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Al lettore
ct Pubblicando queste lettere, io tento di erigere un monumento alla virtú sconosciuta e di consacrare con le memorie del mio amico quel pianto che mi si vieta di spargere su la sua sepoltura. E tu, o lettore, se uno non sei di coloro che esigono dagli altri quell’eroismo di cui non sono eglino stessi capaci, donerai, spero, una lagrima al giovanetto infelice, dal quale potrai forse trarre esempio e conforto.
Lettera I
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Sia dunque cosí! Io vivrò lontano da quanto m’avea di piú caro, poiché non ho saputo resistere a’ tuoi consigli e alle lagrime di mia madre, che tremava per la mia vita in un paese, ov’io, caldo della divina passione di libertá, ho senza mia colpa congiurato con i ministri dei conquistatori. Non rivedrò piú la mia patria, i congiunti, gli amici; ed il ritiro ove mi son rifugiato presentemente accoglierá le mie ceneri, quando piacerá all’autore della natura di troncare il filo a’ miei giorni.
Eccovi dunque ubbiditi: ma da questo momento io m’avvolgo nella oscuritá della mia solitudine e nel manto della mia innocenza.
L’uomo dabbene, imbarazzandosi ne’ pubblici affari, non ritrarrebbe che danno per la sua patria ed infamia per sé. Quando e doveri e diritti stanno su la punta della spada, il forte scrive le leggi col sangue ed esige il sacrificio della virtú.
Se tu potessi volare su queste colline! Tu non se’ giá di quelli, o Lorenzo, che mirano la loro patria schiava, denudata, venduta, e non piangono d’ira. Invòlati all’aspetto della scelleraggine e alle persecuzioni di coloro che mercanteggiano i popoli. T’è caro l’ozio solitario della campagna: qui riderem della gloria. Infelice colui che non ha per oggetto delle sue azioni che quest’idolo vano! Egli non gusta il piacere di una vita mediocre e pacifica, non ringrazia i consigli dell’amico, non sente la soavitá del pianto secreto sparso su le disgrazie dell’uomo onesto o sul sepolcro di due amanti fedeli! Vieni: oh, ch’io desidero l’impossibile! Addio: saluta mia madre.
Lettera II
ct
Quand’io dopo un lungo passeggio mi bagno la fronte al rio piú vicino e mi sdraio all’ombra d’un gelso, gustando del piacere di far nulla..., io medito su’ miei giorni passati e li piango quasi perduti. E in veritá, che di poche mie azioni non posso dire: «avrei potuto far meglio».
Ma il passato è perduto; e il futuro? Forse non giungerá sino a me. A che dunque divorare il presente, rattristandomi di mali irreparabili o ignoti?
Ti ringrazio delle tue cure per mia madre: ella mi scrive che le sei necessario; e certo che ha d’uopo di consolazione.
Puoi tu scordare quand’ella, baciandomi e bagnandomi il volto di lagrime, mi benedisse, mi strinse al suo petto, mi abbandonò e mi ristrinse? Giá consigliavami di partire e proferiva l’ultimo addio...; e allora pur afferrava il lembo della mia veste e s’abbandonava fra le mie braccia gemendo.
O mio Lorenzo! io non ho la pace che sperava dalla solitudine.
