Read here

La Maestrina degli Operai

Edmondo De Amicis · 1895 · Free in the US

27,847 words · about 1 h 57 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

Free in the US: this text is in the public domain in the United States; it may still be in copyright elsewhere.

Licence: PD-US · Published in 1895 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=La_maestrina_degli_operai&action=history). · Wikisource contributors

Text from Wikisource and set out for reading on screen; no words of the book are rewritten or summarized. How RedLectern is built

About this book

Author
Edmondo De Amicis
Language
Italian
Published
1895
Length
27,847 words · about 1 h 57 min
Sections
26 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (26)
  1. Front matter under 1 min
  2. I about 5 min
  3. II about 8 min
  4. III about 3 min
  5. IV about 8 min
  6. V about 3 min
  7. VI about 12 min
  8. VII about 4 min
  9. VIII about 4 min
  10. IX about 2 min
  11. X about 5 min
  12. XI about 2 min
  13. XII about 6 min
  14. XIII about 2 min
  15. XIV about 3 min
  16. XV about 3 min
  17. XVI about 4 min
  18. XVII about 4 min
  19. XVIII about 3 min
  20. XIX about 5 min
  21. XX about 7 min
  22. XXI about 3 min
  23. XXII about 5 min
  24. XXIII about 3 min
  25. XXIV about 9 min
  26. XXV about 3 min

Continue:

Front matter

RACCONTO

DI

EDMONDO DE AMICIS

I

I.

Una delle più belle scuole suburbane di Torino, che son tutte nuove e di bell’aspetto, è quella del piccolo sobborgo di Sant’Antonio, posto un miglio fuor di porta e abitato in gran parte da contadini e da operai di due grandi fabbriche di ferramenti e di acido solforico, che lo riempion di rumore e lo copron di fumo. Il sobborgo è formato da una sola strada diritta, fiancheggiata di piccole case e d’orticelli, dalla quale si spicca un largo viale, che corre nella campagna aperta: in fondo a questo v’è la chiesa, solitaria, e dall’un dei lati, sul confine d’un campo, la scuola. L’edifizio, piccolo e grazioso, ha cinque stanzoni al pian terreno, per le cinque classi elementari, e due camerette per il cantoniere e sua moglie che servon da bidelli, e al pian di sopra i quartierini per le quattro maestre e un maestro, che hanno ciascuno due camerette e una cucina. Agli insegnanti appartengono cinque orti minuscoli, chiusi nel muro di cinta del cortile, e coltivati dal bidello, che tien per sè i legumi e dà al primo piano le fragole e i fiori. Questa piccola famiglia scolastica, non visitata che rare volte dall’ispettore di Torino, se ne vive là come in una villetta, tranquilla e libera; senonchè le delizie della villeggiatura le sono molto scemate da quattro mesi di freddo e di nebbia, durante i quali il luogo è uggioso e la solitudine triste.

