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Abruzzesismi

Fedele Romani · 1907 · Free in the US

11,256 words · about 47 min to read

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About this book

Author
Fedele Romani
Language
Italian
Published
1907
Length
11,256 words · about 47 min
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Contents (11)

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Introduzione

INTRODUZIONE

In tutti i luoghi dove accanto al dialetto vive una lingua letteraria, e specialmente se tra l’uno e l’altra c’è affinità d’origine e di carattere, il dialetto tende continuamente ad elevarsi verso la lingua, e la lingua ad abbassarsi verso il dialetto. Il nobilitarsi di questo produce quel dialetto che chiameremo signorile, perchè adoprato più specialmente dalle classi agiate, le quali sdegnano, anche parlando il dialetto, di confondersi con la plebe; e l’abbassarsi della lingua verso l’uso dialettale apre la via, da una parte, agli errori di pronunzia, e, dall’altra, a quelle parole, frasi e costruzioni proprie e caratteristiche di una sola provincia o d’una sola regione, le quali vengono generalmente chiamate provincialismi. Col quale nome non si vuole già intendere le forme dialettali pure, ma quelle che si sono sottomesse, o aspirano a sottomettersi alle leggi fonetiche della lingua, in modo da poter avere la pretensione di far parte di essa. Alla stessa maniera, noi non chiamiamo francesismi, spagnolismi le parole francesi e spagnuole vere e pro- prie, che a qualcuno può accadere, o per bisogno o per capriccio, di adoperare nel parlare o nello scrivere in italiano, ma quelle voci francesi o spagnuole che si sono, per così dire, abbigliate alla foggia nostrana. Ci può, del resto, esser il caso che non ci sia bisogno di nessun adattamento o trasformazione, perchè una voce o un modo proprii di un dialetto o d’una lingua straniera, possano aver l’aria e il suono d’una voce o d’un modo della lingua nostra.

Ma non sempre il provincialismo consiste in una parola o in una maniera di dire estranee del tutto alla lingua: non di rado queste, o sono esistite in altri tempi nella lingua e poi sono andate in disuso, o esistono ancora, benchè non con lo stesso preciso significato. Questo è il caso in cui più facilmente si è indotti a cadere in errore.

E l’influenza dialettale non si fa sentir sempre in modo diretto sulla lingua: non di rado può alterarla per via indiretta. Spesso si sbaglia per un’esagerata paura di cadere in errore. I toscani, per es., sopprimono abitualmente nella pronunzia il dittongo uo (o breve latino accentato); e questo fa sì che essi tendano a scrivere core, novo. Messi in guardia contro questa tendenza, scriveranno, come io ho veduto più volte, nuovità, abbuonamento, dittongando l’o anche quando non è sotto l’accento; nonostante che la pronunzia dialettale sia, in questi casi, del tutto regolare. E parimenti un milanese, che dal suo vernacolo sarebbe consigliato a non adoperar mai il passato remoto, finirà, per paura di sbagliare, con l’usare in ogni caso il passato remoto, cioè anche quando egli dovrebbe senz’altro adoperare quel passato prossimo che gli vien suggerito dalla sua propria parlata. Ho sentito un abruzzese che diceva manciare per mangiare, appunto per sfuggire il suo ordinario difetto di cambiare in g il c dopo la nasale n: Angona per Ancona.

Non è poi raro il caso che si commetta l’errore per un’inopportuna applicazione del principio di analogia: inopportuna, perchè non sempre agli stessi suoni, alle stesse forme del dialetto corrispondono gli stessi suoni e le stesse forme italiane. Un calabrese il quale sa che la sua voce viju diventa in italiano veggo, potrà credere, come spesso accade, che passiju (io passeggio) possa diventare, in italiano, passeggo. E un abruzzese che vede corrispondere, a cagnä’, cambiare, inclinerà a ritenere che, a sparagnä’, corrisponda sparambiare.

Ma non sempre accanto ai provincialismi vivono le corrispondenti forme dialettali che li hanno generati. Spesso l’origine di essi bisogna ricercarla nell’uso del capoluogo della provincia, o della regione, o in altri più piccoli, ma più vicini centri di vita.