Lettera III
ct
Ti giuro che non ho dimenticato la tua lettera in tasca per bizzarria di dimenticarla o per fare a mio modo, ma perché infatti non me ne sono piú ricordato. La casa della tua amica, alla quale è diretta, è discosta due miglia, la stagione non s’è rinfrescata: a che dunque prendersi tanta briga? Una nuova conoscenza con una donna, alla quale non dovrei fare che delle visite, non è poi l’affare di sí grande importanza da non potersi differire a due giorni. Questa mattina mi sono alzato per salutare l’aurora. Arrampicava a fatica per trovarmi su la cima della montagnetta che domina queste campagne, quando mi distolse un lontano fremito d’acque. Mi fu guida l’orecchio, e, dopo una discesa difficile verso la parte opposta al mio romitorio, ho veduto cinque fonticelli che s’affrettavano a unirsi tutti in un limpido lago. Come fresche erano quell’acque, ombreggiate da folti salici, i quali non poteano però impedire al sole di rompere i furtivi suoi raggi su le onde riscintillanti e agitate pel continuo cascar de’ ruscelli! Ad onta che questo mese non sia amico ai bagni, ho voluto spogliarmi ed immergermi in quel laghetto, che pareva accogliermi con voluttá. Il mio cuore cantava un inno alla natura, e la mia fantasia s’illudeva invocando le ninfe, amabili custodi delle fontane. «Illusioni!» grida il filosofo. E non è tutto illusione? tutto! — Beati gli antichi, che si credevano degni de’ baci di Venere, che sacrificavano alla Bellezza e alle Grazie, che diffondevano lo splendore della divinitá su le imperfezioni dell’uomo, e che trovavano il bello ed il vero accarezzando gl’idoli della loro immaginazione! La religione greca e romana ha educato gli artisti e gli eroi, e a questa dobbiamo i capi d’opera che il caso ha rapito alla inclemenza de’ secoli. — Cosí io riflettea, diguazzandomi. Mi son rivestito e con due grappoli còlti di fresco son ritornato a passare il resto della mattina in compagnia del mio .
Non avendo per tutto ieri veduto Michele, non mi fu possibile d’inviare questa lettera alla posta di Padova. La riapro per raccontarti un avvenimento, che porrá termine alle nostre contese.
S’avvicinava la sera, innamorato della mia nuova Tempe, ho diretto il mio passeggio verso i cinque ruscelli. Giunto appena al laghetto, mi pare di scorgere sul pendio della montagnetta una persona che meditava; cosa veramente comune, alla quale non avrei badato in tutt’altro luogo fuori che in questo ritiro, da me creduto deserto. I solitari, simili agl’infelici, s’amano scambievolmente. Per potere osservar non veduto, m’avvicino fra i salici: temea di turbarlo...; ma l’opacitá delle frondi e le tenebre, che piú e piú s’addensavano, mi vietavano di distinguere. M’avvanzo un po’ piú. Quest’era un giovane seduto sul tronco d’un albero tagliato. Tenea sopra un ginocchio un pezzo di carta, che andava di tratto in tratto segnando con la matita. S’avvede ch’io lo sto osservando, gira l’occhio sopra di me, e prosiegue il suo lavoro. La notte è imminente. Egli s’alza, scende al laghetto e, passando, mi guarda e si leva il cappello. Io, rispondendo al saluto, gli domando se abitava molto discosto. — Poco piú di un miglio; appunto presso la villa di *** — Al nome della villa mi ricordo della tua lettera: la traggo dal portafoglio. — Conoscete questo nome? — Ei sorride. — ... Davvero — io prosieguo — voi potrete insegnarmi dov’abita. — Seguitate — ei mi dice — questo ramo d’acqua, ch’esce dal lago per renderlo piú capace ad accogliere le onde de’ cinque rivi: questo ramo vi guiderá diritto alla sua casa. A rivederci. — Tutto ciò è avvenuto ier sera.
Immagina di avermi veduto questa mattina sdraiato sul margine di uno de’ cinque rivi a due ore di sole, attendendo l’ora d’indirizzarmi a far la mia visita. Una voce, che pronunzia il mio nome quasi chiamandomi, mi scuote da certe vane meditazioni, ch’io ruminava guardando stupidamente il corso dell’acque. Mi volgo; ed eccomi innanzi il giovane di ier sera. In veritá non è bello, ma di una fisonomia cosí liberale, ch’io mi sono sentito, in vederlo, una delle mie solite simpatie. M’alzo per abbracciarlo, come se l’avessi conosciuto da molto tempo. — Volete avviarvi meco — ei mi dice — per recare la lettera che mi avete mostrato? — Io lo seguo. Parlando delle belle arti lungo il cammino, ci è mancato poco che non si svegliasse una contesa fra noi. Egli credeva indegno dell’immortalitá quell’artista che non si studiasse di perfezionar la natura...; io mi sentiva un certo dispetto e una smania d’interromperlo... Per buona fortuna ci siamo trovati, senza avvedercene, alla villa. Addio.
