I
Non sapevo più nulla di Giorgio La Ferlita allorchè ricevetti il biglietto che m’invitava alle sue nozze. Dacchè si era messo nella carriera diplomatica non ci eravamo visti che a rari intervalli, e come di sfuggita. L’ultima volta che l’avevo incontrato a Firenze, in tutta la pompa della sua cravatta bianca, arrivava dal Giappone, e ci stringemmo la mano alla tavola rotonda dell’Albergo della pace. Il mio amico era un bel giovane, pieno di brio, alquanto sarcastico e motteggevole, con una vernice di buona compagnia raccolta qua e là, a Londra e a Vienna, un po’ commesso viaggiatore in uniforme d’addetto d’ambasciata. Fu gentilissimo verso di me, mi riconobbe subito, non mi parlò de’ suoi viaggi, e a mo’ di ringraziamento gli offersi un sigaro mentre prendevamo il caffè; me lo ricambiò con uno de’ suoi, accennandomene però la lontana provenienza: il discorso si metteva sul freddino, e finì lì; ci facemmo grandi promesse di vederci spesso, e ci incontrammo due o tre volte sul vestibolo, mentre egli sortiva ed io entravo, o viceversa. Un bel mattino poi mi capitò in camera come una bomba, parlandomi di non so che duello pel quale mi pregava di assisterlo con tali discorsi e tal viso da spiritato che dissi di no due volte invece di una, e naturalmente ci lasciammo meno amici di prima. Due giorni dopo seppi ch’era stato inchiodato al letto da un colpo di spada, e andai a trovarlo; egli aveva la febbre; mi narrò una storia la quale sembrava anch’essa un delirio febbrile, e che racconterò forse in seguito.
Durante la sua convalescenza andavo a trovarlo quasi tutti i giorni; egli mi teneva il bron- , e per dir la verità un po’ di rimorso l’avevo anch’io. Un mattino lo sorpresi mentre in fretta e in furia stava facendo le sue valigie; non mi disse dove andava, non mi disse perchè partiva, mi rispose per monosillabi, con impazienza nervosa. L’accompagnai sino alla stazione, e in mezzo al gran brulichio della folla sembravami completamente sbalordito; al momento di prendere il biglietto mi domandò se quella corsa coincidesse colla partenza del piroscafo da Napoli per Costantinopoli.
— Ma dove vai? gli chiesi alfine.
— Non lo so; vado a Napoli per ora. To’, guarda! E con improvvisa risoluzione mi mostrò un biglietto di visita sul quale era scritto:
« Vi amo, parto, addio. »
Nient’altro; il nome era stato raschiato col temperino, e sul biglietto rimaneva soltanto una corona di conte, in alto, e quella sola linea fine, elegante, ondulante, che sembrava sdraiarsi mollemente sotto quella corona, stirandosi le braccia, proprio per far perdere la testa al mio povero Giorgio, il quale di per sè non ne aveva già molta.
Lo rividi due mesi dopo al Doney, col naso al vento, come uomo cui il vento spiri secondo e imbalsamato di tutti i profumi della giovinezza. Mi fece una lunga chiacchierata di certi danari che aveva aspettato inutilmente a Napoli, e di certa Palmira che avea rapito ai trionfi del San Carlo per ingannare la noia della bolletta. — Quella del biglietto di visita? gli domandai. — Quale? — quasi non si rammentava più. — Ah! no! tutt’ altro! quella lì correva più lesta di me, e sì che non era il borsellino che mi dava peso! Non quella, pur troppo!
E si mise a fissare il fumo che svolgevasi dal suo sigaro. Poi si strinse nelle spalle.