Era appunto una giornata grigia e cruda della fin di novembre, e la giovine maestra Varetti stava guardando con maggior tristezza del solito, dalla finestra della sua cameretta, i tetti bassi del sobborgo, al di sopra dei quali fumavano i camini altissimi delle officine, e la vasta pianura coperta di neve, chiusa lontano dalle Alpi bianche, velate dalla nebbia. L’uggia della stagione e del luogo le era accresciuta dal pensiero molesto di dover incominciare il giorno dopo la scuola serale degli adulti a cui l’aveva destinata la Direzione delle scuole di Torino, essendosi fatta dispensare da quell’ufficio, dopo un mese e mezzo di lezioni, la moglie del maestro Garallo, per indebolimento improvviso della vista. Ella non sarebbe stata così inquieta se avesse dovuto far quella scuola in un altro villaggio qualsiasi; ma le davan pensiero quei contadini del suburbio, guasti dalla vicinanza della città, dove andavano a passar la domenica, e donde ogni giorno di festa veniva là uno sciame di barabba a giocare e a straviziar nelle osterie, triplicate di numero dopo che v’era il tranvai; la intimidivano anche di più gli operai, meno rispettosi dei contadini e meno maneggevoli, fra i quali si diceva che ci fossero dei socialisti; e più ancora che gli uomini fatti, tutti quei ragazzi tra i dieci e i sedici anni, ch’essa vedeva uscire a frotte dalie fabbriche, maneschi, sboccati, insolenti e, a quel che le dicevano, più sfrontatamente corrotti e viziosi dei grandi. Ma la sua inquietudine derivava pure da ragioni particolari della sua natura e della sua vita. Figliuola d’un maggiore di fanteria, di famiglia nobile, morto alla battaglia di Custoza, vissuta fino a diciott’anni in un collegio severo di provincia, timida e gentile di natura, aveva avuto fin da bambina una specie di terrore fantastico della plebe, effetto d’una malattia grave, che le era nata da una violenta commozione di spavento, per aver visto dalla finestra di casa sua una rissa sanguinosa d’operai tori. Essa credeva assai più numerosa, e anche più malvagia che non sia, quella parte infima del popolo che vive in uno stato di ribellione perpetua a tutte le leggi sociali, e che dà la maggior folla alle carceri e alle galere: questa, nella sua immaginazione, era quasi la plebe intera: e il pensiero di quel vasto sotterraneo tenebroso, ch’ella si figurava aperto sotto i suoi piedi, nel quale correvano rigagnoli di vino e di sangue e lampeggiavan coltelli e sonavan grida d’assassinati e bestemmie orrende e canti osceni di malfattori e di donnacce, l’affannava quasi di continuo come una visione orribile, da cui non si poteva liberare. Quando qualcuno le passava accanto, che le paresse di quella gente, le correva un brivido per le vene; a una frase del loro gergo, che le venisse per caso all’orecchio, le si accapponava la pelle; e al solo veder per la strada un principio di rissa, impallidiva come una morta, si sentiva fuggire le forze, rientrava in casa tremante da capo a piedi, sconfortata dell’umanità e della vita. Sentiva non di meno per quegli esseri una curiosità viva ed inquieta, che la forzava a guardarli, quando poteva, di nascosto, a meditar le loro frasi colte a volo, come manifestazioni parziali del loro animo, a rintracciar particolari della vita e della natura loro nelle cronache dei giornali, dov’eran raccontate le loro gesta. E questo terrore morboso cercava in ogni modo di vincerlo, poichè, buona e religiosa com’era, tiva che derivava da fonte impura, da una insufficiente comprensione, da un sentimento non abbastanza profondo dell’ingiustizia sociale, della miseria, dell’ignoranza e del malo esempio, cagioni prime dell’abbrutimento e del delitto. E quand’era chiusa nelle sue meditazioni, capiva e sentiva tutto ciò vivamente, s’impietosiva per coloro che l’atterrivano, li amava d’amor cristiano, sognava anzi un’opera redentrice, una legione di signore missionarie di bontà e di gentilezza tra la plebe, immaginava sè stessa dedicata a quell’opera, entrava col pensiero nei luoghi più abbietti a tentar d’aprire e di ammollire i cuori, e le pareva che ci sarebbe riuscita, e si eccitava in questa immaginazione fino a piangerne di tenerezza, e s’illudeva d’aver acquistato, come per un miracolo, il coraggio, tanto da fermar nell’animo di mettersi alla prova, alla prima occasione. Ma un’ora dopo, se le accadeva di passar davanti a una delle fabbriche del sobborgo mentre n’usciva l’onda nera e tumultuosa degli operai, la riprendeva con tutta la sua forza il sentimento consueto, e ogni sforzo ch’ella facesse per resistervi, era vano. Quando la sera della domenica, stando alla finestra, vedeva in fondo al viale la lanterna rossa e l’uscio illuminato dell’osteria della Gallina, al primo suono delle voci sformate e minacciose che annunziavano una baruffa, all’immagine esecrata, che le si presentava subito, dei coltelli branditi e d’un cadavere steso sulla via, le pigliava una debolezza mortale dalla nuca alle reni, un senso inesprimibile d’impotenza, come una paralisi improvvisa del corpo e dell’anima, che le lasciava appena la forza di chiudere le imposte. E non potendo far altro cercava di fortificarsi l’animo prendendo familiarità coi suoi piccoli alunni della seconda classe, pensando che molti di essi, fatti grandi, sarebbero pur stati come quegli uomini che le mettevan tanto terrore, bevitori, rissosi, pronti al coltello, feroci. E con questo pensiero li osservava curiosamente, li interrogava, s’ingegnava di scoprire in loro i germi delle passioni violente e brutali che li avrebbero agitati più tardi. Ma i suoi studi le giovavan poco. La più parte erano apatici a segno che non si cacciavan neppure le mosche dal naso e dagli occhi mentre leggevano, e quanto al penetrar nel loro cuore, l’impresa era così difficile, che in un anno e più da che si trovava a Sant’Antonio, essa non era ancora riuscita a farne piangere un solo. La classe sociale che le turbava l’anima rimaneva sempre davanti alla sua immaginazione misteriosa e terribile come prima.

