il centosettesimo anno, senza mai distogliersi dagli intrapresi studii, né abbandonare le consuete faccende. Richiesto un giorno, come mai sapesse reggersi in così lunga vita " perché, rispose, la vecchiezza non mi dà finora motivo di essere malcontento". Sublime risposta, degna di così valentuomo, conciossiaché gli uomini rozzi solamente incolpano l’età senile di loro melensaggine e de’ loro difetti.

Così non la pensò quell’Ennio, a voi già noto:

Pari a destrier che la sudata arena Correndo, vinse i contrastati allori Ed or carico d’anni, sta e riposa

paragona la sua vecchiezza a quella d’antico animoso corsiero vincitore: e di lui certamente voi potete avere qualche memoria. Diecinove anni dopo sua morte vennero al Consolato Tito Flaminio e Marco Acilio; ed egli, essendo Consoli per la seconda volta Cepione e Filippo, trapassò, allora appunto che, compiuti li sessantacinque anni, io mi feci a propugnare la legge Voconia con validi argomenti e con tutta l’energia de’ miei polmoni. Ennio toccava il settantesimo anno, ed in quell’ultimo stadio, povertà e vecchiezza, che tutti credono noje gravissime, sopportò con tanta fermezza che quasi sembrava compiacersene.

Ad ogni modo, il tutto ben considerato, trovo quattro motivi per cui sembra infelice questa età.

Il primo, perché distoglie l’uomo dagli affari;

L’altro, perché è accompagnata dalle fisiche infermità;

Il terzo, perché lo priva presso che d’ogni voluttà;

Finalmente, perché confina da vicino con la morte.

Esaminiamo dunque ad una ad una queste accuse per giudicarne la verità.

Capitolo VI - La vecchiezza non distoglie l'uomo dai gravi affari.

VI. — (La vecchiezza non distoglie l’uomo dai gravi affari.) — Il vecchio è dunque distolto dall’incumbere agli affari? Ma da quali per Dio? forse da quelli che hanno bisogno di gioventù e fisico vigore. Ma le forze dei vecchi non sono mai ridotte a tale nullità, che essi non possano supplire con la mente nel governo delle cose, quando le infermità del corpo hanno affievolita la loro energia. Era dunque assolutamente inetto quel Quinto Massimo? Inetto, Lucio Paolo tuo genitore, o Scipione, il quale fu suocero altresi di mio figliuolo, egregia persona? E gli altri vecchi, Fabrizio, Curio, Coruncanio prestando alla Repubblica l’appoggio del loro autorevole consiglio, forse che erano buoni da nulla?

Ed Appio Claudio che non solamente era vecchio, ma cieco, quando il Senato mostrossi propenso alla pace ed all’alleanza con Re Pirro, rimase egli un istante perplesso a biasimarlo con i detti, che Ennio riferisce ne’ seguenti versi:

Senatori, dov’è l’usato senno? Giudiziosi una volta, or deliranti,

e con altre rampogne dello stesso peso? - A voi quel carme non è cosa nuova. Esiste pure il discorso dello stesso Appio, da lui de- clamato diecisette anni dopo il suo secondo consolato, essendone già passati dieci fra questo e il primo al quale fu eletto dopo essere stato Censore. Tutto ciò prova quanto ei fosse attempato all’epoca della guerra con Pirro: e tuttavia, come lo attestano i di lui contemporanei, parlò con meraviglioso vigore.

Nulla dunque provano coloro che affermano essere inetta agli affari la vecchiezza. Simili in questa loro opinione a chi giudichi ozioso il pilota, conciossiaché mentre i marinai salgono sugli alberi, alcuni corrono alle sarte lungo i bordi, ed altri vuotano lo scafo dell’acqua, solo sta seduto a poppa immobile, stringendo nella mano il timone. Egli non si affatica come i giovani certamente, ma presta opera assai più essenziale e migliore.

Alle grandi imprese non sono qualità necessarie il vigore, la flessibilità delle membra; ma bensì il senno, la dottrina e l’autorità del comando, doti che la vecchiezza non che scemare, rende complete.

