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La presente commedia, parte scritta e parte all’improvviso, fu rappresentata un anno dopo della precedente, per la prima volta in Venezia, nel Teatro detto di S. Samuele.
Indice
Lettera di dedica
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OL mezzo del mio amorosissimo Padrone e Protettore, l’Ecc.mo Sign. Conte Lodovico Widiman, ebbi la fortuna di conoscere l’E. V., e di consacrarle l’umilissima mia servitù; e l’amicizia, ch’ella ha per il Cavaliere accennato, fe sì ch’ella mi onorasse della sua validissima protezione. Vostra Eccell. me l’ha aumentata in progresso di tempo pel genio Comico, che forma il di Lei più gradevole divertimento, ond’io valendomi opportunamente di tanta grazia, scrivo il nome di Vostra Eccell. fra quelli dei Protettori delle opere mie, una di queste specialmente a Lei dedicando, per rendere vieppiù onorata la mia edizione. Vano sarebbe, che io volessi dar la ragione al pubblico del lustro, che da un sì gran nome le mie Commedie ricevono, sendo l’antichissimo di Lei Casato sì noto al Mondo, che torto farei a tutti quelli che leggono, se annoverar volessi le glorie sue in tutti i secoli contraddistinte: chi non rammenta i Dogi, i Senatori, i Procuratori, i Generali, gli Ambasciatori di sì gran Casa? Chi è che non sappia le dignità Ecclesiastiche, Prelatizie, e le persone Cardinalizie, di cui furono in varj tempi i Priuli adomati? A chi note non sono le parentele illustri di così grande Famiglia, e chi non parla degli sapienti uomini, ch’Ella ha prodotto, e chi non loda presentemente quelli che vivono? Se tutto questo si sa, che poss’io aggiungere in onor vostro? qual novella ragione potrei addurre per maggiormente gloriarmi della Vostra invidiabile protezione? Ah sì, basterebbe soltanto che io sapessi ritrarre al vivo il carattere vostro, e son certo che tutto il mondo si consolerebbe con me di un acquisto così prezioso. Le vostre Virtù sono di lor natura luminosissime, ma voi date in guardia le avete alla più rigorosa modestia, ed ella, severa esecutrice degli ordini vostri, vuol ricoprirle di un velo; ma, suo mal grado, la beltà loro traspare, ed è dagli uomini conosciuta. Certe Virtù pompose, che a prima vista sorprendono, esaminate poscia col tempo scemano spesse volte di pregio, ma quelle che a poco a poco si fan conoscere, ogni dì scoprono una nuova bellezza, e quelle sono che stabiliscono il miglior concerto, e s’impossessano veramente dei cuori umani. Tali son elleno le Virtù vostre, e la modestia, che le vorrebbe nascondere, è quella stessa che le rende più stimabili e più conosciute. Non ardirei di dirlo, senza averlo io stesso esperimentato. Nel praticarvi soltanto, ho potuto conoscere quanti e quali sieno i pregi del bell’animo vostro; ed io, che per le mie pratiche osservazioni talor mi vanto di conoscere assai presso i caratteri delle persone, ho dovuto studiare assai più a conoscere il vostro, e l’ho trovato alla fine il più amabile, il più virtuoso del mondo. Ma se la custode delle Vostre Virtù, voglio dir la modestia, non vale a nascondere i pregj vostri, sarebbe un mortificarla pubblicandoli a suo dispetto, ond’è che io lascio di numerarli, bastandomi la sicurezza che sono da tutti gli amici vostri conosciuti ed apprezzati. Prima che io finisca il foglio ossequioso, che all’Eccel. Vostra questa Commedia accompagna, della Commedia istessa permettetemi che alcune coserelle vi dica: Voi ne vedeste un modello, due anni or sono, a Bagnoli, alla villeggiatura di Sua Ecc. il Signor Conte Lodovico Widiman, che tanto è amico vostro, quanto è a voi simile nella virtuosa moderazione di se medesimo. Trovavami io pure per buona sorte colà, ed essendo una parte di quei piaceri, che ivi si godono, l’esercizio delle Commedie, due ne abbozzai presto presto, per uso di una sì nobile compagnia. Questa, di cui vi parlo, non dirò averla originalmente colà immaginata, che molti anni prima una cosa simile data aveva in Venezia, intitolata: Momolo sulla Brenta, ma collo scheletro in testa formai il soggetto più adat- tabile alle persone, che lo dovevano rappresentare. Questo rigoroso precetto di adattar le parti agli Attori non lo ha lasciato scritto nessuno, ma io me ne sono fatta una legge, e me ne trovo contento. Da ciò riconosco la maggiore fortuna delle opere mie sui Teatri rappresentate, e da ciò riconoscono i Commedianti il loro concetto. Quindi avviene, che alcuni Comici delle compagnie chiamate volanti scompariscono essi, e fanno le opere scomparire, perchè o non hanno i personaggi alla rappresentazione adattati, o non le sanno, o non le vogliono adeguatamente distribuire. Permettami Vostra Eccellenza che a questo passo le narri una novelletta, che può far ridere. Un certo Capo-Comico, la di cui truppa volante fu nelle mie prefazioni lodata fino che ebbe la compagnia sufficiente, recitava le mie Commedie stampate, e ne riportava gloria e profìtto; mancatogli qualche buon personaggio, le Commedie mie compariscono meno, e meno conseguentemente profitta. Sa ella, che cosa dice il buon uomo? Goldoni ha rovinato il mestiere; le opere sue son cattive, vale più il mio Arlecchino, i miei Diavoli, i miei Pasticci, di tutte le sue Commedie.