Come l’uso della capitale d’una intera nazione finisce, ordinariamente, con l’imporsi a tutte le provincie di essa, così, in ciascuna provincia o regione, e forse in ciascun comune, le parole e le frasi usate, per influenza dialettale, nella lingua dei capoluoghi, tendono a intromettersi nelle parlate dei paesi circonvicini; e si vengono, in questo modo, a formare centinaia e migliaia di centri linguistici, le cui onde, più o meno larghe, s’intrecciano tra loro variamente, come avviene di quelle che si formano sulla superficie tranquilla d’un lago, quando vien giù la pioggia a gocce grosse e rade; e questi centri linguistici secondarii tendono del continuo a combattere l’unità della lingua nazionale, sostenuta e difesa, dall’altra parte, dalla capitale comune.

Ma ci sono dei provincialismi che non derivano in nessun modo, nè direttamente nè indirettamente, da questo o quel vernacolo, ed hanno la loro origine nelle particolari condizioni storiche in cui si è potuta trovare una data provincia o una data regione; o in speciali abitudini curialesche, di cui spesso è troppo difficile indagar l’origine; e in mille altri fatti e cause, tra le quali non va dimenticato il signorile capriccio e un ingiustificato desiderio di allontanarsi dall’uso popolare.

Possono esser citati come provincialismi di tal genere: carozza (fr. carrosse, pronunziato carosse), che si usa nel parlare signorile di tutte le provincie meridionali, nonostante che in tutti i dialetti, e anche in quello di Napoli, si facciano sentire nettamente i due rr; prattica, in contrasto anch’esso con gli usi dialettali, in luogo di pratica (spagn. practica ?); gelo, per la regolare voce gelato, la quale si adopera, con le opportune modificazioni fonetiche, in tutti i dialetti meridionali.

Qualcuno forse dirà: — Ma di fatti consimili ne sono avvenuti e ne avvengono anche nella formazione della lingua approvata e riconosciuta dalla Crusca. Come mai quello che è ammesso in un campo, è poi riprovato nell’altro? — Ma i provincialismi non sono già parole e modi riprovevoli per sè: ciascuno di essi ha naturalmente la sua storia, la sua ragion d’essere e la sua brava legge che lo governa: essi sono riprovevoli solo in quanto, non essendo arrivati, per una ragione o per l’altra, a far parte dell’organismo linguistico nazionale, portano, in generale, oscurità e confusione; chè, per il resto, un provincialismo, all’occhio del glottologo, ha lo stesso valore che il più corretto modo di lingua. Qualcuno di quei provincialismi che oggi riproviamo, potrebbe tra cento anni, o molto meno, per combinazioni non prevedibili, essere entrato nell’uso nazionale; e allora l’adoprarlo non soltanto non sarà un errore, ma sarà, a tempo e luogo, un dovere. Fanno per ciò opera inutile e vana quei tali che, per un malinteso amore del luogo nativo, sogliono difendere le parole e i modi provinciali col mostrare la legittimità delle forme dialettali da cui derivano, e la loro buona etimologia e la singolare somiglianza con le forme latine corrispondenti.

Certo quadragesima napoletano, e persica, cerasa, cocozza dei meridionali in genere, somigliano più di quaresima, pesca, ciliegia, zucca alle voci latine quadragesima, persica, cerasa e, forse, cucutia; ma, nonostante la chiara impronta di nobiltà che esse portano sul viso, non vanno adoperate in un discorso italiano, per la sola ragione che non hanno saputo entrare nell’uso generale della lingua, e nella lunga e accanita battaglia per l’esistenza, sono, almeno fino a questo momento, rimaste sconfitte.

Ogni dialetto si può, da un certo punto di vista, considerare diviso in tre parti: una parte, di gran lunga la maggiore, si confonde, quasi, con la lingua stessa nazionale; e, per mezzo di leggiere modificazioni fonetiche (le quali, del resto, come nel caso notato in principio, non sempre sono necessarie), si trasforma pienamente in buona lingua comune; un’altra è composta di modi e di parole così caratteristiche e per il loro suono e per i concetti da loro espressi, e così legate alla personalità del dialetto, che amano di rimanersene modestamente dentro i loro limiti naturali, e non osano in nessun modo di farsi avanti e di venire a turbare l’omogeneità e la purezza del comune linguaggio. C’è, finalmente, una parte che per una certa apparente e ingannatrice affinità, nel suono e nella forma, con gli elementi della lingua letteraria, o per altri falsi diritti e ragioni, ardiscono di picchiare alle porte della lingua comune e pretendono di entrare nel nobile edificio.