Ed io medesimo che alla volta milite, tribuno, legato, console, sono versato nelle arti della guerra, forse vi sembro ozioso perché non mi vedete a capitanare un esercito? E che perciò, se nel Senato mi faccio a proporre ogni fazione militare, e il modo e il tempo d’operare? Io, collo sguardo teso sulle puniche frodi, tengo già ordinato il piano della guerra, prima che essa venga bandita a Cartagine; né cesserò mai di dare l’allarme, finché quella città non veda distrutta. Piaccia agli Dei, o Scipione, che sia questa la gloria destinata a te avviato sulle orme dell’avo, il quale, passato da tredici anni, lasciò di sé memoria imperitura.

Noi fummo Consoli assieme, egli però per la seconda volta; e nove anni dopo se ne morì, prima appunto dell’anno in cui io stesso venni eletto a Censore. Fosse egli vissuto cento anni, non avrebbe certamente avuto di che pentirsi per sì lunga vecchiezza! Aveva abbandonato il salto, la corsa, il maneggio del giavellotto e della spada, ma era maestro di esperienza e di senno. - E per tali doti che appartengono di consueto agli uomini attempati, fu dai maggiori nostri il Senato appellato Consiglio della Repubblica. Del pari presso gli Spartani fra i vecchi vengono eletti i supremi magistrati, e perciò appunto col nome di seniori chiamati. Basta il leggere e scorrere le straniere storie, per rinvenirvi ad ogni tratto esempli di grandi repubbliche poste a soqquadro da giovani, da vecchi puntellate e reintegrate nella pristina grandezza.

Giace la patria vostra, un dì possente: Ditemi or voi, perchè cadde sì tosto?

È questa la dimanda che Nevio poeta introduce in una delle sue commedie. E fra le altre osservazioni, sovrasta questa risposta:

Oratori inesperti, stolti, imberbi Tenner lo Stato e vi dettâr le leggi.

La gioventù pecca per eccessiva temerità; la prudenza appartiene ai vecchi.

Capitolo VII - Né memoria né ingegno fanno difetto ai vecchi.

VII. — (Nè memoria nè ingegno fanno difetto ai vecchi.) — Si rampognano i vecchi per fugace memoria. Sia pure, quando fu tarda per natura, o irrugginì per mancanza di esercizio.

Temistocle chiamava a nome tutti i cittadini: tuttavia ch’il crederebbe? nell’età avanzata, confondeva i nomi, e salutando Aristide lo appellava Lisimaco. Io parimenti conobbi non solamente coloro che al presente sono ancora in vita, ma i padri ed avi loro. Scorrendo le iscrizioni scolpite sui loro sepolcri, non lo faccio, come asseriscono taluni, per timore di smarrirne la ricordanza, bensì perchè in cosiffatta guisa rivivo fra i trapassati.

Non mi sovviene di persone attempate che nascosto un tesoro, dimenticassero mai il luogo dove l’avevano celato. Rimembrano esse con rara precisione ogni loro faccenda, non lasciano cadere in contumacia l’assegnamento delle comparse nel foro, e tengono nella memoria i nomi de’ loro debitori e creditori. Gran numero di giureconsulti, pontefici, auguri, filosofi, arrivati in età avanzatissima, conservarono intatta la vasta loro erudizione.

Lo studio e l’alacrità giovano a mantenere vigorosa la mente dei vecchi. E ciò non avviene solamente per eminenti e chiari personaggi, ma per coloro altresì che vivono privatamente.

Giunto all’ultimo stadio senile, Sofocle componeva tragedie, e perchè assorto dalla passione dello studio era noncurante degli interessi della casa, venne dai figli chiamato a renderne conto ai giudici. E nella stessa guisa che in Roma sono interdetti coloro che malamente amministrano le loro sostanze, così da quel tribunale veniva Sofocle dichiarato mentecatto e sospeso dal governo della famiglia. Narrasi di quel vecchio venerabile, che al cospetto dei giudici prendesse a declamare l’Edipo a Colono, tragedia di fresco composta, in torno a cui stava tuttora lavorando, e chiedesse loro se quei versi sembrassero dettati da uno stolido? - E quella recita bastò perchè il Tribunale rievocasse la sentenza.

Or dunque , , , , e gli altri già da me nominati, , , il principe dei filosofi, , , , e poscia , , e colui che voi tutti vedevate in Roma, lo stoico , vennero forse costretti per vecchiezza a dimettersi dagli studi, ovvero li proseguirono essi nel corso dell’intera vita?