— Ci rivedremo, mi disse, e non ci rivedemmo altro. Giorgio era stato sempre uno di quei fortunati che attraversano la vita in carrozza, come soleva venire a scuola quando faceva troppo freddo, o quando faceva troppo caldo, ciò che per caso durava tredici mesi dell’anno. A vent’anni aveva pubblicato un volume di versi che posarono un’aureola precoce sui suoi capelli biondi; a trenta correva per le capitali e le alcove a spese dello Stato — è vero che babbo La Ferlita, pur brontolando, aiutava parecchio lo Stato. — Suo padre, onesto e forte lavoratore venuto su dal nulla, adorava con tenerezza materna cotesto ragazzo delicato e linfatico; avea dedicato tutto sè stesso e tutto il suo avere a spianargli la via che eragli sembrata la più bella perchè il figliuolo ci si divertiva, e a mettergli della bambagia sotto i piedi; se avesse potuto, con quell’esagerazione del sentimento di protezione, e nel tempo istesso di devozione verso il debole che c’è nei caratteri generosi e robusti, avrebbe portato sulle braccia il suo bambino sino ai trent’anni. Giorgio era arrivato alla maturità della giovinezza senza un ostacolo, senza una contrarietà, senza avere l’occasione di impiegare una sola delle sue facoltà virili nelle lotte della vita. Il buon padre sorrideva del suo grosso riso contento allorchè scorgeva nel giovinetto le debolezze nervose e le grazie femminili che gli rammentavano la sua povera moglie.
Così Giorgio non aveva dovuto occuparsi, per 365 giorni dell’ anno che della cera dell’ usciere di Sua Eccellenza, e del sorriso delle donne. Ora che era un uomo serio, un tantino materialista come conviensi a diplomatico, non faceva più versi, anzi si vergognava di averne fatti, ma giovavasi della vecchia abitudine di guardare in aria per mettere del cobalto nel suo orizzonte, e faceva servire la linfa che c’era nel suo organismo da poeta a rendere più soffici i cuscini di quel tal cocchio che lo menava attraverso la giovinezza allegramente e a quattro cavalli. Quando qualche sassolino ne faceva rimbalzare le ruote — un pentimento, un rimorso di dieci minuti, una stretta involontaria di cuore, un rossore importuno — egli si voltava dall’ altra parte, si rannicchiava, si stirava le braccia sbadigliando, chiudeva gli occhi per non vederci, diceva: — E la passione! — e si rimetteva a sonnecchiare coll’animo in pace.
Ora cotesto farfallino avea buttato la sua uniforme in mezzo ai ventimila filari della stupenda vigna che gli portava in dote la signorina Ruscaglia, e s’era convertito al matrimonio, un bel matrimonio che gli dava 600,000 lire, ed una magnifica bruna — Giorgio avea sempre preferito le brune, quando aveva potuto, e quella era proprio un bel tocco di bruna, la quale prometteva di fare onore alle vesti scollacciate che lo sposo, con un po’ d’opposizione della suocera, avea fatto ordinare a Firenze. Allorchè il nostro amico venne a stringerci la mano sulla porta della chiesetta di Tremestieri avea l’occhio luminoso e il sorriso trionfante del dì in cui la moglie del- inglese s’era lasciato rapire il più bel guanto di questo mondo. Babbo La Ferlita era morto lasciando al figliuolo una bella educazione, una bella carriera, ed un bellissimo avvenire che avea punzecchiato e smunto l’ambizioncella e la borsa dal buon negoziante di zolfi. Giorgio, senza neppur metter piede a terra, non avea dovuto far altro che passare dalla sua alla carrozza della sposa.
La cerimonia fu breve, tutta luce di sole, profumo di fiori, e allegria di bianche pareti; sembrava che le nostre giubbe e il fazzoletto della suocera, ingiallito nel guardaroba, tutto ricami e fradicio di lagrime, fossero le sole cose tristi che esistessero. I due sposi partirono in mezzo agli augurj e alle strette di mano, ancora circondati da un leggero velo d’incenso, tenendosi a braccetto, la sposa un po’ impettita, un po’ serrata nel suo vestito grigio svolazzante in balzane a sgonfietti, un po’ imbarazzata dall’aria signorile dello sposo, dall’ombrellino appeso alla cintura, dal velo azzurro che imbrogliavasi nel grosso nodo delle trecce. La carrozza li aspettava al piede della larga spianata erbosa, coi postiglioni gallonati a nuovo, in mezzo ad una folla di contadini estatici e di monelli che si specchiavano facendo boccacce nella vernice luccicante delle fiancate, e si sparpagliarono vociando dinanzi allo scoppiettare delle fruste:
— Buon viaggio agli sposi!