Ma simile barzelletta prova il mio assunto, che le Commedie stampate e lette sono sempre le stesse, ma rappresentate cambiano aspetto, a tenore de’ Recitanti. Chi ha veduto rappresentare questa Commedia a Bagnoli, si ricorderà aver veduto una bella Commedia, perchè animata da’ Cavalieri e Dame, pieni di spirito e di talento, che l’hanno fatta comparire quel che non è. Io non feci che l’ossatura, detta comicamente il Soggetto, e i Valorosi Attori sopra uno scheletro di poche carte, mi hanno lavorata una Commedia di ben tre ore. Io pure ho rappresentata la parte mia, e si rammenterà aver io fatto il carattere del Fattore, e alquanto male, per dire la verità; e allora ho conosciuto quanto diverso sia lo scrivere dal recitare, e quanto sia necessaria all’Attore la pratica, l’esercizio e la naturale disposizione. Ma quest’ultima qualità toccai con mano essere più delle altre essenziale. Chi ha insegnato alla Nobilissima Dama di Lei Sposa a rappresentare il carattere della Servetta con tanto spirito, e con tanta verità e bravura? Una Giovanetta, escita poco prima dal- l’educazione di un rigorosissimo Monistero, che appena ebbe agio, dopo sposata, di vedere fra i varj spettacoli di Venezia poche Commedie colla Servetta, confesso il vero mi ha sorpreso a tal segno, che non cesserò mai di parlarne. Disegnai a bella posta alcune scene fra lei e me nel soggetto, e mi trovai, sceneggiando all’improvviso con essa, in un impegno maggior di quello ch’io non pensava. Il talento adunque più che la pratica può Valere. In fatti l’Eccellentissima Signora Loredana, degnissima di Lei consorte, se in ciò ha dimostrato un piccolo saggio del suo talento, grandi maggiori prove ne ha dato nelle più nobili, nelle più serie occasioni, sendo l’oggetto del più tenero amore di tutta la nobilissima Famiglia vostra, e di tutti quelli che la conoscono ed egualmente la stimano. Oh quante lagrime ha fatto spargere la malattia lunga, pericolosa da lei sofferta! ma queste poi colla di lei guarigione convertite si sono in lagrime di tenerezza. Doni il Signore e a Lei e all’Eccellenza Vostra lunga vita e salute, per consolazione degli amici loro e dei loro Servidori divoti, fra’ quali ho anch’io l’onore di essere annoverato.
Di V. E.
