Dedica
ct ct Questo libro non poteva esser dedicato che a voi, che nella vostra fiorente e, vorrei quasi dire, serena ed olimpica vecchiezza, siete la prova viva e palpitante della verità, che io voglio dimostrare in questo mio libro; che cioè la vecchiaia non è nè una malattia, come disse un grande, nè una maledizione, come ripetono tanti e tanti.
Quando io sento il bisogno di riposare gli occhi stanchi dal turbinìo di tanto fango umano divenuto polvere, ma pur rimasto putredine; quando sento il bisogno di riposare le mie povere orecchie assordate dai lamenti di tanti infelici, dai tanti timballi e tamburi della mediocrità sfacciata e fortunata, dagli urli dei mille delirii umani; io corro da voi e mi riposo nella vostra casa di Via della Scala, come in un rifugio di pace e di serenità.
E là nella consapevole concordia delle idee e nella famigliarità di una conversazione amica contemplo la vostra bella e cara faccia d’uomo felice e fiero. La vostra fronte larga e alta come il vostro pensiero mi pare quella di un Giove cristiano e umano e il vostro sorriso benevolo, cortese, condito da un pizzico di benigna ironia mi dicono tutta la storia gloriosa di una vita consacrata sempre al trionfo del giusto e del buono. Mi sembrate l’antico gladiatore, che dopo le lunghe lotte si riposa nella gloria del suo trionfo assicurato.
Avvocato fra i più valenti del Brasile, poi deputato, avete sempre combattuto per ciò che era il progresso nella giustizia; senza domandarvi mai, se il farlo vi avrebbe giovato o nociuto. Messo in carcere per aver preso parte alla rivoluzione di Pernambuco, foste condannato a dura e lunga pena, e non aveste la grazia che dopo quattro anni di martirio.
Il vostro ingegno e i vostri studi speciali di diritto internazionale vi portarono più tardi nella diplomazia, dove nelle più alte missioni a voi affidate, avete scritto molte fra le più belle pagine della storia della vostra patria.
Nel 66 in Bolivia con lungo e difficile travaglio nella definizione dei confini col Brasile, riusciste a far trionfare la verità anche nella carta geografica dell’America meridionale e nel tempo stesso a distaccare la Bolivia dalla sua alleanza col Paraguay.
Nel 76, ministro plenipotenziario del Brasile nell’Uruguay, poi agli Stati Uniti, dappertutto facendo amare e rispettare il vostro paese da tutti quelli che in voi riconoscevano tutte le più rare virtù del diplomatico insigne, del gentiluomo perfetto.
Nell’ultima guerra fra il Chili e il Perù, nominato arbitro delle contese fra i due Stati, rappresentaste il vostro Imperatore a Santiago, accettando, una delle più ardue e più pericolose missioni, che mai siano state affidate ad un diplomatico.
I più insidiosi intrighi politici, le più rabbiose cupidigie degli interessati, le minaccie e le lusinghe vi movevano guerra incessante, scuotendovi, seducendovi, confondendovi Catone solo contro mille; ma Catone.
E quando la vostra coscienza si trovò faccia a faccia contro tutta quella gazzarra di intrighi, di lenocinii e di violenze morali; rifiutaste il mandato, volendo rimanere prima che rappresentante di un imperatore potente, difensore impeccabile del vero e del giusto.
Lasciatemelo dire: un uomo che per più di mezzo secolo è stato avvocato e diplomatico, eppure rimane Catone, è più che un uomo; un monumento.
In quell’occasione voi non foste soltanto un eroe della giustizia, ma dettaste norme, che serviranno di guida maestra a tutti i futuri arbitrati internazionali.
L’ultima tappa della vostra lunga e faticosa carriera fu quella di Roma, dove ministro del Brasile, avete fatto amare la vostra patria da tutti e specialmente da noi altri italiani, che vi siamo riconoscenti di avervi veduto fare i primi studii all’Università di Pisa ed ora siamo alquanto superbi che abbiate scelto la nostra Firenze per passarvi gli anni di pace e di riposo.
