Read here

Esperimento di traduzione dell’Iliade di Omero

Ugo Foscolo · 1835 · Free in the US

16,079 words · about 1 h 8 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

Free in the US: this text is in the public domain in the United States; it may still be in copyright elsewhere.

Licence: PD-US · Published in 1835 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Esperimento_di_traduzione_dell'Iliade_di_Omero&action=history). · Wikisource contributors

Text from Wikisource and set out for reading on screen; no words of the book are rewritten or summarized. How RedLectern is built

About this book

Author
Ugo Foscolo
Language
Italian
Published
1835
Length
16,079 words · about 1 h 8 min
Sections
7 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (7)

Continue:

Lettera al cav. Vincenzo Monti

uand’io vi lessi la mia versione dell’Iliade voi mi recitaste la vostra, confessandomi di avere tradotto senza grammatica greca, ed io nell’udirla mi confermava nella sentenza di , che l’intelletto altamente spirato dalle Muse è l’interprete migliore d’. Ma la coscienza delle mie forze non fu sì modesta da sconfortarmi, e voi donandomi il vostro manoscritto e l’arbitrio di valermene, mi traete ad avventurarmi a disuguale confronto per trovar mezzo a ricambiarvi di questa prova di fiducia e di amore verso di me. Però non mi sono abbellito di veruno de’ vostri pregi, come terrò nel nostro segreto ciò che mi sembrasse colpa per non trarre a giudizio pubblico le accuse che l’autore ascolta liberamente, ed è in tempo ancor d’emendare. Ma stampo col mio il vostro primo Canto, onde se l’Italia, come io credo, vi ascrivesse la palma, tocchi miglior poeta all’, ed io vossa perdonare alla fatica, che spendo più per amor d’ che della fama.

A chi non s è ancor mostrato, come voi, degnamente autore, questo mestiere del tradurre frutta dovizia di erudizioni e di frasi, ma gli mortifica nell’ingegno tutte le immaginazioni sue proprie; ogni servitù dimezza l'uomo ed il merito delle imprese. Voi intanto leggete questo libricciuolo, che, se non altro, vi sarà caro per la nostra antica amicizia, e vivetevi lieto della vostra gloria.

Brescia 1.* gennaio 1807.

Intendimento del traduttore

ct ct

Gli uomini nati alle belle arti cercano in Italia una versione corrispondente alla fama di Omero. Il Cesarotti, ingegno sommo dei nostri tempi, che poteva egregiamente tradurlo, elesse d’imitarlo; e forse fa sospettare che il padre de’ poeti non risponderebbe nelle sue bellezze natie. Risplende nondimeno in altre lingue, e credo che l’italiana più ch’altre possa assumere le virtù di Omero senza studio di ornarle, e i suoi difetti senza timor d’avvilirsi. Però imprendo a tradurre l’Iliade.

Le immagini, lo stile e la passione sono gli elementi d’ogni poesia — L’esattezza delle immagini Omeriche non può derivare a chi le copia se non se dalla teologia, dalle arti, e dagli usi di quell’età eroiche; nè io scrivo verso senza prima imbevermi a mio potere delle dottrine di tanti scrittori intorno ad Omero. Chi mi trovasse in ambiguità l’ascriva in parte alle tenebre di rimotissime tradizioni. — L’armonia, il moto, ed il colorito delle parole fanno risultare, panni, lo stile: l’armonia si sconnette nelle versioni, e le minime idee concomitanti d’ogni parola, e che sole in tutte le lingue danno tinte e movimento al significato primitivo, si sono smarrite per noi posteri con l’educazione e a metafisica di popoli quasi obbliati: i dizionari non ne mostrano che il vocabolo esanime. Onde io, inerendo sempre al significato, mi studio di dar vita alle mie parole con le idee accessorie e con l’armo- nia che mi verranno trasfuse nella mente dall’originale.

Ma varie sono le tempre intellettuali d’ogni uomo; vario il valore di ciascuna parola, a chi troppo oscurata, a chi troppo magnificata dall’antichità; incostante la pronunzia delle lingue morte; diversi gli organi di tante orecchie nelle quali i versi suonano; quindi opposte sempre le sentenze sulla corrispondenza dello stile nei traduttori. Nè io mi lusingo dell’assenso comune; che anzi sospetto d’aver dato al poeta un andamento più concitato, ed alla lingua italiana certa affettazione di antichità e di sintassi greca. Ma se i disegni della mente partecipano del divino, la materia e i sensi con che si traggono sono, pur troppo, sempre umani. — Per la passione, elemento più necessario degli altri, e così universalmente diffuso nell’Iliade, s’io lascerò freddi i lettori, non sarà colpa dell’incertezza del gusto nè delle storie, ma tutta mia e della natura del mio cuore, del cuore che nè la fortuna, nè il cielo, nè i nostri medesimi interessi, e molto meno le lettere, possono correggere mai ne’ mortali.