L'autore a chi legge
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ELLA Commedia presente, poco più, poco meno, posso dir quel che ho detto della precedente. Fu ella fatta quasi nel tempo istesso, cioè un anno dopo, e, come quella, parte scritta e parte non scritta. Vero è per altro che ora, nello scriverla interamente e nell'esaminarla per l’oggetto di darla al torchio, da molte coserelle un po’ troppo libere ho dovuto purgarla. Conosco anche da me medesimo quant’era scorretto il nostro Teatro, passando allora per bizzarrie del poeta, o del comico recitante, cose che nei presenti giorni offenderebbono le orecchie, rese assai delicate sul punto dell’onestà. Benedetti sieno i salutevoli provvedimenti de’ Magistrati supremi, che hanno comandata delle Commedie la purgazione, e diasi lode all’accuratezza di quelli che alla revisione son destinati. Pur troppo si trovano tra gli spettatori dei discoli, che amarebbono tuttavia sentir sul Teatro la scurrilità, l’immodestia, e chiamerebbono stucchevoli, insipide le commedie oneste, se avessero i poeti la libertà di solleticare il basso genio di questi tali; onde le venerabili prescrizioni di chi comanda mettono i poeti al coperto contro le sciocche brame degli scorretti, cari ci rendono alle persone bennate, e quietano perfettamente la nostra coscienza, in un mestiere che fu per lungo tempo pericoloso. Fin tanto che alle Commedie andavano le persone per ridere all’impazzata, senza badare all’intreccio, ai caratteri, alla sentenza, poco mala impressione poteano fare negli animi le scioccherie, talvolta ancora immodeste, che si lasciavano i Commedianti cader di bocca; ma in oggi che la Commedia è divenuta qualche cosa di più serioso, e che molti vanno per ascoltar veramente, conviene ben pensare le massime, i concetti, le barzellette. Queste leggi le ho avute in mente fin da principio, ma a poco a poco le posi in pratica, a misura che il buon gusto del pubblico si andava perfezionando. Questa Commedia, come io dicea, fatta nei giorni del mal costume, avea bisogno più d’ogni altra di correzione. La donna, che si conduce in villa a ritrovare il Prodigo, era donna di mal costume, e i due, che l’accompagnavano, due personaggi di cattivo esempio. Momolo avea delle mire inoneste, dicea delle cose lubriche, in somma ho ritrovato questa mia (in un tal genere) una commedia cattiva. Quanto son contento di averla ridotta com’è, altrettanto mi pento di averla fatta com’era, e già che ho la consolazione in presente di veder le opere mie dalle oneste e religiose persone approvate, così desidero che tutto il mondo si scordi delle primiere mie leggierezze, e ne domando sinceramente il perdono. Così, se per l’avvenire sfuggisse dagli occhi miei, o da quelli degli accuratissimi revisori, qualche cosa meno innocente, protesto che ciò non sarà fatto mai con malizia; ma se poi la malizia appunto degli uomini vorrà convertire in veleno le cose più indifferenti, la colpa sarà di loro soltanto, poichè da ogni parola, da ogni atto si può formare un senso stravolto, con una falsa interpretazione. Cambiato ho il titolo parimenti alla presente Commedia. L’intitolai, allora ch’io la composi da prima: Momolo sulla Brenta. Questo è un titolo che non significa niente, ne dà il carattere del Protagonista. Il Prodigo è il suo vero titolo, tale essendo il personaggio di Momolo, che per occasione della villeggiatura ritrovasi sulla Brenta. Pochi saranno gli stranieri, anche da noi lontani, che non sappiano essere la nostra Brenta un delizioso fiume, che guida dalle lagune alla città di Padova, lungo le di cui rive sono sì frequenti i palazzi, i giardini e le piacevoli villeggiature, che nulla può desiderarsi in tal genere di più magnifico e di più dilettevole. Là corrono tutti in certi tempi al divertimento della campagna. Molti fanno più di quello che possono, e partono rovinati; il che non solamente accade sulla Brenta nostra, ma in più lontani paesi ancora, e in più remote villeggiature.
Personaggi
MOMOLO, giovane Veneziano.
CLARICE, vedova.
LEANDRO, cugino del defunto marito di Clarice.
OTTAVIO, fratello di Clarice.
CELIO, amico di Momolo.
BEATRICE, moglie di Celio.
Il Dottore LOMBARDI, causidico.
TRAPPOLA, fattore.
COLOMBINA, castalda.
BRIGHELLA, servitore.
TRUFFALDINO, famiglio.
CONTADINI | non parlano
CONTADINE
SERVI
BARCARUOLI
CREDITORI
Atto I
fi
ct
ct ct ct Trappola. Signori, il padrone non è ancora alzato, e non è solito alzarsi così per tempo.
Beatrice. Dite a mio fratello che mi preme parlargli.
Trappola. Perdoni; quando è serrato in camera, non vuole che si disturbi.