Lettera IV
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Sai tu chi è il giovane del quale ti ho giá parlato? L’amico di Teresa. I venti e le piogge incominciano a vietare i passeggi, ed io passo le intiere mezze giornate con Teresa e con Odoardo. Beato colui che sente per tempo i danni della gran societá! Egli si libera dal tumulto e dalla schiavitú degli affari, e rinunzia di buon grado alle ricchezze e alla gloria. Io son debitore alla perfidia degli uomini del paradiso che mi sto preparando.
Lettera V
ct
Odoardo nacque pittore. Unico figlio di ricca famiglia, perdé suo padre prima di poterlo conoscere. La divota sua mamma volle consecrarlo al Signore, educandolo fra certi frati, aspiranti alla ereditá del nuovo servo di Dio. Il giovanetto, disgustato ed ozioso, si mise a disegnare. Morí frattanto sua madre: un frate malcontento lo persuase a cogliere questa opportunitá per abbandonare la solitudine del monastero. Roma, sua patria, gli somministrava i mezzi di divenir grande nella pittura. Dapprima si dedicò tutto a quest’arte; ma alcuni passeggi di brigata, qualche cenetta, l’opera e mille distrazioni innocenti avevano rapito il giovane alla prima assiduitá. Per buona sorte, conobbe a tempo Teresa; ed eccolo piú applicato e meno stanco di prima.
Osservo che Teresa lo guarda come una sua creatura, e lo ama di piú, perché ella ha il merito di averlo ricondotto al retto sentiero, dond’egli, senz’avvedersene, deviava.
Quand’io penso agli ostacoli che frappone la societá al genio ed al cuore dell’uomo, quand’io penso a mille accidenti che
mi hanno piú volte gettato quasi in braccio al delitto..., io guardo il passato tremando e mi rassicuro vedendomi in porto. Sovente mi prostro a ringraziar la natura, che ci fa vincere la prepotenza delle circostanze e c’insegna ad alzarci sopra la nostra educazione. Ma pochi nondimeno son gli uomini prediletti a questa fortuna. Oh quanti si sono appressati al sepolcro, sdegnando la vita, nella quale, seguendo un corso opposto a quello che loro ha segnato la natura, hanno sentito tutti i mali dell’esistenza senza godere d’un sol bene! Quanti altri, costretti a mascherare la loro anima generosa sotto governi licenziosi o tirannici, si sono abituati a cercare la gloria anche per mezzo della scelleraggine, simili a que’ conquistatori che s’innalzano un trofeo di cadaveri e a que’ principi che nuotano al trono per un mare di sangue.
Lettera VI
ct
E cosí, com’io ti diceva, mi rallegro vedendo che, se la sorte ha in questi contadini represse le grandi virtú, vi ha represso anche i vizi.
Quando sull’alba escono i piú giovani con le gregge, e con l’aratro i piú vecchi, io m’accompagno con uno di questi, il quale mi parla di mio nonno, che ha fabbricato questa piccola casa, e di mio padre, che si compiaceva di piantare i gelsi ed i pini su le balze piú sterili della collina. E dico fra me: — Felice colui, che, ignoto alla fama, lascia in ereditá a que’ pochi, che lo conoscevano, alcuna rimembranza di riconoscenza e di amore. —
Del resto, credo che il desiderio, nato con noi, di conoscere la storia de’ tempi andati sia figlio del nostro amor proprio, che vorrebbe illudersi e prolungar l’esistenza, unendoci agli uomini e alle cose che non esistono piú e rendendoli, per cosí dire, di nostra proprietá. Ama la immaginazione dell’uomo di spaziare fra i secoli e di possedere un altro universo. Con qual
interesse il vecchio aratore mi narrava (mentr’io sedeva sopra il suo carro, per risparmiare la strada che conduce da Teresina) la vita de’ parochi della villa viventi nella sua fanciullezza, e mi descriveva i danni della tempesta di trentacinque anni addietro, e i tempi dell’abbondanza e quei della fame, interrompendosi ad ogni tratto, ripigliando il racconto ed accusandosi d’infedeltá! Cosí, chiaccherando, io mi trovo al giardino de’ nostri amici, dond’io non mi parto che all’oscurarsi del giorno. Buona notte.