E perchè i principi e gli autori non odono la verità nelle loro stanze, io pubblico questo saggio per valermi delle sentenze dei dott- ti, e del sentimento degl’ingegni educati. Ad agevolare il confronto stampo la traduzione letterale del Cesarotti, postillando i passi ch’io per varietà di lezione o di congetture spiego altramente: le interpretazioni latine sono assai volte inesatte, noiose alla lettura, nè facili a tutti; e i grecisti che volessero giovarmi abbondano di testi. L’esame ch’io fo de’ traduttori, che soli fra tanti, o per necessità di versione o per favore di scuole, evitarono l’obblio, giustificherà, spero, l’impresa: continuando, non li nominerò più, che ad ogni modo le altrui colpe non mi sarebbero merito: Ma da quelle versioni, e da’ retori e rimatori di quell’età, parmi che senza l’Ossian del Cesarotti, il Giorno del Parini, l’Alfieri e Vincenzo Monti, la magnificenza della nostra poesia giacerebbe ancora sepolta con le ceneri di Torquato Tasso. Da indi in qua un secolo la inorpellò, e l’altro la immiserì: nè mancarono ingegni: ma le corti, le cattedre de’ regolari, e le accademie prevalevano: quindi molti i valenti, rarissimi i grandi. Forse l’Ossian farà dar nello strano, il Parini nel leccato, l’Alfieri nel secco, il Monti nell’ornato; ma le umane virtù non fruttano senza l’innesto d’un vizio: i grandi ingegni emuleranno; i piccoli scimiotteranno; e i mediocri, ammaestrati dallo studio a giudicare dell’arte, ma impotenti per natura a conseguirla, si getteranno come corvi sulle piaghe de’ generosi cavalli.

Versione del canto primo

ct ct ct

L’ira, o Dea, canta del Pelide Achille Funesta, che agli Achei diè tanti affanni, E tante forti a Pluto alme d’eroi

Precipitò, lasciandoli alla fame 5De’ cani e strazio de’ predanti augelli: Così il consiglio s’adempia di Giove Da quando arse il furor che fe’ discordi Il re de’ forti Atride, e il divo Achille. Il Qual Dio gli indusse a tanta lite? il figlio 10Di Latona e di Giove. Irato al rege Suscitò nell’esercito una lue Sterminatrice e ne perian le genti Da che il supremo Agamennone avea D’oltraggi afflitto il sacerdote Crise. 15Venia Crise alle greche agili navi

Redentor della figlia con immenso Prezzo di doni: e in man tenea ravvolta All’aureo scettro l’ d’Apollo Saettante divino. Supplicando 20Orò le schiere e sommamente i due Figli d’Atreo sovrani duci al campo. O Atridi, o Danai coturnati! A voi Gl’immortali d’Olimpo abitatori Dien espugnata la città guerriera 25Di Priamo, e lieto alle paterne sedi Ed a figli il ritorno, a me la mia La mia figlia diletta a me rendete Accogliendo i miei doni ed onorando Il lungi-oprante arcier prole di Giove. 30Tutti fremean concordi. Il sacerdote Venerarsi, e accettar l’inclito prezzo. N’increbbe alla turbata alma d’Atride, Che lo caccia insultando e gli minaccia: Ch’io non t’incontri, vecchio, appo le navi, 35Nè più indugiarti nè tornarvi mai, Ch’ei non ti gioverà forse lo scettro Nè l’infula d’Apolline. A costei Non darò libertà, se la vecchiaia, Pria non la colga nella nostra reggia, 40Tela in Argo tessendomi e trapunti Fuor della patria, e del mio letto ancella. Va, nè crucciarmi, se reddir vuoi salvo.