Quanto a voi, a tutti quelli che vi ammirano, ricordando le fortunose vicende della vostra vita, modestamente rispondete sempre: non ho fatto che il mio dovere.
- Ma, quanti altri possono ripetere queste poche e sante parole?
Ed ora io vi saluto, augurandovi con tutto il cuore gli anni di Fontenelle e di Chevreul.
Belgirate, 31 agosto 1894.
Due parole al lettore, che possono anche servire di prefazione
ct ct Gli amici più cari, quei pochi ai quali confido tutti i miei pensieri, quando ebbero udito da me, che volevo scrivere lElogio della vecchiaia si misero a ridere; facendomi intendere molto chiaramente, che io parlavo per celia.
Io però insistevo, atteggiando la faccia alla più grave serietà, e allora mi davano del matto; e un coro di obbiezioni, di sarcasmi, di invettive mi si rovesciava addosso, come valanga di pietre in un’antica lapidazione.
Sì, sì: sta bene, il tuo elogio sarà come quello di . Lodare la vecchiaia, per farne la satira.
Ma che si fa celia? Lodare la vecchiaia, la parte più miserabile della vita, che presa anche nell’assieme, è pure una povera cosa? Lodare l’età del catarro, della sordità, della debolezza; l’età in cui ogni giorno strappa un fiore o una foglia dall’albero della nostra vita; lodare l’agonia dell’esistenza?
Non riuscii a persuadere uno solo dei miei amici, che il mio libro sarebbe stato serio e che senz’ironia avrei lodato la vecchiaia.
Chissà che dopo averlo letto non abbiano a cambiar d’opinione, chissà che non si ricredano del loro errore!
Io ho scritto questo libro per me e per tutti coloro, che avendo più di sessant’anni, più di cinquemila lire di rendita, e una buona salute, non sono felici, e non lo sono per la sola ragione di esser vecchi.
Nella mia giovinezza, nell’età adulta ho sempre fatto le più grandi meraviglie, vedendo che gli uomini si auguravano a vicenda come sommo bene una lunga vita, e avutala, la maledivano. In questo paradosso doveva trovarsi nascosto, come bruco in un frutto, un grosso errore, che si doveva scoprire e distruggere.
Che tu possa campar cent’anni, che tu possa vedere la quarta generazione! E poi si dice che la vecchiaia è la miseria delle miserie, e i vecchi brontolano in coro: felici coloro, che son morti giovani!
Quanto è diverso l’augurio dalla cosa augurata!
Dov’è il bruco nel frutto? Dov’è l’errore? Chi ha ragione dei due? Chi augura a sé e agli altri la vecchiaia o il vecchio, che, avutala, la maledice?
La vecchiaia non è che una fase della vita; e in una vita normale, fisiologica, perfetta, è necessaria come tutte le altre età. Non v’è giornata senza il crepuscolo della sera, e non v’è vita perfetta senza la vecchiaia. Ora, essendo la vita una cosa bella e buona, e che ogni organismo sano difende con tutte le forze del corpo e dell’anima dai nemici che la insidiano, anche la vecchiaia può e deve essere una cosa buona e bella, che abbiamo mille ragioni d’augurare a noi e agli altri.
Se i vecchi per la più parte non sono felici, non è colpa della vecchiezza, ma di loro stessi; così come abbiamo tanti infelici nelle altre età, che pur giudichiamo le migliori.
Nella vecchiaia si sommano tutti gli errori fatti da noi nell’infanzia, nell’adolescenza, nella giovinezza, nell’età adulta - e ad essi poi i più ne aggiungono altri speciali nell’ultima età - per cui è certamente più difficile essere felici da vecchi. Ma anche qui convien ricordare due dogmi fondamentali dell’arte di vivere: che cioè la felicità è sempre una cosa difficile e rara, come difficili e rare sono tutte le cose migliori di questo mondo; come rara è la bellezza e raro è il genio. E poi l’altro dogma è questo: che le cose sono tanto più desiderabili, quanto più sono difficili ad aversi, e che tutti quanti hanno un po’ di sangue nelle vene e un po’ di nerbo nei polsi devono mirare alle cose difficili e alle difficilissime.