Celio. Moglie mia carissima, questo vostro fratello vuol essere la mia rovina.
Beatrice. Spero che non perderete il danaro, che gli avete prestato. Sapete che ha una lite importantissima che lo tormenta, ma se la vince, come si spera....
Celio. Sì, certo: ha la lite in Venezia, e viene a divertirsi in campagna. Che ha egli fatto di quelle somme di danaro, che gli ho prestato più volte? Se le ha consumate qui sulla Brenta, ed il signor fattore lo sa.
Trappola. Io non so niente di questo, signore; anzi so all’incontrario, ch’è qualche tempo che trovasi senza un soldo.
Beatrice. Per cagion della lite.
Trappola. Lo dico anch’io per cagion della lite, (Non credo che nemmeno ci pensi).
Celio. E dei cinquanta zecchini che gli ho prestati ieri, che cosa ne ha egli fatto?
Trappola. Ieri gli prestò cinquanta zecchini?
Celio. Sì, ieri.
Trappola. (Ho piacer di saperlo. Passeranno per le mie mani),
Beatrice. Li avrà spediti a Venezia....
Celio. Non signora; la cosa è come ho detto; e come ve lo ridico in presenza di quest’altro galantuomo, che fìnge di non saperlo. Mi scrivono da Venezia, che si parte una compagnia per venirlo qui a ritrovare. Vi è una certa vedova basta, non vo’ dir niente. La verità si è ch’egli lo sa, ch’egli la aspetta, e che i cinquanta zecchini anderanno, come ne sono andati tant’altri.
Beatrice. Io non lo credo.
Celio. Se non lo credete voi, lo credo io; e giacchè vedo il suo precipizio vicino, non voglio perdere il mio. Dite al vostro padrone che pensi a pagarmi, o almeno ad assicurare il mio credito, altrimenti mi scorderò della parentela, dell’amicizia, e e farò quei passi che si convengono.
Trappola. Io glielo dirò, signore.
Beatrice. Avreste cuore di rovinar mio fratello?
Celio. E voi avreste cuore di veder rovinato vostro marito?
Beatrice. Grazie al Cielo, voi non ne avete bisogno.
Celio. Convien pensare all’avvenire. Se avremo figliuoli, le cose non anderanno così.
Beatrice. Finora noi non ne abbiamo.
Celio. Non ne avete speranza d’averne?
Beatrice. Io non dico nè sì, nè no.
Celio. Basta, sia come esser si voglia, il mio non lo voglio gettare sì malamente. Nelle occorrenze son pronto a far del bene a tutti, ma coi miei danari non voglio fomentare i vizi di un prodigo sconsigliato. ct ct Beatrice. Non ha torto mio marito.
Trappola. Lo dico ancor io.
Beatrice. È tempo che mio fratello pensi a mutar sistema.
Trappola. Il signor Momolo è ancora giovine.
Beatrice. Queste pratiche ch’egli ha, lo rovinano.
Trappola. Glielo dico ancor io.
Beatrice. Vedete un poco voi, che avete giudizio, di metterlo al punto.
Trappola. Oh, se badasse a me! gli faccio delle lezioni da Seneca.
Beatrice. Non è possibile ch’io lo veda?
Trappola. Per ora no. È andato a letto a giorno. Non leverà che tardissimo.
Beatrice. Bene, dunque ritornerò. Ditegli in nome mio ancora, che lo prego ad aver giudizio, di prender cura della sua riputazione. Io l’amo teneramente, ma son moglie alla fine, e sarò forzata ad abbandonarlo. ct ct Trappola. Affè, si mettono in buone mani; io non son nato per fare il precettore. Faccio il fattore, e lo faccio come m’è stato insegnato da qualcun altro; penso prima per me, e poi per lui.
Momolo. Oh, giusto vu ve cercava.
Trappola. Bravo. Si è alzato più presto che non credeva.
Momolo. Co se gh’ha delle cosse che preme, se se leva a bon’ora.
Trappola. Appunto sono stati qui con premura la sua signora sorella e il suo signor cognato.
Momolo. Xeli andai via?
Trappola. Ora, in questo momento.
Momolo. Ho gusto. Parlemo de quel che preme.
Trappola. Avevano grande ansietà di vederlo.