Lettera VII
ct Certo che la benedizione del cielo si diffonde su questa ottima gente; ed io pure son divenuto con essa felice. Non cesseresti mai di bramare una sposa come Teresa ed una figliuoletta come la Giovannina. La vecchierella Margherita, che ha veduto nascere la famiglia, è ancora, a dispetto di settant’anni, affabile e gaia come una fanciulla che va a marito: tanto può la pace del cuore!
Odoardo è un angelo: buono, esatto, liberale, paziente...; non ha che un po’ di garrulitá. Bada che non incominci a parlarti de’ suoi viaggi. Egli ha il giornale degli accidenti piú frivoli: ora ti scappa con uno stranissimo sogno, or con l’esatta descrizione d’una festa di ballo. Aggiungi mille venture! mille pericoli! In séguito ti annovera gli studenti di Padova, e pesa il merito di tutti gli artisti del paese: confronta i pittori antichi ai moderni, piatisce la causa di questi e di quelli, siede pro tribunali e giudica in forma. Se talvolta io lo interrompo, abbandona il primo soggetto e incomincia a tessermi la storia metereologica di tutti i giorni di questo mese. Teresa predica perché taccia; tuttavia conviene lasciarlo finire. Addio, addio.
Lettera VIII
ct
Per questa volta te la do vinta: ti ho descritto con l’unico difetto di quell’ottimo giovane, e della sua virtú non ti ho fatto che un misero cenno. Umana razza!
Lettera IX
ct
Oh, quella ragazzetta è pur cara! Bionda e ricciuta, occhi azzurri, guance pari alle rose; fresca, candida, paffutella... pare una Grazia di quattr’anni. Se tu la vedessi corrermi incontro, aggrapparmisi alle ginocchia, fuggirmi perch’io la siegua, negarmi un bacio, e poi improvvisamente attaccarmi que’ suoi labbruzzi alla bocca! Oggi io mi stava su la cima d’una ficaia a cogliere le frutta pel pranzo: quell’innocente tendeva le braccia e, balbettando, pregavami che «per caritá non cascassi».
Che bell’autunno! Addio !... sta sempre chiuso sotto il mio braccio.
Sono tre giorni ch’io passo la mattina a colmare un canestro d’uva e di persiche, ch’io copro d’umide foglie, avviandomi in séguito lungo il fiumicello; e, giunto alla villa, desto tutta la famiglia di Teresa canticchiando le canzonette della vendemmia.
Lettera X
ct
Piú volte incominciai questa lettera; ma la faccenda andava assai per le lunghe: e la bella giornata..., la promessa di trovarmi da Teresa per tempo..., e la solitudine (ridi?), la solitudine mi distraeva. Ier l’altro e ieri mi sveglio proponendomi di scriverti; ed eccomi invece, senz’awedermi, alla villa. Non è per questo ch’io mi sia dimenticato di te. Mia madre può a sua posta ripetere che «la felicitá è l’oppio dell’amicizia»; antico proverbio, ch’ella ha imparato quando mio zio prevosto me ne fece apprendere un centinaio: qui, con sua pace, non è a proposito.
Piove, grandina, fulmina. Penso di rassegnarmi alla necessitá e di profittare di questa giornata d’inferno, scrivendoti.