II

II.

Tutta compresa di quel pensiero, ella seguitava con l’occhio un treno lontano della strada ferrata, che rigava la pianura bianca, quando fu distratta da una visita, che a quell’ora non s’aspettava più. Era la maestra Mazzara, arrivata da Torino col tranvai: veniva una volta il mese a trovar la sua amica suburbana, come la chiamava, quasi sempre il dopo pranzo del giovedì. Era maggiore di lei di dieci anni, alta e secca, tutta nervi, con una carnagione di un rosso di prosciutto crudo, e aveva due begli occhi grigi curiosissimi, scintillanti sopra un naso a falcetto, di sotto al quale s’apriva una fontana di parole inesauribile, che qualche volta pareva che s’ingorgasse all’orifizio, e non potesse uscire per la troppa furia.

Baciata l’amica, le disse quello che aveva già fatto nella giornata: aveva girato l’ingirabile: s’era levata alle sette, era andata a trovare una sua amica francese, monaca, maestra nell’istituto del Sacré-Cœur, a chieder notizie d’un’altra malata, maestra nell’istituto Faconti, a raccomandare un ragazzo a don Bosco, all’Oratorio di via Cottolengo; poi aveva portato un articolo d’un’amica alla direzione dell’Unione degl’insegnanti e dato una corsa, per un suo affare, alla Società del canto corale, di cui faceva parte. — Dopo questo — concluse — ho ancora voluto venire a veder la mia Enrica. — Ma, avvicinandosi per ribaciarla, s’accorse della sua tristezza, e cambiando improvvisamente viso, voce e atteggiamento: — Che c’è? — le domandò. — Cos’hai? Che è accaduto?

La Varetti la fece sedere davanti a sè, nel vano della finestra, e le disse della scuola serale e dei suoi timori.

— Non è altro? — domandò vivamente l’amica, sorridendo. — Oh povera bambina! Tu dovresti esser contenta! Lasciamo andare che sono ottanta lire al mese di più.... Ma tu ti crei dei fantasmi. Ti assicuro che ti troverai benissimo, invece. La gente del popolo è buona; non bisogna badare alla scorza; ci scoprirai delle qualità di cui non hai idea. Vedrai, vedrai. Già, tu lo sai, io sono mezza socialista.

Era anche socialista, infatti; era un po’ di ogni cosa. Religiosa con le famiglie religiose, democratica con le famiglie del popolo, aristocratica con l’aristocrazia, fautrice dell’“emancipazione„ della donna con le amiche “emancipate„ e affettuosamente piaggiera con tutti, aveva relazione con mezza Torino, bazzicava cento case, dove dava lezioni e accettava pranzi, conosceva preti, deputati, giornalisti, gente bisognosa, che raccomandava da tutte le parti; aveva amiche in tutti gli istituti signorili, era confidente di cinque o sei direttrici, scriveva lettere d’ammirazione, per aver degli autografi, a uomini e a donne illustri, andava agli accompagnamenti funebri dei morti ragguardevoli, cacciandosi in mezzo ai parenti per farsi credere amica di casa, presentava gli uni agli altri i suoi conoscenti del mondo scolastico-letterario, rendeva servizi a tutti, risapeva tutto, s’intendeva di tutto. Soltanto, non scriveva perchè le mancava il tempo; anzi, non parlava mai di letteratura, che le premeva poco; non era nata che per l’azione, non aveva alcuna vanità letteraria; la sua suprema ambizione era di diventar direttrice d’una scuola municipale.