Anche lasciata in disparte la divina occupazione delle lettere, ben io potrei nominarvi non pochi campagnuoli dell’Agro Sabino miei vicini e famigliari, ai quali punto non garberebbe che in loro assenza, altri desse mano ad alcun lavoro rurale di qualche importanza, nè alla seminagione, nè al raccolto, nè al togliere le granaglie dall’aia. E la gelosia di tali faccende che sono di lunga lena mi desta minor meraviglia, perchè non è un uomo per vecchio che sia, il quale non creda di poter vivere ancora quell’anno. Tuttavia essi incumbono a non pochi lavori, dei quali ben sanno che non potranno raccogliere il frutto in vita. "È d’uopo piantare alberi che preparino l’ombra ai nostri nipoti" dice il nostro Cecilio Stazio nella commedia dei Giovinetti coetanei.

E il tremolante agricoltore richiesto per chi mai sudi a tracciare solchi novelli vi risponderà senza imbarazzo: gli Dei immortali ne permisero di ricevere fecondi e ben coltivati i campi dai nostri maggiori, affinchè fossero da noi tramandati nel medesimo stato ai nostri nipoti.

Capitolo VIII - Il conversare con vecchi riesce piacevole.

VIII. — (Il conversare con vecchi riesce piacevole.) — Quando Stazio Cecilio alludeva alla previdenza dei vecchi oltre il confine dell’età loro, li avea lasciati parlare più giudiziosamente che dopo non facesse con i seguenti versi:

Per Giove, se vecchiezza al venir suo Non traesse altro sconcio, avvene un solo E questo basta. Per sì lunga etade Vede assai più, ch’essa veder non brami.

Nè i vecchi solamente, ma la gioventù stessa di frequente, si avviene in molti oggetti che scanserebbe volentieri.

Falsissima però oltre ogni dire è quell’altra sentenza di Cecilio:

Miseri vecchi! Essi lo sanno a prova, Di farsi coll’età noiosi al mondo.

Nello stesso modo che ai côlti vecchi riesce gradito il conversare con giovani d’ottima indole, per il diletto che trovano nel rispetto e nella benevolenza della gioventù, del pari i giovinetti accettano con piacere gli ammaestramenti degli uomini attempati, siccome indirizzo al retto cammino della virtù. Dal canto mio credo di non essere meno accetto a voi di quanto voi stessi lo siete a me.

Ma procacciate di evitare che la vecchiezza s’intiepidisca nel languore dell’inerzia, tenetela tesa nelle utili occupazioni e sempre attenta a qualche studio: non però in contraddizione con quelli in cui si esercitò nei precedenti anni.

Che dire di coloro che non si stancano dal far dovizia di nuove cognizioni? Non aspirò forse Solone alla palma della poesia? narra egli non aver mai cessato di apprendere cose nuove benchè assai attempato. Non dissimile da lui io già vecchio mi diedi allo studio delle greche lettere e con vera passione, onde saziare l’ardente sete di farmi profondo in quelle dottrine dalle quali ora attingo esempi ad ogni tratto. Al pari di Socrate datosi con ostinato proposito allo studio della cetra (posciachè presso gli antichi frequentissimo era l’esercizio della musica) neppure io dedicandomi allo studio della letteratura greca, volli essere avaro di fatica.

Capitolo IX - Le forze de' vecchi sono di altra specie e si fanno amare dai giovani mercé i loro ragionamenti.

IX. — (Le forze de’ vecchi sono di altra specie e si fanno amare dai giovani mercè i loro ragionamenti.) — Venendo a parlarvi della mancanza di forze, altra delle mende apposte alla vecchiezza, nella mia gravissima età non m’è venuto mai di invidiare il vigore de’ giovani. Io pure, nel fiore degli anni, pago della mia, non mi sono mai sentito umiliato davanti alla possanza muscolare del toro e dell’elefante. Il savio è soddisfatto dei mezzi che ha e li impiega tutti ad ottenere l’intento.

Come si mostrò dappoco e spregevole quel Milione di Crotone, il quale reso cadente per età, allo spettacolo degli atleti nella palestra, mirando con occhi pieni di lagrime i muscoli del proprio braccio, - e questi, disse, non valgono più a nulla! - E tu assai meno di essi, vecchio stolido, perchè non ti bastò l’animo di crearti un nome con l’ingegno e quel poco di celebrità te la diedero le spalle e il nerbo del tuo braccio. Assai diversi di cotestui furono Sesto Elio, Tito Coruncanio che vissero in epoca anteriore, e Publio Crasso, mercè i quali le leggi a tutela dei cittadini furono poste in vigore e che fecero prova di maturo senno fino all’ultima età.