Buon viaggio! e non vi voltate mai più verso tutto quello che vi lasciate dietro in mezzo alla polvere che fugge, voi signora, i romanzi nebulosi della cameretta tappezzata di carta a grandi fiori azzurri, quel volume del Prati prestato e ridomandato venti volte, dal quale avete invano cercato di far scomparire i segni impercettibili fatti coll’ unghia, quel piccolo orologio, regalo della nonna, sul quale volgeste tante occhiate furtive, agucchiando presso la mamma, nell’ora in cui egli — quell’altro — soleva venire, e quell’ultima stretta di mano che scambiaste allorchè egli partiva pel collegio di marina, prima di fuggire e rintanarvi nella cameretta dai fiori azzurri come un uccel- letto ferito — e tu, Giorgio, tutti i sorrisi che rallegrarono le pagine del tuo album da scapolo, e tutti i biglietti che profumarono il cassetto del tuo scrittoio, ti rammenti? E quell’altro biglietto singolare, senz’altro nome all’infuori di una corona di contessa, e senz’altra data che il giorno di una febbre, di una follìa, che è passata, lontana, molto lontana, ti rammenti?
Io me ne rammento ancora, dopo tanto tempo, e non ho vista colei che una sola volta, e mi sembra d’averla ancora dinanzi agli occhi, in quella gran sala d’albergo triste e nuda, mentre stendeva presso il fuoco le mani pallide e scintillanti di gemme, e mi fissava in volto gli occhi febbrili.
II
Ignoro dove e come si fossero incontrati; certo è che si conoscevano da qualche tempo, e s’erano cercati cogli occhi in mezzo alla folla delle Cascine e della Galleria degli Uffizi. — Non saprei dirti se sia bella, mi aveva detto Giorgio, so che amo come un pazzo cotesta donna di cui ignoro persino il nome, e che mi ha detto cogli occhi che le piaccio.
Vanità, curiosità, simpatia fisica, non importa, — c’era l’ignoto dentro — il gran dio.
La prima volta che seppe il suo nome, in un ballo a Pitti, seppe anche molte cose di lei: era civetta, orgogliosa, egoista, marmo di Carrara dentro e fuori; tal quale si vedeva, con quel sorriso glaciale, si diceva avesse spinto al suicidio il solo uomo che avesse mai amato, e amato alla follia, un amore da leonessa — si chiamava Nata, nome dolce come due note di musica.
— Vuol presentarmi a lei? disse Giorgio dopo avere ascoltato attentamente la viscontessa de Rancy.
— È inutile; ella lo conosce diggià.
— Ella?
— Sì, mi ha chiesto di lei ier l’altro, quando l’abbiamo incontrato a cavallo.
— Ebbene?
— Ebbene, no.
— Perchè no?
— Perchè ella non vuole.
— Ah!
— È innamorato di lei?
— Non so. — Le piace?
— Molto.
— Per quel che le ho raccontato?...
— Forse sì.
— Vuole un buon consiglio, amico mio?
— Senz’obbligo di seguirlo però?
— Beninteso; non sarebbe un consiglio se fosse fatto per seguirlo. Qualora si sentisse disposto a montarsi la testa per la contessa, domandi d’essere destinato a Washington o a Costantinopoli, anzi a Washington addirittura, è più sicuro.
— Perchè mi vuole mandare tanto lontano, quando sto così bene qui! La contessa non vuole conoscermi, lei rifiuta di presentarmi; che pericolo c’è?
— Ebbene, eccole un altro consiglio — questo per esser seguito. — La contessa si è scusata col dirmi che partirà fra breve; io non posso dunque renderle questo servigio; ma cerchi del visconte, mio marito non è obbligato a sapere quello che Nata mi ha detto, e si faccia presentare da lui.
— Grazie, rispose La Ferlita collo stesso tono motteggevole. Il visconte de Rancy era amico di Giorgio perchè si vedevano al Circolo ed all’Ambasciata di Francia, o al Ministero degli Esteri.