Disse. Temeva, ed ubbidì al comando, E muto al lito andò del mar fremente, 45Seco gemendo il vecchio, e supplicava A Febo re, cui partorì la Dea Dalle trecce bellissime Latona: O dall’arco d’argento, odimi! O Nume Ch’hai Crisa in guardia; o all’ammiranda Cilla 50E a Tenedo possente imperadore. Sminteo! Se mai di tetto io proteggeva Il tuo splendido tempio, e se di capre Vittime t’arsi o pingue anca di toro, Questo voto m’adempi! i pianti miei 55Scontino i Danai per le lue saette. Sì disse orando: e l’udì Febo Apollo. Da’ vertici d’olimpo acerbo in core Precipita; alle spalle agita l’arco E tutta chiusa la faretra; i dardi 60Van tintinnando al dorso dell’irato Mentre movea simile a notte: ai legni Piantasi in vista, disfrenando il dardo, E orrendo un suon mandò l’arco d argento. Pria le vite de’ muli e i can veloci 65Quindi gli uomini investe. Ardean frequenti Di perpetui cadaveri le pire Scorrean mortali le saette il campo Per nove giorni. Al decimo il Pelide Convocò l’oste, e tu candida Giuno

70Per la pietà de’moribondi Achei Così in cor gli spiravi. Or quando tutti Fur congregati, alzasi Achille e parla.co O Agamennon, fuggirem Troia — e all’onde Temo ed ai venti tornerem raminghi 75Se pur morte campiam; tanto ad un tratto E guerra e peste domano gli Achei! Or dunque un vate, o sacerdote, o esperto, Interroghiamo interprete di sogni, Anche il sogno è da Giove, onde riveli 80Perchè tanta ne prema ira di Febo; Se mai di voti negligenza ei danni O d’ecatombe, e se a placarlo il morbo D’agni e di capre lo compiaccia il fumo. Tacque sedendo. E il nato di Testorre, 85Calcante, surse alla risposta primo, Quel supremo degli auguri, veggente Tutto quant’è, quant’era, e quanto fia. Scorta alle vele Achee navigò ad Ilio Vaticinando, arte onde Febo Apollo 90Gli fu benigno; e prese a dir prudente: Oh diletto al gran Giove inclito Achille Tu comandi ch’io sveli ove l’arcana Vendetta miri dell’eterno arciero: E parlerò. Ma tu giura che mio 95Con detti ed opre difensor sarai. Perchè forse al mio detto arderà l’alma

Di tal che primo a tutti e sommo impera E cui tutto obbedisce. Ove tal volta Re più possente col minor si crucci, 100Se per quel di l’ira gli sfuma, in petto Cova il rancor finchè nol faccia allegro: Intima or tu, se mi difendi, Achille. E Achille: t’arma di fidanza, e il Nume, Qual ch’ei ti parla in cor, fa manifesto. 105Per Febo amor di Giove (a cui pregando Per noi, tu miri negli eterni fati, No, finch’io vivo e ch’io vedrò la terra, Veruno appo le navi in te, Calcante, Avventerà le sacrileghe mani; 110No, de Danai veruno; e fosse Atride, Che agli altri duci imperador si vanta. Fe’ cor quel vate intemerato e disse: Non di voti l’obblio non l’ecatombe Vendica Febo re; ma il sacerdote 115cui di minaccie Agamennon percosse, Sprezzò le offerte, e gli trattien la figlia: Però ne perde di cotanta strage Febo, e ne perderà; nè mai la grave Mano asterrà dal sanguineo flagello 120Se pria del padre alla magion deserta La lagrimata vergine non torni Irredenta da prezzo e un’ecatombe Propizïando l’accompagni a Crisa

Forse che il Nume temprerà gli sdegni. 125S’assise. Ed indignato alzasi il sommo Eroe dall’ampio imperio Agamennone; Atra ne’ spirti gli fervea la bile, Ed infiammati di sanguigna luce Torce gli occhi in Calcante, e lo ripiglia: 130Vate di guai! nè verrà dì ch’io t’oda Dirmi prospera cosa? Al cor t’è gioia Di profetar sciagure, e non per anco Buona di te si vide opra o parola. Ed or fra Danai divinando arringhi, 135Quasi li piaghi Iddio perchè a mercato Dianzi negai la prigioniera mia Gh io l’elessi a’ miei tetti, e più m’invoglia Di Clitemnestra che menai pulcella, Tanto con lei di membra e d’avvenenza 140Gareggia e di gentili arti e d’ingegno. Pur, se più giova, io la consento: Atride Scampo a sue genti non eccidio merca. Ma un altro si apparecchi a satisfarmi Dono da tutta l’oste; e’non è dritto 145Che mal premiato resti unico il duce, E quanto io perda ognun sel vede — E il divo Pelide al Sire: O glorîoso a tutti, Ma fra tutti mortali avido Atride! Chi ti darà de’ generosi Danai 150Il premio? Abbiam più noi pubbliche spoglie?