Momolo. No me parlè altro de ste fredure. Ascoltè quel che ve digo. Stamattina aspetto dei forestieri. Bisogna parecchiar un bon disnar, una bona cena: liquori, caffè, chioccolata, tutto quel che bisogna.
Trappola. (È dunque vero quel che diceva suo cognato).
Momolo. Animo, no ve perdè. Sior fattor, fa che tutto sia pronto, perchè no pol far che i capita.
Trappola. Sa ella, signore, perchè mi confondo? Non perchè sia uno che manchi di spirito, e in poco tempo non sappia fare un sontuoso apparecchio, ma perchè mi dà l’animo col poco di far molto, ma col niente non si può far altro che niente.
Momolo. Coss’è sto gnente? Cossa intendeu de dir co sto gnente?
Trappola. M’intendo dire, che senza danari non si va innanzi.
Momolo. E un fattor de la vostra sorte se lassa chiappar senza bezzi?
Trappola. Signor illustrissimo, se avessi l’abilità di fare il lapis philosophorum, vorrei far dell’oro anche per lei; ma quando ella non me ne dà, anzi quando consuma a precipizio tutto quello che io gli do, conviene che io mi ritrovi senza.
Momolo. Orsù, manco chiaccole. Son in te l’impegno e no me voggio far nasar; penseghe vu, e no me fè parer un minchion.
Trappola. Orsù, signore, favorisca di darmi la mia buona licenza, che io non sono in grado più di servirla.
Momolo. Eh via, che sè matto! Ve perdè de animo per cussì poco? Vegnì qua, per darve coraggio, tolè sta borsa con trenta zecchini e disponeli vu a vostro modo.
Trappola. (Qui è dove che io lo voleva). Come vuol ella che io distribuisca questi trenta zecchini?
Momolo. Caro vecchio, fe vu.
Trappola. Trenta zecchini sembrano molti, ma quando si prin-
cipia spendere, vanno come l’acqua di vita. (So che ne deve avere altri venti).
Momolo. Quando che v’ho dito fe vu, fe vu.
Trappola. Mi darebbe l’animo di compartirli bene, e di fare che durassero molto, ma abbiamo tanti debiti con questi bottegai della Brenta, che non so da qual parte salvarmi.
Momolo. No ghe badè a costori; fe el fatto vostro e tirè de longo.
Trappola. Bisogna cascarci per necessità, e se non do loro qualche cosa a conto, non potremo tirare innanzi.
Momolo. Ben, fè vu.
Trappola. Pel trattamento, come vuole restar servita?
Momolo. Ma se ho dito che me rimetto in vu.
Trappola. Quanta gente verrà all’incirca?
Momolo. No so gnente. Per mi me basteria una persona sola, che me sta sul cuor; ma chi sa con quanti che la vegnirà?
Trappola. Se è lecito, che persona è, signore?
Momolo. Una vedua fresca co fa una riosa. Vederè, vederè che mobile. Un’aria, un brio, una grazia; a Venezia no gh’è de meggio. No gh’ho mai podesto parlar a mio modo; e per questo l’ho pregada de vegnir fora in tel mio casin. Ah? cossa diseu? hoggio fatto ben?
Trappola. Bravo. Il punto sta ch’ella non venga in compagnia di persone, che gli diano ancora più soggezione.
Momolo. No crederave. Son in casa mia. Basta, fe pulito, e sora tutto che la roba sia netta, delicata e che no la spuzza, perchè la gh’ha un naso, che sente i odori tre mia lontan. Un zomo semo andai in compagnia a disnar alla locanda, e ghe xe vegnù mal su la porta, perchè l’ha sentio l’odor della carne de manzo.
Trappola. Non ci vuol manzo dunque.
Momolo. Oibò, la xe delicatissima. Dei capponi no la magna altro che la cimetta dell’ala, dei polastrelli la cresta e dei colombini le cervelette.
Trappola. A questa sorta di gente si ha da dar da mangiare?
Momolo. Tant’è, son in impegno de farlo.
Trappola. Ci farà impazzire quanti siamo.
Momolo. Diseghe alle donne, che le varda ben ch’el letto sia netto all’ultimo segno, perchè se a caso la trova su i linzioli un gran de lavanda, la va in accidente.
Trappola. Oh che gioja!
Momolo. Animo, andeve a destrigar, che vien tardi.
Trappola. Per esempio, quanto vuole ch’io spenda?
Momolo. Fè vu.