Ma la Varetti non fu punto rassicurata dalle sue parole. Sapeva, per esempio, che a una maestra della scuola serale di Sant’Andrea gli alunni avevan perfin disegnato delle figure oscene sulla lavagna, e fatto tali scandali in classe, ch’era stata costretta a far venire suo padre a assistere alle lezioni. Un’altra aveva trovato una lettera piena di sudicierie sotto il calamaio, e s’era quasi ammalata dallo spavento perchè le avevano messo un topo vivo nel cassetto del tavolino. Infine, una maestra d’un altro sobborgo, avendo denunciato all’autorità due alunni grandi che disturbavano la scuola, questi s’erano appostati di notte sulla strada dove doveva passare e l’avevan buttata in un fosso.

La Mazzara scrollò le spalle. Erano invenzioni, esagerazioni: le maestre facevano una tragedia d’ogni bazzecola. — Credi — disse — il popolo, gli operai specialmente, son gente di buona pasta, di cui si fa quello che si vuole, basta saperli prendere pel loro verso; e chi ne sparla, non li conosce. Parlo degli uomini, però. Quanto alle donne.... è un altro affare.

E anche per confortare l’amica col proprio esempio, le prese a raccontare le fatiche che durava lei a far la scuola festiva nella Sezione Norberto Rosa. — Figúrati, cinquanta alunne di tutte le età, dai dieci anni ai cinquanta, sartine, serve, operaie, bottegaie, ostesse, giovani di negozio, piene di malizia.... e di peggio. Entrano in scuola facendo un baccano indiavolato, si disputano perfino a pugni i posti vicino alle finestre, per poter vedere gli amanti nella strada. E poi, un amor proprio! Le donne d’età non vogliono che io cor- regga i componimenti a voce alta, e rispondono impertinenze se le rimprovero; le giovani ridono quando faccio la morale; questa non vuol che imparare a far dei conti per la sua osteria, quella non vorrebbe che scriver lettere, per esercitarsi alle corrispondenze amorose; una vuole uscir prima perchè ha la cucina che l’aspetta, un’altra s’addormenta perchè ha passato la notte a cucire o a chi sa come. Credi, Enrica, che è molto meglio aver che fare coi baffi.

Mentre essa discorreva, l’amica osservò un bel vestito di lana bigia finissima, che non le aveva mai visto, un po’ troppo appariscente per lei; e le domandò quanto le costasse. Quella arrossì un poco, e rispose di sfuggita: — Roba vecchia. — Ma alla Varetti passò per la mente un sospetto spiacevole: che anche quello, come già un altro dell’estate scorsa, fosse un vestito smesso d’una bella ragazza che aveva fatto fortuna senza maritarsi, e che prendeva lezioni private d’ortografia dalla Mazzara, per "mettersi all’onore del mondo".

La maestra riprese il suo discorso. — Bisogna vederle uscire, poi. Al suono della campanella scappan tutte con tanta furia, che alle volte cadono l’una addosso all’altra, ed è un miracolo se non seguon disgrazie. Nella strada si tiran delle palle di neve, si rincorrono. È uno scandalo, se tu vedessi. Ma non è il peggio. C’è sempre un branco d’uomini alla porta. A sentirle, son tutti fratelli e cugini. C’è anche dei caporali. E si pigliano a braccetto senza complimenti, in faccia alla direttrice. Ce n’è una, fra l’altre, una servetta, un serpente, che bisognerà finire con cacciarla, da tanto che ci fa disperare. Non s’è mai visto un’impudenza simile. Ha anche lei un cugino, come l’altre. Tu vedessi che bel giovane! Uno che viene di fuor di Torino apposta per aspettarla, un’anima persa, uno di questi barabba, tu sai, che non han paura di nulla e che ti freddano un uomo per una parola. E il bello è che mentre fa all’amore con lei, è geloso anche delle altre. Lui le vorrebbe tutte. Ha già attaccato lite con mezzo mondo. Ma tutti lo temono perchè è già stato un anno in prigione per una coltellata. Bisogna veder che faccia: degli occhi che tono i brividi. E quella sfrontata se ne vanta, capisci, vorrebbe imporne alle compagne come una regina, e minaccia di far bucare la pelle ai loro fratelli e amorosi. Domenica scorsa egli tirò uno schiaffo a uno, ci fu un parapiglia, accorsero le guardie. Un giorno o l’altro l’ammazzano. Ma di’ pure un bel giovane. L’anno passato andava a far le gare di lotta all’Arena torinese e dicono che buttava giù tutti. Non tanto alto, ma forte e svelto, dei bei capelli neri, con un ciuffo sulla fronte, una bella vita. Quand’è impostato là alla cantonata, durante la lezione, c’è una dozzina d’alunne, tutte quelle vicine alle finestre, che non c’è più verso di tenerle. Non capisco... A me farebbe paura.