Questa terza parte costituisce i provincialismi; e chi di essi si occupa e li nota per norma degl’inesperti, fa, come è agevole comprendere, un lavoro ben diverso da chi compila un dizionario o una grammatica. Questi riguardano tutto, indistintamente, il corpo d’un linguaggio; mentre i provincialismi si riferiscono soltanto a una piccola parte di esso. È vero, del resto, che i limiti del loro campo non possono essere così facilmente precisati, variando col variar della cultura e del giudizio di chi parla o scrive.

Ma, fra queste oscillazioni e queste varietà continue, rimane un fondo di approssimativa certezza e stabilità; e a questo fondo si deve necessariamente restringere l’osservazione di chi vuol dar norme a priori per sottrarsi, scrivendo e parlando, alla influenza dannosa del proprio dialetto, non meno che di altri elementi linguistici tutt’affatto provinciali o regionali.

Abbiamo già notato che il dialetto non influisce soltanto sulle voci, sulle frasi e sulle costruzioni grammaticali, ma anche sulla pronunzia; e questa ultima influenza è senza paragone più continua, più estesa della prima, perchè si fonda sugli organi stessi della voce, che non possono facilmente adattarsi a pronunziar suoni troppo diversi da quelli a cui sono abituati. Nè l’udito è sempre del tutto disposto a cogliere il vero carattere dei nuovi suoni. Ma fortunatamente gli errori di pronunzia non si riflettono poi tutti nella scrittura; ed una delle principali ragioni, nel caso nostro, si è che in italiano non s’usano, di solito, due segni diversi per l’e e l’o stretto, e l’e e l’o largo; per l’s e lo z aspro, e l’s e lo z dolce.

La mancanza di tali doppii segni salva da mille incertezze, che, in caso contrario, sarebbero continue, specialmente nei non toscani, o, per dir meglio, nei non florentini. E c’è, inoltre, che gli errori di pronunzia delle vocali si riflettono nella scrittura meno di quelli delle consonanti, perchè, eliminato il pericolo delle strette e delle larghe, non si ha, per il resto, facilità di equivoci e di scambii, a motivo del loro suono (parlo delle vocali italiane), fondamentalmente, così determinato e preciso. Ma, anche per le consonanti non sogliono, d’ordinario, esser causa di errore quelle lettere dialettali che hanno un suono troppo speciale e caratteristico, il quale non potrebbe esser trascritto nella lingua; e quelle che, pur possedendo un suono il quale si ritrova nella lingua, non possono mai avere in essa una certa data posizione: per es., un doppio b o un doppio g in principio di parola. Si sentirà spesso dire dagli abruzzesi, e dai meridionali in genere, la ggioventù, ma sarà ben difficile trovare fra loro chi trascriva questa parola seguendo l’errore della pronunzia. I fiorentini, in questo caso, usano un g molto tenue e strisciante, che può chiamarsi fricativo; ma essi non sono in ciò seguìti dagli altri italiani, che preferiscono un g esplosivo, di suono più rapido e aspro.

E con questi accenni alla pronunzia fiorentina non intendo già di rimettere a nuovo la questione, così oziosa e odiosa, e pur così cara, un tempo, agli italiani, se la nostra lingua sia e debba chiamarsi italiana, toscana o fiorentina. Ma, ciò nonostante, la verità a me sembra questa: i fiorentini hanno, è vero, alcune particolarità di pronunzia che sono in opposizione col comune uso e consenso degli altri italiani, da Palermo a Milano: per es. il c aspirato e il c e il g fricativo: fiocho, pace, cugino. In tali casi sarebbe ridicolo di pensare che tutta la nazione dovesse abbandonare il suo uso spontaneo e concorde per il solo gusto di fiorentineggiare: si pieghino, piuttosto, in questi casi, i fiorentini, come per il c aspirato molti già fanno, all’uso comune prevalente. Ma, dall’altra parte, gl’italiani non toscani hanno vocali e consonanti, nella pronunzia delle quali sono in piena confusione e discordia. Per venire ad una pronunzia unica che si dovrebbe fare? O stabilire artificialmente, per convenzione, una data maniera di pronunzia, o adottare la pronunzia di un dato dialetto. Il primo sistema non mi pare neppur degno di discussione; e, se si viene al secondo, io non so veramente quale altro dialetto italico potrebbe accampare, nelle presenti condizioni della nostra lingua, più diritti del fiorentino per esser preferito nella scelta.