Il predato a’ paesi è ormai diviso, Ne più alle schiere accomunarlo giova. Tu questa assenti al Dio. Noi tre fiate Ti rifaremo e quattro, ove l’Olimpo 155N’apra d’llio le porte inclite in guerra. O deiforme, gli risponde, o prode, Pur opri scaltro! Ma non io di speme M’appagherò, nè tu m’eludi. Immuni Le tue spoglie presumi, ed io, sol io 160Perderò la mia schiava? e tu l’imponi? Ma i magnanimi Achei mi ridaranno Pari prezzo di doni, e che m’arrida, O ch’io ’l piglio di forza, e il tuo si fosse O d’Aiace o d’Ulisse, e andranne tristo 165Chi sel vedrà... Ma di ciò — Su via Daremo alle divine onde la nave, E destri remiganti e un’ecatombe Navigheranno con Criseide bella: Parta duce un de’ prenci, o Idomeneo. 170O Aiace, o il divo Ulisse, o tu Pelide Eroe terribilissimo, chè certo L’opre tue sante placheranno Apollo. Ma torvo guata e gli risponde Achille: Ahi di frodi ammantato e d’impudenza! 175E chi devoto ormai, chi de’ guerrieri Fia più al tuo cenno, o che a’ perigli ciechi S’imboschi ardito, o virilmente pugni?

Ed io per chi mi venni a’ bellicosi Dardani? e per che colpe io li guerreggio? 180Nè i miei destrieri mi rapir nè i tori, Nè a Ftia di molti abitatori altrice, Sceser su’ pingui colti a campeggiarmi Le nostre messi; chè montagne opache E il fremito del mar sorge fra noi; 185Te noi tutti seguiam, te inverecondo Ferino ceffo, e il fratel tuo correndo Alla vendetta delle vostre infamie Sovra i Troiani; e tu come ne paghi? Come ne curi? minacciando a forza 190Di tormi il premio, il premio ond’io sudai Nelle battaglie; e mel donâr gli Achei. Nè pari al tuo l’avrò quando a’ Troiani Domino i Danai popolate ville: Ma l’impeto maggior dell’aspra guerra 195Trattano le mie mani, e tu il migliore Usurperai della divisa preda: Mentr’io pur lieto di modesta spoglia Verrò alle navi anelante posando Dalla vittoria. Or giova dunque a Ftia 200Ridurmi a’ regni miei con le mie navi, Che qui starmi sfregiato accumulando Tesori a te. — E il Re de’ regi: E fuggi Fuggi, se il cor ti sprona; di più starti Non io ti prego: altri son meco, e avranmi

205In riverenza; e providente è Giove! Ben fra quanti allo scettro educa Giove Tu mi se’ odiosissimo, chè in petto. Non t’è virtù che di corrucci e sangue, Ma s’hai gran possa, ti fu largo Iddio. 210Va, le navi rimena e le tue torme Alle tue prode, e a’ Mirmidoni impera, Nè il tuo partir nè il tuo livor mi tocca: Bensì t’intimo che se Febo Apollo Vuolsi Criseide, oggi co’ miei guerrieri 215Io la rimando e con la nave mia; Ed a te la tua preda, a te la bella Briseide mi torrò; me alle tue tende Vedrai, me stesso onde oggimai tu sappia S’io t’avanzo in possanza, e ne paventi 220Chi mi si vanta eguale e chi m’affronta. Disse. E l’angoscia s’infiammò d’Achille E ne’ profondi del velloso petto Gli fremea l’alma in due consigli: o il ferro Impugnar dissipar tutti d’intorno 225E trafiggere Atride, o raffrenarsi L’impeto in seno: ed agitando tutta la La mente e il core in tanto ondeggiamento Sguainava terribile il gran brando. Ed ecco scesa dal sereno Olimpo 230Inviata da Giuno a cui diletti Eran ambo gli Eroi, Palla Minerva.

Gli sovrasta alle spalle, e per le fulve Chiome l’afferra, e invisibile a tutti Tutto a quel forte risplendeva il Nume. 235L’eroe confuso di stupor si volse, E al terror degli sguardi immantinente La Dea conobbe e l’appellò mandando Velocissimi detti: A che ne vieni Figlia d’Egioco? Il regnator superbo 240Forse a veder, e l’onta mia? ma tosto, Io l’intimo e avverrà, tosto vedrai S’ei le superbie pagherà col sangue. Disse. E Minerva gl’infondea nel petto La riverenza per gli Dei raggiando 245Dall’azzurre pupille, e alle minacce Con questi accenti s’interpose: Io scendo Dal mio trono celeste a rammansarti Se pur Pallade onori e quella dea Che dal ciel m’inviò. Giuno che in petto 250Con Atride li porta. Or dalla rissa Cessa e contieni la tua man sull’armi, Che assai vendetta ti daranno i feri Strai che avventi, e ti darà vendetta La mia promessa: tu l’ascolta e credi. 255Tempo verrà che per amenda avrai Ben tre volte più ricchi ed onorati b Doni: tu cessa, ed obbedisci al cielo. Al divino comando, all’imminente