Sei o sette giorni addietro, usciva poco prima del mezzodí dalla casa di Teresa, ov’io me n’era andato a mangiare la zuppa di latte con Odoardo e con la ragazza. Mentr’io scendeva le scale, Teresa mi pregò di fermarmi a pranzo, ed io ne la ringraziai, perch’era mia intenzione di tornarmene a casa, sperando di trovarvi tue lettere. M’avea giá allontanato dalla villa un buon mezzo miglio, quando m’avvidi che il tempo minacciava, e alcuni nuvoloni, che, passeggiando per l’orizzonte, s’ammassavano sopra il mio capo, mi consigliarono ad accettare l’invito e a tornare alla villa. Che il diavolo mi porti! (direbbe Michele) s’io non proseguiva il cammino, affrontando il vento, il freddo e la pioggia imminente, se avessi saputo... Perché, entrando francamente nella saletta, m’apparve Teresa seduta sopra un soffá, che s’asciugava le guance, e Odoardo che, cingendole con un braccio il fianco, stava con la fronte appoggiata sopra la di lei mano sinistra, che giacea presso un ginocchio. Tu vedi bene che egli non poteva vedermi, e ch’io..., a dirti il vero, io... Certo, non so cosa avresti fatto nel mio caso, o Lorenzo. Per me, mi stetti ritto su la porta tra il sí e il no di fermarmi o di andarmene, poiché Teresa, che se ne avvide, non osava guardarmi, ed io alzava appena gli occhi sopra di lei, e li abbassava arrossendo. Cercai per tutta la sala se per accidente ci fosse la Giovannina, per appigliarmi cosí al pretesto di prenderla in braccio e di lasciarli senza affettazione; ma la Giovannina era fuori coll’ortolano a comperare le ova fresche da una buona vecchierella che sta presso alla chiesa. Girai l’occhio verso la finestra per affacciarmivi, fingendo di non averli osservati; ma le invetriate stavano chiuse, e l’aprirle faceva rumore... Insomma, tutto perplesso, stava per scendere...; senonché Teresa mi chiama a nome, mirandomi con un sorriso cosí patetico e con tanta semplicitá, ch’io non posso ancor ripensarvi senza sentirmene innamorato. A quella voce Odoardo si scosse e mi guardò senza proferire parola. Io mi avvicinava, pentito quasi di averli turbati, quando quell’angelica donna, asciugandosi ingenuamente col fazzoletto la mano che Odoardo le aveva inondata di lagrime, mi disse: — A momenti lo perderemo. — Io non sapeva che mi rispondere. — A momenti!... — replicò Teresa. Tutti e due fissaronsi sopra di me; ed io, quantunque, sorpreso e agitato, mi sentissi dentro di me quella commozione che ci fa piangere con certa voluttuosa tristezza al pianto di una amabile addolorata, soffocava il mio sentimento per non parere indiscreto, quasi esigendo che per riconoscenza mi dovessero confidare il secreto del loro dolore. Ma Odoardo, stringendomi la mano: — Conviene ch’io vi lasci! — ei mi disse; — conviene ch’io per affrettare la mia felicitá abbandoni Teresa... — Ammutolí, come se un profondo pensiero gli vietasse di proseguire, e mi strinse piú fortemente la mano. O mio Lorenzo! mi sarei gettato fra le sue braccia, quasi quasi per dirgli che Teresa sarebbe stata sempre al mio fianco, e che noi avremmo ingannate le lunghe e noiose giornate parlando sempre del nostro amico e affrettando con le nostre preghiere il suo fausto ritorno.
La Margherita gridò: — A tavola, a tavola. — Pranzammo taciturni: sennonché, prima d’alzarci, la Giovannina, spicciolato un melograno, ne offrí parte sopra un piattellino a Odoardo, chiedendogli in premio due baci. Ei la guardò sospirando, e, baciatala affettuosamente, s’alzò d’improvviso, e, schiudendo le finestre che guardano i colli, vi si affacciò per qualche tratto, come se volesse nascondere o rattenere le lagrime.
Teresa c’invitò al giardino, e vi s’avviò conducendo a mano la figlia. Io le teneva dietro: Odoardo tardò alcun poco, cercando nel suo gabinetto di un libro; poi mi raggiunse in fondo alle scale. Il mal tempo s’era giá dissipato e faceva il piú bel dopopranzo del mondo. Ne sono stanco, o Lorenzo: il resto della mia relazione a domani. Il vento imperversa: tuttavolta vo’ tentare il cammino. Saluterò Teresa in tuo nome.
Ah Dio! e’ m’è forza di proseguire la lettera. Sull’uscio della casa v’ha un lago di acqua che mi contrasta il passo: poteva varcarlo di un salto... E poi? La pioggia non cessa: mezzogiorno è passato, e mancano quattr’ore alla notte, che minaccia la distruzione della natura. Per oggi giorno perduto, o Teresa!
Bada, dunque, o Lorenzo, di non perdere il filo del mio racconto, perch’io sono uno storico che non si concilia l’attenzione per la via dell’ordine.