E quel che dico per l’unificazione della pronunzia, va inteso anche per l’unificazione del lessico e della grammatica della lingua. Noi non intendiamo certo, ripetendo esagerate teorie di altri tempi, non seguite del tutto neppur da chi le aveva formulate, di sottomettere il linguaggio della nazione al controllo dell’uso vivo di una sola classe di cittadini in una sola città; noi non vogliamo applicare alla lingua i rigidi principii dell’unità politica giacobina: a noi non dispiace, quand’essa non apporti oscurità e confusione, una certa varietà nell’unità: varietà che può riuscir utile soprattutto alle ragioni dello stile. Noi non consiglieremo nessuno a chiamare viola il garofano, albero il pioppo, talpa il topo di chiavica, solo perchè così usano a Firenze: anzi, in tali casi, oseremo di correggere gli stessi fiorentini. E, se gli abruzzesi, e tanti altri italiani, vogliono dire lavarsi la faccia, la porta di camera, mentre i fiorentini dicono lavarsi il viso, l’uscio di camera, noi li lasceremo dire. Quando una forma, una voce, è intesa e usata, in tutto il resto d’Italia, ed è intesa, se non usata a Firenze, noi, di regola, non le faremo guerra; e proteggeremo, qualche volta, anche una parola di carattere provinciale e regionale, quando essa sia assolutamente necessaria (chi pretenderà che i lazzeroni di Napoli e i barabba di Torino si chiamino beceri, e che la cassata siciliana si chiami torta?), e quando non discordi troppo, per il suono, dalla lingua comune e non possa riuscire oscura. Non è desiderabile che le provincie e le regioni soffochino ogni loro nota particolare e individuale; e ci piace che appaia, nei nostri discorsi e nei nostri scritti, accanto all’impronta individuale e nazionale, anche una cert’aria regionale e provinciale. Ma, dall’altro lato, chi ci darà, nei casi di più viva discordia, la parola unica da surrogare alle mille che ci si presentano, tutte con gli stessi titoli e con gli stessi diritti, in ogni regione, o provincia, o città d’Italia? Chi ci saprà dire come deve essere chiamato il dato arnese di cucina, il dato frutto, la data pianta? In tali casi è opportuno, anzi necessario, interrogar l’uso di Firenze, città a cui la forza di una lunga tradizione, che s’appoggia su potenti ragioni storiche, letterarie e glottologiche, assegna, e continuerà ad assegnare, fino a che nuovi fatti non la caccino di nido, il diritto e la gloria di affermarsi nostro principale centro linguistico.

Ma è tempo che, dopo d’aver esposto in genere le mie principali idee sui provincialismi, dica qualche parola in particolare sugli Abruzzesismi, , e , che, dopo parecchi anni di oscura quiete, tornano a presentarsi al pubblico sotto nuova veste per opera della benemerita Casa Editrice Bemporad, la quale ha creduto che essi po- tessero riuscir vantaggiosi alle scuole delle provincie e delle regioni per cui furono scritti, e che potessero servir di stimolo ad altri maestri, per continuare ad estendere l’opera da me appena iniziata.

Questi miei libretti non sono stati compilati¸ su incerte informazioni raccolte qua e là, senza alcun diretto controllo: essi sono il frutto della mia propria osservazione e del mio proprio insegnamento, esercitato in ciascuno dei luoghi a cui essi si riferiscono. Naturalmente, per gli Abruzzi, che sono la mia regione nativa, ho avuto le mani più libere e più sicure, ma ho cercato, con l’aiuto di scolari e di amici, di essere esatto, per quanto mi era possibile, anche riguardo alle altre regioni. Nel correggere ho tenuto sempre di mira la semplicità e la chiarezza, e il sistema pratico più che il teorico. Per la pronunzia, quando ho potuto, ho formulato delle brevi regole; per gli altri casi supplirà la viva voce dei maestri ed i buoni dizionarii. Nella correzione degli errori di parole, propongo per lo più un solo vocabolo: quello che mi è parso rispondesse più precisamente alla voce provinciale e fosse nello stesso tempo il più vivo ed usato nella lingua nazionale; ma questo non vuol dire che non si possa, a tempo e luogo, usare una parola e un modo diverso.