Niuno rispose: chi sarà che freni 260Questa mia ribollente alma dall’ira Chi se non tu figlia di Giove? e certo Clementi siete a chi v’ascolta o numi! E obbediente il poderoso pugno Sull’else argenteo rallentava e tutto 265Il gran brando ridiede alla vagina. E tu diva tornando al luminoso Trono del padre ed all’olimpio coro Trascorrevi le immense aure de’cieli. Ma il furor non tacea del divo Achille, 270E Atride saettò d’acri parole: Beone, occhio di cane, alma di cervo, Nè col popolo t’armi alla battaglia, Nè mai col nerbo de’ guerrier t’attenti D’ire ad aguati, ch’ei t’è morte al core. 275Giova ben più di pompeggiar per l’ampio Esercito de Danai, e a chi t’oppone Schietta parola rapinar le spoglie: Re del popolo tuo divoratore, Perchè imperi ad imbelli; ultimo certo, 280S’ei fosser prodi, oggi saria l’insulto: Or odi me, ch’io fo gran sacramento. Per questo scettro, a cui ramo nè foglia Rinverdirà più mai, da che il suo ceppo Lasciò ne’ monti, e lo nudava il rame 285Di fronde e di cortecce, ed or fa sante

De’ giudici le destre a’ quai le leggi Diè Giove in guardia delle Danae genti, Giuro; e tremendo il mio giurar ti torni: Desìo d’Achille stringerà gli Achei, 290Nè perchè tu ne pianga avranno scampo Quando cadrà gran messe di trafitti Sotto il brando d’Ettore; in mal punto Il tuo furor maledirai, membrando Che il fortissimo Acheo mal onorasti. 295E scagliò a terra in questo dir lo scettro D’auree borchie stellato. Ardeane Atride Ma dolce favellando alzasi in mezzo Néstore, arguto consiglier de’ Pili, E l’eloquenza più che mel soave 300Di sua bocca fluiva. Ei de’ mortali Modulanti la voce, e al caro lume Della vita con lui nati e nodriti Nell’aurea Pilo, già la prima vide E la seconda età scender sotterra, 305Su la terza regnava. Il buono antico Savio arringò. Gran pianto, o Numi eterni, Certo sovrasta sulla terra Achea, Certo n’esulterà Priamo, e di Priamo La casa, ed Ilio e i Teucri esulteranno, 310Se di voi risapran l’ire, di voi Prenci agli Achivi in parlamento e in arme. Deh m’ascoltate, che amenduo minori

Mi siete d’anni: Oh! con più forti io vissi Di voi più forti, nè fui loro a sdegno, 315Eroi che mai più non vedrò. Chi fôra Or a Cenéo simile, e ad Essadìo Chi a Piritòo? Chi sosterria quel grande Pari a Dio Polifemo, o il correttore De’ popoli Driante, e chi Teséo 320D’Egéo figliuolo arieggiante i Numi? Quei fra terrestri eroi crescean gagliardi, Gagliardi, e con gagliardi erano in guerra, E immani di montagne occupatori Ei trafiggeano orrendamente. E anch’io 325Lungi dall’Apio suolo uscii di Pilo Con elli, e m’invitaro, e gli ebbi amici, E a mio poter pugnai; ma più non pasce La genitrice terra umano corpo Che li affrontasse; e non per tanto amico 330Porgean orecchio alle sentenze mie; E per lo meglio m’obbedite or voi. Benchè in te sia più di possanza, al prode Non rapir la donzella onde il fe’ lieto La prole Achea. Ne tu, Pelide, al Sire 335Mover battaglia con avversi Numi Chè in maestà tu nol pareggi. A lui Giove lo scettro del sovrano impero Diede e la gloria. Forte sei; d’un Nume Fatal prole sei tu: ma venerato 340Frena più genti, ed è più grande Atride:

E tu placati Atride; al pregar nostro Dona gli sdegni e alla virtù d’Achille Che a tutti è scudo nell’avversa guerra. Padre, ben parli, a lui soggiunse Atride, 345Ma costui tende a soverchiarne, e in tutto Signoreggiar, e impor sua legge a tutti, Stolto disegno. E se favor di Numi Lo creò battaglier, tanto disprezzo Però con noi s’arrogherà ne’detti? 350Ma la querela il Tessalo gli rende Interrompendo: Io?... merterei rampogna Di codardo e dappoco, ove a’ tuoi cenni E alla sentenza tua sempre inchinassi. Tale impera su gli altri, e meco cessa: 355Più non m’avrai guerriero obbediente; Ma in cor ti poni questo ultimo detto. Nè a te nè altrui contenderà il mio braccio La schiava che donata or mi rapite, Ma nulla spoglia toccherete impuni 360Di quante guarda la mia negra nave; Osa, e vedranno i tuoi campion se ratto Su la mia lancia fumerà il tuo sangue. Sì tenzonando con nemici detti Sorgeano. A’ legni l’assemblea si sciolse. 365Col Meneziade e i Larisséi die’ volta Al suo campo il Pelide. Intanto a’ flutti Devolve Agamennon celere prora, E venti elegge remignoti, e impone

Un’ecatombe a Febo. Esso guidando 370La beltà di Criseide alla marina, Commise al senno del guerriero Ulisse Del viaggio la cura: e quei saliti Navigando ne gian l’umide vie. Quindi il rito lustrale all’oste indisse 375Il Re de’ Re. Vedevi allor le turbe Tutte purificarsi, e le sozzure Ne’ lavacri gittar dell’oceàno; E alle spiagge infruttifere del Ponto Di tauri e capre ritüali mandre 380Immolarsi ad Apolline; l’odore Involuto nel fumo andarne ai cieli. Tali propizie in campo opre ferveano: Ma non ristava dal proposto Atride Di che fe’ pria minaccia, e a sè chiamando 385Taltibio ed Euribåte, araldi al sire Ed assidui ministri: Ite, imponeva, Al padiglion del Figlio di Peléo; Quindi Briséide per la man traete: S’ei la contende, io ne verrò; gli armati 390Me la daranno, e ciò gli fia più acerbo: E li manda, e aggiugnea rigidi cenni. Quei per sentier d’inseminate arene Ritrosi in mente camminando vanno Sino a’ Ftïoti accampamenti. Achille 395Di sotto al suo navil fuor della tenda

Trovan sedente. Nel vederli, amaro Tosto un avviso gli correa per l’alma. Ma que’ duo riverenti e paurosi, Senza dir motto al duce o far domanda 400Stavano. Ed ei che in suo pensier s’accorse Salvete, disse, araldi, o de’ mortali Messaggieri e di Giove; e v’appressate. Non voi n’incolpo, ma di lui l’impero Che a me vi manda. Or tu sangue celeste, 405Patroclo, ad essi la donzella adduci — Ma e voi siatemi innanzi a’ Dii beati, E da popoli tutti, e al re crudele Testimoni, se un dì m’invocherete Liberator m’invocherete indarno. 410Furïali consigli a quell’insano Cui nè il passato nè il futuro assenna Perdon la mente. Ahi popolo infelice Che il re trascinaa certo eccidio in guerra! Guidava intanto dalla tenda, e cesse 415Obbediente al suo diletto amico Patroclo ai santi messaggier la bella Briseide, ed essi riprendean la via Del lor signore: volse umidi gli occhi La giovinetta e li seguia più tarda. 420Rompe in lagrime Achille, e scompagnato D’ogni amico, si posa ove spumando Urtan della marea Patre correnti.

E le mirava; e a te, diletta madre, Ver l’immenso oceàn tendea le palme, 425Te divina invocando: a presta morte, Madre, mi partoristi; e così forse, Così di gloria la mia vita breve Consolerà il Tonante? Ahi nè più speme, Nè più speme d’onor, poichè l’impero 430D’Agamennone mi rapì la spoglia; E la si tiene! — E sì parlando i flutti Guardava irati, e gran pianto versava. La veneranda genitrice, assisa Ne’ profondi del mar presso l’antiquo 435Padre, l’udiva. A immagine di nebbia Diè fuor dell’acque, e gli si fa dinanzi, E con le dita nivee l’accarezza, E gli parla e lo noma: A che con tante Lacrime tu mi chiami? Ed in che lutto 440Ti geme il cor? Deh! non celarmi, o figlio, Il tuo dolore ond’io teco ne pianga. Grave gemendo le rispose: Il sai, Tu Diva; a che ridirlo? Diroccata Tebe, sacra città d’Eézïone, 445Qui traemmo le spoglie, e tuttequante Noi dividemmo gioventù guerriera. E d’egregio sembiante una fanciulla Fu per Atride eletta. Afflitto Crise, Alla vergine padre, e sacerdote 450Dell’arciero immortal, venne agli Achei