Trappola. Ma se si spendesse troppo, e poi....
Momolo. No me rompe la testa; co v’ho dito fe vu, fe vu. ct ct
Trappola. Non ci pensi, che sarà servito. Vuole che faccia io? farò io.
Colombina. Mi ha detto il padrone che io venga a parlar con voi; che cosa avete da dirmi?
Trappola. Oh, vi ho da dir delle cose molte.
Colombina. Via, principiate da una.
Trappola. Principierò da quella che più mi preme. Colombina, vorrei che vi ricordaste volermi bene.
Colombina. E il padrone mi ha mandato da voi per questa bella ragione?
Trappola. No, il padrone mi ha ordinato di dirvi che prepariate della biancheria da tavola e da letto, perchè si aspettano dei forestieri.
Colombina. Ho capito. Volete altro?
Trappola. Via, non abbiate fretta. State un poco con me. Mi ricordo che vi ho promesso di comprarvi una vesta: son galantuomo, ve la comprerò.
Colombina. Eh, lo so che siete di parola.
Trappola. Ma voi non mi volete bene.
Colombina. Oh, caro signor Trappola, v’ingannate, ve ne voglio più di quello che vi credete.
Trappola. Quando vengo per parlarvi, sempre cercate i pretesti per allontanarvi.
Colombina. Lo faccio per la gente di casa. Peraltro il mio cuore è sempre con voi.
Trappola. Cara Colombina, voi mi consolate.
Colombina. Ehi, dite, questa vesta quando me la comprerete?
Trappola. Subito, quando volete.
Colombina. Per me non ci metto difficoltà.
Trappola. Se abbaderete a me, voi avrete tutto quel che volete.
Colombina. Quanto credete voi di dovere spendere in questa vesta?
Trappola. Non saprei; tre zecchini credo che basteranno.
Colombina. Basta saperli spendere. Voi non sarete pratico di queste cose.
Trappola. Volete che vi dia il danaro, che la comprerete voi?
Colombina. Se si tratta di levarvi l’incomodo, lo farò volentieri.
Trappola. Sì, cara Colombina, eccovi tre zecchini,
Colombina. Oh, quanto vi sono obbligata!
Trappola. Ricordatevi di venir da me qualche volta.
Colombina. Tre zecchini! certo posso comprare una vesta non ricca, ma civile. Mi dispiace per il busto.... Ma non importa.
Trappola. Che? non avete il busto?
Colombina. Ce l’ho, ma è tanto vecchio.
Trappola. Se volete, lo compreremo.
Colombina. No, no, non importa.
Trappola. Non costerà molto.
Colombina. Con un zecchino si fa; ma non importa, farò di meno per ora.
Trappola. Quel che avete non sarà poi tanto vecchio.
Colombina. Oh, è vecchissimo; non lo posso affibbiare; la vesta non me la metto, se non ho il busto nuovo.
Trappola. Orsù, tenete un altro zecchino, e fatevi il busto.
Colombina. Oh, non vorrei che diceste....
Trappola. Non occorr’altro. Fatevi il vostro bisogno,
Colombina. Oh, per il mio bisogno vi vorrebbero delle altre cose.
Trappola. Come sarebbe a dire?
Colombina. Niente niente, non mi occorre altro.
Trappola. Dunque pel dì della Fiera spero vedervi vestita di nuovo.
Colombina. Così presto sarà difficile.
Trappola. Perchè? vi vuol tanto?
Colombina. Scarpe, calze, un fazzoletto da collo.... Eh, con un po’ di tempo troverò il bisogno.
Trappola. (Ci sono, bisogna che ci stia). Quanto ci vorrà per tutte queste cose?
Colombina. Oh certo, non voglio altro, avete fatto anche troppo; non voglio che dite che sono indiscreta. In vita mia non ho mai domandato niente a nessuno e non avrei coraggio di farlo. Mi contento di quello che mi avete dato per vostra bontà; ho qualche cosa da vendere, avanzo due mesi di salcurio e il resto me lo farò prestare; già con altri due zecchini faccio tutto quel che mi occorre.
Trappola. Colombina, voglio avere il merito di aver fatto tutto: eccovi due zecchini.
Colombina. No, certo.
Trappola. Prendeteli.
Colombina. Non voglio.
Trappola. Se poi non volete....
Colombina. Li prenderò, per non parere ingrata. ct ct Truffaldino. (Osserva che Trappola dà dei danari a Colombina).