Ma dicendo questo, rise, e quel riso spiacque alla Varetti, la quale ci vedeva un sentimento discordante dalle parole, e ne comprendeva il perchè. Figliuola d’un brentatore tristo soggetto, cresciuta in mezzo a tre fratelli discoli, legati con la peggior bordaglia di Torino e stati in carcere più volte per disordini e risse, la Mazzara s’era levata al di sopra della propria famiglia a forza di studio, e in grazia di una naturale bontà d’animo e di certe aderenze signorili; ma le era rimasta per quella gente una specie di simpatia di razza; la quale, pur non osando esprimersi apertamente, si lasciava indovinare in una certa indulgenza sorridente, spinta talvolta fino ad un’ammirazione volgare delle loro gesta, che offendeva la delicatezza della sua amica. sta dimenticò in quel momento la loro buona amicizia di tre anni, e un servigio importante che le aveva reso la Mazzara in una congiuntura dolorosa, e s’alzò, impazientita da quei discorsi.

L’amica le domandò se aveva da uscire. Essa rispose di sì, che andava alla "benedizione" come tutti i giorni. Allora quella cambiò tutt’a un tratto viso ed accento, e le disse con dolcezza di divota: — Fai bene, bimba mia. Anch’io sento il bisogno d’andar in chiesa ogni giorno, a dedicare un pensiero a Dio. Dopo mi sento meglio.

D’altra parte doveva essa pure tornare a Torino. Doveva ancora far visita a un’amica, parente d’una maestra che era stata istitutrice in casa del principe di Carignano, doveva fare una commissione al parroco della Consolata, un monte di cose.

— Dunque — le disse, prendendole il mento con due dita — va’ di buon animo a far la scuola serale. Son sicura che ci troverai della gente di cuore, rozza, ma schietta, e anche rispettosa. Basta trattarli senza sussiego, semplicemente, alla loro maniera. Tu vedrai. Fra un mese t’adoreranno.

La Varetti tentennò il capo. — Ho dei cattivi presentimenti — rispose.

— Fantasie! — disse l’altra. — Il popolo è come il diavolo; molto, ma molto meno brutto di quello che si dipinge.

Poi le espresse una sua idea: per le prime sere, avrebbe potuto far assistere alle lezioni il cantoniere.

Ma la Varetti sorrise. Il cantoniere era un povero vecchietto, che faceva il coraggioso, ma ch’era pien di paura, tanto che quando si sentivano le grida d’un alterco sul viale, non c’era più modo di trovarlo; pareva che sparisse a traverso ai muri come uno spettro.

— Insomma — concluse la Mazzara — tutto andrà per il meglio, te lo assicuro io. Tornerò presto a vederti e tu mi dirai che sei contenta.

La Varetti uscì con lei per accompagnarla fin sul viale, e quella, mentre scendevano, parlando a precipizio, le diede ancora notizie d’una diecina di amiche.

Arrivate sull’uscio del cortile, incontrarono un giovanotto col cappello a cencio e con la pipa in bocca, il quale, fissatele tutte e due, si scansò per lasciarle passare, e poi entrò nella scuola voltandosi a guardar la Varetti.

La Mazzara fece un segno di gran maraviglia, ed esclamò: — È lui!

— Chi, lui? — domandò la sua amica, turbata.

— Lui, quello di cui t’ho parlato poco fa, che viene ogni domenica a aspettar la cugina. Non sapevo che stesse a Sant’Antonio. Tu lo devi conoscere.

La Varetti, balbettando, rispose che lo conosceva di vista.

— Sarà alunno della scuola serale, — disse l’altra.

Ma la Varetti sapeva di certo che non era.

— Allora — disse la sua amica — è certo che è venuto per farsi iscrivere. Che vuoi che venga a far qui?

La Varetti impallidì. Ma l’amica non se n’accorse, e le disse allegramente: — Toccherà dunque a te a convertirlo. Non trattenerti a pigliare il freddo. Addio, Enrica!

E datole un bacio, scappò per la neve.