Ma, perchè dissimularlo? nella vecchiezza pochi sono oratori; mentre a quest’arte non soccorre il solo ingegno; essa ha bisogno di lena e polmoni. Del resto può essere conservata anche nella vecchiezza l’armonia della voce; in qual modo poi non saprei spiegarlo. Essa a me medesimo non venne meno finora, benchè molti lustri abbia già contati.

Il discorso dei vecchi è rotondo, placido, maestoso. Con eleganti ed aggraziate frasi, non di rado fermano essi l’attenzione de’ loro uditori. E se le affievolite forze non permettono loro più di arringare nella Curia, hanno almeno la compiacenza che mercè i consigli dati nelle domestiche pareti a giovani generosi del calibro de’ Lelii e de’ Scipioni, altri eseguiscano quanto fu da loro proposto. Questi uomini canuti ponno essi trovar compenso più dolce della affezionata gioventù che fa loro onorevole corona? Ho motivo di credere Gneo e Publio Scipione e i tuoi due avi Lucio Emilio e Publio Africano ebbero vaghezza di vivere nel consorzio di nobili giovani. Ciò prova non doversi stimare meno felici coloro che sono maestri di dottrina, per ciò solo che consumarono il vigore con l’età. La fisica debolezza frequenti volte è colpa dei vizi della gioventù, anzichè degli acciacchi della vecchiezza. Una adolescenza disordinata e lasciva rende il corpo snervato e cadente nell’età senile. Leggesi in Senofonte d’un discorso tenuto dal Re Ciro a vicino a morte, nel quale afferma di non essersi avve- duto che da vecchio le sue facoltà mentali fossero divenute più deboli che non le avesse in gioventù.

Nella mia fanciullezza ho memoria di Lucio Metello (quattro anni dopo il secondo Consolato venne eletto sommo Pontefice, e non meno di venti anni più tardi copriva ancora quella dignità) che giunto all’estrema vecchiezza era robusto al pari di qualsiasi giovane. Nulla vi dirò sul conto mio, malgrado l’antico uso dei vecchi ai quali si perdona in grazia dell’età.

Capitolo X - Personaggi che condussero robusta vecchiezza.

X. — (Personaggi che condussero robusta vecchiezza.) — Nei poemi di Omero avrete certamente letto di Nestore eterno panegirista de’ propri meriti. Toccando egli pressoche novant’anni, non ebbe a temere, grazie alla schiettezza con cui parlò di sè medesimo, di venir giudicato ciarlone esagerato e millantatore. Narra Omero che la parola scorrevagli sulle labbra più dolce del miele, nè a condirla di tanta soavità avea mestieri di fisica forza. Tuttavia dalle labbra del supremo condottiero de’ Greci non esce mai il voto che dieci Aiaci sieno da anteporsi a dieci Nestori. Se questi ei possedesse non dubiterebbe della prossima espugnazione di Troia.

Ma ripiglio il discorso per dirvi che giunto all’anno ottantesimoquarto, vorrei pure sapermene dar vanto come faceva Ciro; ma non posso dissimularvi che le mie forze sono di gran lunga minori che non fossero quando milite feci la guerra cartaginese e nella medesima campagna ottenni la carica di Questore; o Console mi trattenni nella Spagna, e quattr’anni dopo, allorchè, Tribuno militare, presi parte al combattimento presso le Termopili, sotto il Consolato di M. Acilio Glabrio. Mal- grado li gravi sofferti disagi, la vecchiezza, voi lo vedete, non mi snervò completamente, nè sono affranto dalle infermità, e il foro, il tribunale, gli amici, i clienti, gli ospiti non si lagnano certo che io manchi d’attività.

Non sarò mai per approvare quel vecchio proverbio che dice: non farti vecchio troppo tardi, se vuoi campar vecchio lungamente. - Preferirei di passare pochi anni nella vecchiezza, che non avvicinarmela prima del tempo. Ond’è che nessuno venuto da me per affari, ebbe a cogliermi nell’ozio.