Trappola. Così sarete vestita di nuovo da capo a piedi.
Colombina. Per grazia del mio caro signor Trappola.
Truffaldino. (Oh razza maledetta!)
Trappola. Mi vorrete voi bene?
Colombina. obbligo mio.
Trappola. Sopra tutto non state a dar parole a quel briccone di Truffaldino.
Colombina. Oh, non vi è pericolo.
Truffaldino. .
Trappola. Basta, ho qualche buona intenzione sopra di voi: se saprete fare, vi sposerò.
Colombina. Sarebbe troppa fortuna per me.
Trappola. Da qui a pochi giorni, vi parlerò con maggior fondamento. Portatevi bene, e Truffaldino mandatelo al diavolo.
Colombina. Oh, l’ho di già mandato.
Truffaldino. .
Trappola. Addio, cara. Vado a provvedere per la tavola. (Se troppo resto qui, le pietanze calano).
Colombina. Non vi scordate di me.
Trappola. Eh! ci penso anche troppo. ct ct Colombina. E ben sciocco, se se lo crede....
Truffaldino. .
Colombina. Vieni, vieni, il mio caro Truffaldino.
Truffaldino. Con chi parlela, patrona?
Colombina. Cosa c’è? Sei tu in collera meco?
Truffaldino. Sopra tutto non dare parole a quel briccone di Truffaldino. Oh, non vi è pericolo.
Colombina. Oh, quanto mi vien da ridere di quel caro pazzo di Trappola.
Truffaldino. Mandatelo al diavolo Truffaldino. L’ho già mandato.
Colombina. Ti dirò la cosa com’è.
Truffaldino. No gh’è bisogno da dirme altro. So tutto. L’amigo ha messo man alla borsa e l’interesse ha dà una scalzada all’amor.
Colombina. Ecco qui, per farti vedere che in me l’amore ha più forza dell’interesse. Questi sono sei zecchini, che mi ha regalati il fattore; se li vuoi, te li dono.
Truffaldino. Per cossa mo t’al donà quei zecchini?
Colombina. Perchè mi faccia un abito nuovo.
Truffaldino. Cossa gh’intrelo co i fatti toi?
Colombina. Non c’entra e non ci deve entrare.
Truffaldino. Ma perchè at pià quattrini?
Colombina. Ti dirò, caro Truffaldino; già si sa che Trappola ruba al padrone a precipizio, e faccio i miei conti che non mi dona niente del suo.
Truffaldino. Sta razon no la me despiase.
Colombina. In me troverai sempre dei buoni pensieri.
Truffaldino. Elo un bon pensier mandar al diavolo el povero Truffaldin?
Colombina. L’ho detto colla bocca, ma non l’ho detto col cuore.
Truffaldino. Anca questa la voi creder, perchè se sa che vu altre donne no disì mai colla bocca quel che gh’avì in tel cor.
Colombina. Secondo le congiunture. Per esempio, quando parlo con Truffaldino, il mio cuore ed il mio labbro sono l’istessa cosa.
Truffaldino. Ho i me dubbi su sto proposito.
Colombina. Perchè? Hai tu delle prove in contrario?
Truffaldino. Me par de averghene una fresca fresca.
Colombina. E qual è?
Truffaldino. Ti m’ha esebido così per cerimonia i quattrini, e po te li ha tornadi a metter in scarsela.
Colombina. Eccoli qui; te li esibisco di nuovo.
Truffaldino. Mi son un omo discreto. Tutti sarave troppo; me basta qualcossa, da far una spesetta che me bisogna.
Colombina. Volentieri, che spesa vorresti fare?
Truffaldino. Vorave farme un abito de panno piuttosto civil, coi so bottoni d’arzento e anca un pochetto de guarnizion. Vorave farme un tabarro da galantomo, un bel cappello bordà,
otto o diese camise coi maneghetti, una spada d’arzento e, se se podesse, voria comprarme un relogio.
Colombina. Tutta questa roba con sei zecchini?
Truffaldino. No vôi miga spenderli tutti; vôi che ghe ne resta anca per ti.
Colombina. Sai che cosa sono sei zecchini?
Truffaldino. Sie zecchini i sarà sie zecchini.
Colombina. Per fare tutto quello che dici, ve ne vorrebbero cento.