— Volontierissimo, rispose alla domanda di lui, ma è qui poi?
— Ci sarà di sicuro.
— Di sicuro?... Non sapete che viene a passare l’inverno in Italia per motivi di salute? È una donna andata, mio caro, e se volete farle la corte non avete tempo da perdere. Cerchiamo dunque.
Finalmente la scorsero in fondo ad una sala, al braccio del Ministro russo. In mezzo alla gran folla cotesta donna pallida e bionda a prima vista non era notevole che per una certa grazia delicata della persona; ma tutti si voltavano a guardarla, uomini e donne, forse per lo strano effetto di quei grandi occhi grigi, quasi verdastri, duri e splendenti come i diamanti della sua corona, o per l’eleganza della veste stretta e increspata sulle anche, che sembrava avvolgerla con abbracciamenti serpentini. Allorquando i due amici si avvicinarono a lei ella si era fermata dinanzi a un camino; vedendoli venire aggrottò le sopracciglia con un rapido movimento, e fissò su di Giorgio, attraverso lo specchio, uno sguardo limpido e ghiacciato come il cristallo che lo rifletteva; poi si voltò intieramente, e gli piantò gli occhi in viso per due o tre secondi; sembrava che il consiglio della de Rancy fosse proprio giusto. La contessa accolse freddamente la presentazione, inchinò leggermente il capo, senza aprir bocca, senza guardar Giorgio, quasi senza badargli, e si allontanò appena egli ebbe scritto il suo nome sul taccuino che gli presentò. Qui accadde un garbuglio che i padrini di La Ferlita e del maggiore Guidoni, lo spadaccino famoso, non riescirono a mettere in chiaro, e che fu sciolto con un colpo di spada. Sembra che la contessa avesse avuto la bizzarria di offrire il suo taccuino a Giorgio quando la lista dei balli era piena zeppa, e che Giorgio avesse avuto l’altra bizzarria di sostituire il suo nome a quello del Guidoni, e costui a sua volta, da uomo ammo- s’era inchinato sorridente e senza batter ciglio dinanzi a non so qual frase indifferente della contessa, la quale «lo pregava di credere che era sorpresa e dispiacentissima della cosa,» e allontanandosi alquanto dalla folla, insieme a La Ferlita, avevano scambiato tranquillamente poche parole. La contessa non aveva più ballato, del resto ballava pochissimo, e allorchè Giorgio la cercava pella sua contraddanza che gli costava un duello, la vide che se ne andava, senza rivolgergli neppure un’occhiata, come non si rammentasse di nulla.
Si curò poi di sapere quale di quei due uomini avesse pagato colla vita un suo capriccio da romana al circo? Nel tempo che Giorgio aveva guardato il letto, molte persone erano state alla sua porta, e gli erano venuti molti biglietti di visita, fra i quali, ultimo, quello senza nome che La Ferlita mi aveva mostrato. Alfine si erano incontrati. La viscontessa aveva un bel suggerire ottimi consigli; l’istinto del reciproco egoismo avea un bel mettere una diffidenza quasi ostile nel primo incrociarsi dei loro sguardi; il caso, la simpatia dei contrasti, la fatalità, li aveano posti faccia a faccia, e sin dalla prima volta ci avevano rimesso qualche cosa, egli un lembo di carne, ella una contraddanza, più tardi forse qualcos’altro.