Certo, alle volte, mi sono trovato davanti a gravi difficoltà, a quelle stesse difficoltà che si presentano ai traduttori in genere. Essi devono riconoscere spesso, con dolore, che il pensiero dell’originale, nel mutar forma, viene falsato, perchè tra una lingna e l’altra non passa soltanto differenza di parole e di frasi, ma, e forse ancora più, di concetti; e una data parola e una data frase d’una lingua, che, a prima vista, può sembrare corrispondano esattamente a una data parola, a una data frase di un’altra lingua, spesso, a guardar bene, si scorge che corrispondono solo in parte. In questi casi, ho cercato di avvicinarmi, per quanto l’uso italiano me lo concedeva, al significato del modo e della frase provinciale; ma bisogna rassegnarsi alla necessità, ben rara del resto, di qualche piccolo sacrifizio.

E, per evitare equivoci, aggiungerò che, dando a ciascuno dei miei libretti un nome che si riferisce a un’intera regione, non ho inteso già dire che tutti, assolutamente tutti, gli errori segnati in ciascuno di essi siano proprii di tutti i posti, nessuno eccettuato, di ciascuna regione: per la maggior parte degli spropositi questo si può dire; ma ve ne sono, naturalmente, di quelli che si trovano in un luogo e non in un altro. Tanto meglio per i luoghi che ne sono esenti.

Chiuderò col rinnovare i miei ringraziamenti a tutte quelle illustri e gentili persone che onorarono d’incoraggiamenti e di lodi, fin dal loro primo apparire, questi miei lavoretti; e, in special modo, desidero oggi di mostrare la mia gratitudine a che, avendo, nel corso universitario di recente istituito per i maestri elementari, creduto utile d’esporre e illustrare la materia dei miei libretti, ha richiamato su di essi l’attenzione della Casa Editrice sunnominata, e ha, diciamo così, trasfuso in loro il soffio di una nuova vita.

I. - Errori di pronunzia

I.

Errori di pronunzia.

ct

Vengono, per lo più, pronunziate male solamente quando sono accentate.

A prende un suono che tende verso l’e aperta senza propriamente raggiungerla: «Soldato» diventa soldäto (dial. suldäte), «fatto,» «fätto» (dial. fätte).

E viene pronunziata sempre assai aperta, anche quando in toscano è stretta. Così «volère» (volére, dial. vulà), «Milanèse» (Milanése, dial. Melanase).

I prende un suono che si accosta assai a un’e strettissima e sviluppa dopo di sè il suono di j quando è seguito da altra vocale: «Profétto» (profitto, dial. prufétte) «Maréja» (Maria, dial. Marèje), «Véja» (via, dial. rèje).

O vien pronunziato sempre assai largo, anche quando in toscano è stretto: «Signòre» (signóre, dial. segnòre) «mòndo» (móndo, dial. mònne).

U prende un suono che si accosta assai all’o stretto: «Premóra» (premura, dial. premóre), «móro» (muro, dial. móre).

Inoltre, tutte le vocali, quando sono precedute da altra vocale, nella stessa parola, o in due parole distinte, e quando sono iniziali, sogliono prendere davanti a sè un suono gutturale aspirato sonoro, che, rappresentiamo con l’h. Questo snono diventa j davanti ad i. Quindi un vero abruzzese pronunzia così le vocali italiane: Ha, he, ji, ho, hu. E dice «poheta» (poeta, dial. puhète), «jideha» (idea) ecc. Rimase famoso quell’abruzzese che si lasciò sfuggire in una pubblica adunanza: — Quando l’ideha diventa hatto... — E parve che pronunziasse «gatto».

ct

Noteremo quelle solamente che possono essere causa di errore.

B è spesso pronunziato con suono intenso: «Sub-

bito» (subito, dial. sóbbete) «bbanda» (banda, dial. bbände) «abbito» (abito, dial. häbbete).

C si muta in g dopo a: «Inchiostro» (inchiostro, dial. gnòstre), «vingo» (io vinco, dial. vange), «Angona» (Ancona, dial. Nangône).

G, gutturale, si muta in un suono aspirato che, in dialetto, rappresentiamo con l’h: «honna» (gonna, dial. hônne), «rehalo» (regalo, dial. rehäle), ecc.; palatale, si raddoppia sempre: «Ggiovine» (giovine, ggiôuene), «cuggino» (cugino, cuggéne), «paggina» (pagina, päggene).