Truffaldino. Sie zecchini quanti soldi fali?
Colombina. Questo conto io non lo so fare; so bene che fanno di nostra moneta cento e trentadue lire.
Truffaldino. Mo cento e trentadò lire no el più de cento zecchini?
Colombina. Povero Truffaldino, si vede che non sei avvezzo a maneggiar danari, e non sai che cosa siano nè i zecchini, nè le lire, nè i soldi. Lascia fare a me, che col tempo spero di contentarti e di poterti fare un abito da galantuomo. Seguita a volermi bene, e non dubitare. ct ct Truffaldino. La dis che no conosso i danari, e la va via senza lassarme principiar a conosserli. Sie zecchini! me par che i sia una montagna d’oro.
Momolo. Cossa feu qua, sior?
Truffaldino. Gnente.
Momolo. Ben, andè a far qualcossa, andè a laorar.
Truffaldino. Bisogna prima che la me domanda, se ghe n’ho voja.
Momolo. Tocco de temerario! cussì se responde al patron?
Truffaldino. Mi no cognoss altri patroni che un solo.
Momolo. E chi elo el patron che ti cognossi?
Truffaldino. El fattor.
Momolo. El fattor? No ti sa ch’el fattor xe mio servitor, come i altri; ch’el magna el mio pan, e che mi ghe dago el salario?
Truffaldino. Mi no so alter. L’è tanti anni ch’el fattor me comanda, e no conosso e no vôi conosser altri patroni che lu.
Momolo. E mi no ti me cognossi per gnente?
Truffaldino. Gnente affatto.
Momolo. Se te comando, no ti me vol ubbidir?
Truffaldino. Missier no.
Momolo. Sastu che te posso cazzar via?
Truffaldino. Co no me cazza via el fattor, mi no gh’ho paura.
Momolo. Ti me faressi vegnir suso el mio caldo.
Truffaldino. Mi no me n’importa un bezzo.
Momolo. Tiò, temerario.
Truffaldino. Zitto, che ghe lo vago dir al fattor. ct ct Certo, nissun me stima; tutti cognosse el fattor; questo vuol dir perchè ghe lasso troppa libertà a sto sior, e un de sti zorni el me fa da paron anca a mi; ma no so cossa dir; son avvezzo cussì, me comoda sto devertirme senza pensar a gnente. Trappola xe un omo che sa far pulito, e co gh’ho bisogno de bezzi, el li trova. Xe vero che da qualche tempo in qua el me li fa un pochetto penar, ma el farà per tegnirme in fren. Adesso per altro son in tun gran impegno, se vien sta signora che aspetto. S’ha da spender, s’ha da farse onor, e senza Trappola saria desperà. ct Vedesi arrivare un hurchiello con varie persone, e si sentono alcune voci di barcaruoli, che gridano per arrivare, ad uso di quelli che navigano per la Brenta; poi sbarcano Clarice, Leandro, Ottavio. Momolo va ad incontrarli, poi Brighella.
Momolo. Eccoli, eccoli, allegramente. Son qua, son qua a servirla.
Ottavio. Servidore umilissimo del signor Momolo.
Momolo. Patron reverito. Chi ela, signor, se è lecito?
Ottavio. Non mi conoscete? Un vostro buon amico. Il fratello della signora Clarice.
Momolo. Me ne consolo infinitamente. (Che bisogno ghe giera, che vegnisse con ela sto intrigo de so fradelo?). Animo, signora, che la desmonta.
Leandro. La riverisco divotamente.
Momolo. Servitor suo. Chi xela, signor?
Leandro. Sono un cugino del fu marito della signora Clarice.
Momolo. La parentela xe un poco lontana.
Leandro. Son io quello che l’assiste ne’ suoi affari.
Momolo. (Meggio! gh’avevela altri da menar con ela?). Cossa fala che no la desmonta, siora Clarice?
Leandro. Sta accomodandosi un poco il capo.
Momolo. Con grazia, che la vaga a servir, che vaga a darghe man a desmontar.
Leandro. Non v’incomodate; anderò io.
Ottavio. Suo cugino la serve sempre. Ella non vuol essere servita da altri che da suo cugino.
Momolo. (Stago fresco da galantomo!)
Ottavio. Eccola, che ora viene.
Momolo. (Sto zerman no me piase gnente). Siora Clarice, ben arrivada.
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The end
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