Cotesta donna avea tutte le avidità, tutti i capricci, tutte le sazietà, tutte le impazienze nervose di una natura selvaggia e di una civiltà raffinata — era boema, cosacca e parigina — e nella pupilla felina corruscavano delle bramosie indefinite ed ardenti. Anch’ essa, come Giorgio, avea strascinato la sua stanchezza irrequieta dappertutto, in carrozza o in slitta, colla rapidità del vento che avea appassito le sue guance e increspato non senza leggiadria le sue labbra. Tutti avevano arso l’incenso dinanzi all’ idolo moderno, il marito che l’aveva sposata, gli uomini che tentavano rubarla al marito, le donne che le invidiavano le sue gemme e la sua avvenenza; questa grande passione umana, in nome della quale ell’era diva, le turbinava ai piedi, le ripeteva incessantemente lo stesso inno, glielo sbriciolava qua e là, al ballo, al teatro, nelle visite, in frasi galanti e in occhiate sentimentali. Ella, ritta sul piedestallo, s’annoiava, e provava delle curiosità pungenti. Una volta, una volta sola, quel sentimento ignoto, quel trastullo, quella forma dell’omaggio universale, l’avea investita dai piedi alla testa come una fiamma, e le avea dato febbri da leonessa. Più tardi, allorchè s’ erano veduti nelle feste la sua fronte di marmo e i suoi occhi asciutti, nessuno avrebbe potuto indovinare che ella soffocasse ruggiti di spasimo, e di quel turbine che in un’ora avea solcato la sua anima, di quella caduta di un istante, non rimanevano altre vestigia che il sorriso implacabile della sua civetteria, e certa aridità scintillante dello sguardo che sembrava cercare qualche cosa, un conforto, un ricordo, o una rappresaglia — non più scettica, ma diffidente — guardinga per sè, e spietatamente capricciosa cogli altri.
Dall’incontro di questi due prodotti malsani di una della esuberanze patologiche della civiltà, il dramma dovea scaturire naturalmente, dramma o farsa, come dall’urto di due correnti elettriche. Giorgio effeminato, effeminato nel senso moderno ed elegante, buon spadaccino all’occorrenza, nel quarto d’ora, e tale da giuocare noncuratamente la vita per un capriccio, ma solito ad esagerare il capriccio sino a farne una passione, e solito ad esagerare l’idea della passione sino a renderla realmente irresistibile; fiacco per non aver mai combattuto sè stesso. — Quell’altra con tutti gli impeti bruschi e violenti della passione inferma, vagabonda, ed astratta, però forte e risoluta, col cuore di ghiaccio e l’immaginazione ardente. Egli con tutte le suscettibilità, con tutte le delicatezze, con tutte le debolezze muliebri; ella con tutte le veemenze, tutte le energie, tutti i dispotismi virili.
III
L’inverno era sopravvenuto, grigio e triste. Giorgio rivide la contessa alle Cascine, raggomitolata in un angolo della sua carrozza, tremante di freddo sotto un mucchio di pelliccie e un bel sole di novembre che splendeva sul cielo puro ed azzurro. Era pallida, dimagrata, avea gli occhi stanchi, arsi di febbre, che vagabondavano distratti o pensierosi sulle alte cime degli alberi spogliate delle ultime foglie. S’incontrarono faccia a faccia; ella si fece bianca un istante. Sapeva che egli era ancora a Firenze? che l’avrebbe incontrato? Aveva voluto rivederlo? La Ferlita era in carrozza colla sua Palmira; piantò carrozza e Palmira al Piazzone, e tornò indietro. Non incontrò più la contessa, non potè più rivederla per alcuni giorni di seguito. Infine si decise ad andare ad informarsene dalla viscontessa de Rancy.
— Sì, rispose costei. So che è ritornata, ma non ho potuto vederla. È molto malata, sa?
— Infatti...
— È tornata a passar l’inverno a Firenze. I medici non le accordano due anni di vita, e le hanno consigliato il clima d’Italia.
Giorgio parve distratto; si misero a parlare di cose indifferenti; sopravvennero parecchie visite, e la conversazione si fece generale. La Ferlita disse alla viscontessa in un momento di a parte.
— Penso a quel che si deve provare essendo l’amante di una donna di cui i giorni sieno contati.
Ella gli fissò in viso uno sguardo attonito.
— Amico mio, le so punta testa, ma un po’ di cuore glielo so. La lasci tranquilla, poveretta! sarà meglio per entrambi.
Due giorni dopo La Ferlita ricevette questo biglietto laconico dalla de Rancy:
« Venga giovedì. Ella ci sarà. »
— Il mio biglietto le ha messo l’argento vivo addosso? gli domandò la viscontessa vedendolo arrivare prima delle dieci; e viene a domandarmi il come e il perchè. La cosa è quale gliel’ho detta: s’è invitata da sè. Il perchè poi me lo dirà lei.