III

III.

La Varetti rientrò in casa col batticuore. Era veramente venuto a farsi iscrivere per la scuola serale? E perchè aveva aspettato che vi fosse lei? Ebbe subito l’idea d’andare ad accertarsi della cosa dal maestro Garallo, che, facendo da direttore, riceveva le iscrizioni; ma la rattenne il timore ch’egli indovinasse la sua inquietudine, e la tacciasse di pusillanime. Perdette ogni dubbio un minuto dopo vedendo dalla finestra del cortile il giovane che discorreva col maestro, il quale l’accomiatò con un cenno delle dita aperte, che le parve volesse dire: — alle otto. — Essa co- nosceva colui più che di vista, poichè nel sobborgo tutti ne parlavano. Era un tal Muroni, soprannominato saltafinestra, perchè, da ragazzo, per sfuggire a una furia di suo padre che lo voleva ammazzare, era saltato giù dalla finestra di casa sua rompendosi una gamba sul ciottolato della strada. Suo padre, operaio in una delle fabbriche di Sant’Antonio, era morto d’un colpo ricevuto da una correggia di trasmissione, a cui s’era cacciato sotto, essendo briaco; dopo aver fatto per dieci anni patir morte e passione a sua moglie, una povera donna tutta chiesa, che lavorava a una concerìa. Il figliuolo lavorava da un fabbro ferraio, quando n’aveva voglia; passava delle giornate intere a Torino; era stato un anno in carcere per ferimento, e aveva fatto ammattire per un mese i carabinieri, sguisciando loro di mano dieci volte; praticava la feccia dei malviventi della città e dei dintorni; giocatore, briacone, accattabrighe, prepotente; spietato con sua madre, a cui strappava fino all’ultimo centesimo minacciando d’andare a far delle scenate in chiesa o di sfregiare le immagini sacre che avevano in casa; infine, accusato dalla voce pubblica di tutte le birbonate e di tutte le violenze che si commettevan la notte in Sant’Antonio, delle quali non fossero scoperti i colpevoli. La maestra Varetti aveva sempre avuto orrore di lui, e n’aveva anche di più da qualche tempo, perchè, fosse per simpatia, fosse per il piacere di intimorirla e di confonderla col suo sguardo, egli aveva preso a fissarla ogni volta che la incontrava, e a soffermarsi per guardarla ancora, dopo ch’era passata; e infatti sotto lo sguardo dei suoi occhi neri e lampeggianti di luce sinistra, ella mutava colore e perdeva il fiato. Perchè era venuto a farsi iscrivere alla scuola serale? si domandava la maestra. Non per istruirsi, certamente. E le passavan pel capo le più tristi idee: che, offeso dall’avversione ch’essa gli dimostrava a malgrado suo, volesse venire alla scuola per vendicarsene, o che, prendendo per commozione di simpatia il suo turbamento, le si volesse avvicinare per conquistarla; e i due sospetti la sgomentavano in egual maniera.

Le pareva ora irragionevole d’essersi tanto inquietata prima, quando pure sapeva che colui non faceva parte della scolaresca. Ora sì, aveva ragione davvero d’essere in affanno. Dio mio, che cosa sarebbe accaduto? Come ne sarebbe uscita? E agitata da questi pensieri, prese a girar per la camera. Si soffermò un momento davanti a un ritratto di suo padre in divisa, appeso alla parete, come per prender consiglio e coraggio dalla sua immagine. Poi si arrestò davanti allo specchio, quasi per interrogar la propria persona, se avrebbe imposto rispetto o incoraggiato l’impertinenza, o frenata questa con una ispirazione di simpatia, o anche di pietà. Ma lo specchio non le diceva nulla che la confortasse. Sui ventiquattro anni, benchè alta di statura, ne dimostrava diciotto; era esile; aveva un corpo gentile di fanciulla adolescente, il viso d’una bianchezza lattea e d’una minutezza di lineamenti da bambina, e una piccola bocca scolorita, da cui usciva una voce debole e dolce di malata. Che autorevolezza avrebbe potuto avere? Perfino quel difetto leggerissimo di strabismo che dava allo sguardo dei suoi occhi celesti una indeterminatezza fantastica, la quale a molti riusciva seducente, le pareva che si dovesse prestare a scherzi e a dileggi, come la sua carnagione delicata e la sua grazia signorile, che facevano troppo vivo contrasto con l’aspetto della scolaresca. E stette un po’ di tempo davanti allo specchio, lisciandosi distrattamente con la mano lunga e bianca i capelli castagni che le scendevan sulle tempie, e cercando con quale atteggiamento del viso avrebbe dovuto presentarsi alla classe la sera dopo, per guadagnarsi alla prima un po’ di benevolenza. Ma si levò di là tutt’a un tratto, più inquieta che mai, e si avvicinò alla finestra, a fissar l’occhio indagatore in fondo al viale, dove a traverso alla nebbia della sera splendeva già la lanterna rossa di quella terribile osteria, che la faceva tanto fantasticare e tremare. Due colpi che sentì nel muro, dall’altra parte della camera, la riscossero dai suoi pensieri.