Non crediate però che io mi tenga di robustezza pari alla vostra, siccome voi pure conoscete certamente di essere meno vigorosi del Centurione Tito Ponzio. Vanta egli per ciò solo un merito maggiore del vostro? Ponno bastare anche forze moderate, e purchè ciascuno faccia nè più, nè meno di quanto è capace, non potrà mai essere invidioso d’altri. Narrasi che Milone percorresse lo stadio Olimpico portando un bue sulle spalle. Sareste voi ambiziosi di questa gloria materiale, anzichè di quella che Pitagora ottenne con il luminoso suo ingegno? Godiamo pure le forze fisiche finchè le abbiamo, ma non rimpiangiamole quando ne abbandonano. Altrimenti avverrebbe che giovani lamentassimo la puerizia, e fatti adulti faremmo richiamo all’adolescenza già sfuggita.

L’età procede sempre con passo costante, e natura che batte unica e semplice via, e assegna ciò che spetta ad ogni stagione della vita, comparte all’infante la debilità, ai giovani l’intrepidezza, la perseveranza all’adulto, lasciando ai vecchi la prudenza e il consiglio. E tu stesso, o Scipione, sei in grado di darci contezza del nonagenario Massinissa ospite tuo e dell’avo. Di quell’uomo, che postosi in viaggio a piedi, non prendeva certo una cavalcatura; e se a cavallo, non discendeva per lungo che fosse il cammino, nè per gelo o per pioggia coprivasi il capo: di corpo adusto e muscoloso non mancò neppure ai doveri ed al carattere di Re.

Laonde l’esercizio e la temperanza giovano ai vecchi per conservare una parte del pristino vigore.

Capitolo XI - Il senno supplisce ne' vecchi la fisica debolezza.

XI. — (Il senno supplisce ne’ vecchi la fisica debolezza. - Nella vecchiezza vengono meno le forze, nè vi sarebbe ragione di pretenderne da essa. Per legge è dispensata da ogni atto, dove sia mestieri vigoria di corpo; nessun obbligo ci corre di fare quelle cose a cui siamo inetti, e nemmeno di adempirle nella misura che le forze nostre ce lo permetterebbero. Poichè tale è l’imbecillità di molti vecchi da renderli incapaci d’ogni ufficio, nonchè di qualsiasi comune incumbenza sociale. Ciò però non potrebbe assegnarsi a vizio speciale della vecchiezza, bensì alle infermità inseparabili dalla umana natura.

Poteva essere più sfinito di forze quel figlio di Publio Scipione Africano, del quale tu sei figlio adottivo? Poteva la di lui salute essere più vacillante o per meglio dire soffrire infermità più ostinate? Se le malattie non avessero reso tanto grave la sua debolezza, Roma avrebbe vantato una gloria di più, poichè al generoso animo del genitore accoppiava una erudizione di gran lunga più vasta.

Perchè dunque far sì gran caso delle infermità de’ vecchi, se i giovani medesimi talvolta non ponno evitarle? È mestieri, o Lelio o Scipione, avvezzarsi a far resistenza alla vecchiezza, e supplire ai di lei incomodi coll’alacrità: combatterla, come avviene delle malattie, quando ne siamo assaliti. Aver giudiziosa cura della salute; attendere a moderati esercizi; di cibo e bevanda prenderne quella porzione che basti bensì a rifare le forze, non mai a intorpidirle.

Il corpo non solo, ma le morali facoltà educare e soccorrere, poichè a guisa della fiamma che mancando l’olio si spegne, così queste vengono offuscate dalla vecchiezza. Diversamente dai corpi snervati dall’eccessivo esercizio e dalla fatica, l’animo è più svegliato quanto più operoso.

Conciossiachè quando il poeta Cecilio ci presenta sulla scena i vecchi stolidi, li sottintende creduli, smemorati, dissoluti; cattive qualità non appartenenti all’indole dell’età attempata, bensì generate dall’inerzia, dall’ozio, dalla svogliatezza, che in certi vecchi diventò abitudine. A quel modo che inverecondia e libidine sono vizi assai più da giovani, che da vecchi, e non per questo può darsene la taccia ai giovani tutti, sibbene ai malvagi fra essi; del pari non tutti i vecchi, ma quelli soli di poco cervello si abbandonano alle stolidezze, e smarriscono il retto criterio.

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