— Quando lo saprò.
— Quando lo saprà, ben inteso. Con chi era sabato scorso alle Cascine?
— Le ha fatto questa domanda?
— Curioso! Con chi era?
— Non mi rammento nemmeno d’essere stato alle Cascine sabato scorso.
— Ha incontrato la contessa alle Cascine uno di questi giorni?
— Sì.
— Era solo?
— No. — Adesso il perchè lo so; non occorre altro.
E lo piantò lì, tutto irto di interrogazioni, per andare incontro a due signore che giungevano.
I giovedì della viscontessa de Rancy erano affollatissimi sempre. La padrona di casa era troppo occupata perchè Giorgio potesse sperare da lei la menoma spiegazione prima delle due del mattino, e andò a rassegnarsi con un album di fotografie.
Verso le undici entrò Nata, elegante come sempre, ma avea gli occhi profondamente solcati, ed era imbellettata. Giorgio dal suo posto sorprese uno sguardo circolare di lei sulla folla.
Le due amiche si andarono incontro premurosamente e passarono insieme nelle altre sale. In tutta la sera non riuscì al diplomatico in erba di attirare l’attenzione della contessa, malgrado delle sue manovre machiavelliche. Solo al momento d’andarsene ella lo scorse vicino al pianoforte, e fece due o tre passi verso di lui colla mano stesa, col sorriso sulle labbra, colla più schietta naturalezza.
— Perchè non è venuto a farmi visita? gli dis- in italiano, con un leggiero accento straniero, ma senza il menomo imbarazzo.
Giorgio, ancora un po’ sorpreso, rispose:
— Perchè non me ne ha accordato il permesso.
— Se non è che questo glielo dò due volte — e gli stese anche la sinistra. E così, colle mani nelle sue, fissandolo in viso: — Sono in casa tutti i giorni, dalle quattro alle sei. Se vuol trovarmi venga dopo le quattro.
Giorgio s’inchinò, e accompagnandola per sortire:
— Si fermerà tutto l’inverno a Firenze? le domandò.
— Non so. I medici pretendono che il clima del nord mi uccida. Ho una salute che non val nulla, come potrà vedere — aveva il petto candido e delicato coperto da perle. — Starò forse sino a marzo, sino a giugno, non so insomma. Sono variabile anch’io come la mia salute. Abbiamo parlato molto di lei colla viscontessa. Ella deve partire fra qualche mese? — Dipenderà dalla destinazione che mi sarà data.
— Allora si faccia si faccia destinare a Pietroburgo; ci sarò fra il giugno e il luglio.
Così dicendo gli scosse brevemente la mano, come ad un vecchio amico, ed uscì.
— Cosa le ha detto? domandò la viscontessa al momento in cui La Ferlita prendeva commiato da lei.
— M’ha detto d’andare a farle visita.
L’altra scoppiò a ridere, ben inteso di un riso impercettibile, discreto, che scopriva appena i suoi bei denti smaglianti.
— Ella sta meglio assai. Non le sembra?
— Sì.
— È vero che avea messo del rosso... Poverina! Vorrei che i medici si fossero sbagliati. Sa? abbiamo parlato di lei. M’ha detto che si è fatto presentare da mio marito.
— Nient’altro?
— No. Abbiamo riso della sua ostinazione; io più di lei, però! Vuole che gliela dica sul se- molto sul serio, amico mio? Temo che questo bel scherzo abbia a diventare troppo brutto e troppo serio, il che sarebbe una gran disgrazia.
Giorgio si strinse nelle spalle.
— Proprio una gran disgrazia! Sino ad un’ora fa temevo soltanto per lei, con tutto il suo spirito, con tutta la sua pratica mondana, e con tutta la sua diplomazia. Però la conosco abbastanza, e so che un viaggio, una croce, una ballerina, una perdita al giuoco l’avrebbero guarito. Ma adesso Nata è malata, è troppo debole, ha troppi nervi, troppa suscettibilità, che so io, insomma il pericolo è tutto lì... ha qualche cosa di insolito e di infermiccio.