Per conto mio, il primo giorno in cui il lunario mi ebbe dichiarato vecchio, non stracciai il lunario, nè tentai coi sofismi e gli artifizi a falsificare le date; ma mi affacciai coraggioso alla vecchiezza, che mi guardava con ironia crudele:
Ma tu mi vorresti fare infelice, tu vorresti vedermi piangere e brontolare?
No e poi no! — Le cose difficili mi son sempre piaciute sopra ogni cosa e anche le impossibili mi hanno sempre affascinato. Tu non mi avrai fra le tue vittime. Io sarò felice malgrado le tue insidie e le tue percosse. Io voglio benedire la vita fino all’ultimo respiro, non voglio essere molesto nè a me nè agli altri. Accetto la canizie come una corona d’argento, non come un obbrobrio; accetto il riposo, non come una maledizione, ma come il premio di una lunga vita di lavoro e di lotta. Voglio essere felice, benchè vecchio. La felicità può e deve mutar forma nelle diverse età della vita ma non deve mai abbandonarci.
In questa lotta con la vecchiaia fino ad ora son rimasto vincitore: non so se e fino a quando mi sorriderà la vittoria. La desidero a me e a voi tutti, che da tanti anni leggete i miei libri, nei quali, pur variando stile e materia, ho avuto sempre dinanzi al mio pensiero l’idea fissa di fare un po’ di bene a chi mi legge, di accrescergli il patrimonio della gioia, di alleggerirgli o di togliergli il peso del dolore.
Quando libro, fosse pur l’ultimo fra gli ultimi, raggiunge questo fine, non fu scritto invano, e l’autore, per quanto modesto, può esserne contento.
Capitolo primo: La vecchiaia nel cuore e nel pensiero dell'uomo
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L’uomo vecchio per il selvaggio è un delinquente, che deve esser punito, o una creatura schifosa, che fa ribrezzo. Egli deve esser punito con lo sprezzo, con l’odio; se occorre anche con la morte, perché ha voluto arrogarsi il sacrilego privilegio di campar molti anni.
Nella famiglia è un peso seccante, un parassita. Non può più seguire i compagni alla caccia, alla pesca, alla guerra. È un inciampo nei viaggi e nella fuga. Convien nutrirlo, sorreggerlo, difenderlo.
Se poi il vecchio è una donna, oh allora lo schifo che ispira è ancora maggiore. Il selvaggio dimentica che quella donna lo ha partorito, lo ha allattato, lo ha amato più di se stessa. È una creatura immonda, ributtante, che nessun maschio desidera: è assai meno del cane che lo aiuta nella caccia. Tutt’al più si può farla cuocere, si può mangiarla; ma la sua carne è dura e amara.
Dovrei intinger la mia penna nel sangue per descrivervi tutti i trattamenti crudeli inflitti dall’uomo fuegino, dall’australiano all’uomo che ha il torto di aver troppo vissuto; ed io non voglio funestare il lettore (ch’io vorrei mi accompagnasse in un viaggio giocondo), rattristandolo e facendolo rabbrividire fin dalla prima pagina del mio libro. Se è un pessimista arrabbiato che si compiace nella lettura di Lourdes o della Terre, prenda un trattato di etnologia e vedrà in quali e quanti modi si insulti, si maltratti, si seppellisca vivo o si mangi morto, colui che fu padre amoroso, fors’anche guerriero intrepido o cacciatore fortunato.
Il mio libro è scritto con la penna di un ottimista, che cerca il meglio della natura umana, e ne studia il male soltanto per guarirlo o per migliorarlo. In questo elogio della vecchiaia io non sono un giudice, ma un avvocato.
Le razze inferiori devono scomparire affatto dalla faccia della terra e non v’ha pietà di filantropo o scuola di missionario, che possa salvarli da questa distruzione.