IV

Era la maestra Baroffi che la chiamava a desinare in camera sua. Da un mese desinavano insieme, esse e la maestra Latti, contentandosi della cucina agreste della cantoniera, la quale le serviva qualche volta anche a tavola, tra una scopata e l’altra. La Varetti, desiderosa di distrazione, corse subito, e trovò le sue commensali già sedute a una piccola tavola rotonda, dove la zuppiera e il lume a petrolio si contendevan lo spazio, fumando insieme. Ma, con suo rammarico, la conversazione cadde immediatamente sulla scuola serale. La Latti, passando poco prima per il paese, aveva inteso un garzone muratore dire al suo compagno, strizzando un occhio: — Di’, domani abbiamo la maestrina. — E scherzò con l’amica a quel proposito.

Ma il suo buon umore era un’eccezione alla regola. La piccola Latti aveva una monomanìa malinconica, che non lasciavan punto sospettare il suo corpicciòlo grassotto e il suo visetto nero e vivo di gitanella: si credeva sempre malata, d’una malattia che cambiava ogni quindici giorni; aveva in camera sua un’intera farmacia, portava sempre in tasca pillole e polveri, sapeva a mente Il medico di sè stesso, cercava le ricette nelle quarte pagine dei giornali, teneva corrispondenza epistolare con un clinico di Torino, e, fra gli altri malanni, era tormentata da una tosse perpetua, o meglio da un sospetto perpetuo d’aver la tosse, che le faceva fare continui sforzi d’esperimento, come un cantante che abbia perduto la voce. Alle sue alunne dava spesso per tema delle lettere in cui si doveva consolare un malato lontano o parlare d’una malattia propria. Ogni tanto, cominciando la lezione, diceva: — Bambine, questa è una delle ultime lezioni che vi dà la vostra povera maestra! — Passando con le amiche davanti al camposanto sospirava: — Lì sono aspettata! — Le scolare astute non avevan che andarle attorno e dirle: — Cos’ha stamani, signora maestra, che è così pallida? — e lei, anche stando bene, era presa da un’orribile agitazione. Del resto, buona come il pane e superiore a tutte le piccole miserie e passioncelle del mondo scolastico, come chi crede d’esser già più di là che di qua. Era figliuola d’una guardia civica.

La Varetti non rispose ai suoi scherzi.

Allora la confortò la maestra Baroffi.

— Io t’invidio, — le disse con la voce grossa, alzando il suo viso paffuto e sbiancato di madre nobile, coronato d’una capigliatura poeticamente scomposta, e guardando sopra il capo all’amica, come se parlasse a una persona ritta dietro di lei. — Tu potrai studiare il popolo: un bel soggetto di studio, che non fu mai sviscerato. Potrai fare del gran bene. Io vorrei essere al tuo posto e credo che ne farei quello che vorrei di quella classe. La Garallo non li capiva, non sapeva toccare le corde.... Non ha il dono della parola, insomma. Ma una ragazza d’ingegno e di cuore deve riuscire a dominarli in quattro lezioni.

La Varetti scosse il capo in atto incredulo.

— Tu sei troppo teorica, — le disse.