Giorgio non sorrideva più.
— Infine, qual donna crede che sia?
— La credo una leggiadra bionda — non bella ma leggiadra — molto elegante, che fa bene in un salone, che ha bei diamanti, un bel nome, un marito gran signore, generale, amico personale dello czar, e lontano.
— E poi? — Il poi non si domanda, caro mio. E poi nulla, o tutto. Ci ricami sopra i suoi sogni rosei, quali essi sieno, e ci metta addosso della seta e delle trine.
— Se facesse apposta per farmi innamorare di costei, esclamò Giorgio cercando di sorridere ma con un’ombra d’impazienza, non potrebbe far meglio — o peggio.
Allora la viscontessa, levandosi bruscamente:
— Orsù, La Ferlita, se ne vada, ch’è tardi; abbiamo sonno e sragioniamo entrambi. Domani o doman l’altro la vedrà. Sia suo amico, o suo amante, o s’ammazzi per lei, come quell’altro. Buonanotte.
IV
Il villino abitato dalla contessa era nel viale Principe Amedeo, le sue finestre chiudevano da tre lati un giardinetto tascabile, largo cinquanta metri, ma aveano di faccia S. Miniato e il leggiadro serpeggiamento del Viale dei Colli. Le aiuole verdi del giardino, grandi come tappeti da bigliardo, e quegli alberi nani facevano un bel vedere sulla facciata nuova, lisciata e imbellettata, e sulle finestre di cui i vetri irradiavansi dei colori delle tende allorchè il sole vi batteva sopra. Alla sera, dalle otto alle undici, mentre i rumori della città si perdevano in lontananza, la luce che scaturiva da quelle finestre pigiantesi fra di loro, adorne, civettuole, foderate di velo e di damasco, ricamava a giorno come un merletto il disegno della cancellata sul marciapiede della larga via oscura e quasi deserta, e lambiva le foglie lucenti delle magnolie. Le poche persone che passavano si fermavano un istante, o mettevano il capo allo sportello della carrozza, per rallegrarsi la vista di quella luce, di quei luccichii che carezzavano qua e là i mobili e le stoffe, di quel dolce tepore profumato che indovinavasi, e immergendosi nel buio, mentre si allontanavano, si voltavano ancora per cercare di leggere un sorriso sulla faccia di quella dimora felice.
Al di dentro quella dimora felice avea un altro aspetto. Nella stanza più lontana dalla via, nell’angolo più remoto, stava di solito Nata, vicino al camino, illividita dagli azzurri bagliori della fiamma, cogli occhi semichiusi, come enormi macchie nere sul viso smorto, allungando i piedi sul tappeto, abbandonando il capo sulla poltrona, sfogliando le pagine di un libro o tra- macchinalmente colla ventola. Tutte le altre stanze erano vuote, mute, fredde; il domestico passeggiava silenzioso nell’anticamera, e in mezzo a quel silenzio lo scoppiettare dei tizzi, il tic-tac dell’orologio, o il rumore delle carozze che passavano nella via avea qualcosa di triste.
Allorchè Giorgio era andato a far visita alla contessa, verso le cinque, tutte le finestre della casa luccicavano come specchi; al disopra delle tegole rosse e in mezzo alle guglie sottili dei camini il sole sembrava diffondersi come un’aureola di polvere d’oro. Nata udendo una carrozza che si fermava al cancello aveva vôlto istintivamente il viso verso l’uscio del salotto, con un rapido movimento. Giorgio la trovò presso la stessa finestra, davanti a un piccolo tavolino incrostato di rame dorato, su cui c’erano i suoi libri e le sue lettere, e sembrava più sola e deserta che mai. Il salotto era tutto foderato di seta azzurra, era poco illuminato e vi ardeva un gran fuoco. Quello splendido giorno invernale non met- nè un raggio, nè un sorriso in quella stanzina. Gli uccelli facevano gazzarra nel giardino elegante e malinconico e fin sulle finestre, e fra i vetri e le tendine vedevasi una lista di cielo terso e limpido. La luce attraverso la seta delle tende penetrava tenera, diffusa, e nell’angolo del caminetto era assorbita dai chiarori rossastri della fiamma. Nata, colle spalle rivolte a quel quadrato di luce azzurrina, sembrava quasi al buio, i suoi occhi parevano più grandi e profondi, e il suo pallore sembrava quasi verdastro. Ella battè le mani con un movimento infantile, e stendendogliele entrambe, col suo più bel sorriso:
— Bravo! Se sapesse come giunge in buon punto, e come le son grata della sua visita! Vede? Tutta la mia vita si passa così, a contar gli alberi del viale. Ed ecco la mia più grande distrazione.