Vorrei piuttosto parlarvi del posto che occupa il vecchio nella società civile, in quella in cui siam nati e viviamo; in quella società che cammina ben lavata e ben pettinata, che porta guanti e istituisce ospedali pei malati, ospizi pei vecchi; ma che fa ancora la guerra e nella fine d’un secolo così ricco di gloria e di scienza si ammala di anarchia.
In questa società civile si celano ancora i semi dell’antica e animalesca ferocia, e sbocciano qua e là, come il loglio fra le spighe del grano, appena l’egoismo li inaffi e la passione li riscaldi.
Noi non uccidiamo più e molto meno mangiamo i nostri vecchi, ma li disprezziamo spesso e spesso gettiamo loro in faccia come una colpa la loro debolezza e i loro acciacchi. Tutt’al più verso di essi si sente la compassione, quasi mai la simpatia o l’amore; si giunge fino alla pietà, quasi mai fino alla stima.
Eppure la posizione del vecchio si è andata sempre migliorando col progredire della civiltà, come è accaduto per la donna, che con lui divide la colpa della debolezza. Il Vangelo di Cristo e quello più universale dell’umanità pietosa ha parlato anche per il vecchio, dandogli un posto al sole. Quando il nerbo dei muscoli non fu più l’unica o la prima delle umane virtù, si trovò che anche nelle teste canute il pensiero è desto e operoso; si trovò che il vecchio non è un parassita della società, ma un membro utile e necessario del grande organismo sociale.
Nel mondo cattolico, il vecchio diventò papa, il rappresentante di Dio in terra.
Nel mondo politico, il Senato ebbe il posto d’onore fra il Re e la Camera dei deputati.
E al letto del malato e nei consigli della famiglia il vecchio fu l’uomo preferito.
Tutta una redenzione fatta in nome della giustizia, della pietà e soprattutto in nome di una più profonda conoscenza della natura umana.
Di qui una lotta fra i crudeli atavismi ereditati dai nostri lontani padri e la pietà tutta moderna per gli infelici; di qui i molteplici e svariati sentimenti che la vecchiaia risveglia nell’uomo che pensa, nell’uomo che sente.
Di questa lotta, troviamo le traccie in tutti gli scrittori che rivolsero il loro sguardo alle teste canute; e se raccogliessimo tutti i giudizii dati da essi sulla vecchiaia, faremmo senza volerlo tutta quanta la fisiologia, la psicologia e la legislazione di quest’ultima età della vita.
I pessimisti ci dipingono la vecchiaia come una grande sventura.
L’antichità classica scrive sulla tomba: felice colui che è morto giovane.
proclama che la vecchiaia è un peso molesto: Difficile senectus est hominibus onus.
E , ancor più crudele di Menandro, dice francamente che la vecchiaia è una vera malattia. Senectus ipsa est morbus; sentenza che giunge fino a noi sotto forma diversa e ispira al Dr. tutto un libro: La vieillesse considereè comme maladie; paradosso che l’autore può difendere con le stesse parole del più grande fra gli avvocati della vecchiaia, , che nel suo libro immortale De senectute, scriveva: Pugnandum tamquam contra mortem, sic contra senectutem.
E il Dr. Turck avrebbe potuto invocare a difesa della sua tesi anche i Santi Padri, dacchè anche nei loro libri si legge:
“Quando gli uomini augurano a se stessi la vecchiaia, qual altra cosa non desiderano, che una lunga infermità?”
Alcuni scrittori si accontentano di scherzare, dicendo come , che vecchiaia e matrimonio devono essere due cose molto simili; perchè desideriamo di averle, ma avutele, ci rattristiamo.
Altri studiano un lato solo dell’ultima età della vita, o ci danno consigli etici e filosofici sul modo migliore di sopportarla.
È Aristotile, che ci insegna che i vecchi sono increduli, perchè vissero molti anni e in molte cose furono ingannati o peccarono.
Ed è lo stesso grande enciclopedista dell’antichità, che dà ai vecchi una lezione di igiene genitale.
Et propter hoc mulus est longioris vitae quam asinus et equus, ex quibus fit, quia ipse non generat.