Eccoci in giardino. Teresa seduta a un sedile di bossi, Iacopo passeggia, la ragazza tutta intenta a raccogliere ranuncoli e a legarli in un mazzetto, e Odoardo appoggiato a un pomaio, con gli occhi al suolo, pizzicando con le dita sinistre il suo labbro inferiore. Dopo un lungo silenzio, egli mi s’approssimò, e sorridendo mi disse: — Lunedí non sarò a passeggiare con voi per questo giardino, ch’io ho adornato di fiori — fissando gli occhi sul mazzetto della Giovannina — e che ho coltivato, sperando di preservarli con maggior cura dalla intemperie del verno imminente. — In séguito trasse dall’abbottonatura della sua giubba il libro ch’egli aveva cercato. Nell’aprirlo gli cadde una lettera, che vi stava per entro: la raccolse e la lesse altamente. Un suo amico lo consigliava a recarsi subito a Roma per chiedere conto de’ suoi beni a’ figli del suo tutore, morto da pochi giorni: questi giovanotti cominciavano ad isprecare il proprio e l’altrui, perché l’avarizia del padre aveva cooperato a renderli ignoranti e viziosi.
Odoardo mi narrò i suoi primi amori con Teresa, il divieto del suo tutore di chiederla dal di lei padre in isposa, i raggiri di una sua zia perch’ei non la potesse piú rivedere, il matrimonio improvviso di Teresa... A questo passo ella lo interuppe. — Voi sapete — gli disse — ch’io vi ho amato sino dalla mia prima gioventú. Le tante mie lettere, che voi conservate, vi serviranno sempre di testimonio dell’amor mio. Né avrebbe dispiaciuto a mio padre ch’io vi divenissi moglie: ebbe egli però la onoratezza di allontanarvi da me per non incorrere nella taccia di voler sedurre un giovinetto ancor sotto tutela, tanto piú che l’amministratore delle vostre sostanze era espressamente contrario a tal matrimonio per la povertá della mia dote. Io, benché priva della speranza di essere vostra, ho continuato ad amarvi; ho continuato a scrivervi, quando il tutore vi mandò co’ suoi figli a Firenze sotto pretesto di perfezionarvi nella pittura. Le nostre lettere erano intercette, e, dopo due anni dell’amore il piú ardente, noi ci vedemmo disgiunti per sempre. Frattanto mio padre ammalò — in questo Teresa indirizzò a me il suo discorso: la fanciulletta stava con la bocca socchiusa e gli occhi intenti sul viso animato della sua mamma: — egli mi aveva molto prima proposto il partito di un galantuomo di Padova, il quale, ad onta della sua etá, poich’era di venti anni maggiore di me, aveva tutte le doti di un ottimo marito. Ne ho rifiutato l’offerta, sperando di compensarvi in qualche maniera, negando a tutti ciò che non poteva conservare a voi solo. L’infermitá di mio padre aggravava: la cura, che si prese di lui quell’uomo dabbene che mi aveva chiesta in isposa, quantunque conscio del mio rifiuto e senza pretensione o speranza, andava di giorno in giorno ispirandomi riconoscenza e rispetto. Finalmente mio padre s’avvide che poco ancor gli avanzava di vita, e, vòltosi a me, che stava dí e notte appoggiata al suo capezzale — o Lorenzo! ella in ciò dire divenne smorta; la di lei voce andava poco a poco languendo, — tentò di stringermi la mano, e poi mi disse sommessamente: — Domani, e forse anche prima, mia cara figlia, rimarrai orfana senza sostanze e senza amorosa tutela. Tu non hai né padre né madre né marito... La morte non mi addolora...: mi duole soltanto di te... Avvicinati... — egli mi baciò su la guancia. — Almeno ch’io muoia nella consolazione che tu non ti sei mostrata sconoscente con la providenza, che ti presenta uno sposo... Che il cielo ti benedica... — Non l’avresti ubbidito, Odoardo? — Egli si stava muto ed immobile: Teresa mi guardò, quasi rimettendosi al mio giudizio: chinai la testa. Allora Odoardo si avvicinò e le baciò con riverente tenerezza la mano... Perdona, Lorenzo, s’io rompo la narrazione ad un passo cosí interessante. Davvero, ti scrivo svogliatamente, perché questo tempo...; e poi Michele mi chiama a pranzo.