Dagli usberghi di bronzo, e fea di ricche Offerte omaggio a ricomprar la figlia. L’aureo scettro tenea cinto di bende, Mercè chiamando a’ Danai congregati, 455E più a’ figli d’Atreo. Ma nè l’assenso Con che l’oste accogliea l’uomo divino Vinse nel fero Agamennon l’orgoglio: Chè il supplicar rispinse minacciando Dell’orbo vecchio; e quei fuggente impetra 460Dal Dio che l’ama un dardo pestilente Che di duol ne rimerta e di terrore E fa di roghi luttüoso il campo. Savio i responsi rilevò di Febo Un vate. Io primo in adunanza esorto 465Espïazioni alla fatal vendetta: Surse l’ira d’Atride, e imperïoso Mi parlò una minaccia, ed è compiuta. Già con vittime al Dio tornano a Crisa La prigioniera dalle brune luci. 470Ma dalla tenda mia dianzi gli araldi 470 Si portaro la figlia di Briséo, Dono a me de guerrieri. Or tu se il puoi, Al tuo figliuol soccorri; ascendi al cielo A implorar Giove, se tu mai di detti 475Fosti, o d’opre all’Eterno aiutatrice: Ch’io sovente t’udia nelle paterne Case pregiarti, che fra tutti Iddii Tu dall’empio dolor sola campasti

L’eccelso delle nubi adunatore, 480Quando Saturnia e il magno Enosigeo, Palla Minerva e gli universi Olimpii Gli congiurâr catene; e tu accorrevi E il liberavi, o Dea, ratto appellando Fino all’Olimpo altissimo il Centimano 485Egeòn da’ terrestri, e Briaréo Nomato in cielo, ei che i Tartarei vince Tuttiquanti di posse; ed esultante Del nuovo onor, sedea propinquo a Giove Sgomentando gli Eterni; e quei posaro. 490Ciò tu gli membra, e siedi, e all’Immortale Cingi i ginocchi onde all’Iliache squadre Di tanto arrida, che a’ navigli e all’onde Incalzati, addossati, trucidati Del loro imperador godan gli Achei, 495E quel superbo in tanto rio si accorga Se il vitupero gli giovò d’Achille. Udialo Teti lagrimando, e, oh figlio, Dicea, se mi nascevi a dì sinistri Deh perchè t’allattai? Ohimè alle spalle 500T’incalza il fato: almen posassi illeso E senza pianto! Ma tu corri a morte, E più ch’altro mortal vivi infelice Perch’io ti partoria dentro le stanze Del mio Peleo con miserandi augùri. 505Udrà il lamento mio l’Onnipossente

Che del fulmine gode, e ad esorarlo D’Olimpo i gioghi salirò nevosi. Tu, crucciato agli Achei, tienti alle navi Lungi dall’arme. Fra gli Etïopi santi 510Scese nell’oceàn ieri a convito Giove; e seguaci avea gli altri Beati. Lui nella reggia edificata in bronzo Rivedrà il cielo al dodicesmo giorno: Ivi n’andrò; ravvolta ivi a suoi piedi, 515Forse, o ch’io spero, esulterà al mio voto. — E, ciò detto, si parte; e l’abbandona Pur con tutti i pensieri alla perduta Vergine insigne d’elegante cinto, E l’onta in petto e il rapitor gli freme. 520Al condottier dell’ecatombe sacra Crisa intanto appariva, e già i capaci Vadi del porto la carena attinge. Chi raccoglie le vele, e ne’ riposti Del naviglio le piega; altri accorrendo 525Alle stridenti sarte entro la nicchia L’alber declina; altri co’ remi a terra Affrettano la prora; e la profonda Ancora, e il fune le raffrena il corso. E i Danai popolar vedi le prode; 530E al Lungi-oprante l’ecatombe esposta, E dal naviglio ondivago discendere Criséide. In petto all’amoroso padre