Seneca detesta i vecchi che fanno lo zerbinotto.
Nihil turpius quam senex vivere incipiens.
Turpis et ridiculosa res est elementarius senex.
E quando Chilone umoristicamente scrive: optabilem esse senectutem juvenilem, molestam vero iuventutem senilem, va poco lontano dallo stesso Seneca, che aveva detto:
Iucundissima est aetas devexa, iam non tamen praeceps.
Aprite la Bibbia e vi troverete in più luoghi la glorificazione della vecchiaia.
L’Ecclesiaste ne parla con entusiasmo sincero:
Quam speciosum caniciei iudicium. Quam speciosa veteranis sapientia et gloriosus intellectus et consilium. Corona senum multa peritia et gloria illorum timor Dei.
E il Levitico vi insegna di alzarvi davanti al vecchio e di inchinarvi riverenti a lui:
Coram cano capite consurge et honora personam senis.
E con lui fanno coro i libri di Giobbe e dei Proverbi:
In antiquis est sapientia et in multo tempore prudentia (Giobbe).
Corona dignitatis senectus, quae in viis iustitiae reperitur (Proverbi).
Dignitas senum canicies (Proverbi).
Corona senum filii filiorum (Proverbi).
E bastino le citazioni. Se ve ne offrissi cento, mille, direbbero tutte la stessa cosa. Ora è il pessimista, che si turba davanti agli acciacchi e alla debolezza della vecchiaia; ora l’ottimista che ne contempla con venerazione la canizie argentina e ne ammira la prudenza, il senno e tutte le altre virtù, che derivano dall’aver molto veduto, molto pianto e molto goduto.
Fra gli uni e gli altri oscilla la grande folla umana, che desidera e teme in una volta sola la vecchiaia; nè sa il più delle volte, se sia il timor della morte o l’amor della vita (che son cose diverse, benchè conducano poi allo stesso fine), che le faccia desiderare la vecchiaia.
Nella società moderna il vecchio ispira pietà e rispetto; pietà per le sua debolezza, rispetto per l’esperienza accumulata ed anche per un’inconscia ammirazione per tutto ciò che ha saputo resistere al tiranno dei tiranni: il tempo.
La parola di veterano è poco diversa da quella di vincitore, e il vecchio ha saputo vincere il potente dei potenti, colui che tutto abbatte, schianta e distrugge.
Pietà e rispetto circondano il vecchio nella famiglia e nella società, là dove l’egoismo o la miseria non è più forte dei sentimenti benevoli. Pur troppo quando la fame e l’ambiente in cui si vive il giorno e la notte, quando gli occhi del proletario contano dolorosamente le bocche e i bocconi intorno al desco, trovando sempre uno squilibrio crudele fra quelle due cifre; pietà e rispetto scompaiono davanti alla voce straziante e animalesca dei vuoti ventricoli. Se il labbro tace, dalle viscere affamate sorge un urlo di belva, che se non parla con la bestemmia o colla maledizione omicida, si traduce in uno sguardo ferino, che invoca la scomparsa di un vecchio: l’equilibrio delle bocche e dei bocconi.
A questi omicidi pensati, ma non compiuti, provvederà la giustizia dell’avvenire; provvederà il maltusianismo previdente dei posteri.
Nelle classi agiate e ricche, dove i bocconi sono sempre in maggior numero delle bocche, la soppressione del vecchio non è invocata mai nè dalla bestemmia omicida nè dal muto e feroce rancore; ma l’uomo canuto non ha ancora il suo posto al sole, benchè il Vangelo abbia quasi venti secoli di storia: e questo più per colpa dei vecchi che della società in cui vivono.
L’igiene ancor bambina, la lotta per la vita che ci fa vecchi prima dei cinquant’anni, l’abuso di tanti eccitanti fisici e morali, l’inconsulta sete della voluttà, danno ai più la decrepitezza prima della vecchiaia e giustificano il paradosso di Terenzio che la vecchiaia è una malattia.