Il sole, o Lorenzo, squarcia finalmente le nubi, e consola la mesta natura, diffondendo sulla di lei faccia un suo raggio. Io ti scrivo rimpetto al balcone, donde miro l’eterna luce che si va poco a poco perdendo dall’estremo orizzonte dipinto a mille colori. L’aria torna serena, e la campagna, benché allagata e coronata soltanto di alberi sfrondati e cospersa di piante appassite o atterrate dalla pioggia e dai venti, brilla piú allegra di quel che lo fosse prima della tempesta. Cosí, o Lorenzo, lo sfortunato si scuote dalle funeste sue cure al solo raggio della speranza, e inganna la sua trista ventura con que’ piaceri ai quali era affatto insensibile in grembo alla cieca prosperitá.
Frattanto il dí mi abbandona; odi la campana della sera: eccomi dunque al compimento della mia narrazione.
Noi seguitammo Teresa, che tornò alla saletta: si pose a cucire, e mandò la ragazza a farsi addormentare dalle novelle della Margherita. Odoardo giuocò meco a’ scacchi sino alle nove, allorché li lasciai per tornarmene a casa.
Era di giá dieci passi lontano, quando sentii la voce di Odoardo che mi chiamava dalla finestra. Salii di bel nuovo, e Teresa mi si fe’ incontro alla metá della scala, dicendomi che si avevano sin da ieri proposto di visitare, prima della partenza di Odoardo, la casa del Petrarca in Arquá, e mi pregavano di esser loro compagno. Accolsi di buon grado l’invito, ed Odoardo divisò ch’io sarei stato ad attenderli a casa mia, poiché per arrivare ad Arquá dovevano necessariamente passare per questi dintorni.
La mattina, sentendomi scosso da non so chi, mi destai, e, strofinandomi gli occhi, vidi la Giovannina che mi carezzava le guance e mi andava bisbigliando all’orecchio: — Iacopo, Iacopo; è qui la mamma. —
Appena vestito, corsi incontro a Teresa, che stava in una loggetta scoperta a cogliere dai vasi favoriti di mia madre la melissa e i fiori di arancio, che biancheggiavano qua e lá sopra una giovine pianticella.
Arquá è discosto, come tu sai, quattro miglia dalla mia casa; e noi, per accorciare il cammino, prendemmo la via dell’erta. Io me ne andava dinnanzi, Teresa veniva appresso con Odoardo, e la ragazza ci tenea dietro in braccio all’ortolano.
E’ convien pur ch’io ti creda: io stimava, a dir vero, un po’ esagerate le lodi che mi facevi tempo fa di Teresa, e te ne credeva innamorato piuttosto, quantunque tu non mi sembrassi capace di un’infedeltá verso la tua Marianna, che pur è la buona e vezzosa fanciulla. Or di’: hai tu osservato quand’ella parla? e non ti pare che la semplicitá e l’interesse de’ suoi discorsi costringano a prestarle fede? Perché, se ti vuol disvelare un secreto, lo dipinge con quegli stessi colori e nello stesso atteggiamento appunto come le sta nel cuore, depositandolo in chi l’ascolta con quella ingenua confidenza con cui lo confesserebbe a se stessa.