N diventa m innanzi a b: «Com buone qualità»; e si assimila sempre all’m nell’unione delle parole: «Nom mi piace».

P è pronunziato sempre scempio nella parola «capuccino» (cappuccino, capuccéne), non ostante che tutti dicano, regolarmente, «cappuccio» (dial. cappócce); e diventa b dopo m: «Cambana» (campana, cambäne), «pomba» (pompa, pômbe).

Q, come c, diventa g dopo n: «In guesta maniera».

R è raddoppiato in «morra» (mora, mòrre giuoco) e in «fanfarra» (fanfara, pambarre).

S è sempre aspro, anche quando nel fiorentino è dolce. Innanzi al d o al t prende un suono schiac- ciato, che in dialetto rappresentiamo con sh: «Moshto» (mosto, mmôshte), «feshta» (festa, fèshte), «shdentato» (sdentato, shdendäte). Dopo n si muta sempre in z: «Alfonzo» (Alfonso, Alfònze), «penzo» (penso, pànze). Sc nelle parole «Mosciano» (Muçiäne, nome di paese) e «striscia» (shtrèçe) ha un suono pari a quello del c di «pace» in bocca toscana.

T si cambia in d dopo n: «Studende» (studente, shtudènde), «mi pendo» (mi pento, me pènde). Un mio amico diceva di sapere a mende trenda candi di Dande; e dopo l: «aldo» (alto, ädde), «aldro» (altro, häddre).

Z si fa sentire assai fortemente nelle parole che terminano in zione: «Affezzione» (affezione, affezzejône) «lezzione» (lezione, lezzejône); e, quando è scempio, è sempre dolce, mentre in dialetto avrebbe un suono molto vicino all’s aspro toscano: zucchero, zappa.

Trascriverò qui un passo dei pronunziato alla maniera abruzzese:

«Addéjo mòndi sorgèndi dall’äcque, od eleväti al cièlo, céme jinuhuäli nòte a chi è crescióto tra voji, e imbrèsse nella sua mènde, non mèno che lo séja l’aspetto de’ suoji più familiäri; torrèndi, de’ quäli dishténgue lo scròscio, còme il suòno delle vòci domèshtiche; vélle spärse e bbiangheggiändi sul pendéjo, còme bbränghi di pècore pascèndi; addéjo! Quando è trésto il pässo di chi, crescióto tra vòji, se ne allondäna! Alla fandaséja di quèllo shtèsso, che se ne pärte volondariamènde, trätto dalla speranza di fare aldròve fortóna, si disabbelléscono, in quel momèndo, i sogni della ricchèzza; hègli si maravéglia d’èssersi potóto risolvere, e tornerèbbe allòra hindietro, se nom benzasse che, hun giorno, tornerä dovizéjoso. Quando più s’avänza nel piäno, il suo hòcchio si ritéra, disgushtato e shtango, da quell’ambièzza huniforme; l’äria gli par gravòsa e mòrta; s’inòldra mèshto e disattèndo nelle cittä’ tumulduòse; le chäse aggiónde a chäse, le shträde che sboccano nelle shträde, päre che gli lèvino il respéro; e davandi agli edifizzi ammiräti dallo shtranièro, pènza, con desidèrio inguijèto, al cambicèllo del suo pahèse, alla casóccia a cóji ha messo gli occhi addòsso, da gran dèmbo, e che combrerà tornando récco a’suòji mòndi.»

Sarebbe fuori luogo, in un lavoro come questo, un compiuto trattato di pronunzia; perciò, rimandando gli scolari ai vocabolarii della pronunzia e alle grammatiche, ci contenteremo di aggiungere alcune poche regole semplici e sicure, ricavate dal confronto delle vocali dialettali con le fiorentine.

E, nel fiorentino, è quasi sempre stretta, quando nelle forme corrispondenti, reali o supposte, del nostro dialetto, c’è, o ci sarebbe, l’a (naturalmente si parla delle vocali toniche, chè le atone non offrono difficoltà, essendo sempre strette): Scomméttere (scummatte), stélla (shtalle), péro (pare), giovinétta (ggiuvenatte).

E, è sempre larga, quando nelle forme corrispondenti, reali o supposte, del nostro dialetto c’è, o ci sarebbe, l’è: Tenènte (tenènde), quarantèna (quarandène), contènto (cundènde).