Di qui la pietà sempre superiore al ri- spetto; mentre io vorrei inutile affatto il primo sentimento, alto fecondo e universale il secondo.
Perchè ciò avvenga, è il vecchio che deve provvedere con tutte le forze che gli rimangono, con tutta l’esperienza di cui è tanto ricco. Egli da solo deve conquistare e mantenere il posto che la natura gli ha assegnato nell’organismo sociale. Egli deve respingere la compassione di cui non ha bisogno, non deve invocare la pietà che gli è inutile; nulla chiedere e nulla accettare come elemosina e avere per diritto quanto gli spetta nel riparto del bene e del male fra gli uomini.
Alla propria felicità deve provvedere egli stesso con una savia economia delle forze, col tener alta la propria dignità fisica e morale; cercando di nascondere i guasti del tempo con una cura maggiore della propria persona, con l’indipendenza del carattere.
E deve farsi amare, perchè degno d’amore, perchè generoso in vita di ciò che presto dovrà abbandonare per forza; perchè egli non ruba il posto ad alcuno, e dove egli sta è giunto col lavoro onesto, con la vita intemerata.
Egli non ha diritto a minori gioie e a una felicità più incompleta del giovane e dell’adulto. Soltanto, gioie e felicità devono essere diverse in lui, non minori mai.
Ad ogni età un clima diverso, ma fiori sempre e frutti sempre.
Non è men bello l’albero quando ci dà l’ombra delle sue foglie verdi o il profumo dei suoi fiori o il sapore dei suoi frutti.
All’adolescenza le foglie, al giovane e all’adulto i fiori, al vecchio i frutti.
L’albero che non ha nè foglie, nè fiori, nè frutti, non è vecchio, ma è morto. E i vecchi decrepiti sono morti che camminano.
Ed io non voglio la vecchiaia agonia della morte, ma crepuscolo roseo di un sole che tramonta; senza rimpianti e senza dolori.
Capitolo secondo: L'amore nella vecchiaia
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Les femmes regardaient Booz plus qu’un jeune homme, Car le jeune homme est beau, mais le vieillard est grand.
Le vieillard, qui revient vers la source première, Entre aux jours èternels et sort des jours changeants; Et l’on voit de la flamme aux yeux des jeunes gens, Mais dans l’œil du vieillard on voit de la lumière.
Se aprite un libro di fisiologia, vi leggete che la donna fra i quarantacinque e i cinquanta anni vede cessare il tributo lunare e che l’uomo dopo i sessanta non può più combattere le dolci battaglie d’amore. Queste cifre son varie secondo gli osservatori, varie secondo i climi e la costituzione di ciascuno; ma oscillano sempre fra punti molto vicini.
Queste cifre crudeli ci dicono quindi che, come nelle piante così nell’uomo, la vita dell’individuo sopravvive a quelle della specie e che il carattere più saliente della vecchiaia è forse quello di dover rinunziare ai piaceri d’amore.
L’igienista ricalca i suoi precetti sui dati che gli porge il fisiologo, e ci insegna di non tormentare organi condannati dalla natura al riposo e ci dice di non cercar fiori fra le nevi e i ghiacci dell’inverno.
Un organo morto non può esercitare funzione alcuna: un organo morto non ha bisogni, nè desiderii, e il vecchio non dovrebbe soffrire del digiuno d’amore per la semplicissima ragione che, non avendo bisogno di mangiare, non ha fame.
Noi altri fisiologi e scienziati però siam sempre costretti, quando cerchiamo di segnare i contorni di un fenomeno o di formulare i regolamenti di una funzione, a recider sempre qualche cosa, a mutilare qualche nesso, che tien riunito il fenomeno o la funzione con tutti gli altri fenomeni e tutte le altre funzioni, che si muovono o vivono con essi.
L’uomo di scienza parla coi dogmi e coi numeri, e la natura strilla e talvolta anche si ribella contro le necessarie prepotenze dei dogmi e dei numeri.