Il sapïente Ulisse a piè dell’ara Per man la guida e gli favella: O Crise, 535Il re de’ forti Atride a te m’invia A tornarti la figlia, e a pregar pace Da Feho a noi con la devota greggia, Perch’ei travaglia di gran duol gli Argivi. — E nelle man ripose al sacerdote 540La figlia: giubilando egli la strinse. Quindi all’altar solennemente instrutto Schierata l’ecatombe, e co’ lavacri Abluendo le mani, e il sacro farro Commisto al sale, in mezzo a tutti Crise 545Levò le palme al cielo e mandò il voto: O dall’arco d’argento, odimi! o Sire Propugnator di Crisa, o alla beata Tenedo e a Cilla correttor sublime! Già al mio pianto inchinasti, ed onorando 550Me sacerdote tuo, fosti agli Argivi Gran lutto. Or compi la seconda prece! L’iniquo morbo sugli Achei perdona. Tal supplicava; e l’udi Febo Apollo, Pregaron gli altri, e cospargendo il farro, 555E torte in alto all’ostie le cervici, Gemìa nel sangue lo sgozzato armento; E lo traean de’ velli, e giù da’ lombi Smembrâr le cosce che di doppia falda D’adipe ricopriro, accumulando

560Sovr’esse i brani di sanguigne carni. Ardele il vecchio, e di fiammante vinom Le irrora al fuoco d’arbori spaccate: E gli porgeano lesti i garzonetti Di cinque forche i spiedi. Incese l’anche 565Prelibano i precordi; e l’altre membra Fur tronche in parti e ne’ schidoni infisse, E maturate al fuoco. Tutte cose Sgombrano quindi; e fu perfetto il rito. Onde al banchetto assettano le mense 570E abbondò il cibo compartito. Or quando Fu d’esca lieto e di bevande il core, Di vin le tazze i giovani coronano, In volta ministrando; il coro a’candidi Augurii liba, e quanto l’ore splendono 575Placano tutti l’Immortal co’cantici; E il bel peana i giovanetti Danai Van geminando e celebrando Apolline, E l’inno, o Febo, t’esultò nell’animo. Già si chinava il Sole, e le tenébre 580Prendean le cose. A’ vincoli del legno Tenne il sonno gli Achei. Ma quando apparve La figlia del mattin, rosea le dita, Incontanente all’accampate genti Sciolsero; e Febo li traea dal porto 585Con agevoli fiati. Alzan l’antenna, E candide vi spandono le vele

E pieno il vento all’äere le gonfia. Risplendeano le perse onde, squarciandosi Con gran fiotto di sotto alla felice 590Nave fuggente pe’ cerulei campi. E riaggiunta lor oste, al continente Traean la poppa, e di lunghe palanche Le fecer letto ove più sorge il lido. Poi si spargon ne’ legni e per le tende. 595Ma daʼ ludi di Marte, e dalla gloria Del parlamento si divide irato Il figliuol di Peleo, germe di Giove. Persiste inoperoso alle sue navi L’Eroe, pur dentro gli si fende il core, 600Guerra anelando ed il clamor di guerra. Poichè a dodici dì l’alba die’ lume, Reddìano al ciel gli Eterni, ed incendea Primo il Tonante. Mattutina emerse Per la pietà del suo figliuol dall’onde 605Teti, all’aere poggiando ed all’Olimpo. E sull’eccelsa delle molte vette Che coronan l’Olimpo, assiso vide Solo dagli altri Iddii l’Ampioveggente. Onde gli siede innanzi, e del sinistro 610Braccio alle sue ginocchia s’avvolgea, Con l’altra mano gli blandiva il mento Supplicando, e porgea questa preghiera: Giove Padre, se pia fra gl’Immortali

Ti fui d’opre alcun tempo o di parola, 615Odimi! Il figlio mio, Padre, m’onora Che a breve giorno, misera, mi nacque. Vedi che Agamennon, re delle genti, Lo prende a vile, e gli usurpò di forza Il premio della guerra. Or tu l’esalta, 620Tu sapiente correttor del mondo. Deh tanto le Troiane armi seconda Che torni a Danai la virtù d’Achille Più gloriosa. — Nè risposta mosse L’Adunator de’nembi, e in gran silenzio 625Dopo i voti sedea. Ma la dolente Più gli si stringe a’ piedi, ed abbracciava E ripregava: Con verace detto Fa sicuri i miei preghi, o li rifiuta: Che temi, o re? Saprò quant’io mi sia 630Dea fra tutti gli Eterni inonorata. Gemè dal cor l’Onnipossente, e disse: Opra funesta! A nimistà con Giuno Mi spingi, e ad ira per le sue querele. Sempre al concilio degli Dei m’impugna 635Quas’io soccorra alle Dardanie genti. Or ti diparti, o Dea, ch’ella non forse Di te s’avvisi. In me starà l’evento: E ad affidarti intieramente, or vedi. La mia promessa affermerò col capo, 640Certo segno agli Dei; però che quanto

The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.

Loading the full text…