Giorgio si chinò ad esaminare la grande distrazione, un disegno giapponese che la contessa stava incollando su di una ventola, e si misero a discorrere delle industrie di quel paese dove La Ferlita avea passato parecchi anni come addetto alla Legazione; Nata gli faceva mille domande una più bizzarra dell’altra, e di tanto in tanto, senza pensarci, gli piantava in volto quei suoi occhioni penetranti e impenetrabili. Tutt’a un tratto, fra la descrizione di un bronzo niellato e di un lavoro in avorio, gli domandò:
— Dev’essere un po’ in broncio con me, dica?
Egli levò il capo bruscamente; la contessa non lo guardava neppure, teneva il disegno attraverso alla luce, per vedere se fosse disteso abbastanza, ammiccando un po’ degli occhi, colle mani in alto, bianche come cera e leggermente trasparenti nei contorni. Non sembrava nemmeno che avesse fatto quella domanda.
— Io! disse alfine La Ferlita.
— Sì, un peu, beaucoup, passionnément — passionnément!
— Mais non! rien du tout!
Ella si voltò, colle mani ancora in aria e il disegno che faceva da trasparente.
— Davvero? tanto meglio! Non può immaginare qual piacere mi faccia...
E chinando il capo con quella sua aria da statua che non lasciava indovinare se scherzasse o dicesse sul serio, aggiunse con un certo sibilo nell’accento:
— Merci!
Successe un istante di silenzio; ella sembrava tutta intenta al suo lavoro: poi lo buttò in un cestino e andò a posare il piede sul paracenere, rialzando un po’ la veste e appoggiando il gomito al piano del camino.
— È stato sempre a Firenze tutto questo tempo, dacchè non ci siamo visti?
— Sì, all’infuori di un mese di congedo, che poi si fece di otto settimane.
— Non l’avevo più visto dopo il mio ritorno, e credevo fosse partito.
— Io però l’avevo vista.
— Dove?
— Alle Cascine, saranno otto o nove giorni.
— Non l’avrò riconosciuto. Era una delle prime volte che incominciavo ad uscire in carrozza, ed ero ancor debolissima, la folla mi dava il capogiro.
— Adesso però sta molto meglio.
— Sì, adesso sto bene...
La Ferlita il quale era venuto sognando senza sapere precisamente che cosa, ma tutto pieno dell’immagine di quella donna che gli avea fatto girar la testa come un ragazzo, a poco a poco era rientrato nella sua pelle vedendola da vicino e discorrendo tranquillamente con lei tanto semplice e naturale; Nata era assai leggiadra, così ritta dinanzi al fuoco, ma nulla più, e solo allorquando fissavagli in viso gli sguardi egli sentivasi sconcertato e perdeva alquanto della sua disinvoltura. Allorchè si levò per andarsene ella stendendogli la mano:
— Presto, non è vero? gli disse.
Nell’andarsene La Ferlita diceva fra di sè:
— Giorgio, amico mio, m’è entrato il sospetto che tu ci abbia fatto una figura ridicola. Orsù, la testa a casa, e rimediamo al malfatto.
Perciò era ritornato altre volte da lei senza farle un briciolo di corte. Ella gli si era mostrata riconoscentissima. Lo accoglieva sempre con un’esclamazione o un sorriso, e gli diceva ch’era proprio una buona azione quella di venire a contare con lei gli alberi del viale. — Che peccato non esserci conosciuti prima, n’è vero? Giorgio rispondeva ridendo: — Ma noi ci conosciamo da un pezzo!
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