O, è sempre stretto quando nelle forme corrispondenti, reali o supposte, del nostro dialetto, c’è, o ci sarebbe, ô; che, come abbiamo detto, ha un suono tanto largo da parere quasi un’a; Móndo (mônne), professore (prufessôre), colóre (culôre). E, al contrario, sempre largo, quando nelle forme dialettali, reali o supposte, c’è l’ò: Còsa (còse), tesòro (tèsòre), òtto (huòtte).

II. - Errori di ortografia

II.

Errori di Ortografia.

Gli errori di ortografia derivano, com’è naturale, dagli errori di pronunzia; ma non tutti questi ultimi sogliono, per le ragioni esposte nell’Introduzione, riflettersi nella scrittura. Gli errori ortografici in cui, per lo più, cadono gli scolari abruzzesi, sono i seguenti:

1. Il doppio b e il doppio g (palatale), nel corpo della parola, in luogo del b e g (palatale) scempio: «abbito» (abito), «mobbile» (mobile), «cuggino» (cugino), «buggia» (bugia).

2. B in luogo di p, e g in luogo di c (ossia la consonante media invece della tenue) dopo una nasale (m, n): «Mangare» (mancare), «Angona» (ancona), «combagno» (compagno), «imberatore» (imperatore).

3. D invece di t, e z invece di s, dopo n: «Penzo» (penso), «Alfonzo» (Alfonso). Lo scambio di t col d, nella scrittura, avviene specialmente con la parola «quanto» per affinità di suono con «quando».

4. Z doppio per lo scempio nelle parole che terminano in zione.

5. E molti scrivono, come pronunziano, capuccino, machina, malatia, scattola, pippa per cappuccino, macchina, malattia, scatola, pipa.

III. - Errori di parole

III.

Errori di parole.

III. - Errori di parole - 1. Parole che non esistono nella lingua

I.

Parole che non esistono nella lingua.

«Quel negozio di biancheria è molto accorsato (frequentato).»

«Bisogna che io muti stiratora, perchè i polsini son tutti affiarati (abbronzati).»

«Avvampare» è più forte di «abbronzare», e s’adopera per dire che il ferro ha quasi bruciato il panno.

«Se vuoi diventare un brav’uomo, non devi attrassare (trascurare) lo studio fin da bambino.»

1. «Deve pagare cento lire di pigione per questo mese, senza tener conto dell’attrasso (arretrato).»

2. «Di’ al mio debitore che mi paghi almeno gli attrassi (arretrati).»

Dicono anche Essere o Trovarsi in attrasso, o attrassato, per es., con gli affari dell’uffizio, invece di «essere rimasto addietro, o arretrato ecc.»

«Queste basole (lastre) sono troppo piccole: adopratele per i vicoli. Per il corso fatele più grandi.»

«Il nuovo sindaco ha dichiarato di voler far basolare (lastricare) tutte le vie della città.»

«Col continuo traffico delle carrozze, dei barocci e dei carri il basolato (lastrico) del corso è già tutto rovinato.»

«Maria si è messa a ricamare una sottana di cambricco (cambrì).»

«Cos’hai mangiato di buono oggi a desinare?»

«Un fritto di cocozze (zucche).»

«Nella camera nuziale di Adolfo ci sono due bellissimi comò (cassettoni) con impiallacciatura di mogano lavorata a intarsio.»

«La signorina Ida ha ricamato in seta una coppola (un berretto) per lo zio.»

«La moglie di Cesare s’è figliata (ha partorito) cinque volte; e però è andata un po’ giù in salute.»

In lingua c’è «figliare» che si dice solamente delle bestie, e qualche volta anche delle donne, ma per disprezzo.

«Questa paglietta (questo cappello di paglia) mi costa dieci lire.»

«Nell’inverno mi piace portare i pedalini (le solette) di lana.»

«Pedùle» è quella parte della calza o del calzerotto tutto d’un pezzo, la quale copre la pianta e le dita del piede: «soletta» è quella parte stessa, ma è cucita alla calza o al calzerotto, in modo che si può cambiare.

«Il tuo zio m’ha invitato nel suo giardino, e m’ha fatto mangiar tante percoche (pesche cotogne) che mi sento scoppiare.»

Le «pesche cotogne» hanno la polpa attaccata al nocciolo: quelle che l’hanno staccata, si chiamano «pesche spicche» (in dial. pèrseche; e c’è chi dice, anche parlando in italiano, «persica»).