Anche i codici parlano lo stesso linguaggio, ma quando essi si trovano faccia a faccia con gli uomini vivi, si vede quasi sempre che il verbo non corrisponde allo spirito, che la scienza non si può saldare colla pratica, e ad aggiustarli alla meglio vengono i regolamenti, i commenti e ahimè la densa schiera degli avvocati, vengono gli uomini della toga e vengono i giurati.
Nella pratica della vita abbiamo dunque avuto molti e anche parecchi vecchi, che non hanno rinunziato ai piaceri d’amore, sia perché sono eccezioni ai dogmi e ai numeri scritti nei libri; sia perché con artifizi diversi mantengon viva la fiamma del desiderio, che dovrebbe spegnersi coll’atrofia dell’organo.
Ma lasciamo la scienza e scendiamo al piano della vita.
L’amore coi suoi dolci tormenti e le sue care voluttà non tramonta a un tratto, come il sole all’equatore, ma ha lunghi crepuscoli, che negli organismi robusti e non logorati dagli abusi, rammenta quelli polari. Il giorno non è finito, e la notte è cominciata appena; e questa lotta della luce con le tenebre si fa così lentamente, così insensibilmente, da durar tanto quanto la vita.
E l’amore del vecchio, luce e tenebra in una volta sola, crepuscolo misterioso del polo, non tramonta che coll’ultimo sospiro e senza ch’egli abbia dovuto pronunziare le terribili e nefaste parole papali: non possumus.
Questa ideale perfezione è privilegio singolare dell’uomo monogamo e virtuoso, che continua ad amare la sua compagna anche quando le si imbiancano i capelli e incomincia il naufragio della forma.
Allora la consuetudine supplisce a ciò che il tempo ci toglie e l’esser invecchiato insieme dà quasi una nuova e più stretta parentela, che non sia quella che unisce due giovani sposi. La lunga e non interrotta catena dei dolci ricordi, le burrasche superate insieme, l’eguaglianza nella debolezza e il bisogno dei reciproci perdoni; un intendersi tutto con uno sguardo solo, formano ai due vecchi un clima tutto speciale fatto di tepori e di morbidezze; che se non è proprio amore, è qualcosa che molto gli rassomiglia e che in ogni modo è largo dispensatore di intime compiacenze e di occulte e misteriose voluttà.
Ai disinganni dell’estetica pensano poi le tenebre tanto indulgenti e pietose. Molte tenebre e un po’ di fantasia rattoppano di grandi strappi e celano di grandi piaghe e tanto da superare il più abile ortopedico del mondo. Volesse Iddio che valessero anche a nasconderci le piaghe morali e le deformità dell’anima!
Oh quante volte un vecchio arzillo dopo un lauto pranzo innaffiato da vini troppo generosi, volle fare un piccolo strappo alla realtà coniugale e di soppiatto andò a comperarsi un po’ d’amor giovane.
Ma con quanti rimorsi e quanto desiderio ritornò al talamo usato, maledicendo la corsa fatta in campi non suoi e l’umiliante compassione e la tolleranza mal simulata e il prezzo cresciuto all’eccesso della grazia accordata.
Con quanta gioia riabbracciò la fidata compagna, a cui trent’anni prima aveva dato la prima lezione d’amore, con quanta compiacenza riandò con lei sei lustri di carezze e riandò le scoperte fatte insieme e le nuove terre esplorate e i pudori rinascenti sotto i loro piedi nel dilettoso viaggio, come fiori sbocciati al fiato della primavera.
Oh quanta differenza fra la commedia schifosa rappresentata nella commedia della voluttà e il lungo e memore abbandono di due esistenze saldate insieme da anni!
Oh quanta differenza fra un bacio comprato e quel bacio cercato nello stesso tempo in due e in due assaporato lunghissimamente; quel bacio sempre eguale e sempre diverso, che a guisa di suggello ha segnato in ogni più piccola parte del corpo, e in ogni fibra del cuore e in ogni più profondo nascondiglio dell’anima ha intrecciate insieme le due parole: mio, nostro!