Era così. Non ostante le sue trent’otto primavere, quella credeva ancora all’operaio dei libri di lettura che canta le gioie della povertà onesta e compiange i ricchi affollati di cure. Tutta immersa nella letteratura, non aveva alcuna conoscenza pratica della vita, nessun fondamento d’os- servazione fatta direttamente sugli uomini e sulle cose; ma solo un emporio disordinato e bizzarro di sentenze di libri, di concetti convenzionali e di frasi coniate, che combinava continuamente in musaico per le sue conferenze ideali. La conferenza era in lei un vero furore cefalico, a cagion del quale avendo trascurato la scuola, s’era fatta relegare dalla città a Sant’Antonio, dove soffriva di nostalgia letteraria, con l’animo sempre rivolto a Torino, campo delle sue piccole glorie passate, come a un paradiso perduto. Giungeva a tal segno la sua passione, ch’essa non poteva vedere un tavolino e una seggiola senza pensar subito a una conferenza; avrebbe tenute delle conferenze agli alberi del viale; faceva degli esperimenti oratorii da sè, nella sua camera; non pensava quasi ad altro; tutto quello che le entrava nel capo dalla conversazione o dai libri vi pigliava forzatamente la forma di un discorso accademico, come certe materie pigliano una data forma in una data macchina. E in questo ella offriva un caso davvero curioso di cleptomania letteraria, poichè per istinto, innocentemente, non faceva che levar la marca ai pensieri altrui e metterci la propria, come la cosa più naturale del mondo; pigliava, per esempio, una conferenza d’un altro, la rovesciava, e la faceva sua, senza metterci altro di suo che una certa tinta uniforme lirico-pedagogica, che soleva dare a ogni cosa, e l’intonazione affannosamente dramma- tica con cui la leggeva, quando poteva, gesticolando come un naufrago che chieda soccorso. Aveva, anni addietro, pubblicato un polpettone di libro di lettura che era da capo a fondo un vero e proprio magazzino d’oggetti di furtiva provenienza, sul quale aveva fatto stampare: — diritti di proprietà riservati — ed ora, in quel suo romitaggio, andava accumulando i frutti d’un vasto e infaticato saccheggio, per quando sarebbe ritornata a Torino. Era soltanto impensierita della pinguedine crescente e del raffittire dei capelli grigi, che, secondo lei, avrebbero nociuto alquanto ai suoi buoni successi avvenire.

L’osservazione della Varetti la punse un poco.

— Non sono teorica, — rispose. — Ho più esperienza di te e conosco il popolo meglio di te, e ho osservato che al popolo, agli operai particolarmente, non si sa insegnare. L’operaio è ingenuo perchè è incolto, e buono perchè lavora, e per questo è facile a tutti gli entusiasmi. Bisogna dunque toccarlo nel sentimento patrio, nell’amore del bello e del grande; bisogna fargli brillare alla mente gli ideali della gioventù, col linguaggio della fanciullezza. Ed è questo che non si sa fare, e che io farei, cara amica.

— Dio mio! — rispose con tristezza la Varetti. — Quando ti fanno un insulto sul viso, serve di molto rispondere con gli ideali!

— A me, — ribattè l’altra, — l’insulto non lo farebbero.

La discussione, che s’inaspriva un po’, fu interrotta in buon punto dalla maestra Latti, la quale, dopo aver mangiato come un lupicino, lasciò cadere a un tratto la forchetta esclamando: — Quest’appetito mi sarà fatale!

Le sue compagne sorrisero.

— A proposito, — disse la Baroffi, — m’ha detto il Garallo che s’è venuto a far iscrivere Saltafinestra.

Lo conoscevan tutte di fama.

La Varetti accennò che lo sapeva.

— Eccone uno, per esempio, — soggiunse la conferenziera, — che io mi sentirei di far piangere come un bambino.

— Ti vorrei vedere, — disse la Varetti.

— E mi vedresti, — rispose quella, scotendo la capigliatura. — Alle volte, quei demoni scatenati, che fanno paura a tutti, hanno dei cuori di fanciulli. Non c’è che a trovar la via d’arrivarci, e la parola può tutto. Guarda come li tiene il Garallo.

Questi faceva la seconda classe della scuola serale. Ma l’esempio non calzava perchè nella seconda non c’erano uomini fatti. La Varetti, d’altra parte, non credeva punto ch’egli tenesse la disciplina come se ne vantava. Egli soleva dire: — Nella mia classe si sentirebbe il volo d’una mosca, — e lei, la sera, dalla sua camera sentiva un baccano dell’altro mondo.

The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.

Loading the full text…