Eravamo giá presso ad Arquá, e, scendendo per l’erboso pendio, ci andavano sfumando e perdendosi all’occhio i paeselli che si vedeano dispersi per le valli soggette. Ci siam finalmente trovati a un viale cinto da un lato di pioppi, che, tremolando, lasciavano cadere sul nostro capo le piú giallicce lor foglie, e adombrato dall’altra parte di altissime querce, l’opacitá delle quali facea maestoso contrapposto all’ameno verde de’ pioppi. Tratto tratto le due spalliere d’alberi opposti erano unite da vari rami di vite selvatica, i quali, incurvandosi, formavano sopra il viale altrettanti festoni mollemente agitati dal vento. Teresa allor, soffermandosi e guardando d’intorno: — Oh, quante volte — proruppe — mi sono adagiata su quelle zolle — e le additò, — difese da ombre freschissime e vestite di molle verzura! Stavami al fianco il mio buon marito e sospirava meco talvolta su le rimembranze del mio genitore; e parlavami talvolta ancora del mio primo ed unico amore, lagnandosi della fortuna e degli uomini, che deviano sempre dalle sacre inclinazioni della natura. E, bench’io non l’amassi come si conveniva a giovane sposa, ed ei lo sapesse senza lagnarsene, non mai scemò la sua confidenza verso di me: d’altra parte, l’amor suo sincero e tranquillo, i suoi costumi umani e discreti, la sua vita pacifica, la sua stessa riposata ragione, la quale compensava l’ardente sensibilitá che la natura e gli anni gli negavano, me lo resero affettuoso e caro come amico leale e come tenero padre. Dopo tre anni ei morí, e mi affidò almeno una qualche immagine di se medesimo. — Ella si abbassò a baciare teneramente la figlia, che stava riposando sopra un mucchio di aride foglie ch’io aveva accumulato, e rinfrescandosi con un grappolo d’uva che l’ortolano aveva a caso trovato in una vite poco lontana. — Egli mi lasciò erede di tutte le sue sostanze, ma piú di tutto dell’esempio della sua virtú e del perpetuo dolore della sua morte. Ed io aveva giá abbandonato ogni pensiero, come sovente lo dissi a te stesso, Odoardo, di piú rivederti. Ché, se tu non avessi per altrui mezzo saputo ch’io mi era rimasta vedova, avrei consecrato tutto il restante della mia vita all’educazione di questa fanciulla, per ubbidire al mio cuore, che vorrebbe pagare almeno di riconoscenza colui che non seppe pagare di amore. — Ma, Lorenzo, Lorenzo..., e’ conviene che di qui innanzi io mi taccia tutto ciò che dice Teresa; ché, se potessi dipingerti la sua pronunzia, i suoi gesti, la melodia della sua voce, la sua celeste fisonomia, o trascrivere almeno tutte le sue parole senza cangiarne o traslocarne sillaba, certo che tu mi sapresti grado: diversamente, incresco perfino a me stesso. Che giova copiare imperfettamente un inimitabile quadro, la di cui fama soltanto fa piú impressione che la tua misera copia? E’ non ti par ch’io somigli i traduttori del divin ? Giacché, come tu vedi, io non mi affatico che per inacquare il sentimento che m’infiamma e stemprarlo in un languido fraseggiamento.
Noi proseguimmo il nostro breve pellegrinaggio, fino a che ci apparve biancheggiante da lungi la casetta che un tempo accolse
Ci siam appressati, simili a’ discendenti degli antichi repubblicani, quando libavano sopra i mausolei de’ loro maggiori morti per la patria, o a’ que’ sacerdoti che, taciti e riverenti, s’aggiravano per li boschi abitati da qualche divinitá. Nel tempo che Teresa e sua figlia si riposavano, salutando quelle contadinelle che l’avevano altre volte veduta e che la colmavano di benedizioni e di lodi, io recitai sommessamente, con l’anima tutta amore e armonia, la canzone «», e l’altra «», e il sonetto «», e quant’altri di que’ sovrumani versi la mia memoria agitata seppe suggerire al mio cuore. Odoardo disegnò il ritratto di Laura, che sta affumicato su quelle screpolate muraglie, meravigliando dell’irreligione de’ proprietari, che lasciavano inonorato l’albergo di quel sommo italiano. Teresa allora recitò col soave entusiasmo suo proprio le terzine del sonetto, che dedicava nello stesso luogo al Petrarca:
Frattanto quella buona famiglia d’agricoltori ci aveva allestito un pranzo frugale; dopo di che, ci avviammo al ritorno. Teresa, passando un braccio nel braccio destro di Odoardo e l’altro nel mio braccio sinistro: — Io spero — ci disse — che fra pochi mesi torneremo noi tutti a rivisitare questa felice solitudine. — Si guardarono amendue sospirando, e l’aria del loro volto...: che posso dirti? Pareva che, abbandonando le soglie di quel dolce e profondo filosofo di amore, giurassero alla sacra ombra di serbarsi fedeltá fino al di lá del sepolcro; ed io, giá giá tutto estatico, stava per dire a quell’angelica donna: — Sono forse, o Teresa, le tue bellezze e la tua gioventú che fanno risplendere la puritá del tuo cuore, o l’anima tua divina diffonde invece su le tue forme piú di grazia, di freschezza e d’amore? — Ma
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The end
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