«Quel sudicione di Luigi co’ suoi raschi (scaracchi) ha imbrattato tutta la parete accanto al letto.»

«Quelle sarache (salacche) di ieri sera mi fecero venire una sete, che tutta la notte non ho fatto che bere.»

«Nella provincia d’Aquila ci vengono certi selari (sedani) che li mangeresti con gli occhi.»

«Sono scesa nel giardino a dare una scrollatina al pero. Tu avessi visto le pere come cascavano! Ne ho raccolto una buona senata (grembiulata).»

«Per il mio onomastico la mamma m’ha regalato una bella scolla (cravatta) di raso.»

«Ho veduto passare una sòrica (un topo tettaiuolo) che pareva un gatto.»

«Cammillo non fa mai una spiega (versione) da sè: le copia tutte.»

«Oggi verrai da me a mangiare un bel timpano (pasticcio) di maccheroni.»

«Ieri, un trainiere (barocciaio) ebbe un calcio da un cavallo e, poveretto! rimase mezzo morto.»

«Ho spedito a Pescara due traíni (barocci) di carbone.»

In lingua c’è trainare che vuol dire trascinar per terra, e tráino (anticamente anche traíno) che è Quel peso che tirano in una volta gli animali che trainano.

«Nel tempo che si macinano le olive, gli operai, col pretesto di sentir l’olio nuovo, fanno un po’ di baldoria e cuociono nel caminetto del trappeto (frantojo) saporitissime frittelline.»

«Il versatoio (l’acquaio) dev’esser tenuto ben pulito, specialmente nell’estate, perchè non mandi cattivo odore.»

III. - Errori di parole - 2. Parole che esistono nella lingua, ma con altro significato

II.

Parole che esistono nella lingua ma con altro significato.

«E dopo tutte quelle tue preghiere, non s’è mosso?»

«Affatto (niente affatto).»

«Quando affiderai (sposerai), ricordati di mandarmi un bel cartoccio di confetti.»

Si sente anche dire affido (afféte) per «sposalizio».

«Il tuo bambino sta sempre buono buono: non si sente mai.»

«È un’acqua cheta; ma se s’angustia (inquieta), vedessi!...»

«Hai appurato (saputo) cos’accadde ieri sera alla nipotina della signora Adele? Andò sotto le ruote d’una carrozza, e si fracassò le gambe.»

«Ho letto nel giornale che un muratore cascò ieri da una bancata (un ponte) in via X..., e rimase sul colpo.»

«Giovedì, vedesti alla processione la bara (il piedistallo) di San Giuseppe? Costa cinquecento lire.»

«Com’è brutto Enrico ora che s’è lasciato crescere le barbette (fedine)!»

1. «Caccia (cava) l’orologio: vedi che ore sono.»

2. «Quando si saluta una persona di riguardo, bisogna cacciarsi (cavarsi) il cappello.»

Entra un amico nel cortile di casa tua: gli secca di salir le scale, e ti dice a voce alta:

«Calami (portami giù) quel libro che ti chiesi ieri.»

Un fiorentino direbbe «calami quel libro» solamente nel caso che tu glielo dovessi far andar giù legato con una corda, o altro.

«I maccheroni bisogna buttarli nella caldaja (nel paiuolo) quando l’acqua è a bollore.»

«Caldaia» è il nostro callarône, che chiamiamo anche lu calläre.

«Sarà un affar serio a ordire con questi cannelli (cannoni) che si sfanno al solo toccarli.»

1. «Domani sarò costretto a tener le opere per far carreggiare (trasportare) le pietre.»

2. «Per carreggiare (trasportare) tutta quella roba ci vogliono almeno quattro facchini.»

«Carreggiare» vuol dire «Trasportare robe sul carro.»

«L’inverno, mentre c’è la neve, va per i campi a raccattar le ceppe (gli stecchi) perchè non patisca il freddo la povera mamma.»

«Avresti da darmi un temperino?»

«Cercalo (chiedilo) a Luigi che ne ha uno con sei lame.»

«Il mio fratello m’ha spedito da Roma un pacco postale di saponette, acque odorose e cerotti (cerette) finissimi (finissime).»

1. «Il freddo fa impallidire le cime (creste) dei galli, così belle e rigogliose nell’estate.»

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