Napoleone, cinico ed egoista, ma profondo conoscitore della natura umana, disse, che se l’uomo non invecchiasse, non gli darebbe una moglie; e con queste poche parole segnò a grandi tratti e molti anni prima del Balzac quasi tutta la fisiologia e la filosofia del matrimonio.
Sì, egli aveva ragione. Se il matrimonio è ancora la forma meno cattiva del contratto d’amore fra l’uomo e la donna; è poi sempre l’unico vincolo, che permette all’uomo e alla donna di amarsi, anche quando fisiologia e igiene li avessero messi all’indice.
Il volgo ripete ogni giorno con volgarissima menzogna, che fra due sposi l’amore si trasforma a poco a poco in amicizia.
No e poi no: il sentimento che lega due vecchi che hanno attraversato insieme una lunga vita, non è amicizia, ma è ancora amore e amore sessuale. Non è l’amore ardente e vulcanico del giovane, non l’amore dotto e ingegnoso dell’adulto; ma è sempre amore.
Un amore pieno di dolci e misteriosi ricordi, ignoto al mondo tutto e che formano il delizioso ed esclusivo segreto di due corpi e di due cuori.
Un amore pieno di indulgenze, di concessioni, di generose bugie e di tenerissime ipocrisie.
Un amore pudico, perchè ha molto da perdonare e da farsi perdonare, un amore che osa esser libertino, ma senza violenze, che sa di non poter peccare; un amore ritornato puerile e timido, ma rimasto parecchio birichino e capriccioso.
Un raggio di sole, che squarcia le nubi nere di un temporale e cade sopra la candida neve polare, e par che la riscaldi e la disciolga con un fiato di calda tenerezza!
Se l’amore di due vecchi può esser giocondo, diventa poi giocondissimo, se è benedetto dalla fecondità. Allora rassomiglia in tutto al più caro e al più bello fra gli alberi, il limone; sempre verde di foglie, sempre profumato di fiori, sempre ornato di frutti.
I nostri figliuoli sono specchi viventi, nei quali due creature di sesso diverso si guardano e si contemplano con intima e misteriosa compiacenza.
Un figlio guardato nello stesso tempo dall’uomo e dalla donna, che li hanno fatti, è lo spettacolo più giocondo per gli occhi, più inebriante per l’anima.
Più d’una volta due felici mortali, da quello specchio vivente riportano gli oc- chi sopra se stessi, scambievolmente e lungamente. Un sorriso in due dice loro, che si son ricordati della stessa cosa e nello stesso istante. Un ricordo che il mondo ignora e che porteranno essi solo nella tomba. Il ricordo di una carezza diversa da tutte le altre, e che ha generato quella creatura; una voluttà non mai dimenticata e da tutte le altre diversa e che rimase improntata in un lineamento, in un gesto; che è fusione di due carni e di due sangui.
La Bibbia dice che il Creatore, dopo aver guardato il mondo fatto da lui, se ne compiacque e sorrise.
E come non sarà divino il sorriso, quando son due i creatori, che guardandosi nello specchio della loro fattura, si rivedono vivi e giovani, come quando in un amplesso potente e innamorato, riaccesero insieme la fiaccola della vita?
È il frutto saporoso che rammenta a quei due il fiore profumato, da cui nacque; è un mirabile accordo del passato e del presente; è la visione vaga e misteriosa del- l’avvenire, di cui quei due sono gli artefici fortunati.
Se un raggio di sole, toccando la punta di un ago lucente, si frange in aureola scintillante di luce; se rompendosi nella gocciola della pioggia, si distende nell’iride di un arcobaleno; gli sguardi dell’uomo e della donna, che insieme passano attraverso la loro creatura, formano un altro arco di luce celeste, che congiunge il passato all’avvenire, riempiendo l’anima di estasi e di beatitudine.
È il creatore, che dopo la creazione se ne compiace e sorride!
Ma non tutti gli uomini vecchi hanno una moglie: abbiamo la lunga schiera dei vedovi e la lunghissima dei celibi, ribelli per tutta la vita al matrimonio e che in fatto d’amore son sempre vissuti di rapina o di voluttà pagate.
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